Brexit: migrazione e produzione

Peter Lilley, Freenations, 25 novembre 2017Per decenni, a causa della libera circolazione dell’UE e delle migrazioni di massa verso la Gran Bretagna, era più economico assumere lavoratori immigrati che addestrare quelli inglesi, con effetti disastrosi per l’economia. Se il Regno Unito coglie l’opportunità creata dalla Brexit, può aumentare il tasso di crescita a lungo termine. Questa dovrebbe essere la priorità del governo perché i redditi stagnano dalla crisi finanziaria del 2008 e crescevano meno del loro potenziale da molto prima.

Introduzione di Rodney Atkinson
Questo sito ha promosso la filosofia del nazionalismo democratico, col libero scambio e gli investimenti internazionali che rendono superfluo il movimento in massa delle persone, si veda ad esempio: “I mercati rendono superflue le migrazioni di massa” (26 gennaio 2016). La prosperità e la pace internazionale si basano su tali politiche. Ma si affrontano i poteri sovranazionali dell’UE e dell’ONU decisi a controllare gli Stati nazionali e a creare barriere al libero scambio in modo che, invece di capitali e beni e servizi attraversino le frontiere, siano le persone a doversi spostare, abbattendo così l’omogeneità degli Stati nazione e sostituendoli con un corporativismo antidemocratico votato al potere e al profitto delle multinazionali e all’egemonia dei superstati che non rispondono agli elettori. Peter Lilley, ex-segretario di Stato per il commercio nel Regno Unito, mostra come la migrazione di massa sia stata disastrosa per l’economia inglese, con carenze in competenze peggiori oggi che non prima che arrivassero milioni di migranti alienati. Solo che ora abbiamo i massicci problemi aggiuntivi di scuole, servizi sanitari, strade, abitazioni e molto altro sovraccarichi. Mostra come le migliori aziende trasferiscano facilmente competenze ed addestrino i lavoratori inglesi senza affidarsi agli immigrati.

Peter Lilley: I redditi medi possono crescere solo alla velocità produttiva per persona. Solo due cose consentono alle persone di produrre più beni e servizi: migliori competenze e maggiori investimenti pro capite. Tuttavia, abbiamo perseguito una politica, inizialmente volontaria e poi a causa delle norme dell’UE che minano sistematicamente l’incentivo al miglioramento e investono nella riduzione allo stesso tempo del capitale sociale per persona. Questa politica si affida all’immigrazione di massa. Pronunciare tale affermazione è un’eresia. È diventato un atto di fede che l’immigrazione, in particolare specializzata, ci migliori. Tale dottrina ha dominato il dibattito grazie all’alleanza empia tra imprese che vogliono manodopera qualificata a buon mercato, mentre sono riluttanti ad intraprenderne la formazione, e un’intelligentia che segnala come virtù definire i controlli sull’immigrazione razzisti, rafforzata dagli eurofili che difendono la libertà di movimento. In effetti, lasciare che i datori di lavoro importino competenze che i cittadini inglesi potrebbero acquisire mina l’incentivo dei dipendenti a migliorare competenze e i datori di lavoro a formare ed investire, riducendo allo stesso tempo la quota di capitale per persona. Questa non è solo teoria. I datori di lavoro inglesi erano riluttanti a formare personale e a investirvi quanto i concorrenti molto prima della migrazione di massa. Gli inglesi hanno molto meno qualifiche tecniche e professionali rispetto ai principali concorrenti. Ma ciò è peggiorato da quando Blair aprì i confini prima a lavoratori non comunitari, poi a tutti gli europei dell’Est. I tempi di formazione per lavoratore si sono dimezzati tra il 1997 e il 2012. E nei sei anni successivi all’ammissione dell’Est europeo, i finanziamenti aziendali per la formazione sono diminuiti del 15%. Per invertire la tendenza, la nostra politica d’immigrazione deve cambiare priorità. Invece della prima opzione per le imprese di reclutare (a buon mercato) competenze dall’estero e formare i nostri cittadini solo se gli stranieri non sono disponibili, dovremmo invertire tale tendenza. Dovremmo addestrare i cittadini inglesi, se possibile, e solo importare competenze laddove ciò non sia fattibile. Il considerevole prelievo di apprendistato di Sajid Javid può al massimo arginare il declino della formazione finché i datori di lavoro possono importare competenze dall’estero. Ovviamente, non dovremmo impedire qualsiasi immigrazione dall’Europa o altrove. Esistono categorie di competenze che gli inglesi non possono acquisire dal datore di lavoro o dall’università, soprattutto “competenze specifiche aziendali”. Le aziende di successo sviluppano propri processi di produzione, sistemi di contabilità, metodi di marketing e così via. Quando si stabiliscono nel Regno Unito, spesso devono inviare personale per implementarli. Ad esempio, le aziende automobilistiche giapponesi hanno inviato manager e tecnici per introdurre sistemi di fornitura just-in-time, gestione Kaizen e ambienti di qualità. Hanno trasferito le competenze agli staff locali (prima di tornare in Giappone, quindi senza alcuna immigrazione). Successivamente tali competenze si sono diffuse nell’industria inglese. Pertanto, dovremmo consentire trasferimenti intra-aziendali e limitate altre categorie di dipendenti UE e non UE. Naturalmente, i controlli più rigorosi sull’immigrazione volti a incoraggiare l’aumento delle competenze dei lavoratori inglesi e ad aumentare gli investimenti saranno accompagnati dagli squittii di gruppi imprenditoriali che usano vari argomenti.
Primo, dicono che non è economico addestrare i lavoratori inglesi. Quando col comitato Brexit Select visitai Sunderland, fummo accolti dai consigli locali, CBI, IoD, ecc. che affermavano che la loro principale preoccupazione per la Brexit era che non avrebbero più potuto assumere competenze dall’UE. Nissan, il più grande datore di lavoro locale, non era presente, ma ricordo di averne visitato lo stabilimento quando ero ministro del Commercio e dell’Industria e chiedevo se avessero difficoltà a reclutare impiegati qualificati. Erano troppo educati per osservare che si trattava di una domanda stupida; a Sunderland non c’erano operai metalmeccanici qualificati! Ma essendo giapponesi, non gli venne mai in mente di reclutarli all’estero. Formarono il personale locale e ora i 7000 impiegati inglesi della Nissan sono tra i lavoratori metalmeccanici più produttivi al mondo. Se la dottrina di CBI e co. fosse prevalsa, ci sarebbero stati 7000 europei dell’Est in quella fabbrica e i locali starebbero impacchettando hamburger.
Secondo, dicono che ci sono carenze. Blair affermò che avevamo bisogno di più immigrati per occupare 600000 posti vacanti. 4 milioni di immigrati dopo ci sono ancora oltre 700000 posti vacanti! Gli immigrati consumano tutti i beni e i servizi che producono, creando la domanda per la stessa quantità di lavoro che forniscono. Inoltre, la penuria nel mercato libero esiste solo dove la retribuzione avviene al di sotto del livello di compensazione sul mercato. Se limitiamo l’immigrazione laddove vi è carenza di competenze interne, le retribuzioni aumenteranno in qualche modo (vi sono già segnali perché meno lavoratori europei arrivano nel Regno Unito), aumentando gli incentivi a formare, acquisire competenze ed investire: esattamente ciò che è necessario.
Terzo, ci viene detto che gli inglesi si rifiutano di apprendere le competenze che ci servono. La carta del NHS viene invariabilmente usata: “abbiamo bisogno di infermieri e medici stranieri perché pochi inglesi sono disposti a fare questi lavori”. Non è vero. Fino all’anno scorso oltre 30000 candidati inglesi per corsi di infermieristica venivano respinti ogni anno, secondo il Nursing Labour Market Review 2016. Le università possono accettare numeri illimitati per ogni facoltà, dall’arte alla zoologia, tranne infermieristica e medicina dove gli ingressi sono strettamente limitati. Questo perché le borse provenivano dal budget del NHS, ed era più economico reclutare all’estero (comprese le infermiere addestrate coi nostri aiuti esteri) che addestrare più candidati nazionali. Quasi certamente non l’avete mai sentito sui media “liberali” che non sembrano preoccupati dalle migliaia di giovani inglesi a cui viene impedito perseguire la vocazione. I fatti scomodi che minano la tesi dell’immigrazione di massa non vanno trasmessi.
Quarto, le stime dell’impatto economico della migrazione di solito ignorano l’impatto sul capitale sociale per persona. Sia la nostra produttività che la nostra qualità della vita dipendono dalla quantità di capitale investito nelle nostre fabbriche, uffici, strade, ospedali, scuole, case ecc. Secondo i conti nazionali, l’investimento ammonta a 129000 sterline pro capite. Curare 5,1 milioni di emigrati unitisi alla popolazione dal 2000, con un capitale sociale simile costerebbe 660 miliardi di sterline di investimenti che non abbiamo fatto. Da qui la crisi abitativa, le infrastrutture congestionate, gli ospedali affollati e la mancanza di posti a scuola, tutto visibile. Da qui anche l’investimento inadeguato (per la forza lavoro allargata) in impianti, macchinari, software ecc., che si manifesta solo sulle cifre relative la produttività. Non dovremmo biasimarne i migranti, ma chi, per profitto o correttezza politica, ignora le semplici verità economiche e gli ardui fatti economici.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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L’Ungheria nel mirino di Soros

Tom Luongo, 29 novembre 2017Nonostante siano stati amici intimi, non vi è alcuna fuga d’amore tra il Presidente ungherese Viktor Orban e il miliardario campione del cambio di regime George Soros. Orban, come il Presidente Vladimir Putin, ha assunto il ruolo della difesa degli interessi dell’Europa orientale contro Soros, come Putin degli interessi della Russia. E questo è precisamente il motivo per cui entrambi sono diffamati dai media occidentali come dittatori neo-hitleriani. Naturalmente, tale caratterizzazione è praticamente senza senso, ma questo è il campo di cui ci occupiamo oggi. Negli ultimi mesi Orban è sul sentiero della rielezione, chiedendo apertamente che l’influenza di Soros su politica, istruzione e governo ungheresi sia sradicata. E Soros ha risposto con una confutazione scritta male che aiuta la credibilità dell’accusa di Orban. Niente di tutto ciò, tuttavia, è una novità. Nemmeno l’annuncio della scorsa settimana del dipartimento di Stato degli Stati Uniti che si appresta a spendere 700000 dollari per agire contro la rielezione di Orban.

Smascherare Soros
Qual è la novità che ciò implica. L’annuncio pubblico dell’addetto d’affari David Kostelancik l’ha detto, in aperta opposizione al buon rapporto di Trump con Orban e mettendo in difficoltà il segretario di Stato Rex Tillerson. Non è un segreto che l’ambasciata degli Stati Uniti a Budapest sia ancora presidiata dagli incaricati dell’amministrazione Obama che continuano i loro compiti perché il Congresso si rifiuta di confermare le nomine di Trump e Tillerson su quest’area. Quindi, è ovvio che si tratti della mossa disperata di Soros per attivare i suoi servi nel dipartimento di Stato. Questa è una palese violazione della politica dichiarata da Trump a non impegnarsi più nei cambi di regime. È anche il culmine dell’ipocrisia dell’isteria russofoba sui media statunitensi nelle elezioni del 2016. L’influenza di Soros in Europa viene diffusa a tutti i livelli. Due settimane prima qualcuno pubblicava la “Lista di Soros” dei deputati al Parlamento europeo e di altri funzionari dell’Unione europea che finanzia e presumibilmente ha sotto controllo. Non ho sentito alcuna smentita da tale gruppetto, e ciò può e deve essere considerato un’ammissione. E a causa di ciò che il costo per continuare ad influenzare le cose da dietro le quinte sia aumentato drammaticamente. Si ricordi che a luglio Israele, tra tutti i posti, fece di tutto per criticare l’influenza di Soros in Ungheria. Ne riferivo dicendo: “Ciò cambiò quando un portavoce del ministero degli Esteri israeliano, in maniera non ufficiale, denunciò Soros in relazione alla politica ungherese. Poi vedo questo rapporto su Israele che sarebbe in procinto di dichiarare Soros “Nemico dello Stato” introducendo una legge simile quelle di Ungheria e Russia intralciando seriamente gruppi come OSF e Human Rights Watch (HRW) che operano da dietro le quinte. L’introduzione di questa proposta di legge sarebbe collegata alla visita del Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Budapest questa settimana”. Fu un importante punto di svolta nella narrazione su costui. La pubblicazione della Lista di Soros è un altro. Va ringraziato Orban per averlo detto apertamente. E ci vorrà molto più dei 700000 dollari agli Stati Uniti per influenzare materialmente la rielezione di Orban. Ma Orban non permette alcuna possibilità, perciò sollecita apertamente la diaspora transilvana in Romania a registrarsi per il voto. La risposta dei funzionari rumeni, che ovviamente coprivano Soros e i suoi servi nell’Unione europea, era comica per l’indignazione.

L’indipendenza di Visegrad
Quello che accade in Ungheria si replica in tutta l’Europa dell’Est. Dal rifiuto della Polonia di seguire la linea UE sull’immigrazione, in linea col muro dal grande successo dell’Ungheria, al Presidente ceco in visita a Mosca dove parlava solo in russo per dire che la Russia è “dieci volte più importante” della Francia. Attori come Soros disprezzano l’etnocentrismo in qualsiasi forma. La cultura condivisa è qualcosa da distruggere insieme all’esperienza condivisa. L’intera mentalità progressista/marxista consiste nel costruire muri comunicativi tra generazioni e gruppi distinti per indebolirli. La Russia di Putin è diventata il faro della via d’uscita da questo pasticcio. Ha integrato con successo territori problematici come la Cecenia in Russia, senza imporre una soluzione culturale centralizzata. In effetti, è la conservazione degli imperativi culturali che guida gran parte del successo diplomatico e militare di Putin negli ultimi sedici anni. E non importa quanti soldi Soros e i suoi agenti del dipartimento di Stato spendano per cambiare le cose, alla fine perderanno. Quando leggo che i capi nazionalisti polacchi e, finora russofobi, si stancano delle assurdità emanate da Kiev, un governo che il nostro dipartimento di Stato e Soros hanno messo al potere per destabilizzare la Russia, allora si sa che è solo questione di tempo prima che l’intero casetllo crolli. Orban ha elevato immensamente il profilo internazionale dell’Ungheria da Presidente. E ha seguito con successo la leadership di Putin come statista che influenza Repubblica Ceca, Austria e Germania. Con Angela Merkel alle corde, i socialdemocratici in Germania vengono corrotti per accettare la “grande coalizione” per mantenere vivo il sogno. Theresa May perde supporto tentando di sabotare i negoziati sulla Brexit. Ad un certo punto, i miliardi di dollari spessi diverranno un grosso dispiacere e un casino che si dovrà sistemare.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La fine della Merkel è vicina

Tom Luongo, 20 novembre 2017Questo è un titolo che aspettavo di scrivere da sei anni. La cancelliera tedesca Angela Merkel non può mettere insieme una coalizione. È il risultato di un’elezione che ha visto l’ascesa della populista Alternative for Germany (AfD) e la caduta dei socialdemocratici, guidati dal guappo di Soros Martin Schultz. Ora i Liberaldemocratici (FDP) guidati da Christian Lidner, capiscono quanto sia forte la loro posizione. Non devono fare un cattivo affare con Merkel per avere il posto a tavola solo per doverla condividere con i Verdi ideologicamente opposti. Possono forzare un nuovo voto, vedere al rialzo e insieme ad AfD chiedere una fetta molto più grande della torta. Ma infine, se il partito di coalizione CDU/CSU della Merkel dovesse restare, e non c’è alcuna garanzia, dovrà rinunciare alla Merkel se vuole sopravvivere elettoralmente. Comunque, la CSU guidata dal governatore bavarese Horst Seehofer potrebbe staccarsi dalla CDU rendendo impossibile qualsiasi coalizione senza un nuovo voto.

L’ultima battaglia del Merkelismo
L’unica cosa in cui l’articolo del Washington Post ha ragione è che la decisione ora spetta al presidente Frank-Walter Steinmeyer. Descrive tre scenari, alcuno dei quali ovvio, un nuovo voto. Ma è un anatema per lo Stato profondo su entrambe le sponde dell’Atlantico, quindi va ignorato dal Post. Un nuovo voto, tuttavia, è ciò che è probabilmente sul tavolo. Le potenze in Europa l’impediranno il più a lungo possibile e cercheranno di trascinarla al Bundestag nella speranza che Merkel possa formare un governo di minoranza. Ma, francamente, non vedo perché qualcuno lo vorrebbe, oltre a bloccare l’accesso al potere all’AfD. Con un governo di minoranza il blocco elettorale AfD di quasi 100 seggi è nella posizione assai forte per siglare accordi con gli altri partiti, che pubblicamente affermano che non vi collaboreranno mai. Quindi, la realtà di un nuovo voto è alta. E ciò significa vantaggi per i cosiddetti partiti conservatori CSU, FDP e AfD. Lo scenario da incubo per tutti è l’avanzata dell’AfD oltre il 15% in qualsiasi nuovo voto. Staccando il 6,8% della CSU, la CDU della Merkel ha ottenuto solo il 26,8% dei voti a settembre. Mettere insieme un governo non migliorerà la posizione della CDU. Mentre FDP, CSU e AfD ci guadagnano garantendo che il Merkelismo sia completamente respinto. I socialdemocratici si sono tagliati la gola, prima entrando nella grande coalizione con la Merkel dopo le ultime elezioni e dopo candidando Schultz come ovvia mossa del cavallo della Merkel. Non si può sottolineare abbastanza che Schultz viene ritenuto l’oppositore candidato contro la Merkel solo per perdere, come McCain e Romney negli Stati Uniti. Il suo compito era incanalare i voti per la Merkel dai socialdemocratici. Ma non ha funzionato. Ciò che è successo è il completo collasso del sostegno alla Merkel, un mutamento della mentalità tedesca. Questo è l’opposto di ciò che volevano Merkel e Schultz. Sono euristi innanzitutto. E mentre il sentimento per l’UE in Germania è ancora favorevole, non lo è a scapito dei valori tedeschi, e francamente, delle donne tedesche.

Le divisioni sull’immigrazione si approfondiscono
La radicale adesione della Merkel all’ideologia dei confini aperti di Soros le costerà la cancelleria. Getterà inoltre l’UE in un vero e proprio tumulto mentre il suo capo viene deposto da un elettorato tedesco che non è più totalmente dedito al suicidio culturale come penitenza per l’Olocausto. Questo lascia il toy-boy francese Emmanuel Macron alla guida dell’UE nel momento in cui è necessaria una forte leadership per gestire la nascente crisi del sistema bancario. Esitavo nel definire la fine dell’UE, in quanto è attualmente prevista tra un paio d’anni. L’ascesa dei movimenti populisti in Europa è stata lenta ma costante. Nonostante sia riuscito a vincere Macron in Francia, la populista del Front Nationale Marine Le Pen ha battuto i principali partiti francesi. Mentre possiamo ancora definire lo scenario “Incontra il nuovo boss, lo stesso vecchio boss” in Francia e Germania, l’ondata populista in Europa non ha ancora raggiunto il picco. La fine del Merkelismo ne è il risultato naturale. Era da sempre una posizione politica senza uscita. Un’Europa federata secondo i termini della Germania non sarebbe mai stata stabile oltre la generazione che l’ha venduta. E’ stata costruita sulla base della divisione, riversando le ricchezze del continente ai tedeschi a scapito di tutti gli altri. Come delineavo in questo articolo ad ottobre: “Finora la Germania ha utilizzato l’Europa meridionale come discarica, scambiando il debito sovrano italiano e portoghese con le BMW. Ma questo schema ha raggiunto il limite e fa a pezzi l’Unione europea. La Germania non vuole fermare l’accordo e non vuole pagare la sua “giusta parte” dell’onere per la risoluzione, cioè ridurre il debito di ciò che considera Paesi “Club Med”. I politici tedeschi come Merkel sfruttano cinicamente questo cinismo per vantaggi politici ma, ora che s’è raggiunto il limite del debito, si smaschera per nient’altro che portavoce della politica dello Stato profondo statunitense, non da leader della Germania”.

L’UE non sopravviverà alla Merkel
Ed è qui che andiamo sull’Europa. Una volta che la Merkel se ne sarà andata, inizierà lo smantellamento dell’attuale versione del progetto europeo. Macron è l’elite del Piano-B, un naif facilmente influenzato che promuoverà qualsiasi sciocchezza pazzoide vogliano. Questo significa:
– Un esercito dell’UE per soggiogare gli Stati separatisti.
– Nuove regole bancarie che assicurino che i depositanti vengano spazzati via dalla prossima crisi finanziaria .
– Più pressione legale e politica sugli Stati dell’Europa orientale come Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che respingono con tutto il cuore il Merkelismo.
– Turbolenze politiche in Italia e Spagna che vedranno l’apertura a una maggiore autonomia dato che il messaggio di Bruxelles sarà meno volto al salvataggio delle banche tedesche dal contagio.
La Merkel stava tenendo tutto questo insieme, ma i risultati delle elezioni rendono impossibile continuare. La sua eredità sarà un’Europa divisa lungo vecchie linee tribali, esattamente l’obiettivo opposto dell’UE. Soros e il resto delle élite del mondo unificato cercheranno di usare il caos per forgiare una nuova identità europea, un’Europa più forte. Ma non contateci. Theresa May regge meglio del previsto ai colloqui sulla Brexit. L’amministrazione Trump riesce a cavarsela internamente e ciò significa porre fine a John McCain come presidente via Senato. Una volta che Trump avrà una vera maggioranza e l’opposizione nel GOP debitamente neutralizzata, sosterrà la resistenza contro i resti del Merkelismo. Perciò va osservato attentamente l’assalto ai pilastri del Merkelismo. L’uscita della “Lista di Soros”, i parlamentari sotto suo controllo, è significativa. Lo è anche l’abbandono dei Clinton da parte dei democratici di ogni forma e dimensione. La perdita di fiducia diplomatica e, cosa più importante, del rispetto degli Stati Uniti da parte degli alleati su ciò che riguarda la Siria, come avevo già sottolineato, vi giocherà pure. E una volta che il nuovo voto confermerà la tendenza contro il Merkelismo in Germania, avremo chiarezza su come sarà la prossima fase di questa storia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sul monumento ad Alessandro III

Kremlin, 18 novembre 2017Vladimir Putin ha preso parte alla cerimonia d’inaugurazione del monumento allo zar pacificatore Alessandro III. Il monumento è stato eretto nel parco di Livadia, in Crimea. Il monumento è un dono dell’Unione degli artisti russi. L’autore della composizione scultorea è lo scultore Andrej Kovalchuk, capo dell’Unione degli Artisti del Popolo della Russia. Il monumento è stato eretto nel parco del Palazzo Livadia, dove l’imperatore Alessandro III amava risiedere con la famiglia. Il monumento in bronzo alto quattro metri è stato forgiato in una fabbrica negli Urali. Alessandro III si presenta seduto su un tronco d’albero, in uniforme e appoggiato sulla spada, con un bassorilievo alle spalle sormontato da un’aquila a due teste. Dopo la cerimonia, il presidente ha avuto una breve conversazione con i residenti e i giovani.

Vladimir Putin: amici,
Oggi qui in Crimea, nel famoso Palazzo Livadia, sveliamo un monumento ad Alessandro III, statista e patriota eccezionale, uomo di resistenza, coraggio e volontà incrollabile. Ha sempre sentito una tremenda responsabilità personale per il destino del Paese: ha combattuto per la Russia nei campi di battaglia, e dopo essere diventato sovrano, fece tutto il possibile per il progresso e il rafforzamento della nazione, proteggerla dalle turbolenze, dalle minacce interne ed estere. I contemporanei lo chiamavano Zar Pacificatore. Tuttavia, secondo Sergej Vitte, concesse alla Russia 13 anni di pace non cedendo, ma con decisa ed incrollabile fermezza. Alessandro III difese direttamente e apertamente gli interessi del Paese, e questa politica assicurò la crescita dell’influenza e dell’autorità della Russia nel mondo. Il potenziale industriale del Paese crebbe dinamicamente, mentre fu adottata un’innovativa legge sul lavoro a tutela dei diritti dei lavoratori, una legge che era molto più avanzata di quelle in molti altri Paesi. Nuove fabbriche e stabilimenti si aprivano, nuovi settori industriali nascevano e le ferrovie si espandevano. Fu un decreto dello zar che avviò la costruzione della Grande Strada Siberiana, la Transiberiana, risorsa della Russia da oltre un secolo. Alessandro III iniziò anche un importante programma per la modernizzazione dell’esercito. Furono attuati ampi programmi di costruzioni navali, anche per la Flotta del Mar Nero. Credeva che uno Stato forte, sovrano ed indipendente debba affidarsi non solo sul potere economico e militare, ma anche sulle tradizioni; è fondamentale per una grande nazione preservare la propria identità mentre qualsiasi avanzata è impossibile senza il rispetto di propria storia, cultura e valori spirituali. Il regno di Alessandro III fu definito epoca del risveglio nazionale, con vera elevazione dell’arte, pittura, letteratura, musica, educazione e scienza russe, al momento di tornare alle nostre radici e patrimonio storico. Fu sotto Alessandro III che la bandiera bianco-blu-rossa venne largamente utilizzata come bandiera nazionale, ora diventata uno dei principali simboli dello Stato del nostro Paese.
Alessandro III amava la Russia e ci credeva, e oggi svelando questo monumento rendiamo omaggio alle sue azioni, ai suoi successi e ai suoi meriti, dimostrando il nostro rispetto per la storia continua del nostro Paese, per le persone di ogni ordine e classe sociale che hanno servito con serietà la Patria. Ho fiducia nelle generazioni attuali e future, che faranno del loro meglio per il benessere e la prosperità della Patria, così come fecero i nostri grandi antenati.Grazie.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio