Guy Verhofstadt ammette che l’Europa è in crisi, tra terrorismo e rivolte di migranti

Teheran (FNA), 9 gennaio 2017Verhofstadt, President of the Group of the Alliance of Liberals and Democrats for Europe, addresses the European Parliament during a debate on the situation in Ukraine in StrasbourgL’ex-primo ministro del Belgio e leader del gruppo Liberali e Democratici al Parlamento europeo ha ammesso che “l’Europa è in crisi”. Guy Verhofstadt ha fatto tali osservazioni alcuni giorni dopo aver annunciato la candidatura alla presidenza del parlamento dell’UE, promettendo che non ci sarà un “superstato europeo”, informa RIA Novosti. Guy Verhofstadt ha da tempo l’ambizione di assumere uno dei ruoli principali dell’Unione Europea, la Presidenza del Parlamento europeo. La sua candidatura è significativa in quanto arriva in un momento di grave crisi nell’Unione europea, con immigrazione e terrorismo che dominano l’agenda. “L’Europa è in crisi. Dalle nostre difficoltà economiche persistenti e dalla crisi dei rifugiati ai molteplici attentati terroristici sul suolo europeo. L’Europa reagisce sempre troppo poco e troppo tardi“, dice Verhofstadt nel suo programma. “Niente equivoci, l’Unione del futuro non sarà un superstato europeo, difatti l’opposto di un’unione più efficace e integrata, che saprà meglio proteggere la nostra cara diversità europea in lingue, culture, tradizioni, stili di vita“.
Verhofstadt concorre alla presidenza nel tentativo di rompere la lunga intesa tra i due maggiori gruppi politici, il partito popolare europeo (PPE) e i Socialisti e Democratici (S&D) che formano la “grande coalizione” dal 2004, quando decisero di collaborare al Parlamento in cambio della condivisione della presidenza. Il presidente iniziale del parlamento attuale, avviatosi nel 2014, fu il membro degli S&D Martin Schulz, il cui ruolo passerebbe al PPE. Tuttavia, il presidente del gruppo S&D, Gianni Pittella, si è proposto alla presidenza, minacciando il collasso della “grande coalizione”. Il PPE, il 13 dicembre, votava un altro italiano, l’ex-commissario europeo e uno dei 14 vicepresidenti del Parlamento Antonio Tajani, alla presidenza, che sarà votata il 17 gennaio. “Sono convinto che il continuo gioco tra i due grandi gruppi non sia nell’interesse del Parlamento né dell’Unione. Questo è il momento per un candidato dalla comprovata capacità di condurre una vasta coalizione e che possa unire le forze europeiste in questa casa, mettendo prima l’interesse dei cittadini europei“, ha detto Verhofstadt. “Dobbiamo rompere con la solita ‘grande coalizione’ che ha governato il Parlamento per troppo tempo e invece diventare i principali decisori politici europei. I cittadini si aspettano soluzioni reali da noi. Ciò significa, tra le altre cose, considerevoli polizia di frontiera e guardia costiera, antiterrorismo europeo e rinnovati investimenti nella nostra economia“, ha detto.
Verhofstadt è il negoziatore del Parlamento europeo sul Brexit e per molti commentatori dovrà farsi da parte in caso diventi presidente del Parlamento.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché l’ambasciatore russo ad Ankara non aveva un’adeguata protezione?

Analisi Militares 21 dicembre 201615590237Quando fu annunciato che l’ambasciatore russo ad Ankara era morto in un attentato, una delle prime cose che venne in mente è come fosse possibile che succedesse a una figura importante? Immediatamente criticarono il servizio di protezione, perché nessuno sapeva la situazione in cui ciò è successo. In ogni caso, in quel giorno iniziai a cercare informazioni sullo stato dei servizi di protezione dei diplomatici russi in Turchia e sembra che le cose non siano come molti credono. Ciò che è emerso è che da più di 10 anni Ankara non consente la protezione armata dei diplomatici russi in Turchia. Questo compito dovrebbe essere dell’unità speciale ‘Zaslon‘ dell’SVR russo, ma ancora a più di 10 anni, non è autorizzata a svolgerla nel territorio turco. I commenti del funzionario intervistato in questo articolo non sbagliano. Zaslon non aveva il permesso di proteggere le spalle l’ambasciatore durante il discorso e anche che se era protetto da due membri dell’unità ai fianchi, non potevano rispondere a qualsiasi minaccia. Dopo l’omicidio, si parla di nuovo dell’arrivo della protezione armata russa per diplomatici russi in Turchia, ma è sorprendente che con ciò che è accaduto con tale Paese, la rappresentanza diplomatica russa non avesse una migliore protezione.

15621721Erdogan con la famiglia della famosa Bana, l’ultima trovata della propaganda islamo-atlantista. Il terrorista che interpreta il papà della “bambina di Aleppo” è membro del gruppo terroristico islamista qataib al-Safwa ad Aleppo dove sicuramente ha ucciso molte persone agli ordini di Ankara. La foto è anche chiaramente un messaggio su chi abbia armato la mano del poliziotto-terrorista che ha ucciso l’Ambasciatore Andrej Karlov.15672997Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’omicidio dell’Ambasciatore russo: una rappresaglia

Tony Cartalucci New Eastern Outlook 20/12/2016

Erdogan si congratula con il futuro assassino dell'Ambasciatore russo Andrej Karlov.

Erdogan si congratula con il futuro assassino dell’Ambasciatore russo Andrej Karlov.

Pochi giorni dopo la liberazione di Aleppo, l’ambasciatore russo in Turchia Andrej Karlov veniva assassinato mentre parlava a una galleria d’arte nella capitale turca Ankara. Il bandito, identificato come un ex-poliziotto, ha fatto il gesto familiare usato dalle organizzazioni terroristiche che operano in Siria, Jabhat al-Nusra e autoproclamato “Stato islamico”, gridando, secondo il Guardian: “Non dimenticate Aleppo. Non dimenticate la Siria. A meno che le nostre città siano sicure, non sarà possibile avere sicurezza. Solo la morte mi può prendere. Tutti i coinvolti in questa sofferenza la pagheranno”. L’omicidio coincideva con un presunto incidente presso l’ambasciata USA ad Ankara, spiegata dall’ambasciata come “sparo”, forse in riferimento all’assassinio. I giornali occidentali, tuttavia, come Daily Mail, UK Express e The Sun hanno tentato di ritrarre lo sparo come un altro incidente. Sarebbe un deliberato tentativo di ritrarre gli Stati Uniti vittima assieme alla Russia, per sviare i sospetti dagli Stati Uniti. L’assassinio avviene giorni dopo che gli Stati Uniti avevano promesso una “rappresaglia” contro la Russia. Il presidente Barack Obama, politici ed esperti, così come senatori degli Stati Uniti, la settimana passata promisero la “rappresaglia” contro la Russia per il presunto “pirataggio” delle elezioni presidenziali degli Stati Uniti. Tali minacce hanno luogo tra le sempre più ampie accuse sgangherate di politici ed esperti occidentali frustrati nell’attuare la propria agenda globale contro una Russia che riemerge e una Cina in ascesa. The Guardian nell’articolo pubblicato questa settimana, “Barack Obama promette ritorsioni contro la Russia per l’hackeraggio nelle elezioni degli Stati Uniti“, dice: “Barack Obama avverte che gli Stati Uniti si vendicheranno degli attacchi informatici russi durante le elezioni presidenziali. In un’intervista alla National Public Radio, il presidente degli Stati Uniti ha detto che attende la relazione finale ordinata su una serie di attacchi hacker russi, promettendo una risposta. “Credo che non vi sia alcun dubbio che quando qualsiasi governo straniero cerca d’influenzare l’integrità delle nostre elezioni… dobbiamo agire“, ha detto Obama. “E lo faremo, nel momento e nel luogo di nostra scelta. “Alcuni saranno espliciti e pubblicizzati; altri no”. Articoli come quello dell’International Business Times, “Quali saranno le ritorsioni degli USA contro l’hackeraggio della Russia? Vi sono 6 mosse possibili”, riassumono l’elenco delle possibili ritorsioni, tra cui: “Attacco informatico a reti o infrastrutture russe; diffondere informazioni dannose su Vladimir Putin; colpire conti offshore; diffondere malware nelle reti spiate dei russi; interferire con sanzioni economiche nella politica russa”. Tuttavia, molti analisti, anche dei circoli della politica estera degli Stati Uniti, notano che la capacità degli Stati Uniti di reagire con “attacchi informatici” contro la Russia sarebbe inutile, arrivando anche a galvanizzare il popolo russo a fianco del Cremlino. Il New York Times, in un articolo intitolato, “Obama affronta la complessità dell’utilizzo del potente cyberarsenale contro la Russia“, nota: “Ma se Obama ha promesso di “mandare un messaggio chiaro alla Russia” quale punizione e deterrente, alcune opzioni sono state respinte come inefficaci, ed altre come troppo rischiose. Se le scelte fossero migliori, osserva uno degli aiutanti coinvolti nel dibattito, il presidente avrebbe agito ora”. Con ogni probabilità, un tentativo di “contrattacco informatico” finirebbe in un’ulteriore umiliazione ed isolamento dei circoli dirigenti degli Stati Uniti.

Cui bono?
L’assassinio a sangue freddo dell’ambasciatore russo in Turchia, tuttavia, è una “rappresaglia”, molto efficace non solo del ruolo della Russia nel controbilanciare l’influenza dei media occidentali, minando efficacemente il monopolio occidentale della percezione pubblica globale, ma anche per confondere gli obiettivi geopolitici degli USA nel Medio Oriente, in particolare in Siria e nella liberazione di Aleppo. L’assassinio, un crimine e anche atto di guerra, comunque è stato apparentemente commesso da un militante di organizzazioni terroristiche armate, addestrate e finanziate da Stati Uniti ed alleati regionali come Arabia Saudita, Qatar e Turchia. E nonostante ciò, se gli Stati Uniti ne sono coinvolti, sarà difficile dimostrarlo. Ed anche se viene dimostrato, sarebbe difficile convincere l’opinione pubblica globale che gli Stati Uniti siano passati dal considerare pubblicamente “benigni attacchi informatici”, la settimana passata, ad assassinare un diplomatico straniero. Al di là del semplice “invio del messaggio”, come i politici statunitensi volevano fare, mina anche i presunti progressi compiuti tra Ankara e Mosca sul ruolo turco nella guerra per procura in corso in Siria. L’assassinio blocca tali progressi e minaccia di cancellare quelli faticosamente realizzati dall’abbattimento turco dell’aereo russo sulla Siria nel novembre 2015. Mentre non c’è ancora una prova disponibile sull’assassinio, gli Stati Uniti, con le minacce pubbliche e ripetute a Mosca di ritorsioni, di per sé diventano uno dei sospetti principali del brutale assassinio. Considerando il ruolo degli Stati Uniti nel creare, armare, finanziare e dirigere i terroristi nella regione, da anni, ne sono responsabili indirettamente per lo meno.

Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ad Astana al vertice russo-turco-iraniano sulla crisi in Siria, seduto con alle spalle la 'guardia del corpo' del collega turco, a sua volta sorvegliata dalla guardia del corpo di Zarif...

Il Ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, ad Astana al vertice russo-turco-iraniano sulla crisi in Siria, seduto con alle spalle la ‘guardia del corpo’ del collega turco, a sua volta sorvegliata dalla guardia del corpo di Zarif…

Tony Cartalucci, ricercatore e scrittore geopolitico a Bangkok, per la rivista on-line “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il nuovo Medio Oriente: Cina, Iran, Egitto

La nuova Via della Seta immunizzerà l’Iran dalle sanzioni occidentali
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 16/12/2016135039034_14535770532791nNel gennaio 2016 assistemmo al ritiro parziale delle sanzioni alla Repubblica islamica dell’Iran. Va notato che l’introduzione fu legata al programma nucleare iraniano, che preoccupava Stati Uniti ed alleati, i Paesi occidentali, responsabili dell’introduzione delle sanzioni, allo scopo di aumentare la pressione sull’Iran risalente agli anni ’70. Nel luglio 2015, dopo lunghe trattative, fu raggiunto un compromesso: l’Iran e il gruppo dei sei (i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Gran Bretagna, Cina, Russia, Stati Uniti, Francia e la Germania) firmarono l’accordo che permette il graduale ritiro delle sanzioni. Secondo l’accordo, l’Iran permette l’accesso agli impianti nucleari agli esperti dell’AIEA in modo che si assicurino che l’energia nucleare è utilizzata solo per scopi pacifici. L’accordo fu subito etichettato svolta diplomatica, e si credeva che ponesse fine alla crescente tensione regionale. Tuttavia, alla fine del 2016 la situazione iniziava nuovamente a deteriorarsi. In un primo momento tutto andava secondo i piani. Nel gennaio 2016 Nazioni Unite e Unione europea toglievano il regime delle sanzioni all’Iran, mentre embargo e restrizioni degli Stati Uniti al commercio e viaggio dei propri cittadini a Teheran rimanevano. Tuttavia, l’Iran iniziava a ricostruire rapidamente i vecchi legami politici ed economici. Nell’agosto 2016, gli Stati Uniti accusavano Teheran di sostenere segretamente i ribelli nello Yemen, rifornendoli di moderni sistemi missilistici. Secondo Washington, ciò minaccerebbe la stabilità dell’intera regione. A quel punto la Casa Bianca annunciava di valutare la possibilità d’introdurre nuove sanzioni contro l’Iran. Poi, il 3 settembre un nuovo scandalo scoppiava quando si scoprì che Washington aveva inviato 400 milioni di dollari a Teheran lo stesso giorno in cui numerosi prigionieri statunitensi venivano rilasciati dalle carceri iraniane. A quel punto Washington fu accusata di aver violato il principio statunitense di non pagare riscatti per gli ostaggi. In cambio, il presidente Barack Obama dichiarò che tale somma fu trasferita all’Iran come parte del debito che gli Stati Uniti dovevano pagare su decisione del Tribunale dell’Aja. Tuttavia, il 23 settembre 2016, il Congresso degli Stati Uniti approvava una legge che vieta al governo degli Stati Uniti di apportare eventuali trasferimenti di denaro agli Stati sospettati di sponsorizzare il terrorismo. Il 3 novembre 2016 gli Stati Uniti estesero di un altro anno le sanzioni all’Iran adottate nel 1979. Secondo il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, la decisione fu presa perché le tensioni nei rapporti tra Stati Uniti e Iran non erano scomparse completamente. Mentre non vi sono restrizioni che gli USA possano imporre all’Iran, Teheran ne sembrava abbastanza preoccupata. Il 10 novembre 2016 il Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Mohammad Zarif, annunciava che Teheran si aspettava che tutte le parti che avevano firmato l’accordo del 2015 adempissero ai propri obblighi. Altrimenti, avvertiva, l’Iran avrebbe utilizzato vie alternative. Tali sviluppi portavano il Congresso degli Stati Uniti ad adottare il 17 novembre il disegno di legge sulla proroga di alcune sanzioni all’Iran per altri 10 anni. In base agli accordi precedenti, tali sanzioni dovevano cessare entro la fine del 2016. Ciò può essere definito seria minaccia all’accordo nucleare del 2015, e forse perciò il presidente degli Stati Uniti Barack Obama criticò il disegno di legge. La legge entrerà in vigore se approvata dal Senato, altrimenti c’è sempre la possibilità che il presidente eserciti il diritto di veto sul disegno di legge.
Questi sviluppi dimostrano che a Washington c’è una lotta tra forze che sostengono la cooperazione con l’Iran e chi vuole introdurre ulteriori sanzioni. Una cosa si può affermare con certezza, il futuro delle relazioni tra Iran e Stati Uniti rimane oscuro e incerto. In tali circostanze, l’Iran farebbe meglio ad avere un’assicurazione che gli permetta di proteggere l’economia se Washington decidesse di aggredire Teheran. Uno dei modi per le autorità iraniane di proteggersi è l’espansione della cooperazione con i Paesi che respingono i tentativi degli Stati Uniti di fare pressione. Tra questi Stati vi è la Cina, vecchio e affidabile partner dell’Iran. Come si sa, l’Iran ha enormi giacimenti di petrolio e gas, ed è di vitale importanza per Teheran assicurarsene l’esportazione per sostenere l’economia, mentre le importazioni di idrocarburi sono cruciali per la crescita economica della Cina. Allo stesso tempo, la Cina è in contrasto con gli Stati Uniti da tempo e l’economia cinese oggi è così potente da non prestare alcuna attenzione a una possibile pressione degli Stati Uniti. Per decenni le sanzioni all’Iran ne danneggiarono le esportazioni verso la regione Asia-Pacifico, dato che Stati come India, Corea del Sud e Giappone non potevano ignorare le sanzioni. Allo stesso tempo, Pechino sostenne gli accordi commerciali con Teheran, nonostante le pressioni tentate dagli occidentali. La Cina fu la ragione per cui l’economia iraniana sopravvisse in quei momenti difficili. Quindi, il fatto che nel gennaio 2016 l’Iran venisse visitato dal Presidente cinese Xi Jinping non sorprese. Durante la permanenza le parti firmarono 18 accordi di cooperazione, portando il fatturato commerciale tra Iran e Cina a 40 miliardi di dollari l’anno. Inoltre, l’accordo del 25 dicembre sulla cooperazione sino-iraniana porterebbe a un fatturato commerciale al livello impressionante di 600 miliardi di dollari. E’ abbastanza naturale che i due Stati prestino speciale attenzione allo sviluppo del commercio di petrolio e gas. Ora la Cina è il principale importatore di petrolio iraniano. Un altro elemento importante della cooperazione tra Iran e Cina è l’attuazione del progetto Nuova Via della Seta che collegherà Cina, Medio Oriente ed Europa mutando l’enorme territorio Asia-Pacifico in una zona di libero scambio. Se il piano andrà a regime, l’influenza economica degli Stati Uniti nella regione sarà totalmente trascurabile e Stati come l’Iran potranno ignorare qualsiasi sanzione occidentale. Nel febbraio 2016, Pechino avviava la costruzione della linea ferroviaria Cina-Kazakistan-Turkmenistan-Iran, permettendo all’Iran di stabilire una rotta commerciale continua con la Cina, ma anche di trarre profitti dal transito delle merci per l’Armenia. Quindi, si può supporre che non importa quale decisione Washington prenda sulle sanzioni contro l’Iran, non avranno conseguenze sull’Iran.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

syria-saudi-egypt-iran-map__1920x1080Cina, Egitto e il nuovo Medio Oriente
Christina Lin, Asia Times 15 dicembre 2016

Con l’ampia copertura della stampa sulla Siria, scarsa attenzione è dedicata alla spaccatura tra Arabia Saudita ed Egitto e la crescente influenza della Cina quale attore fondamentale in Medio Oriente.bwkodwiccai7hpgRottura sulla Siria
Il battibecco Riyadh-Cairo è iniziato nell’aprile 2016, quando il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi accettava di cedere l’integrità territoriale su due isole nel Mar Rosso, Tiran e Sanafir, in cambio di una serie di lucrosi accordi e la promessa di Riyadh di supporto diplomatico. Tuttavia, la cessione suscitava indignazione nella popolazione egiziana, con l’ex-candidato alla presidenza Hamdin Sabahi denunciare la violazione della Costituzione egiziana ed attacchi alla legittimità di Sisi che soggioga l’orgogliosa nazione araba d’Egitto ai sauditi. Il tribunale egiziano successivamente annullava l’accordo, solo per essere rovesciato a settembre, con la possibilità di un altro appello. Attualmente non è ancora chiaro se le isole rimarranno con l’Egitto o siano annesse all’Arabia Saudita, sottolineando ciò che Isandr al-Amrani del Crisis Group descrive come relazione “basata su una rinegoziazione asimmetrica perpetua passivo-aggressiva”. Ad ottobre la spaccatura si allargò quando Teheran invitava l’Egitto ad aderire ai colloqui internazionali sulla Siria, e poco dopo Cairo votare la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite della Russia a sostegno del governo siriano. Riyadh si vendicò tagliando 700000 tonnellate di prodotti petroliferi raffinati, parte dell’accordo di 23 miliardi dollari firmato all’inizio dell’anno. Nonostante l’Egitto avesse buoni rapporti con il re saudita Abdullah, in passato, il rapporto s’inasprì con l’avvento di re Salman, più vicino alla Fratellanza musulmana, che l’Egitto considera un gruppo terroristico. Perciò Sisi prese le distanze dall’asse islamista di Arabia Saudita, Turchia e Qatar in Medio Oriente. Il sostegno dell’amministrazione Obama alla Fratellanza alimentò ulteriormente il senso di tradimento in Egitto, aggravato dalle minacce del GOP di tagliare gli aiuti per la legislazione antidemocratica di Sisi, e le condizioni austere del FMI nel restringere i sussidi energetici che potrebbero destabilizzare ulteriormente l’Egitto tra gli attacchi terroristici. A differenza di Washington, Sisi vede Assad come baluardo laico all’estremismo islamico nel Levante. Se Assad cade, Libano e Giordania sarebbero i prossimi e l’Egitto non vuole finire come la Libia spartita tra Fratellanza ed altri islamisti. In risposta, Cairo si volge a Russia e Iran, formando ciò che l’ex-studiosa dell’Oxford University Sharmine Narwani descrive come nuovo “Arco della Sicurezza” nel Medio Oriente preda del terrorismo.egypt-china-u-s2Egitto perno d’Eurasia
Con l’Egitto che volge verso Siria e Iran, si solidifica ulteriormente la coalizione eurasiatica emergente tra Siria, Iran, Russia, Cina e India, evidenziando il divario tra la coalizione eurasiatica nella lotta al terrorismo salafita, e la coalizione filo-salafita per i cambi di regime di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Inoltre, essendo l’Egitto una grande nazione araba sunnita, con l’allineamento al governo siriano e al blocco eurasiatico, l’argomento di Riyadh che si tratti di un conflitto settario viene svalutato. Cairo aggiorna rapidamente anche i rapporti con la Cina per stabilizzare l’economia. Essendo il maggiore centro commerciale del mondo, una grande economia in procinto di essere maggiore dell’UE e suo massimo mercato d’esportazione, il benessere economico e commerciale della Cina dipende dalla sicurezza dell’importante canale di Suez. Cina e Sisi riconoscono che il sostegno estero ai Fratelli musulmani e l’avanzata del terrorismo nel Sinai minacciano la stabilità del canale di Suez, indissolubilmente legata allo sviluppo economico e al futuro dell’Egitto. Secondo fonti militari, la collaborazione di Mursi con i terroristi nel Sinai fu una fonte di disaccordi e caduta conseguente. Infatti, con 5 miliardi di dollari all’anno di ricavi dal canale, è una fonte vitale di valuta forte per un Paese che ha subito il crollo del turismo e degli investimenti stranieri dal 2011. Perciò la Cina ha contribuito a costruire la zona economica del Canale di Suez, e ora ha piani per 45 miliardi di dollari per la capitale ad est di Cairo, nonché per investire 15 miliardi in progetti per energia elettrica, trasporti e infrastrutture. Alcuni di questi progetti saranno finanziati dalla Banca d’investimento infrastrutturale asiatica della Cina (AIIB), dove Cairo è uno dei membri fondatori. L’UE parteciperebbe a questi progetti, come la maggior parte dei Paesi europei che hanno aderito all’AIIB, mentre Stati Uniti e Giappone hanno deciso di rimanerne fuori. In effetti, ciò apre la possibilità a Cina e UE di coordinare AIIB e Fondo Juncker dell’UE nel cofinanziamento di progetti in Paesi terzi, in linea con la politica europea volta ad integrare i vicini orientali e meridionali dell’UE nel Mediterraneo.
Un articolo su al-Ahram descrive il disagio dell’Egitto verso la politica interventista e di cambio dei regimi degli Stati Uniti come ragione del orientamento verso l’Eurasia, di cui il presidente di al-Ahram, Ahmad Sayad al-Nagar, loda l’iniziativa Fascia e Via (OBOR) quale “esempio di cooperazione pacifica, giustizia, uguaglianza e libera scelta nelle relazioni tra Paesi”, in netto contrasto con lo sfruttamento degli USA della “democrazia come pedina per ricattare altri Paesi” e “vile ossessiva politica invasiva” che ha distrutto Iraq e Libia, e ora cerca di distruggere la Siria con “orde di barbari terroristi”. Questo punto di vista fa eco al rimprovero del collaboratore di Asia Times George Koo, alla visione della leadership degli Stati Uniti, giustapponendo l’inclusivo OBOR di Xi Jinping che offre “cooperazione e collaborazione verso la prosperità comune”, mentre “Obama offre l’ombrello antimissile e la via a morte e distruzione”. Mentre in Giappone, il professor Saya Kiba sosteneva, sulla newsletter del Centro per gli studi strategici e internazionali (CSIS), che la “separazione” delle Filippine dagli Stati Uniti non è guidata dall’aiuto economico o militare da Stati Uniti o Cina, ma dalla competizione dei loro valori. Mentre i campioni degli Stati Uniti hanno una definizione ristretta di democrazia e diritti umani come elezione ed espressione politica, con poco riguardo all’impegno strategico nella lotta al terrorismo e riduzione della povertà, la posizione della Cina di non interferenza e rispetto della sovranità va guadagnando slancio nei Paesi in via di ssviluppo. Per Duterte, la politica degli Stati Uniti è un'”intrusione nella sovranità della Filippine”; preoccupazione condivisa da Sisi e altri alleati. Quindi, senza il cambio della politica estera invasiva degli USA, sembra che il nuovo Arco di Sicurezza continuerà a consolidarsi, riallineando la geopolitica del Medio Oriente.CHINA-EGYPT-DIPLOMACYTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La ‘Battaglia di Berlino’ sarà l’ultima del globalismo

Wayne Madsen  Foundation Strategic Culture 02/12/2016angela-merkel-martin-schulz-1-770x561Il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz ha smesso di lavorare a Strasburgo e punta a una carica più alta a Berlino. Schulz, che nel 2003 fu paragonato dal Primo ministro italiano Silvio Berlusconi a una guardia di campo di concentramento nazista, sembra pronto a prendere il timone del partito socialdemocratico (SPD) per impedire alla Germania di entrare nei ranghi della nazioni anti-Unione europea. Schulz, intuendo che Angela Merkel, capo dell’Unione Democratica Cristiana (CDU) e cancelliera eurofila della Germania, in difficoltà mentre annuncia l’intenzione di concorrere al quarto mandato nel 2017, cerca di prendere finalmente da Sigmar Gabriel le redini della SPD, partner della coalizione della Merkel. Per il momento, Schulz sarà felice di divenire ministro degli Esteri al posto di Walter Steinmeier del SPD, che ha deciso di divenire presidente della Germania. Schulz torna a Berlino politicamente ferito. Il Parlamento dell’UE respinge Schulz dal terzo mandato come suo presidente. Il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, campione spesso alticcio di un’Europa federale e dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, minacciava di dimettersi se Schulz veniva respinto dall’assemblea di Strasburgo. Schulz, sconfitto, decideva di continuare la lotta per l’Europa unita al Bundestag tedesco e nella “grande coalizione” della Merkel tra CDU e SPD. Tuttavia, il tiepido sostenitore della coalizione della Merkel, il Primo ministro bavarese Horst Seehofer, avanzava l’intenzione di sfidare la Merkel a cancelliere. Seehofer è un feroce critico della politica dei migranti della Merkel, che ha aperto i confini della Germania a oltre un milione di rifugiati musulmani principalmente dalle zone di guerra di Siria, Iraq, Afghanistan e Africa. Merkel, Schulz e Gabriel continuano a sostenere la politica migratoria della porta aperta, anche da elettori. Seehofer ha realizzato un’alleanza anti-migrazione con i leader dei Paesi alpini limitrofi, in particolare l’Austria. Il candidato presidenziale del Partito della Libertà (OVP) austriaco Norbert Hofer, che si oppone a UE e politica migratoria della Merkel, ha recentemente espresso le sue idee sulla Merkel nel corso di un dibattito con l’avversario pro-UE dei Verdi. Hofer ha detto che Merkel “ha inflitto danni considerevoli all’Europa aprendo i confini ai rifugiati e, di conseguenza, centinaia di migliaia di profughi, tra cui terroristi, sono passati dall’Austria”. Seehofer ha più in comune con il Partito Liberale austriaco di Hofer e il suo leader Heinz-Christian Strache, che la presunta alleata Merkel. L’unica cosa che continua a legare Seehofer alla campionessa delle frontiere aperte Merkel è l’avanzata della controparte tedesca dell’OVP, Alternativa per la Germania (AfD). L’anti-migranti AfD ha sottratto il supporto a CDU-CSU in Germania, con la notevole eccezione della Baviera. L’AfD ha vinto seggi in dieci assemblee statali ed ha il 15 per cento nei sondaggi di opinione. Questo “matrimonio di convenienza” tra Seehofer e Merkel volgerebbe al termine mentre il Primo ministro della Baviera vede l’opportunità di sfidare Merkel per la leadership della CDU-CSU, alla guida di una coalizione conservatrice anti-migranti che sfida l’euro-fanatico Schulz sul palcoscenico nazionale.
TV duel of Schulz, Juncker for EU electionsI rapporti tra gli “alleati” CDU e CSU si ruppero nel 1976, quando il capo della CSU Franz-Josef Strauss recise l’alleanza del partito bavarese con la CDU di Helmut Kohl. Seehofer sa che ha più forza politica di Merkel poiché nei sondaggi i sostenitori dell’AfD indicano che il leader bavarese è più popolare della leader dell’AfD Frauke Petry. La CSU di Seehofer ha, quindi, adottato la dura politica sulla migrazione dell’AfD per corteggiarne i sostenitori. La retorica di Seehofer sui migranti corrisponde a quella dell’AfD. Nel gennaio 2016, Seehofer disse al congresso della CSU che tre milioni di migranti in Germania creeranno un “Paese diverso”, aggiungendo che “la gente non vuole che la Germania o la Baviera diventino un Paese diverso”. Con la CSU e l’AfD Seehofer può estromettere Merkel dalla leadership dell’Unione CDU-CSU. Non solo Seehofer crea un’alleanza operativa con il Partito della Libertà austriaco, ma ha anche raggiunto l’anti-migranti Primo ministro dell’Ungheria Viktor Orban. Seehofer si recò a Budapest a marzo per sostenere l’opposizione di Orban al piano dell’UE di Juncker, Schulz e Merkel per ridistribuire i migranti tra i 28 Stati membri dell’UE, oltre ai quattro membri del trattato di libero scambio di Schengen (Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda) sulla base del sistema delle quote. Seehofer ha anche stretti legami con l’anti-UE e anti-migranti Partito del Popolo svizzero (SVP), arrivato al 29,5 per cento nelle elezioni del 2015 per la camera del Parlamento svizzero. Seehofer ha raggiunto anche il neo-Presidente degli USA Donald Trump, che ha definito la politica dei migranti della Merkel un “disastro” che ha solo aumentato la criminalità in Germania. Seehofer ha invitato Trump in Baviera, nella possibilità che il primo viaggio all’estero di Trump presidente sia per la conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera nel febbraio 2017. Ciò che preoccupa di più globalisti e atlantisti è un’Europa dominata da leader nazionalisti in Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna, Austria, Svizzera, Ungheria e altri Paesi, che cooperi con Trump a Washington e il Presidente Vladimir Putin a Mosca per districare l’Europa da UE, confini aperti, NATO e politica globalista. Quando Seehofer visitò Mosca l’anno scorso incontrando Putin, l’SPD fu aspramente critico verso la politica estera parallela di Seehofer. Un funzionario dell’SPD tuonò, “La politica estera è fatta a Berlino, non a Monaco di Baviera”. La CSU e Seehofer hanno rifiutato tale premessa. La Baviera, dalla lunga storia d’indipendenza da Berlino, vede il governo della CSU creare stretti legami con i partiti affini alpini, tra cui l’UDC in Svizzera, OVP in Austria e il piccolo partito irredentista del Sud Tirolo SVP nel nord Italia. Seehofer ha portato il minuscolo Liechtenstein nell’alleanza alpina. Nel viaggio del 2015 a Monaco, per visitare Seehofer, il primo ministro del Liechtenstein Adrian Hasler affermò “Vorremmo continuare a coltivare l’ottimo clima con la “Baviera libera” in senso positivo. Sono quindi lieto di vedere la continuazione dei buoni rapporti tra Baviera e Liechtenstein”. Seehofer ha anche più in comune con l’anti-migranti presidente socialdemocratico della Repubblica Ceca Milos Zeman e l’alleato partito comunista ceco, che con i partner dell’SPD tedesca. Seehofer può anche contare sul sostegno anti-migranti dei Quattro di Visegrad (V4); Polonia, Slovacchia, Ungheria e Cechia. L’austriaco Hofer vede anche una causa comune tra Austria e V4 sui temi dei migranti e l’UE.
schulzSeehofer coincide su Trump con la leader del Fronte Nazionale e candidata presidenziale francese Marine Le Pen, che definisce l’elezione di Trump “rivoluzione politica”. Le Pen e altri leader nazionalisti europei vedono nascere la “rivoluzione” nel giugno 2016 con il “sì” a sorpresa per la Brexit, con il Regno Unito che lascia l’UE, seguita dalla vittoria a sorpresa di Trump nelle elezioni presidenziali degli USA e la previsione della vittoria della Le Pen nelle elezioni presidenziali francesi del prossimo anno. Le Pen ha promesso di tenere il referendum per la “Frexit” sull’adesione francese all’UE. Con i sogni euro-atlantisti dei globalisti in frantumi Seehofer vede, ovviamente, la possibilità di prendere il timone della Germania da una Merkel sempre più impopolare e guidare la Germania verso l’“atterraggio morbido” sulla scia della dissoluzione dell’UE. Il primo compito di Seehofer a capo della Germania sarebbe scartare con cura l’euro e reintrodurre il marco in una forma che possa essere utilizzata anche da Austria, Benelux e Stati dell’Europa orientale che scelgano di optare per un comune sistema monetario a guida tedesca. Se Seehofer assumesse il cancellierato della Germania dalla screditata Merkel, ci sarà la battaglia finale contro la globalizzazione e l’UE nelle sale del potere a Berlino. Tale battaglia vedrà Seehofer e i suoi alleati anti-immigrati e anti-UE contro le forze guidate dal “kapò” Schulz. Una lotta politica che deciderà non solo il futuro dell’Europa, ma del mondo intero.

Seehofer e Orban

Seehofer e Orban

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Foundation Strategic Culture.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora