Sei ‘pediatri’ uccisi scrivono a Obama…

Moon of Alabama12 agosto 20161024990291Siamo abituati a tanta propaganda guerrafondaia contro la Siria. L'”ultimo ospedale di Aleppo viene distrutto” ogni settimana, i rapporti di Medici per i diritti umani sulla Siria si rivelano delle truffe, video e foto dei “bambini salvati” dal gruppo mediatico “caschi bianchi” finanziato da USA/UK sono delle sceneggiate. Ma ieri l’ampiamente diffusa Lettera aperta dei medici di Aleppo corona la propaganda guerrafondaia dei falsi anti-siriani: “Siamo i 15 ultimi medici che curano i restanti 300000 cittadini di Aleppo orientale. I soldati del regime cercano di circondare e bloccare la città orientale…
Si noti chi ha firmato tale lettera aperta:Cpp1ClSWYAAbwGvIl Guardian spaccia tale propaganda notando furbscamente che: “Non è stato possibile verificare i nomi dei medici firmatari della lettera”. Forse perché sono nomi di noti terroristi? Ma solo i nomi falsi sono un problema… Si noti che non vi è alcun medico di base tra questi quindici medici, sebbene siano di solito la maggior parte dei medici del Paese. Ancora più sorprendentemente, sei dei quindici (1, 2, 4, 12, 13 e 14) s’identificano come “pediatri”. Hmm, non dovevano essere morti? Tutti? L’ultimo pediatra di Aleppo est non fu ucciso il 28 aprile?
CpmkKv9WAAE3-SfI governi “occidentali” e del Golfo spendono i soldi dei contribuenti per tale propaganda guerrafondaia anti-siriana. I “caschi bianchi” da soli riceverebbero 60 milioni di dollari. Dovremmo almeno chiedergli dei falsi più plausibili data l’enorme spesa fatta col nostro denaro.

Fonte: Ali Ornek

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stalin, la Bomba e gli imbecilli occidentali

Micheal D. Gordin, The History Reader 16 luglio 2011RV-AQ260_bkrvpo_J_20150515130807Il 16 luglio, il giorno prima dell’inizio di Terminal, gli scienziati che lavoravano al Progetto Manhattan fecero esplodere la prima atomica del mondo nel deserto di Alamogordo, New Mexico: era l’Operazione Trinity. In cima ad una torre di 30 metri, pezzi di plutonio (un metallo pesante generato dall’uranio arricchito nei reattori atomici, una nuova invenzione), accuratamente sagomati nei segmenti di una sfera, furono fatti implodere in un nucleo denso, avviando la fissione. I nuclei pesanti degli atomi di plutonio si scissero, liberando enormi quantità di energia. Questo processo fisico fu scoperto solo nel dicembre 1938; il plutonio fu segretamente sintetizzato nell’inverno 1940-1941, e ora gli statunitensi ne ottennero un’arma. Il test era andato perfettamente, e la bomba Fat Man, e la più semplice basata su un cannone all’uranio 235 denominata Little Boy, furono spedite nel Pacifico per farle esplodere su città giapponesi appositamente scelte. Forse i sovietici non erano necessari, dopo tutto. Ma a Stalin andava detto. Ufficialmente era un alleato, anche se nessuna delle due parti si fidava dell’altra, e tecnicamente non era ancora un alleato nella guerra del Pacifico. Molti protagonisti statunitensi avevano la crescente sensazione che l’alleanza di Roosevelt e Stalin fosse stata un errore o stava per diventarlo. Forse questo era un campo in cui la tendenza ad essere troppo accoglienti verso i sovietici andava rivista. Il Progetto Manhattan, iniziato come collaborazione anglo-statunitense, aveva deliberatamente ed esplicitamente escluso l’Unione Sovietica fin dall’inizio. Per quanto Truman e Byrnes ne sapessero, Stalin era completamente all’oscuro dei loro sforzi per militarizzare uranio e plutonio, ma certamente l’avrebbe saputo una volta che la prima città venne distrutta all’inizio di agosto, e avrebbe capito che era stato lasciato all’oscuro di proposito. L’impulso iniziale di Byrnes era di continuare così. Il ministro della Guerra Henry L. Stimson non era d’accordo. Stimson era un incaricato anziano nominato da Roosevelt, ed ex-segretario di Stato del presidente repubblicano Herbert Hoover. (Stimson rimase un repubblicano irremovibile sotto i due presidenti democratici che servì). Byrnes, non volendo interferenze, fece di tutto per non invitarlo al vertice di Potsdam, ma Stimson vi andò lo stesso, soprattutto per consigliare Truman su S-1 (il nome in codice del Progetto Manhattan). Il tempo dello stallo con Stalin era finito. Il verbale dell’ultima riunione del Comitato politico combinato anglo-statunitense del 4 luglio 1945, registrava il segretario della guerra già convinto che Potsdam fosse il luogo per sollevare il velo ai sovietici, almeno un po’: “Se nulla viene detto in questo incontro su TA (leghe per tubi = arma atomica) l’immediato uso potrebbe avere un grave effetto sulle relazioni franche tra i tre grandi alleati. (Stimson) aveva quindi consigliato al presidente di osservare l’atmosfera al vertice (di Potsdam). Se la franchezza reciproca su altre questioni era reale e soddisfacente, allora il presidente poteva dire che era stata sviluppata la fissione nucleare per scopi bellici, con buoni progressi; e che un tentativo di utilizzare un’arma sarebbe stato compiuto a breve, anche se non era certo se avrebbe avuto successo”.
1945-molotov Il comitato interinale, un gruppo di funzionari civili e militari con qualche scienziato che Stimson aveva convocato per discutere delle implicazioni in tempo di guerra e nel dopoguerra della bomba atomica, aveva “unanimemente convenuto che sarebbe stato un notevole vantaggio, se utile all’occasione, che il Presidente suggerisse ai sovietici che stavamo lavorando su questa arma con prospettive di successo e che ci aspettavamo di usarla contro il Giappone”. In un primo momento, Truman era ostile all’idea d’informare Stalin, e Winston Churchill lo era altrettanto. Ma la notizia su Trinity cambiò tutto. Stimson scrisse nel suo diario che Churchill “Ora non solo non era preoccupato d’informare i russi sulla questione, ma era piuttosto incline a usarla come argomento a nostro favore nei negoziati“, e continuava: “Il sentimento… è unanime nel ritenere che fosse opportuno dire ai russi almeno che stavamo lavorando su questo tema e dell’intenzione di usarla se e quando completata con successo“. Il 24 luglio, intorno alle 19:30, dopo una dura giornata di negoziati sulle questioni europee, Truman saltellando verso Stalin durante una pausa, lasciandosi l’interprete alle spalle, scambiò qualche parola. Non sapremo mai esattamente cosa disse, ed esattamente cosa rispose Stalin. Lo scambio ebbe ripercussioni enormi, ma Truman, Stalin e l’interprete di quest’ultimo, V. N. Pavlov, non lasciarono alcuna trascrizione immediata di ciò che accadde. L’interprete di Truman, Charles “Chip” Bohlen, rimase indietro mentre il suo capo fece la sua mossa: “Spiegando che voleva essere il più informale e casuale possibile, Truman disse durante una pausa che sarebbe andato verso Stalin e con nonchalance informarlo. Mi disse di non accompagnarlo, come facevo normalmente, perché non voleva indicare che vi fosse nulla di particolarmente importante. Così Pavlov, l’interprete russo, tradusse le parole di Truman a Stalin. Non sentì la conversazione, anche se Truman e Byrnes dissero che c’ero… Dall’altra parte della stanza, guardai con attenzione la faccia di Stalin mentre il presidente dava la notizia. Così estemporanea fu la risposta di Stalin che ebbi il dubbio che il messaggio del presidente fosse arrivato. Avrei dovuto bene sapere di non sottovalutare il dittatore”. Bohlen non fu l’unico che pensò che ci fosse stato un problema di comunicazione. Tutti, Bohlen, Stimson, Byrnes, Churchill, osservarono la conversazione con attenzione, anche se non con troppa attenzione, per non far capire a Stalin che la battuta era importante. Come Byrnes ricordò nelle sue memorie del 1947: “(Truman) disse che aveva detto a Stalin che, dopo una lunga sperimentazione, avevamo messo a punto una nuova bomba molto più distruttiva di ogni altra bomba conosciuta, e che prevedevamo di usarla molto presto, a meno che il Giappone non si arrendeva. L’unica risposta di Stalin fu di essere contento di sentire della bomba e sperava che l’avremmo usata. Fui sorpreso dalla mancanza d’interesse di Stalin. Conclusi che non ne colse l’importanza. Pensai che il giorno dopo avrebbe chiesto ulteriori informazioni. Non lo fece. Più tardi conclusi che, poiché i sovietici tenevano segreti i loro sviluppi militari, pensassero che fosse improprio chiedere dei nostri”. Nel 1958, nella seconda edizione delle memorie, rivide leggermente il suo punto di vista: “Non credevo che Stalin colse il pieno significato della dichiarazione del Presidente, e pensai che il giorno dopo ci sarebbe stata qualche indagine su questa “arma nuova e potente”, ma mi sbagliai. Pensai allora e anche adesso che Stalin non apprezzasse l’importanza delle informazioni dategli; ma ci sono altri che credono che, alla luce delle informazioni successive sui servizi segreti sovietici in questo Paese, fosse già a conoscenza del test del New Mexico, e che a ciò fosse dovuta la sua apparente indifferenza”.
preview.php Il dittatore sovietico non lasciò nulla sullo scambio, ma la sua delegazione lo fece. E’ difficile prendere le memorie del Ministro degli Esteri sovietico V. M. Molotov come completamente affidabili, poiché ricordò qualcosa che nessun altro vide, la propria presenza alla conversazione, ma sembra certo che Stalin l’informasse subito dopo. Ecco il racconto di Molotov: “Truman prese Stalin e me da parte e con uno sguardo misterioso ci disse che avevano un’arma speciale che non era mai esistita prima, un’arma molto straordinaria… E’ difficile dire ciò che pensava, ma mi sembrò che volesse scioccarci. Stalin reagì con molta calma, in modo che Truman pensasse che non avesse capito. Truman non disse ‘bomba atomica’, ma lo capimmo subito“. Ci sono tre caratteristiche importanti della versione sovietica: Truman non specificò mai il carattere nucleare dell’arma; i sovietici conoscevano la realtà delle sue parole, anche se non la rivelarono, e Stalin e il suo entourage la videro come una velata minaccia. Il Maresciallo Georgij Zhukov, Comandante dell’Armata Rossa e quindi figura cruciale a Potsdam, ritenne che Truman andò da Stalin “ovviamente per ricattarlo politicamente“, ma osservò che Stalin “non espresse per nulla i suoi sentimenti, agendo come se non vi trovasse niente di importante nelle parole di H. Truman”. Il che ci lascia l’importante domanda: Cosa pensava Stalin? In effetti, cosa sapeva davvero della bomba atomica prima della battuta di Truman? Truman era certo che non ne sapesse nulla, come dichiarò in un’intervista nel 1959: “Quando (il giornalista del New York Times William Laurence) dice che Stalin sapeva, non è vero. Non ne sapeva assolutamente nulla fin quando accadde… Non ne sapeva più dell’uomo sulla Luna“. Tuttavia, come è ormai evidente dagli archivi sovietici, Truman giudicò male l’avversario. Stalin ne sapeva abbastanza. Il 7 agosto, il giorno dopo la distruzione di Hiroshima con la bomba all’uranio Little Boy, Molotov (ora a Mosca) s’incontrò con l’ambasciatore statunitense Averell Harriman e gli disse: “Voi americani potete tenere un segreto quanto volete“. Harriman osservò “qualcosa di simile a un sorriso” sul volto di Molotov, e più tardi osservò che “il modo in cui lo disse mi convinse che non fosse per nulla un segreto… L’unica sorpresa, suppongo, fu il fatto che il test di Alamogordo ebbe successo. Ma Stalin, purtroppo, sapeva che eravamo molto vicini a testare la prima esplosione di prova“. L’intuizione di Harriman era corretta. Zhukov osservò che Stalin prese Molotov da parte la sera della battuta di Truman e disse, “Dobbiamo discutere con Kurchatov dell’accelerazione del nostro lavoro“. Igor Kurchatov era il direttore scientifico del programma della bomba atomica sovietica. Stalin non sapeva solo della bomba, ma stava costruendo la sua; Truman non solo mancò d’impedire la proliferazione sovietica, ma sembra che l’abbia accelerata.Vets-and-the-Soviet-bombTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Brexit spezza l’asse franco-tedesco

Finian Cunningham, Strategic Culture Foundation 28/07/2016ADAMS20160721-large_trans++uQQdgZTh0ln6MqH4Nw1VP2ymwfxgHQuryvrYAjO8QpYBerlino e Parigi sono da tempo visti quali principali fautori dell’Unione europea. Quando la Gran Bretagna votò l’uscita dal blocco dei 28 membri, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Francois Hollande rafforzarono il loro ruolo di leadership indicando l’allineamento all’“Europa unita” e a difendere il concetto di base dell’UE. Tuttavia, tale ricompattamento delle due prime nazioni dell’UE è soggetta alla debilitante competizione degli interessi nazionali, che tendono a divergere minando l’unità tanto annunciata tra Berlino e Parigi. Ciò che si attende dalla Brexit è l’aumento delle tensioni tra Germania e Francia che potrebbe comportare un’ulteriore frattura nell’UE. Già una divergenza notevole di posizioni è emersa. Quando la nuova prima ministra conservatrice inglese Theresa May ha intrapreso la prima visita all’estero avrebbe dovuto incontrare la cancelliera Merkel a Berlino, e il giorno dopo il presidente Hollande al Palazzo dell’Eliseo, a Parigi. May ha dovuto aspettare fino a sera del secondo giorno per essere ricevuta da Hollande, che lo stesso giorno si era recato in visita ufficiale nella Repubblica d’Irlanda. La strana assenza di Hollande sembrava un affronto sornione alla leader inglese. Più sostanziale è il contrasto di posizioni tedesche e francesi sulla Brexit. La premier inglese aveva annunciato che non ci sarebbe stato l’avvio formale dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea fino all’inizio del prossimo anno. La Gran Bretagna, ha detto May, doveva formulare condizioni economiche adeguate con l’UE prima di firmare l’articolo 50 del Trattato di Lisbona del 2007, innescando così il processo di uscita. Su questa uscita ritardata dall’UE della Gran Bretagna, la cancelliera tedesca sembrava essere d’accordo con l’omologa inglese. Merkel disse che capiva l’importanza per la Gran Bretagna di sistemare le questioni economiche. Al contrario, Hollande avrebbe adottato un atteggiamento molto più irritato, chiedendo che “al più presto possibile” la Gran Bretagna lasci l’UE. Mentre il presidente francese è apparso ammorbidirsi incontrando May, continuava comunque ad esprimere la frustrazione del suo governo con la Gran Bretagna. Parlando a fianco della leader inglese, Hollande ha detto che la Gran Bretagna non può continuare ad avvalersi del mercato unico pur imponendo restrizioni alla libertà di movimento.
La posizione diversa tra Berlino e Parigi verso la Brexit era evidente subito dopo il risultato del referendum inglese. I francesi puntano di più a por termine bruscamente all’adesione della Gran Bretagna all’UE che non i tedeschi. La divergenza tradisce gli interessi nazionali tra Germania e Francia. Per la Germania, il problema è l’economia. La Gran Bretagna in questi ultimi anni è emersa come partner commerciale globale chiave per le esportazioni tedesche. Il mercato inglese dei prodotti tedeschi è quasi il doppio di quello della Francia. Il surplus commerciale annuale della Germania con la Gran Bretagna avrebbe raggiunto circa 48 miliardi di euro, il 25 per cento del surplus totale commerciale della Germania con il resto del mondo. Data l’importanza strategica della crescita economica trainata dalle esportazioni, per il governo tedesco, la Gran Bretagna rappresenta quindi un partner vitale e non va maltrattata. Non stupisce quindi che Merkel mostri comprensione verso la contrattazione di Londra sul piano economico. La cancelliera sa che un rapporto irritato con la Gran Bretagna potrebbe affliggere le esportazioni con tariffe commerciali punitive. E si sa che la Gran Bretagna è ben consapevole della forza contrattuale verso gli interessi di Berlino. Ciò fu accennato dal ministro degli Esteri inglese Boris Johnson quando commentò a New York che la dipendenza economica significa che è “chiaramente nell’interesse dei nostri amici (dell’Unione) continuare un buon rapporto”.
JS95409696 Anche per la Francia, la Gran Bretagna è, ovviamente, un importante partner commerciale. Nelle classifiche mondiali, sono in quinta posizione per esportazioni ed importazioni. Mentre per Germania e Gran Bretagna tali posizioni sulle mutue esportazioni ed importazioni sono seconda e terza. Cioè, per Germania e Gran Bretagna l’economia domina, come riportava il Wall Street Journal. Ciò che sembra più urgente per la Francia è la ripercussione politica della Brexit. il governo nominalmente socialista di Hollande affronterà impegnative elezioni presidenziali e parlamentari all’inizio del prossimo anno. Ciò che interessa ai socialisti in carica e ai rivali di centro-destra di Nicolas Sarkozy è l’ascesa del Fronte Nazionale guidato da Marine Le Pen. Il partito di Le Pen è nettamente anti-UE e si batteva per la Brexit per colpire il “totalitarismo” di Bruxelles. Come il Financial Times riferì poco dopo il referendum inglese: “il partito anti-euro ed anti-immigrazione francese ha sempre attirato la quota maggiore di voti al primo turno delle elezioni locali ed europee negli ultimi due anni. La leader Marine Le Pen, che potrebbe passare al secondo turno delle elezioni presidenziali del prossimo anno, ha già avviato la campagna per invocare un referendum sull’adesione francese, se vincesse”. Ciò che teme la dirigenza francese è il “contagio” della Brexit infervorarsi nei prossimi mesi fino alle elezioni nazionali. Tale è il malcontento popolare verso l’establishment politico, non solo in Francia ma in tutta l’UE, per l’austerità economica, i problemi dell’immigrazione, il terrorismo, le sanzioni inutili e le tensioni con la Russia, e il servilismo verso la politica estera di Washington, che il Fronte Nazionale di Le Pen ha una buona probabilità di ricevere un voto di protesta enorme. Tanto più che la debacle della Brexit porta acqua al mulino di Le Pen, così come ad altri partiti anti-europei in ascesa nei Paesi Bassi, Italia, Danimarca e Germania. Con il Fronte Nazionale francese che ottiene notevoli guadagni elettorali negli ultimi anni, l’ultima cosa che le autorità di Parigi vogliono vedere è Le Pen ricavare ulteriore impulso dalla Brexit. Se la Gran Bretagna esce dall’UE facendo dispute sui termini del divorzio, il pericolo è che ciò rafforzi la piattaforma politica anti-UE di Le Pen e incoraggi gli elettori francesi a seguire il Fronte Nazionale.
Nel frattempo, in Germania, il partito anti-UE Alternative fur Deutschland (AFD) ancora non costituisce una minaccia elettorale seria per la CDU di Merkel e i partner della coalizione, i socialdemocratici. La prima preoccupazione della Germania è concedere alla Gran Bretagna un pacchetto economico tale da mantenere forte l’economia basata sull’export. Ma così la posizione morbida di Berlino verso Londra irriterà Parigi, dove una Brexit ritardata e favorevole sarà vista come una spinta elettorale del Fronte Nazionale. Così la Brexit spinge Berlino e Parigi in due direzioni opposte che inevitabilmente affliggeranno le relazioni tra i due pilastri dell’UE. La turboeconomia guidata dalle esportazioni della Germania e la sua austerità fiscale furono la fonte di recriminazioni tra Berlino e Parigi e altri Stati dell’Europa meridionale. Berlino è accusata di egoismo e di perseguire spietatamente i propri interessi economici nazionali a danno dell’interesse collettivo dell’UE. Ad esempio, la Germania fu chiamata a stimolare l’importazione dalle deboli economie europee, concedendo il sostegno di cui hanno molto bisogno. D’altra parte, Berlino vede Parigi come trasgressore cronico del deficit commerciale e di bilancio. Le posizioni contrastanti sulla Brexit di sicuro accentueranno tali vecchie tensioni tra Berlino e Parigi. Ciò illustra il limite della presunta unità europea. Mentre i sostenitori dell’Unione europea come Merkel e Hollande invocano “solidarietà e forza collettiva”, appare ovvio che quando si punta sul serio, ogni Stato membro persegua i propri interessi nazionali, anche a scapito degli altri membri.7e6780f16ba44109bddf351ac4f58796-593x443La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La portaerei da 12,9 miliardi di dollari degli USA non è pronta per la guerra

Anthony Capaccio, Bloomberg News, 20 luglio 2016USS_Gerald_R._Ford_(CVN-78)_on_the_James_River_in_2013L’USS Gerald R. Ford da 12,9 miliardi di dollari, la nave da guerra più costosa mai costruita, ha difficoltà a far decollare e a recuperare i velivoli, e nell’attivare la difesa impiegando le munizioni, secondo il controllore degli armamenti del Pentagono. I relativi sistemi di bordo hanno problemi di scarsa o ignota affidabilità, secondo un documento del 28 giugno. “Questi quattro sistemi influiscono sulle principali operazioni di volo“, afferma Michael Gilmore, direttore del dipartimento della Difesa per i test operativi e di valutazione, agli acquirenti degli armamenti del Pentagono e della Marina Frank Kendall e Sean Stackley. “A meno che questi problemi siano risolti, il che probabilmente richiederà riprogettare” i sistemi di lancio e appontaggio degli aeromobili, “sarà limitata notevolmente l’efficienza della CVN-78 nelle operazioni di combattimento“, scriveva Gilmore.

Ulteriori ritardi
I problemi di affidabilità fanno sì che la consegna della Ford, la prima di tre portaerei programmate per 42 miliardi di dollari, probabilmente subirà ulteriori ritardi. La Marina annunciava che la nave, che originariamente doveva entrare in servizio nel settembre 2014, non sarà consegnata prima di novembre 2016, a causa di continue problemi in test non specificati. La Marina dispone di 10 portaerei dal ritiro dell’USS Enterprise nel 2012. L’estensione dei compiti delle altre navi ha gravato sugli equipaggi ampliandone notevolmente gli impegni globali dalla lotta contro lo Stato islamico a garantire la libertà di navigazione nel Mar Cinese Meridionale, da cui passano 5 trilioni di dollari di commercio ogni anno. Un ritardo prolungato potrebbe anche ostacolare i militari in caso di un nuovo conflitto. “Secondo stime sull’affidabilità attuale, la CVN-78 difficilmente potrà condurre intense operazioni di volo“, avendo come requisito quattro giorni di operazioni continue di 24 ore, “in caso di guerra“, ha scritto Gilmore. Con l’approssimarsi della consegna della nave da parte delle Huntington Ingalls Industries Inc., “le preoccupazioni sull’affidabilità di questi sistemi rimangono e il rischio di inefficienza della nave in combattimento cresce se tali problemi di affidabilità restano irrisolti“, aveva detto Gilmore.

Ritardi “inaccettabili”
Il senatore repubblicano John McCain, presidente della Commissione Forze Armate del Senato, definiva l’annuncio della Marina di ulteriori ritardi “inaccettabile”, aggiungendo che si tratta di un “caso da manuale perché il nostro sistema di acquisizione va riformato“. Una portavoce della Marina, la Tenente Kara Yingling, ha detto che la Marina sapeva della relazione, ma ha indicato per ulteriori commenti l’ufficio di Kendall. Il portavoce di Kendall, Mark Wright, ha scritto in una e-mail “non riteniamo opportuno diffondere la nostra risposta a questa nota interna“. La Marina ha detto che le Huntington Ingalls di Newport News, in Virginia, è un ottimo cantiere. Molte tecnologie installate sulla portaerei capoclasse sono prodotte da altre aziende. Il mese precedente la costruzione della nave era per il 98 per cento completata, secondo la Marina. Huntington Ingalls ha consegnato oltre il 97 per cento dei compartimenti e l’89 per cento dei test di bordo è stato completato, secondo la Marina.uss-gerald-ford-aircraft-carrier-cvn-78-01Le prove della nave
La Marina prevede d’impiegare la Ford entro il 2021 per le operazioni dopo una serie di esercitazioni di manutenzione e addestramento e il completamento di tutte le prove in mare, entro l’anno fiscale 2018, quindi c’è il tempo per correggere le carenze prima di possibili operazioni di combattimento. Eppure i problemi citati finora sono fondamentali per il successo della nave. Gilmore ha detto che i cavi d’arresto della portaerei per l’appontaggio degli aeromobili e il sistema di lancio, prodotti dalla General Atomics di San Diego, mostrano vari livelli d’insufficiente affidabilità. Meghan Ehlke, portavoce della General Atomics, non ha risposto a una e-mail di commento. I cavi d’arresto, criticati dall’ispettore generale del Pentagono in un rapporto del 6 luglio, presenta le più gravi limitazioni di affidabilità ed “è improbabile che possa supportare intense operazioni di volo”, ha detto Gilmore. L’affidabilità “è ben al di sotto delle aspettative e di ciò che è necessario funzioni in combattimento”.

Sistema d’arresto
La Marina stima che i cavi d’arresto potrebbero reggere circa 25 atterraggi consecutivi, prima di guastarsi. Ciò significa una “trascurabile probabilità di adempiere” a 4 giorni di missioni operative “senza un guasto“, ha scritto Gilmore. L’affidabilità del sistema di lancio elettromagnetico è migliore, ma “comunque preoccupa“, ha scritto Gilmore. Dati recenti indicano che la portaerei può effettuare soli 400 lanci prima di un guasto critico, “ben al di sotto del requisito” di 4166 decolli, secondo Gilmore. Gilmore ha detto che il sistema avrebbe dovuto aumentare l’affidabilità a 1600 lanci “per avere la probabilità del 90 per cento di completare una giornata di operazioni prolungate“. L’Ufficio programmazione della Marina ha stabilito che la portaerei “ha meno del 7 per cento di probabilità di completare quattro giorni di operazioni di combattimento”, scriveva Gilmore.

Sistemi radar
L’affidabilità del radar a doppia banda della Raytheon Co. utilizzato per il controllo del traffico aereo e la difesa contro aerei e missili “è sconosciuta“. I test terra del sistema utilizzano un software ancora in fase di sviluppo e alcuni problemi di affidabilità dell’hardware sono emersi. I test indicano che il tasso dei guasti della potenza di picco e dei moduli trasmettitore-ricevitore sono scesi, ma il radar di serie “non sarà completamente testato” finché la nave non solcherà i mari, ha detto. Ciò nonostante, la Marina ha elogiato il sistema radar, dicendo che in fase di test tutti e sei i pannelli per rilevare e monitorare gli obiettivi “hanno raggiunto la potenza di picco richiesta” e “i bersagli opportuni” furono rilevati con successo. I test hanno anche limitato l’uso degli ascensori per movimentare le bombe tra i depositi e il ponte di volo, così “la loro affidabilità è ignota ed è un rischio“, secondo Gilmore. La Ford dispone di 11 ascensori per le armi.USSFordPano-copyTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Russia, Iran, Cina puntano al multipolarismo, unica salvezza del mondo

Vladimir Golstein, FARS 17 luglio 2016XiPutinObamaRussia, Iran e Cina ritengono che il mondo multipolare sia l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto più e più volte come i dettami unilaterali degli Stati Uniti invece di risolvere i problemi, li aggravino, secondo il Professor Vladimir Golstein. Vladimir Golstein è nato a Mosca, ma si recò negli Stati Uniti nel 1979, dove studiò alla Columbia e a Yale. È professore di letteratura e cinema russi presso la Brown University. Il Professor Golstein ha scritto articoli sulle opere di molti autori russi del XIX e XX secolo. Autore dei Racconti dell’eroismo di Lermontov del 1998, Golstein ha ampiamente scritto su politica estera di Russia e Stati Uniti. In un’intervista esclusiva a Khamenei.ir, il Professor Vladimir Golstein interviene su politiche imperialiste degli Stati Uniti, crisi ucraina e siriana, Turchia, Brexit e possibili conseguenze per il mondo.
Quanto segue è il testo integrale dell’intervista:

D: Cosa c’è sotto l’ipocrisia nel dividere i terroristi in buoni e cattivi per l’alleanza USA-NATO?
R: C’è una nota frase che avrebbe detto un diplomatico del dipartimento di Stato: “E’ un deficiente, ma è il nostro deficiente”. Tale approccio del “deficiente” in politica estera continua a dominare nel mondo, e nell’alleanza USA-NATO in particolare. Così sono arrivati a presentare i neonazisti ucraini che hanno orchestrato la presa del potere a Kiev da “combattenti della nuova Ucraina democratica” o “coraggiosi resistenti all’aggressione di Putin”, mentre contemporaneamente chiamano le anime coraggiose dell’Ucraina orientale che resistono al colpo di Stato ucraino e ai suoi obiettivi volti a riorientare nettamente la politica interna ed estera ucraina, “separatisti, terroristi o esercito di Putin”. Una volta chiaro il modello che descrive coloro promossi dai giochetti meschini del dipartimento di Stato come “combattenti per la libertà”, e coloro che vi resistono come “terroristi” o “scagnozzi del tiranno”, è molto facile vedervi l’ipocrisia della politica estera di USA/NATO. Ciò che vi è sotto è la mera lotta per il dominio del mondo, il mero desiderio di affermare il proprio potere, demonizzando i Paesi che vi resistono. Mentre i politici occidentali e i loro mass media godono temporaneamente del successo nel tradurre i propri obiettivi politici o economici nel dominio mondiale, con linguaggio facilmente comprensibile spacciato al pubblico, è sempre più evidente a sempre più persone come i Paesi occidentali non siano interessati a promuovere la democrazia, ma piuttosto regimi che li aiutino a mantenere il predominio economico e politico.

D: La politica estera interventista degli USA finirà al più presto?
A: Ho il sospetto che finirà una volta che incontrerà la forte resistenza del mondo unificato. Finora, gli Stati Uniti hanno avuto successo nel presentare i Paesi che resistono come canaglie, Paesi delegittimati che possono e devono essere bombardati. E finora hanno incontrato scarsa resistenza, ovviamente accrescendone arroganza e incoscienza. Credo che sia dovere dei Paesi BRICS insieme ad altri potenti attori in altre regioni, far capire agli Stati Uniti che alcun Paese sa tutta le verità, che le controversie vanno affrontate coi negoziati, che il bullismo su altri Paesi per sottometterli è destinato a produrre risultati molto negativi nel lungo periodo. Come sappiamo, “il potere corrompe e il potere assoluto corrompe assolutamente”. Queste sagge parole di Lord Acton dovrebbero essere scritte su ogni edificio di Washington, dato che è chiaro che il potere assoluto che gode dal crollo dell’Unione Sovietica è stato molto dannoso sia per gli Stati Uniti che per il resto del mondo. Quello che trovo incoraggiante è che gli elettori trovano la politica interventista di Hillary Clinton sempre meno attraente. In altre parole, i savi negli Stati Uniti sono sempre più consapevoli che saranno se non la prima, la seconda vittima di tali interventi e prepotenze idioti.

D: Come possono Russia, Iran, Cina e altre grandi potenze indipendenti fermare il bellicismo degli USA nel mondo?
R: Questi Paesi potrebbero avere varie differenze e contese, ma sanno che il mondo multipolare è l’unica condizione per lo sviluppo futuro del nostro pianeta e dei suoi abitanti. Hanno visto ripetutamente come i dettami unilaterali degli USA, invece di risolvere i problemi, li aggravino. Così è, ovviamente, nel loro interesse unirsi sul tema della multipolarità e insistere, attraverso varie istituzioni o anche nuove alleanze militari, per premere sugli Stati Uniti affinché il loro solito modo d’agire non sia accettato e che gli costerà caro continuare nel loro unilateralismo.

D: Come l’Asse della Resistenza ha sventato il complotto degli Stati Uniti nel sud-ovest asiatico?
A: Sono sicuro che un potente strumento di resistenza agli Stati Uniti si delinei nel mondo attraverso l’economia. Il “soft power” cinese non va sottovalutato. E’ importante per l'”Asse della Resistenza” contrastare il dominio degli Stati Uniti non solo sul campo militare ma, ancor più in campo economico, politico e intellettuale. Se gli Stati Uniti vogliono persistere con il denaro e le bombe, attraendo il peggio del genere umano, come paura o avidità, l’Asse della Resistenza dovrebbe fare appello al meglio: spirito di collaborazione, creatività, accettazione delle differenze, cameratismo umano.

D: Cosa ha spinto il premier turco a scusarsi, infine, per l’abbattimento dell’aviogetto russo? È sicuro dire che la situazione muta a sfavore dei terroristi e dei loro sostenitori?
R: Il premier turco Erdogan ha capito che con la sua ipocrisia autoritaria s’è creato troppi nemici nel proprio Paese e nel mondo. A un certo punto, emblematico anche per gli Stati Uniti, i suoi successi economici gli diedero un’aura di invincibilità, cominciando a sfidare i suoi immediati vicini (Siria e Russia), così come Paesi lontani come Germania o addirittura gli Stati Uniti d’America per il sostegno ai curdi siriani. Alla fine ha capito, tuttavia, che non poteva fare molto se il resto del mondo lo guarda con ostilità e sospetto, e che l’unico motivo per cui è tollerato è la posizione geografica strategica del suo Paese. Di conseguenza, quando i costi economici e politici sono divenuti chiari, è corso a ristabilire buoni rapporti con i vicini e rivali tradizionali, come Israele e Russia. A quanto pare, sarebbe anche coinvolto nelle trattative con il governo siriano e sarebbe disposto a por termine al sostegno ai vari combattenti che sfidano il regime siriano. Spero che persegua una decisione pragmatica, e non permetta all’asse USA/NATO di sabotare questi passi dovuti per raggiungere pace e prosperità nella regione. Ciò non significa che la lotta al terrorismo è a una svolta. I terroristi continueranno a svolgere un ruolo importante in varie guerre per procura; sono strumenti essenziali per tali guerre. Non vi è alcuna indicazione che l’Arabia Saudita sia pronta a fermare il supporto ai vari gruppi terroristici sunniti. In realtà, sembra all’offensiva, in risposta immediata ai tentativi turchi di restaurare la diplomazia nella regione. L’attacco terroristico all’aeroporto di Istanbul è stato un chiaro messaggio dai terroristi che ancora godono di ampio sostegno in tanti Paesi che trovano il conflitto regionale vantaggioso.

D: Quale sarebbe il possibile effetto della Brexit sulla crisi in Siria?
R: La Brexit avrà un grande effetto nel mondo, non solo in Siria. Il messaggio della Brexit è chiaro: le popolazioni sono sempre più stanche delle incompetenti élite che guidano, o piuttosto rovinano, l’economia e le relazioni con altri Paesi in loro nome. Non vedono alcun beneficio dal modo con cui Stati Uniti, NATO e UE guidano il mondo. Di conseguenza, entriamo nell’era dello scetticismo, l’epoca in cui le vecchie storie non fanno più presa, è l’epoca in cui i governi dovranno spiegare e giustificare il loro coinvolgimento nelle guerre all’estero. L’era degli interventi all’estero, o almeno l’epoca in cui tali interventi non venivano discussi, sembra finita. Senza il sostegno finanziario e militare ai diversi gruppi terroristici che costantemente affrontano il governo del Presidente Assad, è chiaro che il Presidente riaffermerà il proprio potere, ponendo fine alla guerra civile che lacera il Paese. Il popolo siriano dovrà trovare una soluzione politica alle differenze, piuttosto che farsi usare da vari padrini geopolitici di tutto il mondo.С_Председателем_КНР_Ху_Цзиньтао_«Сковородино_–_Дацин».Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora