Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il Pakistan si allontana dagli Stati Uniti, l’affare è molto più serio di quanto si pensa

Darius Shahtahmasebi, The Antimedia 8 gennaio 2018

Khawaja Muhammad Asif

La decisione di Donald Trump di celebrare il nuovo anno demonizzando contemporaneamente Iran e Pakistan su twitter gli si è già ritorta contro in modo tremendo. Dopo le minacce che gli Stati Uniti avrebbero rifiutato gli aiuti al Pakistan, confermavano che avrebbero trattenuto 255 milioni in aiuti (diventati 900 milioni) e che stando a quanto riferito minacciano di non concederne altri 2 miliardi. “Speriamo che il Pakistan la veda come incentivo, e non punizione“, diceva ai giornalisti un funzionario del dipartimento di Stato. Secondo il Wall Street Journal, questa ostilità nei confronti del Pakistan non è andata bene. Il Ministro degli Esteri pakistano Khawaja Muhammad Asif dichiarava in un’intervista che gli Stati Uniti non si comportano da alleati e, di conseguenza, il Pakistan non li considera più tali. Se non altro, il comportamento di Washington ha solo spinto il Pakistan tra le braccia dei tradizionali rivali, Cina e Iran. La Cina da tempo fornisce aiuto finanziario ed economico al Pakistan con progetti per espandere la partnership economica in futuro. La Cina si è già impegnata ad investire 57 miliardi di dollari nelle infrastrutture pakistane nell’ambito dell’iniziativa “Belt and Road“. Proprio il mese scorso, il Pakistan annunciava di prendere in considerazione una proposta per sostituire il dollaro USA con lo yuan cinese per gli scambi bilaterali tra Pakistan e Cina. A seguito dei recenti attacchi del governo Trump al Pakistan, questi confermava che l’abbandono del dollaro non era una minaccia arbitraria e immediatamente sostituiva il dollaro con lo yuan cinese. “Gli investimenti cinesi in Pakistan dovrebbero raggiungere oltre i 46 miliardi entro il 2030 con la creazione di un corridoio economico cinese-pakistano che collega il porto di Gwadar nel Baluchistan sul Mar Arabico con Kashgar, nella Cina occidentale“, affermava Harrison Akins, ricercatore all’Howard Baker Center che si occupa di Pakistan e Cina. A metà dell’anno scorso, fu riferito che la Cina valutava la possibilità di stabilire proprie basi navali in Pakistan. Questi rapporti riaffiorarono la settimana scorsa, anche se il Pakistan negava con veemenza che tale base navale sarà costruita (anche se gli ufficiali cinesi hanno illustrato il piano per costruire una base navale nel porto di Gwadar). Che i rapporti siano veri o no, ciò che è evidente è che il Pakistan cercherà di cooperare con la Cina economicamente e militarmente, rinunciando ad affidarsi a Washington. “La storia dei rapporti del Pakistan con la Cina e gli Stati Uniti mostra anche che la politica del Pakistan non risponde alle maniere forti, ma a lealtà e trattamento dignitoso“, dichiarava Madiha Afzal, della Brookings, secondo CNBC. Inoltre, secondo Times of Islamabad, i ministri della Difesa iraniano e pakistano ebbero dei colloqui sul ruolo di Washington nella regione e indicavano una crescente strategia per la cooperazione nella difesa tra Teheran e Islamabad. Anche prima della decisione di Donald Trump di tentare unilateralmente d’isolare i due Paesi, le relazioni in espansione erano già a buon punto, molto probabilmente la ragione vera per cui l’amministrazione Trump ha preso di mira a entrambi.
Con grande disappunto di Washington, questo è solo l’inizio della fine del ruolo degli USA come superpotenza globale incontrastata. Asia Times riporta che Iran, Cina e Pakistan sono pronti a lanciare una “trilaterale” che sostenga lo sviluppo economico di ben 3 miliardi di persone. Il maggiore ostacolo a tale nesso economicamente vitale sarebbe in realtà la crescente potenza economica dell’India, non degli Stati Uniti, che sembrano poter fare ben poco se non schernire, minacciare e fare i prepotenti verso sempre più Stati riottosi. Senza esitazione, anche la Turchia, altro Paese che stringe legami con Russia, Cina e Iran, si unisce ad Iran e Pakistan. La Turchia è un alleato della NATO. “Non possiamo accettare che certi Paesi, soprattutto Stati Uniti ed Israele, interferiscano negli affari interni dell’Iran e del Pakistan“, aveva detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ai giornalisti prima di un viaggio per la Francia. Inoltre Turchia e Iran sono venuti in aiuto del Qatar l’anno scorso, complicando ulteriormente la ristrutturazione delle tradizionali alleanze di Washington. In questa fase, Turchia e Iran potrebbero aderire all’alleanza militare cinese e russa, nota come blocco di Shanghai, con l’Iran che ha recentemente rafforzato i legami militari con la Cina. Dato che la Cina ha interessi economici e militari che vanno protetti in Pakistan, l’alleanza orientale si amplia di giorno in giorno a danno di Washington. Non c’è da meravigliarsi se l’Unione europea praticamente costruisca un proprio esercito, dato che i Paesi che si sentono sicuri affidandosi alla cosiddetta leadership globale degli Stati Uniti di Donald Trump sono di giorno in giorno sempre di meno. E viste le gravi implicazioni del passaggio del Pakistan nella sfera d’influenza della Cina, è curioso che questa storia non faccia notizia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stratega della Cina: gli Stati Uniti usano il dollaro per dominare il mondo

Qiao Liang, Chinascope

Nota del redattore: Qiao Liang, Generale dell’Esercito di Liberazione Popolare (PLA), tenne una discorso al Comitato Centrale del Partito comunista cinese (PCC) e presso un ufficio governativo. Qiao è lo stratega dell’ELP coautore del libro “Guerra senza limiti”. Nel discorso, Qiao spiegava di aver studiato le teorie finanziarie e concluso che gli Stati Uniti impongono il dollaro come valuta globale per preservare la propria egemonia sul mondo. Gli Stati Uniti proveranno di tutto, anche la guerra, per mantenere il dominio del dollaro nel commercio globale. Ha anche parlato della strategia della Cina, da crescente superpotenza, e del contenimento degli Stati Uniti. I seguenti passi sono estratti dal suo intervento. [1]I. La situazione che circonda la Cina e il segreto del ciclo dell’indice del dollaro USA
A. Il primo impero finanziario nella storia

Le persone che lavorano in economia o nel settore finanziario sono probabilmente più adatte a parlare di questo argomento. Ne discuterò dall’angolatura della strategia [nazionale]. Il 15 agosto 1971, quando il dollaro USA smise di essere ancorato all’oro, la nave del dollaro gettò via l’ancora, che era d’oro. Facciamo un passo indietro. Nel luglio del 1944, per aiutare gli Stati Uniti a prendere in mano l’egemonia monetaria dall’Impero inglese, il presidente Roosevelt sostenne tre sistemi mondiali: il sistema politico: le Nazioni Unite; il sistema commerciale: l’Accordo generale sulle tariffe doganali e il commercio (GATT), che in seguito divenne l’Organizzazione mondiale del commercio (OMC); e il sistema finanziario valutario: il sistema di Bretton Woods. Il desiderio degli statunitensi era avere l’egemonia del dollaro statunitense nel mondo attraverso il sistema di Bretton Woods. Tuttavia, dal 1944 al 1971, il dollaro non ottenne quel potere. Cosa bloccava il dollaro? L’oro. Quando fu istituito il sistema di Bretton Woods, gli Stati Uniti promisero al mondo che il dollaro sarebbe stato ancorato all’oro mentre la moneta di ogni altro Paese avrebbe potuto ancorarso al dollaro. Un’oncia d’oro fu fissata a 35 dollari. Con questa promessa, gli Stati Uniti non potevano fare nulla secondo la propria volontà. In altre parole, non potevano stampare un numero illimitato di dollari. Ogni volta che stampavano un biglietto da un dollaro, dovevano aggiungere un’oncia d’oro al tesoro come riserva. Gli Stati Uniti fecero questa promessa al mondo perché detenevano l’ottanta per cento della riserva d’oro del mondo, in quel momento. Pensavano che, con così tanto oro in mano, bastasse a sostenere la credibilità del dollaro USA. Tuttavia, non era così semplice. Gli Stati Uniti entrarono stupidamente nelle guerra di Corea e del Vietnam, che costò caro. La guerra del Vietnam costò in particolare 800 miliardi, così grande che gli Stati Uniti non poterono sopportarlo. Sulla base della promessa degli Stati Uniti, ogni volta che spendevano 35, perdevano un’oncia d’oro. Nell’agosto del 1971, avevano ancora circa 8800 tonnellate d’oro. Sapevano di essere nei guai. Altri continuavano a creargli nuovi problemi. Ad esempio, il Presidente francese De Gaulle non si fidava del dollaro USA. Chiese al ministro delle finanze francese e al presidente della Banca centrale e gli fu detto che la Francia aveva circa 2,3 miliardi di dollari in riserva. Gli disse di venderli tutti per l’oro. Altri Paesi seguirono l’esempio. Così, il 15 agosto 1971, il presidente statunitense Nixon annunciò che gli Stati Uniti smettevano di ancorare il dollaro all’oro. Fu l’inizio del crollo del sistema di Bretton Woods, e anche del modo con cui gli statunitensi hanno imbrogliato il mondo. Tuttavia, il mondo non se ne rese conto. La gente si fidava del dollaro USA perché era sostenuto dall’oro. Il dollaro USA era la valuta internazionale, di regolamento e di riserva da oltre 20 anni. Le persone erano abituate al dollaro. Quando il dollaro statunitense perse improvvisamente il legame con l’oro, allora, in teoria, divenne un mero pezzo di carta verde. Perché si usa ancora?
In teoria la gente potrebbe smettere di usarla, ma in pratica cosa userebbe per i pagamenti internazionale? La valuta è una misura del valore. Se la gente smette di usare il dollaro USA, c’è qualche altra valuta di cui fidarsi? Così, gli statunitensi approfittarono dell’inerzia della gente e costrinsero l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (OPEC) ad accettare la loro condizioni secondo cui il commercio mondiale di petrolio doveva basarsi sui dollari USA. In precedenza, gli scambi petroliferi erano regolati in qualsiasi valuta internazionale, ma dall’ottobre 1973 il regolamento si limitò al solo dollaro USA. Dopo aver disimpegnato il metallo prezioso, gli statunitensi legarono il loro dollaro al petrolio. Perché? Gli statunitensi erano molto chiari: la gente non amava il dollaro, ma non poteva vivere senza energia. Ogni Paese aveva bisogno di svilupparsi e quindi di consumare energia. In questo modo, il bisogno di petrolio si tradusse nella necessità del dollaro USA. Per gli Stati Uniti fu una mossa molto intelligente. Non molti avevano la chiara comprensione di ciò al momento. Le persone, inclusi economisti ed esperti finanziari, non si resero conto che la cosa più importante nel 20° secolo non fu la prima guerra mondiale, la seconda guerra mondiale, o la disintegrazione dell’URSS, ma piuttosto il 15 agosto 1971, la disconnessione tra dollaro e oro. Da quel giorno emerse un vero impero finanziario, basato sull’egemonia del dollaro statunitense e entrammo nell’era della valuta cartacea. Non c’è metallo prezioso dietro il dollaro USA. Il credito del governo è l’unico supporto. Gli Stati Uniti traggono profitto dal mondo. Ciò significa che possono avere ricchezza materiale dal mondo stampando un pezzo di carta verde. Non è mai successo prima nel mondo. Nel corso della storia dell’umanità ci sono stati molti modi in cui le persone potevano arricchirsi: scambio in valuta, oro o argento, o con la guerra per afferrare i beni (tuttavia, la guerra è molto costosa). Quando il dollaro statunitense divenne solo un pezzo di carta verde, il costo per gli Stati Uniti nel creare soldi diventato estremamente basso. Senza la restrizione dell’oro, gli Stati Uniti possono stampare dollari a volontà. Se conservano una grande quantità di dollari negli Stati Uniti, creeranno sicuramente inflazione. Se esportano dollari, il mondo intero aiuta gli Stati Uniti a gestire la propria inflazione. Ecco perché l’inflazione non è così alta negli Stati Uniti. Tuttavia, una volta che gli Stati Uniti esportano il dollaro nel mondo, non hanno molti soldi. Se continuano a stampare denaro, il dollaro USA continuerà a svalutarsi, il che non è positivo per essi. Pertanto, la Federal Reserve statunitense non è, come qualcuno ha immaginato, una banca centrale che stampa denaro in modo irresponsabile. La Federal Reserve sa cosa significa “restrizione”. Dalla fondazione nel 1913 fino al 2013, la Federal Reserve ha stampato solo 10 trilioni di dollari. Ciò potrebbe portare le persone a criticare la Banca centrale cinese, che ha stampato 120 trilioni di yuan (circa 20 trilioni di dollari usando un tasso di cambio di 6,2 yuan per dollaro) dal 1954. In realtà ciò non significa che la Cina stampi denaro senza alcuna restrizione. Dall’apertura, la Cina ha guadagnato molti dollari e anche una grande quantità di dollari è volata in Cina come investimenti. Il controllo della valuta estera della Cina impedisce al dollaro di circolare in Cina. Quando arriva il dollaro USA a circolare in Cina, la Banca centrale cinese deve invece stampare una quantità corrispondente di renminbi. Tuttavia, un investitore straniero può ritirare i soldi dalla Cina dopo aver guadagnato. Inoltre, abbiamo bisogno di spendere le nostre riserve estere per acquistare energia, prodotti e tecnologia. Di conseguenza, una grande quantità di dollari USA è volata fuori dalla Cina, ma una quantità corrispondente di renminbi è rimasta in Cina. Non si possono distruggere quei renminbi, quindi la Cina finisce con più renminbi che riserva estera. La Banca centrale cinese ha ammesso di aver sovrastampato 20 miliardi di yuan. Questa enorme quantità è rimasta in Cina. È un argomento che discuterò più avanti, perché dovremmo fare del renminbi una valuta internazionale.

B. La relazione tra il ciclo dell’indice del dollaro USA ed economia globale
Gli Stati Uniti hanno evitato un’inflazione elevata lasciando circolare il dollaro a livello globale. Hanno anche bisogno di frenare la stampa di dollari per evitarne la svalutazione. Allora cosa dovrebbe fare quando finiscono i dollari? Gli statunitensi hanno trovato una soluzione: emettere debito per riportare il dollaro negli Stati Uniti. Hanno iniziato a stampare soldi con una mano e a prendere denaro in prestito con l’altra. La stampa di denaro può creare soldi. Anche prendere in prestito denaro può creare soldi. Questa economia finanziaria (usare il denaro per fare soldi) è molto più facile della vera economia (basata sull’industria). Perché preoccuparsi delle industrie manifatturiere che hanno solo una bassa capacità di aggiunta di valore? Dal 15 agosto 1971, gli Stati Uniti hanno gradualmente chiuso la propria economia reale passando a un’economia virtuale. Sono diventati uno Stato economico “vuoto”. L’attuale prodotto interno lordo degli Stati Uniti (PIL) ha raggiunto i 18 trilioni di dollari, ma solo 5 trilioni provengono dall’economia reale. Con l’emissione del debito, gli Stati Uniti portano una grande quantità di dollari dall’estero ai tre grandi mercati statunitensi: mercato delle materie prime, dei buoni del tesoro ed azionario. Gli Stati Uniti ripetono questo ciclo per creare soldi: stampare denaro, esportarlo all’estero e farlo ritornare. Gli Stati Uniti sono quindi diventati un impero finanziario. Molti pensano che l’imperialismo si sia fermato dopo che il Regno Unito si è indebolito. In realtà, gli Stati Uniti hanno guidato un imperialismo occulto con il dollaro USA e hanno trasformato altri Paesi in colonie finanziarie. Oggi molti Paesi, inclusa la Cina, hanno proprie sovranità, Costituzione e governo, ma dipendono dal dollaro USA. I loro prodotti sono misurati in dollari e devono consegnare la loro ricchezza materiale agli Stati Uniti in cambio del dollaro USA. Questo può essere visto chiaramente nel ciclo dell’indice del dollaro negli ultimi 40 anni. Dal 1971, quando gli Stati Uniti iniziarono a stampare liberamente moneta, l’indice del dollaro USA ha perso valore. Per dieci anni, l’indice ha continuato a diminuire, indicando che viene sovrastampato. In realtà, non fu necessariamente una brutta cosa per il mondo quando l’indice del dollaro USA diminuì. Significava un aumento dell’offerta di dollari e un grande deflusso di dollari verso altri Paesi. Molti dollari andarono in America Latina. Questo investimento creaò il boom economico in America Latina negli anni ’70. Nel 1979, dopo aver inondato il mondo coi dollari per quasi 10 anni, gli statunitensi decisero d’invertire il processo. L’indice del dollaro USA iniziò a salire nel 1979. I dollari tornarono negli Stati Uniti e altre regioni ricevettero meno dollari. L’economia dell’America Latina esplose a causa dell’ampia offerta di investimenti in dollari, ma questo si fermò improvvisamente quando gli investimenti si prosciugarono. I Paesi dell’America latina cercarono di salvarsi.
L’Argentina, che un tempo aveva il PIL pro capite da Paese sviluppato, gu la prima a cadere in recessione. Sfortunatamente, il presidente argentino Galtieri, salito al potere con un colpo di Stato militare, scelse di usare la guerra per risolvere il problema. Puntò alle isole Malvinas (che gli inglesi chiamavano Falkland), a 400 miglia dall’Argentina. Queste isole erano sotto il dominio inflese da oltre 100 anni. Galtieri decise di riprenderle. Certo, non poteva affrontare una guerra senza la benedizione degli Stati Uniti. Inviò un intermediario per informarsi sull’opinione degli Stati Uniti. Il presidente degli Stati Uniti Reagan rispose alla leggera: era tra voi e il Regno Unito; gli Stati Uniti non avevano una posizione e sarebbero rimasti neutrali. Galtieri la prese come acquiescenza dagli Stati Uniti. Cominciò la guerra e prese il controllo delle isole con facilità. Gli argentini erano impazziti. Tuttavia, la prima ministra inglese Margaret Thatcher affermò che non l’avrebbero assolutamente accettato e costrinse gli Stati Uniti a parlare apertamente. Reagan si tolse la maschera neutrale, denunciando l’invasione dell’Argentina e di appoggiare ul Regno Unito. Gli inglesi inviarono una task force con una portaerei, che percorse 8000 miglia, per riprendere le Isole Malvinas. Allo stesso tempo, il dollaro USA fu apprezzato e il capitale internazionale tornò negli Stati Uniti proprio come desideravano. Quando iniziò la guerra delle isole Malvinas, gli investitori di tutto il mondo conclusero che una crisi regionale era iniziata in America Latina e che l’ambiente degli investimenti si sarebbe deteriorato. Quindi gli investitori ritirarono il loro capitale. Allo stesso tempo, la Federal Reserve annunciò un aumento dei tassi d’interesse, che accelerò il ritiro di capitali dall’America Latina. L’economia latinoamericana decadde. Il capitale andato via finì nei tre grandi mercati statunitensi. Diede agli Stati Uniti il primo mercato in rialzo dato che il dollaro non veniva ancorato all’oro. L’indice del dollaro USA balzò da 60 a 120, con un aumento del 100 percento. Gli statunitensi non si fermarono dopo aver guadagnato molti soldi dal mercato in rialzo. Alcuni presero i soldi appena ottenuti e tornarono in America Latina per comprare i buoni beni i cui prezzi erano crollati. Gli Stati Uniti guadagnarono proficuamente dall’economia dell’America Latina. Se ciò fosse accaduto solo una volta, sarebbe considerato evento dalla scarsa probabilità. Essendo accaduto più volte, indica uno schema.
Nel 1986, dopo “dieci anni di dollaro USA debole e sei anni di dollaro forte”, l’indice del dollaro USA iniziò nuovamente a calare. Dieci anni dopo, nel 1997, l’indice del dollaro iniziò a salire. Questa volta il dollaro forte durò ancora sei anni. Durante il secondo ciclo decennale, il dollaro USA finì principalmente in Asia. Quale fu il concetto d’investimento più caldo negli anni ’80? Erano le “Tigri asiatiche”. Molti pensavano che fosse dovuto al duro lavoro degli asiatici e alla loro intelligenza. In realtà, la grande ragione era l’ampio investimento in dollari USA. Quando l’economia asiatica iniziò a prosperare, gli statunitensi sentirono che era tempo di raccogliere. Così, nel 1997, dopo dieci anni di dollaro debole, gli statunitensi ridussero l’offerta di moneta all’Asia e crearono un dollaro forte. Molte aziende e industrie asiatiche subirono un’offerta di moneta insufficiente. L’area mostrò i segni di imminenti recessione e crisi finanziaria. Era necessaria un’ultima goccia per spezzare la schiena del cammello. Quale fu? Yna crisi regionale. Doveva esserci una guerra come quella argentina? Non necessariamente. La guerra non è l’unico modo per creare una crisi regionale. Così apparve l’investitore finanziario Soros prendere il suo Fondo Quantico, così come oltre un centinaio di altri fondi hedge nel mondo, e attaccare in modo famelico l’economia più debole dell’Asia, la Thailandia. Attaccò la valuta tailandese Baht per una settimana. Questo creaò la crisi di Baht che si diffuse in Malesia, Singapore, Indonesia e Filippine. Poi passò a nord , a Taiwan, Hong Kong, Giappone, Corea del Sud e persino Russia. Così la crisi finanziaria dell’Asia orientale esplose completamente. Il cammello cadde a terra. Gli investitori del mondo conclusero che l’ambiente dell’investimento asiatico era crollato e ritirarono i soldi. La Federal Reserve statunitense prontamente suonò il corno e aumentò il tasso di interesse del dollaro. Il capitale proveniente dall’Asia volò verso i tre grandi mercati degli Stati Uniti, creando il secondo grande mercato al rialzo degli Stati Uniti. Quando gli statunitensi fecero un sacco di soldi, seguirono lo stesso approccio con l’America Latina: presero i soldi raccolti con la crisi finanziaria asiatica in Asia per acquistarne i buoni che, a quel punto, erano al prezzo minimo. L’economia asiatica non poteva contrattaccare. L’unico fortunato sopravvissuto in questa crisi fu la Cina.

C. Ora, è tempo di raccogliere dalla Cina
Era preciso come la marea; il dollaro USA fu forte per sei anni. Poi, nel 2002, iniziò a indebolirsi. Seguendo lo stesso schema, rimase debole per dieci anni. Nel 2012, gli statunitensi iniziarono a prepararsi per renderlo forte. Usarono lo stesso approccio: creare una crisi regionale agli altri popoli. Pertanto, abbiamo visto accadere diversi eventi in relazione alla Cina: l’affondamento del Cheonan, la disputa sulle Isole Senkaku (le isole Diaoyu in cinese) e la disputa su Scarborough Shoal (l’isola Huangyan in cinese). Tutto questo successe durante tale periodo. Il conflitto tra Cina e Filippine sull’Isola di Huangyan e il conflitto tra Cina e Giappone sulle Isole Diaoyu potrebbero non avere molto a che fare con l’indice del dollaro USA, ma era davvero così? Perché è accaduto esattamente nel decimo anno in cui il dollaro USA era debole? Sfortunatamente, gli Stati Uniti hanno giocato troppo col fuoco (nel proprio mercato dei mutui) e si lanciarono in una crisi finanziaria nel 2008. Ciò ritardò un po’ i tempi del rialzo del dollaro USA. Se riconosciamo che esiste un ciclo dell’indice del dollaro USA e gli statunitensi l’usano per raccoglierlo dagli altri Paesi, allora possiamo concludere che era giunto il momento di raccogliere dalla Cina. Perché? Perché la Cina aveva ottenuto la maggior quantità di investimenti dal mondo. Le dimensioni dell’economia cinese non erano più quelle di un solo Paese; era persino più grande di tutta l’America Latina e aveva le stesse dimensioni dell’Asia orientale. Dal conflitto tra le isole Diaoyu e il conflitto sull’isola di Huangyan, gli incidenti continuarono a perseguitare la Cina, compreso lo scontro sulle piattaforme petrolifere cinesi 981 con il Vietnam e l’evento “Occupy Central” di Hong Kong. Possono ancora essere considerati semplicemente accidentali? Accompagnai il Generale Liu Yazhou, Commissario politico della National Defence University, a visitare Hong Kong nel maggio 2014. A quel tempo, sentimmo che il movimento “Occupy Central” era in programma e avrebbe avuto luogo entro la fine del mese. Tuttavia, non successe a maggio, giugno, luglio o agosto. Che successe? Cosa stavano aspettando? Diamo un’occhiata a un’altra tempistica: l’uscita della Federal Reserve statunitense dalla politica del Quantitative Easing (QE). Gli Stati Unito dissero che avrebbero interrotto il QE all’inizio del 2014, ma rimase ad aprile, maggio, giugno, luglio e agosto. Finché erano col QE, mantennero la sovrastampa di dollari e il prezzo del dollaro non poteva salire. Quindi, nemmeno “Occupy Central” di Hong Kong doveva accadere. A fine settembre, la Federal Reserve annunciò che gli Stati Uniti sarebbero usciti dal QE. Il dollaro iniziò a salire. Poi “Occupy Central” di Hong Kong esplosa all’inizio di ottobre. In realtà, le isole Diaoyu, l’isola Huangyan, la piattaforma 981 e il movimento “Occupy Central” di Hong Kong erano tutte bombe. L’esplosione di uno di questi poteva creare una crisi regionale o peggiorare l’ambiente degli investimenti in Cina. Ciò costringendo a ritirare grande quantità di investimenti dalla regione, che sarebbero poi tornati negli Stati Uniti Sfortunatamente, questa volta l’avversario era la Cina, che usò i movimenti del “Tai Chi” per raffreddare ogni crisi. Ad oggi, l’ultima goccia per spezzare la schiena del cammello deve ancora cadere e il Cammello è ancora in piedi. Il cammello non si è spezzato. Pertanto, la Federal Reserve non poteva suonare il corno per aumentare il tasso di interesse. Gli statunitensi si resero conto che era difficile raccogliere dalla Cina, quindi cercarono un’alternativa.
Dove altro mirarono? In Ucraina, il collegamento tra UE e Russia. Certamente c’erano alcuni problemi sotto l’amministrazione del Presidente ucraino Janukovich, ma il motivo per cui gli statunitensi lo scelsero non era semplicemente per i suoi problemi. Avevano tre obiettivi: dare una lezione a Janukovich che non ascoltava gli Stati Uniti, impedire all’UE di avvicinarsi troppo alla Russia e creare un cattivo ambiente per gli investimenti in Europa. Così si ebbe una “rivoluzione colorata” che gli stessi ucraini sembravano aver guidato. Gli Stati Uniti raggiunsero il loro obiettivo inaspettatamente: il Presidente russo Putin si prese la Crimea. Sebbene gli statunitensi non l’avessero pianificato, gli diede le migliori ragioni per fare pressione su UE e Giappone nel sanzionare la Russia, aggiungendo ulteriore pressione all’economia dell’UE. Perché gli statunitensi lo fecero? Chi tende ad analizzare dal punto di vista geopolitico, lo fa raramente dall’angolo del capitale. Dopo la crisi ucraina, le statistiche mostravano che oltre 1 trilione di dollari in capitale lasciò l’Europa. Gli Stati Uniti ottennero ciò che volevano: se non riuscivano ad ottenere dollari dalla Cina, li avrebbero ottenuti dall’Europa. Tuttavia, il passo successivo non si ebbe come previsto dagli statunitense. Il capitale uscito dall’Europa non andò negli Stati Uniti, invece andò ad Hong Kong. Una delle ragioni era che gli investitori globali preferivano la Cina, che aveva il primo tasso di crescita economica mondiale, nonostante il fatto che la sua economia avesse iniziato a raffreddarsi. L’altro motivo era che la Cina annunciò che avrebbe implementato lo Shanghai-Hong Kong Stock Connect. Gli investitori di tutto il mondo volevano ottenere un bel ritorno dal Shanghai-Hong Kong Stock Connect. In passato, il capitale occidentale era cauto nell’entrare nel mercato azionario cinese. Una ragione chiave era il severo controllo della valuta estera della Cina: potete entrare liberamente ma non uscire quando volere. Con il Shanghai-Hong Kong Stock Connect, potevano investire nel mercato di Shanghai da Hong Kong e ripartire subito dopo aver realizzato un profitto. Pertanto, oltre 1 trilione di dollari USA rimase a Hong Kong. Questo è il motivo per cui la mano dietro “Occupy Central” continuò a pianificare e non volle fermarsi. Gli statunitensi avevano bisogno di creare una crisi regionale alla Cina, per riavere i soldi negli Stati Uniti. Perché l’economia statunitense si affida così disperatamente al capitale che torna sul proprio mercato? È perché dal 1971 gli Stati Uniti hanno smesso di produrre beni reali. Hanno definito spazzatura le industrie manifatturiere o industrie del tramonto dalla bassa economia o dal produzione dal basso valore aggiunto, e le hanno trasferite nei Paesi in via di sviluppo, in particolare in Cina. Oltre ai settori high-end, come IBM e Microsoft, che mantenevano, il 70% della popolazione passò alle industrie dei servizi finanziari. Gli Stati Uniti sono diventati uno Stato completamente vuoto dalla scarsa economia reale, per poter offrire agli investitori un grande ritorno. Gli statunitensi non hanno altra scelta che aprire la porta dell’economia virtuale: i suoi tre grandi mercati. Vogliono prendere i soldi dal mondo per questi tre mercati, in modo che possano fare soldi. Quindi usare quei soldi per raccoglierne in altri Paesi. Gli statunitensi hanno solo questo modo di sopravvivere ora. La chiamiamo strategia nazionale di sopravvivenza degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti hanno bisogno di una grande quantità di capitale che ritorni per sostenerne la vita quotidiana e l’economia. Se un Paese blocca il flusso di capitali, è il nemico degli Stati Uniti

II. Di chi sarà il pranzo la Cina se crescerà rapidamente?
A. Perché la nascita dell’euro ha portato a una guerra in Europa?

Il 1° gennaio 1999 l’euro nacque ufficialmente. Tre mesi dopo, la NATO iniziò la guerra contro la Jugoslavia. Molti pensavano che Stati Uniti e NATO abbiano combattuto la guerra per fermare il genocidio degli albanesi da parte dell’amministrazione Milosevic, una spaventosa tragedia umanitaria. Dopo la guerra, si rivelò una bugia. Gli statunitensi riconobbero che si trattava di una messa in scena allestita congiuntamente da CIA e media occidentali. L’obiettivo era attaccare la Repubblica Federale di Jugoslavia. Tuttavia, la guerra del Kosovo davvero attaccò la Repubblica Federale di Jugoslavia? Gli europei credevano per la prima volta in modo schiacciante a tale teoria. Tuttavia, dopo questa guerra di 72 giorni, scoprirono che furono ingannati. Quando l’euro fu creato, gli europei avevano molta fiducia. Il tasso di cambio dell’euro rispetto al dollaro USA era 1:1,07. Dopo 72 giorni di bombardamenti, gli europei scoprirono che qualcosa non andava: l’euro era rovinato. Perse il 30 percento del valore; un euro equivaleva solo a 0,86 dollari. Gli europei si resero conto di essere stati ingannati. Questo è il motivo per cui in seguito, quando gli Stati Uniti insistettero ad avere una guerra con l’Iraq, Francia e Germania furono fortemente contrarie. Alcuni dicono che i Paesi democratici occidentali non si combattono. È vero che, dalla Seconda guerra mondiale, i paesi occidentali non si sono combattuto, ma ciò non significa che non abbiano conflitti militari o guerre economiche o finanziarie tra di essi. La guerra in Kosovo fu una guerra finanziaria indiretta che gli statunitensi combatterono contro l’euro. In superficie era contro la Jugoslavia, ma l’euro ebbe successo. Questo perché la nascita dell’euro toccò il pranzo del dollaro statunitense. Prima, il dollaro USA era usato per comandare l’80% del mercato internazionale delle transazioni. Scese al 60% del mercato. L’euro si prese una grande torta dal dollaro. L’Unione Europea (UE), un’economia da 27000 miliardi di dollari USA, superò l’economia dell’Area di libero scambio nordamericana (FTA) da 25 trilioni di dollari, diventando la più grande zona economica del mondo. Con un’economia così vasta, ovviamente l’UE non voleva usare il dollaro per gestire i propri scambi, quindi creò l’euro. L’introduzione dell’euro portò via un terzo del business dei cambi in dollari, oggi il 23% del commercio mondiale è regolato in euro. All’inizio, gli statunitensi non erano vigili sull’euro. Fu un po’ tardi quando scoprirono che avrebbe messo in discussione l’egemonia del dollaro. Quindi gli Stati Uniti avevano bisogno di un modo per far cadere l’UE e l’euro, così come altri possibili sfidanti.

B. Come gli Stati Uniti cercano di bilanciare la propria strategia di “riequilibrio dell’Asia-Pacifico”?
L’ascesa della Cina la rese il nuovo sfidante al dominio globale del dollaro. I conflitti sulle isole Diaoyu e sull’isola Huangyan furono l’ultimo tentativo degli Stati Uniti di sopprimere la sfidante. Sebbene questi due eventi politici intorno al confine cinese non abbiano causato la fuga di una grande quantità di capitale dalla Cina, gli statunitensi raggiunsero degli obiettivi parziali: due degli sforzi della Cina finirono. All’inizio del 2012, Cina, Giappone e Corea del Sud erano vicini al raggiungimento di un accordo sui negoziati per l’accordo di libero scambio dell’Asia nord-orientale. Nell’aprile 2012, Cina e Giappone avevano anche raggiunto un accordo preliminare sul cambio di valuta e il mantenimento dei rispettivi debiti nazionali. Tuttavia si ebbero il conflitto sulle isole Diaoyu e sull’isola Huangyan , spazzando via l’FTA e il cambio di valuta. Pochi anni dopo, la Cina finalmente sciolse la contrarietà della Corea del Sud sull’accordo di libero scambio bilaterale, ma non ebbe molto significato. Perché? L’originale FTA del nord-est asiatico, una volta stabilito, avrebbe incluso Cina, Giappone, Corea del Sud, Hong Kong, Macao e Taiwan. Sarebbe stata la terza maggiore economia del mondo, con una dimensione di oltre 20 trilioni di dollari. Inoltre, probabilmente avrebbe integrato all’FTA l’ASEAN, formando l’FTA dell’Asia orientale. Ciò sarebbe diventata la maggiore economia del mondo, da oltre 30 trilioni di dollari. Possiamo inoltre immaginare che l’accordo di libero scambio tra Asia orientale e ASEAB poteva continuare ad espandersi: India e l’Asia del sud, i cinque paesi dell’Asia centrale e i paesi dell’Asia occidentale (parte del Medio Oriente). Questo accordo con l’Asia avrebbe quindi superato i 50 trilioni di dollari statunitensi, più di quanto combinato tra UE e USA. Una FTA così grande avrebbe usato euro o dollaro per regolare il commercio interno? Ovviamente no. Ciò significa che un dollaro asiatico sarebbe nato. Penso che, se effettivamente esistesse un FTA in Asia, dovremmo promuovere il renminbi come valuta principale dell’Asia, così come il dollaro è diventato la valuta del Nord America e quindi del mondo. Portare il renminbi sul palcoscenico internazionale è molto più di ciò di cui abbiamo parlato in precedenza col “Renminbi che va all’estero” o lasciare che abbia un ruolo nella “One Belt, One Path”. Insieme al dollaro e all’euro, avrebbe condiviso il mondo. Se i cinesi potevano pensarci, gli statunitensi no? Quando annunciarono che avrebbero spostato la loro attenzione verso Oriente, spinsero i giapponesi a creare un problema sulle isole Diaoyu e sostennero le Filippine a scontrarsi con la Cina sull’isola di Huangyan. Non possiamo essere così ingenui da pensare che ciò sia stato causato solo dai giapponesi di destra o dal presidente delle Filippine Aquino. Fu il pensiero profondo e attento degli statunitensi ad impedire al renminbi di sfidare il dollaro. Gli statunitensi erano molto chiari su ciò che facevano. Se si formasse l’FTA del nord-est asiatico, con la sua reazione a catena, renminbi, euro e dollaro avrebbero reclamato un terzo del mercato commerciale mondiale. Allora per gli Stati Uniti averebbero ancora avuto l’egemonia valutaria solo per terzo? Senza un’economia reale, se dovessero perdere l’egemonia monetaria, come potrebbero gli Stati Uniti rimanere il dominatore del mondo? Una volta compreso, si capisce perché, dietro a tutti i problemi della Cina, ci sono gli Stati Uniti. Gli Stati Uniti evitano “scontri” diretti con la Cina. Così hanno creato problemi alla Cina ovunque. Cosa cercano di “riequilibrare” gli Stati Uniti nell’Asia-Pacifico? Vogliono davvero mediare tra Cina e Giappone, Cina e Filippine, Cina e altri Paesi? Ovviamente no. Hanno un solo obiettivo in mente: annullare l’ascesa della Cina.

III. Il segreto che l’esercito statunitense combatte per il dollaro
A. La guerra in Iraq e la valuta utilizzata per il commercio di petrolio

Tutti dicono che la forza degli Stati Uniti si basa su tre pilastri: moneta, tecnologia e forza militare. In realtà oggi possiamo vedere che la vera spina dorsale degli Stati Uniti sono loro valuta e forza militare. Il sostegno della valuta è la loro forza militare. Ogni Paese nel mondo spende una grande quantità di denaro quando è in guerra. Gli Stati Uniti, tuttavia, sono unici. Può anche fare soldi mentre li spende per una guerra. Alcun altro Paese può farlo. Perché gli statunitensi hanno combattuto la guerra in Iraq? Molti risponderebbero, “Per il petrolio”. Tuttavia, gli statunitensi combatterono veramente per il petrolio? No. Se davvero hanno combattuto per il petrolio, perché non hanno preso un barile di petrolio dall’Iraq? Inoltre, il prezzo del petrolio greggio è salito a 149 dollari al barile dopo la guerra, dal prezzo pre-bellico di 38 dollari al barile. Il popolo statunitense non ha avuto petrolio a basso prezzo dopo che il suo esercito occupò l’Iraq. Pertanto, gli Stati Uniti hanno combattuto la guerra non per il petrolio, ma per il dollaro. Perché? La ragione era semplice, controllare il mondo, gli Stati Uniti hanno bisogno di tutto il mondo per usare il dollaro. Fu una grande mossa nel 1973 costringere l’Arabia Saudita e altri Paesi OPEC a insediare il dollaro come valuta di regolamento per le operazioni petrolifere. Una volta compreso, capirete perché gli Stati Uniti hanno combattuto una guerra in un Paese produttore di petrolio. Il risultato diretto fu aumentare il prezzo del petrolio. Una volta che il prezzo del petrolio è salito, anche la domanda di dollari è aumentata. Ad esempio, se avevate 38 dollari, potevate comprare un barile di petrolio greggio prima della guerra. Dopo la guerra, il prezzo salì di oltre quattro volte, a 149 dollari. I vostri 38 dollari vi avrebbero permesso solo un quarto di barile. Come potere ottenere gli altri tre quarti? Dovevate usare i vostri beni e risorse per scambiare cogli statunitensi dollari. Quindi il governo degli Stati Uniti poteva apertamente e legittimamente stampare altri dollari. Questo era il segreto. Voglio anche dire a tutti, che la guerra degli Stati Uniti in Iraq non ebbe solo questo obiettivo. Doveva anche mantenere l’egemonia del dollaro. Sadam non appoggiava i terroristi o al-Qaida, né aveva armi di distruzione di massa. Ma perché fu impiccato? Perché giocò una partita tra Stati Uniti e Unione Europea. Dopo la creazione dell’euro nel 1999, annunciò che il commercio petrolifero dell’Iraq sarebbe stato regolato in euro. Questo fece arrabbiare gli statunitensi, specialmente quando molti altri Paesi seguirono l’esempio. Il Presidente russo Putin, il Presidente iraniano Ahmadinejad e il Presidente venezuelano Hugo Chavez fecero lo stesso annuncio. Come potevano accettarlo gli statunitensi? Alcuni potrebbero pensare che ciò che ho detto sia una favola. Diamo un’occhiata a ciò che gli USA fecero dopo aver vinto la guerra in Iraq. Prima di arrestare Sadam, gli statunitensi si precipitarono a formare il governo temporaneo iracheno. Il primo ordine che il governo temporaneo pubblicò annunciava che il commercio petrolifero iracheno passava dall’euro al dollaro. Questo dimostrò che gli USA combattevano per il loro dollaro.

B. La guerra in Afghanistan e il flusso netto di capitali
Qualcuno potrebbe dire: “Posso vedere che gli statunitensi hanno combattuto la guerra in Iraq per il dollaro. L’Afghanistan non produce petrolio. Quindi non dovrebbe essere per il dollaro che gli statunitensi hanno combattuto quella guerra, che fu dopo l’attacco dell’11 settembre. Il mondo intero sapeva che era per vendicarsi di al-Qaida e punire i taliban che la sostenevano”. Era vero? La guerra in Afghanistan iniziò un mese dopo l’11 settembr, in fretta. Verso la metà della guerra, gli statunitensi esaurirono tutti i missili cruise. Mentre la guerra continuava, il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti dovette ricorrere alle armi nucleari. Tirò fuori 1000 missili da crociera nucleare, sostituì le testate nucleari con testate convenzionali e ne sparò 900 per vincere la guerra. Ovviamente gli statunitensi non erano pronti a questa guerra. Perché vi si precipitarono? Perché non potevano più aspettare. La loro vita finanziaria era in grave difficoltà. All’inizio del 21° secolo, come Paese senza industrie produttrici di beni reali, per mantenerlo il livello attuale, gli Stati Uniti dovevano avere un afflusso netto di 700 miliardi di dollari da altri Paesi ogni anno. Dopo l’evento dell’11 settembre, gli investitori globali mostrarono grande preoccupazione per il contesto degli investimenti negli Stati Uniti. Di conseguenza, 300 miliardi di dollari fuggirono dagli Stati Uniti Ciò costrinse gli Stati Uniti a combattere rapidamente una guerra per fermare la fuga. Non si trattava solo di punire i taliban e al-Qaida, ma anche di ricostruire la fiducia degli investitori globali. Dopo che i primi missili da crociera esplosero a Kabul, l’indice Dow Jones salì di 600 punti in un giorno. Il capitale che aveva lasciato gli Stati Uniti iniziò a rifluire. Alla fine del 2001, 400 miliardi di dollari tornarono negli Stati Uniti. Ciò dimostrò ancora una volta che la guerra in Afghanistan fu combattuta per il dollaro e il capitale.

C. Perché il Prompt Global Strike System sostituirà i portaerei?
Molti cinesi hanno grandi speranze sulla portaerei cinese. Hanno visto l’importanza della portaerei in passato e la nave cinese Liaoning ha permesso alla Cina di entrare nel rango delle potenze navali. Tuttavia, sebbene la portaerei sia ancora un simbolo per una grande potenza nel mondo, resta solo un simbolo. Questo perché la portaerei è un prodotto dell’era della logistica. Quando la Gran Bretagna era all’apice, imponeva il commercio globale e inviava i suoi prodotti nel mondo e ne prendeva le risorse, aveva bisogno di una forte marina per garantirsi la sicurezza marittima. La creazione della portaerei servì anche a controllare l’oceano e le rotte. A quel tempo il detto era: “La logistica è la chiave”. Chi controllava l’oceano controllava il flusso della ricchezza globale. Ora il capitale è la chiave. Alcuni colpi sulla tastiera di un computer possono spostare miliardi o persino trilioni di dollari da un luogo all’altro. Una portaerei può tenere il passo con la velocità della logistica, ma non col flusso di capitali. Non è quindi in grado di controllare il capitale globale. Allora oggi, quale mezzo può tenere il passo con direzione, velocità e volume del flusso del capitale globale su Internet? Gli USA sviluppano un enorme e tempestivo sistema d’attacco globale che gli consentirà di colpire qualsiasi regione concentrata di capitali con missili balistici, aerei supersonici e missili da crociera che viaggiano a velocità cinque o dieci volte superiori al suono. Gli Stati Uniti affermano di poter colpire qualsiasi luogo sulla terra in 28 minuti. Non importa dove sia il capitale, finché non vogliono che sia lì, i loro missili possono arrivarci in 28 minuti e cacciare il capitale. Ecco perché il sistema d’attacco rapido globale sostituirà inevitabilmente le portaerei. Ovviamente, anche la portaerei ha un suo valore, come salvaguardia delle rotte o per condurre una missione umanitaria. È una buona piattaforma navale.

IV. La “Air Sea Battle” non risolverà il problema degli Stati Uniti
gli USA hanno adottato il concetto di “Air Sea Battle” quando progettarono le risposte alla crescita della Cina. Fu introdotto per la prima volta nel 2010. Come concetto di guerra, significa combinare congiuntamente la potenza delle forze aeree e della marina per combattere la Cina. La creazione di tale concetto mostrò che l’esercito statunitense si stava indebolendo. In passato, gli Stati Uniti pensavano che potesse effettuare attacchi aerei o navali per colpire la Cina. Ora si scopre che l’uso di una sola forza non gli conferisce superiorità militare sulla Cina. Hanno bisogno di unire le due forze ed è così che è nato il concetto di “battaglia aeronavale”. Gli statunitensi pensano che Cina e Stati Uniti non entreranno in guerra nei prossimi dieci anni. Dopo aver studiato lo sviluppo militare della Cina, gli statunitensi si rendono conto che l’attuale capacità militare degli Stati Uniti non garantisce un vantaggio sui punti di forza della Cina, come la capacità di attaccare le portaerei e di distruggere i sistemi spaziali. Pertanto, gli Stati Uniti hanno bisogno di altri dieci anni per sviluppare un sistema da combattimento più avanzato per compensare il vantaggio della Cina. Può significare che gli Stati Uniti hanno spostato il momento per una guerra con la Cina tra dieci anni. Anche se non ci sarà una guerra per dieci anni, dobbiamo prepararvici. Se non vogliamo che una guerra avvenga tra dieci anni, dobbiamo portare a termine le nostre azioni entro i prossimi dieci anni, compresa la preparazione alla guerra.

V. Il significato strategico della strategia “One Belt, One Road”
Agli statunitensi piacciono il basket e il pugilato. Il pugilato mostra la tipica natura statunitense del rispetto della potenza: un colpo diretto con piena forza e la speranza di far abbattere l’avversario. Tutto è semplice. I cinesi sono esattamente l’opposto. Preferiscono l’ambiguità e “usano la morbidezza per conquistare la forza”. Non cercano di sconfiggere l’avversario, ma di evitate gli attacchi dal nemico. Ai cinese piace il Tai-chi, arte più nobile della boxe. La strategia “One Belt, One Road” riflette questa filosofia. Nel corso della storia, ogni volta che sorge una grande potenza, c’è un movimento per la globalizzazione corrispondente. Ciò significa che la globalizzazione non è un fenomeno continuo dal passato al presente; piuttosto appartiene a una grande potenza. L’impero romano ebbe la sua globalizzazione. La dinastia Qin in Cina (circa 200 aC) ebbe la sua globalizzazione. Ogni globalizzazione è stata avviata da un impero in ascesa, ed era anche limitata dalla forza dell’impero. La posizione più lontana che il potere dell’impero potesse influenzare e i suoi mezzi di trasporto potessero raggiungere definiva il confine della globalizzazione. Pertanto, nella visione di oggi, sia la globalizzazione dell’Impero Romano che della Dinastia Qin sono considerate espansione regionale. La “globalizzazione” di oggi è iniziata con l’impero inglese. Gli Stati Uniti hanno continuato la globalizzazione del commercio inglese. Poi si passò alla globalizzazione del dollaro USA. La “One Belt, One Road” della Cina non è semplicemente aderire al sistema economico globale, una globalizzazione sotto il dollaro USA. Come superpotenza in ascesa, la strategia “One Belt, One Road” è l’inizio della globalizzazione cinese. È un processo di globalizzazione necessario che una superpotenza deve avere durante la fase dell’ascesa. “One Belt, One Road” è la migliore strategia da superpotenza che la Cina possa adottare in questo momento, perché è una contromossa alla strategia statunitense volta a spostare l’attenzione verso Oriente. Qualcuno potrebbe chiedersi: “Una contromisura dovrebbe essere nella direzione opposta alla forza che vi minaccia. Come voltare le spalle agli Stati Uniti? “(Gli Stati Uniti spingono la Cina da est sull’Oceano Pacifico, ma la Cina gira le spalle alla pressione e si sposta ad ovest.) Esatto. La strategia “One Belt, One Road” è il contraltare indiretto della Cina alla mossa degli Stati Uniti verso est. La Cina gira le spalle agli Stati Uniti (per evitare uno scontro diretto). Mi fai pressione (da est), cammino verso ovest, non perché voglio evitarti, né perché ho paura di te, ma piuttosto perché questa è una mossa intelligente per disinnescare la pressione che imponi. La strategia “One Belt, One Road” non richiede che le due rotte siano parallele. Dovrebbe avere priorità. La forza marittima è ancora una debolezza della Cina, quindi possiamo concentrarci prima sulla rotta di terra. “One Belt” è la direzione principale. Ciò significa anche che dobbiamo rivedere l’importanza dell’esercito. Alcuni dicono che l’esercito cinese è il migliore del mondo. È vero se resta in Cina: l’esercito cinese batterà chiunque invada la terra della Cina. Il problema è che l’esercito cinese potrebbe non avere la possibilità di uscire dalla Cina per combattere e vincere una guerra? Ne ho parlato l’anno scorso alla riunione annuale di Global Times. Dissi che gli USA hanno scelto l’avversario sbagliato quando scelsero la Cina come suo avversario e vi fanno pressione. La vera minaccia per gli Stati Uniti in futuro non è la Cina, ma gli stessi Stati Uniti. Gli Stati Uniti si seppelliranno. Questo perché non si sono ancora resi conto che sta arrivando una grande era e il capitalismo finanziario che gli Stati Uniti rappresentano raggiungerà il picco e poi inizierà a scendere. Da un lato, gli Stati Uniti hanno già sfruttato appieno i benefici che il capitale genera. D’altra, attraverso l’innovazione tecnologica che gli Stati Uniti guidano, spingono Internet, big data e cloud computing all’estremo. Questi strumenti diverranno alla fine le forze che porranno fine al capitalismo finanziario. Taobao.com e Tmall.com, entrambi società di Alibaba, hanno registrato vendite per 50,7 miliardi di yuan (8,2 miliardi di dollari) l’11 novembre 2014. Alcune settimane dopo, le vendite totali su Internet più le vendite nei negozi sul mercato statunitense nei tre giorni del Ringraziamento, furono di soli 40,7 miliardi di yuan (6,6 miliardi di dollari). I 50,7 miliardi di yuan sono solo le vendite di un giorno su Alibaba, ad eccezione di 163.com, qq.com, jd.com e altri negozi online in Cina, né di vendite di negozi fisici. Tutte le vendite di Alibaba furono effettuate tramite Alipay (un sistema di pagamento elettronico). Cosa significa Alipay? Significa che la valuta è fuori dalla piattaforma commerciale. L’egemonia degli Stati Uniti è basata sul suo dollaro. Cos’è il dollaro? È una valuta. In futuro, quando smetteremo di utilizzare la valuta per le vendite, sarà inutile. Un impero basato sulla valuta esisterà ancora? Questa è la domanda a cui gli statunitensi dovrebbero pensare. La stampa 3D rappresenta anche una direzione futura. Creerà cambiamenti fondamentali nel processo di produzione. Quando il processo di produzione cambia e il processo di scambio cambia, il mondo subirà un cambiamento fondamentale. La storia mostra che questi due cambiamenti, non altri fattori, sono la vera causa del cambiamento della società. Il capitale odierno può scomparire quando la valuta scompare. Quando il metodo di produzione cambia con la stampa 3D, il mondo umano entrerà in una nuova modalità sociale. Allora, Cina e Stati Uniti staranno sulla stessa linea di partenza su Internet, big data e cloud computing. La competizione in quel momento dipenderà da chi sarà il primo a superare questa nuova porta, non da chi spingerà l’altro verso il basso. Da questo punto di vista, dico che gli Stati Uniti hanno scelto l’avversario sbagliato. Il vero avversario degli USA sono se stessi e questo cambiamento. Gli USA hanno mostrato una sorprendente lentezza nel capirlo. Questo perché hanno investito troppo nel mantenere la posizione egemonica. Non vogliono condividere il potere con altri Paesi, né unirvisi nella nuova porta sociale dietro la quale ci sono ancora molte cose a noi sconosciute.Nota:
[1] Pubblicazione online in Cina, “Qiao Liang: la strategia degli Stati Uniti nel spostare l’attenzione verso l’est e la strategia cinese di andare ad ovest – La scelta strategica cinese nel gioco tra Cina e Stati Uniti“, 15 aprile 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio