Idlib, blackout su Jisr al-Shughur mentre la battaglia s’intensifica

Ziad al-Fadil Syrian Perspective, 28 ottobre 2015

Duh. Il tipico sorriso saudita genera sospetti sulla stabilità mentale di chi ne fa sfoggio. Muhamad bin Salman, 29 anni, ora dirige le "forze armate" del suo regno del pianeta delle scimmie. Non ha mai studiato nulla di militare ed è visto dal resto delle scimmie saudite come una sorta di dufus, un adolescente pecoraio, nella migliore delle ipotesi.

Duh. Il tipico sorriso saudita genera sospetti sulla stabilità mentale di chi ne fa sfoggio. Muhamad bin Salman, 29 anni, ora dirige le “forze armate” del suo regno del pianeta delle scimmie. Non ha mai studiato nulla di militare ed è visto dal resto delle scimmie saudite come una sorta di dufus, un adolescente pecoraio, nella migliore delle ipotesi.

Due settimane fa, i servizi segreti congiunti siriani, russi e di Hezbollah assieme alla decisiva intelligence satellitare, rilevavano un concentramento insolitamente elevato di ratti del Jaysh al-Islam a Dhahiyat al-Assad e Jubar. L’intelligence fu rapidamente analizzata e confrontata con altri dati acquisiti dalla sorveglianza del comando del MOK nella Giordania hashemita, dove gli ufficiali sauditi-giordano-sionisti pianificavano l’attacco frontale su Damasco, in risposta all’intervento della Russia nel conflitto a fianco del governo siriano. Il piano era colpire la capitale da Darah e Qunaytra con la copertura di aeromobili sauditi e giordani. Il governo siriano fece rapidamente sapere ai russi che i nuovi mezzi forniti da Mosca alla Siria sarebbero stati utilizzati per abbattere qualsiasi intrusione aerea. Questo avrebbe significato, per la prima volta, lo schieramento del sistema antiaereo S-300 che Mosca vuole mantenere segreto finché non sarà assolutamente necessario. La divulgazione della loro tecnologia è d’immensa importanza nel favorire l’elemento sorpresa in qualsiasi teatro di conflitto. L’alto comando russo dissuase i siriani dal farlo, cioè di attivare il sistema in modo che venisse analizzato dai sionisti, ed assicurò il governo siriano che i bombardieri Sukhoi da Nord sarebbero passati alla prioritaria sconfitta del piano saudita nel Sud. Ed è esattamente ciò che successe.
Il principe Muhammad bin Salman, la vice-scimmia erede al trono del regno dell’Arabia Saudita ebbe un attacco di amarezza, dopo essere stato respinto dal Presidente Vladimir Putin per due volte consecutive, la prima a Mosca e la seconda a Sochi. In entrambi i casi, Muhamad, che agisce da ministro della Difesa saudita ed ha zero competenze nelle scienze militari, offrì a Vlad 300 milioni di dollari e un vasto piano di espansione nel suo Paese se avesse fatto 2 cose: primo aiutare l’Arabia Saudita a convincere l’Iran a non aiutare gli huthi nello Yemen; e il secondo approvare il piano per spodestare il presidente siriano. Promise a Vlad il mondo. Nella mente di Muhamad (che non ha proprio) il problema era la continua sconfitta del suo miserabile esercito di coscritti inetti, mercenari sudanesi e assortita marmaglia da Africa e Asia. Aggiungete la forza aerea, in gran parte affollata da piloti egiziani, giordani e pakistani in pensione, il cui unico interesse in qualsiasi conflitto innescato dai sauditi è cogliere il grasso che li attende ogni settimana. Come precauzione, abbiamo saputo, il regime saudita insiste nel smantellare i seggiolini eiettabili degli aerei pilotati da tali piloti-a-nolo.
Quando Muhamad tornò a casa, singhiozzò sulla gonna della madre, dicendole quanto “cattivone fosse il malvagio Vlad”. Lo rassicurò spingendolo a punire il presidente russo facendo qualcosa di cattivo ad Assad. Il piano riferito ai nostri lettori qui, nasce da un’idea di Muhamad. E come tutte le sue idee, ora si trova convenientemente nella grande cloaca della storia. I russi iniziarono a bombardare le zone di concentramento a Dair al-Asafir e Duma dove venivano raccolti i ratti per trasferirli nelle zone ritenute opportune per l’avvio dell’operazione. Ma, ahimè, gli aiutanti di al-Lush si resero conto che l’elemento sorpresa non c’era più e le loro forze ormai ridotte stavano per esserlo ancor più con l’Aeronautica russa che ferocemente mollava su di loro qualsiasi tipo di bomba nell’arsenale. L’EAS fu anche molto attivo con i nuovi razzi termobarici sulle zone prive di popolazione civile, eliminando tra le urla decine di iene terroriste. Fu un disastro. Nel frattempo, l’Arabia Saudita, non nota per le sue finezze ma per la loro mancanza, si riferiva all’intervento russo in termini calcolati per far rizzare ogni pelo. Si noti come Mileikowski (alias Netanyahu) fosse imbarazzante collegando il capo palestinese Amin Haj al-Husayni al genocidio nazista degli ebrei (come se i nazisti avessero ucciso solo ebrei), e come i sauditi ora chiamino i Russi ‘Crociati’. (he, he). E’ imbarazzante perché i russi sono ortodossi, una chiesa che non ama i crociati in gran parte cattolici ed entrati nella gloriosa città di Bisanzio quando era sotto il dominio dell’imperatore Alessio Comneno, contaminando e distruggendo ciò che potevano. A nessuno importa. Francamente, i siriani che conosco sono lieti che la Russia sia parte della squadra. Nessuno si preoccupa dei deliri e vaneggiamenti dei sauditi. E’ solo il suono delle scimmie allo zoo.


Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: “Per il capo dell’intelligence turca, l’ISIS è una creazione di Turchia e NATO e va assistito militarmente” (Audio)

Teheran (Radio Italia IRIB)109437-004-645E01EEAlessandro Lattanzio, saggista, redattore della Rivista Eurasia intervistato dalla nostra Redazione per esaminare diverse questioni mediorientali tra cui la nuova fase della lotta al terrorismo dell’alleanza Iran, Russia e Siria. Altro argomento trattato da Lattanzio è la guerra saudita nello Yemen e le politiche della Turchia nella Regione. Per ascoltare la versione integrale dell’intervista cliccare qui.

La Russia aumenta la pressione contro la guerra alla Siria

Moon of Alabamasiria rutasFonti israeliane accusano Erdogan di aver causato volontariamente l’ondata di migranti in Nord Europa: “In un primo momento la Turchia ha fatto tutto il possibile per bloccare le rotte marittime utilizzate per l’immigrazione clandestina verso l’Europa. In seguito, però, con la NATO rifiutarsi di agire per rovesciare Assad senza adempiere alla speranza di Erdogan di sconfiggere decisivamente il leader alawita, la Turchia ha deciso di rendere le cose difficili per l’Europa facendovi pressione. Negli ultimi mesi, la Turchia ha sospeso il blocco dei movimenti dei rifugiati verso ovest. La fonte israeliana ha detto che è del tutto possibile che le stesse forze di sicurezza turche che aiutano lo SI, aiutino i trafficanti di esseri umani. L’11 settembre, il ministro degli Esteri francese Laurent Fabius ha sospeso il console onorario del suo Paese a Bodrum dopo aver appreso che aiutava i rifugiati a partire illegalmente per l’Europa. In una conversazione filmata da una telecamera nascosta di Canale 2, il console, che vendeva gommoni ai rifugiati destinati alle piscine e non ad attraversare il mare aperto, con cui speravano di raggiungere l’isola greca di Kos, ha detto: “Il comune aiuta il traffico (dei profughi via mare). La capitaneria di porto favorisce il traffico. Il governatore del distretto aiuta il loro traffico“. La fonte israeliana accusa anche Erdogan di finanziare lo Stato islamico. Ne dubito. Ma l’accusa di aver causato l’ondata di migranti è probabilmente corretta. Ma Erdogan agisce da solo o è un’azione concertata della NATO per spingere gli europei ad accettare una guerra per il cambio di regime in Siria?
Adam Johnson ha steso un (incompleto) elenco di chi utilizza la crisi dei migranti per invocare il bombardamento della Siria:
– Nick Kristof, NYT
– Anne Marie Slaughter
Save the Children
Linda Sarsour
The Gurdian
– la potente ONG “umanitaria” Avaaz
– il Consiglio Atlantico
Alcuni di costoro, come l’ufficio propaganda della NATO Consiglio Atlantico, sono anche lobbisti dei sauditi. Diversi politici europei aderiscono all’argomentazione folle che più bombardamenti della Siria creeranno meno rifugiati. L’ONU dice che la metà della popolazione siriana fugge a causa del conflitto, cioè circa 11 milioni. Ma solo 3 o 4 milioni di questi sono fuggiti all’estero, soprattutto in Turchia, Giordania e Libano. 7 milioni sono fuggiti nelle aree controllate dal governo come Damasco. Bombardare il governo della Siria e queste persone, portando lo Stato islamico e al-Qaida a conquistare Damasco, creerà certamente una ondata molto più grande di profughi.
Intanto Obama incolpa gli altri per le sue stupide decisioni in Siria: “La Casa Bianca non va biasimata. Il dito, dice, non va puntato su Obama ma a chi lo spinge a tentare di addestrare i ribelli siriani, in primo luogo un gruppo che, oltre a repubblicani del Congresso, include l’ex-segretaria di Stato Hillary Rodham Clinton”. Questo è incredibilmente patetico: “Se i membri del Congresso e alcuni membri dell’amministrazione Obama fanno “pressione” su di lui per fare qualcosa che sapeva inutile, ancora più colpevole avendo seguito un’opzione che sapeva non avrebbe portato a nulla“. Obama è il Comandante in Capo degli Stati Uniti. Incolpare gli altri per i suoi ordini è vigliaccheria spudorata. E chi ha ordinato che la CIA addestrasse, equipaggiasse e pagasse 10000 jihadisti in Siria se non Obama? Anche quello è colpa altrui? E perché non parlare del New York Times? Dopo aver falsamente accusato il governo siriano dell’uso di armi chimiche nel Gutha, Stati Uniti e Regno Unito volevano bombardare la Siria, ma ciò fu impedito dal Parlamento inglese e dalla minaccia di impeachment negli Stati Uniti. Poi la Federazione russa contribuì a un accordo per salvargli la faccia e sbarazzarsi delle armi strategiche della Siria. Ora ancora la Russia si offre di salvare la pelle di Obama. Avendo fallito nel programma di addestramento del Pentagono e nella lotta allo Stato islamico, Obama è di nuovo sotto pressione per bombardare la Siria. Ma la minaccia di una forza aerea russa, e di una possibile forte forza di terra schierata in Siria lo trattiene. La Siria non è abbastanza importante per iniziare un conflitto con una grande potenza nucleare. Obama ha bisogno di una via d’uscita che gli salvi la faccia. Finirla nel versare olio sul fuoco del conflitto in Siria e trattare con la Russia sono l’unica strada percorribile.
Oggi la Russia aumenta la pressione: “Rispondendo ad una domanda se la Russia avrebbe accettato d’inviare truppe per partecipare alle operazioni militari con l’esercito siriano, (il portavoce del Cremlino Dmitrij) Peskov ha detto: “Se c’è una richiesta, nel quadro dei contatti bilaterali e degli accordi bilaterali naturalmente, sarà discussa e considerata. Per ora è piuttosto difficile parlarne ipoteticamente”. Il Vicepremier e Ministro degli Esteri degli Siria Walid Mualam ha detto che la Siria avrebbe chiesto alla Russia d’inviare truppe per combattere a fianco dell’Esercito arabo siriano, se ce ne fosse bisogno. Secondo lui, la Siria non esiterà a chiedere il sostegno della Russia”. Una “zona di sicurezza” o “no fly zone” della NATO e amministrata dai turchi in Siria, mentre l’Armata Rossa è sul campo appoggiata da aeronautica e marina russe? Scordatevelo. Obama e la NATO hanno la possibilità di uscire dal caos che hanno creato in Siria e allontanare i problemi della crescente ondata di migranti. Devono parlare con la Russia e non solo a livello “tattico” come vuole Obama, ma strategico. Insomma, la colpa è di Erdogan e dei sauditi e vanno tenuti al guinzaglio corto. Lasciare alla Siria e ai suoi alleati far pulizia senza intervenire ulteriormente. Ci sarà ovviamente pressione a non fare così dai soliti falchi e lobbisti, ma Obama potrebbe per una volta prendere una decisione sensata e mantenerla.10341590WINEP scopre l’intervento russo in Siria
Sic Semper Tyrannis

12039597La Russia sembra aver iniziato un significativo intervento diretto militare in Siria. Molti report, tra cui alcuni attribuiti a fonti governative e d’intelligence degli Stati Uniti, indicano che la Russia costruisce un corpo di spedizione aero-terrestre nelle province di Lataqia e Tartus, sulle coste, andando di gran lunga oltre consulenza e fornitura di armi di lunga data. Se questa forza si sviluppa lungo le linee riportate, potrebbe mutare il corso della guerra. Potrebbe anche avere importanti implicazioni per la capacità d’Israele di condurre operazioni aeree sulla Siria occidentale e il Libano, e per le operazioni della coalizione degli Stati Uniti contro lo “Stato islamico”/SIIL e le altre organizzazioni terroristiche in Siria. Inoltre, se la presenza russa si stabilisce, sarà difficile rimuoverla. Come in Crimea e Ucraina, gli Stati Uniti, e tanto meno di qualsiasi altro Paese, difficilmente sfiderà militarmente le forze russe. E mentre tali forze probabilmente soffriranno perdite e potrebbero impantanarsi in Siria, Mosca potrebbe accettare il costo di mantenere il regime di Assad al potere e frustrare Washington”. Jeff White di WINEP

Beh, Jeff, meglio tardi che mai. “…E per le operazioni della coalizione degli Stati Uniti contro lo “Stato islamico”/SIIL e le altre organizzazioni terroristiche in Siria“. Oh, andiamo, tutto quello che servirebbe sarebbe una piccola cellula de-conflittuale da qualche parte per risolvere l’uso dello spazio aereo e le missioni. Come ciò funzionerebbe per gli israeliani, nessuno lo sa se il suo potenziale aereo si trovasse in uno spazio aereo coperto da unità della difesa aerea russe.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il piano “Blair-Erdogan-Mishal” su Gaza e le implicazioni in Siria

Nasser Kandil “60 minuti con Nasser Kandil” 25 agosto 2015 – Reseau International
Trascrizione e traduzione di Mouna Alno-NakhalCE5alSHWgAA7LQCI – Cosa succede dietro le quinte dei negoziati di Tony Blair per togliere il blocco di Gaza?
Egypt-Gaza-Israel-border--001 Data che la costante strategica occidentale è la sicurezza e la supremazia d’Israele, propongo di esporre ciò che accade contro la Palestina storica e soprattutto il progetto sul futuro di Gaza. Una lettura personale, ma basata su fatti che cominciano ad invadere la stampa, alcuni parlando di colloqui semplici, altri di negoziati diretti o indiretti tra Hamas e Israele [1] [2] [3]. Un progetto in corso di sistemazione il cui padrino è il burattinaio Tony Blair, il promotore è Tayib Rajab Erdogan, e il complice dichiarato Qalid Mishal (capo del Politburo di Hamas) senza poter presumere in che misura convincerà gli altri capi di Hamas, tra cui quelli di al-Qasam (ala militare di Hamas). Il tempo lo dirà, ma in ogni caso potrebbe spiegare il motivo per cui Israele ha accusato il movimento del Jihad islamico palestinese di aver lanciato il 20 agosto razzi sulle alture siriane del Golan occupate e l’adiacente Galilea [4] [5] quando si sa che non c’è nulla. In altre parole, il raid israeliano del 21 agosto nel sud della Siria, presso al-Qunaytra, in rappresaglia al lancio dei razzi, è un messaggio al Jihad islamico nella Striscia di Gaza e non nel Golan. Ci torneremo (…). Va notato che secondo il mito sionista è la Cisgiordania (Giudea e Samaria), da Tulqarim a Qalil (Hebron) che farebbe parte della terra promessa, non Gaza, sempre sotto la tutela egiziana, o Haifa, Jaffa o le coste sul Mediterraneo. Ecco perché non ho mai creduto che Israele avrebbe accettato una soluzione pacifica che richiede di restituire i territori occupati nel 1967 per accontentarsi dei confini del 1948. Nessun leader israeliano avrebbe il coraggio di accettarlo, così come nessun leader palestinese oserebbe firmare l’unica alternativa dell’autonomia, qua e là, sotto il controllo dell’occupante. Hillary Clinton non accettò il rifiuto pungente di Netanyahu alla proposta di spostare 25000 coloni da Tulqarim a Gerico? Da qui l’idea di uno Stato palestinese a Gaza, (una striscia di terra lunga 41 km e larga 6-12 km, da cui Israele ha unilateralmente ritirato l’esercito e 9000 coloni nel 2005), con l’apertura di valichi di frontiera, porto, aeroporto, passaporto, luce, acqua, ricostruzione, elezioni, legislatura, ecc…; la Turchia garantiva che Gaza non minacciasse mai la sicurezza d’Israele; Hamas parlava di “tregua a lungo termine” con la speranza di liberare il resto dei territori occupati con la sola forza dei negoziati politici (sic). Ciò significa che con lo slogan “Il vostro Stato palestinese di Gaza”, Israele si prepara ad eliminare l’Autorità palestinese e perseguire lo Stato ebraico colonizzando Cisgiordania e Gerusalemme al prezzo di sofferenze e stermini che supereranno quelli sopportati dal popolo palestinese nel 1948 (…). Non è più una teoria a lungo pensata da certuni, ma il piano affidato a Erdogan. Erdogan è bloccato in una situazione disperata fino alle elezioni legislative anticipate del 1° novembre, quando coloro che l’hanno votato perché pensavano che fosse il più forte potrebbero cambiare idea e coloro che non hanno votato per l’opposizione perché pensavano che avrebbe perso, gli voteranno contro. Due mesi in cui gli Stati Uniti devono assolutamente dargli via libera, e gli europei chiudere gli occhi in modo che possa spezzare il collo ai curdi, tanto da non osare nemmeno pensare di votare per l’opposizione; sapendo che solo il 2% dei voti andrà in suo favore, rispetto alle ultime elezioni, basterebbe per garantirgli i 65 seggi necessari per la vittoria. Questo è il prezzo affinché Israele non sia contrario alla firma dell’accordo sul nucleare iraniano ed anche ad offrire servigi al governo degli Stati Uniti per farlo accettare a chi si oppone e all’opinione pubblica statunitensi: “Gaza è il futuro Stato palestinese, date a Erdogan ciò che chiede in Turchia!”. Così si forma il trio “Turchia-Israele-Fratelli Musulmani”, quest’ultimo con lo Stato di Gaza sotto la bandiera di Hamas. Che si tratti di successo o fallimento è un altro problema. Ciò che è certo è che gli israeliani studiano seriamente la revoca del blocco di Gaza, a condizione dell’uscita di Hamas dal campo della resistenza palestinese, sfruttando la carta vincente di sempre: la preoccupazione umanitaria per la popolazione di Gaza che tanto soffre…

II – Cosa succede nel Golan siriano?
capture-d_c3a9cran-2013-09-08-c3a0-18-57-42_risultato Per capirlo va analizzato il comportamento d’Israele mentre si cercano soluzioni. Abbiamo già discusso la relazione di DEBKAfile secondo cui “Russia e Stati Uniti corteggiano i sauditi per salvare Assad, mettendo in pericolo Israele e Giordania...”[6]; rapporto che ci porta a prevedere che Israele farà di tutto per silurare il riavvicinamento siriano-saudita sponsorizzato dalla Russia [7] Ciò permesso dalla ritirata del ministro degli Esteri saudita Adil al-Jubayr, alla conferenza stampa integrale con Lavrov. [8] Infatti, tale rapporto va compreso come avvertimento all’alleato saudita che non può sperare di giocare da solo, a questo punto, anche se gli alleati Stati Uniti potrebbero essere d’accordo sul principio della priorità alla lotta al terrorismo (…). Infatti dato che Stati Uniti, Arabia Saudita e Iran si sarebbero uniti alla Russia per trovare una soluzione in Siria e Yemen, in modo che l’Arabia Saudita salvasse la faccia, come Israele avrebbe voce in capitolo realizzando il piano “Blair-Erdogan-Mishal” a Gaza? Come, se non con una chiara azione sul campo e l’attivazione di gruppi armati sotto il suo comando nel sud della Siria? Di qui l’incursione su al-Qunaytra nel Golan siriano. Azione speciale che non dimostra che Israele sia pronto alla guerra (…) ma invia il messaggio aggiuntivo trasmesso da DEBKAfile: “Siamo qui! Non abbiamo covato e permesso ai gruppi armati di occupare il sud della Siria per permettere una soluzione alle nostre spalle. Inoltre i gruppi armati e la Giordania sono nelle nostre mani, non in quelle dell’Arabia Saudita che ha Zahran al-Lush (capo di Fronte islamico e Jaush al-Islam). Fin quando è così, siamo noi a decidere“. In altre parole, tale ennesimo raid avverte: Israele è ora l’unico giocatore nel sud della Siria, la Turchia nel nord; se si deve solo lottare contro il terrorismo ci si concentri solo sullo Stato islamico e dimenticate al-Nusra e tutti gli altri gruppi terroristici che Israele e Turchia sostengono; l’Arabia Saudita non ha nulla a che fare con la Siria, Israele scommette sulla Turchia.

III – Perché puntare sulla Turchia?
Israele scommette sulla Turchia, così come contro Stato siriano, Resistenza libanese, Resistenza palestinese ed Autorità palestinese. Ciò perché Erdogan risolverebbe i suoi problemi se riuscisse ad incassare il prezioso assegno della “carta palestinese” a favore della sicurezza d’Israele, aiutando l’occidente a concedergli il gran premio atteso, in Siria e altrove, per non dover lambiccarsi nel cercare di garantire la continuità geografica tra Gaza e i brandelli della presunta soluzione dei due Stati. Per non parlare della realizzazione della proposta di alleanza tra occidente e Fratelli musulmani, con capitale Gaza, che faciliterebbe il loro ritorno al potere in Egitto, di condividere il potere in Libia e possibilmente consolidare Ghanushi in Tunisia e portare Ansarullah a partecipare al futuro governo dello Yemen. Tutto ciò perché la vittoria di Gaza è stata venduta da Turchia e Qatar [9].

IV – Perché ora?
Ciò che unisce i fronti nel sud della Siria da al-Qusayr, a Yabrud, Zabadani, Qunaytra è che la vittoria di Siria ed Hezbollah a Zabadani significherebbe la fine della guerra nel Qalamun, eliminando i gruppi terroristici al confine siriano-libanese, e il prossimo passo sarebbe la pulizia di Qunaytra. Quindi, facendosi coinvolgere in questo modo, Israele avverte che sarà una questione molto diversa e molto più complicata di Zabadani, perché i gruppi terroristici come al-Nusra, ramo di al-Qaida in Siria, saranno supportati e protetti dagli aerei israeliani. Israele non permetterà la sconfitta di al-Nusra o il fallimento del piano per Gaza. Il messaggio israeliano è stato ricevuto. Dobbiamo aspettarci un’escalation nei prossimi due mesi, sapendo che la risposta arriverà in tempo, come i raid su Joumraya 1 e 2 (…).

Qalamun5015Note:
[1] Tregua a Gaza: Israele nega ogni trattativa con Hamas
[2] Negoziati Israele-Hamas: una hudna in cambio del blocco
[3] Vincitori e vinti nei colloqui tra Hamas e Israele
[4] Tensione sul Golan siriano, attacco aereo israeliano mortale
[5] Iran, Hezbollah, Israele: la spirale di vendette e risposte
[6] Russia e Stati Uniti corteggiano i sauditi per salvare Assad, anche se mettono Israele e Giordania sotto la minaccia dalla Siria
[7] Iniziativa di Putin: è possibile una riconciliazione siriano-saudita?
[8] Lavrov: i tentativi di rovesciare Assad porteranno al potere il SIIL in Siria
[9] Gaza: Vittoria venduta da Turchia e Qatar!

Nasser Kandil è l’ex-vice direttore di TopNews Kandil-Nasser, e direttore del quotidiano libanese al-Bina

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Libia: frattura italiana

Alessandro Lattanzio, 13/5/2015map-of-egyptNei colloqui tra il capo dell’esercito nazionale libico Qalifa Haftar e il Consiglio di cooperazione del Golfo (CCG), nell’ambito delle manovre tra i vertici militari di Egitto, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Quwayt, Sudan, Bahrayn e Arabia Saudita per tracciare una linea per stabilizzare la Libia, l’EAU vendeva all’esercito di Tobruq 5 elicotteri d’attacco Mil Mi-35 Hind e altro equipaggiamento di origine russa, tra cui armi anticarro e munizioni perforanti. Gli incontri riguardavano l’organizzazione dei capi tribali libici per supportare un possibile intervento arabo. Tale passo sarebbe ritenuto cruciale nella stabilizzazione della Libia, secondo il governo egiziano. “Un incontro per coordinare le diverse tribù in Libia rafforzerebbe la credibilità di un’azione della forza araba congiunta in Libia“, affermava Jean-Marc Rickli, professore del dipartimento di Studi per la Difesa del King College di Londra. Ai colloqui potrebbero partecipare anche Francia e Italia; alla “Francia è stato chiesto di fornire logistica e forze speciali mentre all’Italia di fornire supporto navale“, affermava una fonte della Lega Araba. “Una Libia preda delle convulsioni della guerra civile è fonte d’instabilità per il Nord Africa e il Mediterraneo, in quanto rappresenta un buco nero geopolitico che genera il fenomeno della criminalità internazionale del traffico di droga, armi, persone e del terrorismo di matrice religiosa”, dichiarava Andrea Margelletti, presidente del Centro di Studi Internazionali di Roma. “Inoltre, vi sono interessi economici italiani in Libia che il nostro governo intende proteggere, soprattutto nel settore degli idrocarburi“. Tutte le parti hanno espresso preoccupazione per la crescente influenza del gruppo terroristico dello Stato islamico e della possibile sua espansione dalla Libia destabilizzata. Tale convergenza Italia-Lega araba va relazionata con la posizione degli elementi filo-sionisti della politica italiana (Dellavedova, Cicchitto, Caracciolo), che invece supportano il ‘dialogo’ con lo Stato islamico e il riconoscimento della fazione islamista, supportata da Turchia-Israele-Qatar, che governa a Tripoli. Infatti, il 7 maggio 2015 si svolgeva presso il Centro Alti Studi della Difesa, a Roma, una conferenza sulla Libia organizzata dal Comitato Atlantico Italiano, con la presenza dell’ex-ministro degli Esteri giordano Abdulillah Qatib, di Muhamad Dahlan, ex-Consigliere per la Sicurezza Nazionale dell’ANP e noto agente della CIA, di Abdelaziz Quti del parlamento tunisino ‘dissidente’ del partito laico antislamista Nida Tunis, dell’ex-ministro degli Esteri egiziano Muhamad al-Urabi, utilizzato da Washington per rovesciare Mubaraq ed insediare al potere i Fratelli mussulmani, di Numan Binutman, ex-quadro del Gruppo Combattente Islamico Libico (LIFG), ovvero al-Qaida in Libia, ed attuale presidente della Quillion Foundation, think tank neocon gestito dall’intelligence inglese e dal Mossad, e dall’ambasciatore libico presso il Vaticano Mustafa Rugibani. Tra gli italiani vi erano i parlamentari sionisti Benedetto Dellavedova e Fabrizio Cicchitto, il presidente del Comitato Atlantico Italiano Fabrizio Luciolli, l’ammiraglio Rinaldo Veri presidente del CASD e sostenitore dell’aggressione a Libia e Siria, amico e referente di Elisa Fangareggi, presunta responsabile di una presunta ONG italiana che opera in Siria e cogestisce un “centro per rifugiati” in Turchia assieme all’IHH, organizzazione sospettata di legami con al-Qaida. L’argomento della conferenza era “la necessità di creare un governo di unità nazionale” come primo passo per la stabilizzazione del Paese. Secondo l’ex-ministro giordano e Dahlan, “l’Unione Europea deve trattare con l’unico governo eletto (Tobruq) e rafforzare l’esercito del generale Haftar, forse l’unico in grado di unificare il Paese e procedere all’integrazione delle varie milizie nelle forze armate. Ciò non vuol dire che l’Europa debba intervenire militarmente, ma la diplomazia da sola non basta senza un po’ di forza”. Quti era sulla stessa linea, ponendo l’accento sulla “necessità di procedere al disarmo delle milizie che, con l’aiuto dell’Europa, andranno poi incluse in un nuovo apparato di sicurezza, in modo che possano partecipare alla ricostruzione della Libia”. Per Binutman bisognava agire “soprattutto nel Fezan”, dove si concentra la presenza della Resistenza jamahiriyana e, sempre secondo Binutman, la Libia va federalizzata. Se Luciolli invocava l’intervento diretto dell’Italia assieme ad Egitto ed Emirati Arabi Uniti e senza badare all’ONU e all’UE, il filo-islamista Vieri indicava “difficoltà negli Stati occidentali ad inviare truppe in una spedizione confusa e rischiosissima”, mentre i sionisti Dellavedova e Cicchitto sostenevano la mera soluzione diplomatica della missione dell’ONU guidata da Bernardino Leon, agente del Gruppo Bilderberg.
Da tutto ciò, quindi, appare evidente una frattura emergente in Italia riguardo la situazione in Libia: la fazione filo-turco-sionista (banda Caracciolo-Debenedetti) vuole riconoscere gli islamisti di Tripoli, e un’altra filo-inglese vuole appoggiare con le armi l’intervento in Libia (banda Renzi).
world_01_temp-1430377539-5541d443-620x348 Nel frattempo, il 29 aprile 2015, il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi incontrava a Cipro l’omologo cipriota Nicos Anastasiades, assieme al ministro del Petrolio Sharif Ismail, al ministro degli Esteri Samah Shuqri e al ministro degli Investimenti Ashraf Salman. Il presidente egiziano aveva espresso gratitudine per il sostegno di Cipro all’Egitto in seno all’Unione europea e sottolineava il sostegno dell’Egitto verso la causa cipriota nella disputa con la Turchia che occupa la parte settentrionale dell’isola. Inoltre, Sisi aveva avuto un vertice con Anastasiades e il primo ministro greco Alexis Tsipras, nell’ambito della formazione di un polo filo-russo nel Mediterraneo orientale, contrappeso dell’asse atlantista Turchia-Israele-Qatar-Fratellanza musulmana. Infatti, il premier Tsipras aveva dichiarato a conclusione del vertice trilaterale Grecia-Cipro-Egitto di Nicosia che la Grecia era decisa a procedere alla delimitazione delle zone marittime, sul Mediterraneo orientale, nel rispetto del diritto internazionale e del diritto marittimo, osservando che tale processo non solo è nell’interesse dei tre Paesi, ma di tutti gli altri Paesi della regione, interessati a cooperare nel delimitare le zone marittime secondo i principi del diritto internazionale, e nel rafforzare la cooperazione nella sicurezza regionale per affrontare l’islamismo radicale, “una minaccia alla nostra civiltà”, come aveva sottolineato. Tsipras inoltre indicava la necessità di approfondire la cooperazione tra Grecia ed Egitto, sottolineando che “la cooperazione economica, commerciale ed energetica contribuisce efficacemente nel porre i presupposti del consolidamento di prosperità, pace e stabilità nella regione“. Da parte sua, il presidente cipriota Nicos Anastasiades affermava che gli sviluppi allarmanti in certi Paesi della regione, come Siria, Iraq, Yemen, intensificano la necessità di un’azione congiunta della comunità internazionale per affrontare tali sfide. Sul processo di pace in Medio Oriente, Anastasiades aveva dichiarato “ribadiamo la posizione di principio nel raggiungere una pace giusta e duratura con la creazione dello Stato autonomo e sovrano di Palestina secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite, e abbiamo discusso dei crescenti flussi migratori quali minacce non solo ai Paesi della regione, ma a tutti i Paesi europei. Con l’intensificarsi dei nostri sforzi, gli obiettivi che ci siamo posti saranno raggiunti e saranno un modello di cooperazione per gli altri Paesi della regione“. Il presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi dichiarava che “il secondo vertice tra i tre Paesi in soli sei mesi riflette la volontà di approfondire la nostra cooperazione. Cerchiamo la cooperazione nel plasmare un futuro brillante per i nostri popoli secondo tolleranza, pace, stabilità e giustizia sociale“. Il presidente egiziano, parlando anche del suo incontro con il primo ministro greco, aveva detto: “Oggi abbiamo deciso di aprire nuovi orizzonti alla cooperazione tra i nostri Paesi nei trasporti, energia e turismo“, concordando sulle misure per combattere il terrorismo e la necessità di risolvere il problema del Medio Oriente con la creazione dello Stato palestinese, secondo le risoluzioni delle Nazioni Unite.Alexis-Tsipras-Nicos-Anastasiades-and-Abdel-Fattah-el-Sissi-Apr2915_afp-Stavros-IoannidesIl 27 febbraio 2015, da La Spezia salpava la nave d’assalto anfibio San Giorgio, per poi imbarcare a Brindisi incursori del Comsubin (Comando subacquei e incursori), nell’ambito delle manovre Mare Aperto, tra Tirreno e Ionio, previste per il 2 marzo. Probabilmente si trattava di sorvegliare il gasdotto Greenstream, pipeline sottomarina dell’ENI che si estende per 520km da Malitah a Gela. Il primo ministro libico Abdullah al-Thini dichiarava che il suo governo avrebbe smesso di trattare con la Turchia perché inviava armi al governo islamista di Tripoli. “La Turchia non tratta onestamente con noi. Esporta armi uccidendo il popolo libico“. Il portavoce del ministero degli Esteri della Turchia, Tanju Bilgic, rispose, “Invece di ripetere le stesse accuse infondate e non veritiere, consigliamo di sostenere gli sforzi delle Nazioni Unite per il dialogo politico. La nostra politica nei confronti della Libia è molto chiara. Siamo contro qualsiasi intervento esterno in Libia e sosteniamo pienamente il processo del dialogo politico con la mediazione delle Nazioni Unite“. Thini aveva anche accusato il Qatar di dare sostegno “materiale” agli islamisti. Infine al-Thini avvertiva che le forze libiche ed egiziane avrebbero agito in modo coordinato contro lo Stato islamico, “Ogni volta che c’è un pericolo o una minaccia, ci saranno attacchi aerei in totale coordinamento tra Egitto e Libia. Lo Stato islamico è ben consolidato nella regione di Sirte e non nasconde la sua presenza a Tripoli. Se le truppe non sono rifornite delle armi di cui hanno bisogno, il gruppo terroristico si diffonderà in tutta la Libia“.
1506503 Il 2 marzo Qalifa Belqasim Haftar veniva nominato comandante in capo dell’esercito nazionale libico dal presidente del parlamento di Tobruq. Questa nomina seguiva la decisione del governo di Tobruq di sospendere la partecipazione ai colloqui dell’ONU, guidati da Bernardino Leon dal settembre 2014, in risposta alle pressioni della NATO affinché nel governo libico venissero inclusi gli islamisti. Alcuni giorni prima lo Stato islamico aveva ucciso 45 persone con delle autobombe nella città di al-Quba. Le Nazioni Unite aveva invitato i due parlamenti libici a nuovi colloqui in Marocco, ma la riunione venne rinviata, quindi l’11 febbraio Leon incontrava separatamente gli esponenti dei due parlamenti nel sud della Libia.
Il 3 marzo, aerei libici bombardavano l’Aeroporto Internazionale Mitiga di Tripoli, “Un jet da combattimento leale al capo dell’esercito Qalifa Belqasim Haftar ha effettuato un raid su Mitiga, senza causare danni” affermava l’agenzia turca Anadolu, ma la Guardia Petrolifera della Libia annunciava che “l’aviazione libica ha lanciato attacchi aerei contro gruppi armati situati nell’aeroporto di Mitiga. A partire da oggi, le operazioni militari inizieranno a Tripoli contro le milizie posizionate negli aeroporti e altre parti della capitale“. L’esercito libico effettuava le incursioni aeree sull’aeroporto, perché “via d’accesso dei rifornimenti logistici” del gruppo islamista “Alba di Libia”. Intanto Abdalhaqim Belhadj, il terrorista islamista a capo del Gruppo combattente islamico libico, fantoccio degli USA, aderiva allo Stato islamico in Libia e ne supportava i campi di addestramento a Derna. Dopo aver partecipato al golpe e all’invasione della Jamahiriya Libica nel 2011, Belhadj, collegato ad al-Qaida, fu nominato capo del Consiglio militare di Tripoli, posizione che mantenne fino al maggio 2012. Belhadj era collegato agli attentati terroristici del 2004 a Madrid e all’omicidio di due politici tunisini, oppositori dei Fratelli musulmani. I terroristi del SIIL decapitavano 8 guardie libiche dopo aver attaccato il campo petrolifero di al-Ghani, presso la città di Zalah. Inoltre, i terroristi rapirono anche 9 lavoratori stranieri, tra cui 4 filippini, 1 ceco, 1 ghanese, 1 austriaco e 1 bangleshi.
Il 20 marzo, nonostante le trattative a Rabat, le forze di Tobruq lanciavano l’offensiva su Tripoli, che vide una serie di attacchi aerei su obbiettivi islamisti presso l’aeroporto di Mitiga e l’avanzata delle milizie zintani a sud di Tripoli, appoggiate da elementi di Bani Walid addestrati dalle forze speciali francesi. Le forze di Tobruq disporrebbero di 11 velivoli, tra cui 3 caccia MiG-21bis del 2° Squadrone caccia della base Nasser, 4 caccia MiG-23 del 2° Squadrone cacciabombardieri di Labraq, 4 elicotteri d’attacco Mi-24 del 1° Squadrone elicotteri della base al-Watyah e del 1° Squadrone da ricognizione della base Nasser. Inoltre, a questi aerei si aggiunsero 11 caccia MiG-21MF e 4 elicotteri d’assalto Mi-8 egiziani. I velivoli vennero schierati nelle basi di Benina (Bengasi), Labraq, Martubah (Derna) e Nasser (Tobruq), in Cirenaica e al-Watyah in Tripolitania, tutte controllate da Tobruq, per le operazioni contro le milizie islamiste occupanti Tripoli e Qiqla. Tobruq disponeva anche di 60000 uomini, tra cui i 2000 della Brigata al-Sayqa delle forze speciali, formata da soldati dell’esercito della Jamahirya Libica inquadrati da 2-300 consiglieri delle forze speciali egiziane. Le forze di Tobruq disponevano di 10 carri armati T-62 e T-55, 300 veicoli da combattimento BMP-1, 50 BTR-60PB, 20 M113, 10 sistemi anticarro Khrizantema-S, 100 blindati Nimr II, 200 Humvee, 30 BRDM-2 equipaggiati con missili anticarro AT-3 Sagger, 20 blindati Puma italiani, 10 SAM Igla-S (SA-24), 20 veicoli antiaerei M53/59 Praga del 503° Gruppo della Difesa Aerea. I 20000 miliziani di Zintan, comandati da Muqtar Qalifah Shahu, erano suddivisi tra 5 brigate dotate di tecniche, tra cui le brigate al-Qaqa comandata da Uthman Milayqtah, e al-Sawayq dell’ex-ministro della Difesa al-Juwayli e comandata da Imad Mustafa al-Trabulsi. Gli islamisti di Alba di Libia schieravano 40000 miliziani dell’Unione dei Rivoluzionari di Misurata del fratello mussulmano Salahuddin Badi, ex-capo dell’intelligence militare libica di Misurata; 20000 miliziani delle 4 brigate dell’organizzazione islamista Scudo Libico di Wisam bin Hamid, e 2-3000 terroristi di Abdalhaqim Belhadj. I misuratini disporrebbero di 800 tra mezzi e pezzi d’artiglieria e di 2000 pickup armati. Scudo Libico avrebbe circa 1200 autoveicoli, mentre i terroristi di Belhadj erano equipaggiati, riforniti ed addestrati dalle forze speciali turche e qatariote.
Il 25 marzo, a Bengasi lo Stato islamico faceva esplodere un’autobomba contro un checkpoint dell’esercito, uccidendo 5 soldati e 2 civili.
Il 30 marzo, il governo libico elogiava la decisione della Lega Araba sullo Yemen, aggiungendo che la situazione nello Yemen è simile a quella in Libia. Al vertice arabo in Egitto, del 28-29 marzo, i capi arabi avevano espresso disponibilità a sostenere il governo di Tobruq.
CEWDE2lVIAAQ00i Dopo aver ricevuto 3 caccia MiG-21MF e 3 elicotteri Mi-8 dall’Egitto, l’aeronautica libica riceveva altri 2 MiG-21MF egiziani, stanziati nella base aerea Gamal Abdal Nasser, presso Tobruq. Inoltre, un piccolo numero di cacciabombardieri Mirage F.1AD veniva riattivato presso la base aerea al-Watiya. La Libia originariamente acquistò 38 Mirage F.1: 16 cacciabombardieri Mirage F.1AD, 18 caccia-intercettori Mirage F.1ED, 6 velivoli di addestramento Mirage F.1BD e un enorme stock di pezzi di ricambio e munizionamento, alla fine degli anni ’70. Questi aerei entrarono in servizio nel 1011.mo e 1012.mo Squadrone della base aerea al-Watiya, costruita dai francesi. Una parte dei Mirage fu distaccata ad Aozou, tra Libia e Ciad. Parte della flotta di Mirage F.1 fu radiata negli anni ’90 per l’embargo imposto alla Libia, mentre un grosso quantitativo di pezzi di ricambio fu donato all’Iran per riattivare i Mirage F.1 ex-iracheni ceduti all’Iran nel 1991. Tale ordine personale di Gheddafi generò frustrazione presso l’aeronautica libica e le cui proteste furono vane. Nel 2011 la Libia aveva operativi solo 2 intercettori Mirage F.1ED e 1 addestratore Mirage F.1BD. Oggi, una parte dei Mirage è accantonata nel centro per la revisione di Tripoli, controllato dagli islamisti di Alba di Libia, e il resto rimane ad al-Watiya, base che non venne bombardata dalla NATO. Dei 45 hangar HAS presenti ad al-Watiya, solo 2 ospitano velivoli operativi, oltre a diversi depositi di munizioni nelle vicinanze. Al-Watiya fu riconquistata dal Libyan National Army (LNA) il 9 agosto 2014, dove nei 43 HAS si trovavano decine di cacciabombardieri Su-22, elicotteri d’attacco Mi-25 e 21 Mirage F.1. Oggi, nella base sono operativi 2 Su-22M3, 1 MiG-23UB e 1 Mirage F.1AD reso nuovamente operativo. A sua volta, gli islamisti di Alba di Libia controllano le basi aeree di Mitiga, Misurata e al-Jufra, dove disporrebbe di 2 aerei da addestramento Soko G-2 Galeb, 2 aerei da addestramento L-39, 1 aereo da supporto tattico J-21 Jastreb, 1 caccia MiG-23MLD, 1 caccia biposto MiG-23UB, alcuni aerei da addestramento SIAI-Marchetti SF-260 ed elicotteri. 1 MiG-23MLD islamista fu abbattuto da un missile Igla-S mentre bombardava l’aeroporto di Zintan, il 23 marzo 2015, uccidendo il pilota. Il 6 maggio, presso Zintan, l’esercito libico abbatteva un MiG-25PU della milizia islamista di Misurata. Infatti, gli islamisti di Alba di Libia erano riusciti ad riattivare un MiG-25PU, versione d’addestramento biposto del caccia-intercettore MiG-25PD. Il MiG-25PU non dispone di radar, sistemi di puntamento e sistemi di combattimento, ma il velivolo recuperato dagli islamisti, con l’aiuto di tecnici ucraini arruolati da turchi e qatarioti, sembra fosse dotato di un paio di piloni subalari per trasportare due bombe FAB-500T da 500kg, limitando le capacità operative del velivolo. Il MiG-25, il 28 febbraio 2015 fu dislocato nella base di al-Jufra, dove dal 2003 è depositata la maggior parte delle cellule di MiG-25 libici ospitate nei loro Hardened Aircraft Shelter (HAS). Il 25 marzo 2015 il velivolo fu spostato presso l’aeroporto di Mitiga, a Tripoli, prima di essere abbattuto su Zintan.
L’11 maggio, la nave cargo Tuna-1, battente bandiera delle isole Cook, mentre trasportava armi a Derna, controllata dal SIIL, veniva attaccata e danneggiata da aerei libici. Il cargo era di proprietà turca, “Condanniamo fortemente questo spregevole attacco a una nave civile in acque internazionali e condanniamo i responsabili“, dichiarava il ministero degli Esteri turco. Il cargo stava violando l’embargo imposto dall’esercito libico sulla regione e l’aviazione libica l’aveva bombardato quando era a 10 miglia da Derna. Il comandante dell’aviazione libica, Saqr al-Garushi, aveva affermato che “La nave ha violato le acque territoriali libiche nonostante gli avvertimenti dell’esercito. Inizialmente abbiamo sparato dei colpi di avvertimento e, visto che la nave non ci ha dato ascolto, gli abbiamo sparato direttamente“.tuna1-20150511-600x421Note:
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