I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Matteo stai Bonino (ma non sereno)

Un brutto colpo per la Difesa

Jacques Sapir, Russeurope 13 luglio 2017La questione del bilancio della Difesa potrebbe essere, nelle prossime settimane, il pomo della discordia in Francia, ma anche tra Francia e Germania. Due fatti forniscono indizi su ciò che accade. Il 12 luglio, alla Commissione della Difesa dell’Assemblea nazionale, il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, Generale Pierre De Villiers, ha minacciato di dimettersi se il ministero delle Finanze persisteva nel desiderio di ridurre il bilancio della Difesa di 850 milioni di euro [1]. Il 13 luglio, si teneva un consiglio dei ministri franco-tedesco in gran parte dedicato ai problemi della difesa. La coincidenza dei due eventi indica che vi sono questioni serie, ma anche un serio dibattito sul tema nelle alte sfere del potere. Riprendendo il problema di bilancio che ha provocato le ire, giustificate va aggiunto, del Capo di Stato Maggiore della Difesa, il bilancio della difesa era di 40,8 miliardi di euro, ma date pensioni e indennità, i saldi di spesa per effettivi e mezzi ammontano a 32,6 miliardi. Tale cifra non basta a mantenere forze armate nello stato corrente. Lo testimoniano i gravi problemi di manutenzione dei mezzi più efficienti, aerei ed elicotteri, nonché i ritardi nella sostituzione dei mezzi obsoleti o semplicemente superati dalle attuali minacce. Si aggiungano le operazioni all’estero, le famose “OPEX”, che ingoiano sempre più soldi destinati ai mezzi. In una nota pubblicata a fine 2016, stimai al 2,44% del PIL, o 48-50 miliardi di euro, le spese per mantenere il nostro status militare [2]. Il Generale Trinquand, ex-capo della missione militare alle Nazioni Unite e alla NATO che contribuì alla stesura del programma per la Difesa di Emmanuel Macron, ne aveva parlato su “Le cronache di Jacques Sapir” di Radio Sputnik dedicate al ritorno del “servizio nazionale” [3]. Ci disse fuori onda, a Laurent Henninger (altro ospite) e a me, che il Presidente si era impegnato ad accreditare alla Difesa, escluse le pensioni, 50 miliardi subito. Non ho motivo di non credere al Generale Trinquand, che a tale proposito sembrava logico, mostrando in apparenza che Emmanuel Macron avesse ben compreso la dimensione dei problemi sul bilancio della Difesa. Ma ciò che emerge dall’audizione del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Generale Pierre De Villiers, è che era assai arrabbiato dall’annuncio di nuovi tagli al suo bilancio annunciati dal ministro Darmanin. Per anni i governi di Nicolas Sarkozy e François Hollande giocarono sugli effetti degli annunci e i rispettivi budget “insinceri”. Qui, la misura è colmao. Ma proprio quando tale piccolo dramma si svolgeva, purtroppo francese, all’Eliseo vi era il Consiglio dei Ministri franco-tedesco, in gran parte dedicato alla Difesa. Supponiamo che nell’occasione Emmanuel Macron abbia cercato di far assumere le responsabilità alla Germania, o a contribuire direttamente alle operazioni a sud del Sahel, o al loro finanziamento a spese del bilancio. La Germania aveva accettato l’istituzione di una difesa europea embrionale, ma ne limita drasticamente il bilancio. E’ molto probabile che la cancelliera Merkel abbia dato risposte meramente dilatorie. Non vuole legarsi le mani su ciò e sa, forse a differenza del suo interlocutore, che ne va della sovranità del suo Paese. Ma Merkel, e io sarò l’ultimo a biasimarla, ha un’altissima idea della sovranità della Germania. E’ deplorevole che Emmanuel Macron non abbia un’altissima idea della sovranità della Francia. Non solo c’è poco da aspettarsi dalla questione sul bilancio, ma più in generale la Germania preferisce giocare la carta della deterrenza nucleare degli Stati Uniti, che affidarsi al deterrente “esteso” della Francia. Ciò significa che qui non dovremmo aspettarci nulla.
La tragedia è che i nuovi tagli al bilancio, gli ennesimi, interesseranno l’osso, data la scarsità di ciccia negli ultimi mesi. Ciò che è in gioco oggi, e questo spiega rabbia e “sproloquio” del Generale De Villiers, sono futuro della difesa e credibilità degli impegni del governo in proposito. Si teme che il governo segua la via più semplice e si rifugi sotto dichiarazioni altisonanti per attuare una politica le cui conseguenze potrebbero essere tragiche. In tal modo, si comporterebbe come i predecessori, e seppellirebbe, per chi ha ancora dei dubbi, l’idea che si possa fare politica in modo diverso…[1] Les Echos
[2] Vedi J. Sapir, “Una difesa al ribasso non è una difesa“, 21/12/2016
[3] Sputnik

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Helmut Kohl e la guerra dell’UE alle aziende inglesi in Russia

Rodney Atkinson, Free Nations 10 luglio 2017L’eurobandiera sulla bara di Helmut Kohl e le notizie che le imprese dell’UE attaccano segretamente quelle inglesi in Russia! Gli inglesi reagiranno alle grosse attività che l’euro-fascista Kohl predisse? Possono May e Johnson contrastare gli attacchi contro di noi se continuano ad alienarsi la Russia con una catastrofica politica estera?

La morte di Kohl
E’ morto Helmut Kohl. Non c’è da meravigliarsi che la sua bara fosse coperta dalla bandiera “europea”! Fu uno dei costruttori corporativi più fanatici dell’Unione Europea. Da giovane fu arrestato per aver violato i confini tra Germania e Francia. Per come molti politici tedeschi si rivolgono alla Francia, ciò potrebbe essere visto sia come amicizia che come minaccia! In seguito, da cancelliere, nel 1982-1998 portò ai più disastrosi trattati europei; l’Atto Unico Europeo (che non ha niente a che fare con il libero scambio, ma solo con lo Stato unico europeo), il Trattato di Maastricht (la peggiore perdita di diritti sovrani delle nazioni dal Trattato di Roma del 1957) e il Trattato di Amsterdam che ha tolto ulteriori poteri ai parlamenti democratici su immigrazione, adozione di leggi civili e penali, e politica estera e di sicurezza (PESC). Era così arrogante da ammettere apertamente che “il futuro apparterrà ai tedeschi quando costruiremo la casa d’Europa” (1995), riecheggiò nazisti e fascisti degli anni trenta e quaranta invocando ripetutamente il “destino” come giustificazione apolitica: “Non c’è alternativa a una politica che mira ad unire se non vogliamo sfidare il destino” (1995). Le osservazioni più tremende di Kohl sono meglio riassunte dall’infame “poteva avere ragione in politica e guerra”, e sicuramente adottò frasi di Adolf Hitler avvertendo di “essere sul treno sbagliato”, che i “punti sono stati decisi” e dicendo che “la Germania è la locomotiva del treno europeo“. Ovviamente fu Kohl che predisse che la Gran Bretagna non avrebbe lasciato l’Unione europea perché le grandi imprese non l’avrebbero permesso, un atteggiamento che vediamo giornalmente riflesso nei tentativi di sfidare la volontà popolare di ripristinare nel nostro Paese costituzione, parlamento e democrazia. La convinzione di Kohl nel potere delle grandi imprese di battere le nazioni democratiche, viene ora dimostrata dalle imprese europee che attaccano gli inglesi in Russia minandone le imprese.

La aziende dell’UE minano quelle inglesi in Russia
Un contatto ben introdotto in Russia mi ha appena riportato delle conversazioni coi capi delle principali società dell’UE operanti in Russia, aziende come BASF, Volkswagen, Gaz de France e altre. Era stupito da ciò che sentì su Gran Bretagna e Brexit e della loro duplicità quando pensavano che fosse inglese. Il mio contatto è anglofilo e parla inglese con un buon accento e quindi questi uomini d’affari, pensando che fosse inglese, in un primo momento espressero le “condoglianze” per la Brexit. Ma quando capirono che non era inglese, immediatamente condannarono il Regno Unito che “tradisce i valori europei“, percependo (a suo dire) “puzza di militarismo prussiano“; e si ricordò i miei libri sulla natura fascista corporativa dell’Unione europea di oggi. (Ho sempre saputo che abbandonandola, i veri “valori” dell’UE e il suo vero atteggiamento verso la Gran Bretagna si sarebbero rivelati: arroganza, aggressività e tentativi di sabotaggio). Alcuni cercavano persino di danneggiare la Gran Bretagna presso le controparti russe (difatti praticamente società statali) dicendo che “l’Europa va meglio senza la Gran Bretagna” e che le imprese dell’UE devono prepararsi ad espandersi nel mercato russo. Il mio contatto diceva che l’atmosfera non era solo aggressiva ma “davvero seminavano i semi dell’anglofobia su suolo russo“. Fortunatamente il mio amico ha un contatto nel Ministero degli Esteri russo, informandolo di queste conversazioni anti-inglesi, e il contatto gli rispose alcuni mesi fa, quando Frederica Mogherini, “alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza” andò a Mosca, che “la delegazione dell’UE inviava messaggi velati per piegare il Regno Unito“. Ma il mio amico è sicuro che Sergej Lavrov, il Ministro degli Esteri russo, odia tali manipolazioni. Sono sicuro che sia vero. Germania, Italia e Austria già abbandonano le sanzioni che hanno attuato (mentre il Congresso degli Stati Uniti ne richiede altre!) Macron, scarsamente rispettato in Russia (tendono a vederlo, come in questo sito, come un illuso che si crede Napoleone), ha avuto in offerta l’opportunità di acquistare il campo gasifero Shtokman nel Mare di Barents (Russia nord-occidentale). Tali tentativi di scoraggiare e minare l’attività inglese sono estremamente gravi e il flagrante aggiramento delle sanzioni dell’UE offre un’opportunità alle imprese dell’UE, mentre il Regno Unito non le vede. Ci siamo accodati alla russofobia di Washington (che perfino il presidente Trump ha difficoltà a contrastare), sostenendo gli attacchi alla Russia di Obama e Merkel, e ora vediamo che l’UE ci attacca per averla lasciata mentre evita le proprie sanzioni alla Russia a proprio profitto, mentre le imprese inglesi (generalmente e storicamente molto apprezzate in Russia) sono attaccate e sabotate. Johnson e May devono svegliarsi. Potrebbero iniziare a leggere gli articoli di questo sito!Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il ruolo dei comunisti palestinesi nella Grande Rivolta araba del 1936

Luca Baldelli

Nel 1936 esplose la rabbia palestinese contro la sempre più massiccia immigrazione ebraica, sponsorizzata e foraggiata dai sionisti al fine di mutare gli equilibri etnici e politici in Terra Santa. Fu la “Thawra Filastin”, la “ Grande Rivolta Araba”. L’imperialismo britannico, che fin dagli “Accordi Sykes–Picot” e dalla “Dichiarazione Balfour” iscrisse nella propria strategia e missione l’espansione nel Levante Mediterraneo e l’incoraggiamento ai programmi sionisti d’insediamento, fu il primo responsabile della deflagrazione sociale. Gli arabi palestinesi, che per secoli avevano vissuto in pace e concordia accanto ai fratelli ebrei, scesero sul piede di guerra contro la sottrazione scientificamente pianificata, a loro danno, delle terre più fertili da parte dei coloni ebrei, terre che i contadini arabo–palestinesi lavorarono e resero feconde col sudore della fronte, senza troppi aiuti e con molti intoppi e sabotaggi da parte della Gran Bretagna. Una vulgata menzognera, dura a morire, pretende di far credere che prima della massiccia immigrazione ebraica, la Palestina fosse un terra abbandonata, incolta, pietrosa e desolata. Quale migliore copertura ideologica e storica per avallare e legittimare il neocolonialismo sionista? In realtà, la situazione era ben altra e lo possiamo verificare consultando gli stessi documenti ufficiali britannici: il “Rapporto Peel” del 1937, mentre mostra i perniciosi effetti del sionismo, con i coloni passati da 80000 a 360000 dal 1918 al 1936, mette in luce anche in maniera inequivocabile la laboriosità dei tanto deprecati “beduini”, additati al mondo dalla stampa sionista come predoni e fannulloni, e dei contadini arabi in genere. Infatti, poterono ancora esportare, nonostante l’invasione sionista, ben 30000 tonnellate di grano l’anno, mentre la percentuale dei frutteti da loro controllati era pressoché triplicata in nemmeno venti anni e la loro produzione ortofrutticola quasi decuplicò. Tutto questo, malgrado i sionisti fossero stati in ogni modo agevolati dal sistema creditizio e protetti dalle autorità imperiali britanniche. Il “Fondo Nazionale Ebraico”(Keren Kayemet LeYisrael), creato nel 1901 a Basilea, fu il polmone finanziario principale della gigantesca operazione economica di acquisto di terre in Palestina, con i contadini arabi piccoli e medi spesso costretti a vendere dinanzi alla giugulazione economica posta in essere, in maniera concertata, da sionisti e britannici; contadini senza terra cacciati e i grandi latifondisti arabi spesso conniventi, allettati da offerte economiche assolutamente spropositate. Non mancarono minacce ed angherie che spinsero molti a sbarazzarsi delle terre, alimentando un risentimento sociale che esplose in modo potente e tremendo.
Nel 1931, 106400 dunum di terra (1 dunam=1000 mq, secondo il sistema di misura adottato nel 1928) sfamavano 590000 contadini arabo–palestinesi, mentre 102000 dunum erano a disposizione di appena 50000 coloni ebrei. Si arrivò quindi al 1936. Il 19 aprile vi fu l’insurrezione popolare, che da tempo covava sotto le ceneri, divampando a partire dai villaggi. Sotto l’egida del Supremo Comitato Arabo, fondato e presieduto dal carismatico notabile Haji Amin al–Husayni, Muftì di Gerusalemme, fu proclamato lo sciopero generale, sotto le parole d’ordine della fine del dominio britannico in Palestina, della proibizione dell’immigrazione sionista, del divieto della vendita di terre ai coloni ebrei. La rivolta ebbe come epicentro la città di Nablus, vivaio dell’intellighentija palestinese, ma si allargò presto a macchia d’olio su tutto il Paese. In questo quadro, i comunisti palestinesi fin da subito furono attori, e non certo spettatori, di quanto avvenne. Assai attivi e presenti, forti dei principi internazionalisti orientati alla liberazione delle masse oppresse, sia arabe che ebraiche, cercarono di indirizzare la rivolta non sul binario morto dello scontro interetnico e religioso, ma su quello, giusto e storicamente necessario, dell’affrancamento dal giogo britannico e della fondazione di una Palestina libera, sovrana, indipendente, che fosse casa comune per tutti i popoli che la abitassero, senza recinti escludenti di natura etnico–confessionale e senza lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Nato nel 1923 dopo varie vicissitudini, scissioni e riunificazioni, il Partito Comunista Palestinese superò in senso progressista la piattaforma del vecchio Partito Socialista dei Lavoratori Ebrei, unendo arabi ed ebrei nella comune lotta anticapitalista e anticolonialista. Il PCP condannò, nella maniera più netta, il sionismo come “movimento della borghesia ebraica, alleato dell’imperialismo britannico” e si propose alle masse palestinesi con il ripudio di ogni atteggiamento volgarmente antireligioso: gli insegnamenti del Corano non erano incompatibili con quelli marxisti–leninisti, anzi costituivano un pilastro storico sulla via della liberazione dei Paesi arabi dal colonialismo. Nel quadro familistico–confessionale dei notabili palestinesi, da sempre punti di riferimento per la popolazione (si pensi ai Nashashibi, Khalidi, al-Husayni), il Partito Comunista Palestinese rappresentò altresì un punto avanzato di maturazione non solo politica, ma anche culturale e sociale, nel momento in cui ruppe l’assetto “clanico” e aprì alle masse palestinesi oppresse la prospettiva di un’autentica libertà e di un genuino progresso, svincolato dagli interessi speculativi e lobbistici. Esso aveva una struttura ramificata ed era forte dell’adesione sia di molti lavoratori arabi che di tanti lavoratori ebrei. A livello di dirigenza, nel 1935 fu visto salire alla carica di Segretario Radwan al-Halu, elemento preparato e coraggioso, affiancato da quadri coraggiosi di origine ebraica come Meir Slonim e Simha Tzabari, amante dello stesso al-Halu, figura a tutto tondo che approfondiremo più avanti. Nel propagandare il verbo della liberazione, il Partito, era questa la sua abilità, non s’isolò dalle lotte, anche quando erano dirette, com’era inevitabile in un contesto come quello palestinese degli anni ’20–’30, sotto le bandiere della piccola borghesia nazionalista o del messianismo religioso, cercando piuttosto di costruire, con l’esempio e la pratica rivoluzionaria, un’egemonia nei movimenti. Una lezione quantomai moderna, anzi attualissima… e spesso dimenticata dai Partiti comunisti di casa nostra!
In una visione marxista–leninista non dogmatica né settaria, quale quella del PCP, vissuta e calata nel contesto sociale concreto, la liberazione dal giogo britannico e dal sionismo fu vista come la premessa per una rivoluziona socialista che procedesse all’esproprio dei mezzi di produzione nelle mani dei capitalisti e a una radicale riforma agraria, con distribuzione delle terre ai fellahin. Nel contesto della “Grande Rivolta Araba” del 1936, che farà sentire i suoi strascichi fino al 1937, il PCP cercò in ogni modo di opporsi alle violenze settarie che colpirono ebrei e palestinesi solo perché tali, violenze favorite, quando non pianificate, dalle autorità coloniali britanniche, in nome del sempre valido (nell’ottica imperialista) principio del divide et impera. Il programma comunista, vergato con l’inchiostro della più nitida visione dei rapporti sociali e del futuro della Palestina, pose al centro, nel dettaglio, i seguenti punti:
1) Palestina sovrana, con governo libero e democratico, rappresentativo tanto della componente palestinese quanto di quella ebraica; 2) cacciata degli occupanti britannici da tutti i capisaldi; 3) promulgazione rapida di una legge organica per la protezione degli agricoltori palestinesi e la distribuzione, a loro beneficio, delle terre in mano ai latifondisti; 4) restituzione agli agricoltori palestinesi delle terre vendute con l’inganno, le pressioni e i favoritismi, ai coloni sionisti.
Sul terreno militare, i combattenti comunisti, mentre, come abbiamo visto, difesero le comunità araba ed ebraica da attacchi settari dettati da odio etnico–religioso, parteciparono attivamente alle azioni armate contro gli obiettivi britannici e alle sollevazioni di massa, svolgendo intensa opera di mobilitazione nelle città e nelle campagne. Il terrorismo, invece, fu combattuto e condannato come metodo reazionario, controproducente e sterile. Ciò avvenne anche quando a praticarlo, nel fervore di una sollevazione popolare senza precedenti, erano dirigenti di primo piano del Partito, magari per eccessivo entusiasmo, se non proprio per scorretta applicazione delle direttive. Non furono definiti né “compagni che sbagliano”, né schegge impazzite, ma furono moralmente ripresi e sanzionati disciplinarmente. Anche questa, una lezione assai attuale e cruciale per i destini del movimento operaio! Un passaggio di questo tipo interessa la biografia di una straordinaria militante, alla quale abbiamo accennato prima: Simha Tzabari. Ebrea yemenita di umilissime origini, compagna del Segretario del Partito Radwan al-Halu, la Tzabari nel corso della rivolta del ’36 mise a segno due attentati con ordigni esplosivi a Haifa: azioni non pianificate né approvate dal PCP, che furono sconfessate e deprecate. Un episodio che, con la corretta applicazione dei principi della critica e dell’autocritica, non segnò però la fine della militanza per la Tzabari, la quale, mostrando eccezionale coraggio, entusiasmo senza pari, lucidità assoluta nella strategia e nella tattica rivoluzionaria, si guadagnò nello stesso 1936 e negli anni a venire, l’ammirazione non solo dei vertici del Partito, ma anche e soprattutto delle masse oppresse. Forte il suo appello all’unità del Partito, anche quando la fronda possibilista verso il sionismo guadagnò adepti; forte, e accorata, la sua azione in favore dell’emancipazione femminile, condotta assieme a un’altra bellissima figura di donna, questa volta arabo–palestinese: quella di Tarab Abdulhadi, femminista radicale e dirigente politica in vista del Partito dell’Indipendenza (a riprova di quanto il preteso maschilismo congenito della società palestinese sia solo un costrutto razzista e imperialista).
Tornando agli aspetti politici, storici e militari della “Grande Rivolta Araba” del 1936, possiamo elencare i freddi numeri, che ne testimoniano l’intensità: dai 2000 ai 5000 caduti, più un numero imprecisato di feriti. Lo storico britannico Hughes e lo storico palestinese Khalidi hanno approfondito, nei loro lavori, l’uno le feroci repressioni britanniche, ammesse pure da Peirse, comandante delle forze di Sua Maestà in Palestina, l’altro l’ampiezza del tributo palestinese alla sollevazione: più del 10% della popolazione palestinese tra i 20 e i 60 anni di età ucciso, detenuto, ferito o esiliato. Numeri e percentuali eloquenti, che ci testimoniano quanto l’imperialismo non esiti ad attuare programmi genocidi, non appena senta sul collo il morso della rivoluzione. In queste cifre c’è, indelebile, anche il sacrificio dei comunisti, arabi ed ebrei. Il 1936 si chiuse con una tregua, ma il 1937 si riaprì con nuovi focolai di rivolta, che fallirono l’obiettivo strategico, ovvero quello della cacciata dei britannici, mentre conseguirono un indubbio successo nel convincere le autorità britanniche a porre un freno alla massiccia immigrazione ebraica. Il 1939, col Libro Bianco Britannico, ferocemente combattuto dai sionisti, sancì in questo senso una battuta d’arresto.
Il PCP, colpito in profondità da repressioni e incarcerazioni, con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale vede rimossi molti ostacoli alla sua piena agibilità e, in maniera molto lungimirante, cercò di persuadere le masse ebraiche, non solo palestinesi, che la soluzione ai loro problemi non stava né nel sionismo né nell’opposizione frontale al Libro Bianco britannico, ma stava da una parte in una Palestina indipendente, governata assieme da arabi ed ebrei, dall’altra nella lotta frontale al nazifascismo sul suolo europeo e in tutto il mondo. La Carta dell’OLP, per molti anni, vedrà scritto, tra i suoi principi, quello dello Stato unitario palestinese multietnico e pluriconfessionale. Un aspetto dimenticato e anzi abiurato, in nome dello slogan dei “Due Stati per Due Popoli” che può rappresentare l’indicazione di una prospettiva temporanea e reversibile, o meglio transitoria, non certo definitiva e paradigmatica per il futuro delle masse arabe ed ebraiche della Palestina.