Come gli USA attaccano i governi di sinistra latinoamericani

Alexander Main e Dan Beeton, Mondialisation, 7 ottobre 2016 – Jacobin 29 settembre 2015

Per chi sia interessato alle relazioni internazionali in America Latina, e più in particolare alla politica estera degli Stati Uniti nella regione, i cablo diplomatici statunitensi pubblicati da WikiLeaks sono un’inaspettata ricchezza di informazioni che va oltre parole e dichiarazioni, avvicinando le azioni. Alexander Main e Dan Beeton, che lavorano presso il Centro per la ricerca economica e politica (Washington DC), hanno partecipato al lavoro collettivo Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero USA (2015). In questo testo, pubblicato il 29 settembre 2015 sul sito web della rivista Jacobin, gli autori riassumono l’interferenza contemporanea degli USA in diversi Paesi dell’America Latina, riflessa dai dispacci diplomatici. Conclusero nel settembre 2015 che “nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni”. Un anno dopo, con l’elezione di Mauricio Macri in Argentina (10 dicembre 2015), la rimozione di Dilma Rousseff in Brasile (31 agosto, 2016) e i problemi economici e politici del governo di Nicolás Maduro in Venezuela, il panorama è chiaramente offuscato.1001648All’inizio dell’estate 2015, il mondo vide la Grecia tentare di resistere a un diktat neoliberista disastroso e di conseguenza ricevere una severa reprimenda. Quando il governo greco, di sinistra, decise di tenere un referendum nazionale sul programma di austerità imposto dalla troika, la Banca centrale europea rispose limitando la liquidità concessa alle banche greche. Di conseguenza, le banche del Paese dovettero chiudere a lungo e la Grecia affondò nella recessione. Nonostante lo schiacciante rifiuto del programma di austerità da parte dell’elettorato, la Germania e il cartello dei creditori europei ignorarono la democrazia e ottennero ciò che volevano: l’adesione completa della Grecia della loro agenda neoliberista. Per quindici anni, una battaglia simile si è svolta contro il neoliberismo nel continente, per lo più sconosciuta al pubblico. Anche se inizialmente Washington cercò di reprimere ogni opposizione, la resistenza dell’America Latina all’agenda neoliberista in sostanza vinse. Si tratta di un’avventura epica che abbiamo scoperto esplorando il grande tesoro dei dispacci diplomatici pubblicati da Wikileaks. Il neoliberismo si era ben consolidato in America Latina molto prima che Germania e autorità della zona euro cercassero d’imporre adeguamenti strutturali alla Grecia e ad altri Paesi periferici indebitati. Facendo uso di coercizione (condizionando i prestiti del FMI, per esempio) e indottrinamento (anche attraverso la formazione, sostenuta dagli Stati Uniti, dei “Chicago Boys” nella regione), gli Stati Uniti a metà anni ’80 imposero in America Latina il vangelo delle austerità fiscale, deregolamentazione, “libero commercio”, privatizzazione e drastica riduzione del pubblico. Il risultato appare sorprendentemente simile a quello osservato in Grecia: stagnazione della crescita (praticamente alcun aumento del reddito pro-capite dal 1980 al 2000), povertà crescente, declino del tenore di vita di milioni di persone e moltiplicazione per aziende ed investitori stranieri delle opportunità di guadagnare denaro facile. Entro la fine degli anni ’80, la regione entrò in tensione e rivolta contro le politiche neoliberiste. Inizialmente, la ribellione fu spontanea e disorganizzata, come nel caso della rivolta del Caracazo in Venezuela nelle prime settimane del 1989 [1]. Ma più tardi, gli avversari del neoliberismo cominciarono a vincere le elezioni e, con grande sorpresa delle dirigenza statunitense, mantennero le promesse elettorali avviando misure contro la povertà e le politiche eterodosse che ribadiscono il ruolo dello Stato nell’economia. Dal 1999 al 2008, le elezioni presidenziali furono vinte dai candidati di sinistra in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Troviamo gran parte della storia degli sforzi del governo degli Stati Uniti per contenere e invertire l’ondata antineoliberale nelle decine di migliaia di cablo, diffusi da Wikileaks, delle missioni diplomatiche statunitensi nella regione, dai primi anni di George W. Bush all’inizio della amministrazione Obama.
I cablo che analizziamo nel libro The Files Wikileaks: Il mondo secondo l’impero degli Stati Uniti, illuminano i meccanismi d’intervento politico quotidiani di Washington in America Latina (e il ridicolo ritornello ripetuto dal dipartimento che afferma che “gli Stati Uniti non interferiscono nella politica interna di altri Paesi“). Sostegno economico e strategico è previsto ai gruppi di opposizione di destra, anche violenti e antidemocratici. I cablo riflettono anche in modo vivido l’ideologia dei rappresentanti degli Stati Uniti, che ragionano come fossero nella guerra fredda e cercano misure coercitive simili a quelle per soffocare la democrazia greca. Naturalmente, i media mainstream hanno largamente ignorato tale imbarazzante cronaca dell’aggressione imperialista, preferendo concentrarsi sulle bubbole diplomatiche degli USA invece che sulle azioni imbarazzanti ed illegali dei funzionari all’estero. I pochi esperti che hanno condotto un’analisi esaustiva dei cablo, in genere sostengono che non vi sia alcuna differenza significativa tra discorso ufficiale degli Stati Uniti e realtà rappresentata nei cablo. Dando retta agli analisti delle relazioni internazionali degli Stati Uniti, “non si trova l’immagine degli Stati Uniti quale burattinaio onnipotente che tira le fila dei governi nel mondo per gli interessi delle proprie aziende“. L’esame dettagliato dei cablo però smentisce tale asserzione.

“Questo non è un ricatto”
evo_morales_copia1 Alla fine del 2005, Evo Morales vinse in modo schiacciante le elezioni presidenziali della Bolivia su una piattaforma focalizzata su riforma della Costituzione, diritti degli indiani e impegno a combattere povertà e neoliberismo. Il 3 gennaio, due giorni dopo l’elezione, Morales ricevette la visita dell’ambasciatore degli Stati Uniti David L. Greenlee, che non perse tempo: gli aiuti concessi dagli Stati Uniti alla Bolivia saranno condizionati dal buon comportamento del governo Morales. La scena poteva essere stata tratta dal film Il Padrino: “L’ambasciatore ha sottolineato l’importanza del contributo degli Stati Uniti per le istituzioni leader internazionali, da cui dipende l’aiuto concesso alla Bolivia, come ad esempio Banca internazionale per lo sviluppo (BIS), Banca mondiale e Fondo monetario internazionale. “Quando si pensa al BIS, si pensa agli Stati Uniti”, disse l’ambasciatore. “Questo non è un ricatto, ma la pura realtà“.” Ma Morales attuò il suo programma. Nei giorni seguenti all’arrivo al comando, annunciò l’intenzione di regolare il mercato del lavoro, ri-nazionalizzare gli idrocarburi e approfondire la cooperazione con la nemesi di Washington, Hugo Chávez. In risposta, Greenlee avanzò una “gamma di opzioni” per forzare Morales a piegarsi alla volontà del governo degli Stati Uniti: imporre il veto sulla concessione dei prestiti multilaterali, da diversi milioni di dollari, rinviare l’alleggerimento programmato del debito multilaterale, scoraggiare la Millennium Challenge Corporation dal fornire assistenza finanziaria (che la Bolivia non ha ancora ricevuto, anche se è uno dei Paesi più poveri dell’emisfero) e fermare il “sostegno materiale” alle forze di sicurezza boliviane. Purtroppo per il dipartimento di Stato, fu subito chiaro che, come previsto, tali minacce sarebbero rimaste lettera morta. Morales aveva già deciso di ridurre fortemente la dipendenza della Bolivia dal credito multilaterale che richiedeva l’approvazione del Tesoro degli Stati Uniti. Nelle settimane seguenti l’insediamento, Morales annunciò che la Bolivia non si sentiva in debito con il FMI e avrebbe lasciato estinguere il contratto di finanziamento stipulato con questi. Anni dopo, Morales consigliò alla Grecia e ad altri Paesi europei indebitati a seguire l’esempio della Bolivia e di “liberarsi dal diktat economico del Fondo monetario internazionale“. Impossibilitato ad imporsi su Morales, il dipartimento di Stato si dedicò a rafforzare l’opposizione in Bolivia. Aiuti furono concessi dagli Stati Uniti alla regione della Media Luna [2] controllata dall’opposizione aumentarono. Un cablo dell’aprile 2007 si occupa del “maggiore impegno dell’USAID nel consolidare le amministrazioni regionali, in modo da controbilanciare il governo centrale”. Un rapporto dell’USAID del 2007 afferma che l’Ufficio delle Iniziative di Transizione (ITO) “aveva approvato 101 sovvenzioni per un totale di 4066131 di dollari per aiutare i governi dipartimentali a migliorare la loro strategia”. Crediti inoltre furono concessi ai gruppi indiani locali “contrari alla visione di Evo Morales delle comunità indiane”. Un anno dopo, i dipartimenti della Media Luna si ribellarono apertamente al governo Morales, prima tenendo un referendum sull’autonomia, dichiarato illegale dalla magistratura nazionale, e quindi sostenendo dimostrazioni violente in favore dell’autonomia in cui fu uccisa almeno una ventina di sostenitori del governo. Molti credevano che un colpo di Stato fosse imminente. La situazione si calmò su pressione di tutti gli altri presidenti del Sud America, che dichiararono congiuntamente sostegno al governo costituzionale del Paese. Ma mentre il blocco sudamericano supportava Morales, gli Stati Uniti comunicavano regolarmente con i capi dei movimenti di opposizione separatisti, anche se evocavano apertamente la possibilità di “distruggere i gasdotti” e “la violenza come opportunità per costringere il governo ad impegnarsi seriamente nel dialogo…” A differenza della posizione ufficiale negli eventi di agosto e settembre 2008, il dipartimento di Stato considerò sul serio la possibilità di un colpo di Stato contro il Presidente boliviano Evo Morales, o il suo assassinio. Un cablo rivela l’intenzione dell’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz di prepararvisi: “Il comitato d’azione di emergenza svilupperà, con la squadra di valutazione situazionale del Comando Sud statunitense, un piano di risposta rapida in caso di emergenza improvvisa, vale a dire un tentativo di colpo di Stato o la morte del Presidente Morales“, si legge sul cablo. Gli eventi del 2008 furono presentati quale maggiore sfida alla presidenza di Morales, quando la possibilità di perdere il potere era vicina. I preparativi dell’ambasciata per la possibile caduta di Morales indicano che almeno gli Stati Uniti consideravano vera la minaccia su di lui. Il fatto è che non dissero al pubblico chi Washington appoggiasse nel conflitto, e quali risultati avrebbe probabilmente preferito.

Un lavoro meccanico
1004671 Alcuni metodi d’intervento applicati in Bolivia riapparvero in altri Paesi guidati da governi di sinistra. Così, dopo il ritorno dei sandinisti al potere in Nicaragua nel 2007, l’ambasciata degli Stati Uniti a Managua accelerò il rafforzamento del sostegno al partito di destra, l’Alleanza Liberale del Nicaragua (ALN). Nel febbraio 2007, il personale dell’ambasciata incontrò il capo della pianificazione della NLA e le spiegò che gli Stati Uniti “non forniscono assistenza diretta ai partiti politici“, suggerendo di aggirare tale limitazione rafforzando i legami con le ONG amiche, per ricevere fondi dagli Stati Uniti. La rappresentante della NLA disse che avrebbe mandato “l’elenco completo delle ONG che di fatto sostenevano l’azione della NLA” e l’ambasciata prese accordi affinché “incontrasse presto gli amministratori locali dell’IRI (International Republican Institute) e del NDI (National Democratic Institute for International Affairs)“. Fu anche scritto nel cablo che l’ambasciata “osserverà da vicino la raccolta dei fondi per sviluppare le capacità della NLA”. Bisognerebbe far leggere questi cablo a coloro che studiano la diplomazia statunitense e a coloro che cercano di sapere cos’è esattamente il sistema di “promozione della democrazia” degli Stati Uniti. Attraverso USAID, National Endowment for Democracy (NED), NDI, IRI e altri organismi parastatali, il governo degli Stati Uniti da notevole sostegno ai movimenti politici che appoggiano gli obiettivi economici e politici degli Stati Uniti. Nel marzo 2007, l’ambasciatore degli Stati Uniti in Nicaragua chiese al dipartimento di Stato di pagare “nei prossimi quattro anni 65 milioni in più del solito, per le prossime elezioni presidenziali“, finanziando “il consolidamento di partiti politici e organizzazioni non governative” democratici e “piccoli sussidi occasionali dell’ultimo momento, per raddoppiare gli sforzi dei gruppi nel difendere la democrazia in Nicaragua, far avanzare i nostri interessi e combattere chi ci attacca“.
In Ecuador, l’ambasciata degli Stati Uniti si oppose all’economista di sinistra Rafael Correa ben prima delle elezioni del 2006 che lo portarono al potere. Due mesi prima delle elezioni, il consigliere politico dell’ambasciata allertò Washington sul rischio che Correa “aderisse al gruppo di leader sudamericani nazional-populisti Chávez, Morales e Kirchner“, aggiungendo che l’ambasciata “ha avvertito i nostri contatti politici, economici e mediatici sulla minaccia che Correa rappresenta per il futuro dell’Ecuador incoraggiando fortemente a costruire alleanze che controbilancino il radicalismo evidente di Correa“. Subito dopo l’elezione di Correa, l’ambasciata inviò il suo piano d’azione al dipartimento di Stato: “Non abbiamo alcuna illusione che le sole azioni del USG [3] bastino a cambiare la direzione del governo o del Congresso, ma speriamo di aumentare l’influenza lavorando con altri ecuadoriani e altri gruppi che condividono le nostre idee. Senza l’azione, le riforme proposte da Correa e il suo atteggiamento nei confronti del Congresso e dei tradizionali partiti politici potrebbero estendere l’attuale periodo di tensioni e instabilità politica”. I peggiori timori dell’ambasciata si verificarono. Correa annunciò che avrebbe chiuso la base aerea statunitense di Manta, aumentato la spesa sociale e spinto per la convocazione dell’assemblea costituente. Nell’aprile 2007, gli ecuadoriani votarono per l’80% l’assemblea costituente proposta, e il 62% degli elettori approvò la nuova costituzione nel 2008, che comprende vari principi progressisti come sovranità alimentare, diritto ad alloggio, assistenza sanitaria e lavoro, e controllo dell’esecutivo sulla banca centrale (enorme sasso nello stagno neoliberista). All’inizio del 2009, Correa annunciò che l’Ecuador non avrebbe rimborsato parte del debito estero, mettendo in allarme l’ambasciata, assieme alle altre misure come la decisione di Correa di rafforzare i legami tra l’Ecuador e gli Stati membri dell’Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America (ALBA) [4]. Ma l’ambasciatore era anche consapevole che gli Stati Uniti avevano poco potere su Correa: “Spieghiamo privatamente che le azioni di Correa avranno conseguenze nelle relazioni con la nuova amministrazione Obama, evitando di fare dichiarazioni pubbliche che sarebbero controproducenti. Non consigliamo di smettere i programmi dell’USG utili ai nostri interessi perché non incoraggiano Correa ad essere più pragmatico”. La sospensione parziale dei pagamenti dell’Ecuador diede i suoi frutti e permise al governo di risparmiare quasi due milioni. Nel 2011, Correa consigliò di applicare lo stesso rimedio ai Paesi indebitati europei, tra cui la Grecia, consigliandogli di non onorare i debiti ed ignorare il parere del FMI.

La piazza è in fermento
576160 Durante la guerra fredda, la presunta minaccia dell’espansione del comunismo sovietico-cubano fu utilizzata per giustificare gli innumerevoli interventi per far cadere i governi di sinistra e sostenere regimi militaristi. Allo stesso modo, i cablo di WikiLeaks mostrano che negli anni 2000 lo spettro del “bolivarismo” del Venezuela fu utilizzato per giustificare gli interventi contro i nuovi governi di sinistra ostili al neoliberismo, come la Bolivia, accusati di essere “apertamente caduta nel grembo del Venezuela“, o l’Ecuador, considerato “cavallo di Troia di Chávez“. Le relazioni degli Stati Uniti con il governo di Hugo Chávez degenerarono subito. Chavez, eletto presidente nel 1998, al contrario di tutte le politiche economiche neoliberiste, forgiò stretti legami con la Cuba di Fidel Castro e criticò fortemente l’attacco dell’amministrazione Bush all’Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre, e gli Stati Uniti richiamarono l’ambasciatore a Caracas dopo che Chavez disse: “non si può combattere il terrorismo con il terrorismo“. In seguito, rafforzò il controllo dello Stato sull’industria del petrolio, aumentando le royalties pagate dalle società estere e usando i proventi del petrolio per finanziare l’accesso ai programmi su salute, educazione e alimentari per i poveri. Nell’aprile 2002, l’amministrazione Bush sostenne pubblicamente il colpo di Stato militare che spodestò Chavez per quarantotto ore. I documenti del National Endowment for Democracy ottenuti in base al Freedom of Information Act, mostrano che gli Stati Uniti finanziarono e addestrarono i gruppi che “promuovono la democrazia” che sostennero il colpo di Stato e parteciparono ai tentativi di rovesciare Chavez come lo “sciopero” della compagnia petrolifera che paralizzò l’industria alla fine del 2002 e portò il Paese in recessione. I cablo di WikiLeaks rivelano che, dopo che tali tentativi per rovesciare il governo legittimo fallirono, gli Stati Uniti continuarono a supportare l’opposizione venezuelana attraverso NED e USAID. In un cablo del novembre 2006, l’allora ambasciatore William Brownfield spiegò la strategia seguita da USAID e ITO per minare l’amministrazione Chávez: “Nell’agosto del 2004, l’ambasciatore presentò la strategia in cinque punti elaborata per guidare le attività dell’ambasciata in Venezuela nel periodo 2004-2006… tale strategia è riassunta così: 1) rafforzamento delle istituzioni democratiche; 2) infiltrazione nella base politica di Chávez; 3) dividerne i sostenitori; 4) proteggere le aziende statunitensi; 5) isolare Chavez a livello internazionale”. Gli stretti legami tra l’ambasciata degli Stati Uniti e vari gruppi di opposizione sono evidenti in molti cablo, uno di Brownfield stabilisce la relazione tra Sumate, ONG dell’opposizione che ebbe un ruolo centrale nelle campagne dell’opposizione, e “i nostri interessi in Venezuela”. Altri cablo dimostrano che il dipartimento di Stato esercitò pressioni per il sostegno internazionale a Sumate, incoraggiando gli Stati Uniti a fornire sostegno finanziario, politico e legale all’organizzazione, soprattutto attraverso la NED. Nell’agosto 2009, il Venezuela fu scosso da violente proteste dell’opposizione (come spesso accade contro il governo di Chavez e del successore Nicolas Maduro). Un cablo segreto dal 27 agosto riprende i propositi della Development Alternatives Inc. (DAI), un’organizzazione assunta da USAID/OTI che affermava che “tutti” coloro che protestano contro Chávez “beneficiano del nostro aiuto“: “Il dipendente della DAI Eduardo Fernandez ha detto che “la piazza è in fermento”, riferendosi alle proteste contro gli sforzi di Chávez per consolidare il potere, e che “tutti costoro (gli organizzatori delle proteste) beneficiano del nostro aiuto”.” I cablo rivelano anche che il dipartimento di Stato istruì e aiutò un capo studentesco che sapeva aver incoraggiato la folla a “linciare” un governatore chavista: “Durante il colpo di Stato del 2002, (Nixon) Moreno partecipò alle manifestazioni organizzate nello Stato di Merida, a capo di una folla che marciò sulla capitale dello Stato con l’intento di linciare il Governatore dell’MVR Florencio Porras“. [5] Tuttavia, pochi anni dopo, secondo un altro cablo, “Moreno partecipò nel 2004 al programma Visitor International del dipartimento di Stato, nel 2004“. Più tardi, Moreno era ricercato per tentato omicidio e minacce a un’agente di polizia, tra le altre ragioni.
531998 Sempre secondo la strategia in cinque punti descritta da Brownfield, il dipartimento di Stato operò per isolare il governo venezuelano sulla scena internazionale e contrastarne l’influenza nella regione. Leggiamo in diversi cablo che le missioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione si coordinarono per far fronte alla “minaccia” regionale del Venezuela. Come Wikileaks rivelò nel dicembre 2010, i capi delle missioni statunitensi in sei Paesi dell’America Latina s’incontrarono in Brasile nel maggio 2007 per adottare una risposta unica ai presunti “piani aggressivi” del Presidente Chávez… “creando un movimento bolivariano unificato in America Latina“. Tra le altre cose, i capi missione decisero di “continuare a rafforzare i legami con i capi militari nella regione che condividono le nostre preoccupazioni su Chavez“. Un incontro simile dei capi missione degli Stati Uniti in America centrale, che si concentrò sulla “minaccia delle attività politiche populiste nella regione“, si tenne nell’ambasciata degli USA in El Salvadorm nel marzo 2006. I diplomatici statunitensi si spesero molto per evitare che i governi di Caraibi e Centro America aderissero a Petrocaribe, iniziativa regionale del Venezuela che permette ai membri di ricevere petrolio a condizioni molto favorevoli. Dai cablo resi pubblici si apprende che gli statunitensi affermavano, pur riconoscendo i vantaggi economici dell’accordo per i Paesi membri, di essere preoccupati che Petrocaribe aumentasse l’influenza politica del Venezuela nella regione. Ad Haiti, l’ambasciata collaborò strettamente con le principali compagnie petrolifere per impedire al governo di entrare in Petrocaribe, ammettendo però che “risparmierebbe 100 milioni di dollari all’anno“, e Dan Coughlin e Kim Ives furono i primi a rivelarlo su The Nation. Nell’aprile 2006, l’ambasciata inviò a Port-au-Prince il seguente cablo: “La stazione continuerà a fare pressione sul presidente di Haiti René Préval affinché non aderisca a Petrocaribe. L’ambasciatore s’incontrerà oggi con il primo consulente di Preval Bob Manuel. Alle riunioni precedenti ha detto di aver capito le nostre preoccupazioni e sa che un accordo con Chavez gli causerebbe problemi“.

Il bilancio della sinistra
Venezuelan President Chavez dies Si ricordi che i cablo di WikiLeaks non fanno luce sulle attività dei servizi segreti degli Stati Uniti, e probabilmente rappresentano la punta dell’iceberg delle interferenze politiche di Washington nella regione. Tuttavia, provano ampiamente gli sforzi persistenti e determinati dei diplomatici statunitensi per bloccare i governi indipendenti di sinistra in America Latina, utilizzando la leva finanziaria e altri strumenti della scatola della “promozione della democrazia”, ed anche mezzi violenti e illegali. Anche se l’amministrazione Obama ha ripristinato le relazioni diplomatiche con Cuba, nulla indica che la politica verso il Venezuela e altri governi di sinistra del continente sia cambiata. E’ chiaro che l’ostilità dell’amministrazione verso il governo legittimo del Venezuela non svanisce. Nel giugno 2014, il vicepresidente Joe Biden lanciò l’iniziativa per la sicurezza energetica dei Caraibi, considerata un “antidoto” a Petrocaribe. Nel marzo 2015, Obama disse che il Venezuela è “una grave minaccia alla sicurezza” annunciando sanzioni contro i leader del Venezuela, una decisione criticata all’unanimità dagli altri Paesi della regione. Tuttavia, nonostante gli attacchi incessanti degli Stati Uniti, la sinistra domina in America Latina. Con l’eccezione di Honduras e Paraguay, dove colpi di Stato di destra hanno rovesciato governi legittimi, i movimenti di sinistra sono andati al potere negli ultimi quindici anni. Grazie a questi governi, tra il 2002 e il 2013 il tasso di povertà nella regione è sceso dal 44 al 28% dopo essere cresciuto negli ultimi due decenni. Questi successi, combinati con la volontà dei leader di sinistra di rischiare per liberarsi dal diktat neoliberista, dovrebbe servire da ispirazione alla nuova sinistra europea anti-austerity. Non c’è dubbio che alcuni governi attualmente affrontino notevoli difficoltà per il rallentamento dell’economia regionale che colpisce i leader di destra e sinistra. Ma se si legge tra le righe dei cablo, ci sono buone ragioni per chiedersi se tali difficoltà siano di origine locale. In Ecuador, ad esempio, dove il Presidente Correa è oggetto delle ire della destra e di certa sinistra, le proteste contro la nuova tassa progressiva proposta dal governo è espressa dagli stessi responsabili dell’opposizione con cui, se si crede ai cablo, i diplomatici statunitensi sviluppano tali strategie.
In Venezuela, dove le lacune nel sistema di controllo dei cambi causano un’inflazione elevata, le manifestazioni violente degli studenti di destra hanno gravemente scosso il Paese. E’ sicuro che tali manifestanti ricevano denaro e addestramento da USAID e NED, il cui bilancio per il Venezuela è aumentato dell’80% tra il 2012 e il 2014. I cablo di WikiLeaks hanno ancora molte cose da dirci. Per scrivere i capitoli dei file WikiLeaks sull’America Latina e i Caraibi, abbiamo supervisionato centinaia di cablo e individuato diversi ambiti d’intervento degli Stati Uniti, descritti in dettaglio nel libro (alcuni già notati da altri osservatori). Altri hanno fatto lo stesso per le altre regioni. Ma il numero di cablo è superiore a 250000 (quasi 35000 solo sull’America Latina) e non vi è alcun dubbio che molti altri aspetti importanti della diplomazia degli Stati Uniti attendono di essere portati alla luce. Purtroppo, una volta passato l’entusiasmo creato dalla diffusione dei primi cablo, pochi giornalisti e ricercatori ne sono realmente interessati. Dato che ciò non cambierà, mancherà un resoconto completo della visione che gli Stati Uniti hanno di sé sulla scena mondiale, e la risposta diplomatica alle sfide alla loro egemonia.CHAVISTAS CELEBRAN ANIVERSARIO 24 DE "EL CARACAZO"

Alexander Main e Dan Beeton, Dial, Diffusione delle informazioni sull’America Latina – D3384.

Note
[1] Si veda DIAL 3303 “VENEZUELA dal 27 febbraio al 3 marzo 1989: il Caracazo. Semantica della violenza politica, I parte e II parte.
[2] Zona situata nell’Est del Paese.
[3] Governo degli Stati Uniti: United States Government (USG) in inglese.
[4] Alleanza della sinistra creato su iniziativa di Venezuela e Cuba nel 2004 per contrastare il Trattato di Libero Commercio delle Americhe promosso dall’amministrazione Bush.
[5] Movimento per la Quinta Repubblica è un partito di sinistra fondato da Hugo Chávez

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ultima avventura di Obama in Venezuela

Nil Nikandrov, Strategic Culture Foundation 08/09/201616494262_xlDue manifestazioni e due marce affollate si sono svolte a Caracas il 1° settembre riflettendo la tensione del contesto attuale in Venezuela. I sostenitori del governo bolivariano e del “socialismo dal volto del Venezuela” sono scesi in strada, come l’opposizione guidata dalla tavola rotonda dell’unità democratica (MUD). Le manifestazioni avevano lo scopo di dimostrare chi “controlla la strada” e ha il favore pubblico. E come si è visto, i sostenitori del MUD si trovavano nei quartieri ricchi della capitale, mentre il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) era saldamente radicato nei quartieri popolari. Secondo il capo del MUD, l’opposizione ha radunato circa un milione di persone, ma politici e giornalisti noti per l’obiettività lo contestano. José Vicente Rangel, per esempio, ha dichiarato che non più di 30000 marciarono per l’opposizione. Ma le agenzie occidentali davano cifre completamente diverse. Deutsche Welle riferiva che c’erano molti meno “chavisti” che manifestanti dell’opposizione, sostenendo che “Maduro stesso ha parlato di 30000 seguaci”. Ma il presidente venezuelano in realtà non ha detto niente del genere, ha indicato cifre diverse: circa 300000 sostenitori nella manifestazione bolivariana contro i 30-35000 dell’opposizione. “Li rispetto” aveva detto Maduro degli avversari politici. “E mi piacerebbe che rispondessero alla mano che gli tendo mettendo fine alle minacce di violenze, guerra economica e sabotaggio”. Ma non ha ricevuto risposta. Dopo le manifestazioni del 1° settembre, la Ministra degli Esteri Delcy Rodríguez e il Ministro degli Interni Néstor Reverol tennero una conferenza stampa invitando i diplomatici accreditati in Venezuela.
Rodríguez e Reverol presentarono le prove inoppugnabili sui capi dell’opposizione che cercavano di sfruttare le manifestazioni del 1° settembre per destabilizzare il Paese. Era l’ennesima provocazione per una prova di forza e incoraggiare lo scontro tra le due marce per insanguinarle (più vittime c’erano e meglio era), accusandone il governo. L’opposizione definiva la propria dimostrazione, “la presa di Caracas”. Come affermava Delcy Rodríguez, l’azione del governo ha permesso di evitare un massacro, mentre le azioni dei cospiratori “venivano frustrate dai servizi di sicurezza e dalla polizia”. Rodríguez ha detto che cecchini erano apparsi a Caracas, pronti a sparare sui dimostranti. Dichiarava che “i vertici della destra conservatrice in Venezuela” cercano d’influenzare l’opinione pubblica internazionale presentando “immagini fittizie del nostro Paese” e creando “scenari che incoraggino l’intervento di forze estere”. Il ministro degli Interni Néstor Reverol ha parlato dell’opera dei servizi segreti venezuelani negli ultimi mesi. Decine di atti destinati a sabotare trasporti e industria del petrolio, così come le linee energetiche, sono stati sventati. Scorte segrete di alimentari e forniture di emergenza venivano rinvenuti. L’invio di armi che i cospiratori volevano contrabbandare nel Paese fu intercettato. Campi dei paramilitari colombiani sono stati scoperti in Venezuela. Uno di tali campi fu scoperto in una zona montuosa e boscosa, a pochi chilometri dal palazzo presidenziale di Miraflores. Armi leggere venivano sequestrate in tali nascondigli, tra cui un fucile da cecchino da 1800 metri di gittata. L’intelligence del Venezuela ha neutralizzato molti capi dell’opposizione radicali. Arresti venivano effettuati e si presentavano le prove dei tentativi degli arrestati di minare lo Stato. Daniel Ceballos, ex-sindaco di San Cristóbal (nello stato di Táchira, al confine con la Colombia), è stato incarcerato. Secondo il Ministero degli Interni del Venezuela, Ceballos voleva far guidare le proteste antigovernative del 1 settembre ai gruppi radicali. E’ pericoloso: nel 2014 orchestrò le rivolte di massa che provocarono 43 morti. Tra gli arrestati vi erano Carlos Melo, attivista del gruppo Avanzada Progresista, e Yon Goicoechea dal partito Voluntad Pupolar e collegamento tra opposizione e ambasciata degli Stati Uniti. Goicoechea ha anche dimostrato la sua lealtà a stelle e strisce nelle diatribe contro Hugo Chávez, e nel 2008 fu premiato con il Milton Friedman (da 500000 dollari in contanti) “per far progredire la libertà”. Nel 2013-2016 tale combattente per la libertà studiò alla Columbia University, tornando in Venezuela quando le manifestazioni iniziarono a Caracas, dichiarando che era “pronto a governare il Paese”. Allora un mandato fu emesso per arrestare Lester Toledo, coordinatore del partito Voluntad Popular, che reclutava teppisti.
L’ambasciata degli Stati Uniti a Caracas ha finora evitato dichiarazioni pubbliche su “La presa di Caracas” o la dura risposta del governo all’ultimo tentativo di colpo di Stato. Ma in ogni caso, l’amministrazione Obama si oppone al governo di Nicolás Maduro su tutti i fronti, approfittando di eventuali “opportunità momentanee” in America Latina. Tipico esempio è la dichiarazione congiunta dell’11 agosto sugli ultimi eventi nella Repubblica Bolivariana del Venezuela. Anche se tale affermazione non va descritta come “comune”, essendo stata firmata solo da 15 dei 34 membri dell’OAS, tra cui Stati Uniti, Canada, Messico, Colombia e Honduras, e veniva rifiutato dagli alleati del Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, El Salvador, ecc., la dichiarazione sollecita il governo del Venezuela ad assicurare “che i passi rimanenti per il referendum per la revoca presidenziale siano compiuti in modo chiaro, concreto e senza ritardi, contribuendo alla risoluzione rapida ed efficace delle attuali difficoltà politiche, economiche e sociali del Paese”. Le battaglie politiche in Venezuela attualmente ruotano su tale problema, la raccolta di firme a sostegno del referendum per far dimettere il Presidente Maduro. Il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela (CNE) ha quasi completato la verifica delle firme raccolte nella prima fase di questo processo politico. Durante la seconda fase, l’opposizione dovrà raccogliere firme dal 20% della popolazione votante, almeno quattro milioni di persone. I leader della CNE hanno annunciato che la seconda fase avrà luogo ad ottobre. Di qui la fretta dell’OSA, cioè dell’amministrazione Obama. In conformità alla Costituzione venezuelana, se un referendum revocatorio avviene nel 2016 e gli elettori decidessero di cacciare Nicolás Maduro, una nuova elezione presidenziale verrà programmata. Ma se ciò accedesse dopo il gennaio 2017, il Vicepresidente Aristóbulo Istúriz, alleato e sostenitore di Hugo Chávez, sostituirebbe Maduro. Per l’opposizione equivarrebbe alla sconfitta. La cospirazione contro il governo bolivariano è guidata da Luis Almagro, ex-ministro degli Esteri dell’Uruguay e attuale segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani. Almagro è un agente del dipartimento di Stato degli USA ed ha etichettato Maduro “dittatore”.
I leader del Venezuela respingono il segretario generale dell’OSA ad ogni forum internazionale. Lo scorso giugno Delsey Rodríguez fece delle rivelazioni su Almagro affrontandolo alla 46.ma sessione dell’Assemblea Generale dell’OSA, “Ogni giorno si dimostra che il segretario generale di questa organizzazione è dalla parte dell’opposizione venezuelana che pianifica il rovesciamento del governo legittimo del presidente Nicolas Maduro, oltre ad avere prove inoppugnabili sul segretario generale che sostiene le interferenze estere negli affari interni del Venezuela parlando da agente di Washington”.
L’ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela ha raccolto gli ultimi aggiornamenti completi inviando proprie valutazioni e raccomandazioni a Washington. Diversi anni fa, la dimensione dell’ambasciata fu ridotta su insistenza di Caracas, ma l’azione sovversiva dei restanti membri continua. Esperti di dipartimento di Stato, CIA e intelligence militare degli Stati Uniti sono stati spediti nel Paese assieme a una squadra di specialisti dalla NSA. L’incaricato d’affari Lee McClenny, che dirige l’ambasciata degli Stati Uniti in Venezuela, favorisce la “possibilità morbida” della rimozione di Maduro, dopo il successo dell’“esperimento brasiliano” nel cacciare Dilma Rousseff. Così l’ambasciata è particolarmente attenta alle critiche sul “dominio bolivariano” delle agenzie governative. Il secondo dell’ambasciata, Brian Naranjo, è uno specialista del Venezuela giunto nel Paese nel gennaio 1996. Iniziò la carriera da secondo segretario del dipartimento politico, posizione che funge da copertura tradizionale degli agenti della CIA. Brian assisté all’ascesa di Hugo Chavez ed ha ampi collegamenti, non limitati all’opposizione. A quanto pare, Lee McClenny e Brian Naranjo continueranno ad organizzare il “referendum per la revoca”. Dal punto di vista degli ideatori statunitensi del colpo di Stato, è l’opzione sul cambio di regime che attualmente appare più promettente. Il problema per tali “menti” è che i leader bolivariani, anche militari, non capitoleranno mai.

Lee McClenny

Lee McClenny

Hillo Ostfeld, presidente della comunità ebraica venezuelana; Brian Naranjo, dell'ambasciata degli USA; Ana Maria Ghitulescu, console romeno in Venezuela, ed Emil Ghitulescu, ambasciatore romeno in Venezuela.

Hillo Ostfeld, presidente della comunità ebraica venezuelana; Brian Naranjo, dell’ambasciata degli USA; Ana Maria Ghitulescu, console romeno in Venezuela, ed Emil Ghitulescu, ambasciatore romeno in Venezuela.

La ripubblicazione è ghradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

 

Il Canale del Nicaragua, carri armati russi e spie degli Stati Uniti

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 04/07/2016travaux-canal-panama-1728x800_cIl 14 giugno un gruppo di statunitensi fu deportato dopo che le autorità considerarono le sue azioni abbastanza sospette. Due di loro lavoravano per l’US Customs and Border Protection e cercavano di “controllare” il lavoro dell’Agenzia delle Dogane del Nicaragua senza il permesso del governo del Nicaragua. Avevano anche preso misure per avere informazioni sull’invio di materiale militare dalla Russia, compresi i piani per importare carri armati T-72. L’ambasciata degli Stati Uniti a Managua protestò e spiegò che i suoi “ispettori” erano interessati ai siti ad accesso limitato semplicemente nell’ambito della missione per combattere il terrorismo internazionale. Fu anche espulso dal Paese Evan Ellis, professore dell’US Army War College arrivato in Nicaragua, contemporaneamente agli “ispettori” e, come loro, ospite dell’hotel Hilton Princess. A giudicare dal numero degli articoli pubblicati, la produttività accademica di Ellis è insolitamente elevata. La sua ricerca, che di solito impiega la terminologia conflittuale della guerra fredda, si concentra principalmente sulle incursioni di Cina e Russia nei Paesi latinoamericani e caraibici. In Nicaragua, Ellis era interessato al canale transoceanico in costruzione. Il professore afferma di aver preparato la visita a Managua da privato cittadino e che ebbe colloqui preliminari sul programma del suo viaggio con l’ambasciatore del Nicaragua negli Stati Uniti, il Presidente dell’Autorità Canal Grande Manuel Coronel Kautz e numerosi alti funzionari del Nicaragua. Le riunioni furono programmate con funzionari governativi, uomini d’affari, diplomatici, giornalisti e attivisti sociali per raccogliere informazioni sul canale. Tuttavia, il professore non riuscì a rimanere in Nicaragua per 24 ore. Prima di essere deportato, Ellis ebbe solo il tempo di visitare una mostra fotografica promossa dal Consiglio nazionale per la difesa di terra, lago e sovranità, una ONG che protesta contro la costruzione del canale. La stessa sera, gli agenti dell’immigrazione giunsero nella camera d’albergo di Ellis e l’informavano che, non avendo il permesso ufficiale d’indagare sul canale transoceanico, doveva lasciare immediatamente il Paese. Lo statunitense prendeva il primo volo per gli Stati Uniti. Dopo l’espulsione, Ellis perdeva la calma e appariva fuori di sé su internet. Le sue accuse riecheggiano solo la posizione di Washington, ostile alla costruzione del canale di Nicaragua, probabile concorrente di quello di Panama, ufficiosamente sotto il controllo degli Stati Uniti. Ellis soprattutto mette in discussione la fattibilità del progetto, affermando che “il governo del Nicaragua ha gestito il progetto di canale dietro un manto di segretezza, forse per nascondere i benefici personali derivanti ai nicaraguensi interessati”. Per Ellis, la deportazione dei diplomatici degli Stati Uniti è un’indicazione che la “strategia costruttiva, l’impegno rispettoso con il regime del Nicaragua non funzionano”. Pertanto, alla vigilia delle elezioni di novembre in Nicaragua, l’amministrazione statunitense “ha diritto e l’obbligo morale di lavorare coi gruppi della società civile per far avanzare significativamente la democrazia”. Per Ellis, il rifiuto di consentire agli osservatori del governo degli Stati Uniti o del Carter center di monitorare le elezioni in Nicaragua è un atto che “mina la democrazia”. Così ora chiede agli Stati Uniti d’intervenire per evitare che il Nicaragua degeneri in un regime autoritario “venezuelano”. Indicando il possibile “criminale comportamento” dei leader del Nicaragua, Ellis cita la necessità che siano costantemente monitorati dalle forze dell’ordine degli Stati Uniti. Il suo rapporto include alcune sfumature minacciose: “i collegati alla criminalità transnazionale organizzata, o che si arricchiscono a spese del popolo nicaraguense, non sfuggiranno alla giustizia per vivere con guadagni illeciti, una volta lasciato l’incarico”.
hudsoninside5C’è la buona ragione per cui Ellis propone tale supervisione: i leader sandinisti sono una continua irritazione per l’amministrazione Obama. E’ noto che i servizi segreti degli Stati Uniti sorvegliano di continuo Daniel Ortega, che ha un atteggiamento disincantato su ciò, come Hugo Chávez, perché non ha né conti esteri segreti né inclinazioni cleptocratiche. Un altro motivo dell’attacco al “regime di Ortega” è la cooperazione militare e tecnica del Nicaragua con la Russia. Questo è un altro settore in cui Ellis sottolinea la necessità di rimanere vigili. Ad esempio, il Centro di addestramento Maresciallo Zhukov: qual è il suo vero scopo? E’ semplicemente utilizzato per addestrare i militari dell’esercito? Oppure, altro esempio, l’invio di 2 motomissilistiche e 4 pattugliatori in Nicaragua. Perché così tanti? La Russia ha chiaramente lanciato una corsa agli armamenti senza precedenti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico! Ellis è anche preoccupato dall’invio di carri armati aggiornati T-72B1 in Nicaragua. 20 sono arrivati con la prima spedizione, e i carristi del Nicaragua ne attendono in tutto 50 entro la fine dell’anno. Ellis consiglia di lavorare più attivamente con i vicini del Nicaragua, come il Costa Rica. Non è del tutto chiaro a cosa specificamente si riferisse il professore statunitense in questo caso. Vuole aiutare la nazione tradizionalmente pacifica del Costa Rica a sviluppare un esercito effettivo? O costruirvi la prossima base militare del Pentagono? Lo scorso dicembre il lavoro sul canale transoceanico del Nicaragua è stato sospeso fino ad agosto. Il rinvio fu precipitato dalle difficoltà finanziarie del contraente principale, il consorzio di Hong Kong HK Nicaragua Canal Development Investment Co. Ellis osserva che questo mega-progetto non è andato molto avanti dall’inizio della costruzione dell’infrastruttura iniziale: i due porti in acque profonde non sono stati costruiti, né vi sono magazzini o fabbriche per la produzione dei materiali da costruzione, il cui completamento era previsto per l’aprile 2016. Inoltre, le ONG ambientali lavorano sempre più vigorosamente, incoraggiate dagli statunitensi che covano le proteste di agricoltori improvvisamente angosciati dal disboscamento delle foreste vicino al lago Nicaragua e i fiumi Brito e Las Lajas. Con l’aiuto di esperti come Ellis, i media filo-statunitensi cercano di convincere i nicaraguensi che il canale è “propaganda sandinista” e la sua complessa costruzione scoraggiante. Per lo stesso motivo, i mass media degli Stati Uniti, così come i media latino-americano da essi controllati, danno risalto agli sforzi per aggiornare il canale di Panama. Il filo conduttore è chiaro: nessun canale alternativo è necessario nell’emisfero occidentale, perché quello di Panama può “risolvere quasi tutti i problemi” del commercio asiatico con gli Stati Uniti, compresa la capacità di accogliere navi da 14000 TEU. Poi appare l’immagine corrispondente: la Cosco Shipping Panama, una nave portacontainer cinese, che attraversa le nuove chiuse del Canale di Panama.
Alla vigilia delle elezioni in Nicaragua, Washington fa tutto il possibile per minare la posizione di Daniel Ortega, ancora una volta nominato alla presidenza dal partito Fronte sandinista di liberazione nazionale. Questo spiega il motivo per cui ogni sorta di emissari ed esperti viene inviata nel Paese. La quinta colonna del Nicaragua è isolata e ha bisogno di sostegno. E cittadini dei Paesi latino-americani sono spesso utilizzati per fornire tale supporto. Ad esempio, Viridiana Ríos, dello staff messicano del Centro Wilson di Washington DC, è fuggita in preda al panico dal Nicaragua dopo che gli statunitensi furono deportati, perché credeva di essere giustiziata. Sostiene di aver raccolto informazioni sui problemi di sicurezza pubblica e violenza. Molti dei suoi studi vengono utilizzati da CIA, DEA e FBI, così ha avuto qualche motivo per spaventarsi e fuggire. Un gruppo di ambientalisti latino-americani, arrestati nel sud del Nicaragua, era anche al centro di certi incidenti sospetti. A quanto pare, tali “ambientalisti” insegnavano ai nativi come usare esplosivi. L’espulsione di tali provocatori stranieri è un segno che i sandinisti non permetteranno la destabilizzazione del Paese. Da qui la campagna isterica nei media internazionali sulla “dittatura di Ortega” Il progresso socio-economico del Nicaragua, il miglioramento della qualità della vita nicaraguensi, la stabilità e la sicurezza (rispetto all’aumento della criminalità nella maggior parte dei Paesi dell’America Centrale) vanno in gran parte accreditati al Presidente Ortega. E’ un fedele difensore degli interessi del Nicaragua sulla scena internazionale e gode del sostegno della stragrande maggioranza dei nicaraguensi. Questo è il motivo per cui le attività sovversive dei servizi segreti degli Stati Uniti e la loro “strategia del caos” non funzioneranno in Nicaragua.Daniel-Ortega2La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Ecuador: l’agente della CIA Swat e altri

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 22/06/2016or-37496Sul murale nel parlamento ecuadoriano dal famoso pittore ecuadoriano Oswaldo Guayasamín, dal titolo “Imagen de la Patria”, appare un teschio ghignante con elmetto decorato con la sigla CIA. Quando il murale fu presentato nell’agosto 1988, Guayasamín spiegò che l’immagine sintetizzava le minacce straniere al suo Paese natale, e da quasi tre decenni questo “cranio della CIA” con ghigno sinistro osserva i deputati in parlamento. Le impronte digitali della CIA sono visibili in decine di incidenti in Ecuador, con cui i politici che minacciavano la politica estera statunitense furono eliminati. Ad esempio, nel maggio 1981 l’aereo con il presidente Jaime Roldós si schiantò nella provincia di Loja, regione montuosa dell’Ecuador. Il presidente Reagan era ostile agli ecuadoriani: Roldós rifiutò l’invito al suo insediamento e mantenne relazioni amichevoli con i sandinisti in Nicaragua e il governo cubano. Mostrò anche solidarietà al Fronte Democratico Rivoluzionario in El Salvador, che si opponeva alla dittatura militare. Roldós voleva riorganizzare l’industria petrolifera dell’Ecuador, mettendo a repentaglio gli interessi delle compagnie petrolifere transnazionali. Roldós fu eliminato a causa di “tutta una serie di lamentele”. Una volta che Rafael Correa è entrato in carica, la CIA intensificò le azioni in Ecuador. In una recente intervista Correa ha detto che nei primi giorni dell’amministrazione un certo diplomatico statunitense chiese un incontro durante il quale si presentò come “rappresentante ufficiale della CIA” in Ecuador. Costui sottolineò che agiva in modo indipendente dall’ambasciatore degli Stati Uniti. Come osservò Correa, a quel tempo “gli statunitensi ancora pensavano di poter prendere il controllo del nostro governo”. L’impulso delle ultime rivelazioni di Correa sulle attività sovversive dell’intelligence degli Stati Uniti nel Paese fu l’incidente con un’agente della CIA dal nome in codice “Swat”.
mario-pazmino Dal 1984 al 2007, una certa Leila Hadad Pérez, donna di origine libanese, agiva a Quito da agente illegale della CIA. In un primo momento usò un salone di bellezza come facciata, e poi un negozio che vendeva tappeti. Il suo vero nome era Sania Elias Zaytun al-Mayaq. Swat era soprattutto interessata agli alti ufficiali delle forze armate e della polizia. La loro collaborazione fu sottoscritta con “mance” mensili in dollari, pari a diversi stipendi degli ufficiali, e con la promessa di una carriera sempre in ascesa. Grazie agli sforzi di Swat, molti posti chiave dei servizi informativi e delle forze armate dell’Ecuador furono occupati da agenti della CIA. Uno degli obiettivi principali era ostacolare il coinvolgimento dell’Ecuador in iniziative volte ad integrare il continente ed anche a contrastare qualsiasi alleanza rafforzata con il Venezuela. Una campagna fu condotta per compromettere i leader vicini all’Ecuador come Hugo Chávez, Inácio Lula da Silva, Néstor Kirchner, Evo Morales, e altri. La rete degli agenti di Swat fece di tutto per evitare la chiusura della base militare statunitense di Manta. La campagna elettorale 2006 di Correa non nascose ciò che aveva in mente circa la presenza militare degli Stati Uniti. Praticamente ogni agente operativo della CIA nel Paese fu mobilitato, così come l’intelligence militare degli Stati Uniti, tra cui politici, poliziotti, militari, giornalisti, sindacalisti, studenti e ONG. Ma i loro sforzi fallirono. Come osserva Correa, i metodi impiegati da Swat erano “goffi” ed “era ovvio che era il cervello della CIA in Ecuador”. Di conseguenza, il presidente ecuadoriano decise di espellerla dal Paese. Nel luglio 2009, la base militare statunitense di Manta fu chiusa. L’ambasciatore degli Stati Uniti Todd Chapman cercò di negare l’esistenza dei legami tra CIA e politici ecuadoriani. Con una certa ironia, il Presidente Correa consigliò l’ambasciatore d’imparare “un po’ di più su come questi servizi lavorano, se non lo sa”. Rafael Correa pensa che il suo Paese sia ancora in pericolo di colpo di Stato. Alcuni analisti ritengono che, alla fine, la congiura della CIA in Ecuador sarà guidata da Mario Pazmino, ex-direttore dell’intelligence dell’Ecuador. Correa l’accusò di nascondere informazioni strategicamente vitali sull’attacco illegale lanciato dal confine con la Colombia a un accampamento delle FARC in Ecuador. Dall’inizio alla fine, l’attacco fu pianificato da CIA e intelligence militare. Conseguenza di queste rivelazioni, le agenzie di intelligence e controspionaggio dell’Ecuador compromesse furono riformate e un Segretariato Nazionale dell’Intelligence creato, nuovi agenti assunti e nuove attrezzature specializzate adottate. Tutto questo consentirà di monitorare in modo efficace le organizzazioni che rispondono alla CIA come USAID e National Endowment for Democracy (NED). Fu subito scoperto che Karen Hollihan, un’ecuadoriana di origine tedesca-statunitense, fu inviata a ripristinare la rete di agenti in Ecuador. Un uomo di nome Fernando Villavicencio collaborava con lei, affermando di essere un esperto di petrolio, ma la sua attività principale era denigrare il Presidente Correa. Villavicencio fu condannato a 18 mesi di carcere per diffamazione, ma riuscì a fuggire e ora usa internet per diffondere articoli scritti dalla CIA sulla corruzione nel governo Correa. Un altro contatto attivo di Hollihan si chiama César Ricaurte, che dirige l’organizzazione non-profit Fundamedios che monitora “le minacce alla libertà di stampa” in Ecuador sostenendo i critici del regime partecipi alla campagna di denunce della CIA. La ONG Participación Ciudadana, specializzata nel “giornalismo investigativo” della CIA, ha ricevuto 265000 dollari solo dal NED negli ultimi due anni, per coprire le “spese correnti”.
L’ecuadoregno Mario Ramos, direttore del Centro Andino per gli Studi Strategici, che analizza le operazioni contro i governi latino-americani che rifiutano le linee di Washington, ha osservato su Telesur che le attività sovversive della CIA aumentano in ogni Paese prima di scegliere “la strategia di destabilizzazione adeguata: guerra economica, mediatica o psicologica, e così via”. Ramos ritiene che, per contrastare tali operazioni sovversive, i latino-americani debbano stabilire “una strategia di difesa integrata” che si estenda alle sfere della diplomazia, militare e della finanza, e concentri gli sforzi dei servizi segreti dei loro Paesi su questo compito. La denuncia delle operazioni sovversive della CIA in Ecuador, la sfilata in TV dei primi piani dei criminali e l’analisi delle ripercussioni catastrofiche per il Paese dovute a tali attività illegali, provano che i leader politici e della sicurezza dell’Ecuador hanno raggiunto le dovute conclusioni.

Karen Hollihan

Karen Hollihan

Ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli Stati Uniti si preparano a spodestare il Presidente Evo Morales

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 09/06/2016AP78723126473-940x580Le agenzie di intelligence degli Stati Uniti hanno intensificato le attività intese a rimuovere il Presidente boliviano Evo Morales. Tutte le opzioni sono sul tavolo, tra cui l’assassinio. Barack Obama, che vede l’indebolimento del “blocco ostile degli Stati populisti” dell’America Latina quale vittoria in politica estera della sua amministrazione, si propone di raggiungere tale successo prima di andarsene. Washington prende sotto mira la Bolivia anche per via del successo della Cina nel Paese. Morales rafforza i rapporti finanziari, economici, commerciali e militari con Pechino. Le imprese cinesi a La Paz fioriscono, fanno investimenti e prestiti e partecipano ai programmi per assicurare una posizione chiave alla Bolivia nella modernizzazione dei trasporti del continente. Nei prossimi 10 anni, grazie agli abbondanti giacimenti di gas della Bolivia, il Paese diventerà l’hub energetico del Sud America. Evo Morales vede lo sviluppo del suo Paese sua priorità assoluta, e i cinesi, a differenza degli statunitensi, hanno sempre visto la Bolivia come un alleato e un partner lungi da un rapporto dei due pesi e due misure. L’ambasciata degli Stati Uniti a La Paz è senza ambasciatore dal 2008, dichiarato persona non grata per le sue attività sovversive. L’incaricato d’affari attuale è Peter Brennan, ed acute domande sono poste su ciò su cui lavora veramente. In precedenza fu di stanza in Pakistan, dove “decisioni difficili” furono prese sugli omicidi mirati, ma la maggior parte della sua carriera riguarda la manipolazione dei Paesi dell’America Latina. In particolare, Brennan fu responsabile dell’introduzione del servizio ZunZuneo a Cuba (un programma illegale soprannominato “Twitter Cubano“). L’USAID coprì tale programma della CIA con il pretesto innocente di aiutare a informare i cubani su eventi culturali e sportivi e notizie internazionali. Una volta introdotto ZunZuneo, c’erano piani per utilizzarlo per mobilitare la popolazione in PETER_BRENNANvista di una “primavera cubana”. Leggendo di Brennan spesso s’incontra la frase “dark horse“. È abituato a ottenere quello che vuole, a tutti i costi, e i tempi ristretti in Bolivia (prima della fine della presidenza Obama) costringono Brennan a correre grandi rischi. In precedenza, Brennan “si distinse” nella preparazione del referendum per permettere al Presidente Evo Morales di partecipare alla rielezione nel 2019, così come nella votazione stessa. Per incoraggiare il “no”, l’ambasciata degli Stati Uniti mobilitò la sua macchina della propaganda destando le ONG sotto il suo controllo e stanziando ingenti fondi aggiuntivi per inscenare proteste. È significativo che molti di costoro alla fine bruciarono le fotografie di Morales con la fascia presidenziale. Una raffica di fango fu sparato sul presidente. Le accuse di corruzione erano le più comuni, anche se Morales è sempre stato chiaro sulle sue finanze personali. Sarebbe stato difficile attribuirgli “43 miliardi di dollari in conti off-shore“, come fu detto anche di Hugo Chavez e Fidel Castro. Brennan concorda con Washington su altre operazioni per compromettere il presidente boliviano. Un attacco fu lanciato dall’agente della CIA Carlos Valverde Bravo, noto giornalista televisivo ed ex-agente dei servizi di sicurezza della Bolivia. Nel suo programma del 3 febbraio accusò l’ex-compagna di Morales, Gabriela Zapata, direttrice commerciale della società cinese CAMC Engineering Co., di orchestrare affari loschi per 500 milioni di dollari. Contemporaneamente insinuazioni cominciavano a circolare su internet sul coinvolgimento del presidente della Bolivia, anche se Morales ha rotto completamente con Zapata nel 2007 e non ha risparmiato nessuno, a prescindere da nome e parentela, nella battaglia contro la corruzione. Le “rivelazioni” spacciate dall’ambasciata degli Stati Uniti continuarono fino al giorno del referendum, il 21 febbraio 2016. I “no” prevalsero, nonostante il trend positivo indicato nei sondaggi elettorali. Morales ha accettato la sconfitta con la sua serenità d’indiano, ma nelle dichiarazioni dopo il referendum chiarì che l’ambasciata degli Stati Uniti aveva intrapreso una campagna ostile. L’inchiesta su Gabriela Zapata ha rivelato che aveva capitalizzato sulla precedente relazione con Morales per fare carriera. Le fu offerta una posizione nella società cinese CAMC ed ebbe una casa di lusso in un quartiere elegante di La Paz, facendosi lustro della “vicinanza” col leader boliviano anche se non ebbe alcun ruolo in tutto questo. Fu per lo stesso motivo che cercò di avviare business e rapporti personali con il capo del personale del presidente, Juan Ramón Quintana, che ha categoricamente negato di aver mai incontrato Zapata. A poco a poco, tutte le prove fabbricate della CIA si sono disintegrate. Zapata ora testimonia e il suo avvocato s’è rintanato all’estero perché i suoi contatti con gli statunitensi furono svelati. L’agente statunitense Valverde Bravo è fuggito in Argentina. Le accuse contro Morales vengono scagliate da lì con rinnovato vigore. L’attacco continua. E’ tutto abbastanza logico: una bugia ripetuta continuamente è un’arma efficace nella guerra d’informazione di nuova generazione. L’esempio più recente è la caduta di Dilma Rousseff accusata di corruzione da funzionari che il suo governo aveva identificato come corrotti!
felando L’esercito degli Stati Uniti aumenta la presenza in Bolivia negli ultimi mesi. Ad esempio, il colonnello Felando Pierre Thigpen ha visitato il dipartimento di Santa Cruz, dove vi sono forti tendenze separatiste. Thigpen è noto per essere coinvolto in un programma congiunto tra Pentagono e CIA per reclutare e addestrare possibili agenti dell’intelligence statunitense. Nei blog boliviani e nelle pubblicazioni su Thigpen, s’indica che il colonnello è stato inviato nel Paese alla vigilia di eventi legati alla “sostituzione imminente di un governo che ha esaurito il suo potenziale, così come la necessità di assumere giovani personalità alternative nella nuova struttura di leadership”. Alcuni commenti indicano Thigpen supervisionare i diplomatici Peter Brennan e Erik Foronda, consulente mediatico dell’ambasciata degli Stati Uniti. L’ambasciata ha risposto affermando che Thigpen era arrivato in Bolivia “di propria iniziativa”, ma non è un segreto che sia stato invitato per “lavorare con i giovani” dalle ONG che si coordinano con gli statunitensi: Fondazione per la Leadership e lo Sviluppo Integrale (FULIDEI), Rete della trasformazione globale (RTG), Scuola degli eroi boliviani (EHB) ed altri. Quindi il lavoro di Thigpen non è improvvisato, ma piuttosto una sfida al governo di Morales. Sul fronte interno, il partito di estrema destra Partito cristiano democratico fornisce la copertura politica. I piani statunitensi per destabilizzare la Bolivia, forniti al governo di Evo Morales da un Paese amico, includono un cronogramma particolareggiato delle azioni tracciate dagli statunitensi. Ad esempio: “Innescare scioperi della fame e mobilitazioni di massa e fomentare conflitti nelle università, organizzazioni della società civile, comunità indigene e vari ambiti sociali, così come nelle istituzioni governative. Imbastire relazioni con ufficiali in servizio attivo e in pensione, con l’obiettivo di minate la credibilità del governo nelle forze armate. E’ assolutamente essenziale addestrare i militari a uno scenario di crisi, in modo che nel clima di crescente conflitto sociale attuino una rivolta contro il regime e sostengano le proteste per garantire una transizione pacifica verso la democrazia“. I primi frutti del programma furono l’emergere di proteste sociali (le recenti marce dei disabili inscenate su suggerimento dell’ambasciata degli USA), anche se l’amministrazione di Evo Morales ha manifestato più preoccupazione per gli interessi dei boliviani dal basso reddito che qualsiasi altro governo della storia della Bolivia.
Il campo delle operazioni per spodestare il Presidente Morales, finanziate e dirette da agenzie d’intelligence degli Stati Uniti, continua ad espandersi. Il maggiore avversario degli statunitensi in America Latina è stato condannato alla “neutralizzazione”. Parlando contro Evo Morales, l’opposizione radicale ha apertamente accennato al fatto che è davvero interessante che da molto tempo la regione non veda un incidente aereo che coinvolga un politico ostile a Washington…referendum-y-zapataLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora