Tre fronti per la Russia: come Washington susciterà il caos in Asia centrale

Ivan Lizan Odnako  - Vineyard Saker

1009158-LAsie_centrale_1992La dichiarazione del Generale “Ben” Hodges degli Stati Uniti secondo cui nel giro di quattro o cinque anni la Russia potrebbe sviluppare la capacità di combattere contemporaneamente su tre fronti non è solo un riconoscimento del crescente potenziale militare della Federazione russa, ma anche una promessa che Washington premurosamente si garantirà che i tre fronti siano ai confini della Federazione russa. Nel contesto dell’inevitabile ascesa della Cina e della crisi finanziaria che si aggrava, con lo scoppio contemporaneo di diverse bolle speculative, l’unico modo per gli Stati Uniti di mantenere l’egemonia globale è indebolire gli avversari. E l’unico modo per raggiungere tale obiettivo è innescare il caos nelle repubbliche confinanti con la Russia. È per questo che la Russia inevitabilmente entrerà in un periodo di conflitti e crisi ai confini. Così il primo fronte, infatti, esiste già in Ucraina, il secondo sarà probabilmente tra Armenia e Azerbaigian sul Nagorno-Karabakh, e il terzo, naturalmente, sarà aperto in Asia centrale. Se la guerra in Ucraina porta milioni di rifugiati, decine di migliaia di morti e la distruzione di città, lo sbrinamento del conflitto del Karabakh minerebbe completamente la politica estera della Russia nel Caucaso. Ogni città in Asia centrale corre il pericolo di esplosioni e attentati. Finora questo “fronte imminente” non ha attirato l’attenzione dei media, la Nuova Russia domina sui canali televisivi nazionali, giornali e siti, ma questo teatro di guerra potrebbe diventare uno dei più complessi dopo il conflitto in Ucraina.

Una filiale del califfato nel ventre della Russia
La tendenza indiscutibile in Afghanistan, la principale fonte di instabilità nella regione, è un’alleanza tra taliban e Stato islamico. Anche così, la formazione imminente di tale unione ha scarsi e frammentati riferimenti, e la vera portata delle attività degli emissari IS è chiara quanto un iceberg la cui punta emerge poco al di sopra della superficie dell’acqua. Ma è stabilito che agitatori sono attivi in Pakistan e province meridionali dell’Afghanistan, controllate dai taliban. Ma, in questo caso, la prima vittima del caos in Afghanistan è il Pakistan, con insistenza e aiuto dei taliban alimentati dagli Stati Uniti negli anni ’80. Tale piano ha una sua vita ed è l’incubo ricorrente di Islamabad, che ha deciso di stabilire rapporti amichevoli con Cina e Russia. Questa tendenza può essere vista negli attentati dei taliban contro le scuole pakistane, i cui insegnanti hanno ora il diritto di portare armi, negli arresti di terroristi nelle grandi città e nel’inizio delle attività a sostegno di tribù ostili ai taliban nel nord. L’ultimo sviluppo legislativo in Pakistan è un emendamento costituzionale per espandere la giurisdizione dei tribunali militari (sui civili). In tutto il Paese terroristi, islamisti e simpatizzanti sono detenuti. Solo nel nord-ovest sono stati effettuati più di 8000 arresti, anche di membri del clero. Le organizzazioni religiose sono state bandite e gli emissari del IS vengono catturati. Dato che gli statunitensi non amano mettere tutte le uova nello stesso paniere, aiuteranno il governo di Kabul permettendogli di rimanere nel Paese legittimamente, e allo stesso tempo i taliban, che diventano IS. Il risultato sarà uno stato di caos in cui gli statunitensi non prenderanno formalmente parte; invece, porranno le loro basi militari in attesa di vedere chi vince. E poi Washington aiuterà il vincitore. Si noti che i suoi servizi di sicurezza hanno sostenuto i taliban per molto tempo e in modo abbastanza efficace: alcuni ufficiali delle forze di sicurezza e deòla polizia in Afghanistan sono ex-taliban e mujahidin.

Metodo di distruzione
Il primo modo per destabilizzare l’Asia centrale è creare problemi ai confini, insieme alla minaccia che i mujahidin penetrino nella regione. Il collaudo sui vicini è già iniziato; problemi sono sorti in Turkmenistan, che ha anche dovuto chiedere a Kabul di attuare operazioni militari su larga scala nelle province di confine. Il Tagikistan fu costretto dai taliban a negoziare il rilascio delle guardie di frontiera da loro rapite, e il servizio di confine tagiko riferisce di un grande gruppo di mujahidin ai confini. In generale, tutti i Paesi confinanti con l’Afghanistan hanno intensificato la sicurezza delle frontiere. Il secondo modo è inviare islamisti dietro le linee. Il processo è già iniziato: il numero di estremisti nel solo Tagikistan è cresciuto di tre volte l’anno scorso; tuttavia, anche se vengono catturati, ovviamente non sarà possibile catturarli tutti. Inoltre, la situazione è aggravata dal ritorno dei lavoratori migranti dalla Russia, espandendo la base del reclutamento. Se il flusso di rimesse dalla Russia inaridisce, il risultato sarà malcontento popolare e rivolte eterodirette. L’esperto del Kirghizistan Kadir Malikov riporta che 70 milioni dollari sono stati stanziati per il gruppo armato del IS a Maverenahr, comprendente rappresentanti di tutte le repubbliche dell’Asia centrale, per compiere atti di terrorismo nella regione. Particolare enfasi è posta sulla valle di Fergana, nel cuore dell’Asia centrale. Un altro punto di vulnerabilità sono le elezioni parlamentari del Kirghizistan, in programma per questo autunno. L’apertura di una nuova serie di rivoluzioni colorate porterà caos e disintegrazione dei Paesi.

Le guerre autosufficienti
La guerra è costosa, quindi la destabilizzazione della regione deve essere autosufficiente o almeno redditizia per il complesso militare-industriale statunitense. In questa zona Washington ha avuto un certo successo: ha dato all’Uzbekistan 328 blindati che Kiev aveva chiesto per la sua guerra con la Nuova Russia. A prima vista, l’affare non è redditizio, perché i mezzi sono un dono, ma in realtà l’Uzbekistan sarà legato agli USA da ricambi e munizioni. Washington ha preso una decisione analoga sul trasferimento di equipaggiamenti e armi ad Islamabad. Ma gli Stati Uniti non hanno avuto successo nel tentativo d’imporre propri sistemi d’arma all’India: gli indiani non hanno firmato alcun contratto, e Obama ha visto materiale militare russo quando ha presenziato a una parata militare. Così gli Stati Uniti trascinano i Paesi della regione in una guerra con i propri pupilli, i taliban e Stato islamico, e allo stesso tempo riforniscono di armi i nemici. Quindi il 2015 sarà caratterizzato dai preparativi per la destabilizzazione dell’Asia centrale e la diffusione della filiale dello Stato islamico dall’AfPak ai confini di Russia, India, Cina e Iran. L’inizio di una guerra su vasta scala, che inevitabilmente seguirà una volta che il caos sommergerà la regione, portando a un bagno di sangue nei “Balcani eurasiatici”, coinvolgendo automaticamente più di un terzo della popolazione del mondo e quasi tutti i rivali geopolitici degli Stati Uniti. Un’opportunità che Washington troverà troppo bella per perderla. La risposta della Russia a tale sfida deve essere multiforme: coinvolgere la regione nel processo d’integrazione eurasiatica, fornendo aiuto militare, economico e politico, lavorando a stretto contatto con gli alleati di Shanghai Cooperation Organization e BRICS, rafforzando l’esercito pakistano e naturalmente aiutare la cattura dei servi barbuti del Califfato. Ma la risposta più importante dovrà essere la modernizzazione accelerata delle proprie forze armate, nonché quelle degli alleati, rafforzare la Collective Security Treaty Organization e dargli il diritto di aggirare le assai inefficienti Nazioni Unite.
La regione è estremamente importante: se l’Ucraina è un fusibile della guerra, l’Asia centrale è un deposito di munizioni. Se esplode, metà del continente sarà colpito.

dNt58u6sQBTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Balcani e Asia centrale, future arterie d’Eurasia

Come la Via della Seta nei Balcani può resuscitare South Stream
Andrew Korybko (USA) Oriental Review 14 gennaio 2015

south_streamLa Cina estende la Via della Seta ai Balcani, con un progetto per costruire una ferrovia dal porto greco del Pireo a Budapest. Collegando la principale via d’ingresso dei beni commerciali di Pechino a una delle principali arterie dei trasporti dell’Europa centrale, spinge la Via della Seta nel cuore dell’Europa e nel resto del continente. Come nel resto del mondo, dall’azione della Cina non è scontato che la Russia ne tragga benefici in quanto parte del partenariato strategico globale russo-cinese, ma in questo caso permetterebbe la risurrezione del progetto South Stream, che tutti i partner europei implorano dalla sua cancellazione.

Il gioco
Esiste la possibilità che South Stream rinasca su una rotta leggermente modificata, seguendo la ferrovia cinese che attraversa Grecia, Macedonia, Serbia e Ungheria. Ci sarebbero poche difficoltà giuridiche con serbi e ungheresi (Budapest è già decisa a sfidare i dettami dell’UE), e la Macedonia non-UE, che non sarebbero legati ai mandati di Bruxelles riguardanti il fastidioso Terzo Pacchetto dell’Energia, lasciando sola la Grecia e la sua adesione all’Unione europea quale principale ostacolo al progetto. Vi sono tuttavia, due grandi scommesse che possono cambiare l’equazione consentendo la costruzione di South Stream in territorio greco:

Una completa ‘Grexit':
Se la Grecia si ritira completamente dall’UE, non solo dall’EuroZone ma da tutto il contorto sistema che lo supporta, allora non sarebbe sottoposta al Terzo Pacchetto sull’Energia e la costruzione di South Stream potrebbe teoricamente riprendere quasi subito, una volta raggiunto l’accordo con Atene. Naturalmente, ciò è lo scenario più estremo e non appare all’orizzonte, ma con molti attivisti ancora in armi e la rabbia collettiva in crescita, la situazione può sconfinare nella ripetizione delle violenze del 2012, in particolare se l’Unione europea attuasse una sorta di ‘punizione’ asimmetrica contro una ‘Grexit’ economica. Ciò potrebbe causare molti effetti collaterali non intenzionali che potrebbero fare apparire la piena ‘Grexit’ assai mite al confronto.

Il partenariato strategico russo-turco:
L’alternativa più probabile al risorgere del South Stream sarebbe il partenariato strategico russo-turco coordinato nel settore energetico dei Balcani. In particolare, è previsto una soluzione strutturale che evita i vincoli del Terzo Pacchetto sull’Energia separando tecnicamente il fornitore dal distributore, per cui la Russia continuerebbe a fornire gas, ma attraverso una società turca. Mosca dovrebbe attuare tale mossa importante solo se sicura di Ankara, potendo fidarsi senza ripetere lo scenario ucraino; il che significherebbe che la Turchia dovrebbe comprendere correttamente gli immensi benefici (economici, politici, strategici) che tale condominio comporterebbe e il danno ai propri interessi che ne risulterebbero se sabotasse l’operazione. Tale partenariato strategico russo-turco, presupposto necessario per questo scenario, potrebbe essere già in divenire. La Turchia ha dichiarato con forza il suo orientamento multipolare accettando di ospitare il New South Stream, in primo luogo, e se un accordo russo-turco sarà raggiunto sulla Siria (e la Turchia mostra alcuni vaghi segnali), una partnership strategica potrebbe essere il prossimo passo logico. Per quanto sorprendente tale racconto possa sembrare ad alcuni lettori, non va ignorato dato che la Turchia è attualmente oggetto di un mutamento d’identità e consapevolezza geopolitica, e la transizione globale verso il multipolarismo ha un forte effetto sul futuro calcolo della sua leadership.

Lanciare la sfida
A condizione di una decisione per far risorgere South Stream sulla rotta greco-macedone, vi sono due questioni che potrebbero minacciare la sopravvivenza del progetto e che possono realisticamente essere aggravate dalle forze occidentali nel perseguimento dei loro scopi anti-russi:

Nazionalismo greco:
Non importa quale forma assuma, che sia la retorica di sinistra di Syriza o di destra di Alba Dorata, la Grecia è sempre più nazionalista e questo fa presagire un problema importante per qualsiasi futura risurrezione di South Stream.

Contro la Turchia:
Grecia e Turchia sono state storicamente acerrime rivali, e le controversie irrisolte su isole dell’Egeo e Cipro del nord sono gravi ostacoli a un’ampia cooperazione, come il ripristino di South Stream. Tali problemi possono essere facilmente manipolati da forze estere producendo un ancora più forte sentimento anti-turco che renderebbe qualsiasi accordo greco-turca politicamente impossibile per Atene. Naturalmente, la Pipeline Trans-Adriatico per trasportare una moderata quantità di gas azero nel Sud Europa attraverso Turchia e Grecia ha la stessa vulnerabilità socio-politica, ma poiché è pienamente sostenuta da Stati Uniti e Unione europea, i capi della Grecia faranno il possibile affinché non sia vittima di eventuali reazioni nazionaliste contro il progetto russo.

Contro la Macedonia:
Il secondo fronte in cui il nazionalismo greco rischia di far deragliare qualsiasi rilancio del South Stream è la Macedonia, impegnata nell’aspra disputa sul suo nome con Atene fin dalla nascita dell’ex-Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dopo la seconda guerra mondiale. La polemica ha raggiunto un tale livello che ha impedito l’avvicinamento della Macedonia a UE e NATO (quest’ultima esercita il protettorato non ufficiale sul Paese dall”Operation Essential Harvest’ del 2001), sviluppi che avrebbero avuto conclusioni scontate se non ci fosse stata la controversia. Non si sa esattamente quale piega la resistenza greca al passaggio macedone del gasdotto possa prendere, ma considerando la gravità dei sentimenti greci sul problema (e una campagna ventennale nel Paese per impedire l’integrazione della Macedonia con altri soggetti a dispetto dei “vantaggi”), non è sicuro che tutto ciò possa prevedibilmente adattarsi a questi piani.

Nazionalismo albanese:
Il secondo impedimento principale al ripristino di South Stream è il nazionalismo albanese, che presenta una delle maggiori minacce alla sicurezza europea dato che l’alleanza con la NATO potrebbe essere attivata in caso di conflitto con Serbia o Macedonia. Rispetto a quest’ultima, gli albanesi formano quasi un quarto della popolazione del Paese e hanno una rappresentanza politica privilegiata a seguito dell’accordo di Okhrid steso dalla NATO che concluse l’operazione ‘Essential Harvest‘. Con tale accordo, la maggior parte dei processi politici in Macedonia devono avere l’approvazione di oltre la metà dei rappresentanti delle minoranze del Paese (che hanno garantita una rappresentanza proporzionale dallo stesso documento), in tal senso la minoranza albanese può sostanzialmente tenere in ostaggio la volontà della popolazione maggioritaria se loro o i loro padroni della NATO a Tirana, lo vogliono. Non solo, ma gravi disordini etnici o attacchi terroristici, come nei primi mesi del 2001, potrebbero derivarne. L’anno scorso ha ricordato ai macedoni la fragilità delle relazioni etniche del proprio Paese dopo che gli albanesi si ribellarono a Skopje per la decisione su un controverso caso giudiziario. Sei albanesi sono stati giudicati colpevoli per l’attacco terroristico in cui uccisero cinque macedoni, durante la Pasqua ortodossa nel 2012, mettendo in evidenza i timori della nazione sulla radicalizzazione della minoranza in questi ultimi anni. Il nazionalismo albanese ribolle in Macedonia, e un ex-politico radicale ha persino tentato di dichiarare la ‘Repubblica Illirida’ indipendente degli albanesi a settembre, intendendo formare un nuovo Stato federale. Anche se non preso sul serio, al momento, vi sono preoccupazioni che possa avere grande sostegno in futuro, se la situazione continua a degenerare e una ripetizione degli eventi del Kosovo non è certamente esclusa. E’ facile immaginare uno scenario in cui l’Albania supportata dalla NATO persuada gli albanesi di oltreconfine ad effettuare con precisione tale piano ostacolando ogni futuro tentativo russo di far risorgere South Stream lungo la Via della Seta cinese balcanica nel Paese.

La Cina scommette sui Balcani
Per quanto impegnative appaiano tali minacce, non sono insormontabili e la chiave per superarle riposa nella Cina. L’enorme quantità di denaro che il Paese può usare promuovendo legami commerciali con tutto il mondo (soprattutto in Africa) gli ha guadagnato la reputazione di appianare quasi qualsiasi differenza politica immaginabile tra i suoi partner. Non sarebbe diverso nel cercare di usare i Balcani quale testa di ponte per la conquista del mercato europeo. Essendo il ‘mediatore’ tra gli ‘attori’ dei Balcani, Russia e Turchia, la Cina può contribuire a spingere tutti a raggiungere il più possibile una pacifica soluzione, cui dovrebbe avere interesse (e sembra discutibilmente averne). Capitale e investimenti cinesi (finanziando anche politici estremi potenziali sobillatori) potrebbero lenire gli effetti del nazionalismo reazionario in Grecia e Albania, che Pechino corteggia negli ultimi anni. La Grecia, come detto all’inizio dell’articolo, ha il porto del Pireo che accoglie la maggior parte delle merci cinesi che entrano in Europa, e Cina e Albania hanno recentemente cercato di riavviare i loro legami con programmi culturali, dei trasporti e agricoli ripristinando il rapporto dell’era della Guerra Fredda. prima della rottura sino-albanese nel 1978. Attraverso tali partnership profonde e in sviluppo, la Cina può esercitare un’influenza moderatrice sui Paesi dei Balcani impedendo ad essi o agli estremisti, d’impedire la ripresa del South Stream lungo la Via della Seta balcanica che Pechino costruisce sul loro territorio. Non è una panacea a tutte le provocazioni eterodirette, ma forza e successo del partenariato strategico russo-cinese finora (e l’importanza accresciuta nelle condizioni attuali), probabilmente stabilizzeranno la regione, se si decidesse di continuare il Souht Stream in futuro.

Successo o perdita di tempo
Il potenziale collegamento russo-cinese-turco nei Balcani è una scommessa che probabilmente porterà dividendi solo a coloro che avranno il coraggio di giocare, scommettendo sul mondo multipolare contro quello unipolare. Il primo ha interesse nel vedere South Stream re-inserirsi nei Balcani, mentre il secondo sarebbe più che felice del suo fallimento. La seguente valutazione è tratta dal punto di vista della multipolarità:

Colpo grosso:
Il ristabilimento del progetto South Stream, anche se attraverso Grecia e Macedonia, invece della Bulgaria, porterebbe a un partenariato strategico russo-turco che interagirebbe e stabilizzerebbe i Balcani similmente all’accordo russo-cinese con l’Asia centrale. Ciò dipende in fondo da Russia e Turchia nell’influenzare i rispettivi ambiti religiosi e di civiltà, con la Russia che influenza gli ortodossi (ad eccezione della Romania, anche se temprare pragmaticamente i politici recalcitranti e la mentalità della società è sicuramente un obiettivo a lungo termine) mentre la Turchia influenza i musulmani in Albania e Bosnia. La Cina avrebbe la supervisione finanziaria del rapporto e rapporti privilegiati data la sua distanza storica dai Balcani e l’assenza di un passato contaminato o avvantaggiato. Il denaro potrebbe ingrassare eventuali snodi del ‘motore’ russo-turco e agevolare l’entrata delle grandi potenze multipolari in Europa attraverso i Balcani, affrontando direttamente il mondo unipolare occidentale sul proprio cortile.

Grande perdita di tempo:
Al contrario, una grande strategia del genere è assai rischiosa, con Stati Uniti e NATO che mai ne permetterebbero la riuscita senza attuare il massimo sforzo contrario possibile. Inizierebbero in Anatolia tramite l”Operazione per abbattere la Turchia’, nome dato dall’autore al piano degli Stati Uniti CEU952 per smembrare geopoliticamente la Turchia se mai ne perdesse il controllo e si allontanasse radicalmente dal consensus unipolare occidentale (stabilendo un legame russo-cinese-turco nei Balcani, anche senza lasciare formalmente la NATO). La carta curda è l’opzione più prevedibile, date le enormi implicazioni geografiche e demografiche; sicuramente una minaccia esistenziale che Ankara deve considerare con serietà. Se tale pericolo venisse mitigato, il fronte anti-multipolare si ritirerebbe lungo il tracciato del gasdotto proposto, attivando la resistenza della ‘terra bruciata’ sulla sua scia. La seconda fase potrebbe essere una crisi nelle relazioni turco-greche per mettere in pericolo l’adesione internazionale al gasdotto, ma se ciò venisse superato o evitato, allora il problema greco-macedone sarebbe la prossima contesa. Continuando, se il gasdotto entrasse nel Paese slavo meridionale, gli albanesi potrebbero essere incentivati ad intraprendere una massiccia campagna di destabilizzazione che potrebbe fare del Paese il buco nero dei Balcani. Spostandosi verso nord, la retorica estremista euro-atlantica di Sarajevo potrebbe essere utilizzata con intenzionale provocazione tentando la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia-Erzegovina, il che destabilizzerebbe i Balcani occidentali e potrebbe trascinare la Serbia in un nuovo conflitto o nell’isolamento internazionale. Infine, l’occidente potrebbe bloccare il ‘collo di bottiglia’, abbattendo l’ungherese Viktor Orban con una rivoluzione colorata e sostituendolo con un liberal-nazionalista (tipo Navalnij) che contemporaneamente ripristinerebbe il corso filo-occidentale del Paese, infiammando le tensioni etniche con la minoranza serbo-ungherese della Vojvodina. Tutto sommato, a meno di una grande guerra tra mondi unipolare e multipolare, il primo userà qualsiasi insidia e mezzo indiretto possibile per prolungare la propria egemonica e impedire all’altro di entrare nel ventre geopoliticamente vulnerabile dell’Europa, i Balcani.

Conclusioni
Uno dei principi centrali del partenariato strategico russo-cinese è che dove va uno, l’altro segue, e certamente sarà così nei Balcani, passaggio della Via della Seta costruita da Pechino collegando la Grecia all’Ungheria. La Russia ha l’occasione unica per rilanciare il gasdotto South Stream (completando l’impianto LNG in Turchia) facendolo passare da Grecia e Macedonia lungo la Via della Seta balcanica, fino allo snodo serbo originariamente previsto prima che il progetto venisse rottamato. Tale visione richiederebbe un partenariato strategico russo-turco a completamento di quello russo-cinese e, infine, un condominio trilaterale sui Balcani verrebbe creato a sostegno del piano. Naturalmente, il mondo unipolare non subirebbe tale affronto geopolitico con un sorriso e respingerebbe il progetto con ogni mezzo asimmetrico disponibile. Se Russia-Cina-Turchia decidessero di giocare il destino del mondo multipolare nei Balcani, lo troverebbero certamente un rischio che vale la pena prendere, sbarazzandosi infine dell’occidentale.

Andrew Korybko è analista politico e giornalista presso Sputnik, vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Balkan

Il potenziale dell’Uzbekistan nel commercio transfrontaliero
Umida Hashimova, The Jamestown Foundation, 14 gennaio 2015 – The Modern Tokyo Times

cartina_seconda_cenaL’Uzbekistan si trova al centro dell’Asia centrale e confina con tutti i Paesi dell’Asia centrale e l’Afghanistan; inoltre, è relativamente vicino ai vari mercati dell’Asia in prodigiosa via di sviluppo.  Tuttavia, l’Uzbekistan è lento ad abbracciare o propugnare significativi programmi di trasporto regionale, trattenendo così il Paese dal divenire un hub di transito eurasiatico. Eppure, alcuni grandi progetti di trasporto che coinvolgono l’Uzbekistan sono attualmente in varie fasi di pianificazione. Il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina ha da tempo, a livello presidenziale, il sostegno di due dei tre Paesi del corridoio ferroviario. I presidenti di Uzbekistan e Cina, Islam Karimov e Xi Jinping, rispettivamente, spesso chiedono di accelerare l’attuazione del progetto nei loro frequenti incontri, e dicono che i loro Paesi sono pronti ad iniziarne la costruzione in qualsiasi momento.  L’ultima appello si è avuto durante il viaggio del Presidente Karimov in Cina nell’agosto 2014 (Xinhuanet 19 agosto 2014). Il presidente del Kirghizistan Almazbek Atambaev annunciò nel 2013 che la ferrovia sarebbe stata utile solo all’Uzbekistan e il Kirghizistan non vi avrebbe partecipato. Ma l’inviato di Xi Jinping, Yang Jiechi, ha visitato Atambaev questo mese (gennaio 2015), spingendo il leader del Kirghizistan a cambiare atteggiamento verso il progetto (Kyrtag, 9 gennaio 2015). Se la visita darà frutti, permetterà alla ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina di superare la fase concettuale. Il Kirghizistan ha ormai chiarito l’interesse a costruire la tratta Cina-Kirghizistan della ferrovia, e ulteriori negoziati sono in programma per quest’anno (Azattyk, 9 gennaio 2015). Tuttavia, con il Kirghizistan sotto la stretta sorveglianza della Russia in quanto membro dell’Unione eurasiatica di Mosca, eventuali negoziati sul progetto ferroviario coinvolgenti Bishkek, molto probabilmente coinvolgeranno anche Mosca. Dato che la Russia vede la ferrovia Uzbekistan-Kirghizistan-Cina concorrente al corridoio sul territorio russo, permettendo alla Cina d’inviare merci in Europa (Review.uz, 25 dicembre 2014), vi sono motivi per ritenere che la Russia tenti di controllare pesantemente il progetto, assumendo che il Cremlino ne permetta la realizzazione. Tuttavia, sembra che la Cina ne sia particolarmente interessata e sia pronta a negoziati con il Kirghizistan e, molto probabilmente, con la Russia, garantendo il successo della tratta ferroviaria. Data la rilevanza economica della Cina per Asia centrale e Russia, il pieno appoggio di Pechino basterebbe a completare il progetto ferroviario Uzbekistan-Kirghizistan-Cina.
Nel frattempo, l’Uzbekistan lavora allo sviluppo di relazioni più strette con i suoi vicini meridionali e accordi intergovernativi sono stati sottoscritti su un corridoio dei trasporti con Turkmenistan, Iran e Oman, ad agosto 2014 (Uzdaily, 7 agosto 2014). L’Iran è entusiasta del progetto e ha già proposto d’inviare petrolio all’Uzbekistan tramite tale rotta nord-sud. Teheran promette di spedire un milione di tonnellate di petrolio all’anno “attraverso il corridoio Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman” per coprire gli approvvigionamenti che l’Uzbekistan importa normalmente da Kazakistan e Russia, secondo l’ambasciatore dell’Iran in Uzbekistan Ali Mardani Fard (12news, 13 agosto 2014). L’ambasciatore Fard ha anche aggiunto che l’Uzbekistan è al centro  dell’Asia centrale e l’Iran offre il modo “più rapido, sicuro ed economico” di accedere ai mercati di Golfo Persico e Mar d’Oman. La ferrovia Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, ha affermato il diplomatico iraniano, è “il presupposto più importante allo sviluppo delle relazioni economiche tra Iran e Uzbekistan” (Trend.az, 11 febbraio 2014). Tuttavia, il motivo principale dell’entusiasmo dell’Iran per la ferrovia potrebbe essere la possibilità di far accedere le materie prime iraniane nel mercato cinese attraverso l’Asia centrale. Inoltre, Teheran sicuramente cerca d’influenzare politicamente l’Asia centrale e di rafforzarvi la propria influenza (Review.uz, 25 dicembre 2014). Numerose simili vie di trasporto e commerciali regionali strategiche si sviluppano con il patrocinio del Turkmenistan. Ad esempio, la ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakhstan (parte del cosiddetto Corridoio internazionale Nord-Sud), avviata nel dicembre 2014, ha già portato alla sottoscrizione di importanti accordi d’import-export tra i vicini regionali (IRIB 15 ottobre 2014). Altri corridoi commerciali emergenti sono la ferrovia Turkmenistan-Afghanistan-Tagikistan, che sarà terminata entro la fine di quest’anno (Centralasiaonline.com 5 gennaio 2015), e il proposto progetto Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaigian-Georgia-Turchia (Trend.az 17 novembre 2014). Quindi data la posizione geografica centrale dell’Uzbekistan, ricco capitale umano e di potenziale, perché il Paese, ad oggi, non s’è  interessato di più alla rete dei trasporti regionali? Secondo Bakhtijor Ergashev, del Centro per la ricerca economica (Uzbekistan), in primo luogo la politica dell’Uzbekistan di sostituzione delle importazioni rende la repubblica dell’Asia centrale una meta poco desiderabile per le merci estere, a causa degli elevati dazi su importazioni e transito merci e le complesse norme doganali ed altri regolamenti. In secondo luogo, le infrastrutture dei trasporti dell’Uzbekistan rimangono sottosviluppate; gli investimento attualmente vengono incanalati verso la ristrutturazione di ferrovie e autostrade esistenti, mentre la costruzione di infrastrutture ausiliarie è in ritardo. In terzo luogo, i principali nodi stradali internazionali in Uzbekistan si concentrano nelle grandi città, senza ridurre i costi dei trasporti. In quarto luogo, la maggior parte delle strade in Uzbekistan non sono idonee al carico assiale internazionale standard di 13 tonnellate. Piuttosto sono adatte a un carico assiale di 10 tonnellate, cosa che causa l’usura veloce delle strade (Review.uz, 25 dicembre 2014). A conferma di tali problemi, tra l’altro, nel 2014 l’Uzbekistan fu posto ultimo sui 189 Paesi esaminati sulla facilità di passaggio delle frontiere, secondo la relazione annuale Doing Business della Banca Mondiale (Doingbusiness.org, 29 ottobre 2014).
I Paesi dell’Asia centrale saranno integrati nelle grandi reti commerciali internazionali nel prossimo decennio, attraverso lo sviluppo dei diversi nuovi corridoi. La ferrovia Iran-Turkmenistan-Kazakistan è già avviata e gli incipienti corridoi Uzbekistan-Turkmenistan-Iran-Oman, Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan e Afghanistan-Turkmenistan-Azerbaijan-Georgia gettano le basi future del trasporto e del commercio. Escluso dalla maggior parte dei grandi progetti di trasporto regionale, l’Uzbekistan nel frattempo si limita allo sviluppo del trasporto e ferroviario nel Paese che, se preso in considerazione, diverrebbe precursore del traffico transfrontaliero futuro. Oggi lo sviluppo industriale ed economico generale e l’aumento del tasso di crescita annuale, sono le priorità del governo dell’Uzbekistan. Ciò porta a concludere che il Paese probabilmente non sia interessato a divenire il leader regionale nei trasporti. Il Turkmenistan, invece, sembra cogliere la possibilità di assumere e mantenere tale ruolo.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta delle ONG degli USA in Asia centrale

Washington userà le ONG in Asia centrale
Vladimir Odintsov New Eastern Outlook 08/01/2015Central-Asia-Map2Gli Stati Uniti ed i loro satelliti hanno usato le organizzazioni non governative (ONG) per preparare e attuare le “rivoluzioni colorate” in Nord Africa, Medio Oriente e Paesi ex-sovietici, facendo notizia sui media internazionali. Le conseguenze di tale “attività democratica” svolta da Washington si possono vedere chiaramente in Libia, Iraq, Ucraina e molti altri Paesi in cui tale strategia ha portato al caos incontrollato. Le tattiche delle ONG di Washington possono essere riassunte da una citazione famosa dell’ex-tenente-colonnello degli USA Ralph Peters: “Hollywood prepara il campo di battaglia e gli hamburger precedono proiettili. La bandiera segue il traffico“. Come regola generale, l’obiettivo di tali “attività di copertura” svolte dalle ONG è la lotta per i mercati dell’energia o contro gli avversari politici, tra cui la Casa Bianca mette Russia, Cina e Iran. Ciò spiega molto deugli ultimi eventi a Hong Kong. Washington ha effettivamente creato una rete di organizzazioni non governative che promuovono gli interessi statunitensi con il pretesto di promuovere la “democrazia”, utilizzando i social network per diffondere la sua agenda. Tale modello è stato duplicato numerose volte nel mondo, tentando il cambio di regime nei Paesi che la Casa Bianca percepisce quali minacce al dominio degli USA. Per sponsorizzare tali attività Washington ha assegnato miliardi di dollari ogni anno tramite il National Endowment for Democracy (NED), organizzazione responsabile di innumerevoli colpi di Stato nel mondo assieme alla CIA, al pari di numerose fondazioni private. Non è un caso quindi che solo in Russia c’erano 650 ONG straniere nel 2012, che ricevevano un miliardo di dollari all’anno, di cui 20 milioni consegnati direttamente dalle missioni diplomatiche occidentali. Quindi, se vogliamo badare alla regione post-sovietica, negli ultimi anni le ONG occidentali sono state particolarmente attive negli Stati dell’Asia centrale, dove accanitamente cercano d’innescare “rivoluzioni colorate”, ovunque possibile. L’avidità di Washington verso tale regione è dovuta a una serie di fattori, tra cui i notevoli giacimenti di risorse naturali e la possibilità di controllarne il flusso insediandosi solidamente nella regione, come nel destabilizzato Afghanistan. Ma il fattore “chiave” del pensiero di Washington è la capacità d’influenzare il futuro geopolitico e la stabilità del continente asiatico e della Russia. Ecco perché il territorio dell’Asia centrale è considerato dai think tank degli USA area primaria per la proiezione dell’influenza politica su Russia e Cina, lanciando campagne militari contro l’Afghanistan e potenzialmente l’Iran. In questo caso, gli Stati Uniti cercano di staccare gli Stati dell’Asia centrale dall’influenza russa, con l’ampio ricorso ad organizzazioni internazionali e ONG. Dopo aver fallito nel ridisegnare il panorama politico dell’Asia centrale, dopo la cosiddetta “rivoluzione dei tulipani” in Kirghizistan nel 2005 e il conseguente spostamento dell’interesse della Casa Bianca alle “riforme politiche democratiche” in Ucraina e Hong Kong, il dipartimento di Stato e l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) nel 2011 hanno ridotto drasticamente il finanziamento ai loro “progetti” in Asia centrale, passando a 126 milioni di dollari dagli iniziali 436 milioni. Nel 2013 il finanziamento è stato ridotto ulteriormente a 118 milioni di dollari (con un decremento del 12% di rispetto al 2012). Tuttavia, a causa della crescente forza politica ed economica della Russia e della partecipazione attiva degli Stati dell’Asia centrale al progetto dell’Unione doganale attuato dalla Federazione russa e ad altre iniziative per l’integrazione, la Casa Bianca ha adottato significative modifiche nella politica verso i Paesi dell’Asia centrale. Pertanto, per “promuovere l’accesso a liberi e imparziali” media, l’USAID ha stanziato altri 3,8 milioni di dollari per le ONG in Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan nel 2014. Allo stesso tempo, George Soros ha speso 80 milioni di dollari in convulse “riforme democratiche” in Kirghizistan negli ultimi 11 anni. Nel novembre 2014, l’84enne investitore e filantropo s’è recato in Kirghizistan attirando ampia attenzione mediatica, insieme a “considerevole” assistenza finanziaria fornita alle organizzazioni non governative per la “rivoluzione” in Ucraina. George Soros ha espresso chiaramente la sua posizione anti-russa in una conferenza stampa del Gruppo di crisi internazionale di Bruxelles, dove ha esortato l’Europa a “svegliarsi”. Questo è il motivo per cui la sua visita in Kirghizistan è stata considerata dalla maggior parte degli osservatori stranieri un tentativo d’impedire l’ingresso del Kirghizistan nell’Unione doganale e il riavvicinamento alla Russia. Non è un caso che durante la visita, l’ambasciata statunitense in Kirghizistan abbia assistito a numerose manifestazioni dove i manifestanti invitavano le ONG locali ad astenersi dal “farsi compare”. E’ ovvio che Washington continuerà a perseguire attivamente i propri interessi in Asia centrale con le organizzazioni non governative, cogliendo ogni possibile occasione per aumentare l’influenza sugli affari interni degli ex-territori sovietici e portando al potere capi fedeli in quegli Stati che ritiene di priorità assoluta. E’ ovvio che la Casa Bianca tenterà di sfruttare il fattore religioso per destabilizzare, soprattutto ha già testato lo scenario dello “Stato islamico” insieme ai suoi satelliti nel Golfo, dimostratosi molto efficace nel diffondere il caos non solo in una determinata regione, ma anche in tutto il mondo.

Vladimir Odintsov commentatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

image2Il Nuovo Grande Gioco n°82
Christoph Germann

Dalla fine del 2013, la Turchia è travolta dall’implacabile lotta di potere tra Recep Tayyip Erdogan, che ha lasciato la carica di primo ministro turco lo scorso anno per diventare il 12° presidente del Paese, e l’influente movimento appoggiato dalla CIA dell’auto-descritto “imam, predicatore e attivista della società civile” Fethullah Guelen, che vive negli Stati Uniti da quando fu costretto a fuggire in Turchia nel 1999. Il conflitto tra gli ex-alleati ha ormai raggiunto un punto in cui il presidente Erdogan si prepara ad aggiungere il movimento di Guelen nel ‘libro nero’ della Turchia, dato che l’organizzazione sarà classificata minaccia alla sicurezza nazionale della Turchia. Anche se la lotta per il potere in gran parte ha luogo in Turchia, altri Paesi, come l’Azerbaigian, ne sono colpiti ed Erdogan non è l’unico che cerca di contenere le attività dell’oscuro movimento. I regimi in Asia Centrale sono sempre più sospettosi verso le scuole di Guelen e con buona ragione. Dopo Russia e Uzbekistan, che avevano già chiuso le scuole oltre un decennio fa, il Turkmenistan ha seguito l’esempio, negli ultimi anni, e le scuole di Guelen in Tagikistan sono ora sotto esame, come il quotidiano filo-Erdogan Sabah ha trionfalmente annunciato questa settimana:
Il Tajikistan chiude le scuole di Guelen, definendole ‘missione ombra’
Sajdov Nuriddin Sajdovich, ministro dell’educazione e della scienza del Tagikistan, ha annunciato che non estenderà l’accordo con il Movimento Guelen sul permesso di aprire scuole nel Paese, in quanto considera la missione delle scuole del gruppo come “oscura”. Secondo la stampa locale, un funzionario del ministero, Rohimjon Sajdov, ha anche detto che sarà dissolto l’accordo tra il movimento Guelen e il governo tagiko sulle sue scuole nella regione. Sajdov ha aggiunto che l’accordo con gli istituti d’istruzione in questione scade nel 2015 e che il Paese non lo prorogherà. Attualmente vi sono 10 scuole in Tagikistan gestite dal movimento. La prima scuola del gruppo fu aperte nel 1992. Negli ultimi dieci anni, le finalità delle scuole sono al centro di un acceso dibattito nel governo turco. Vi sono state numerose richieste di chiusura da parte di Ankara”.

tadjikistan-2Il Tagikistan controlla le scuole di Guelen, preparandosi al caos afgano
È interessante notare che, secondo i media tagiki, Sajdov non ha menzionato la parola “ombra”. Invece ha detto che il governo tagiko sta per rivedere le licenze per le scuole Guelen perché la loro missione è “poco chiara”. Il quotidiano Sabah è noto caricare il caso quando si tratta del movimento Guelen, ma dato che le scuole di Guelen svolgono un ruolo decisivo nell’islamizzazione di Asia centrale e Caucaso e furono utilizzate per varie operazioni segrete della CIA, le autorità tagike dovrebbero considerare la missione delle scuole come “oscura”. Dushanbe ha a lungo lamentato che i giovani tagiki, che studiano illegalmente nelle scuole religiose islamiche all’estero, “possono facilmente radicalizzarsi ed essere reclutati nei gruppi estremisti o militanti”, mentre si fa poco per fermare indottrinamento e reclutamento dei terroristi interi. Tuttavia, le ultime azioni indicano che ciò potrebbe cambiare nel prossimo futuro:
Un presunto capo islamista e suoi subordinati detenuti in Tagikistan
Il presunto capo di una cellula del Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) e 10 presunti collaboratori sono stati arrestati in Tagikistan. Il ministero dell’Interno tagiko ha detto in una dichiarazione televisiva, il 7 gennaio, che Ikrom Halilov, ex-imam di una moschea locale e altri erano stati arrestati nel distretto di Shakhrinav, a 50 chilometri ad ovest della capitale Dushanbe. Secondo il ministero, il gruppo è sospettato di pianificare l’attacco a una stazione di polizia, al fine di rubarne le armi”.
Negli ultimi mesi, il Movimento islamico dell’Uzbekistan (IMU) fa notizia nel nord dell’Afghanistan, dove i combattenti dell’Asia centrale appartenenti al gruppo IMU o a schegge, come Jamat Ansarullah, e le alleate forze taliban si ammassano ai confini di Tagikistan e Turkmenistan. Alla fine dello scorso anno, Zamir Kabulov, rappresentante speciale del presidente russo Vladimir Putin per l’Afghanistan, ha rilasciato una lunga intervista ad Interfax avvertendo della minaccia all’Asia centrale e alla Russia, ma stranamente ha detto che i jihadisti nel nord dell’Afghanistan provengono dallo Stato islamico (SIIL). Kabulov ha descritto in dettaglio come molti combattenti si concentrino sulle teste di ponte in Tagikistan e Turkmenistan e sottolineato che “i nostri alleati Tagikistan e Uzbekistan lo sanno, confermando le stesse informazioni e prendendo misure“. Perché per Kabulov gli insorti siano combattenti del SIIL non è chiaro. Alcuni jihadisti tagiki del SIIL hanno recentemente proclamato l’intenzione di “combattere gli infedeli” in Tagikistan, ma non hanno ancora ottenuto il permesso:
I militanti del SIIL chiedono a Baghdadi il permesso di combattere gli ‘infedeli’ in Tagikistan
I militanti dello Stato Islamico (IS) in Iraq hanno pubblicato un video dicendo di aver chiesto il permesso al gruppo dirigente per la jihad in Tagikistan, ha riferito RFE/RL tagiko. Abu Umarijon dice che lui e i suoi camerati tagiki hanno chiesto a Baghadi, capo dello Stato islamico, il permesso di tornare in Tagikistan e combattere con il gruppo estremista Jamat Ansarullah. Tuttavia, Baghdadi non gliel’ha concesso. “Agli emiri (capi) militanti che hanno trasmesso il messaggio ad Baghdadi è stato detto che in questo momento devono attendere”, spiega il militante tagiko”.
Il video ha causato scalpore in Tagikistan e il Centro Islamico del Tagikistan ha condannato i jihadisti chiedendo come sia possibile “la jihad in uno Stato la cui popolazione è al 99 per cento musulmana“. Ma anche senza il ritorno dei combattenti tagiki del SIIL, le autorità tagike hanno tutte le ragioni di preoccuparsi della situazione nel nord dell’Afghanistan. I sequestri sul confine tagiko-afgano evidenziano recentemente la gravità della minaccia. Questa settimana, i funzionari tagiki hanno reso pubblica l’identità delle quattro guardie di frontiera tagiki rapite il mese scorso, e hanno respinto le affermazioni secondo cui i taliban avevano fatto richieste per il loro rilascio. A causa del deterioramento della situazione della sicurezza, i servizi speciali del Tagikistan avrebbero preso “una serie di misure per rafforzare i tratti più vulnerabili” del confine tagiko-afghano e ora sorvegliano molto da vicino le attività degli insorti nel nord dell’Afghanistan. Oltre a questo, il Tagikistan ha anche creato una nuova base militare vicino al confine:
Per sorvegliare i taliban, il Tagikistan crea una nuova base militare al confine afghano
Le forze armate del Tagikistan creano una nuova base vicino al confine con l’Afghanistan in risposta all’apparente aumento dei combattenti sul lato afghano del confine. La base, chiamata “Khomijon”, sarà nella regione di Kuljab. “Carri armati, veicoli corazzati e altri armamenti” saranno impiegati nella base che “unità di tutte le strutture di sicurezza del Paese utilizzeranno per le manovre operative”, ha riferito RFE/RL citando una fonte del Ministero della Difesa del Tagikistan. Mentre non vi è alcuna “minaccia immediata” del concentramento di combattenti taliban al confine con il Tagikistan, Dushanbe ha scelto di adottare “misure preventive”, ha detto il funzionario. Una fonte anonima nel Comitato di Stato sulla Sicurezza Nazionale (GKNB) del Tagikistan ha detto all’agenzia russa TASS che “gruppi non controllati da Kabul” si sono ammassati sul lato afgano del confine”.

afghan_pakistan_786I taliban smentiscono le affermazioni del governo, mentre Ghani chiede agli USA di rimanere per sempre
Lo stesso giorno, un anonimo funzionario del servizio di sicurezza nazionale dell’Uzbekistan con linguaggio simile avvertiva dell'”aumento della presenza di formazioni armate non controllate dal governo dell’Afghanistan“. L’Uzbekistan prende alcune misure per affrontare il problema, ma le autorità uzbeke non costruiscono nuove basi militari, perché sono meglio preparate ad affrontare la minaccia dei vicini Tagikistan o Turkmenistan. Dopo che i taliban si sono avvicinati al Turkmenistan un mese fa, riprendendosi Khamjab nel distretto afgano di Jowzjan, il governo afgano ora cerca di calmare i nervi di Ashgabat. Il capo della polizia di Jowzjan, generale Fakir Muhammad Jaujani ha annunciato, la scorsa settimana, che le forze armate afgane preparano operazioni su vasta scala nelle province di Jowzjan e Faryab, dove gli insorti hanno ripetutamente provocato problemi negli ultimi mesi. Anche se l’International Security Assistance Force (ISAF) della NATO ha concluso la guerra in Afghanistan solo di nome, il presidente afgano Ashraf Ghani non ha perso tempo nel rimpiangere le truppe della coalizione:
Il presidente afgano dice agli USA di ‘riesaminare’ la data del ritiro
Il presidente afghano Ashraf Ghani ha detto in un’intervista che gli Stati Uniti dovrebbero “rivedere” il calendario della ritirata delle restanti truppe della coalizione nel Paese entro la fine del 2016. Le “scadenze sono dettate dalla mente ma non dovrebbero essere dei dogmi”, ha detto Ghani al programma della CBS “60 Minutes” sulla questione. Alla domanda cosa avesse detto al presidente USA Barack Obama, Ghani ha detto: “Il presidente Obama mi conosce, non abbiamo bisogno di spiegarci”.
Dato che Ghani è l’uomo di Washington, le sue parole sono una vera sorpresa e questa intervista probabilmente gli guadagnerà altri tributi sulla stampa statunitense. Ma mentre i funzionari e i media degli Stati Uniti non perdono occasione per elogiare il nuovo leader dell’Afghanistan, il popolo afgano è meno impressionato dalle prestazioni di Ghani, finora. Secondo l’ultimo sondaggio del notiziario afgano TOLOnews e dell’istituto di ricerca ART, Ghani ha perso popolarità tra la popolazione afgana, quasi il 50 per cento, dal suo insediamento a fine settembre. Uno dei motivi probabili è che Ghani non ha formato un governo con il direttore generale del suo governo di unità nazionale, Abdullah Abdullah. Anche se i due uomini hanno raggiunto un accordo per la condivisione del potere a settembre, c’è lo stallo sulle cariche governative. Ghani ha anche sperato di portare tre capi taliban nel suo governo, ma il gruppo ha respinto l’offerta:
I taliban rifiutano l’offerta di posti nel governo afghano
Ai taliban sono stati offerti posti nel nuovo governo afghano, ma hanno rifiutato, afferma la BBC. L’offerta proviene dal nuovo presidente Ashraf Ghani, nel tentativo di porre fine alla ribellione che minaccia il Paese. I tre uomini che il presidente Ghani aveva sperato di attirare nel suo governo erano Mullah Zaif, ex-ambasciatore talib in Pakistan, che ha vissuto relativamente apertamente a Kabul per alcuni anni, Wakil Muttawakil, ex-ministro degli Esteri talib, e Ghairat Bahir, un parente di Gulbuddin Hekmatyar, le cui forze sono alleate ai taliban”.
Se Ghani non riesce a raggiungere un accordo con i taliban, la situazione in Afghanistan può solo peggiorare e il presidente afghano avrà difficoltà a restare al potere. Così l’appello di Ghani agli Stati Uniti di “riesaminare” la scadenza del ritiro ha perfettamente senso. Tuttavia, come già detto, le preoccupazioni di Ghani sul cosiddetto ritiro della NATO sono completamente infondate. L’esercito statunitense ha risposto all’intervista di “60 minutes” dicendo che gli Stati Uniti “prevedono di restare in forze e non ci sono stati cambiamenti sul ritiro”, ma anche se gli Stati Uniti proseguono con il piano per avere una “normale” ambasciata a Kabul alla fine del 2016, ciò significa tenere migliaia di contractor nel Paese devastato dalla guerra. Tuttavia, al momento non sembra come gli Stati Uniti prendano sul serio il piano della ritirata:
A Camp Lejeune i marines si preparano a schierarsi in Afghanistan
Pochi mesi dopo la presunta fine delle operazioni di combattimento del Corpo in Afghanistan, ufficiali rivelano che i marines sono diretti di nuovo nel Paese dilaniato dalla guerra, ma i dettagli dell’operazione sono pochi. La notizia arriva con un comunicato stampa del Corpo dei Marines che delinea i preparativi compiuti dalla 2.nda Compagnia di collegamento d’artiglieria aero-navale di Camp Lejeune, North Carolina. La compagnia ha testato ls disponibilità della squadra di collegamento inter-arma Alpha a uno schieramento imminente in Afghanistan per la soluzione di vari scenari “reali” tra l’8 e l’11 dicembre, secondo il comunicato. Oltre al comunicato stampa, ufficiali del Corpo dei Marines si sono rifiutati di discutere dell’imminente schieramento del 2° ANGLICO. Citando la sicurezza operativa, un portavoce della Marine Expeditionary Force ha rifiutato di specificare quando, e per quanto, verrà schierata l’unità, dove opererà in Afghanistan e se altre unità dei marines l’accompagneranno”.

Azerbaijan_mapLa lotta agli agenti del ‘regime change’ di Washington nel Caucaso meridionale
Oltre alle truppe statunitensi, l’operazione Resolute Support, la missione di prosieguo dell’ISAF, conta su numerose truppe di altri Paesi della NATO e alleati, come Georgia e Azerbaigian. Un gruppo di soldati azeri è appena partito per l’Afghanistan a sostegno della missione della NATO, nonostante le tensioni tra il regime del leader dell’Azerbaigian Ilham Aliev e l’occidente. Negli ultimi mesi, l’Azerbaigian ha ripetutamente fatto notizia per la repressione di ONG, attivisti per i diritti umani e giornalisti, molti supportati da Stati Uniti e Unione europea. Dopo che le autorità azere avevano già arrestato Khadija Ismailova, giornalista investigativa che collabora per il servizio azero del portavoce della CIA, Radio Free Europe/Radio Liberty (RFE/RL), all’inizio del mese scorso, le relazioni tra Baku e Washington peggioravano quando il regime di Aliev ha chiuso l’ufficio di RFE/RL di Baku, un paio di settimane dopo:
USA ‘allarmati’ dall’Azerbaijan che chiude gli uffici a Baku di RFE/RL
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti è preoccupato per la situazione dei diritti umani in Azerbaigian, aggravatosi dopo che le autorità hanno fatto irruzione e chiuso l’ufficio di RFE/RL a Baku ed interrogato dipendenti e collaboratori. Il portavoce del dipartimento di Stato Jeff Rathke ha riferito alla conferenza del 29 dicembre a Washington: “Queste azioni, insieme alla negazione dell’assistenza legale in tali interrogatori, sono ulteriore motivo di preoccupazione. Gli uffici azeri di RFE/RL, conosciuta come Radio Azadliq, sono stati perquisiti il 26 dicembre dagli investigatori del pubblico ministero confiscando documenti, file e attrezzature, prima di sigillare i locali”.
Com’era prevedibile, la guerra verbale tra Stati Uniti e Azerbaigian s’è intensificata dopo il giro di vite su RFE/RL. L’ex-presidente di RFE/RL Jeffrey Gedmin ha condannato l’azione di Aliev contro “una delle poche agenzie di stampa indipendenti rimaste in Azerbaigian” nei termini più forti possibili e ha avvertito l’amministrazione Obama che la visione di Washington di un’Europa “libera e unita” è a rischio. “Tutta l’Europa libera” è un codice spesso usato ma raramente spiegato, perché in pratica significa il consolidamento di un’Europa unita controllata da Bruxelles per conto degli Stati Uniti. L’Azerbaigian supportava la visione di Washington, ma al momento cruciale il regime Aliev è più interessato alla sua sopravvivenza che a un'”Europa unita e libera”. Anche se le tensioni sono forti al momento, resta da vedere se l’Azerbaigian davvero “snobberà l’occidente”, come alcuni suggeriscono:
L’Azerbaijan snobba l’occidente
Questi eventi sono stati segnalati all’estero soprattutto come ulteriore restrizione del già piccolo spazio in Azerbaigian per le opinioni alternative. Ed è così, suggerendo anche un drastico cambio geopolitico nell’instabile regione del Mar Caspio: crescente ostilità del governo azero verso Washington, con l’attacco a RFE/RL dopo mesi di retorica estrema anti-occidentale. Alti funzionari governativi azeri hanno accusato l’ambasciatore degli Stati Uniti a Baku di “gravi interferenze” e l’ex-ministro degli Esteri della Svezia Carl Bildt di essere una spia statunitense. Ai primi di dicembre, il capo dello staff presidenziale, Ramiz Mehdiev, ha pubblicato un articolo di 13000 parole sostenendo che la CIA escogita cambi di regime nello spazio post-sovietico (le cosiddette rivoluzioni colorate) definendo gli attivisti per i diritti umani in Azerbaigian “quinta colonna” degli Stati Uniti”.
Vale la pena sottolineare che la stampa israeliana suona l’allarme sul presunto cambio della politica estera dell’Azerbaigian, ma l’ambasciatore d’Israele a Baku Rafael Harpaz ha affrontato tali articoli dopo pochi giorni placando i timori e sottolineando che nulla cambia nei rapporti azerbaigiano-israeliani. Pertanto, i rapporti allarmistici nei media occidentali sul cambio geopolitico di Baku devono essere presi con cautela. Gli Stati Uniti non accetteranno di perdere l’Azerbaigian, considerando che la vicina Armenia è ufficialmente membro dell’Unione economica eurasiatica (UEE) cementando i legami con Mosca. Dopo i falliti tentativi d’impedire l’adesione dell’Armenia al blocco commerciale guidato dalla Russia, Washington apparentemente non è più interessata a “far progredire valori, pratiche e istituzioni democratici” in Armenia e decidendo di chiudere l’ufficio locale del National Democratic Institute (NDI), per “problemi finanziari”, ovviamente una scusa:
NDI sospende le attività in Armenia
L’ufficio armeno del National Democratic Institute (NDI) degli Stati Uniti, che opera in Armenia dal 1995, sospende le operazioni per problemi finanziari, ha detto Gegam Sargsjan, capo dell’ufficio, il 7 gennaio. Il NDI non riceve finanziamenti dal suo sponsor principale, l’USAID (Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale), quindi da marzo 2015 l’ufficio blocca le attività “per un tempo indefinito, fino a quando i fondi saranno disponibili” ha detto Sargsjan. “L’USAID sospese il finanziamento del NDI un anno fa e poi ricevemmo fondi dal National Endowment for Democracy degli USA” ha detto Gegam Sargsjan aggiungendo che oggi USAID preferisce sostenere organizzazioni locali piuttosto che internazionali, mentre “per la NDI non sono una priorità attuale“.

11120114176d0ec302adaa11b1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Turkmenistan sarà lo scudo anti-jihadisti?

Stanislav Ivanov New Eastern Outlook 10/01/2015

Dmitry_Medvedev_in_Turkmenistan_13_September_2009-1Dopo il ritiro delle forze NATO dall’Afghanistan, un aumento dell’attività islamista è previsto nel Paese e nella regione. Washington e i suoi alleati occidentali non sono riusciti ad infliggere una seria sconfitta al movimento dei taliban afghani, inoltre questo potrebbe non solo mantenere il controllo su un certo numero di province afghane, ma anche sviluppare stretti legami con il movimento talib pakistano e i capi del califfato islamico creato nel territorio di Siria e Iraq. Oggi, i cosiddetti “jihadisti” cercano di ampliare al massimo l’area d’influenza, anche penetrando nei Paesi dell’Asia centrale e del Caucaso. Esperti e scienziati politici discutono attivamente la possibilità del ripetersi di una “primavera araba”, questa volta nei Paesi dell’Asia centrale e in Azerbaigian. Questi Stati hanno alcune caratteristiche comuni con i Paesi vittime della “primavera araba”. Il Turkmenistan potrebbe divenire l’anello debole o al contrario lo scudo contro i “jihadisti” dei Paesi dell’Asia centrale e Caucaso? Il Turkmenistan occupa un posto speciale nel sistema di sicurezza regionale. La caratteristica della sua storia post-sovietica è lo status di neutralità riconosciuta dalle Nazioni Unite, conseguenza della sua non-partecipazione ad alleanze e associazioni militari e politiche. L’assenza di potenziali avversari esteri permette al governo del Paese di mantenere delle insignificanti, in dimensioni e potenza, forze armate. L’equidistanza di Ashgabat da tutti i centri globali e regionali e i giacimenti di idrocarburi del Paese dalla rilevanza mondiale permettono anche di costruire riuscite relazioni commerciali ed economiche reciprocamente vantaggiose con più di cento Paesi; i Paesi principali partner commerciali del Turkmenistan sono Iran (21,7%), Russia (18%), Turchia (16,4%) e Cina (10,8%). La principale voce dell’esportazione del Turkmenistan rimane il gas, ma c’è una tendenza alla diversificazione delle esportazioni aumentando la produzione di petrolio e prodotti petroliferi, energia elettrica, materiali da costruzione, cotone e altri beni. USA e UE mostrano interesse per lo sviluppo degli scambi economici e altri rapporti con il Turkmenistan. Vi sono piani per costruire nuovi gasdotti, oltre a quello esistente verso nord, a ovest e sud-est, in particolare il gasdotto TAPI di 1735 chilometri dal Turkmenistan ad Afganistan, Pakistan e India. La sua capacità è pari a 33 miliardi di metri cubi di gas all’anno, il costo è stimato in 7,9 miliardi di dollari. La Turchia ha un ruolo particolare nelle relazioni bilaterali del Turkmenistan con altri Paesi. La somiglianza in cultura, lingua, religione, tradizioni, costumi e abitudini favoriscono ulteriormente tale ravvicinamento in tutti i settori. In particolare, durante la visita del presidente turco R. Erdogan ad Ashgabat nel novembre 2014, l’attenzione era attirata sul fatto che più di 600 imprese ed aziende turche lavorano con successo nel Paese, mentre il valore complessivo dei progetti realizzati dalle aziende turche in Turkmenistan ammonta a 42 miliardi di dollari. Certo, rimane la forte concorrenza tra i Paesi interessati agli idrocarburi turkmeni e al mercato delle materie prime e dei servizi; tuttavia la concorrenza non è accompagnata da tentativi di rafforzarvi l’influenza di un particolare Paese o alleanza militare. La concorrenza è per lo più limitata al lobbying su alcuni gasdotti (da UE, Turchia, Iran, Pakistan, Cina, India). Sembra che tutti gli attori internazionali siano soddisfatti dalla neutralità di Ashgabat in politica estera e dal suo netto status neutrale. Il governo turkmeno ritiene che il Paese rimarrebbe ai margini in caso di conflitto regionale o internazionale, mantenendo così integrità territoriale e sovranità. Tuttavia, è sempre più chiaro ad Ashgabat che la minaccia alla sicurezza del Paese può provenire da attori non statali, soprattutto da gruppi islamici stranieri. È dimostrato che taliban turkmeni combattano insieme ad afghani e pakistani in Siria e Iraq, e che “Movimento islamico del Turkestan orientale” e “Movimento islamico dell’Uzbekistan” sono stati creati nel Waziristan settentrionale (Pakistan). Vi sono notizie su “taliban turkmeni” che controllano quasi tutti i territori in cui il gasdotto TAPI dovrebbe essere costruito (nei territori afghani e pakistani).
big Nel 2014 gli attacchi contro i posti di controllo di frontiera turkmeni al confine afghano-turkmeno sono aumentati. Centinaia di cittadini sono stati uccisi, alcuni decapitati, le loro proprietà saccheggiate, bestiame derubato e decine di case bruciate. Le guardie di frontiera turkmene subiscono non solo perdite, ma anche prigionieri per mano degli islamisti. Si parla di prime operazioni “di pulizia” dei militanti che cacciano le popolazioni dalle aree adiacenti al confine e preparano corridoi per ulteriori puntate in profondità nel Paese. Controllano l’autostrada al confine turkmeno e possono, in ogni momento, marciare sulla valle Murgaba (Bagdis) e sulla provincia di Andkhoya (Faryab). Le autorità afghane e turkmene non controllano alla frontiera il traffico di droga, il contrabbando e l’infiltrazione dei gruppi islamici, né possono controllare i movimenti degli allevatori che pascolano il bestiame su entrambi i lati del confine. Si dovrebbe ricordare che quando il movimento basmachi venne sconfitto in URSS, negli anni ’20-’30, una serie di grandi e influenti clan turkmeni fuggì in Afghanistan, nelle regioni al confine. Ancora pretendono la restituzione delle loro terre ancestrali, oggetto del ricatto continuo del governo del Turkmenistan. La questione ha acquisito particolare importanza quando due grandi giacimenti di gas, le oasi Serakh e Murgab, si ritrovano vicino alle terre reclamate dai turkmeni afghani. Quindi, vi è la crescente possibilità di attacchi di taliban e “jihadisti” afghani di ogni risma e colore contro il Turkmenistan, nella primavera 2015. I molti popoli che stabilmente vi risiedono, hazara, turkmeni, curdi, uzbeki e tagiki, sono raggiunti, ultimamente, da un numero crescente di persone provenienti da altre province dell’Afghanistan e da “jihadisti” stranieri. Si prevede che possano invadere il Turkmenistan dal velayat Bagdis lungo la valle del fiume Murgab. Nonostante il fatto che l’area abbia fortificazioni e la presenza di un’unità di guardie di frontiera, la valle di Murgab attrae i militanti essendo la via più veloce alla successiva marcia verso nord. Vi è una popolazione (che potrebbe essere presa in ostaggio), molto bestiame, depositi, buone strade, numerosi veicoli e perfino armi. Da Takhta-Bazar, si può facilmente arrivare, su una strada asfaltata, alla città strategica di Jolotan, nei pressi della quale vi è il grande giacimento di gas di Galkynysh, fonte del “TransCaspio” per l’Europa. E’ da questo luogo che il nuovo gasdotto strategico “Est-Ovest” parte per le rive del Caspio.
Il governo turkmeno, anche se con un certo ritardo, reagisce alla crescente minaccia dall’Afghanistan. Sono state adottate rapide misure per rafforzare il controllo delle frontiere e altre agenzie della difesa in questa parte del confine di Stato costruiscono nuove fortificazioni. Un fossato, largo quattro metri e profondo cinque, è stato scavato lungo il confine afgano, rinforzato da una rete metallica. Inoltre, si sviluppano i contatti con i potenziali alleati nella lotta agli islamisti. Così, il 14 settembre 2014, il Generale Khossein Dehgan, ministro della Difesa iraniano, ha visitato il Turkmenistan per coordinare gli sforzi dei due Paesi nella sicurezza regionale. Il tema principale dei negoziati Iran-Turkmenistan è l’interazione in caso d’invasione dei “jihadisti” dall’Afghanistan. La parte iraniana ha espresso disponibilità a svolgere, al più presto, manovre dell’esercito iraniano nella provincia nord-orientale, invitando i militari turkmeni in qualità di osservatori. L’11 settembre 2014, il Presidente del Turkmenistan G. M Berdymukhammedov improvvisamente arrivò a Dushanbe per partecipare al vertice SCO da ospite d’onore, anche se il suo Paese non è membro dell’organizzazione e aveva già dimostrativamente preso le distanze da qualsiasi iniziativa regionale. Nel corso del vertice, il presidente del Turkmenistan ha incontrato i presidenti di Iran, Mongolia, Repubblica popolare cinese, nonché i rappresentanti di India e Pakistan. Si potrebbe suggerire che le questioni di sicurezza regionale furono discusse in questi incontri. Nell’agosto 2014, il governo turkmeno effettuò la “de-islamizzazione” del suo sistema educativo. Nel quadro dell’attuazione del trattato bilaterale sulla cooperazione nell’istruzione, concluso tra i governi di Turkmenistan e Turchia, il 15 agosto 2014, furono chiuse la scuola turkmeno-turca e l’Università turkmeno-turca. La scuola turca fu lasciata solo per i figli dei dipendenti dell’ambasciata e delle società turche che lavorano in Turkmenistan. L’Università è divenuta un’università nazionale, i suoi programmi sono stati rivisti e una sostanziale (in termini locali) tassa viene riscossa per gli studi. Allo stesso tempo, il nuovo trattato concluso tra Turkmenistan e Turchia sull’istruzione ha completamente eliminato qualsiasi interferenza non statale. I soggetti relativi agli studi religiosi sono stati rimossi dai programmi scolastici, le ore di preghiera (obbligatorie) sono state abolite. Tutte le innovazioni nell’educazione, introdotte su iniziativa del noto chierico turco Fethullah Gulen, sono state liquidate. Pertanto, il governo del Turkmenistan adotta misure preventive per difendere lo Stato contro eventuali attentati alla sovranità da parte di gruppi islamisti afghani. Nonostante il carattere autoritario ancora conservato dal governo e alcuni elementi da “primavera araba” che gli sono propri, non si attende un rovesciamento violento del governo e l’espansione “jihadista” in Turkmenistan nei prossimi anni. Il Paese ha solide tradizioni di potere secolare contro cui, oggi, non c’è alternativa visibile o opposizione organizzata. La maggioranza dei turkmeni pratica un Islam tradizionale moderato, i 5 milioni di abitanti del Paese si distinguono su carattere tribale e vivono su un territorio comune, vi sono salari minimi garantiti e sufficienti per tutte le categorie della cittadinanza, e il governo presta attenzione allo sviluppo di industria, infrastrutture, alloggi, al miglioramento dei sistemi di istruzione e assistenza sanitaria, ed altri aspetti di vitale importanza per la vita sociale.
In caso d’invasione “jihadista” del Turkmenistan, Ashgabat avrà un rapido aiuto da autorevoli organizzazioni internazionali, prima di tutto l’Organizzazione delle Nazioni Unite, così come dalle grandi potenze (Russia, Cina, Stati Uniti) e dai partner regionali (Turchia, Iran, ecc).

Turkeys President Recep Tayyip Erdogan visits TurkmenistanStanislav Ivanov, ricercatore presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa, ricercatore in Storia ed editorialista di “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Cremlino rafforza l’influenza sul Mar Caspio

Vladimir Sotnikov Russia Direct 14 ottobre 2014

La visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaigian è un’ulteriore prova che la Russia cerca di aumentare l’influenza e bloccare le ambizioni occidentali nella regione del Caspio.

0DEEFC5B-C619-4996-95A4-E822E0A331A1_cx0_cy15_cw0_mw1024_s_n_r1Durante la visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaigian, Baku e Mosca hanno deciso d’istituire un sistema di sicurezza collettiva nella regione del Caspio. Uno dei passaggi chiave saranno le esercitazioni congiunte di reazione alle emergenze nel 2016. Alla luce dell’ultimo vertice del Caspio, il 29 settembre ad Astrakhan, tale mossa ha implicazioni sul rapporto tra Russia e NATO, sulla capacità di combattere la diffusione del jihadismo e sui futuri progetti di gasdotti alternativi nella regione. La visita di Shojgu a Baku è il primo contatto attivo tra le due nazioni da quando Azerbaigian e Russia non poterono accordarsi sull’estensione del contratto di locazione della stazione radar di Gabala. Ora il periodo di disaccordi sembra essere stato superato con vari successi, tra cui i risultati del vertice del Caspio. Questa volta i capi di Russia, Iran, Azerbaigian, Kazakistan e Turkmenistan hanno partecipato al vertice. Il problema principale degli Stati costieri del Mar Caspio, come in passato, continua ad essere la suddivisione del fondale del Caspio. Secondo il presidente russo Vladimir Putin, l’accordo dei cinque riguarda suddivisione marittima, dei fondali e sottosuolo, trasporto e pesca del Mar Caspio. La maggior parte delle acque Caspio resterà d’uso comune per tutti. Mosca ha anche proposto che i Paesi partecipi tengano esercitazioni congiunte di pronta reazione nel 2016. Il vertice ha adottato una dichiarazione politica, firmata dai capi dei Cinque del Caspio. Le parti coinvolte nel vertice hanno deciso che, entro il 2018, la questione della suddivisione del fondale del Caspio sarà finalmente risolta e il relativo documento firmato. Il documento, dopo 20 anni di negoziati, stabilirà lo status giuridico del Mar Caspio e definirà i principi per lo sfruttamento delle sue risorse da parte dei Paesi rivieraschi, oltre a fornire una delineazione delle sue zone marittime. Tuttavia, i risultati del vertice dei Paesi del Mar Caspio ad Astrakhan difficilmente possono essere considerati una “svolta epocale”, o anche un incontro che finalmente rimuove ogni ostacolo alla collaborazione tra i responsabili politici di questi Paesi. Tuttavia, vi è stata una decisione importante sulla questione della divisione della piattaforma del Caspio, adottata e registrata nella dichiarazione politica del vertice. La decisione dei Cinque del Caspio prevede una zona di 25 miglia per ciascuno dei partecipi, 15 miglia di responsabilità per ogni Stato costiero, per lo sviluppo delle risorse del Caspio (principalmente giacimenti di idrocarburi) e 10 miglia per pesca e navigazione. Il rappresentante speciale del Presidente della Federazione Russa, Igor Bratchenko, ha annunciato la posizione originaria della Russia: il Mar Caspio dovrebbe essere disponibile all’uso comune. Questa posizione è sostenuta dall’Iran che è comunque partner strategico di Mosca. Tuttavia, gli altri Paesi, come Azerbaigian e Kazakistan, erano a favore di una zona di 25 miglia di responsabilità. Nessuna decisione finale è stata presa al vertice di Astrakhan, relativa alla divisione della piattaforma, s’è solo dichiarato l’intenzione di volere mettere a punto un documento per il prossimo vertice, tra due anni. Tuttavia, ciò non sminuisce l’importanza del vertice per la Russia e gli altri attori dell'”accordo sul Caspio”. Per Mosca, questo vertice s’è rivelato importante per il fatto che v’è la reale opportunità di negoziare lo sfruttamento delle risorse minerarie del Mar Caspio con tutte e cinque le potenze rivierasche. Per avviarlo, la Russia ha mostrato flessibilità diplomatica su questo difficile argomento.

Perché l’occidente è interessato al vertice sul Caspio?
Per i giocatori esterni, Stati Uniti, UE, Turchia e Israele, che hanno interessi rilevanti nel Mar Caspio o cooperano con alcuni Paesi della regione, non considerano la questione come definitivamente risolta. Non è un caso che la portavoce del dipartimento di Stato gli Stati Uniti, Jen Psaki, commentando i risultati del vertice di Astrakhan, ha detto che si tratta solo di una dichiarazione di intenti. Tuttavia, in realtà, Washington seguiva da vicino la riunione, essendo il Mar Caspio un settore prioritario per gli interessi nazionali degli Stati Uniti, così come per la Turchia e gli altri Paesi della NATO. La ragione è che i progetti energetici che coinvolgono l’esportazione di idrocarburi sono promossi da Stati Uniti e altri Paesi occidentali (e dalla Turchia) in alternativa ai progetti russi incentrati sui grandi giacimenti di petrolio e gas nel bacino del Caspio. Washington ha già proposto (e continua a proporre) ad alcuni Paesi, in particolare l’Azerbaijan, di ospiti una “forza di reazione rapida” che, composta soprattutto da truppe USA, sarebbe usata “per la protezione degli oleodotti in costruzione” dei progetti energetici occidentali.

Le implicazioni del vertice Caspio per il Medio Oriente
Per i Paesi di Medio Oriente e Asia Centrale, il vertice è importante soprattutto per l’attenzione di grandi organizzazioni internazionali come la Shanghai Cooperation Organization (SCO), in cui Paesi come Russia e Kazakistan sono membri. Per la regione del Medio Oriente, è importante l’intenzione espressa dalle controparti nella lotta al terrorismo internazionale. Ciò è particolarmente importante oggi, alla luce della guerra dello Stato islamico (IS) in vasti territori di Siria e Iraq. Secondo dati recenti, tale organizzazione è supportata da un gruppo terroristico dell’Asia centrale, il Movimento Islamico dell’Uzbekistan (IMU), i cui combattenti sono coinvolti in attività terroristiche in Afghanistan e Pakistan.

Perché il vertice Caspio è importante per la Russia?
Il risultato più importante del vertice di Astrakhan è che Mosca ha delineato le priorità politiche in questa regione molto importante per la Russia, sia sui progetti energetici con finanziamenti russi che dal punto di vista del rafforzamento della posizione politica di Mosca rispetto ai Paesi presenti al vertice come Iran, Kazakistan e Turkmenistan. Oggi, il ruolo del Mar Caspio negli interessi nazionali della Russia è aumentato considerevolmente. Particolarmente importante è il ruolo della regione in connessione al ritiro delle truppe NATO e USA dall’Afghanistan, alla grave crisi politica in Ucraina e al riorientamento della politica estera della Russia verso l’Asia. Mosca dovrà prendere in considerazione tutto questo per promuovere la propria politica nel Mar Caspio, data la collisione delle posizioni di Russia e occidente, in particolare nel contesto della crisi in Ucraina. Il Mar Caspio è anche un fattore della politica estera, nel perpetuarsi delle sanzioni occidentali a Russia e Iran. Gli Stati Uniti vedranno mai l’Iran come partner strategico dopo l’annullamento delle sanzioni finanziarie ed economiche occidentali a Teheran per lo sviluppo del proprio programma nucleare? Tuttavia, il rischio principale per la Russia nel Mar Caspio è l’alta probabilità dei progetti alternativi occidentali sul trasporto degli idrocarburi in alcuni Paesi rivieraschi, così come il loro riorientamento politico verso l’occidente, con l’eventuale spiegamento di contingenti e navi militari occidentali nel Mar Caspio. A questo proposito, la proposta di Mosca ai Paesi al vertice di tenere esercitazioni congiunte di risposta alle emergenze nel 2016, è molto probabilmente una risposta all’esercitazione militare “Rapid Trident 2014” in Ucraina occidentale. Ciò dimostra la disponibilità della Russia, in collaborazione con i partner dei Cinque del Caspio, a rispondere alla NATO che si avvicina ai confini della Russia, anche in relazione agli eventi in Ucraina. Lo confermano gli accordi raggiunti nel corso della visita del ministro della Difesa russo Sergej Shojgu in Azerbaijan, e i risultati dei colloqui con il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliev.

Russia e Azerbaijan si alleano nonostante le differenze passate
Russia e Azerbaigian concordano sulla prospettiva di creare un sistema di sicurezza collettiva nella regione del Caspio. Tale sistema dovrebbe includere tutti gli Stati litoranei sulla base del principio, confermato al vertice, di permettere la presenza di forze armate e armamenti sul Mar Caspio dei soli Cinque del Caspio e a nessun Paese esterno. Così i partecipanti al vertice di Astrakhan hanno firmato un accordo per condurre esercitazioni militari congiunte, tra i due Paesi, nel 2015. Molti media russi si sono affrettati a definire gli accordi ‘svolta sul Caspio’, sorprendendo molti esperti che credevano che Baku fosse più concentrata su partenariati, anche militari, con Stati Uniti, Turchia e Israele. Così, Baku difficilmente avrebbe accettato di partecipare alle esercitazioni congiunte con la Russia, per non parlare della creazione di un sistema di sicurezza collettiva dei Cinque del Caspio. Sembra che Baku abbia seriamente rivisto le esigenze sulla sicurezza alla luce dei recenti avvenimenti in Ucraina. Ovviamente, preoccupata dalla prospettiva di una Majdan in Azerbaijan, così come la più reale minaccia islamista jihadista del SIIL (che potrebbe diffondersi in Azerbaijan), Baku ci ha ripensato. Rimane la questione del Turkmenistan, che molto probabilmente gioca una grande partita con l’occidente. Il Turkmenistan desidera evidentemente esportare i propri idrocarburi (soprattutto gas) partecipando attivamente ai progetti di gasdotti occidentali alternativi a quelli russi. Tuttavia, l’avanzata della minaccia islamista nella regione dell’Asia centrale, ancora una volta alla luce delle possibili attività terroristiche congiunte di SIIL e taliban, può incoraggiare Ashgabat a partecipare al sistema di sicurezza collettiva nel Mar Caspio proposto dalla Russia. Quindi, a quanto pare, possiamo dire che la Russia inizia a sciogliere il difficile “nodo del Caspio”.

Caspian_sea_region_RUVladimir Sotnikov è un esperto di affari internazionali presso l’Istituto di Economia Mondiale e Relazioni Estere e l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS).

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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