AFRICOM: un gigantesco spreco di denaro

Wayne Madsen SCF 26.02.2018Il Comando Africa degli USA (AFRICOM), creato nel 2007 per rivaleggiare con le controparti della struttura militare geopolitica, Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) e Comando Meridionale (SOUTHCOM), come versione moderna della Compagnia delle Indie Orientali inglese assegnata a un continente, si è rivelato un gigantesco fallimento e spreco totale di denaro dei contribuenti. L’AFRICOM, a differenza degli equivalenti a Tampa, Miami, Honolulu e Stoccarda, non è mai riuscito ad avere un proprio quartier generale ma è stato costretto a condividerlo a Stoccarda con l’US European Command (EUCOM). AFRICOM si trova nelle Kelley Barracks, l’ex-quartier generale del 5° comando trasmissioni della Luftwaffe nazista. L’AFRICOM non ha responsabilità sull’Egitto, che ricade sotto l’egida del CENTCOM. Sebbene alcuni Paesi africani offrissero il quartier generale all’AFRICOM, la maggioranza dei membri dell’Unione Africana si oppose alla presenza militare statunitense permanente nel continente africano. Un luogo pianificato era vicino la città portuale di Tan Tan, nel sud del Marocco, al confine con l’ex-colonia spagnola del Sahara Occidentale, occupata dai marocchini. In realtà, Tan Tan è posta strategicamente tra due ex-colonie spagnole, Sahara occidentale e l’ex-enclave spagnola di Ifni. I piani abortiti per la base di Tan Tan furono spinti tra il servizio d’intelligence militare e la Direzione Generale per la Sicurezza Estera (DGED) del Marocco e l’Ufficio della Difesa dell’ambasciata USA a Rabat. L’opzione della base in Marocco, che sarebbe costata 50 miliardi di dollari per costruirla e avviarla, fu sostituita da un sistema d’invio truppe e personale di supporto statunitense in vari Paesi africani coi compiti temporanei di istruttori, costruzione di impianti ed intelligence. Tra le responsabilità dell’AFRICOM vi sono le “operazioni di stabilità” in Africa, che il Pentagono cita come “missione militare centrale statunitense”. Tale missione è sostenuta dalla presenza di ciò che il Pentagono chiama Cooperative Security Locations o “ninfee”, magazzini nascosti di armi, veicoli e altro materiale spesso integrati da nuovi aeroporti che possono ospitare velivoli militari e droni. Le ninfee (Lily pads) sono state costruite in Algeria, Botswana, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Gabon, Ghana, Kenya, Liberia, Mali, Mauritania, Namibia, Niger, Nigeria, Sao Tome e Principe, Senegal, Seychelles , Sierra Leone, Somalia, Tunisia, Uganda e Zambia. Ci fu la proposta che AFRICOM istituisse un comando nel Golfo di Guinea degli Stati Uniti a Sao Tome. Il comando sarebbe stato responsabile della protezione delle compagnie petrolifere statunitensi che operano nella regione. Sebbene il comando del Golfo di Guinea non sia mai stato istituito, AFRICOM conduce l’Obangame Express annuale, che comprende l’addestramento alla sicurezza marittima delle forze di Angola, Benin, Camerun, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Congo, Gabo, Gabon, Ghana, Guinea, Guinea-Bissau, Guinea equatoriale, Liberia, Marocco, Nigeria, Senegal, Sierra Leone, Sao Tome e Principe e Togo.
Sebbene l’AFRICOM abbia l’incarico di condurre “operazioni di stabilità”, ci sono prove che si sia impegnato a fomentare colpi di Stato militari in Africa. Nel 2009, un gruppo di ufficiali della Guinea che tentò di assassinare il presidente della Guinea, capitano Moussa Dadis Camara, stava operando su ordine delle Forze Speciali assegnate al Comando Africa degli USA (AFRICOM) e al personale dell’intelligence militare francese. Lo stesso Camara prese il potere con un colpo di Stato nel dicembre 2008 dopo la morte del presidente Lansana Conte. Apparentemente Camara aveva firmato un accordo con la Cina affinché quella nazione ricevesse i contratti minerari sulla bauxite delle aziende statunitensi e francesi con la promessa che la Cina avrebbe raffinato la bauxite costruendo una fabbrica di alluminio in Guinea. Statunitensi e francesi esportavano la bauxite grezza per fonderla all’estero. L’offerta dei cinesi di fondere la bauxite in Guinea, con la promessa di lavori ben pagati per la nazione povera, era troppo per Francia e Stati Uniti e un “golpe” fu ordinato contro Camara, usando gli elementi delle forze armate guineane addestrati dall’AFRICOM in Guinea, Germania e Stati Uniti. L’Agenzia per la sicurezza nazionale, l’agenzia di spionaggio delle informazioni (SIGINT) di punta degli USA aveva investito centinaia di milioni di dollari per addestrare all’intercettazione in numerose lingue, anche africane. AFRICOM gestiva un programma di formazione ridondante e bilingue che rispecchiava il programma del NSA. AFRICOM spese milioni inutilmente duplicando la NSA nell’addestramento nelle lingue Bemba, Bete, Ebira, Fon, Gogo, Kalenjin, Kamba, Luba-Katanga, Mbundu/Umbundu, Nyanja, Sango, Sukuma, Tsonga/Tonga, Amarico, Dinka, Somalo, Tigrinya e Swahili. Questo è solo uno dei tanti esempi di come l’AFRICOM sia un completo spreco di denaro con sforzi duplicanti quelli di altre agenzie ed enti governativi. La morte per strangolamento il 4 giugno 2017 a Bamako, in Mali, del sergente dei berretti verdi dell’esercito statunitense Logan Melgar per mano di due Navy SEALs, tutti schierati sotto il comando di AFRICOM, era legato alla scoperta di Melgar che i due della Marina intascavano i fondi ufficiali utilizzati da AFRICOM per pagare gli informatori nel Paese dell’Africa occidentale. La frode è un altro esempio della cultura del malaffare presente tra le fila dell’AFRICOM. Tale disaffezione è nota dal 2012 quando il primo capo di AFRICOM, generale William “Kip” Ward, fu degradato da generale a tenente-generale. Si scoprì che Ward usò la sua posizione al vertice di AFRICOM per “spese non autorizzate” e “viaggi lussuosi”, tra cui un soggiorno al Ritz-Carlton Hotel di McLean, in Virginia, al Fairmont Hamilton Princess Hotel nelle Bermuda e al Waldorf-Astoria Hotel di New York. Ward viaggiò con la moglie e tredici assistenti diverse volte, in Burkina Faso, Senegal, Ruanda, Madagascar, Namibia (dove Ward soggiornò al Windhoek Country Club), Gibuti, Etiopia, Repubblica Democratica del Congo, Uganda e Francia con solo alcuni giorni dell’itinerario riservati agli affari ufficiali. In alcuni viaggi, Ward accettò cene da uomini d’affari che cercavano contratti con AFRICOM.
Le manovre annuali dell’AFRICOM portano titoli come African Lion, Flintlock, Cutlass Express, Unified Accord, Phoenix Express, Unified Focus, Justified Accord e Shard Accord. Tali esercitazioni implicano milioni di dollari in spese di viaggio e alloggio, offrendo ogni opportunità di frode, spreco e abuso commessi dal primo comandante dell’AFRICOM. Nell’ottobre 2017, quattro membri dell’esercito statunitense furono uccisi dalle forze ribelli presso il villaggio Tongo-Tongo in Niger. Il Pentagono non ha mai spiegato che tipo di “addestramento” stessero svolgendo coi militari nigerini. Nel febbraio 2016, il personale delle forze speciali dell’AFRICOM si ritrovò sotto attacco terroristico islamista all’Hotel Radisson Blu di Bamako. Il mese precedente, altro personale delle forze speciali dell’AFRICOM fu visto mentre una cellula terrorista islamista attaccò l’Hotel Splendid e il vicino ristorante Cappuccino di Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, di proprietà ucraina. Gli attacchi a Bamako e Ouagadougou erano simili alla destabilizzazione effettuati dalle forze di destra e fasciste nell’Europa occidentale durante la Guerra Fredda. Gli attacchi “false flag” furono attribuiti a gruppi di sinistra, ma erano orchestrati da Central Intelligence Agency e NATO nell’ambito dell’operazione Gladio e relativi programmi segreti. L’AFRICOM è una copertura del Pentagono per proteggere gli interessi economici degli Stati Uniti in Africa e garantire che i governi africani aderiscano alla linea filo-USA. Tuttavia, AFRICOM viene eclissata dalla crescente influenza della Cina in Africa, accolta con favore da molte nazioni africane. L’ingresso del “soft power” cinese in Africa fa dell’AFRICOM un ulteriore spreco di denaro.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il saccheggio del Sud Sudan

Tony Cartalucci Global Research, 9 gennaio 2014sudanUS AFRICOM, Israele e il dittatore a vita dell’Uganda Yoweri Museveni hanno creato il Sud Sudan per infiammare i conflitti, scacciare la Cina e prendersi il petrolio. L’articolo di RT “Di chi è la colpa della crisi in Sud Sudan?” ha fornito un’analisi succinta delle fazioni in lotta nella nuova “nazione” del Sud Sudan e della genesi occidentale del conflitto. L’articolo indicava: “L’SPLM ha ricevuto il sostegno di Stati Uniti e Israele per tutta la durata della guerra civile combattuta tra i ribelli del sud e Khartoum, che ha storicamente avuto rapporti ostili con l’occidente e si è molto avvicinato alla Cina negli ultimi tempi, per sviluppare congiuntamente la ricchezza petrolifera del Paese prima della partizione. Le idee romantiche sull’auto-determinazione non motivano l’occidente nel sostenere la secessione del sud, l’obiettivo della partizionare del Sudan era privare Khartoum del territorio economicamente rilevante del sud, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi. In cambio del sostegno finanziario, materiale, politico e diplomatico ricevuto dall’occidente, il nuovo governo di Juba ha approvato un ‘patto faustiano’ con i suoi sponsor aprendo la propria economia al capitale finanziario internazionale e agli interessi delle multinazionali. Il governo di Juba ha anche chiesto di aderire al FMI anche prima di ricevere ufficialmente l’indipendenza dal Sudan”. Il pezzo continua ponendo il dilemma attuale dell’occidente: “Nonostante il sostegno all’indipendenza del Sud con le azioni diplomatiche e gli aiuti militari, gli Stati Uniti non hanno potuto mettere piede nel settore petrolifero del Paese, essendo l’economia di Juba paralizzata e dominata da società asiatiche, soprattutto della Cina. Il Sud Sudan deve affidarsi ai gasdotti che passano da Khartoum per esportare il suo petrolio, e i due Paesi hanno prodotto circa 115000 barili di petrolio al giorno, nel 2012, meno della metà del volume prodotto prima dell’indipendenza del Sud Sudan. Entrambe le parti sono quasi entrate in guerra per i giacimenti petroliferi contesi a cavallo di una frontiera mal delimitata. A giudicare dalla scarsa performance economica dei due Paesi dalla partizione e le drammatiche perdite di vita nella crisi attuale, l’esperimento dell’indipendenza del Sud Sudan fallisce”.
L’articolo continua notando che se gli accordi di pace raggiunti avessero lasciato intatto il Sudan, avrebbero potuto evitare il conflitto mortale che ora infuria, cosa naturalmente corretta. Tuttavia, la pace non è e non è mai stata l’obiettivo dell’occidente e della sua presenza in Africa, ma il profitto  economico. Proprio perché la Cina ha ancora ampi possessi in Sudan e infrastrutture petrolifere nel Sud Sudan, il conflitto verrà inasprito, e non sorprende che l’epicentro del conflitto corrisponda alle principali regioni petrolifere del Sud Sudan. Fin quando i cinesi saranno cacciati dal Sud Sudan, l’occidente continuerà a modificare i confini per imporre le vie d’esportazione delle ricchezze petrolifere recentemente acquisite in un Paese senza sbocco sul mare, o passeranno per il Kenya, con o senza il sostegno dell’attuale governo di Nairobi. La BBC riferiva nell’articolo, “I timori della Cina nella lotta per il petrolio nel Sud Sudan“, che: “La posta in gioco non potrebbe essere più alta per la Cina, il maggiore investitore nel settore petrolifero del Sud Sudan, mentre aspri combattimenti continuano tra le forze fedeli al presidente Salva Kiir e quelle del suo ex-vice.  Alcuni dei maggiori campi petroliferi della Cina si trovano nelle zone controllate dai combattenti che sostengono Riek Machar, vicepresidente del Paese fin quando fu licenziato a luglio. La produzione di petrolio è già calata del 20% dall’inizio del conflitto, tre settimane prima, e più di 300 lavoratori cinesi sono stati evacuati. Lo spettro dell’esperienza libica pesa pesantemente sulle menti cinesi, progetti su progetti giacciono abbandonati per via dei pesanti combattimenti durante la rivolta della primavera araba del 2011, infliggendo perdite enormi alla Cina”. Assai eloquente è il riferimento della BBC alla Libia, un’altra nazione distrutta dall’aggressione militare occidentale che ha visto gli interessi russi e cinesi sbriciolarsi in una notte e sostituiti dalle multinazionali occidentali. Mentre il caos del Sud Sudan è orchestrato segretamente dall’occidente, l’obiettivo finale di cacciare i cinesi e sostituirli è lo stesso.
Una simile destabilizzazione occulta si intravede nella relazione del 2006 dello Strategic Studies Institute, “Filo di Perle: affrontare la sfida della potenza in ascesa della Cina sui litorali asiatici“, sul cosiddetto “Filo di perle” della Cina. In tal caso i militanti filo-USA che tentano di separare la provincia del Baluchistan dal Pakistan, dove la Cina ha creato il porto di Gwadar, mentre un altro porto cinese si trova nello Stato di Rakhin, Myanmar, dove si sono avute le brutali violenze genocide istigate dall’icona della “democrazia” dei “monaci di Aung San Suu Kyi” contro i rifugiati Rohingya.

Depredare il Sud Sudan
Non c’è dubbio che gli Stati Uniti e i loro complici Israele e Uganda hanno deciso di rimanere in Sud Sudan. La fondazione finanziata dalle aziende, il “Progetto Basta” degli Stati Uniti, ha fornito la giustificazione retorica per una presenza permanente nello Stato africano lacerato dalla guerra, nell’editoriale su al-Jazeera dal titolo “Salva Kiir del Sud Sudan ha bisogno di rimettersi il cappello nero“, dichiarando: “Certo, i dolori della crescita sono comuni nelle società che operano per garantirsi l’indipendenza dopo anni di emarginazione e governo autoritario. Costruire una coesa identità nazionale tra gli 81 gruppi etnici del Sudan del Sud richiederà generazioni. Eppure, lo spettro incombente della violenza intercomunale di massa indica che non possiamo permetterci di abbassare la guardia. Gli Stati Uniti sono da decenni impegnati nella lunga marcia del popolo sud-sudanese verso l’indipendenza. Sarebbe un peccato se gli USA permettessero il ritorno della guerra quando il Sud Sudan è così vicino a garantirsi un futuro.” Con tale piede di porco umanitario per la promozione della libertà, l’occidente ha il pretesto d’immischiarsi per decenni.
Per cominciare, le Israeli Military Industries Ltd. (IMI) nel 2012 firmarono quello che definirono un accordo con il governo del Sud Sudan per lo “sviluppo delle infrastrutture idriche e tecnologiche“. L’accordo riguarderebbe desalinizzazione, irrigazione, sistemi idrici e depurazione, ma una visita al sito delle Israeli Military Industries Ltd. dimostra che si tratta di un’industria militare e bellica, non d’ingegneria civile e certamente non specializzata in infrastrutture idriche. Altre fonti affermano che le IMI fungeranno da canale delle vere imprese idriche israeliane, ma alla luce delle operazioni congiunte di Stati Uniti, Israele, Arabia, Qatar e altrove, le IMI molto probabilmente saranno un condotto per armi e denaro destinati al conflitto (comunque).
Nel 2013, Israele e Sud Sudan avrebbero cominciato a stipulare accordi petroliferi. L’articolo dell’UPI, “Il Sud Sudan firma un accordo petrolifero con Israele“, afferma: “Il Sud Sudan dice di aver firmato un accordo con diverse compagnie petrolifere israeliane, una mossa strategica potenzialmente significativa che consoliderà le relazioni dello Stato ebraico con il neonato Stato petrolifero dell’Africa orientale”. L’UPI continua evidenziando il problema lampante che l’esportazione del petrolio comporti effettivamente profitto: “il ministro del petrolio e delle miniere del Sud Sudan, Dhieu Dau, ha annunciato l’accordo petrolifero la scorsa settimana dopo il suo ritorno da una visita in Israele. Ha detto che erano in corso trattative con aziende israeliane, che non ha indicato, che cercano d’investire in Sud Sudan. Dau ha indicato che il governo di Juba, capitale dello sgangherato neo-Stato, spera di esportare petrolio in Israele, ma ha osservato che ciò non potrà avvenire prima di marzo. Non ha indicato quando il Sud senza sbocco sul mare l’avrebbe raggiunto, o il volume di greggio interessato. Ma è una mossa contro cui Khartoum avrebbe fatto tutto il possibile per distruggerlo”. Infine, l’articolo dell’UPI indica le maggiori implicazioni per Israele (e gli USA) nel coinvolgimento in Sud Sudan, utilizzandolo come trampolino di lancio per far cadere il vicino Sudan, a Nord: “La prospettiva che Israele ottenga effettivamente il petrolio dal Sud Sudan rimane incerta, data le difficoltà di Juba con Khartoum. Si è parlato della costruzione di un gasdotto di 1000 miglia dal Sud Sudan al Kenya per l’Oceano Indiano, che libererebbe Juba dalla dipendenza dei gasdotti di Khartoum. Ma piani definiti, che dovrebbero costare circa 2 miliardi di dollari, non si sono ancora concretizzati”. Può darsi che le aziende israeliane cerchino di dare una mano a tale proposito, se non altro per indebolire il regime islamico di Khartoum e la sua alleanza con Teheran, e di accedere sul fiume Nilo, fonte primaria di acqua per l’Egitto ed obiettivo strategico.
Durante la guerra civile del Sudan, uno dei conflitti più lunghi dell’Africa in cui circa 2 milioni di persone morirono, Israele ha fornito ai ribelli del sud armi, addestramento e finanziamenti, come ha fatto in altre parti dell’Africa, cercando d’indebolire i suoi avversari arabi. Chiaramente, la presenza di trafficanti di armi israeliani non sviluppa le infrastrutture del Sud Sudan, ma piuttosto inonda la regione di armi per cacciare i cinesi ed eventualmente colpire a nord, il Sudan e la sua capitale Khartoum. L’articolo dell’UPI continua ammettendo che l’aiuto militare indubbiamente ancora fluisce in Sud Sudan a tale scopo. Oltre a un confronto militare per procura con il Sudan, Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita e Qatar tentano di rovesciare il governo di Khartoum dall’interno, provocando una rivolta in stile “primavera araba” verso la fine del 2013, infine fallita.

L’intrusione di USAFRICOM e Museveni dell’Uganda
Infame collaborazionista dell’occidente e dittatore a vita ugandese, Yoweri Museveni ha combattuto guerre per procura occidentali in Africa per decenni. Ha anche fatto molto all’interno per placare l’occidente, compresa la vendita a sviluppatori stranieri di destra di grandi appezzamenti di terreno sottratti al popolo, spesso uccidendone i proprietari che rifiutavano lo sfratto. Nel 2011 sotto il falso pretesto di combattere l'”Esercito di Resistenza del Signore di Joseph Kony” gli Stati Uniti iniziarono il dispiegamento di truppe in Uganda. Nel 2013, queste truppe erano ancora presenti quando le violenze iniziarono a diffondersi nel vicino Sud Sudan; le truppe statunitensi convenientemente ancora di stanza in Uganda furono mobilitate per l’evacuazione dei cittadini statunitensi. Stars and Stripes indicava nel suo articolo, “I marines trasferiscono il personale dell’ambasciata degli Stati Uniti dal Sud Sudan“, che: “Il personale non essenziale dell’ambasciata degli Stati Uniti è stato evacuato dal Sud Sudan a bordo di due aerei KC-130 assegnati ad una squadra di risposta alle crisi dei marines, posizionata nella vicina Uganda”. L’articolo riportava anche: “La scorsa settimana, la Special Purpose Marine Air Ground Task Force – Crisis Response è stata pre-posizionata anche ad Entebbe, in Uganda, per fornire sostegno supplementare. L’unità di Moron, Spagna, è stata costituita meno di un anno fa per rafforzare le capacità di risposta alle crisi dell’AFRICOM”.
L’Uganda, come il Sudan, è chiaramente intrappolato permanentemente dall’AFRICOM con un falso pretesto “umanitario” tranquillamente divenuto occupazione permanente del territorio africano. E l’Uganda non è solo una base dell’USAFRICOM, ma è anche utilizzata dai suoi soldati  per perseguire gli obiettivi dell’AFRICOM oltre i confini dell’Uganda. The Guardian riferisce nel suo recente articolo, “I colloqui di pace del Sud Sudan vacillano mentre l’Uganda invia truppe“, che: “I colloqui di pace del Sud Sudan che si terranno in Etiopia sono in fase di stallo, dicono i funzionari, mentre un comandante ribelle dichiara grandi vittorie contro il governo del Sudan meridionale, e l’Uganda invia altre truppe e armamenti”. L’articolo inoltre indica: “L’Uganda avrebbe inviato 1200 soldati per proteggere gli impianti come l’aeroporto e la sede del governo, aggiungendo che aerei militari ugandesi avevano bombardato diverse posizioni dei ribelli. L’Uganda afferma che il dispiegamento di ulteriori truppe e armamenti a Juba, questa settimana, avviene su richiesta di Kiir. Il tenente colonnello Paddy Ankunda, portavoce militare ugandese, ha detto che i rinforzi sono stati inviati “per colmare le lacune sulla sicurezza”, smentendo che gli ugandesi siano coinvolti attivamente nei combattimenti. Yoweri Museveni, presidente dell’Uganda, è un forte alleato di Kiir. I due Paesi confinanti hanno stretto un legame che risale alla lotta armata del Sud Sudan per l’indipendenza dal Sudan e dal governo di Khartoum. Museveni ha recentemente avvertito Machar che i Paesi dell’Africa orientale si sarebbero uniti per sconfiggerlo militarmente se non parteciperà ai colloqui di pace”. In sostanza, l’Uganda fornisce le truppe mentre Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Qatar e altri forniscono denaro, armi e tutto il resto. E’ un’altra guerra per procura, proprio come il conflitto in Siria, anche se le truppe ugandesi hanno letteralmente invaso il Sud Sudan per sostenere il governo ascaro dell’occidente di Juba.
Chi finanzi e armi i gruppi ribelli che combattono il governo ascaro dell’occidente non è chiaro. Gli articoli indicano che potrebbe trattarsi di fazioni dissidenti delle forze armate del Sud Sudan coinvolte nel recente tentativo di colpo di Stato. Altre teorie suggeriscono che Stati Uniti, Uganda e/o Israele potrebbero aver finanziato e armato entrambe le parti sperando di perpetuare il conflitto contro Khartoum. E’ chiaro che Khartoum, in Sudan, in un modo o nell’altro, è l’obiettivo israelo-saudita-qatariota-statunitense, per poter completare il furto di petrolio sudanese, nonché avere i mezzi per esportarlo da un Paese decimato e dilaniato. Questa è la realtà dell’ordine globale di Wall Street-Londra in Africa, e un’Africa lacerata e sfruttata dovrebbe persistere in futuro.

_72150977_oil_464Copyright © 2014 Global Research

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora.

Bagno di sangue in Kenya: disinformazione e motivazione

Il presidente keniano anti-CPI e il suo governo sembrano essere il bersaglio dell’attacco della filo-USA al-Qaida
Tony Cartalucci Land Destroyer 24 settembre 2013

kenyatta-chinglyQuali sono le probabilità che i membri della famiglia del presidente del Kenya, Uhuru Kenyatta, fossero in visita al centro commerciale Westgate di Nairobi, quando si ebbe l’inedito attacco internazionale dei terroristi filo-al-Qaida di al-Shabab, e che questi congiunti venissero individuati  e uccisi? La BBC riporta nel suo articolo, “L’attacco al Westgate di Nairobi: le vittime“, che: “Il nipote del Presidente Uhuru Kenyatta, Mbugua Mwangi e la fidanzata Rosemary Wahito, sono tra i tanti keniani uccisi nell’attacco al centro commerciale Westgate”. Quali sono le probabilità che al-Qaida, armata e finanziata dagli Stati Uniti nell’Afghanistan degli anni ’80, in Libia nel 2011 e ora in Siria, per indebolire i nemici di Wall Street e di Londra, e ora in Somalia, di minare il confinante  Kenya, dove il nuovo presidente è stato eletto in parte grazie alla reazione popolare contro la screditata Corte penale internazionale filo-occidentale (CPI)? Infatti, il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta è stato accusato dalla Corte penale internazionale di “crimini contro l’umanità”, anche quando partecipava alle elezioni per la presidenza. Il quotidiano del Kenya, The Standard, ha scritto  “è una storia che si ripete con Uhuru Kenyatta che, come il padre, deve affrontare un processo?“, dove la persecuzione dell’attuale presidente Kenyatta presso la Corte penale internazionale, viene paragonata alla persecuzione del padre, Jomo Kenyatta, da parte del dominio coloniale inglese. Ha dichiarato: “Nell’aprile 2011, Ngengi Muigai, un parente stretto di Uhuru, che ha illustrato le analogie fra le accuse della Corte penale internazionale e il processo, la detenzione e l’incarcerazione illegali di suo padre da parte del governo coloniale britannico. Quanto può sopportare una moglie e una mamma, Le tribolazioni del marito con i colonialisti inglesi, e ora di suo figlio con i neo-colonialisti?”, s’è chiesto Ngengi. Mama Ngina aveva detto nella stessa occasione: “Sono sicura che Uhuru, Ruto e gli altri andranno a L’Aia e ne ritorneranno in modo da continuare la costruzione della nazione”. Disse ciò il giorno in cui benedisse il figlio e Ruto mentre pregava per il loro ritorno sicuro da L’Aia. Aveva detto che le accuse rivolte al figlio e ai suoi co-indagati, erano opera dei neo-colonialisti e aveva esortato i keniani a sostenere Uhuru e a resistere, proprio come avevano resistito al dominio coloniale inglese. “I colonialisti ci hanno causato problemi ed è ormai chiaro che non hanno mai mollato”, ha detto l’ex first lady.
L’ex first lady non è la sola nel vedere nella CPI un moderno successore della vecchia sottomissione  alla colonizzazione europea. La persecuzione del presidente Kenyatta alla Corte penale internazionale è il segno rivelatore di essersi fatto dei nemici in occidente. La CPI è un’istituzione screditata per aver collaborato apertamente con la NATO e, in particolare, con Stati Uniti, Regno Unito e Francia nell’aggressione dei loro nemici politici in tutto il mondo. Ciò emerse nettamente chiaro in Libia, nel 2011, quando la Corte penale internazionale svolse un ruolo cruciale nella propaganda della NATO contro Tripoli, quando il procuratore della CPI, Luis Moreno-Ocampo, “confermò” che il figlio del leader libico Muammar, Saif al-Islam, era stato “catturato” da militanti libici e che era in viaggio per L’Aia. Saif al-Islam sarebbe comparso il giorno dopo, libero e ancora alla guida della difesa di Tripoli, indicando come la Corte penale internazionale avesse mentito nell’ambito della grande operazione psicologica della NATO per ritrarre la capitale della Libia sopraffatta e occupata. La Corte penale internazionale viene totalmente rigettata dall’Unione Africana (UA), come ha fatto notare l’articolo dell’Economist, “Spararsi a un piede“, in cui afferma: “I capi di Stato di tutto il continente si sono riuniti ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, il 27 maggio, per celebrare il 50° anniversario dell’Unione africana e del suo precursore, l’Organizzazione per l’Unità Africana. Si sono congratulati per come avrebbero presumibilmente cooperato nei decenni passati, accompagnandosi con le bordate sparate contro la Corte penale internazionale dell’Aia. Guidati dal primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, che presiedeva l’Unione al momento, accusavano la corte di razzismo e di “caccia agli africani“.” The Economist, con la sua solita arroganza neo-imperialista, sosteneva che il rispetto della CPI sarebbe essenziale per la continua crescita dell’Africa, in quanto rientra nelle “norme internazionali”. L’Africa deve seguirle al fine di continuare ad attrarre investimenti esteri.
Quando un mandato di arresto è stato emesso verso il leader libico Muammar Gheddafi dall’istituzione occidentale, l’Unione africana la respinse. AP aveva riportato nel suo articolo, “L’Unione Africana trascura il mandato d’arresto di Gheddafi“, che: “L’organismo che rappresenta le nazioni africane ha chiesto ai suoi membri di ignorare il mandato d’arresto emesso contro il leader libico Muammar Gheddafi, un atto che indebolisce seriamente la capacità della Corte penale internazionale di consegnarlo alla giustizia.” Il crollo delle “istituzioni internazionali” rappresenta il declino dell’influenza globale dell’occidente e della sua capacità di svuotare il terzo mondo delle sue  risorse a proprio beneficio. Chi, nel continente africano e altrove, sfida l’ordine internazionale dell’occidente, la paga con rapide rappresaglie, siano paralizzanti sanzioni economiche, operazioni militari segrete, o nel caso della Libia, l’aperta aggressione militare. L’elezione del nuovo presidente del Kenya potrebbe essere facilmente interpretata come un importante erosione della già traballante legittimità della Corte penale internazionale e degli interessi aziendali-finanziari che l’hanno creata, e che attualmente la perpetuano; ciò sembra essere il motivo più convincente del recente attacco a Nairobi. Se le nazioni si sentono autorizzate a sfidare apertamente ed a erodere lo status dell’occidente quale sedicente arbitro internazionale, il grande castello di carte socioeconomico e geopolitico costruito su questo tavolo traballante, cadrà con esso. Infatti, avendo l’occidente usato organizzazioni terroristiche, come il Gruppo combattente islamico libico (LIFG) in Libia, e ora il Fronte al-Nusra in Siria, per colpire e rovesciare governi ostili; al-Shabab, che ha legami diretti con queste due organizzazioni terroristiche, sembra aver avuto campo libero in Kenya.
L’attacco a Nairobi ha una portata e un livello di sofisticazione che richiede il supporto e l’intelligence di uno Stato, tale che almeno in Kenya riesca a trovare e ad uccidere dei membri della famiglia del presidente. La sponsorizzazione di uno Stato che certamente non è il vicino settentrionale del Kenya, la Somalia, ma più probabilmente Washington, Londra, Parigi, Tel Aviv, Doha e/o Riyadh. Attaccare un centro commerciale pieno di civili e simbolico, rientra in un miserabile ed ottuso pensiero strategico, tuttavia le dimensioni dell’operazione, considerando che dei membri della famiglia del presidente erano presenti, e furono individuati, indica un livello molto elevato di sofisticazione, un livello tale che facilmente renderebbe utile un attacco del genere nel galvanizzare l’opinione pubblica keniana nel sostenere, piuttosto che contrastare, l’avventurismo militare dell’US AFRICOM in Africa, alla ricerca di “al-Qaida”, Kony e altri.
Mentre i fatti continuano ad emergere, e i leader occidentali invitano il mondo, ancora una volta, a reagire rapidamente e collettivamente sull’onda di rabbia, odio e paura, le questioni fondamentali del “cui bono?” e di chi in realtà possedesse la capacità operativa per eseguire, o almeno evitare, tali attacchi, devono porsi e devono avere una risposta. Se, infatti, al-Shabab ha effettuato questo attacco, è stata armata, finanziata e guidata da interessi particolari dell’occidente, come nel caso dei suoi alleati LIFG e al-Nusra in Libia e Siria? A quali pressioni il Kenya sarà sottoposto sulla scia di questo attacco, da parte dell’occidente, affinché agisca al di fuori dei propri confini, nelle attuali operazioni dell’AFRICOM?
Per il futuro del Kenya, la ragione e i fatti devono prevalere, non le emozioni e la propaganda.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Repubblica Centrafricana tra l’imperialismo e i BRICS

I ribelli seleka formano il nuovo governo nella Repubblica Centrafricana
Abayomi Azikiwe, Global Research, 1 aprile 2013 – Panafrican News Wire

centrafricana_repMichel Djotodia, il leader della Coalizione Seleka, che ha preso il potere nella Repubblica Centrafricana (CAR), il 24 marzo, a Bangui ha stabilito un nuovo governo in gran parte composto da esponenti dell’opposizione. Francois Bozizé, che è stato spodestato dal colpo di Stato, ha lasciato il Paese e sarebbe in Camerun, Stato dell’Africa occidentale. Un leader importante dell’opposizione, Nicolas Tiangaye, è il Primo ministro, mentre Djotodia si è auto-nominato ministro della difesa oltre che presidente. Tiangaye è stato inizialmente nominato Primo ministro a gennaio, quando i negoziati tra il governo Bozizé e i Seleka portò a un accordo di pace che doveva creare un governo di coalizione. Tuttavia, da marzo, i ribelli seleka accusavano il governo Bozize di non attuare l’accordo di pace e cominciarono ad occupare le città principali, suscitando panico a Bangui.
Djotodia ha immediatamente sospeso la costituzione quando ha preso Bangui e ha riconfermato Tiangaye a Primo ministro. Nel nuovo governo vi sono almeno nove membri del gruppo seleka insieme ad altre otto persone provenienti dai partiti di opposizione. Solo un portafoglio è stato dato a una figura associata al governo Bozizé. Djotodia è nato nella regione nord-est del Paese, a Vakaga, è islamico, il primo leader musulmano del Paese da quanto ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia, nel 1960. Solo il 15 per cento della popolazione della CAR è musulmana, essendo la maggioranza cristiana. Djotodia ha studiato nell’ex Unione Sovietica e parla correntemente il russo. Secondo quanto riferito, ha vissuto in Unione Sovietica per un decennio, dove si sposò ed ebbe dei figli. Il nuovo presidente è stato un diplomatico centrafricano in Sudan. E’ presidente dell’Unione delle Forze Democratiche per l’Unità e del Gruppo di Azione Patriottica per la Liberazione della Repubblica Centrafricana. Nel 2006, mentre viveva in Benin, è stato arrestato dalle autorità assieme al suo portavoce Abakar Sabon. Furono trattenuti per oltre un anno e rilasciati nel febbraio 2008, dopo che decisero di partecipare ai colloqui di pace sul futuro della CAR.
Nonostante le affermazioni di Djotodia e dei ribelli seleka, di preoccuparsi del benessere del popolo  e di voler sradicare la corruzione, non c’è modo di sapere se la loro presenza migliorerà le condizioni del Paese. Sia Bozizé che Djotodia guardano alla Francia e l’Unione europea per gli aiuti. Bozizé aveva chiesto l’intervento della Francia per fermare l’avanzata dei ribelli. Djotodia ha detto che ricorrerà all’UE per la ricostruzione del Paese. La Francia ha rafforzato la sua presenza nella CAR alla vigilia della presa del potere dei Seleka. Vi sarebbero 500 truppe francesi di stanza nell’aeroporto, presso la capitale. La Chatham House di Londra, un istituto che studia gli affari internazionali, ha riferito che le azioni dei seleka si basano esclusivamente sull’ambizione. Alex Vines del programma africano della Chatham House, ha dichiarato che “Tutti i resoconti sui Seleka affermano che non hanno una visione dello sviluppo della CAR. Si tratta esclusivamente di spartirsi il patrimonio dello Stato conquistato.” (Associated Press, 1 aprile)

Il dibattito sulla morte dei soldati sudafricani
Almeno 13 soldati delle South African National Defense Forces (SANDF) sono stati uccisi nella CAR, il 23 marzo, quando hanno tentato di difendere la capitale dalle forze d’invasione seleka. I sudafricani erano nel Paese nell’ambito dell’operazione di mantenimento della pace assegnata dall’Unione africana e dalla Comunità economica regionale degli Stati dell’Africa centrale. Le relazioni successive, emanate dal governo dell’African National Congress (ANC) del presidente Jacob Zuma, hanno indicato che circa 200 soldati delle SANDF combatterono oltre 3.000 ribelli.  La morte nella CAR dei soldati SANDF, ha scatenato un dibattito nel parlamento del Sud Africa.
I quotidiani sudafricani Sunday Times e City Press hanno intervistato i soldati delle SANDF che hanno dichiarato che bambini-soldato facevano parte delle forze ribelli, durante la battaglia del 23 marzo. I soldati, che hanno parlato di questi problemi sotto anonimato, hanno riferito che dei bambini sono stati uccisi negli scontri.
L’Alleanza democratica all’opposizione (DA) ha chiesto una indagine sull’incidente e ha accusato il governo dell’ANC di aver schierato truppe nella CAR per tutelare degli interessi minerari. L’ANC ha respinto queste accuse e ha minacciato un’azione legale contro la DA. In una dichiarazione rilasciata dall’ANC il 1° aprile, affermava che il giornale Mail & Guardian aveva diffuso notizie tendenziose “Calcolate per danneggiare l’immagine della ANC e seminare sfiducia sulle nobili decisioni del governo sudafricano, che derivano da politiche pubbliche e trasparenti. … La cosa più inquietante dell’accusa, sono le palesi menzogne che suggeriscono che una società legata all’ANC abbia interessi nella CAR. Sappiamo che questa società non ha alcuna attività nella CAR. Sebbene la loro accusa sia falsa, crediamo che i sudafricani abbiano diritto di fare affari in tutto il mondo, anche nel continente africano.” (Mail & Guardian, 1 aprile)
La presa del potere da parte dei ribelli nella CAR segue una tendenza preoccupante nel continente, dove hanno avuto luogo colpi di Stato in Mali e Guinea-Bissau, nel corso dell’ultimo anno. In Mali, un colpo di Stato attuato da un ufficiale addestrato dal Pentagono, ha provocato ulteriore instabilità nel nord del Paese e l’intervento della Francia e di altri Stati imperialisti nello Stato dell’Africa occidentale. Nella confinante Niger, gli Stati Uniti hanno costruito una base per droni ed hanno schierato centinaia di forze speciali. L’invio di truppe in Niger rientra in una grande politica che vedrà la presenza di oltre 3.500 truppe statunitensi nel continente africano, nel tentativo volto, in apparenza, a “combattere il terrorismo e la pirateria”.
Stati Uniti, Canada e altri Paesi europei hanno interessi minerari nella CAR. Il Paese produce diamanti, oro, rame, minerale di ferro, manganese uranio e grafite. Nonostante gli interessi minerari molte persone si guadagnano da vivere con il piccolo allevamento. Il popolo rimane in gran parte povero, nonostante l’aumento delle attività minerarie nel Paese.

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Chi c’è dietro il colpo di stato a Bangui?
I golpisti filo-francesi della Repubblica Centrafricana rigettano gli accordi petroliferi con  i cinesi
Thomas Gaist, Global Research, 1 aprile 2013

JamhadaSeleka1Più di 500 truppe francesi sono schierate a Bangui, Repubblica Centrafricana, a sostegno del nuovo regime guidato da Michel Djotodia, a capo della coalizione ribelle dei seleka, che recentemente ha deposto il presidente della CAR François Bozizé. Djotodia ha annunciato lo scioglimento del parlamento e la sospensione della costituzione del 2004. “A tal fine, abbiamo deciso di guidare il destino del popolo della Repubblica Centrafricana in questo triennio di transizione… Durante questo periodo di transizione, che ci porterà ad elezioni libere, credibili e trasparenti, legifererò per decreto“, ha detto.
Djotodia ha già annunciato che rivedrà i contratti petroliferi e minerari con la Cina, firmati dal governo Bozizé, “per vedere se le cose sono state fatte male, e cercarle di eliminarle.” Inoltre, Djotodia ha dichiarato che avrebbe invitato l’ex potenza coloniale della CAR, la Francia, insieme agli Stati Uniti, a riqualificare l’esercito ufficiale sconfitto dai seleka lo scorso fine settimana. “Ricorreremo all’Unione europea per sviluppare questo Paese”, ha detto Djotodia aggiungendo che circa l’80 per cento degli aiuti esteri del Paese provenivano da questo blocco. “Quando stavamo male, l’Unione europea era al nostro capezzale. Ora non ci abbandonerà.” In effetti, Djotodia si prepara a consegnare le risorse chiave dell’economia della CAR all’imperialismo europeo.
La situazione per la popolazione della CAR rimane disastrosa. La maggior parte di Bangui è priva di acqua corrente ed elettricità, e l’unico ospedale funzionante ancora ricovera 30 feriti al giorno. Le Nazioni Unite riferiscono che carenze di cibo interessano decine di migliaia di persone, attanagliando il Paese, ed i prezzi dei beni di prima necessità, come la manioca e il riso, sono triplicati. Già, l’aspettativa di vita, oggi, è poco più di 40 anni con solo un 40 per cento di alfabetizzazione e un tasso di HIV alle stelle.
La presa di Bangui da parte dei ribelli seleka con il sostegno dei francesi e degli Stati Uniti, rappresenta la fase più recente dell’attuale ricolonizzazione dell’Africa da parte delle potenze imperialiste, avviata con la guerra della NATO alla Libia, nel 2011. Testimonia il carattere reazionario ed etnicista delle varie fazioni borghesi e piccolo-borghesi africane, costantemente manipolate dalle potenze imperialiste tra il crescente impoverimento dei lavoratori e delle masse rurali. Seleka (che significa “unione”) è una coalizione di fazioni dissidenti formatasi nel settembre del 2012. La loro decisione di prendere Bangui viola il Comprehensive Peace Agreement di Libreville, che avevano firmato con il governo nel 2008. Il colpo di Stato delle forze seleka ha posto la CAR al centro della lotta per l’influenza tra Stati Uniti, Francia, Sud Africa e Cina.
Mentre avanzavano su Bangui, controllata dalle forze fedeli a Bozizé, combattenti seleka si sono scontrati con un  distaccamento delle South African National Defense Force (SANDF), ed hanno attaccato i sudafricani in inferiorità numerica, uccidendone 13 e ferendone 28. Il corso futuro della politica militare sudafricana nella CAR rimane oscuro. Un anonimo alto ufficiale ugandese ha detto: “L’intenzione dei sudafricani è riorganizzarsi e quindi rischierarsi in maniera massiccia nella RCA e rovesciare questi ribelli. Sono stati umiliati e vogliono vendicarsi.” I media sudafricani indicano che le truppe SANDF sono presenti in Uganda per una “nuova missione” nella CAR. Un rappresentante del Sud Africa, il Colonnello Selby Moto, mette in guardia contro tale punto di vista, tuttavia, sostenendo che le truppe sudafricane sono semplicemente in attesa in Uganda “fino a quando la decisione di rafforzarsi o di ritirarsi” sarà presa dal governo del Sud Africa, a Pretoria. “Questo è un completo disastro per il Sud Africa“, ha detto alla Reuters Thierry Vircoulon, specialista dell’Africa Centrale del Gruppo di crisi internazionale (*). “Non hanno affatto capito che stavano sostenendo il cavallo sbagliato.”
La sconfitta delle forze sudafricane e il rigetto degli accordi petroliferi cinesi sono particolarmente provocatori ed umilianti, avvenendo durante la conferenza a Durban dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa). Il presidente cinese Xi Jinping ha detto che la Cina dovrebbe “intensificare, non indebolire” il suo impegno in Africa, estendendo 20 miliardi di dollari di credito per i prossimi due anni. Il supporto imperialista ai seleka è solo una delle componenti di una grande strategia volta a contenere la crescente influenza della Cina in tutto il continente africano. Entro il 2011, il volume del commercio sino-africano aveva raggiunto i 166 miliardi dollari, e le esportazioni africane verso la Cina superavano i 90 miliardi dollari. Al momento della presa dei seleka, Xi compiva un tour nel continente africano, dove ha firmato accordi con molti Paesi africani ricchi di risorse.
Gli Stati Uniti hanno reagito gemendo lievi critiche sull’avanzata dei seleka. Washington ha rilasciato una dichiarazione affermando che il governo di unità nazionale guidato dal primo ministro Nicolas Tiangaye, è il “solo governo legittimo” della CAR. Tuttavia, non ha chiesto la reintegrazione di Bozizé, né criticato il rigetto degli accordi sulle risorse petrolifere delle aziende cinesi. Tiangaye è un avvocato e membro della Lega per i diritti umani (HRL), una rete globale di operatori diritto-umanitari di Parigi (**), che opera con il sostegno finanziario dei governi europei e di Washington. Gli operatori politici della HRL hanno svolto un ruolo cruciale nell’organizzare e promuovere l’agenda imperialista in Libia, Siria e altrove. Tiangaye è chiaramente uno strumento dell’imperialismo francese, avendo partecipato a delicati processi a dirigenti africani che hanno goduto del sostegno francese, ma che Parigi poi ha successivamente rigettato. Scelto dal dittatore della CAR, l’imperatore Jean-Bedel Bokassa, per difenderlo nel processo del 1986, ha anche difeso i funzionari ruandesi accusati di aver perpetrato il genocidio del 1994 in Ruanda.

(*) Altra agenzia di disinformazione strategica, dopo la Chatam House, legata all’imperialismo. NdT
(**) Distintasi in Libia, dove ha diffuso propaganda e disinformazione a supporto dell’aggressione atlantista contro la Jamahirya Libica. NdT.

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Cina e Africa hanno un comune destino: Xi
Yang Jingjie, GlobalTimes 29/03/2013

india-china-flagIl presidente cinese Xi Jinping ha detto ai leader africani che la Cina e l’Africa hanno un destino comune, e ha promesso di continuare fermamente le politiche di amicizia verso il continente, senza farle mutare dalle circostanze internazionali. Xi ha fatto queste osservazioni ad una colazione di lavoro con un gruppo di leader africani che aveva partecipato al Forum del dialogo BRICS-Africa a Durban, in Sud Africa. Xi ha detto ai leader che la Cina sarà per sempre un amico affidabile e un vero e proprio partner dei Paesi africani, e contribuirà ulteriormente alla pace e allo sviluppo del continente, afferma Xinhua. Il presidente ha inoltre dichiarato che la Cina parteciperà attivamente alla mediazione e alla risoluzione dei problemi più acuti dell’Africa, anche incoraggiando le imprese cinesi a incrementare gli investimenti in Africa.
I leader africani hanno detto che gli investimenti e gli aiuti cinesi supportano lo sviluppo economico e sociale del continente. Hanno detto che i fatti dimostrano che la Cina è un amico e un partner affidabile dell’Africa, e che le accuse secondo cui la Cina perseguirebbe il “neocolonialismo” in Africa, sono infondate. Xi dovrebbe visitare la Repubblica del Congo, l’ultima tappa di questo viaggio. La prima volta che un presidente cinese visiterà il Paese. La Cina è il principale partner commerciale della Repubblica del Congo, e importa soprattutto petrolio greggio e legname.
Xu Weizhong, ricercatore sull’Africa presso l’Istituto delle relazioni internazionali contemporanee della Cina, ha detto al Global Times che le tre tappe della visita del presidente in Africa, vale a dire Tanzania, Sud Africa e Repubblica del Congo, riflettono una politica estera equilibrata che assegna importanza a Paesi tradizionalmente amichevoli e alle potenze emergenti. In precedenza i leader dei BRICS hanno riaffermato il sostegno allo sviluppo infrastrutturale dell’Africa. Xi ha detto che i Paesi emergenti dovrebbero partecipare congiuntamente alla costruzione di grandi progetti multinazionali in Africa. Secondo una dichiarazione rilasciata dopo il vertice BRICS, le banche import-export e le banche per lo sviluppo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa hanno concluso l'”Accordo multilaterale sul co-finanziamento delle infrastrutture dell’Africa.” Xu ha detto che ciascuno dei cinque Paesi è profondamente impegnato nella costruzione di infrastrutture in Africa, ma il nuovo accordo dovrebbe coordinare lo sviluppo delle loro forze congiunte. Xu ha osservato che l’infrastruttura transnazionale e trans-regionale, necessaria per i Paesi africani per promuoverne la connettività, è un progetto troppo grande per un Paese soltanto, anche per la Cina.
I cinque Paesi emergenti hanno deciso di istituire una banca di sviluppo, dicendo che il “contributo iniziale alla banca deve essere considerevole e sufficiente affinché sia efficace nel finanziare le infrastrutture“, secondo la dichiarazione. Tuttavia, l’annuncio non è stato all’altezza delle aspettative.
Li Xiangyang, direttore dell’Istituto di Studi Asia-Pacifico dell’Accademia delle scienze sociali cinese, ha detto che i problemi sulla struttura organizzativa della banca potrebbe ostacolarne il progresso. Oltre a una riserva per imprevisti da 100 miliardi di dollari, istituita dai BRICS, la banca può concedere prestiti ad altre economie in via di sviluppo, e dovrebbe avere una struttura più rigorosa e più complessa, ha detto Li. Yongming Fan, direttore del Centro per gli Studi dei BRICS presso la Fudan University, ha detto che oltre a questi risultati tangibili, il vertice ha anche dimostrato l’influenza politica dei Paesi emergenti in tutto il mondo e rafforzato la fiducia mondiale nel gruppo, nonostante lo scetticismo dell’occidente sul loro slancio, negli ultimi anni. Alcuni hanno espresso pessimismo sulle loro forze combinate, data la sfiducia reciproca tra alcuni aderenti al gruppo. Fan ha detto che le controversie interne non ostacolerebbero la cooperazione, perché tutti hanno bisogno di una piattaforma comune per sostenere la riforma dell’ordine internazionale, e possono ricucire le loro differenze nel corso del processo. “Prendete la Cina e l’India, ad esempio, durante la loro collaborazione i due potrebbero comprendere di collaborare all’obiettivo di unire i Paesi in via di sviluppo, invece di competere tra loro nella leadership del mondo in via di sviluppo“, ha  osservato Fan.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I Rothschild mettono le mani sul petrolio del Sud Sudan

Dean Henderson, Counterpsyops 11 ottobre 2012

Il 9 luglio 2011 il Sud Sudan è diventato la 193.ma nazione del mondo. Meno di una settimana dopo  violenze sono scoppiate nel Sud Kordofan, una zona alla nuova frontiera tra Sudan e Sud Sudan,  controllata dal Sudan e ricca di petrolio. Non contenti del sequestro di giacimenti di petrolio del Sud Sudan, il cartello delle otto famiglie di banchieri guidato dai Rothschild, sembra voler spostare la nuova frontiera più a nord, strappando ancora più petrolio greggio al popolo del Sudan. Per decenni i servizi segreti occidentali hanno sostenuto l’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA), nel tentativo di consegnare la parte meridionale del Sudan ai quattro cavalieri del petrolio. La regione possiede il 75% delle riserve petrolifere del Sudan.
Ciò che è stata la più lunga guerra civile dell’Africa, alla fine terminò quando il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir, sotto pressione, cedette la parte meridionale del suo paese ai vampiri bancari del FMI/Banca Mondiale, dopo un conflitto che ha lasciato più di 2 milioni di morti. [1] Pochi giorni dopo essersi dichiarata nazione sovrana, la società petrolifera statale del Sud Sudan, la Nilepet, costituiva una joint venture con la Glencore International Plc., per commercializzare il suo petrolio. Glencore è controllata dai Rothschild. La joint venture sarà la PetroNile, con il 51 per cento controllato da Nilepet e il 49 per cento dalla Glencore. [2]
Il nuovo presidente del Sud Sudan, Salva Kiir Mayardit, ha firmato una legge che istituisce formalmente la Banca Centrale del Sud Sudan. Il Sudan è uno dei cinque paesi – insieme a Cuba, Corea del Nord, Siria e Iran – la cui banca centrale non è sotto il controllo del cartello delle otto famiglie di banchieri guidate dai Rothschild. Non è dunque un caso che la moneta di questo nuovo feudo petrolifero dei Rothschild, si chiami sterlina del Sud Sudan. [3] Già nel 1993 il presidente sudanese al-Bashir aveva accusato l’Arabia Saudita di fornire armi all’Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLA) di Johnny Garang. Il Mossad israeliano ha anch’esso rifornito lo SPLA per anni attraverso il Kenya, con l’approvazione della CIA.
Nel 1996 l’amministrazione Clinton annunciava che l’aiuto militare a Etiopia, Eritrea e Uganda doveva essere utilizzato per aiutare l’SPLA per un’offensiva contro Khartoum. [4] Quando questo sforzo sanguinoso fallì, gli scagnozzi delle otto famiglie iniziarono ad armare i ribelli in Ciad. Il Ciad è stato a lungo un paese importante per gli schemi produttivi in Nord Africa dell’Exxon-Mobil e della Chevron-Texaco. Il presidente del Ciad, Idriss Deby, che salì al potere nel 1991, era condiscendente con Big Oil. Fu anche classificato 16.mo nella lista dei peggiori dittatori del mondo, nel 2009, sulla rivista Parade. [5]
I ribelli in Ciad  avevano due obiettivi. Gli ufficiali pagatori della casa dei Saud della CIA, fornirono il supporto al Fronte Nazionale per la Salvezza (NFS), che aveva tentato di rovesciare il Presidente libico Muammar Gheddafi. Nel 1990, a seguito del successo del contro-colpo di stato  supportato dai libici contro il governo del Ciad che sponsorizzava la NFS, gli Stati Uniti evacuarono 350 capi del NFS con il finanziamento saudita. Gli Stati Uniti consegnarono 5 milioni di dollari in aiuti al governo dittatoriale del Kenya di Daniel Arap Moi, in modo che il Kenya ospitasse i leader del NFS, che gli altri governi africani si rifiutarono di accogliere. Arap Moi poi figurò nelle operazioni segrete della CIA in Somalia, dove i sauditi avevano finanziato anche la controinsurrezione. [6]
Le agenzie di intelligence occidentali poi utilizzarono il governo del Ciad per finanziare il Movimento Giustizia e Uguaglianza (JEM). Dalle basi in Ciad, questi terroristi lanciavano incursioni nella regione sudanese del Darfur, creando la grave crisi dei rifugiati, durante l’apertura del secondo fronte settentrionale della guerra condotta contro il Sudan sul fianco meridionale, dall’SPLA di Big Oil. [7]
I media occidentali, ovviamente, accusarono del conflitto in Darfur soltanto il governo sudanese e l’idiocrazia liberale seguì presa per il suo stupido naso, come in Jugoslavia. Nel marzo 2009 il tribunale farsa preferito dalle otto famiglie, la Corte penale internazionale (CPI), accusò il presidente sudanese al-Bashir di crimini di guerra. Non vi fu alcuna menzione del JEM nelle accuse del CPI. Nell’agosto 2006, il presidente del Ciad Deby aveva fatto una svolta a sinistra, chiedendo che il Ciad ottenesse la quota del 60% della sua produzione petrolifera nazionale, dopo aver ricevuto per decenni solo le “briciole” dalle società straniere che gestivano il settore. Aveva accusato Chevron e Petronas di rifiuarsi di pagare le tasse, per un totale di 486,2 milioni dollari. [8]
Nel 2008, il presidente sudanese al-Bashir partecipò all’inaugurazione della rielezione di Déby, segnalando la ripresa delle relazioni che posero fine al conflitto nel Darfur. Con al-Bashir ancora seduto in cima a enormi giacimenti di petrolio, le otto famiglie idearono il piano per la secessione del Sud Sudan dal Sudan. Estenuato dai continui attacchi al suo popolo, che avevano lasciato due milioni di morti, al-Bashir è stato costretto all’accordo sulla divisione. Con le violenze che già esplodono nel Sud Kordofan, controllato dal Sudan e ricco di petrolio, sembra che l’SPLA e il suo sponsor Glencore/Rothschild non si accontentino di aver rubato la maggior parte dei giacimenti petroliferi del Sudan. I vampiri li vogliono tutti.

Note:
[1] “South Sudan: The World’s Newest Fragile Oil-Rich Petrostate” John Daly. 11.7.11
[2] “South Sudan’s Oil Company Forms Joint Venture With Glencore to Sell Oil” Matt Richmond. 12.7.11.
[3] “South Sudan Establishes Central Bank As It Receives Its New CurrencyBNO News. 15.7.11
[4] “US to Aid Regimes to Oust Government”, David B. Ottaway. Washington Post. 10.11.96
[5] “The World’s Ten Worst Dictators” Parade Magazine. 23.3.09
[6] “Mercenary Mischief in Zaire”, Jane Hunter. Covert Action Information Bulletin. Spring 1991.
[7] “Sudanese Warplanes Hit Darfur Rebels Inside Chad” Sudan Tribune. 3.6.09
[8] “Petronas Disputes Chad’s Tax Claims” Aljazeera. 30.8.06

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora