Il piano “Blair-Erdogan-Mishal” su Gaza e le implicazioni in Siria

Nasser Kandil “60 minuti con Nasser Kandil” 25 agosto 2015 – Reseau International
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-NakhalCE5alSHWgAA7LQCI – Cosa succede dietro le quinte dei negoziati di Tony Blair per togliere il blocco di Gaza?
Egypt-Gaza-Israel-border--001 Data che la costante strategica occidentale è la sicurezza e la supremazia d’Israele, propongo di esporre ciò che accade contro la Palestina storica e soprattutto il progetto sul futuro di Gaza. Una lettura personale, ma basata su fatti che cominciano ad invadere la stampa, alcuni parlando di colloqui semplici, altri di negoziati diretti o indiretti tra Hamas e Israele [1] [2] [3]. Un progetto in corso di sistemazione il cui padrino è il burattinaio Tony Blair, il promotore è Tayib Rajab Erdogan, e il complice dichiarato Qalid Mishal (capo del Politburo di Hamas) senza poter presumere in che misura convincerà gli altri capi di Hamas, tra cui quelli di al-Qasam (ala militare di Hamas). Il tempo lo dirà, ma in ogni caso potrebbe spiegare il motivo per cui Israele ha accusato il movimento del Jihad islamico palestinese di aver lanciato il 20 agosto razzi sulle alture siriane del Golan occupate e l’adiacente Galilea [4] [5] quando si sa che non c’è nulla. In altre parole, il raid israeliano del 21 agosto nel sud della Siria, presso al-Qunaytra, in rappresaglia al lancio dei razzi, è un messaggio al Jihad islamico nella Striscia di Gaza e non nel Golan. Ci torneremo (…). Va notato che secondo il mito sionista è la Cisgiordania (Giudea e Samaria), da Tulqarim a Qalil (Hebron) che farebbe parte della terra promessa, non Gaza, sempre sotto la tutela egiziana, o Haifa, Jaffa o le coste sul Mediterraneo. Ecco perché non ho mai creduto che Israele avrebbe accettato una soluzione pacifica che richiede di restituire i territori occupati nel 1967 per accontentarsi dei confini del 1948. Nessun leader israeliano avrebbe il coraggio di accettarlo, così come nessun leader palestinese oserebbe firmare l’unica alternativa dell’autonomia, qua e là, sotto il controllo dell’occupante. Hillary Clinton non accettò il rifiuto pungente di Netanyahu alla proposta di spostare 25000 coloni da Tulqarim a Gerico? Da qui l’idea di uno Stato palestinese a Gaza, (una striscia di terra lunga 41 km e larga 6-12 km, da cui Israele ha unilateralmente ritirato l’esercito e 9000 coloni nel 2005), con l’apertura di valichi di frontiera, porto, aeroporto, passaporto, luce, acqua, ricostruzione, elezioni, legislatura, ecc…; la Turchia garantiva che Gaza non minacciasse mai la sicurezza d’Israele; Hamas parlava di “tregua a lungo termine” con la speranza di liberare il resto dei territori occupati con la sola forza dei negoziati politici (sic). Ciò significa che con lo slogan “Il vostro Stato palestinese di Gaza”, Israele si prepara ad eliminare l’Autorità palestinese e perseguire lo Stato ebraico colonizzando Cisgiordania e Gerusalemme al prezzo di sofferenze e stermini che supereranno quelli sopportati dal popolo palestinese nel 1948 (…). Non è più una teoria a lungo pensata da certuni, ma il piano affidato a Erdogan. Erdogan è bloccato in una situazione disperata fino alle elezioni legislative anticipate del 1° novembre, quando coloro che l’hanno votato perché pensavano che fosse il più forte potrebbero cambiare idea e coloro che non hanno votato per l’opposizione perché pensavano che avrebbe perso, gli voteranno contro. Due mesi in cui gli Stati Uniti devono assolutamente dargli via libera, e gli europei chiudere gli occhi in modo che possa spezzare il collo ai curdi, tanto da non osare nemmeno pensare di votare per l’opposizione; sapendo che solo il 2% dei voti andrà in suo favore, rispetto alle ultime elezioni, basterebbe per garantirgli i 65 seggi necessari per la vittoria. Questo è il prezzo affinché Israele non sia contrario alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano ed anche ad offrire servigi al governo degli Stati Uniti per farlo accettare a chi si oppone e all’opinione pubblica statunitensi: “Gaza è il futuro Stato palestinese, date a Erdogan ciò che chiede in Turchia!”. Così si forma il trio “Turchia-Israele-Fratelli Musulmani”, quest’ultimo con lo Stato di Gaza sotto la bandiera di Hamas. Che si tratti di successo o fallimento è un altro problema. Ciò che è certo è che gli israeliani studiano seriamente la revoca del blocco di Gaza, a condizione dell’uscita di Hamas dal campo della resistenza palestinese, sfruttando la carta vincente di sempre: la preoccupazione umanitaria per la popolazione di Gaza che tanto soffre…

II – Cosa succede nel Golan siriano?
capture-d_c3a9cran-2013-09-08-c3a0-18-57-42_risultato Per capirlo va analizzato il comportamento d’Israele mentre si cercano soluzioni. Abbiamo già discusso la relazione di DEBKAfile secondo cui “Russia e Stati Uniti corteggiano i sauditi per salvare Assad, mettendo in pericolo Israele e Giordania...”[6]; rapporto che ci porta a prevedere che Israele farà di tutto per silurare il riavvicinamento siriano-saudita sponsorizzato dalla Russia [7] Ciò permesso dalla ritirata del ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr, alla conferenza stampa integrale con Lavrov. [8] Infatti, tale rapporto va compreso come avvertimento all’alleato saudita che non può sperare di giocare da solo, a questo punto, anche se gli alleati Stati Uniti potrebbero essere d’accordo sul principio della priorità alla lotta al terrorismo (…). Infatti dato che Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran si sarebbero uniti alla Russia per trovare una soluzione in Siria e Yemen, in modo che l’Arabia Saudita salvasse la faccia, come Israele avrebbe voce in capitolo realizzando il piano “Blair-Erdogan-Mishal” a Gaza? Come, se non con una chiara azione sul campo e l’attivazione di gruppi armati sotto il suo comando nel sud della Siria? Di qui l’incursione su al-Qunaytra nel Golan siriano. Azione speciale che non dimostra che Israele sia pronto alla guerra (…) ma invia il messaggio aggiuntivo trasmesso da DEBKAfile: “Siamo qui! Non abbiamo covato e permesso ai gruppi armati di occupare il sud della Siria per permettere una soluzione alle nostre spalle. Inoltre i gruppi armati e la Giordania sono nelle nostre mani, non in quelle dell’Arabia Saudita che ha Zahran al-Lush (capo di Fronte islamico e Jaush al-Islam). Fin quando è così, siamo noi a decidere“. In altre parole, tale ennesimo raid avverte: Israele è ora l’unico giocatore nel sud della Siria, la Turchia nel nord; se si deve solo lottare contro il terrorismo ci si concentri solo sullo Stato islamico e dimenticate al-Nusra e tutti gli altri gruppi terroristici che Israele e Turchia sostengono; l’Arabia Saudita non ha nulla a che fare con la Siria, Israele scommette sulla Turchia.

III – Perché puntare sulla Turchia?
Israele scommette sulla Turchia, così come contro Stato siriano, Resistenza libanese, Resistenza palestinese ed Autorità palestinese. Ciò perché Erdogan risolverebbe i suoi problemi se riuscisse ad incassare il prezioso assegno della “carta palestinese” a favore della sicurezza d’Israele, aiutando l’occidente a concedergli il gran premio atteso, in Siria e altrove, per non dover lambiccarsi nel cercare di garantire la continuità geografica tra Gaza e i brandelli della presunta soluzione dei due Stati. Per non parlare della realizzazione della proposta di alleanza tra occidente e Fratelli musulmani, con capitale Gaza, che faciliterebbe il loro ritorno al potere in Egitto, di condividere il potere in Libia e possibilmente consolidare Ghanushi in Tunisia e portare Ansarullah a partecipare al futuro governo dello Yemen. Tutto ciò perché la vittoria di Gaza è stata venduta da Turchia e Qatar [9].

IV – Perché ora?
Ciò che unisce i fronti nel sud della Siria da al-Qusayr, a Yabrud, Zabadani, Qunaytra è che la vittoria di Siria ed Hezbollah a Zabadani significherebbe la fine della guerra nel Qalamun, eliminando i gruppi terroristici al confine siriano-libanese, e il prossimo passo sarebbe la pulizia di Qunaytra. Quindi, facendosi coinvolgere in questo modo, Israele avverte che sarà una questione molto diversa e molto più complicata di Zabadani, perché i gruppi terroristici come al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria, saranno supportati e protetti dagli aerei israeliani. Israele non permetterà la sconfitta di al-Nusra o il fallimento del piano per Gaza. Il messaggio israeliano è stato ricevuto. Dobbiamo aspettarci un’escalation nei prossimi due mesi, sapendo che la risposta arriverà in tempo, come i raid su Joumraya 1 e 2 (…).

Qalamun5015Note:
[1] Tregua a Gaza: Israele nega ogni trattativa con Hamas
[2] Negoziati Israele-Hamas: una hudna in cambio del blocco
[3] Vincitori e vinti nei colloqui tra Hamas e Israele
[4] Tensione sul Golan siriano, attacco aereo israeliano mortale
[5] Iran, Hezbollah, Israele: la spirale di vendette e risposte
[6] Russia e Stati Uniti corteggiano i sauditi per salvare Assad, anche se mettono Israele e Giordania sotto la minaccia dalla Siria
[7] Iniziativa di Putin: è possibile una riconciliazione siriano-saudita?
[8] Lavrov: i tentativi di rovesciare Assad porteranno al potere il SIIL in Siria
[9] Gaza: Vittoria venduta da Turchia e Qatar!

Nasser Kandil è l’ex-vice direttore di TopNews Kandil-Nasser, e direttore del quotidiano libanese al-Bina

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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Eccezionalisti contro integrazionisti: la lotta eurasiatica

Andrew Korybko, The Saker 11 maggio 2015Barack Obama, Benjamin NetanyahuTutto il caos scatenato in Eurasia può essere attribuito alla battaglia esistenziale tra eccezionalisti ed integrazionisti, rappresentati rispettivamente dai mondi unipolare e multipolare. Ultimamente molto è stato scritto sul triangolo emergente su interessi difensivi e industriali tra Russia, Cina e Iran, ma non molto è stato pubblicato sull’alleanza aggressiva tra eccezionalismo statunitense, sionismo e wahhabismo, le tre ideologie dedite a dividere le diverse forze multipolari in Eurasia e perpetuare il dominio unipolare. Lo scopo dell’articolo non è affatto demonizzare le identità erroneamente coinvolte in tale associazione di ideologie (occidentali, ebrei, musulmani), ma piuttosto illustrare come le estremizzazioni ad esse associate siano divenute le più destabilizzanti forze in Eurasia, e come l”alleanza blasfema’ tra esse sia divenuta il primo istigatore dei conflitti nel supercontinente.

Le tre eccezioni
Una breve definizione dei tre promotori dell’instabilità:

Eccezionalismo statunitense:
Gli aderenti a tale ideologia hanno la convinzione radicata che la geografia unica e il processo storico del Paese gli conferiscano la leadership con diritto di proselitismo in tutto il mondo (anche militarmente, se necessario) dei loro modelli di governo, economico e sociali.

Sionismo:
I suoi sostenitori affermano che gli ebrei hanno un rapporto speciale con Dio e l’imperativo storico di ricreare il biblico Stato d’Israele, che dà così alla loro leadership il diritto di fare tutto ciò che considerano loro interesse globale.

Wahhabismo:
Convinzione acritica e fervente nella “purezza” di tale ceppo dell’interpretazione islamica che ne incoraggia i praticanti a commettere qualsiasi ferocia e barbarie, ritenuta necessaria a creare lo “Stato Islamico” globale.

Cerbero
Tali tre ideologie hanno somiglianze strutturali chiave che danno essenzialmente un volto distinto allo stesso attore, un moderno Cerbero dall’unica volontà. Ecco i punti in comune più importanti che li legano insieme:

Eccezionalismo:
I seguaci di tali ideologie si identificano come “speciali”, convincendosi di avere diritto a violare le regole stabilite e attuare il doppiopesismo, al fine di plasmare il mondo secondo i loro piani.

Inevitabilità storica:
Ciascuno di tali movimenti ritiene che il suo successo sia inevitabile, e che sia questione di “quando” e non di “se”.

Portata globale:
Di conseguenza, per facilitarne l’inevitabilità storica, partecipano a una strategia globale per salvaguardare i propri interessi e promuovere i propri organismi di base (Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, rispettivamente).

Antagonismo alla multipolarità:
Per loro stessa natura, alcuna di tali ideologie è compatibile con multipolarismo e pluralismo del pensiero geopolitico, perciò sono sfruttate quale unico Cerbero nel tentativo di fermare e invertire questa tendenza globale.

Rappresentanza:
Non va commesso l’errore di dimenticare che tali movimenti non rappresentano la maggioranza dei loro associati (gli occidentali (europei subordinati quali eccezionalisti di secondo piano sotto la tutela degli USA), ebrei, musulmani), anche se ogni avanguardia ideologica tenta di creare tale illusione per ‘giustificare’ e ‘legittimare’ il controllo della minoranza estremista.

L’interazione degli interessi
Il Cerbero è formato da tre diverse facce che sposano una variante apparentemente incompatibile di eccezionalismo, ma in realtà complementari nell’obiettivo a lungo termine di sconfiggere la multipolarità. Hanno standard ipocriti condivisi, l’unica inclusività consentita nella loro visione è la convergenza a eccezionalismo, sionismo e wahhabismo come ultra-esclusivo super-modello unipolare. Sarà poi visto in un’altra sezione come tale disposizione instabile sia una mossa geo-ideologica che potrebbe seriamente ritorcersi contro sionismo e wahabismo, a beneficio geopolitico ultimo degli Stati Uniti (e forse anche di propria mano). Prima di arrivarvi però è necessario fare la cronaca di come la convergenza di interessi tra tali tre ideologie sia avvenuta, in primo luogo, e quale gioco di interessi si crea al centro della loro cooperazione strategica. Mentre può essere possibile documentare esempi precedenti alla seconda guerra mondiale, non fu che nelle sue conseguenze che le relazioni emersero e furono attivate su grande scala regionale nel Medio Oriente, avviando i processi distruttivi acceleratisi oggi. obama-king-salman-saudi-arabiaL’alleanza eccezionalista statunitense-sionista:
Gli Stati Uniti usciti dalla seconda guerra mondiale potevano proiettare l’esercito su tutta l’Eurasia, ma un teatro regionale (a parte il blocco sovietico) pose un problema notevole alla loro penetrazione, il Medio Oriente. Gli Stati Uniti avevano investito interessi geopolitici nell’unità araba frantumata dopo la seconda guerra mondiale (anche per impedire la possibile creazione di un’entità sovranazionale filo-sovietica) e crearono un polo geopolitico per consentirgli d’intervenire indirettamente e permanentemente suddividendo ogni attore regionale; da cui la creazione d’Israele e la formalizzazione della convergenza strategica eccezionalista-sionista. Il valore globale del Medio Oriente per la grande strategia dell’eccezionalismo statunitense verrà spiegata nel paragrafo seguente, ma ciò che è importante capire è che il rafforzarsi dell’eccezionalismo statunitense e il supporto al sionismo furono lo scopo della creazione del partner di prossimità con lo stesso interesse a sovrastare militarmente l’unità araba, esattamente il risultato ultimo delle guerre arabo-israeliane. Dopo che le coalizioni arabe furono sconfitte, la componente militare dell’unità araba fu neutralizzata, la cui importanza non va sottovalutata. Solo attraverso l’unità araba ci potrebbe essere la possibilità di sconfiggere Israele e di conseguenza eliminare il polo permanete degli Stati Uniti nel Medio Oriente, regione geostrategica che collega Europa ed Asia (posizionata per esercitare influenza su entrambe, se correttamente usata). Israele, a differenza di tutti gli altri alleati degli USA, dipende direttamente dagli Stati Uniti per la sua creazione ed esistenza, quindi è molto più affidabile essendo un solido alleato (ideologicamente e politicamente) più di qualsiasi altro Paese. Gli USA hanno bisogno di Israele per la posizione strategica e i servigi militari regionali per mantenere i governi arabi perennemente deboli e divisi, mentre Israele ha bisogno del supporto totale degli Stati Uniti per continuare ad esistere, spiegando così l’intensa profondità del mutuo sostegno. Nonostante la frattura militare dell’unità araba, Israele è incapace di distruggere il legame che unisce gli arabi, quindi un altro componente eccezionalista andava inserito per raggiungere tale obiettivo ed eliminare ogni possibilità che una coalizione araba possa mai minacciare Israele (e per estensione, la principale super-base eurasiatica gli Stati Uniti).

L’arma wahabita:
L’ideologia ufficiale dell’Arabia Saudita, il wahhabismo, fu quindi scelta come ideologia distruttiva necessaria per lacerare l’unità araba e diffondere per generazioni discordie identitarie inconciliabili tra le popolazioni arabe. Ciò pone alle sue vittime un grande dilemma, in cui sono costretti a scegliere se essere pan-arabi secolari sul modello di Nasser o estremisti pan-islamisti come i re sauditi. Mentre Nasser predicava l’importanza della forma repubblicana progressiva del governo, i sauditi hanno rigorosamente sostenuto la monarchia autoritaria, mettendo così le due ideologie del Medio Oriente in contrasto e motivando i wahhabiti a trovare supporto estero per eliminare la minaccia più pressante alla loro esistenza ideologica. Fu con tale imperativo, cioè la sfida che il repubblicanesimo secolare panarabo pose agli estremisti della monarchia autoritaria pan-islamica, che i wahabiti decisero di unirsi all’alleanza eccezionalista-sionista, anch’essa volta a sconfiggere i rivali ideologici dei sauditi. Il virus wahabita è progettato per destabilizzare i governi pan-arabi laici forzando ogni cittadino a riconsiderare la propria identità, quindi teoricamente rendendo la maggior parte dei cittadini vulnerabili al suo fascino, in questi Paesi. Soprattutto non solo il wahhabismo predica la necessità di rovesciare governi secolari, ma comporta anche il taqfirismo militante portando alla guerra settaria. Così, il wahabismo è nella posizione unica di dividere gli arabi, sia dai governi laici che anche da se stessi, presentandosi così come la migliore ideologia settaria al servizio degli interessi dell’alleanza eccezionalista-sionista. Mentre il wahhabismo è noto per l’odio ideologico inflessibile, proprio come le altre due ideologie eccezionaliste, rientra anche nelle principali norme ipocrite, cioè moderazione politica verso Israele e Stati Uniti. Esclude il suggerimento allettante di condurre un’eventuale guerra di religione contro Israele, ma soprattutto non si adopera per realizzarla. Invece concentra sempre tutte le energie per dividere il Medio Oriente in ogni modo possibile (ergo il taqfirismo che completa il wahabismo), il che significa che ogni slogan contro Israele è puramente tale, volto semplicemente a un marketing per reclutare i più ingenui. Allo stesso tempo, alcuni elementi wahabiti tendono a degenerare e lasciare che l’ideologia prevalga sulla ‘praticità’ impostagli dall’estero (voluta o casuale), aprendo “opportunità” o vulnerabilità agli eccezionalisti statunitensi, a seconda dal contesto (da spiegare in una sezione successiva).

Il significato della guerra alla Siria:
Considerando tali aspetti in relazione all’obiettivo strategico dell’alleanza eccezionalista-sionista-wahabita (indicata come Cerbero), la guerra in Siria può giustamente essere descritta come la cruciale lotta di resistenza eurasiatica di oggi. Le tre teste di Cerbero si sono accanite a fare a pezzi questa nazione del Medio Oriente e il suo popolo, poiché la Siria rappresenta l’ultima vestigia del governo pan-arabo laico per le fondamenta ideologiche del partito Baath, facendone il più resistente e reattivo Stato confinante con Israele, di per sé ragione sufficiente per i nemici di Cerbero (da ora in poi Coalizione Erculea, le cui ancore sono Russia, Cina e Iran, dall’eroe greco che sconfisse Cerbero) per sostenerne il governo democraticamente eletto. Se Cerbero riesce a massacrare la Siria, allora si annuncerebbe l’età oscura del Medio Oriente, trasformando l’intera regione in un trampolino di lancio per l’ulteriore destabilizzazione dell’Eurasia e, quindi, colpire direttamente le vulnerabilità geografiche della coalizione erculea.

Concentrazione di contrapposizioni
C’è una ragione per cui gli interessi delle tre teste di Cerbero coincidono in Medio Oriente, non semplicemente perché due delle tre ideologie sono emerse in questa regione. Piuttosto, ci sono maggiori motivazioni geopolitiche per cui Cerbero è così intensamente concentrato sulla zona, dato che proprio come la bestia mitica custodiva le porte dell’inferno nel folklore greco, nella geostrategia eurasiatica si pone davanti al cancello del supercontinente, appositamente posizionato per influenzare Europa, Asia e Africa in caso di necessità. Non per dire che l’Eurasia sia l’inferno, ma sottolineando invece come comunque Cerbero occupi l’accesso, quello mitologico che difendeva, mentre l’equivalente geopolitico è offensivo. Il Cerbero contemporaneo è intento ad utilizzare la sua posizione di trampolino di lancio per ulteriori aggressioni all’Eurasia nel tentativo di distruggere la Coalizione erculeo, e la sua strategia segue i dettami dello stratega inglese Halford Mackinder. Costui, prominente pioniere della geostrategia e geopolitica oltre un secolo fa, attraverso l’opera “La geopolitica del Pivot della storia”, indicava che:
Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland:
Chi governa l’Heartland comanda l’Isola-Mondo:
Chi governa l’Isola-Mondo comanda il mondo“.
Aveva assolutamente ragione nell’indicare che il comando dell’Heartland, in gran parte identificato con l’Asia centrale contemporanea, sia fondamentale per influenzare l’Eurasia, ma non considerò gli approcci complementari per controllare questa parte cruciale del patrimonio geopolitico. All’epoca sembrava che l’Europa dell’Est fosse l’unico accesso a tale obiettivo, ma sempre di più apparve come il Medio Oriente servisse egualmente, se non di più, nel facilitarne la credenziale di Balcani eurasiatici detonante la reazione a catena della frammentazione demografica. L’innovazione teorica di Brzezinski dell’assioma di Mackinder è che il dominio non deve essere diretto e neanche richiedere una presenza fisica, ma data la capacità innata del centro d’influenzare la periferia, la massicciata destabilizzazione dell’Heartland (attraverso insurrezione terrorista islamica, collasso statuale, crisi umanitarie, o loro combinazione con altri fattori) può espandersi automaticamente verso l’esterno. Nel mondo di oggi, ciò significa che le minacce asimmetriche indirettamente istigate da attori extra-regionali, come Cerbero, possono creare sfide simultanee ai tre membri principali della coalizione erculea, non solo inserendoli in una seria strategia difensiva, ma mettendone in pericolo l’esistenza se scatenate (come volutamente previsto da Cerbero). Nei primi anni del 20° secolo, Mackinder avrebbe pensato ad eserciti nazionali dilaganti nell’Europa orientale per prendere il controllo dell’Heartland, ma nei primi anni del 21° secolo, è più probabile che ciò richieda brigate di terroristi originati o addestrati nelle battaglie in Medio Oriente, che ‘spuntano’ nell’Heartland senza collegamenti diretti con i mandanti statali. Il Medio Oriente è quindi il fulcro dell'(in)stabilità eurasiatico-africana e, quindi, qualsiasi entità che lo controlli può esportare una forza asimmetrica e convenzionale penetrando egualmente il cuore dell’Africa, il cuore dell’Europa (o anche dell’Europa dell’Est) e l’Heartland eurasiatico (la chiave della porta continentale per l’Asia orientale). Tale comprensione geopolitica di potenza e forza di proiezione aggiorna i contributi teorici di Mackinder e Brzezinski e spiega le motivazioni della collera mediorientocentrica di Cerbero. Obama and NetanyahuObiettivi eurasiatici
Cerbero non si limita solo al Medio Oriente, anche se vi si concentra la maggior parte delle sue attività e strategie. Si può realmente identificarne il coinvolgimento in Europa e in Asia, come verrà esplorato in questa sezione.

Abbaiare, mordere, guaire:
Prima di iniziare, il modello Cerbero in Europa e Asia va concettualmente delineato in modo da attirarvi l’attenzione del lettore. In sostanza, ciascuna delle sue tre teste svolge un ruolo interscambiabile abbaiando (minacciando e spaventando), mordendo (attaccando) e guaendo (promuovendo) per sostenere il proprio interesse comune. Diamo un’occhiata a come funziona.

Europa:
Gli Stati Uniti usano la NATO per controllare il continente, e ringhia ai cuccioli ogni volta che sono restii a seguirne l’esempio in qualunque momento. Gli Stati Uniti abbaiano anche a gran voce sulla cosiddetta “minaccia russa”, senza fornire alcuna prova di ciò che spaventa, in primo luogo. Nel frattempo, l’Arabia Saudita e i suoi zombie wahhabiti sono impiegati nei Balcani e in certi Paesi dell’Europa occidentale per compiere attacchi terroristici strategici volti a mordere sicurezza e stabilizzazione continentali, così spingendo i cuccioli degli Stati Uniti nella NATO ad adottare i ‘suggerimenti’ di Washington per agire sui vari campi. Infine, Israele completa il trio con il lobbying verso il continente e le sue figure politico-sociali fondamentali, per raccogliere il maggior sostegno finanziario, politico e normativo possibile per conto di Cerbero. La minaccia implicita al rifiuto di sostenere Cerbero si tradurrà nell’abbaiare degli USA e nei morsi dei sauditi, il che significa che è meglio nutrire la bocca che guaisce per evitare conseguenze spiacevoli dalle altre due teste.

Asia:
Cerbero ha di recente volto le teste verso Oriente, ma con un discreto successo in un lasso di tempo breve. Gli Stati Uniti abbaiano incessantemente alla Cina da quando Hillary Clinton annunciò il pivot in Asia nel 2011, con l’intento di spaventare i ‘cagnetti’ che li circondano nel contenimento anti-cinese su modello della NATO. Per approfondire l’ingaggio per la sicurezza degli Stati Uniti con ciascuno di tali membri, soprattutto Thailandia e Filippine, gli ascari wahhabiti dell’Arabia Saudita effettuano attacchi terroristici per giustificare l’intensificata presenza e/o supervisione strategica degli Stati Uniti, e tale modello si amplierà con la creazione dello “Stato islamico” globale. Il ruolo d’Israele, in gran parte in sordina, è sproporzionatamente significativo rispetto alle dimensioni, in quanto i suoi guaiti sembrano essere sul punto di avere successo nell’India, spostandola dalla parte di Cerbero. Israele ha relazioni innovative con l’India dall’avvento del governo Modi, sebbene il nuovo Presidente del Consiglio ‘multipolare’ sia riluttante a essere troppo apertamente vicino agli Stati Uniti e, naturalmente, in odio dei sauditi e del loro terrorismo wahhabita (dal sostegno politico del Pakistan). Così, Israele rappresenta la soluzione perfetta per Cerbero di penetrare l’egemone subcontinentale e perseguire interessi comuni ai suoi partner.

Extra: Medio Oriente:
La casa di Cerbero è caratterizzata da un’interazione dinamica in continua evoluzione e da ruoli opachi dipendenti da circostanze specifiche del momento. Ognuna delle teste segue vigorosamente i ruoli disponibili, necessari ad avvicinarsi agli obiettivi condivisi con gli alleati dell’entità. Un esempio potrebbe vedere gli Stati Uniti abbaiare allo “Stato islamico”, mentre gli agenti sauditi provvedono a mordere sul campo giustificando le paure istigate dagli USA, o vedere Israele e i sauditi abbaiare alla ‘minaccia’ di Sadam Husayn mentre gli Stati Uniti implorano una coalizione internazionale prima del morso devastante. Un futuro scenario non troppo improbabile potrebbe vedere Israele abbaiare la presunta non conformità iraniana all’imminente accordo sul nucleare, mentre gli Stati Uniti chiedono al mondo di sostenere la NATO araba da essi eterodiretta per mordere Teheran come punizione.

harita_bGioco geo-ideologico
Come accennato all’inizio dell’articolo, Cerbero ha una base geo-ideologica instabile che potrebbe inaspettatamente incrinarsi lungo le due principali faglie sionista e wahabita. Entrambi sospettano che l’altro possa metterglisi contro un giorno, quindi, desiderano coltivare rapporti privilegiati con il fratello eccezionalista stautnitense che lavora solo a vantaggio strategico di Washington. I sionisti temono due scenari: i terroristi wahabiti divenuti abbastanza forti da disobbedire a Riyadh e avviare la jihad contro Israele al di fuori del controllo di Stati Uniti e Arabia Saudita; o l’Arabia Saudita un giorno tradire Israele ordinando ai suoi ascari terroristi di attaccarlo direttamente per completare l “Stato islamico”. L’Arabia Saudita, d’altra parte, è preoccupata dal piano sionista Yinon ed è pienamente consapevole dei ‘”confini di sangue” della mappa di Ralph Peters e del New York Times, “Come 5 Paesi potrebbero diventare 14”, in cui si prevede l’eventuale smembramento del regno. Sionismo puro e wahhabismo puro non possono coesistere per tali contraddizioni esistenziali, quindi lo scontro sarà inevitabile se Cerbero elimina la Coalizione erculea (la principale forza che li tiene insieme). Se si mettono l’uno contro l’altro prematuramente, prima che la coalizione sia sconfitta, allora sionismo e wahhabismo potranno essere sconfitti separatamente con un contrattacco devastante, portando alla disintegrazione dell’influenza eccezionalista statunitense in Eurasia. Pertanto, la natura del passo può dettarne la caduta fino alle conseguenze, o gli Stati Uniti potranno bilanciarne in qualche modo i rapporti fino ad escludere uno scenario del genere, politica che attualmente seguono. Washington avverte regolarmente che potrebbe propendere per l’uno o l’altro e distruggere il delicato equilibrio che mantiene la pace tra le tre teste. Non è abbastanza serio per farlo, oggi naturalmente, e ogni parte eccezionalista capisce che ha bisogno dell’altra per continuare a sopravvivere fin quando si potrà affrontare la Coalizione erculea, ma la prospettiva di un tale suicida dilemma della sicurezza spaventa Israele e Arabia Saudita al punto di cooperare indiscutibilmente al gioco di Cerbero (per ora, almeno). L’unica alternativa a Cerbero è l’eventuale rimozione della minoranza ideologica eccezionalista da ciascuna entità prigioniera, che vedrebbe gli eccezionalisti estromessi dagli Stati Uniti, i sionisti dalla Palestina, e i wahhabiti dall’Arabia Saudita, avviando il cambiamento nella loro politica ed organizzazione interna. Niente di tutto ciò significa che tali entità affronteranno l’eliminazione geopolitica, trattandosi solo della minoranza eccezionalista e dei loro operatori minacciati esistenzialmente di perdere tutto (vale a dire potere e ‘legittimità’), ma è proprio tale paura che li motiva disperatamente nel suscitare l’aggressivo Cerbero, prolungando indefinitamente la loro egemonia unipolare. Ironia della sorte, solo il loro ‘successo’ teorico nel distruggere la Coalizione erculea aumenta drasticamente la probabilità che siano geopoliticamente eliminati, mentre le contraddizioni ideologiche sopracitate fra sionisti e wahhabiti indicano inevitabilmente che si scontreranno militarmente in un duello all’ultimo sangue, un giorno. Anche nel ‘migliore dei casi’ della vittoria sulla Coalizione erculea e di una pace fredda fragile tra tali due campi incompatibili, non c’è garanzia che gli eccezionalisti staunitensi non facciano pendere l’equilibrio strategico verso un lato o l’altro, ricreando il loro caratteristico caos mediorientale, perfettamente adatto ai loro grandi obiettivi geopolitici.

Conclusioni
Il mutante unipolare Cerbero eccezionalista, sionista e wahabita è la vera ragione della destabilizzazione dell’Eurasia, e solo la Resistenza della Coalizione erculea di Russia, Cina e Iran può pacificarlo. In questo momento il destino dell’Eurasia sembra prefigurarsi nel destino della resistenza della Siria a Cerbero, in quanto il suo successo o fallimento avrà riflessi decisivi su tutto il supercontinente. Se la Siria e il suo popolo riusciranno a respingere l’assalto, allora salvaguarderanno l’Eurasia ad un livello molto più elevato che se non riuscissero, e inoltre volgerebbero il corso contro Cerbero. Tuttavia, se la Siria cadesse, Cerbero non perderebbe tempo a lanciare una rapida e aggressiva guerra lampo asimmetrica sull’Heartland eurasiatico, volta a dividere la Coalizione erculea ed eliminare i campioni del multipolarismo. Va sempre ricordato, però, che occidentali, ebrei o musulmani non hanno colpa di ciò che fa Cerbero, ma le componenti ideologiche più radicali di tali società (non rappresentative della stragrande maggioranza, rendendoli così degli aberranti estremisti), che hanno preso il controllo di Stati chiave usandoli per una guerra di procura globale contro le forze multipolari dell’inclusione e dell’integrazione. La vittoria unipolare di Cerbero non significherebbe la pace, dato che è sicuro che due delle sue tre teste finiranno per cannibalizzarsi e dopo l’eccezionalismo degli USA, indenne dalla lotta fratricida, potrà finire il superstite indebolito e pretendere tutto il bottino globale che si pensava di condividere (davvero impossibile da dividere tra eccezionalisti incompatibili come sionisti e wahhabiti). Stando così le cose, l’unico modo per impedire una simile cupa previsione globale è che la Coalizione erculea riesca a salvare la Siria da Cerbero nella prima campagna pan-continentale aggressiva di quest’ultimo e che l’autodistruzione post-‘vittoria’ fagociti l’intero continente.

obama-salman-meeting-riyadh-03Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le guerre di quarta e quinta generazione arrivano sui teatri europeo e mediorientale

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 21/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

I senatori statunitensi Chris Murphy e John McCain, e il capo del partito neo-nazista ucraino Svoboda, Oleg Tjagnibok.

Statunitensi, inglesi, canadesi e altri militari occidentali addestrano le forze ucraine che includono gangster neonazisti di Ucraina e altre parti d’Europa, e il sostegno di NATO/CIA all’addestramento in Turchia e Giordania fornito ai jihadisti islamisti di Stato islamico, al-Nusra e al-Qaida, sono l’applicazione sul campo di battaglia delle tattiche della guerra di 4.ta generazione (4GW) e di 5.ta generazione (5GW) dei think tank di Pentagono e Central Intelligence Agency. Le 4GW/5GW riguardano principalmente l’uso dei cosiddetti “attori violenti non statali” (VNSA). Nel caso dell’Ucraina, questi, con l’integrazione dei battaglioni neonazisti nell’esercito ucraino regolare, sono divenuti “attori violenti statali” o VSSA. Il concetto di 4GW fu redatto da un gruppo del collegio di guerra del Pentagono alla fine degli anni ’80, per descrivere la minaccia degli insorti VNSA negli Stati falliti. Dopo aver affinato il concetto di 4GW, il mondo affronta gruppi come SIIL e derivati annidatisi negli Stati falliti come Yemen, Siria, Iraq, Afghanistan e Libia, grazie all’intervento militare e d’intelligence delle amministrazioni repubblicane e democratiche degli USA, minacciando la stabilità regionale e globale. La nomina del capo della milizia neo-nazista ucraina Dmitrij Jarosh a consulente del Comandante in Capo delle Forze Armate Viktor Muzhenko e l’integrazione dei gangster della milizia neo-nazista nell’esercito ucraino è un chiaro esempio di VNSA divenuti VSSA. Ciò è anche il passo di CIA e NATO dalla 4GW alla molto più pericolosa 5GW, in cui organizzazioni criminali, hacker e terroristi statali hanno un ruolo significativo. Jarosh ebbe un ruolo significativo nella rivolta “Euromajdan” che rovesciò il governo eletto ucraino con un colpo di Stato nei primi mesi del 2014. Una situazione simile esiste con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (SIIL), il cui auto-proclamato “califfo” Abu Baqr al-Baghdadi fu visto nel nord della Siria in compagnia di politici neo-conservatori come John McCain e ufficiali di collegamento dell’ambasciata USA ad Ankara e della CIA. In ciò che è un cattivo auspicio per la sicurezza globale, Jarosh è divenuto un culto tra i capi neo-nazisti, così come numerosi nazionalisti ucraini, in particolare a Lvov, che collaborerebbro con i volontari del SIIL provenienti dai fronti siriano e iracheno. Jarosh e al-Baghdadi, una volta prigioniero delle forze di occupazione statunitense, sono VNSA da manuale. Jarosh è diventato un VSSA mentre le connessioni di al-Baghdadi con il “Milli Istihbarat Teshkilati” (MIT), l’Organizzazione Nazionale dell’Intelligence, e con il “Muqabarat al-Ama”, Direzione Generale dell’Intelligence saudita, indicano che anche lui è passato da VNSA a VSSA.
lead_large Le reclute neonaziste e del SIIL si battono per entità quasi-statali pesantemente coinvolte nella criminalità organizzata internazionale. Il regime ucraino si basa sul supporto di oligarchi come l’ucraino-israeliano Igor Kolomojskij, a capo di una mafia in Ucraina e all’estero. Gli irregolari dello Stato islamico giurano fedeltà a un califfato che sequestra persone, traffica le antichità saccheggiate (a volte in concerto con organizzazioni criminali ucraine e israeliane), infiltra reti informatiche e deruba banche. Organizzazioni criminali e VNSA/VSSA sono al centro della 5GW. Alcuni esperti vedono la 5GW come combinazione di barbarie e guerriglia. Certo, sotto tale definizione, decapitazioni e stragi del SIIL in Libia, Siria e Iraq e gli omicidi ben pianificati dai gangster statali di politici e giornalisti in Ucraina, critici del regime Kiev, seguono i piani dettati dalla 5GW. Un organigramma del SIIL recuperato dal campo di battaglia in Iraq e pubblicato da “Der Spiegel” rivela che il SIIL agisce come un servizio segreto. Ciò non dovrebbe sorprendere se si considera che tra i padroni del SIIL vi sono i servizi di sicurezza di Arabia Saudita e Turchia, agendo con più dei semplici “ammiccamenti e cenni” da CIA, MI-6 e Mossad. Il SIIL è affiliato all’“Esercito libero siriano” addestrato e armato dagli USA, in gran parte formato da leali ad al-Nusra, al-Qaida e SIIL. Gli ascari sauditi che combattono i ribelli huthi nello Yemen sono affiliati ad “al-Qaida nella penisola arabica” (AQAP) che ha saccheggiato con piacere dalle armerie abbandonate da Sana, a Muqala, Taiz e Aden, le armi statunitensi fornite ai passati regimi yemeniti. AQAP ha assaltato Muqala nello Yemen del Sud, liberando dal carcere il sedicente emiro dell’AQAP della provincia di Abyan, Qalid Batarfi. Non solo al-Baghdadi s’è guadagnato un altro alleato nello Yemen, ma i sauditi hanno un altro capo jihadista da usare per combattere gli huthi. L’armamento dell’AQAP con armi statunitensi catturate nello Yemen rispecchia la cattura da parte del SIIL delle armi statunitensi dalle basi abbandonate dell’esercito iracheno nelle regioni settentrionali ed occidentali dell’Iraq. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili dell’inondazione di armi leggere in Medio Oriente, più di qualsiasi altra nazione. Tuttavia, permettendo a gruppi come SIIL e AQAP di armarsi, il Medio Oriente entra in una 5GW in piena regola.
8736718 E’ stato recentemente rivelato che i guerriglieri siriani che “catturarono” il corrispondente della NBC Richard Engel e il suo team nel 2012, non erano sciiti fedelissimi del presidente siriano Bashar al-Assad, come originariamente riportato dalla NBC, ma dell’Esercito siriano libero filo-USA. Engel mentì consapevolmente dopo il suo rilascio: “Penso di avere una buona idea di chi siano (i sequestratori). È un gruppo noto come Shabiha, milizia governativa. Costoro sono fedeli al Presidente Bashar al-Assad. Sciiti che parlavano apertamente della loro fedeltà al governo, esprimendo apertamente la loro fede sciita. Sono addestrati dalla Guardia Rivoluzionaria iraniana e sono alleati di Hezbollah”. Le dichiarazioni di Engel erano totalmente false, ma NBC News le diffuse. Engel inoltre spargeva la propaganda israeliana secondo cui Hezbollah e Iran erano i principali responsabili della guerra civile siriana. Se non fosse stato per il rovesciamento per mano USA e NATO della Libia di Muammar Gheddafi, il Boko Haram in Nigeria non potrebbe avere le armi dai jihadisti che hanno proclamato l’emirato nella Libia orientale. Infatti, i jihadisti libici e nigeriani hanno giurarono fedeltà allo Stato islamico di al-Baghdadi. Il presidente della Nigeria Goodluck Jonathan, aspramente criticato per non fare abbastanza per arginare Boko Haram, poi sconfitto alle elezioni, tuttavia raccolse enormi quantità di aiuti militari statunitensi grazie allo “spauracchio” del Boko Haram. L’inazione di Jonathan ha portato Boko Haram ad essere non solo una minaccia per il nuovo governo nigeriano di Muhammadu Buhari, ma anche per i vicini Niger, Camerun e Ciad. Tutto ciò ovviamente rientra nella strategia della 5GW dell’US Africa Command per l’Africa, continente divenuto fonte importante di materie prime per la macchina da guerra degli Stati Uniti.
Con la decisione del Pentagono di armare i neo-nazisti integrati nell’esercito ucraino, i pianificatori militari di Stati Uniti e NATO hanno ora intrapreso la pericolosa strada della 5GW. Oggi, VNSA come le bande neonaziste di Ucraina e altri Paesi europei, e i jihadisti islamici che da tutto il mondo aderiscono a Jabhat al-Nusra e altri gruppuscoli allineati allo Stato Islamico, passano da VNSA a VSSA. La “dottrina Obama”, in parte basata sull’intervento nelle nazioni destabilizzate, ha permesso l’introduzione della 5GW sulla scena mondiale.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

Al-Baghdadi, pimo a sinistra, McCain primo a destra.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il muro missilistico russo dell’Iran

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 18/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora1044832La vulgata sul conflitto tra l’occidente e l’Iran è sempre stata quella di uno Stato canaglia pericoloso intenzionato ad avere armi nucleari per scatenare l’Armageddon nucleare contro Israele. Sotto tale rozza propaganda c’è una verità più complessa sul conflitto per procura tra Oriente e occidente. Così com’era avvenuto nella prima e seconda guerra mondiale, posizione strategica, risorse e popolazione dell’Iran costituiscono un prerequisito necessario per prima contenere e poi sconfiggere l’ordine politico di Mosca. Questa volta, oltre Mosca, l’asse occidentale intende circondare e sconfiggere anche Pechino. A differenza delle guerre mondiali, grandi guerre di logoramento e invasioni meccanizzate non sono possibili oggi. Invece, una campagna concertata di guerre per procura, sovversione politica occulta, sanzioni e altri strumenti non militari sono impiegati in ciò che è a tutti gli effetti un conflitto globale. A definirne i fronti, oltre alle alleanze politiche ed economiche, è la presenza del “muro missilistico” o programmi di difesa missilistica nazionali attuato in Oriente e occidente. Laddove finiscono queste mura missilistiche, generalmente inizia la dichiarata aggressione militare dell’occidente. In Libia, Siria, Iraq e Yemen dove tali sistemi missilistici erano assenti, l’occidente bombardava o bombarda queste nazioni con assoluta impunità. Le Nazioni Unite, in teoria, avrebbero dovuto impedire l’aggressione a Libia, Siria, Iraq e Yemen, ma ha categoricamente fallito. Con le nazioni dotate di difese missilistiche formidabili, l’aggressione diretta occidentale è più o meno impensabile, lasciando che operino le meno efficienti guerre per procura e sovversione politica. La presenza di sistemi di difesa antimissile può trattenere l’aggressione militare occidentale, è ciò che sarebbe necessario per stabilire equilibrio di potere e stabilità globale che le Nazioni Unite hanno promesso, ma finora mai dato.

Iran, l’ultimo baluardo
Nazioni come l’Iran, dove le guerre per procura non possono essere facilmente condotte e la sovversione politica eterodiretta è stata sconfitta, l’occidente da anni prevede opzioni militari per avere il cambio di regime a Teheran. Presenti nel rapporto “Quale percorso per la Persia?” del Brookings Institution, tali opzioni includono l’uso delle trattative diplomatiche, in particolare sul programma nucleare civile iraniano, per giustificare gli attacchi alle strutture di ricerca nucleare iraniana. Gli attacchi non porterebbero sicuramente a un cambio di regime, ma i politici occidentali sperano che provochino una rappresaglia iraniana che l’occidente utilizzerebbe per espandere le operazioni militari fino al cambio di regime. Scritto nel 2009, “Quale percorso per la Persia?” comprende molteplici scenari ormai palesemente testati e falliti. Rimangono i colloqui sul nucleare avviati dagli Stati Uniti, destinati ad apparire come atto di buona volontà verso l’Iran. Israele ha il compito di attaccare unilateralmente gli impianti nucleari iraniani, affermando che il “tradimento” degli USA che non gli lascia altra scelta. Ancora una volta, nella speranza che l’Iran si vendichi, o in seguito a un attacco sotto falsa bandiera fatto apparire come rappresaglia iraniana, gli Stati Uniti interverrebbero per aiutare Israele. In altre parole, l’accordo nucleare è un trucco, con l’occidente non solo non intenzionato ad onorarlo, ma ad usarlo per giustificare un attacco agli impianti nucleari, seguito da una coalizione volta a rovesciare il governo iraniano. Tuttavia “Quale percorso per la Persia?” non ha preso in considerazione, come è stato, la crescente influenza della Russia nel conflitto attuale e la capacità di sfruttare l’opportunità aperta brevemente dalla malafede dell’occidente con la sua “buona volontà” verso Teheran del presunto “riavvicinamento”. L’occidente sostiene di essere soddisfatto da termini ed impegno sull’accordo nucleare dell’Iran, avanzando la firma formale nei prossimi mesi. Com’era prevedibile, mentre tale soddisfazione dovrebbe in teoria portare alla revoca delle sanzioni, l’occidente non ha compiuto alcun gesto di buona volontà finora. La Russia da parte sua inizia a togliere le sanzioni. Ciò include l’accordo petrolio-merci con l’Iran, così come la consegna di diversi sistemi missilistici antiaerei S-300. I missili in particolare, da consegnare 5 anni fa, possono complicare notevolmente qualsiasi tentativo occidentale di tradire l’Iran nel firmare e onorare l’accordo nucleare. Con l’acquisto e dispiegamento effettivo dei sistemi missilistici S-300, l’Iran sarà dietro un “muro missilistico” che aumenterà drasticamente il costo di un atto già potenzialmente rischioso di aggressione militare contro Teheran da parte di Israele, Stati Uniti, entrambi, o Arabia Arabia, che ha recentemente iniziato unilateralmente a bombardare il vicino Yemen.

Iniziano le strette di mano
A seguito della decisione della Russia di fornire i sistemi S-300, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha dichiarato che le sanzioni vanno revocate “nel modo più coeso possibile”. In altre parole assieme e secondo l’occidente. Bisogna chiedersi se l’occidente si sia veramente impegnato a riavvicinarsi all’Iran, allora perché, come atto di buona fede, non ha tolto almeno alcune sanzioni alleviando il peso socioeconomico che infligge il popolo iraniano da anni? Va anche chiesto perché l’occidente ha reagito negativamente alla revoca delle sanzioni della Russia, così come alla fornitura di un sistema d’arma puramente difensivo. L’occidente, si potrebbe sospettare, rimprovererebbe la Russia per la fornitura di un sistema difensivo all’Iran solo se prevede di tradirlo del tutto, proprio come fecero gli Stati Uniti con Iraq, Siria e Libia, nelle varie fasi di riavvicinamento con ciascuna di esse prima che gli annientassero o tentassero di farlo; c’è ogni ragione di credere che tradiranno anche l’Iran. La risposta negativa dell’occidente alla consegna dei sistemi missilistici S-300 è particolarmente ipocrita dato che erige il proprio “muro missilistico” intorno Russia e Cina. Le assicurazioni dell’occidente secondo cui Russia e Cina non hanno nulla da temere da tali sistemi missilistici puramente “difensivi” viene ricambiata da Mosca incrementando la difesa missilistica dell’Iran.

Quanto è forte il Muro?
L’S-300 è, secondo varie fonti, tra cui lo statunitense International Assessment and Strategy Center (IASC), uno dei sistemi di difesa missilistica più formidabili in campo. Secondo un rapporto dell’IASC intitolato, “Almaz S-300 – La Difesa aerea “Offensiva” della Cina“: “I sistemi SAM S-300 sono uno dei più letali, se non il più letale, dei sistemi SAM di difesa aerea in servizio, con una gamma di derivati più potenti dispiegati dalla Russia, o in fase di sviluppo”. La relazione sottolinea che i sistemi missilistici difendono non solo lo spazio aereo di una nazione, ma possono negare alle forze aeree la possibilità di difendere il proprio spazio aereo. Questo potrebbe spiegare il motivo per cui la NATO, guidata dagli Stati Uniti, erige una rete missilistica vicino a Russia e Cina da anni. Tuttavia, non vi sono casi noti di S-300 usati in combattimenti reali. La deterrenza dell’S-300 è efficace solo se le forze impiegano il sistema e le capacità dei missili stessi sono effettive. E’ noto che la NATO ha già svolto esercitazioni in Europa concentrandosi in particolare su come aggirare i sistemi di difesa aerea di fabbricazione russa. Una tale esercitazione fu condotta nel 2005, chiamata Trial Hammer e riguardante la ‘Soppressione della Difesa Aerea Nemica’ (SEAD). Tali esercitazioni possono già operare sui modi per aggirare o neutralizzare sistemi come l’S300. Tuttavia, il rischio è che Israele o Stati Uniti lancino l’attacco all’Iran una volta che gli S-300 saranno operativi; perdendo un numero significativo di aeromobili non solo l’operazione fallirebbe, ma un duro e umiliante colpo verrebbe inferto alle forze coinvolte, con il velo dell’invincibilità del potere militare occidentale, in particolare aereo, perso per sempre innescando una rivolta a valanga nell'”ordine internazionale” che l’occidente ha creato soprattutto con la minaccia della propria forza militare. Inoltre, se l’Iran dovesse abbattere numerosi aeromobili coinvolti in un qualsiasi attacco unilaterale contro il suo territorio, avrà compiuto una “rappresaglia” proporzionale, negando la necessità di rispondere ulteriormente, smascherando del tutto un attacco sotto falso bandiera a nome dell’Iran. L’occidente fallirebbe operativamente, strategicamente e geopoliticamente. Perciò, forse a prescindere dalle reali capacità della S-300, il rischio sarebbe troppo grande per lasciare quest’ultima scommessa ai politici occidentali che tentano d’impedire l’ascesa dell’Iran a potenza regionale permanente, del tutta immune all’aggressione militare occidentale.
Come suggerito da altri analisti ,ciò non esclude del tutto la minaccia dei piani degli USA contro la Russia attraverso l’Iran. Se costretti ad accettare relazioni normali con l’Iran, in realtà rimuovendo le sanzioni agli idrocarburi iraniani inonderebbero il mercato e ridurrebbero i prezzi di cui la Russia da tempo beneficia e dipende. Resta da vedere se tale opzione piace ai politici occidentali più che incenerire l’acuta percezione di mezzo secolo d’invincibilità militare con i sistemi di difesa missilistica dell’Iran.

israeli-s-300-the-syria.siTony Cartalucci, Bangkok-basato ricercatore geopolitico e scrittore, in particolare per la rivista online “New Eastern Outlook .

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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