Non si parla più di lasciare la Novorossija all’Ucraina

ArgumentiCassad 8 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Nel giornale del Generale Kanchukov ho trovato un’intervista all’ex-generale del SVR Reshetnikov, che ora guida il centro di analisi RISR.Post-Soviet spaceNella periferia nord di Mosca, sotto la protezione affidabile delle truppe interne, è nascosto l’istituto, in passato segreto, del Servizio d”intelligence Estera. Le lettere d’oro “Istituto di ricerca strategica russo” ora risaltano sulla facciata. Ma il nome pacifico non confonde i consapevoli, più di duecento dipendenti vi forgiano lo scudo analitico della Patria. Ci sarà una nuova guerra nel sud-est dell’Ucraina? Chi c’è dietro il presidente degli Stati Uniti? Perché così tanti nostri funzionari sono definiti agenti d’influenza? A queste e altre domande di “AN” ha risposto il direttore del RISR, l’ex-Tenente-Generale Leonid Reshetnikov.

Rivali nello stesso campo
Avete una “copertura” seria, il SVR. Perché declassificarvi improvvisamente?
Anzi, eravamo un istituto vicino all’intelligence, per lo più specializzato nell’analisi delle informazioni disponibili sull’estero. Cioè, le informazioni necessarie non solo al servizio d’intelligence, ma anche alle strutture che decidono la politica estera del Paese. Stranamente, non ci sono centri di analisi simili nell’amministrazione del presidente russo. Anche se ci sono molte “istituzioni” con soli direttore, segretaria e moglie del direttore che lavora come analista. La PA aveva grave carenza di specialisti e quindi il servizio d’intelligence ha dovuto condividerli. Oggi il nostro fondatore è il Presidente della Russia, e tutte le richieste governative per la ricerca sono firmate dal capo dell’amministrazione Sergej Ivanov.

Quanto sono richieste le vostre analisi? Perché siamo un Paese di carta: tutti scrivono molto, ma alla fine che influenzano hanno?
A volte vediamo azioni che riecheggiano le nostre analisi. A volte è impressionante quando si avanzano certe idee che poi diventano tendenza nell’opinione pubblica russa. E’ chiaro che molte direttive sono pronte ad essere adottate.

Qualcosa di simile avviene negli Stati Uniti con il centro di analisi Stratfor e il centro di ricerca strategico RAND Corporation. Chi di voi è “più di tendenza”?
Quando, dopo il passaggio alla PA nell’aprile 2009, abbiamo creato il nuovo statuto dell’Istituto, come suggerimento ci dissero di prenderli ad esempio. Allora pensai “se ci finanziate come Stratfor o RAND Corporation sono finanziate, allora batteremo tutte queste società di analisi straniere”. Perché gli analisti russi sono i più forti del mondo. Ancor di più gli specialisti regionali, che hanno cervelli incontaminati e più “freschi”. Posso parlarne con fiducia, ho 33 anni di esperienza di lavoro analitico. Prima al Primo Direttorato del KGB dell’URSS e poi la Servizio d’Intelligence Estero.

ONG, ONG, dove ci portano
E’ noto che RAND Corporation ha sviluppato il piano dell’ATO nel sud-est dell’Ucraina. Il vostro istituto fornisce informazioni sull’Ucraina, in particolare sulla Crimea?
Naturalmente. In linea di principio solo due istituti studiano l’Ucraina: RISR ed Istituto dei Paesi della CSI di Konstantin Zatulin. Fin dall’inizio del nostro lavoro abbiamo scritto documenti analitici sulla crescita del sentimento anti-russo in Ucraina e il rafforzamento del sentimento filo-russo in Crimea. Abbiamo analizzato le azioni delle autorità ucraine. Ma non abbiamo fornito dati allarmisti, tutto è perduto, anzi, abbiamo aumentato l’attenzione al problema. Abbiamo proposto d’intensificare significativamente il lavoro delle organizzazioni non governative (ONG) pro-russe, d’intensificare come ora dice la pressione politica del “soft power”.

Con un ambasciatore come Zurabov non abbiamo nemmeno bisogno di nemici!
Il lavoro di qualsiasi ambasciata e qualsiasi ambasciatore è soggetto ad una serie di limitazioni. Un passo fuori, ed è uno scandalo. Inoltre, c’è un problema enorme con il personale professionale del Paese, non solo nella diplomazia. In qualche modo abbiamo esaurito le scorte, pochissime persone brave, dopo una forte rotazione, rimangono nel servizio governativo. E’ difficile sopravvalutare il ruolo delle ONG. Le rivoluzioni colorate ne sono un chiaro esempio, venendo fomentate in primo luogo dalle organizzazioni non governative statunitensi. Ciò è accaduto anche in Ucraina. Purtroppo, di fatto nessuna attenzione è stata dedicata a creare e sostenere organizzazioni simili agenti a nostro favore. Se funzionassero, allora potremmo sostituire dieci ambasciate e dieci ambasciatori, anche molto intelligenti. Ora la situazione comincia a cambiare, a seguito di un ordine diretto del presidente. Speriamo che i subalterni non vanifichino gli sviluppi.

Se domani ci sarà la guerra
Come pensa che si svilupperanno gli eventi in Novorossija in primavera ed estate? Ci sarà una nuova campagna militare?
Purtroppo, la probabilità è molto alta. Solo un anno fa, l’idea di federalizzare l’Ucraina era praticabile. Ma ora Kiev ha bisogno della guerra, di uno Stato unitario per diversi motivi. Il principale è che il Paese è guidato da persone ideologicamente anti-russe, non semplicemente subordinate a Washington, ma comprate e pagate da quelle forze che si nascondono dietro il governo degli Stati Uniti.

Cosa vuole questo famigerato “governo mondiale”?
E’ più facile dire ciò di cui non ha bisogno: non ha bisogno di un’Ucraina federale, che sarebbe difficile da controllare. Sarebbe impossibile schierarvi le loro basi militari, un nuovo scaglione dell’ABM. Ci sono tali piani. Da Lugansk e Kharkov i missili da crociera tattici possono superare gli Urali, dove si trovano le nostre principali forze di deterrenza nucleare. E possono colpire i missili balistici nei silos e mobili in fase di decollo, con una probabilità del 100%. Attualmente questa zona non è raggiungibile né dalla Polonia, né dalla Turchia, né dal Sud-Est asiatico. Questo è l’obiettivo principale. Così gli Stati Uniti combattono nel Donbas fino all’ultimo ucraino.

Quindi non si tratta dei giacimenti di gas di scisto trovati in questo territorio?
Il loro principale obiettivo strategico è un’Ucraina unita sotto il loro pieno controllo, per combattere la Russia. Il gas di scisto o le terre coltivabili sono solo un piacevole di più. Un vantaggio collaterale. Più il grave attacco al nostro CMI spezzando i collegamenti tra i CMI di Ucraina e Russia. Questo è già stato compiuto.

Ci hanno giocato: il nostro “figlio di puttana” Janukovich è dovuto fuggire con l’aiuto degli Spetsnaz e Washington a collocato i suoi “figli di puttana”?
Dal punto strategico-militare, ovviamente ci hanno spiazzato. La Russia ha “compensato” con la Crimea. C’è “compensazione” con la resistenza dei residenti del sud-est dell’Ucraina. Ma il nemico ha già strappato un ampio territorio che faceva parte dell’Unione Sovietica e dell’impero russo.

Cosa vedremo in Ucraina quest’anno?
Il processo di semi-disgregazione o addirittura la disintegrazione assoluta. Molti restano ancora muti di fronte al nazismo autentico. Ma chi capisce che Ucraina e Russia sono fortemente legate non ha detto ancora l’ultima parola. Non a Odessa, non a Kharkov, non a Zaporozhe e non a Chernigov. Questo silenzio non sarà eterno e il coperchio del calderone sarà inevitabilmente spazzato via.

E come i rapporti tra Novorossija e resto dell’Ucraina si svilupperanno?
Vi è uno scenario poco probabile stile Transnistria. Ma non ci credo, il territorio di RPD e RPL è molto più grande, milioni di persone sono state già risucchiate dalla guerra. Per ora la Russia può ancora convincere i leader delle milizie ad impegnarsi in tregue temporanee. Ma appunto temporanee. Non vi è alcun discussione sul ritorno della Novorossija all’Ucraina. Il popolo del sud-est non vuole essere ucraino.

Quindi, se il nostro Paese è isolato a livello globale a causa della riunificazione con la Crimea, perché non prendiamo tutto il sud-est? Quanta ipocrisia può esservi?
Penso che sia troppo presto per prenderlo, ancora. Sottovalutiamo la consapevolezza del nostro presidente, che sa che ci sono alcuni processi in Europa che non sono chiaramente visibili agli osservatori esterni. Tali processi fanno sperare che potremo proteggere i nostri interessi con metodi e mezzi differenti.

Feb16DoneUn fronte, ma non una linea del fronte
Con il flusso di informazioni sull’Ucraina ci dimentichiamo la crescita esplosiva dell’estremismo religioso in Asia centrale…
Si tratta di una tendenza estremamente pericolosa per il nostro Paese. La situazione in Tagikistan è molto difficile. La situazione in Kirghizistan è instabile. Ma il Turkmenistan potrebbe diventare la direzione del primo colpo, proprio come “AN” ha scritto. In qualche modo lo dimentichiamo, perché Ashkhabad è isolata. Ma questo “palazzo” potrebbe cadere prima. Avrà la forza di resistere? Oppure potremo intervenire in un Paese che resta piuttosto distante da noi? Quindi, tale direzione è difficile. E non solo per le infiltrazioni nella regione dei militanti dello “Stato islamico”. Secondo gli ultimi dati, Stati Uniti e NATO non hanno intenzione di lasciare l’Afghanistan e vi manterranno le loro basi. Dal punto di vista militare, cinque o diecimila soldati che rimangono possono essere portati a 50-100mila in un mese. Questa è una parte del piano generale per circondare e premere sulla Russia, ideato dagli Stati Uniti con l’obiettivo di deporre il Presidente Vladimir Putin e spezzare il Paese. Un profano, ovviamente, non ci crederebbe, ma chi ha accesso a grandi quantità di informazioni, lo sa molto bene.

Quale confine sarà violato?
In primo luogo hanno in programma d’isolarci semplicemente laddove è “facile”. Non importa dove: Kaliningrad, Caucaso del Nord o Estremo Oriente. Questo servirà da detonatore di un processo che può intensificarsi, Non è mera propaganda, ma un’idea reale. Tale pressione da ovest (Ucraina) e sud (Asia centrale) potrà solo crescere. Cercano di penetrare attraverso le porte occidentali, ma sonderanno anche quelle meridionali.

Qual è la direzione strategica più pericolosa per noi?
La direzione meridionale è molto pericolosa. Ma per ora gli Stati cuscinetto, le repubbliche ex-sovietiche dell’Asia centrale, esistono ancora e a occidente la guerra è già alle porte… In effetti, sul nostro territorio. Attualmente non c’è un bagno di sangue tra ucraini e russi ma piuttosto una guerra tra sistemi globali. Alcuni pensano di “essere l’Europa”, altri di essere la Russia. Perché il nostro Paese non è solo un territorio, è una civiltà distinta ed enorme, che ha la propria visione dell’ordine globale del mondo. In primo luogo, ovviamente, questo fu l’impero russo, esempio della civiltà orientale-ortodossa. I bolscevichi lo distrussero, ma crearono una nuova idea di civiltà. Una terza è ormai molto vicina. La vedremo entro 5-6 anni.

Cosa sarà?
Penso che sarà una simbiosi di quelle precedenti. E i nostri “colleghi giurati” lo capiscono perfettamente. Ecco perché è iniziato l’attacco da tutti i lati.

Cioè, la lotta congiunta russo-statunitense contro il terrorismo, in particolare, contro il SIIL, è una finzione?
Naturalmente. Gli USA creano, finanziano e addestrano i terroristi e poi danno l’ordine alla banda: “prendete”. Forse si può sparare a un “cane rabbioso” nella banda, ma gli altri cani saranno ancora più attivi.

Satana guida le danze
Leonid Petrovich, pensa che gli Stati Uniti e i loro presidenti siano solo uno strumento. Chi pensa ne decida la politica?
Ci sono comunità di persone sconosciute al grande pubblico che scelgono non solo i presidenti statunitensi, ma anche decidono le regole del “grande gioco”. In particolare, queste sono le società finanziarie transnazionali. Ma non solo. Attualmente vi è un processo continuo per riformattare il sistema economico e finanziario mondiale. Chiaramente, c’è un tentativo di ripensare l’intera struttura del capitalismo senza rigettarlo. La politica estera è soggetta a rapidi cambiamenti. Gli Stati Uniti improvvisamente hanno abbandonato Israele, il loro principale alleato in Medio Oriente per migliorare le relazioni con l’Iran. Forse perché oggi Teheran è più preziosa e più importante di Tel-Aviv? Perché è vicino alla Russia. Queste forze segrete hanno l’obiettivo di liquidare il nostro Paese come serio attore sulla scena mondiale. Perché la Russia è una civiltà alternativa a tutto l’occidente. Inoltre, vi è la crescita esplosiva del sentimento anti-americano nel mondo. In Ungheria, dove le forze conservatrici sono al potere, e in Grecia dove la sinistra, forza diametralmente opposta, sono effettivamente uniti e “contrari” agli Stati Uniti che s’impongono all’Europa. Ci sono “contrari” anche in Italia, Austria, Francia, e così via. Se la Russia resiste sulla sua terra, processi sfavorevoli alle forze che cercano il dominio globale inizieranno in Europa. E tali forze lo capiscono perfettamente.

Alcuni leader europei già si lamentano che gli Stati Uniti li abbiano costretti alle sanzioni. L’Europa si può liberare dall'”amichevole” abbraccio statunitense?
Mai. Gli USA hanno diverse catene: la zecca della Federal Reserve, la minaccia di rivoluzioni colorate e l’eliminazione fisica dei politici indesiderati.

Esagerate sull’eliminazione fisica?
Niente affatto. La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti non è nemmeno un servizio d’intelligence dai compiti tradizionali. Il PGU del KGB o il SVR della RF sono servizi segreti classici: raccolta di informazioni ed informare i vertici del Paese. Nella CIA le caratteristiche tradizionali dell’intelligence sono gli ultimi dei suoi problemi. Gli obiettivi principali sono: eliminazione, anche fisica, dei politici e organizzazione dei colpi di Stato. E lo fanno ora. Dopo la perdita del sottomarino Kursk, il direttore della CIA George Tenet ci visitò. Mi fu chiesto d’incontrarlo all’aeroporto. Tenet era lento ad uscire dal velivolo, ma era aperto, così potei sbirciare dentro il suo Hercules, era un quartier generale volante, centro di calcolo operativo pieno di attrezzature e sistemi di comunicazione in grado di monitorare e rispondere alla situazione in tutto il mondo. La delegazione che l’accompagnava era di venti persone. Quanto a noi, voliamo su voli regolari in squadre di 2-5 persone. Si può sentire la differenza, per così dire.

A proposito, riguardo l’intelligence. Ancora una volta si parla del ripristino del servizio d’intelligence russo unico, unendo SVR e FSB. Che ne pensa?
Sono molto negativo. Se combiniamo i due servizi speciali, intelligence straniera e contro-intelligence, allora avremo una fonte di informazione per i vertici del Paese invece che due. Quindi, la persona che presiede questa “fonte di informazioni” ha il monopolio, e può manipolarle per raggiungere un certo obiettivo. In URSS le manipolazioni informative del KGB erano evidenti anche al capitano Reshetnikov. A un presidente, uno zar o un primo ministro, non importa come si chiama il primo funzionario, è vantaggioso avere diverse fonti d’intelligence indipendenti. Altrimenti diventa ostaggio di un certo leader della struttura o della struttura stessa. È molto pericoloso. Gli autori di questa idea pensano che diverremo più forti dopo l’unificazione. Invece, ci creeremo delle minacce.

Dove sono le trappole?
E ora passiamo dalle teorie del complotto globale ai nostri affari. Come si può passre da funzionario che non sa ciò che fa ad agente d’influenza che sa quello che fa?
Non ci sono così tanti agenti di influenza importanti nel mondo come molti pensano. Adottare o meno gravi decisioni strategiche contro gli interessi del proprio Paese, viene di solito deciso da, per così dire, agenti ideologici. Costoro sono tra i nostri funzionari finiti coll’occupare posizioni ai vertici della nazione, ma la cui anima è in occidente. Non c’è bisogno di arruolarli o comandarli. Per costoro tutto ciò che avviene “là” è la massima realizzazione della civiltà. E qui siamo nella “sporca” Russia. Non legano il futuro dei loro figli, che inviano all’estero, al Paese. E questo è un indicatore serio di conti in banche estere. A tali “compagni” sinceramente non piace la Russia, il cui “sviluppo” controllano.

Ha appena ritratto alcuni dei nostri ministri con estrema precisione. Come passeremo il 2015 con costoro?
Quest’anno, con loro o senza di loro, sarà difficile. Molto probabilmente, neanche il prossimo anno sarà facile. Ma dopo la nuova Russia andrà avanti con fiducia.

2014-ukraine-crisis-mapTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Mentre lo cercavano ovunque, Putin guidava una rivoluzione silenziosa

PolitRussiaReseau International 5 aprile 2015EEU-kashagan.today_-938x535Sono sempre sorpreso dalle teorie cospirative sul nostro presidente. Putin è un uomo politico unico, è estremamente sincero; sincero per quanto possibile date le limitazioni del capo di una superpotenza nucleare. Lo stile comunicativo di Putin ha inevitabilmente un forte impatto sul lavoro dei suoi subordinati. Così, quando Peskov disse in diretta su Eco di Mosca che “L’ordine del giorno è ormai molto fitto, soprattutto per la crisi. Attualmente vi sono comunicazioni continue tra governo, imprese pubbliche e naturalmente banche, ci vuole tempo“, e ciò andrebbe considerato come il più affidabile. Non è necessario fare appello alle teorie del complotto quando economicamente in Russia e all’estero, vi sono cambiamenti realmente rivoluzionari. Perché i media vi prestano così poca attenzione? È un altro problema su cui torneremo. Allora cos’è successo nell’economia internazionale e russa durante la “scomparsa” dagli schermi televisivi di Putin?
1. La Cina ha annunciato la creazione di un proprio sistema di pagamento interbancario, analogo al SWIFT, entro la fine del 2015. Dicembre 2015 – gennaio 2016 sarà il momento in cui la guerra economica tra Stati Uniti e resto del mondo entrerà nella fase attiva.
2. Putin ha incaricato il Ministero delle Finanze e la Banca centrale di sviluppare un piano per finanziare la costruzione di centrali elettriche in Crimea. Secondo il Ministro dell’Energia Novak: “La Banca centrale in questo caso ci permette di eseguire un’operazione finanziaria per fornire liquidità alle banche creditrici… Una richiesta è stata presentata a Banca Centrale e Ministero delle Finanze per preparare e presentare un piano finanziario… per il pagamento degli interessi sui prestiti, per circa 80 miliardi di rubli”. Secondo la Costituzione (durante la colonizzazione occidentale negli anni ’90 – Kristina Rus) Putin (o Medvedev) non avrebbero avuto diritto d’impartire istruzioni alla Banca centrale. La banca centrale è indipendente ma si scopre che in realtà non lo è affatto. Se l’ordine del presidente viene eseguito come indicato da Novak (la Banca Centrale finanzia le banche che finanziano le società russa per la costruzione di centrali elettriche in Crimea), allora avremo ciò che i patrioti di tutti i tipi hanno a lungo chiesto: la Banca centrale che finanzia lo sviluppo economico del proprio Paese. Una rivoluzione. Una rivoluzione silenziosa. Inoltre, mutui e prestiti agricoli saranno sovvenzionati, un altro grande successo.
3. Dopo l’approvazione da parte del Governo, la Banca centrale del Kazakistan ha annunciato un piano per la de-dollarizzazione dell’economia entro la fine del 2016. L’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’instabilità macroeconomica creata dalla valuta statunitense. Nazarbaev è un politico dalla grande intuizione e con seri legami con Pechino e Mosca. L’approvazione definitiva ed immediata della politica di de-dollarizzazione è un chiaro segnale della posizione del Kazakhstan nell’ambito dell’acuto scontro economico imminente.
4. Il 10 marzo 2015, il Presidente Putin ha incaricato la Banca centrale della Federazione russa e il governo a determinare la fattibilità della creazione di un’unione monetaria dell’UEE (Unione eurasiatica). RIA Novosti ha rivelato che la nuova valuta dell’UEE, Altyn (o Evraz) potrebbe apparire nel 2016.
5. Goldman Sachs, una delle maggiori banche degli Stati Uniti, controllore occulto della FED e “portfolio” dell’élite mondiale che Khazin chiama “agenti di Rothschild”, ha fatto una previsione… raccomandando l’acquisto di obbligazioni russe. Si, avete letto bene: acquistare obbligazioni russe! La massima banca degli USA consiglia l’acquisto di titoli del Paese che secondo Obama avrebbe l’economia “a pezzi!”
6. La Gran Bretagna desidera entrare nel capitale della Banca di investimenti infrastrutturali asiatica, l’istituzione finanziaria internazionale che la Cina ha fondato per contrapporsi e sostituire la Banca Mondiale controllata dagli Stati Uniti. Un affronto mondiale di Londra verso Washington. La reazione di Washington ricorda la reazione di uno zoticone razzista che sorprende la moglie inglese a letto con l’amichetto cinese: furiosa. Un alto funzionario dell’amministrazione Obama ha detto al Financial Times che l’iniziativa inglese di entrare nel piano del capitale cinese “non è il modo migliore di comportarsi con una potenza emergente“. “La potenza emergente” per gli Stati Uniti traditi è la Cina! La cosa interessante è che Londra non s’è presa nemmeno la briga di rispondere all’indignazione di Washington.
In questo contesto, è facile vedere quanto Putin sia occupato. Ha domato la Banca centrale e ha mantenuto i contatti internazionali e fatto sì che la Russia sia al vertice quando le tensioni nel conflitto economico globale saranno finite. Fin qui tutto bene. La vittoria sarà nostra.

Valuta dell’UEE e de-dollarizzazione
Viktoria Panfilova New Eastern Outlook 02/04/2015

7F4AFBA6-5772-4E2B-901B-DE7B3F2062CF_mw1024_s_nL’unione monetaria è la conclusione logica del processo d’integrazione tra Russia, Kazakistan e Bielorussia nell’Unione economica eurasiatica (EEU), portando l’economia eurasiatica a nuovi livelli. La moneta unica, eventualmente chiamata Altyn, diverrà la base per la formazione di un mercato e forse anche di un’economia unificati. Il presidente russo Vladimir Putin avanzava la proposta di creare l’unione monetaria nel corso di una visita ad Astana. Il leader russo ritiene che l’introduzione della nuova moneta, il prossimo anno, proteggerà l’economia dell’UEE. Non è un’idea nuova, però. L’iniziativa d’introdurre una moneta unica appartiene al presidente kazako Nursultan Nazarbaev. Ne parlò per la prima volta nel 2003, sottolineando che dovrebbe essere la moneta sovranazionale dei Paesi dell’Unione doganale, Russia, Bielorussia e Kazakistan. Nazarbaev propose, allora, di chiamarla Altyn e furono ideati i prototipi delle banconote. Ma l’idea, anche se sostenuta dai leader dell’Unione doganale, fu in realtà promossa piuttosto debolmente. Inoltre, quando l’accordo fu firmato creando l’UEE nel maggio 2014, l’emissione della banconota fu rinviata al 2025, assieme all’istituzione della Banca Centrale dell’UEE. Così, i leader si occupano dell’attuazione degli accordi immediati. Alla fine del 2015 tutte le barriere nel mercato dei beni saranno rimossi. Dal 2016 si prevede che sarà creato un mercato unico per i beni medici e i farmaci. Saranno risolti i problemi sul mercato dell’alcool e si prevede che tutte le questioni del mercato dell’energia saranno risolte entro il 2019. E già dal 2025 verrà creato il mercato unico del petrolio e gas. La creazione di un mercato dei servizi finanziari è la fase finale. L’accordo sulla creazione di un organismo multifunzionale per la regolamentazione dei mercati finanziari si prevede sia firmato nel 2025, e solo dopo il completamento di queste fasi la moneta unica verrà introdotta. Così ha detto Saadat Asanseitova, direttore del Dipartimento per l’Integrazione della Commissione economica eurasiatica. La moneta unica dovrebbe aumentare il potenziale delle esportazioni totali dell’UEE. Allo stesso tempo, l’analista dei mercati dell’IFC Dimitrij Lukashev ritiene che l’introduzione dell’Altyn sia abbastanza fattibile. Russia, Bielorussia e Kazakistan ne hanno bisogno per allontanarsi da dollaro ed euro negli scambi interni, internazionali e per i piani d’investimento finanziario. Gli esperti non escludono che se la questione sia ripresa da Putin e che la creazione del mercato valutario sia accelerata. Tuttavia, il Kazakistan ha già iniziato a considerare la de-dollarizzazione della propria economia. Ma non è il momento di bandire il dollaro dal Kazakistan, non solo perché la popolazione ha i propri risparmi principalmente nella valuta statunitense, ma perché gli investitori stranieri non sono pronti a pagamenti in valute diverse dal dollaro. Tuttavia, la Banca nazionale sviluppa un piano specifico con il governo per ridurre la dollarizzazione dell’economia nel 2015-2016.
???????????????????????????????? Il governatore della Banca Nazionale del Kazakistan, Kairat Kelimbetov, ha detto che il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale ha tre direzioni principali. La prima per la stabilità macroeconomica, adottando misure per ridurre gradualmente l’inflazione. La Banca nazionale calcola che l’inflazione scenderà al 3-4% entro il 2020. La seconda è sviluppare i pagamenti elettronici e ridurre il fatturato in nero. La terza è rafforzare il tenge (moneta nazionale) sulle valute estere. Secondo Kelimbetov una serie di misure è prevista: divieto d’indicare i prezzi per beni, servizi o lavoro in valuta estera; l’introduzione di norme per pagamenti in contanti tra privati nelle operazioni su beni mobili e immobili; aumento delle garanzie dei depositi da 5 milioni a 10 milioni di tenge. In terzo luogo, diminuzione del tasso di remunerazione del risparmio al 3%. Secondo Kelimbetov il piano di de-dollarizzazione dell’economia nazionale comporta il lancio di diversi regolamenti per i pagamenti in contanti tra privati per le transazioni su beni mobili e immobili. Questi cambiamenti, secondo il capo della Banca nazionale, saranno introdotti gradualmente nella legislazione a medio termine. Riguardo la domanda se il Kazakistan potrà abbandonare completamente i pagamenti in dollari, Elena Kuzmina, a capo del settore per lo sviluppo economico degli Stati post-sovietici dell’Istituto di Economia RAS, pensa che oggi per il Kazakistan sia possibile sostituire gradualmente il dollaro con altre valute, soprattutto lo yuan. Un certo numero di accordi con la Cina sono stati firmati in yuan o cambio yuan-tenge, e inoltre vi è un accordo tra le banche nazionali dei due Paesi. Ma non riguarda tutte le operazioni valutarie ma un certo volume valutario. Inoltre, nel quadro dell’UEE, un certo numero di contratti commerciali e produttivi russo-kazaki sono stati firmati in rubli o in valuta estera. Tuttavia, la situazione con il forte calo del rublo russo ha gravemente compromesso la crescita di tale tendenza. “Un altro processo che potrebbe essere avviato dalle autorità del Kazakistan sarà diretto a privare il dollaro della funzione di moneta parallela. Inoltre, l’unica unità economica ufficiale nel Paese è il tenge. Danneggerebbe seriamente la popolazione poiché ha risparmi soprattutto in dollari. Inoltre, secondo gli economisti kazaki, se nel 2012 i depositi in valuta della popolazione erano il 38%, oggi sono già il 45%“, ha detto Elena Kuzmina. Sul commercio estero, il principale prodotto di esportazione del Kazakistan sono gli idrocarburi legati al dollaro nel mercato mondiale. Forse quando venduti alla Cina ciò avverrebbe in moneta nazionale. Ma il Kazakhstan vende idrocarburi non solo alla Cina, ma anche a Europa, Iran e Russia, e la maggior parte di beni e tecnologie industriali viene acquistata in occidente. Molto probabilmente le autorità kazake possono e perseguiranno le politiche de-dollarizzazione, contribuendo a rafforzare l’economia nazionale, in tal modo aiutando Cina e UEE (a condizione che l’unione gestisca le questioni economiche dichiarate nel trattato UEE). Ma farlo rapidamente e per di più in una sola volta, non è possibile né saggio (il dollaro è ancora la valuta mondiale). Elena Kuzmina ha notato che la de-dollarizzazione diventa gradualmente una tendenza mondiale. “Non è una iniziativa indipendente del Kazakistan o un qualsiasi altro Paese che promuove o guida la politica della de-dollarizzazione“, ha detto l’economista. I parlamentari kazaki sono divisi sul tema. Alcuni sono convinti che il Kazakistan debba abbandonare comunque dollaro ed euro nei pagamenti. I deputati hanno calcolato che una banconota da 100 dollari costa solo 14 centesimi. Ciò significa che i Paesi che depositano i loro conti in valuta statunitense lavorano per l’economia di un solo altro Paese: gli Stati Uniti.

Viktoria Panfilova è editorialista Nezavisimaja Gazeta e della rivista online “New Eastern Outlook“.

Header_EEULa debacle degli USA in Asia: il TTP dopo l’AIIB?
Dedefensa 4 aprile 2015

20140222_USD001_0Mentre si leccano le gravi ferite raccolte con l’enorme disfatta subita con l’AIIB, la banca d’investimento lanciata dalla Cina, gli Stati Uniti ora affronterebbero una nuova disfatta sul teatro dell’Asia-Pacifico, riguardo al destino del cosiddetto Trattato di “libero commercio” Trans-Pacifico (TTP) che cercano d’imporre all’intera Asia-Pacifico, cioè a una serie di Paesi da cui la Cina è attentamente esclusa (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Stati Uniti e Vietnam). Qui, ciò che interessa il blocco che impedisce la conclusione dei negoziati per il terzo anno consecutivo, non riguarda il contenuto del Trattato ma il funzionamento dei poteri negli Stati Uniti. Molti Paesi, tra cui Canada e Giappone, si sono rifiutati di definire l’accordo se il Congresso non voterà la Trade Promotion Authority (TPA) del presidente, versione speciale per la TPP del Fast Truck Authority, generalmente richiesta dal presidente per negoziare e concludere un trattato. (Si tratta di  una legge che accorda al Congresso il diritto di votare “sì” o “no” quando sarà presentato il trattato, ma non il diritto di apportarvi emendamenti). La possibilità di ottenere la TPA sembra impossibile per il 2015, e anche per il 2016 (anno delle elezioni presidenziali), e così via. Ennesimo esempio dell’assolutamente paralizzante conflitto a Washington tra potere esecutivo e potere legislativo, tra presidente democratico odiato dai repubblicani e Congresso repubblicano. (Sul lato transatlantico del TTIP, nei negoziati l’UE ha visto qualcosa in tal senso? Avevamo evidenziato l’ostacolo fondamentale del FTA (cfr. 10 gennaio 2014 e 1 febbraio 2014). Sulla TTIP si veda Jacques Sapir, 4 aprile 2015). Altra conferma che paralisi ed impotenza del potere a Washington sono tra i più imponenti ed efficaci aspetti della decadenza-disintegrazione del potere degli Stati Uniti. Il sito WSWS.org del 4 aprile 2015 dà conto dello stato attuale dei negoziati, da cui prendiamo questi passaggi.
Dopo aver subito una sconfitta decisiva nel tentativo d’impedire ad altri Paesi di unirsi alla nuova Banca di investimenti infrastrutturali asiatica della Cina (AIIB), il governo degli Stati Uniti affronta crescenti difficoltà nella grande operazione per dominare la regione Asia-Pacifico: la cosiddetta Trans-Pacific Partnership (TPP). Nelle Hawaii, il mese scorso, l’ultimo round dei cinque anni di colloqui sul TPP tra i 12 governi interessati, è finito senza ulteriori accordi. Per il terzo anno consecutivo, la scadenza della Casa Bianca per un accordo finale sembra destinata ad essere violata nel 2015. Significativamente, il principale ostacolo questa volta non sono le distanze tra Stati Uniti e Giappone sui mercati dell’auto e agricolo, ma i dubbi sulla capacità del presidente Barack Obama di avere l’approvazione del Congresso a firmare l’accordo. (…) La volontà di questi Paesi nel fare le dovute concessioni agli Stati Uniti, è minata dal fallimento di Obama nel garantirsi il supporto per la Trade Promotion Authority (TPA), in modo da firmare il TPP e poi farlo ratificare dal congresso con un mero “sì” o “no”. Senza il TPA, il Congresso potrebbe imporre emendamenti all’accordo negoziato, annullandolo. Secondo Japan Times: “Diversi partner, tra cui Canada e Giappone, hanno pubblicamente dichiarato che non concluderanno i negoziali finché il Congresso non concederà la TPA all’amministrazione Obama. Con il profilarsi delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti, un ulteriore ritardo rischia realmente di ritardare il TPP al 2017. Gran parte della resistenza del Congresso degli Stati Uniti è legata alle lobby protezionistiche delle industrie nazionali e dei sindacati...”

US-IRAQ-OBAMATraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia economica e geopolitica eurasiatica della Cina

Gulam Asgar Mitha (Canada) Oriental  Review 7 marzo 2015

….Nel frattempo è imperativo che non emerga un concorrente eurasiatico (degli Stati Uniti), in grado di dominare l’Eurasia e quindi anche di sfidare gli USA“.
Zbigniew Brzezinski, La Grande Scacchiera, aprile 1997

0,,17908469_401,00Per diversi decenni, secoli, le potenze coloniali europee e asiatiche si sono combattute per il controllo di terre e culture straniere (prevalentemente linguistiche e religiose) e per profitto conseguente ai massacri e alle devastanti due guerre mondiali sui loro territori, conclusesi con il declino delle maggiori potenze mondiali e l’ascesa imperiale degli Stati Uniti nell’ultimo decennio del XX secolo. Dal 2001 il mondo appartiene politicamente ed economicamente a tale impero che continua a devastare il Medio Oriente e sottomettere tutti gli altri Paesi tramite le Nazioni Unite e i suoi strumenti politici, economici e sociali. Gli Stati Uniti, dalla seconda guerra mondiale, si spartiscono il bottino di guerra con le potenze ex-coloniali europee attraverso il Nuovo Ordine Mondiale (NWO) e la potenza militare della NATO. Il NWO è sfidato da Russia e Cina con i gruppi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) e della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Questi due Paesi rappresentano il peggior rischio per il NWO. Attualmente la Russia è obiettivo diretto del NWO attraverso lo strangolamento della sua economica basata sul petrolio e la situazione geopolitica in Ucraina. In un recente articolo “La pace o la guerra sono vicine?” Paul Craig Roberts aveva detto che la Russia cercando di essere parte dell’occidente ha compiuto l’errore strategico che mette in pericolo la sua indipendenza. La Russia dipende dai sistemi finanziari occidentali che hanno dato potere a Washington verso Mosca, permettendole di attuare le sanzioni economiche verso la Russia. Ciò impartisce importanti lezioni alla Cina, che è ed è sempre stata parte dell’Oriente, geograficamente e culturalmente. La Cina ha una profonda sfiducia verso le intenzioni europee, risalente alle guerre anglo-cinesi del 1839-1842 o a ciò che i nazionalisti del 20° secolo chiamano “Secolo dell’umiliazione”. L’ardente studioso di storia politica cinese conosce bene le radici della guerra, del tradimento europeo e le devastanti conseguenze per la Cina.
La Cina è un gigante economico e sa bene che a tempo debito l’impero degli Stati Uniti e i suoi vassalli europei cercheranno di eliminare la minaccia al loro NWO con azioni economiche e politiche contro la Cina simili a quelle attuate contro la Russia. Recentemente ho pubblicato un articolo su Oriental Review intitolato The New Global Economy: Rise of China e fall of USA. Come la Russia, la Cina non fa parte del patrimonio culturale occidentale, e ancor più del NWO, la cui architettura neocon è fondamentalmente un prodotto supportato e radicato nell’occidente, non in Russia o in Cina. I due Paesi non possono affidabilmente supportare l’idea di un governo mondiale del NWO. In un articolo del Financial Post intitolato La Cina attraversa la soglia degli investimenti che può cambiare il mondo intero, Stefano Pozzebon ha scritto “Non solo la Cina diventa esportatore netto di capitali, ha già superato le controparti occidentali come fonte primaria del credito per il mondo in via di sviluppo. Da questo rilievo finanziario probabilmente vorrà esercitare anche influenza politica“. Pozzebon ha evidenziato e sintetizzato gli investimenti esteri della Cina per 870 miliardi di dollari. Nel prossimo decennio diversi Paesi asiatici muteranno l’equilibrio globale e la geopolitica eurasiatica in favore della Cina, grazie alla sua influenza economica pari a quella degli Stati Uniti in Europa. La Cina sarà la potenza orientale che contrasterà la potenza occidentale degli Stati Uniti. La Russia ha fallito nel cercare d’essere accettata dall’occidente, spingendosi tra le braccia cinesi. La Russia ha una notevole influenza politica presso le sue ex-colonie che, insieme alle fondatrici Russia e Cina, fanno parte della SCO (gli altri membri fondatori sono Kirghizistan, Kazakistan, Tagikistan e Uzbekistan).
I due Paesi che faranno la differenza nelle relazioni con la Cina saranno Pakistan e Iran, due Paesi al confine del mondo musulmano che orbitano verso la civiltà cinese allontanandosi da quella occidentale. L’Iran è una potenza regionale militare emergente che ha affrontato Israele attraverso la sua emanazione Hezbollah nel 2006 e ora testa le grandi potenze occidentali e la NATO in Siria. L’Iran, senza alcun sostegno militare estero e facendo completamente affidamento su propri materiale e tecnologia militare, vinse il round del 2006 e ora sembra avanzare in Siria da quando riesce a tenere a bada le potenze occidentali, da quasi 4 anni, nella regione, mentre gli altri Paesi della primavera araba hanno capitolato piuttosto rapidamente. Il Pakistan è una potenza nucleare nel sud asiatico che combatte il terrorismo (sostenuto finanziariamente dai sauditi) interno e ai confini; una volta che riuscirà a controllarlo, il Pakistan farà grandi passi avanti economici e politici con l’aiuto della Cina. La Cina ha messo piede a Gwadar con l’autostrada Karakoram e il progetto Indus Highway. Il Pakistan confina con Cina, Iran, Afghanistan e Tajikistan mentre l’Iran confina con Pakistan, Turkmenistan e Afghanistan. Così Pakistan e Iran sono strategicamente importanti come barriere contro eventuali minacce occidentali al dominio eurasiatico e saranno anche le vie di collegamento della Cina alle acque calde occidentali dell’Oceano Indiano. Come risultato dell’influenza economica e politica della Cina, è naturale che un’alleanza militare traspaia, quale la SCO formata nell’aprile 1996 con la firma del trattato di mutua fiducia militare nelle regioni di frontiera. Si prevede che gli attuali Paesi osservatori Pakistan, Iran, India, Mongolia e infine Afghanistan avranno lo status di aderenti a pieno titolo nel 2015. L’India ha da tempo relazioni bilaterali con la Russia. E’ nell’interesse di Cina e Russia che India e Pakistan abbiano rapporti cordiali e tale opportunità esiste nella SCO.
In un articolo del maggio 2007 sul Journal of International Affairs, intitolato Shanghai Cooperation Organization e Iran: una potente unione Matthew Brummer ha scritto “la SCO è pronta a emergere quale coalizione intergovernativa che rivaleggi con tutte le altre. L’esperto della regione professor David Wall sintetizza molto succintamente che sarebbe un’OPEC con le bombe nucleari”. Brummer scrive inoltre che è importante riconoscere la vastità della SCO in termini di importanza energetica, includendovi l’Iran. Gli Stati membri della SCO occuperebbero il 60% della massa terrestre eurasiatica, avrebbero una popolazione di 3,5 miliardi di abitanti, riserve e produzione energetica (petrolio e gas) che rivaleggerebbero con quelle del Medio Oriente. In termini d’importanza geografica, nessun altro Paese nella SCO potrebbe aver più valore strategico per Russia e Cina di Iran e Pakistan, con il controllo dello Stretto di Hormuz e dell’Oceano Indiano (collegandosi a Russia e Cina attraverso Commonwealth degli Stati Indipendenti e Afghanistan). Molto dipende dal risultato dei colloqui P5+1 sul nucleare con l’Iran. Un fallimento (pubblicizzato come cattivo accordo nel discorso al Congresso USA di Netanyahu, pur senza alcun accordo definito con l’Iran) potrebbe portare l’Iran a rompere con l’OPEC assieme a un Venezuela scontento (il Presidente Maduro ha incontrato Putin) a causa della riluttanza saudita a ridurre la produzione di petrolio e a mantenere la sua quota di mercato. Ciò farebbe dei sauditi e loro partner arabi potenze senza forza. Nell’OPEC, le riserve di petrolio di Iran e Venezuela rappresentano il 38% delle riserve dell’OPEC da 1200 miliardi di barili. L’Arabia Saudita e i suoi partner aristocratici, autocratici e fondamentalisti (escluso l’Iraq con l’11%) ne rappresentano il 40%, dimezzando così l’OPEC. La Cina quindi sarebbe il principale beneficiario energetico. Il quadro eurasiatico è cambiato da quando Brezenski pubblicò la sua visione sull’Eurasia ne La Grande Scacchiera, e probabilmente cambierà ulteriormente nella prossima metà del decennio attuale, che potrebbe portare allo scontro tra titani di Oriente e occidente.

United_States_of_Eurasia_by_DRLMGulam Asgar Mitha è un ex-ingegnere della sicurezza. Ha collaborato con diverse compagnie petrolifere e gasifere nordamericane ed internazionali. Ha lavorato in Libia, Qatar, Pakistan, Francia, Yemen ed Emirati Arabi Uniti. Attualmente vive a Calgary, in Canada, e ama leggere e seguire le attuali questioni politiche globali. In esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Balcani e Asia centrale, future arterie d’Eurasia

Come la Via della Seta nei Balcani può resuscitare South Stream
Andrew Korybko (USA) Oriental Review 14 gennaio 2015

south_streamLa Cina estende la Via della Seta ai Balcani, con un progetto per costruire una ferrovia dal porto greco del Pireo a Budapest. Collegando la principale via d’ingresso dei beni commerciali di Pechino a una delle principali arterie dei trasporti dell’Europa centrale, spinge la Via della Seta nel cuore dell’Europa e nel resto del continente. Come nel resto del mondo, dall’azione della Cina non è scontato che la Russia ne tragga benefici in quanto parte del partenariato strategico globale russo-cinese, ma in questo caso permetterebbe la risurrezione del progetto South Stream, che tutti i partner europei implorano dalla sua cancellazione.

Il gioco
Esiste la possibilità che South Stream rinasca su una rotta leggermente modificata, seguendo la ferrovia cinese che attraversa Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Ci sarebbero poche difficoltà giuridiche con serbi e ungheresi (Budapest è già decisa a sfidare i dettami dell’UE), e la Macedonia non-UE, che non sarebbero legati ai mandati di Bruxelles riguardanti il fastidioso Terzo Pacchetto dell’Energia, lasciando sola la Grecia e la sua adesione all’Unione europea quale principale ostacolo al progetto. Vi sono tuttavia, due grandi scommesse che possono cambiare l’equazione consentendo la costruzione di South Stream in territorio greco:

Una completa ‘Grexit':
Se la Grecia si ritira completamente dall’UE, non solo dall’EuroZone ma da tutto il contorto sistema che lo supporta, allora non sarebbe sottoposta al Terzo Pacchetto sull’Energia e la costruzione di South Stream potrebbe teoricamente riprendere quasi subito, una volta raggiunto l’accordo con Atene. Naturalmente, ciò è lo scenario più estremo e non appare all’orizzonte, ma con molti attivisti ancora in armi e la rabbia collettiva in crescita, la situazione può sconfinare nella ripetizione delle violenze del 2012, in particolare se l’Unione europea attuasse una sorta di ‘punizione’ asimmetrica contro una ‘Grexit’ economica. Ciò potrebbe causare molti effetti collaterali non intenzionali che potrebbero fare apparire la piena ‘Grexit’ assai mite al confronto.

Il partenariato strategico russo-turco:
L’alternativa più probabile al risorgere del South Stream sarebbe il partenariato strategico russo-turco coordinato nel settore energetico dei Balcani. In particolare, è previsto una soluzione strutturale che evita i vincoli del Terzo Pacchetto sull’Energia separando tecnicamente il fornitore dal distributore, per cui la Russia continuerebbe a fornire gas, ma attraverso una società turca. Mosca dovrebbe attuare tale mossa importante solo se sicura di Ankara, potendo fidarsi senza ripetere lo scenario ucraino; il che significherebbe che la Turchia dovrebbe comprendere correttamente gli immensi benefici (economici, politici, strategici) che tale condominio comporterebbe e il danno ai propri interessi che ne risulterebbero se sabotasse l’operazione. Tale partenariato strategico russo-turco, presupposto necessario per questo scenario, potrebbe essere già in divenire. La Turchia ha dichiarato con forza il suo orientamento multipolare accettando di ospitare il New South Stream, in primo luogo, e se un accordo russo-turco sarà raggiunto sulla Siria (e la Turchia mostra alcuni vaghi segnali), una partnership strategica potrebbe essere il prossimo passo logico. Per quanto sorprendente tale racconto possa sembrare ad alcuni lettori, non va ignorato dato che la Turchia è attualmente oggetto di un mutamento d’identità e consapevolezza geopolitica, e la transizione globale verso il multipolarismo ha un forte effetto sul futuro calcolo della sua leadership.

Lanciare la sfida
A condizione di una decisione per far risorgere South Stream sulla rotta greco-macedone, vi sono due questioni che potrebbero minacciare la sopravvivenza del progetto e che possono realisticamente essere aggravate dalle forze occidentali nel perseguimento dei loro scopi anti-russi:

Nazionalismo greco:
Non importa quale forma assuma, che sia la retorica di sinistra di Syriza o di destra di Alba Dorata, la Grecia è sempre più nazionalista e questo fa presagire un problema importante per qualsiasi futura risurrezione di South Stream.

Contro la Turchia:
Grecia e Turchia sono state storicamente acerrime rivali, e le controversie irrisolte su isole dell’Egeo e Cipro del nord sono gravi ostacoli a un’ampia cooperazione, come il ripristino di South Stream. Tali problemi possono essere facilmente manipolati da forze estere producendo un ancora più forte sentimento anti-turco che renderebbe qualsiasi accordo greco-turca politicamente impossibile per Atene. Naturalmente, la Pipeline Trans-Adriatico per trasportare una moderata quantità di gas azero nel Sud Europa attraverso Turchia e Grecia ha la stessa vulnerabilità socio-politica, ma poiché è pienamente sostenuta da Stati Uniti e Unione europea, i capi della Grecia faranno il possibile affinché non sia vittima di eventuali reazioni nazionaliste contro il progetto russo.

Contro la Macedonia:
Il secondo fronte in cui il nazionalismo greco rischia di far deragliare qualsiasi rilancio del South Stream è la Macedonia, impegnata nell’aspra disputa sul suo nome con Atene fin dalla nascita dell’ex-Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. La polemica ha raggiunto un tale livello che ha impedito l’avvicinamento della Macedonia a UE e NATO (quest’ultima esercita il protettorato non ufficiale sul Paese dall”Operation Essential Harvest’ del 2001), sviluppi che avrebbero avuto conclusioni scontate se non ci fosse stata la controversia. Non si sa esattamente quale piega la resistenza greca al passaggio macedone del gasdotto possa prendere, ma considerando la gravità dei sentimenti greci sul problema (e una campagna ventennale nel Paese per impedire l’integrazione della Macedonia con altri soggetti a dispetto dei “vantaggi”), non è sicuro che tutto ciò possa prevedibilmente adattarsi a questi piani.

Nazionalismo albanese:
Il secondo impedimento principale al ripristino di South Stream è il nazionalismo albanese, che presenta una delle maggiori minacce alla sicurezza europea dato che l’alleanza con la NATO potrebbe essere attivata in caso di conflitto con Serbia o Macedonia. Rispetto a quest’ultima, gli albanesi formano quasi un quarto della popolazione del Paese e hanno una rappresentanza politica privilegiata a seguito dell’accordo di Okhrid steso dalla NATO che concluse l’operazione ‘Essential Harvest‘. Con tale accordo, la maggior parte dei processi politici in Macedonia devono avere l’approvazione di oltre la metà dei rappresentanti delle minoranze del Paese (che hanno garantita una rappresentanza proporzionale dallo stesso documento), in tal senso la minoranza albanese può sostanzialmente tenere in ostaggio la volontà della popolazione maggioritaria se loro o i loro padroni della NATO a Tirana, lo vogliono. Non solo, ma gravi disordini etnici o attacchi terroristici, come nei primi mesi del 2001, potrebbero derivarne. L’anno scorso ha ricordato ai macedoni la fragilità delle relazioni etniche del proprio Paese dopo che gli albanesi si ribellarono a Skopje per la decisione su un controverso caso giudiziario. Sei albanesi sono stati giudicati colpevoli per l’attacco terroristico in cui uccisero cinque macedoni, durante la Pasqua ortodossa nel 2012, mettendo in evidenza i timori della nazione sulla radicalizzazione della minoranza in questi ultimi anni. Il nazionalismo albanese ribolle in Macedonia, e un ex-politico radicale ha persino tentato di dichiarare la ‘Repubblica Illirida’ indipendente degli albanesi a settembre, intendendo formare un nuovo Stato federale. Anche se non preso sul serio, al momento, vi sono preoccupazioni che possa avere grande sostegno in futuro, se la situazione continua a degenerare e una ripetizione degli eventi del Kosovo non è certamente esclusa. E’ facile immaginare uno scenario in cui l’Albania supportata dalla NATO persuada gli albanesi di oltreconfine ad effettuare con precisione tale piano ostacolando ogni futuro tentativo russo di far risorgere South Stream lungo la Via della Seta cinese balcanica nel Paese.

La Cina scommette sui Balcani
Per quanto impegnative appaiano tali minacce, non sono insormontabili e la chiave per superarle riposa nella Cina. L’enorme quantità di denaro che il Paese può usare promuovendo legami commerciali con tutto il mondo (soprattutto in Africa) gli ha guadagnato la reputazione di appianare quasi qualsiasi differenza politica immaginabile tra i suoi partner. Non sarebbe diverso nel cercare di usare i Balcani quale testa di ponte per la conquista del mercato europeo. Essendo il ‘mediatore’ tra gli ‘attori’ dei Balcani, Russia e Turchia, la Cina può contribuire a spingere tutti a raggiungere il più possibile una pacifica soluzione, cui dovrebbe avere interesse (e sembra discutibilmente averne). Capitale e investimenti cinesi (finanziando anche politici estremi potenziali sobillatori) potrebbero lenire gli effetti del nazionalismo reazionario in Grecia e Albania, che Pechino corteggia negli ultimi anni. La Grecia, come detto all’inizio dell’articolo, ha il porto del Pireo che accoglie la maggior parte delle merci cinesi che entrano in Europa, e Cina e Albania hanno recentemente cercato di riavviare i loro legami con programmi culturali, dei trasporti e agricoli ripristinando il rapporto dell’era della Guerra Fredda. prima della rottura sino-albanese nel 1978. Attraverso tali partnership profonde e in sviluppo, la Cina può esercitare un’influenza moderatrice sui Paesi dei Balcani impedendo ad essi o agli estremisti, d’impedire la ripresa del South Stream lungo la Via della Seta balcanica che Pechino costruisce sul loro territorio. Non è una panacea a tutte le provocazioni eterodirette, ma forza e successo del partenariato strategico russo-cinese finora (e l’importanza accresciuta nelle condizioni attuali), probabilmente stabilizzeranno la regione, se si decidesse di continuare il Souht Stream in futuro.

Successo o perdita di tempo
Il potenziale collegamento russo-cinese-turco nei Balcani è una scommessa che probabilmente porterà dividendi solo a coloro che avranno il coraggio di giocare, scommettendo sul mondo multipolare contro quello unipolare. Il primo ha interesse nel vedere South Stream re-inserirsi nei Balcani, mentre il secondo sarebbe più che felice del suo fallimento. La seguente valutazione è tratta dal punto di vista della multipolarità:

Colpo grosso:
Il ristabilimento del progetto South Stream, anche se attraverso Grecia e Macedonia, invece della Bulgaria, porterebbe a un partenariato strategico russo-turco che interagirebbe e stabilizzerebbe i Balcani similmente all’accordo russo-cinese con l’Asia centrale. Ciò dipende in fondo da Russia e Turchia nell’influenzare i rispettivi ambiti religiosi e di civiltà, con la Russia che influenza gli ortodossi (ad eccezione della Romania, anche se temprare pragmaticamente i politici recalcitranti e la mentalità della società è sicuramente un obiettivo a lungo termine) mentre la Turchia influenza i musulmani in Albania e Bosnia. La Cina avrebbe la supervisione finanziaria del rapporto e rapporti privilegiati data la sua distanza storica dai Balcani e l’assenza di un passato contaminato o avvantaggiato. Il denaro potrebbe ingrassare eventuali snodi del ‘motore’ russo-turco e agevolare l’entrata delle grandi potenze multipolari in Europa attraverso i Balcani, affrontando direttamente il mondo unipolare occidentale sul proprio cortile.

Grande perdita di tempo:
Al contrario, una grande strategia del genere è assai rischiosa, con Stati Uniti e NATO che mai ne permetterebbero la riuscita senza attuare il massimo sforzo contrario possibile. Inizierebbero in Anatolia tramite l”Operazione per abbattere la Turchia’, nome dato dall’autore al piano degli Stati Uniti CEU952 per smembrare geopoliticamente la Turchia se mai ne perdesse il controllo e si allontanasse radicalmente dal consensus unipolare occidentale (stabilendo un legame russo-cinese-turco nei Balcani, anche senza lasciare formalmente la NATO). La carta curda è l’opzione più prevedibile, date le enormi implicazioni geografiche e demografiche; sicuramente una minaccia esistenziale che Ankara deve considerare con serietà. Se tale pericolo venisse mitigato, il fronte anti-multipolare si ritirerebbe lungo il tracciato del gasdotto proposto, attivando la resistenza della ‘terra bruciata’ sulla sua scia. La seconda fase potrebbe essere una crisi nelle relazioni turco-greche per mettere in pericolo l’adesione internazionale al gasdotto, ma se ciò venisse superato o evitato, allora il problema greco-macedone sarebbe la prossima contesa. Continuando, se il gasdotto entrasse nel Paese slavo meridionale, gli albanesi potrebbero essere incentivati ad intraprendere una massiccia campagna di destabilizzazione che potrebbe fare del Paese il buco nero dei Balcani. Spostandosi verso nord, la retorica estremista euro-atlantica di Sarajevo potrebbe essere utilizzata con intenzionale provocazione tentando la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina, il che destabilizzerebbe i Balcani occidentali e potrebbe trascinare la Serbia in un nuovo conflitto o nell’isolamento internazionale. Infine, l’occidente potrebbe bloccare il ‘collo di bottiglia’, abbattendo l’ungherese Viktor Orban con una rivoluzione colorata e sostituendolo con un liberal-nazionalista (tipo Navalnij) che contemporaneamente ripristinerebbe il corso filo-occidentale del Paese, infiammando le tensioni etniche con la minoranza serbo-ungherese della Vojvodina. Tutto sommato, a meno di una grande guerra tra mondi unipolare e multipolare, il primo userà qualsiasi insidia e mezzo indiretto possibile per prolungare la propria egemonica e impedire all’altro di entrare nel ventre geopoliticamente vulnerabile dell’Europa, i Balcani.

Conclusioni
Uno dei principi centrali del partenariato strategico russo-cinese è che dove va uno, l’altro segue, e certamente sarà così nei Balcani, passaggio della Via della Seta costruita da Pechino collegando la Grecia all’Ungheria. La Russia ha l’occasione unica per rilanciare il gasdotto South Stream (completando l’impianto LNG in Turchia) facendolo passare da Grecia e Macedonia lungo la Via della Seta balcanica, fino allo snodo serbo originariamente previsto prima che il progetto venisse rottamato. Tale visione richiederebbe un partenariato strategico russo-turco a completamento di quello russo-cinese e, infine, un condominio trilaterale sui Balcani verrebbe creato a sostegno del piano. Naturalmente, il mondo unipolare non subirebbe tale affronto geopolitico con un sorriso e respingerebbe il progetto con ogni mezzo asimmetrico disponibile. Se Russia-Cina-Turchia decidessero di giocare il destino del mondo multipolare nei Balcani, lo troverebbero certamente un rischio che vale la pena prendere, sbarazzandosi infine dell’occidentale.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Balkan

Il potenziale dell’Uzbekistan nel commercio transfrontaliero
Umida Hashimova, The Jamestown Foundation, 14 gennaio 2015 – The Modern Tokyo Times

cartina_seconda_cenaL’Uzbekistan si trova al centro dell’Asia centrale e confina con tutti i Paesi dell’Asia centrale e l’Afghanistan; inoltre, è relativamente vicino ai vari mercati dell’Asia in prodigiosa via di sviluppo.  Tuttavia, l’Uzbekistan è lento ad abbracciare o propugnare significativi programmi di trasporto regionale, trattenendo così il Paese dal divenire un hub di transito eurasiatico. Eppure, alcuni grandi progetti di trasporto che coinvolgono l’Uzbekistan sono attualmente in varie fasi di pianificazione. Il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina ha da tempo, a livello presidenziale, il sostegno di due dei tre Paesi del corridoio ferroviario. I presidenti di Uzbekistan e Cina, Islam Karimov e Xi Jinping, rispettivamente, spesso chiedono di accelerare l’attuazione del progetto nei loro frequenti incontri, e dicono che i loro Paesi sono pronti ad iniziarne la costruzione in qualsiasi momento.  L’ultima appello si è avuto durante il viaggio del Presidente Karimov in Cina nell’agosto 2014 (Xinhuanet 19 agosto 2014). Il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciò nel 2013 che la ferrovia sarebbe stata utile solo all’Uzbekistan e il Kirghizistan non vi avrebbe partecipato. Ma l’inviato di Xi Jinping, Yang Jiechi, ha visitato Atambaev questo mese (gennaio 2015), spingendo il leader del Kirghizistan a cambiare atteggiamento verso il progetto (Kyrtag, 9 gennaio 2015). Se la visita darà frutti, permetterà alla ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina di superare la fase concettuale. Il Kirghizistan ha ormai chiarito l’interesse a costruire la tratta Cina-Kirghizistan della ferrovia, e ulteriori negoziati sono in programma per quest’anno (Azattyk, 9 gennaio 2015). Tuttavia, con il Kirghizistan sotto la stretta sorveglianza della Russia in quanto membro dell’Unione eurasiatica di Mosca, eventuali negoziati sul progetto ferroviario coinvolgenti Bishkek, molto probabilmente coinvolgeranno anche Mosca. Dato che la Russia vede la ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina concorrente al corridoio sul territorio russo, permettendo alla Cina d’inviare merci in Europa (Review.uz, 25 dicembre 2014), vi sono motivi per ritenere che la Russia tenti di controllare pesantemente il progetto, assumendo che il Cremlino ne permetta la realizzazione. Tuttavia, sembra che la Cina ne sia particolarmente interessata e sia pronta a negoziati con il Kirghizistan e, molto probabilmente, con la Russia, garantendo il successo della tratta ferroviaria. Data la rilevanza economica della Cina per Asia centrale e Russia, il pieno appoggio di Pechino basterebbe a completare il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina.
Nel frattempo, l’Uzbekistan lavora allo sviluppo di relazioni più strette con i suoi vicini meridionali e accordi intergovernativi sono stati sottoscritti su un corridoio dei trasporti con Turkmenistan, Iran e Oman, ad agosto 2014 (Uzdaily, 7 agosto 2014). L’Iran è entusiasta del progetto e ha già proposto d’inviare petrolio all’Uzbekistan tramite tale rotta nord-sud. Teheran promette di spedire un milione di tonnellate di petrolio all’anno “attraverso il corridoio Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman” per coprire gli approvvigionamenti che l’Uzbekistan importa normalmente da Kazakistan e Russia, secondo l’ambasciatore dell’Iran in Uzbekistan Ali Mardani Fard (12news, 13 agosto 2014). L’ambasciatore Fard ha anche aggiunto che l’Uzbekistan è al centro  dell’Asia centrale e l’Iran offre il modo “più rapido, sicuro ed economico” di accedere ai mercati di Golfo Persico e Mar d’Oman. La ferrovia Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, ha affermato il diplomatico iraniano, è “il presupposto più importante allo sviluppo delle relazioni economiche tra Iran e Uzbekistan” (Trend.az, 11 febbraio 2014). Tuttavia, il motivo principale dell’entusiasmo dell’Iran per la ferrovia potrebbe essere la possibilità di far accedere le materie prime iraniane nel mercato cinese attraverso l’Asia centrale. Inoltre, Teheran sicuramente cerca d’influenzare politicamente l’Asia centrale e di rafforzarvi la propria influenza (Review.uz, 25 dicembre 2014). Numerose simili vie di trasporto e commerciali regionali strategiche si sviluppano con il patrocinio del Turkmenistan. Ad esempio, la ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakhstan (parte del cosiddetto Corridoio internazionale Nord-Sud), avviata nel dicembre 2014, ha già portato alla sottoscrizione di importanti accordi d’import-export tra i vicini regionali (IRIB 15 ottobre 2014). Altri corridoi commerciali emergenti sono la ferrovia Turkmenistan-Afghanistan-Tagikistan, che sarà terminata entro la fine di quest’anno (Centralasiaonline.com 5 gennaio 2015), e il proposto progetto Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaigian-Georgia-Turchia (Trend.az 17 novembre 2014). Quindi data la posizione geografica centrale dell’Uzbekistan, ricco capitale umano e di potenziale, perché il Paese, ad oggi, non s’è  interessato di più alla rete dei trasporti regionali? Secondo Bakhtijor Ergashev, del Centro per la ricerca economica (Uzbekistan), in primo luogo la politica dell’Uzbekistan di sostituzione delle importazioni rende la repubblica dell’Asia centrale una meta poco desiderabile per le merci estere, a causa degli elevati dazi su importazioni e transito merci e le complesse norme doganali ed altri regolamenti. In secondo luogo, le infrastrutture dei trasporti dell’Uzbekistan rimangono sottosviluppate; gli investimento attualmente vengono incanalati verso la ristrutturazione di ferrovie e autostrade esistenti, mentre la costruzione di infrastrutture ausiliarie è in ritardo. In terzo luogo, i principali nodi stradali internazionali in Uzbekistan si concentrano nelle grandi città, senza ridurre i costi dei trasporti. In quarto luogo, la maggior parte delle strade in Uzbekistan non sono idonee al carico assiale internazionale standard di 13 tonnellate. Piuttosto sono adatte a un carico assiale di 10 tonnellate, cosa che causa l’usura veloce delle strade (Review.uz, 25 dicembre 2014). A conferma di tali problemi, tra l’altro, nel 2014 l’Uzbekistan fu posto ultimo sui 189 Paesi esaminati sulla facilità di passaggio delle frontiere, secondo la relazione annuale Doing Business della Banca Mondiale (Doingbusiness.org, 29 ottobre 2014).
I Paesi dell’Asia centrale saranno integrati nelle grandi reti commerciali internazionali nel prossimo decennio, attraverso lo sviluppo dei diversi nuovi corridoi. La ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakistan è già avviata e gli incipienti corridoi Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan e Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaijan-Georgia gettano le basi future del trasporto e del commercio. Escluso dalla maggior parte dei grandi progetti di trasporto regionale, l’Uzbekistan nel frattempo si limita allo sviluppo del trasporto e ferroviario nel Paese che, se preso in considerazione, diverrebbe precursore del traffico transfrontaliero futuro. Oggi lo sviluppo industriale ed economico generale e l’aumento del tasso di crescita annuale, sono le priorità del governo dell’Uzbekistan. Ciò porta a concludere che il Paese probabilmente non sia interessato a divenire il leader regionale nei trasporti. Il Turkmenistan, invece, sembra cogliere la possibilità di assumere e mantenere tale ruolo.

transport-links
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 535 follower