Il Giappone alla ricerca di energia

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 07/12/2016Turkmenistan President visits JapanIl Giappone, la terza economia mondiale, non ha praticamente giacimenti di gas e petrolio. La situazione è un po’ paradossale dato che alcun Paese può prosperare senza petrolio e gas. Così, la Terra del Sol Levante affrontò con successo la situazione importando petrolio dal Medio Oriente, il gas naturale liquefatto (GNL) da Australia, Indonesia, Malaysia e Medio Oriente. Il Giappone ha bisogno anche di carbone per i suoi impianti di cogenerazione, che acquista da Australia, Indonesia e Cina. Di recente il Paese puntava le sue speranze sull’industria nucleare. Dopo la tragedia di Fukushima del 2011, tuttavia, i programmi nucleari erano minacciati di sospensione. Il pubblico giapponese sconvolto dalla catastrofe ha chiesto di chiudere tutte le centrali nucleari. Non meno scioccato, il governo giapponese avviò avidamente il processo. Una volta che il Giappone ha ripreso i sensi e valutato la situazione a mente fredda, ha compreso che non c’era modo di abbandonare il programma nucleare. Oggi le centrali nucleari giapponesi vengono gradualmente riavviate dopo numerosi e rigorosi controlli ed aggiornamenti. Il Paese, avendo appreso la lezione “nel modo più duro”, ha intensificato la ricerca di affidabili e convenienti nuovi fornitori di idrocarburi. Dato che i Paesi del Medio Oriente sono lontani dal Giappone, costa di più inviare le preziose merci dalla regione. Per di più (come l’esperienza degli ultimi decenni mostra), quasi ogni Paese del Medio Oriente è in conflitto e a rischio di rivoluzione, e se scoppiasse la guerra, la fornitura di combustibile inevitabilmente terminerebbe. Così, la Russia è un esportatore ideale di idrocarburi per il Giappone. Il traffico di navi gasifere da Sakhalin al Giappone è iniziato nella primavera del 2009, poco dopo che l’impianto di liquefazione di Sakhalin venne avviato nell’ambito del progetto Sakhalin-2. Questa rotta verso la Terra del Sol Levante sembra essere più praticabile. La Federazione Russa beneficia di questa cooperazione, essendo il Giappone uno dei maggiori consumatori mondiali di GNL. Inoltre, la Russia vende direttamente GNL al Giappone, bypassando intermediari.
thediplomat_2016-03-15_20-06-54-386x257 Nonostante le vantaggiose relazioni commerciali Giappone-Russia e la presenza di una rete diversificata e consolidata di fornitori, il Giappone continua a cercare nuovi esportatori, implementando così la strategia della sicurezza energetica basata sul principio “più sono, meglio è”. Questo è il motivo per cui valuta l’Asia centrale come possibile partner. Tokyo ha fatto ogni sforzo per rafforzare la propria posizione in Asia centrale dal 2006. All’epoca il Paese adottò una strategia energetica nazionale volta a valorizzare la cooperazione con i Paesi ricchi di combustibili fossili. Lo stesso anno, nel corso del forum tra Asia centrale e Giappone, il Ministero degli Esteri giapponese ebbe dei negoziati con gli omologhi di Afghanistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Le parti discussero questioni riguardanti uno sviluppo coordinato e la sicurezza della regione, tra cui quella del trasporto di carburante. I rappresentanti giapponesi inoltre confermavano l’impegno del Paese a finanziare la costruzione di una rete stradale e di gasdotti per il trasporto del petrolio sull’Oceano Indiano e in Giappone. (Si parla della costruzione di un oleogasdotto per le isole giapponesi dal 1990. Ad esempio, fu inizialmente previsto che il gasdotto Turkmenistan-Uzbekistan-Kazakhstan-Cina si estendesse al Giappone, ma o il finanziamento finì o piani cinesi cambiarono). Nell’autunno 2006, l’allora premier giapponese Junichiro Koizumi visitò Kazakistan e Uzbekistan, dove affermò esplicitamente che il Giappone cercava di ampliare la rete dei fornitori di petrolio e gas per ridurne la dipendenza dal Medio Oriente. Nonostante strenui gli sforzi del Giappone per raggiungere il livello desiderato d’influenza in Asia centrale negli ultimi dieci anni, la Cina rimane il leader della regione. Il Giappone ha fatto un altro tentativo di prevalere in Asia centrale alla fine di ottobre 2015, quando il premier Shinzo Abe compì un viaggio di alto profilo nella regione, visitando Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Mongolia. I mass media giapponesi riferirono che Shinzo Abe era scortato da una folta delegazione di uomini d’affari giapponesi. Sulla scia del viaggio, furono firmati contratti di elevato valore. Il Giappone s’impegnava ad investire oltre 18 miliardi di dollari solo nell’economia del Turkmenistan. Forse, la visita del premier giapponese in Turkmenistan merita una particolare attenzione. Il Turkmenistan ha riserve di gas sufficienti ad alimentare quasi tutta l’Asia (e non solo, ma anche i Paesi europei interessati all’esportazione del gas da questo Paese). Fino a poco prima, la Russia era il principale acquirente del gas turkmeno, poi rivenduto ai consumatori europei. Tuttavia, dopo varie divergenze scoppiate tra le parti all’inizio del 2009, Gazprom ridusse il volume di gas scambiato. Di conseguenza, il Turkmenistan non ebbe altra scelta che cercare altri partner. La Cina si affrettò ad approfittare della nuova opportunità e si offrì di acquistare il gas dal Turkmenistan, ma ad un prezzo inferiore a quello pagato dalla Russia. Il governo turkmeno, non avendo alternative, accettava l’offerta. Anche se il gasdotto Turkmenistan-Cina è in servizio dal 2009, il Turkmenistan ha continuato a cercare nuovi clienti. Un gasdotto Turkmenistan-Iran opera dal 2010, ma la sua capacità massima (12 miliardi di metri cubi l’anno) è assai inferiore a quella del gasdotto per la Cina. Ciò significa che il Turkmenistan non ottiene molto, soprattutto perché l’esportazione di combustibile fossile è la sua principale fonte di ricavi. Per l’attuazione del progetto dell’oleogasdotto TAPI, per erogare il gas turkmeno ad Afghanistan, Pakistan e India, serve che la situazione regionale migliori. E il Giappone ha deciso di dare una mano impegnandosi a finanziare il progetto. La Banca asiatica di sviluppo parteciperà al progetto da principale investitore e consulente commerciale del TAPI. Nonostante l’ADB sia un’istituzione internazionale, i cittadini giapponesi ne furono sempre al timone poiché il Giappone è il primo azionista della banca. Il progetto dovrebbe essere finanziato da altri enti giapponesi.
Sembra che l’idea di un gigantesco gasdotto che sostituisca le petroliere (o almeno ne riduca la rotta) istighi ancora la fantasia dei politici giapponesi, sperando che le loro aspirazioni si avverino con l’attuazione del TAPI. Il problema, tuttavia, è che nessuno sa esattamente quando ciò avverrà. Il gasdotto deve attraversare il territorio dell’Afghanistan, impossibile finché la guerra nel Paese non finirà. D’altra parte, sarebbe davvero difficile per i politici e uomini d’affari giapponesi agire per capriccio. Quindi, se hanno deciso d’investire sul TAPI, avranno avuto buoni motivi. Nel frattempo, il gas turkmeno arriva in Giappone su petroliere. Ciò è più costoso e richiede più tempo che non usando gli oleogasdotti. Tuttavia, è l’unica opzione attualmente disponibile. In ogni caso, dal viaggio del 2015 di Shinzo Abe, i giganti giapponesi Mitsubishi, Chiyoda, Itochu, ecc. aderiscono alle fila dei promotori del maggiore giacimento di gas turkmeno, Galkynysh, da cui il Giappone dovrebbe importare ancor più gas. Alcuni, tuttavia, ritengono che il Giappone venderà il gas estratto in Turkmenistan a Gazprom e quest’ultima consegnerà un volume corrispettivo con le petroliere di Sakhalin. Sarebbe sensato e utile per tutte le parti coinvolte. L’attuazione di questo programma potrebbe dare al Turkmenistan l’occasione per rinnovare le relazioni commerciali con la Russia con la mediazione del Giappone. In ogni caso, è chiaro che il Giappone si consolida in Turkmenistan, che potrebbe diventare il terreno di partenza per l’ulteriore diffusione dell’influenza del Giappone in Asia centrale.Kazakhstan's President Nazarbayev and Japan's Prime Minister Abe shake hands during their meeting at Akorda presidential residence in AstanaDmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I terroristi ad Aktobe: tentativo di far esplodere l’Eurasia dal Kazakhstan

Rostislav Ishenko, Fort Russ, 6 giugno 20162000px-Aktobe_in_KazakhstanDomenica scorsa, uomini armati hanno attaccato un negozio di armi e una base militare nella città kazaka di Aktobe, cercando di prenderne le armi. Gli aggressori sono stati neutralizzati, e le autorità hanno imposto il livello “giallo” sul pericolo terrorista nel Paese.

Perché i terroristi hanno scelto Aktobe
In Aktobe, the unknown took hostages and staged a gunfight with the police Non ci sono cause chiare, sembra. Il presidente del Paese Nursultan Nazarbaev è riuscito a creare uno Stato efficace con una relativamente forte base economica. Negli ultimi dieci anni, nonostante difficoltà e problemi, il Paese è riuscito a mantenere pace etnica e stabilità politica generale. Ma nel mondo moderno, i problemi non si presentano in quegli Stati che hanno condizioni interne reali, ma quelli che hanno la sfortuna di essere sull’intersezione di interessi geopolitici di vari attori. Ad esempio, il regime di Muammar Gheddafi in Libia era stabile ed economicamente efficace. Tuttavia, un giorno fatidico certi “ribelli” (successivamente riconosciuti dalla comunità mondiale come islamisti sostenuti dall’estero) assaltarono una base militare a Bengasi e la guerra civile si concluse con la distruzione completa dello Stato libico. La rivolta armata di Aktobe era una ripetizione letterale dell’inizio della guerra libica, solo che non ha avuto successo. Gli islamisti attaccarono le armerie e cercarono di arraffare l’equipaggiamento militare. Se ci fossero riusciti, non c’è dubbio che utilizzando l’arsenale catturato avrebbero armato un piccolo esercito e cercato di creare un “governo ribelle”. Il formato della guerra civile libica va bene per Aktobe. Questa è una città abbastanza grande da diventare la capitale dei ribelli. Allo stesso tempo, è lontana dai grandi centri del Kazakhstan. C’è distanza tra essa e il principale gruppo delle Forze Armate del Kazakistan, impegnate principalmente verso le difficoltà ai confini meridionali. Tuttavia, l’esercito kazako è molto piccolo rispetto alle enormi dimensioni del territorio. Sarebbe difficile trasferire rapidamente truppe e creare un gruppo sufficiente per la repressione della rivolta (se riusciva ad espandersi). Aktobe è in un incrocio stradale che permette ai ribelli di recarsi a Sud, Ovest, Est e Nord del Kazakhstan, ad appena un centinaio di chilometri dal confine con la Russia. 100 chilometri a sud, mezz’ora di macchina per i tradizionali “carri” dei jihadisti (camioncini con mitragliatrici) per cui la steppa kazaka è accessibile quanto il deserto libico, dal nodo ferroviario Kandyagash. Una linea ferroviaria che attraversa Aktobe porta al confine con la Russia. In treno o autostrada da Aktobe a Orenburg vi sono 300 chilometri, attraversando la steppa per la metà del tempo. Il confine tra Kazakhstan e Russia, in quanto partner dell’Unione economica eurasiatica (UEE) è aperto. Sì, e coprire le migliaia di chilometri di confini della steppa non è un compito banale. Per questo è necessario un esercito.

Prendere di mira Russia e Cina
Il Kazakhstan non è solo uno dei pilastri dell’Unione. Il percorso più breve delle merci cinesi verso la Russia e l’Europa occidentale l’attraversa; uno dei più promettenti nuovi rami della Via della Seta che dovrebbe collegare i mercati asiatici ed europei. Il Kazakhstan è uno dei principali garanti della stabilità in Asia centrale insieme alla Russia. Inoltre, è attraverso il territorio del Kazakistan che la Russia accede alle repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, anche per la base nel Tagikistan. Gli Stati dell’Asia centrale del Sud subiscono la pressione dei jihadisti provenienti dall’Afghanistan, nel caso della destabilizzazione del Kazakistan, sarebbero intrappolati. Il loro confine perde stabilità su quasi tutta la lunghezza (fatta eccezione del confine turkmeno-iraniano) e potrebbero ricevere aiuto solo col supporto aereo. Così, nel caso in cui la rivolta di Aktobe avesse successo con risorse minime, a scapito delle opportunità locali, avrebbe risolto diversi compiti strategici. In primo luogo, il conflitto interno verrebbe associato all’esercito del Kazakistan, che non sarebbe più in grado di svolgere un ruolo stabilizzante nel Sud dell’Asia centrale. In secondo luogo, avrebbe messo a rischio, e nel peggiore dei casi, fatto saltare in aria le vie sino-russa e sino-europea. In terzo luogo, il confine continuo e aperto russo-kazako darebbe opportunità illimitate alla penetrazione di bande jihadiste nel territorio della Russia. A sua volta, ciò spingerebbe Mosca ad adottare misure urgenti per la protezione militare del confine. La Russia sarebbe costretta a indebolire la forza occidentale e concentrare un gran numero di truppe per impedire l’infiltrazione dei jihadisti sul proprio territorio. Data la mobilità dei jihadisti e l’economicità del loro sostegno (la maggior parte vive a scapito delle risorse locali) a Mosca ci sarebbe voluto molto tempo per collegare ridondanti forze militari e risorse materiali contro il piccolo ma sfuggente avversario. In quarto luogo, nel caso di un minimo successo della ribellione, la destabilizzazione avrebbe minacciato tutta l’Asia centrale. Un enorme buco nero si sarebbe aperto ai confini meridionali della Russia (da Orenburg all’oceano Indiano), divorandone le già scarse risorse. Qui, ogni chiusura rapida sarebbe impossibile e sarebbe un problema per decenni. Infine, i programmi d’integrazione UEE, SCO e CSTO sarebbero in pericolo. Immaginate lo sforzo congiunto di Russia e Kazakhstan nel quadro degli obblighi derivanti dalla CSTO, per sopprimere la rivolta in tempi relativamente brevi, evitando la destabilizzazione su larga scala della regione. Ma la cooperazione militare tra Mosca e Astana nel Kazakhstan settentrionale, dove vi è un’alta percentuale di popolazione russa, permetterebbe ancora una volta ai nostri “amici e partner” occidentali di parlare d’ingerenza negli affari interni degli Stati vicini e di etichettarla come tentativo di ricreare l’Unione Sovietica. Avrebbero tentato di seminare diffidenza, se non tra Mosca e Astana, tra la popolazione russa e kazaka del Kazakhstan, oltre a rafforzare l’isteria russofobica dei Paesi dell’Europa orientale.
La rivolta in Siria ha destabilizzato l’intero Medio Oriente. La rivolta in Libia ha fatto lo stesso in Nord Africa. Ribellione e colpo di Stato in Ucraina hanno creato seri problemi tra Russia e Unione europea. In questo contesto, la rivolta in Kazakhstan avrebbe integrato il quadro gettando nel caos l’intero centro dell’Eurasia e recidendo completamente i legami economici e commerciali tra Europa e Asia. In tale contesto, i piani statunitensi su zone di libero scambio transatlantico e transpacifico non avrebbero avuto alternative. Quindi sono sicuro che ad Aktobe abbiamo avuto a che fare con il primo, ma non ultimo, tentativo di scatenare la guerra civile in un Paese chiave dell’Asia centrale. Le strutture del potere in Kazakhstan sono abbastanza efficaci, e ciò va bene. Ma significa anche che il prossimo tentativo sarà meglio preparato. Quindi è impossibile rilassarsi.CkLwh5DW0AA3GrOTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Qual è la forza della CSTO?

Leonid Ivashov Rusplt 2/05/2016 – South Front
Leonid Ivashov, Colonnello-Generale delle Forze Armate della Federazione Russa e direttore dell’Accademia dei Problemi Geopolitici.

inner11828531Il territorio della Federazione Russa è stato teatro di una grande esercitazione delle forze di terra della Collective Security Treaty Organization (CSTO). Allo stesso tempo, il Tagikistan è stato lo scenario principale delle esercitazioni da ricognizione delle forze speciali Lyaur “Ricerca-2016″. Nell’esercitazione partecipavano 1500 soldati con il supporto di velivoli da combattimento, tattici e da trasporto e di droni. Nel ruolo di primo piano vi erano, ovviamente, i militari russi. Secondo lo scenario, i nostri commando respingevano l'”attacco” a un convoglio umanitario e completavano una missione di ricerca e salvataggio. Allo stesso tempo, i nostri atterravano nella base dei terroristi, catturandone i comandanti. In seguito, coordinate venivano trasmesse per colpire le milizie in ritirata sulle montagne. “Ricerca-2016” era volta a presentare l’interazione in tempo reale tra diverse truppe, a controllare le competenze sul campo, a valutare il personale nell’effettuare missioni di combattimento in modo rapido ed efficiente. I partecipanti a “Ricerca 2016”, così come ad altre esercitazioni della CSTO, elaboravano le misure per combattere le bande che s’infiltrano nell’Asia centrale.

Abbiamo finalmente visto la luce
La CSTO venne fondata nel 1992 e per lungo tempo, fatta eccezione per la missione militare della Federazione russa in Tagikistan, il suo potenziale non fu utilizzata. La situazione è cambiata radicalmente nel 2009, quando le Forze di Reazione Rapida Collettiva (CRRF) furono create, includendo le truppe meglio addestrate di Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Il numero di soldati partecipanti alle esercitazioni era più di 20mila, indicativo della capacità di risolvere problemi di qualsiasi dimensione, che siano operazioni locali, conflitti o mantenimento della pace. Come dimostrato dalle esercitazioni a sorpresa dello scorso anno per la preparazione delle CRRF, 2500 aviotruppe delle CSTO poterono essere trasferite in Tagikistan nel più breve tempo possibile. L’attività della CSTO è dovuta al deteriorarsi della situazione in Medio Oriente e Asia centrale. La leadership russa e l’élite dei Paesi post-sovietici sono consapevoli delle minacce comuni dei narcotrafficanti e dei vari gruppi radicali che penetrano o già operano nella regione. In precedenza, quando avevamo buoni rapporti con la NATO, il tema dell’atteggiamento difensivo fu trascurato, perché ritenevamo che non avevamo nemici. Volentieri, ora abbiamo compreso. La grande attenzione è ora rivolta alla frontiera tagiko-afghana, probabilmente la principale minaccia estera all’Asia centrale. In Tagikistan si trova la 201.ma Base militare russa, il cui personale sarà portato a 9mila soldati in futuro. Nel 2005, le guardie di frontiera russe si ritirarono e si dedicarono ad addestrare i colleghi tagiki e a fornirgli equipaggiamenti militari. Le forze russe compiono esercitazioni bilaterali regolari con l’esercito tagiko. A metà marzo, un gruppo di forze combinate “trovò e distrusse” un grande gruppo motorizzato. Le azioni dei nostri Marines e della 7.ma Brigata d’assalto aereo tagica furono supportate dai seguenti aeromobili: elicotteri Mi-8 e Mi-24 ed aerei da attacco Su-25. È interessante notare che l’aviosbarco avvenne sull’altopiano, in una zona sconosciuta.

Continuiamo a lavorare
I rapporti con i Paesi della CSI nell’ambito militare non sono così perfetti come può sembrare. A volte si hanno critiche dalla dirigenza dei Paesi membri della CSTO, per non aver dimostrato la fedeltà politica desiderata, per lo più sotto la guida della Federazione Russa. A questo proposito, vorrei ricordare che la nostra élite russa avviò il crollo dell’Unione Sovietica e di conseguenza l’eliminazione dell’esercito sovietico. La Russia sotto il gruppo di Eltsin non offriva un’adeguata formula per l’interazione. A mio parere, le istituzioni ora funzionanti, con la sola eccezione, forse, della CSTO, in realtà non hanno una natura reciprocamente vantaggiosa. Pertanto, non dobbiamo limitarci al minimo, ma dobbiamo agire. Dobbiamo continuare a lavorare sul rafforzamento della cooperazione militare. Non è necessario rispondere velocemente alle dichiarazioni di Lukashenko. La Bielorussia copre la strategicamente importante direzione occidentale ed è pronta a lavorare con la Russia nel contrastare la possibile aggressione della NATO. E’ anche importante non rovinare i rapporti con gli altri membri della CSTO, perché la minaccia del terrorismo va eliminata nel prossimo futuro. E’ ovvio che se l’Asia centrale “esplode”, la situazione geopolitica e della sicurezza della Russia si deteriorerebbe significativamente. La CSTO è una piattaforma che permette al nostro Paese di risolvere numerosi problemi già agli inizi.79B90DC7-A733-4C1F-8973-9124B04EE744_mw1024_s_nTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo della SCO nel mondo multipolare

Tayyab Baloch Gpolit 30 marzo 2016SCO-Map-New-MembersLa Russia ha scoperto e sconfitto l’ambizione del mondo unipolare del cambio di regime in Siria. La vittoria russa contro il terrorismo ha scatenato la guerra ibrida tra Stati multipolari e mondo unipolare dall’Ucraina al Brasile. Ecco perché i filo-unipolari sono sorpresi sostenere i tre mali; terrorismo, separatismo ed estremismo. Non solo la Siria, ma molti Paesi del mondo, ed anche l’Europa, si ritrovano ad affrontare terrorismo ed estremismo. Il blocco europeo della NATO è uno dei principali sponsor di tali mali in Siria attraverso Turchia e curdi. Per combattere tali sfide la SCO ha creato la Struttura Regionale Anti-Terrorismo degli Stati membri chiamata SRAT della SCO (Shanghai Cooperation Organization). Quindi, questo è il momento per la SCO di liberarsi di tali mali partecipando al ripristino di pace e stabilità in Siria.

La speranza siriana e la SCO
La Siria molto probabilmente farà parte della SCO dato che il governo siriano ha chiesto di aderire al blocco della sicurezza degli Stati multipolari lo scorso anno. E la Russia combatte la guerra della SCO contro lo SIIL, perché è una potenziale minaccia alle patrie dello SCO. Afghanistan, Pakistan e Stati dell’Asia centrale erano il bersaglio dello SIIL, nella cui letteratura questi territori, come lo Xinjiang della Cina, sono visti come “Qurasan“, ramo dello Stato islamico. Le forze unipolari hanno creato lo SIIL in Medio Oriente dando vantaggio all’intervento degli Stati Uniti. Lo scopo occulto di questa nuova forma di terrorismo era contenere la grande strategia della Cina che istituisce la Cintura economica della Via della Seta e la Via della Seta marittima, (Cintura e Via) in Eurasia. Il tempestivo intervento russo contro il terrorismo in Siria su richiesta del governo siriano dimostra la saggezza del Presidente russo Vladimir Putin alla guida del mondo multipolare. La Russia ha sconfitto l’imminente minaccia alla multipolarità mondiale sotto forma dello SIIL in Siria. Cercando una soluzione politica pacifica in Siria è necessario che la SCO affermi che ai jihadisti recatisi in Siria dalle patrie della SCO sia impedito il ritorno. Inoltre, la Siria deve apprendere l’esperienza della SRAT nel sconfiggere le forze del male che combattono le forze siriane. A tal fine, la Struttura regionale anti-terrorismo della Shanghai Cooperation Organization (SCO RATTI) deve attivarsi nel caso siriano.

La partnership strategica Russia – Cina per la pace e la stabilità nel mondo multipolare
001372acd0b50f6157a605 I leader del mondo multipolare Russia e Cina sono interessati a costituire un meccanismo congiunto di sicurezza mondiale. A tal fine hanno ridotto al minimo le differenze e creato un ambiente amichevole per avere i massimi benefici dall’amicizia. Alla vigilia del 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, tutto il mondo è stato testimone di come Russia e Cina hanno scritto insieme la nuova storia del mondo multipolare dalla Piazza Rossa di Mosca alla Piazza Tiananmen di Pechino, inscenando le più grandi parate militari del mondo. Tutti i rappresentanti degli Stati multipolari e i loro eserciti parteciparono alla celebrazione della vittoria russa e cinese sul fascismo, tranne i sostenitori del mondo unipolare. L’occidente cerca d’impedire la multipolarità del globo, impantanando Russia e Cina in diversi conflitti. Con l’escalation del conflitto ucraino la NATO ha rafforzato la propria presenza militare sui confini russi negli Stati baltici. Per indebolire l’economia russa hanno introdotto sanzioni anti-russe. Mentre nel Mar Cinese Meridionale, armare i piccoli Stati è un tentativo del mondo unipolare per contenere la Cina attraverso il blocco delle sue rotte marittime. L’ambizione occidentale guidata dagli Stati Uniti per impedire la multipolarità sino-russa ha creato l’opportunità di costruire un nuovo meccanismo di sicurezza comune e un nuovo sistema di relazioni internazionali caratterizzanti una cooperazione mutualmente vantaggiosa. Ecco perché il Presidente cinese Xi Jinping nel suo primo discorso alla Nazioni Unite ha avvertito a gran voce dicendo che la “legge della giungla” non dovrebbe essere il modo con cui i Paesi conducono le relazioni; i guerrafondai la sconterebbero. Entrambi i Paesi creano nuove opportunità per il mondo rafforzando le istituzioni multipolari. Sotto la guida di Russia e Cina, il più grande istituto economico del mondo, i BRICS, ha già sfidato il dominio di FMI e Banca mondiale attraverso la creazione della Banca per lo sviluppo e un sistema degli scambi in valute nazionali nell’ambito dei BRICS e degli Stati confinanti. La Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB) è sulla buona strada per spezzare l’egemonia dill’Asian Development Bank (ADB) sui progetti asiatici. Dato che la multipolarità del mondo non si ferma qui, esso si sviluppa attraverso l’iniziativa Cintura e Via della Cina e l’integrazione dell’Unione economica eurasiatica a guida russa.

L’estensione della SRAT della SCO
Infatti, la SCO è la rete di sicurezza dell’Eurasia ed è anche considerata la salvaguardia dell’iniziativa Via e Cintura della Cina. Attualmente la SCO opera per estendere le competenze su tutta l’Eurasia. Pakistan e India sono ammesse con status di membri a pieno titolo, Iran e Mongolia sono in attesa di ammissione piena. La maggior parte delle nazioni dell’Asia meridionale sono associate alla SCO come partner del dialogo. Siria ed Egitto hanno chiesto di aderire alla SCO e la Turchia è l’unico Paese della NATO collegato alla SCO come partner del dialogo, e qui è necessario ricordare che NATO e Turchia violano la sovranità di un altro potenziale partner del dialogo, cioè la Siria. La Struttura regionale anti-terrorismo (SRAT) della SCO fu creata dagli Stati membri Russia, Cina, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan, mentre Pakistan, India e Iran presto vi aderiranno. La SRAT della SCO, con sede a Tashkent (Uzbekistan), è un organo permanente della Shanghai Cooperation Organization che promuove la cooperazione degli Stati membri contro terrorismo, separatismo ed estremismo, indicati come “le tre forze del male.”

La SRAT della SCO nel mondo arabo e il caso della Siria
Secondo il briefing della SRAT della SCO al Comitato antiterrorismo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, “gli Stati membri della SCO attualmente affrontano nuove minacce e sfide, tra cui coinvolgimento di terroristi stranieri e cittadini di Stati membri della SCO nelle zone di conflitto, in particolare in Siria, Afghanistan e Pakistan; incitamento a terrorismo ed estremismo violento attraverso l’abuso dei concetti religiosi; e finanziamento del terrorismo con i proventi della criminalità organizzata, come contrabbando e traffico di droga e armi. A questo proposito la SRAT della SCO ha identificato ambiti prioritari per affrontare tali sfide e ha già raggiunto alcuni risultati tangibili. Ad esempio, il Comitato esecutivo della SRAT della SCO ha raccolto informazioni riguardanti i combattenti che partecipano ai conflitti in Siria e altre aree e li ha elencati nel suo database sulla sicurezza”. Siria e Iraq hanno avuto significativo successo contro il terrorismo con l’aiuto di Russia e Iran. Ora è giunto il momento di aiutare il governo siriano e le sue forze ad eliminare tali mali in Siria prima che arrivino nella Patria SCO. A questo scopo, la SCO espanderebbe la Struttura regionale antiterrorismo in Medio Oriente. Siria ed Egitto sono già con la SCO mentre Pakistan e Iran possono svolgere un ruolo enorme sotto l’ombrello della SCO.

La partnership strategica Pakistan – Iran in Medio Oriente
Iran-Pakistan-China_Map I Paesi della Via della Seta, Pakistan e Iran, sono dei partner strategici. La SCO collegherà i due Paesi con un corridoio energetico, stradale e ferroviario nell’ambito dell’integrazione eurasiatica. Cina e Stati dell’Asia centrale ne beneficeranno. Nella visita del Presidente iraniano Hassan Rouhani, il Pakistan dava priorità al completamento del gasdotto Iran-Pakistan. A causa di sanzioni e pressioni statunitensi, il segmento pakistano era rimasto incompleto, ma ora la Cina è entrata e le sue imprese costruiranno il segmento pakistano di questo gasdotto. L’India è anche parte di questo corridoio energetico. Oltre al partenariato regionale, entrambi i Paesi hanno legami religiosi e culturali. Ecco perché alla firma del piano quinquennale di cooperazione commerciale strategica Pakistan-Iran a Islamabad, il Presidente iraniano Hassan Rouhani l’ha collegato alla sicurezza di Pakistan-Iran dicendo che “la sicurezza del Pakistan è la nostra sicurezza e la sicurezza dell’Iran è la sicurezza del Pakistan“. Rouhani ha ragione perché, dopo l’Iran, il Pakistan è il secondo Paese per popolazione sciita, mentre il Pakistan è l’unico Paese che soffrirebbe molto in caso di scontro tra Arabia Saudita (KSA) e Iran. Anche se il Pakistan gioca da mediatore tra Arabia Saudita e Iran, se aderisse alla cosiddetta alleanza delle 34 nazioni del KSA, lo farà perché tale alleanza non è iraniano-centrica. Inoltre, l’Egitto può svolgere un ruolo in questo senso. KSA e Turchia non sono riuscite a rovesciare Assad e il mondo assiste alla loro campagna nello Yemen divenuta inutile. Invece di essere amico e più stretto alleato militare di Turchia e KSA, il Pakistan ha adottato la politica della SCO verso la Siria. Si è rifiutato di usare forze militari o terroristiche per rovesciare Assad. Così, attraverso questa alleanza, la monarchia saudita vuole salvare il proprio regime impegnando il mondo musulmano in vari conflitti. Secondo alcune fonti, il Pakistan aveva un patto per proteggere gli interessi dei Saud in Arabia Saudita nel caso di proteste interne, mentre la Turchia assicurava ai Saud protezione in caso di minaccia estera. Perciò l’Arabia Saudita ha inviato truppe e mezzi in Turchia per assistere Tayyip Erdogan nell’agognata invasione della Siria. Geopoliticamente il Pakistan prospera in una regione importante, con altre tre potenze nucleari, India, Cina e Russia, oltre al Pakistan. Questa regione non può permettersi alcun conflitto militare nel presente scenario geopolitico in cui terrorismo, estremismo e fondamentalismo già destabilizzano l’intera regione. In tale scenario, il Pakistan deve comportarsi scrupolosamente salvaguardando i propri interessi politici, economici e militari. Islamabad dovrebbe mantenersi lontana dai conflitti e invece svolgere un ruolo di mediazione sfruttando l’influenza cinese e russa nella regione per raffreddare la situazione. Sarebbe un grande servizio per la causa dell’Ummah musulmana. Nel mondo arabo l’asse statunitense-saudita ha creato lo SIIL lungo i rami della Via della Seta, cioè Kobaneh, Damasco, Baghdad e ora Yemen. Da sempre amico della Cina e partner della Via della Seta, il Pakistan dovrebbe non solo per garantire la stabilità dell’Asia del Sud, ma anche farsi avanti per garantire i rami della Via della Seta nel mondo arabo, accanto Iran e Russia. In questo momento il Medio Oriente, da Siria a Yemen, da Libia a Palestina, è un campo di battaglia, Pakistan e Iran possono svolgere un ruolo più importante nel mondo musulmano mentre il mondo multipolare osserva richiedendolo.

Conclusioni
Lo scopo del testo è spingere i politici a colmare il vuoto sul meccanismo efficace tra Stati multipolari e loro istituzioni, prendendo il caso siriano come esempio da seguire. La situazione ostile della Siria è una minaccia da Terza guerra mondiale. Con il Primo Ministro russo Dmitrij Medvedev che avvertiva il mondo di “una nuova guerra mondiale” se si attivassero i piani per invadere la Siria. In realtà la Russia ha dimostrato la presenza dell’esercito turco in Siria. A questo punto, la SCO dovrebbe fare un passo coraggioso, utilizzando tuttui i mezzi per evitare la guerra aiutando la Russia e il governo siriano nella soluzione politica pacifica. Anche se la Turchia viola la sovranità siriana, non sono favorevole all’espulsione dei turchi dalla SCO, d’altra parte la SCO può utilizzare tutti i canali diplomatici per spingere la Turchia a rispettare la sovranità siriana. Una risposta positiva turca verso la SCO sulla Siria sarebbe l’occasione per la Turchia di sbloccare le relazioni con la Russia.thumbs_b_c_e5cdaf055b473411fc4e33d63f09b362Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nella guerra invisibile

Rostislav Ishenko, RIA Novosti – South Front

Rostislav Ishenko risponde alla domanda su come la Russia ha potuto in venti anni, senza guerre e sconvolgimenti, risollevarsi dallo status di semi-colonia in disintegrazione a un leader mondiale.197666Gli “strateghi” da cucina che credono che un attacco nucleare massiccio sia il modo universale per risolvere qualsiasi problema di politica estera (anche quelli più gravi che portano al confronto militare) sono sempre più contrariati dall’approccio moderato adottato dalla leadership russa nella crisi turca. Considerano insufficiente la partecipazione militare russa diretta nel conflitto siriano. Le azioni di Mosca sulla questione ucraina neanche li aggradano. Ma nessuno ha cercato di rispondere a una sola domanda semplice. Com’è che la Russia, un giorno, poteva non solo contrastare attivamente la potenza egemone globale, ma escluderla a tutti gli effetti?

Perché ora
Dopo tutto, alla fine degli anni ’90, la Russia era un Paese da Terzo Mondo in senso economico e finanziario. Una ribellione anti-oligarchica era in vista nel Paese, coinvolto in una guerra senza fine e senza speranza in Cecenia che dilagava in Daghestan. La sicurezza del Paese era garantita solo dall’arsenale nucleare da quando l’esercito non aveva personale qualificato sufficiente o attrezzature moderne per una seria operazione ai propri confini. Gli aerei non volavano e le navi non navigavano. Naturalmente, chiunque può spiegare come l’industria, anche della difesa, gradualmente si riprese, mentre la situazione nel Paese si stabilizzava con un tenore di vita migliore e la modernizzazione dell’esercito. Ma la questione chiave qui non è chi fece di più per ripristinare le forze armate russe: Shojgu, Serdjukov o lo Stato Maggiore. Non chi sia stato l’economista migliore, Glazev o Kudrin, e se ancora altro denaro avrebbe potuto essere speso nei programmi sociali. La principale incognita in questo compito era il momento. Dove potemmo prenderne o, più precisamente, perché gli USA concessero alla Russia il tempo di prepararsi a respingerne l’assalto, rafforzare i muscoli economici e militari, annientare la lobby pro-USA tra politici e media coltivata con così cura dal dipartimento di Stato? Perché il confronto aperto in cui chiaramente sconfiggiamo Washington non iniziò 10-15 anni fa, quando la Russia non aveva alcuna possibilità di sopravvivere alle sanzioni? Perché in realtà gli Stati Uniti adottarono la politica d’istituire regimi fantoccio nella sfera post-sovietico, anche a Mosca, che doveva essere una delle tante capitali della Russia disintegrata già alla fine degli anni ’90.

Il sano conservatorismo del corpo diplomatico
Le fondamenta degli attuali successi militari e politici furono per decenni nell’invisibile fronte diplomatico. Il Ministero degli Affari Esteri (MAE) fu una delle prime agenzie centrali a superare il caos amministrativo derivante dal crollo degli inizi degli anni ’90. Nel 1996 Evgenij Maksimovich Primakov divenne Ministro degli Esteri e rientrò dal volo verso gli Stati Uniti protestando contro l’aggressione statunitense alla Jugoslavia, compiendo la svolta della politica estera della Russia che non avrebbe mai più obbedito agli Stati Uniti. Due anni e mezzo dopo consigliò Igor Sergeevic Ivanov che lentamente, quasi impercettibilmente, ma inesorabilmente rafforzava l’indipendenza della diplomazia russa. Ivanov fu sostituito nel 2004 al ministero da Sergej Viktorovich Lavrov sotto il cui mandato il MAE russo acquisì risorse sufficienti per passare dalla difensiva a una postura offensiva. Dei tre ministri, solo Ivanov ebbe la Stella d’Eroe della Russia, ma sono sicuro che il suo predecessore e il suo successore la meritino pure. Il rapido ripristino dell’efficacia del MAE fu facilitato da tradizionale mentalità di casta e sano conservatorismo del corpo diplomatico, dal contegno esternamente affettato e il rispetto delle tradizioni per cui i diplomatici sono spesso criticati. I modi di Kozyrev non “s’imposero” nel MAE, perché non trovarono terreno fertile.

Fase di consolidamento interno
Ma torniamo al 1996. La Russia era affondata nel baratro economico e ancora sperimentava il default del 1998. Gli Stati Uniti ignoravano apertamente il diritto internazionale e minavano le strutture internazionali con azioni arbitrarie e unilaterali. NATO e UE si preparavano ad avanzare ai confini della Russia. Non c’era modo di rispondere. La Russia (proprio come l’URSS) poteva distruggere qualsiasi aggressore in 20 minuti, ma nessuno voleva farle guerra. Qualsiasi deviazione dalla “linea del partito” di Washington ed ogni tentativo di condurre una politica estera indipendente avrebbe causato lo strangolamento economico e, di conseguenza, la destabilizzazione interna mentre il Paese era completamente dipendente dai crediti occidentali. La situazione fu resa ancora più difficile dal governo dell’élite compradora filo-USA (non diversamente dall’Ucraina attuale), e i compradores erano in lotta contro la patriottica “leva Putin” della burocrazia dal 2004-2005. L’ultimo colpo di coda dei compradores agonizzanti fu la tentata sovversione di piazza Bolotnaja nel 2011. Ma cosa sarebbe successo nel 2000, quando avevano un vantaggio schiacciante? Le autorità russe avevano bisogno di tempo per consolidarsi, ripristinando sistemi economici e finanziari, garantendo e rafforzando l’autosufficienza e l’indipendenza dall’occidente, ripristinando potenza e forze armate moderne. Infine, la Russia aveva bisogno di alleati. I diplomatici affrontavano un compito praticamente impossibile. Dovevano seguire inflessibilmente le questioni di principio, mentre allo stesso tempo consolidavano la sfera post-sovietica della Russia, stabilire alleanze con i governi in opposizione agli Stati Uniti e, quando possibile, sostenerli dando l’illusione favorevole a Washington di una Russia debole e disponibile a concessioni strategiche.47493L’illusione della debolezza della Russia
L’efficacia con cui tale compito fu svolto è testimoniato dai miti che ancora persistono tra gli analisti occidentali e gli “oppositori” pro-USA russi. Per esempio, se la Russia è contro certo teppismo internazionale occidentale, è “un bluff per salvare faccia” perché le élite russe “sono completamente dipendenti dall’occidente, perché è lì che si trova il loro denaro”, o “la Russia abbandona gli alleati”. Per inciso, i miti sui “missili arrugginiti che non possono volare”, “soldati affamati che costruiscono le ville dei generali” ed “economia a pezzi” sono stati dissipati. Solo gli attori marginali incapaci di aver paura quanto di percepire oggettivamente la realtà, ancora ci credono. L’illusione su debolezza e sottomissione hanno reso sicuro di sé l’occidente sulla questione della Russia, impedendogli di affrettarsi a lanciare l’attacco politico e militare diretto a Mosca, dando così alla leadership russa la sua principale risorsa, il tempo necessario per completare le riforme. Naturalmente non c’è mai troppo tempo e avrebbe preferito rimandare il confronto diretto con gli Stati Uniti, iniziato nel 2012-2013, per almeno tre-cinque anni o addirittura evitandolo del tutto; comunque i diplomatici diedero al Paese 12-15 anni, molto tempo nel mondo in rapida evoluzione. Sulla diplomazia russa in Ucraina, per mancanza di spazio, cito solo un esempio, ma molto caratteristico, riflettendo sulla situazione politica attuale. La Russia è ancora accusata di non opporsi sufficientemente agli Stati Uniti in Ucraina, di non crearvi una “quinta colonna” pro-russa sconfiggendo i pro-statunitensi, di collaborare con le élite e non col popolo, ecc. Facciamo il punto della situazione dalla visuale dei fatti e non dei pii desideri. Con tutto il rispetto per i popoli, sono le élite che definiscono la politica dello Stato. Le élite dell’Ucraina sono e sono rimaste anti-russe in ogni aspetto. La differenza è solo che l’élite nazionalista (divenuta gradualmente nazista) è apertamente russofoba, mentre l’élite l’economica (compradora, oligarchica) era semplicemente filo-occidentale ma non aveva nulla contro i legami economici con la Russia, da cui traeva profitto. Si ricordi, fu il partito apparentemente filo-russo delle Regioni che si vantava di non consentire affari con i russi nel Donbas. Furono loro che cercarono di convincere tutti di essere “eurointegrazionisti” migliori dei nazionalisti. Fu il regime di Janukovich-Azarov che creò il confronto economico del 2013 con la Russia chiedendo, a dispetto della firma dell’accordo di associazione dell’Ucraina con l’UE, che Mosca non solo conservasse ma rafforzasse il trattamento preferenziale di cui godeva l’economia dell’Ucraina. Alla fine, fu Janukovich e i suoi compagni del Partito delle Regioni che materialmente sostennero i nazisti, facendoli divenire da movimento emarginato in un serio movimento politico, quando ebbero il potere assoluto (2010-2013), mentre allo stesso tempo fecero di tutto per sopprimere le attività organizzative ed informative filo-russe (per non parlare della politica). Il Partito Comunista d’Ucraina che conservava una retorica filo-russa, non tentò mai di mantenere il potere e in realtà adottò un’opposizione leale, rinviando agli oligarchi e vanificando ogni protesta. In tali condizioni, qualsiasi tentativo russo di lavorare con ONG o stabilire dei media filo-russi sarebbe stato interpretato quale violazione della prerogativa oligarchica ucraina di avere il monopolio sul saccheggio del Paese, accelerando inoltre la deriva occidentale dell’Ucraina, che Kiev vedeva quale contrappeso alla Russia. Gli Stati Uniti avrebbero abbastanza ragionevolmente interpretato tali mosse come avvio dalla Russia del confronto e avrebbero risposto intensificando gli sforzi per destabilizzare la Russia dall’interno, sostenendo le élite filo-occidentali nell’ambito post-sovietico.
La Russia non era pronta al confronto aperto nel 2000 o 2004. Anche se questo è accaduto nel 2013 (contro la volontà di Mosca), la Russia aveva bisogno di due anni per mobilitare le risorse necessarie per dare una forte risposta in Siria. L’élite di questo Paese, a differenza dell’Ucraina, ha respinto ogni possibilità di seguire l’occidente fin dall’inizio. Perciò la diplomazia russa perseguì due compiti principali per 12 anni, dall’operazione “Ucraina senza Kuchma”, primo tentativo fallito di colpo di Stato pro-USA in Ucraina, al febbraio 2013. Il primo fu mantenere l’Ucraina in equilibrio instabile. Il secondo convincere le élite dell’Ucraina che è l’occidente a minacciarne il benessere, mentre l’orientamento verso la Russia è l’unico modo per stabilizzare il Paese e conservarvi la posizione delle élite. Il primo compito fu adempiuto come pochi altri. Gli Stati Uniti spinsero l’Ucraina ad abbandonare la politica multi-vettoriale diventando l’ariete contro la Russia solo nei primi mesi del 2013, e anche allora, solo dopo aver speso molto tempo e denaro per creare un regime internamente conflittuale ed incapace di un’indipendenza senza il crescente supporto materiale degli Stati Uniti. Invece di utilizzare l’Ucraina come risorsa, gli Stati Uniti sono costretti a spendervi il proprio patrimonio per prolungare l’agonia dello Stato ucraino, distrutto dal colpo di Stato. Il secondo compito non fu adempiuto per motivi indipendenti dalla volontà delle autorità russe. Le élite dell’Ucraina non furono all’altezza del compito, incapaci di pensiero strategico, di valutare costi e benefici, e prigioniere di due miti. Il primo è che l’occidente avrebbe facilmente sconfitto la Russia e condiviso il bottino con l’Ucraina. Il secondo che non c’era bisogno di alcun sforzo particolare, oltre ad avere una stridul posa a anti-russa, per vivere bene (con l’occidente che paga le bollette). Di fronte alla scelta di volgersi verso la Russia o stare con l’occidente e morire, l’élite dell’Ucraina ha deciso di morire. Ma la diplomazia russa ha potuto trarre dei benefici dall’autodistruzione dell’élite ucraina. Escludendo il confronto con il regime ucraino e dopo aver imposto un negoziato prolungato con Kiev e occidente, e la concomitante guerra civile al rallentatore, ha escluso gli Stati Uniti dal formato di Minsk, sfruttando le differenze UE-USA e fatto dell’Ucraina un problema dell’occidente. Di conseguenza, il consolidato asse Washington-Bruxelles è crollato. I politici europei che contavano su una guerra lampo diplomatica erano impreparati a un lungo confronto. L’economia europea non era all’altezza e gli Stati Uniti non potevano permettersi di mantenere Kiev.
Oggi, dopo un anno e mezzo di sforzi, la Vecchia Europa (Francia e Germania), che decide le politiche dell’UE ha abbandonato l’Ucraina e cerca un modo di tendere la mano alla Russia a danno dei quasi-Stati pro-USA (Polonia e Paesi Baltici). Anche Varsavia, l’ex-“portavoce” di Kiev nell’UE, allude apertamente (non ufficialmente ancora) alla possibilità di partizione dell’Ucraina, avendo perso fiducia nella capacità di Kiev di mantenere il Paese. La comunità politica ucraina è sempre più isterica sul “tradimento dell’Europa”. L’ex-primo governatore della Regione Donetsk (o ciò che il regime nazista pensa che sia) ed oligarca Sergej Taruta dice che il Paese ha 8 mesi di vita. L’oligarca Dmitrij Firtash (noto ago della bilancia in Ucraina) predice il collasso per la primavera del 2016. E tutto questo fu svolto in silenzio e in modo invisibile dalla diplomazia russa senza affidarsi a colonne di carri armati e bombardieri strategici. Ha potuto farlo scontrandosi frontalmente con l’intero blocco degli Stati economicamente, militarmente e politicamente più potenti del pianeta, pur partendo da una posizione inizialmente debole e con alleati non sempre felici della crescente potenza della Russia.prim_de9afLo slancio in Medio Oriente
La Russia contemporaneamente ritornava in Medio Oriente, preservando ed espandendo i piani d’integrazione post-sovietici (Unione economica eurasiatica), sviluppando un piano d’integrazione eurasiatica (Shanghai Cooperation Organization) in collaborazione con la Cina, e lavorando nel quadro BRICS su un piano d’integrazione globale. Il formato dell’articolo rende purtroppo impossibile discutere tutte le operazioni strategiche effettuate dalla diplomazia russa in quasi 12 anni (da Primakov ad oggi). Ciò richiederebbe un’opera in più volumi. Ma chiunque cerchi di rispondere alla domanda su come la Russia sia potuta elevarsi da semi-colonia al collasso a leader globale riconosciuto deve ammettere il contributo delle centinaia di persone di piazza Smolensk. Le cui attività evitano pubblicità, rumore, sangue e vittime, ma producono risultati paragonabili a quello che si potevano realizzare in anni di guerra con eserciti di milioni di soldati.325346247247.siTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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