NATO: una pericolosa tigre di carta

Patrick Armstrong, SCF 16/11/2017I cinesi sono geniali nelle espressioni concise e poche sono più ricche di significato ed immediate come “tigre di carta”. La NATO è una tigre di carta che sopravvalutando i propri poteri può essere pericolosa.
Alcuni russi temono che oggi ci siano più truppe ostili al confine russo dal 1941. Anche se fosse vero, non ha molto senso. I tedeschi invasero l’Unione Sovietica con 150 divisioni nel 1941 e come risultò, non bastarono. Oggi la NATO ha, o afferma di avere, un gruppo di combattimento in ciascuno dei tre Paesi baltici e in Polonia; hanno un nome pomposo: Enhanced Forward Presence. Gli Stati Uniti hanno una brigata e parlano di un’altra. Una certa quantità di armi pesanti è stata inviata in Europa. Queste sono il grosso delle forze di terra al confine. In totale, con la valutazione più ottimistica e assumendo che tutto sia pronto, si tratta di una divisione. O, in realtà, l’equivalente di una divisione (cosa molto diversa) formata da 16 (!) Paesi con lingue, tattiche ed equipaggiamenti diversi e soldati che cambiano continuamente. E in guerra, i tre nei Paesi Baltici verrebbero accerchiati finendo in una nuova Dunkerque o nuova Canne. Tutto al solo scopo, ci dicono solennemente, d’inviare “il chiaro messaggio che attaccando un alleato, verrebbe raggiunto da truppe di tutta l’Alleanza“. Ma per chi è il “messaggio”? Mosca ha già una copia del trattato della NATO e sa cosa dice l’articolo V. Oltre all’EFP ci sono le forze nazionali. Ma sono residuali: “eserciti impoveriti” definiti sotto equipaggiati e sotto organico; raramente si esercitano. Il parlamentare tedesco incaricato di sovrintendere alla Bundeswehr afferma: “Ci sono troppe carenze“. Nel 2008 l’esercito francese fu descritto “in rovina”. L’esercito inglese “non riesce a trovare abbastanza soldati”. L’esercito italiano invecchia. La Polonia, una delle cheerleader del meme sulla “minaccia russa”, si ritrova con l’esercito diviso da accuse di politicizzazione. Sulla carta, questi cinque eserciti affermano di avere tredici divisioni e tredici brigate. Riassumetele ottimisticamente in una dozzina di divisioni in tutto. L’Esercito degli Stati Uniti (che ha difficoltà di reclutamento) ne aggiunge altre undici (sebbene gran parte oltreoceano coinvolte nella metastasi della “guerra al terrore”). Facciamo finta che tutti gli altri Paesi della NATO portino altre cinque divisioni. Quindi, complessivamente, riportando tutto a casa dalle guerre che la NATO combatte nel mondo, con le ipotesi più ottimistiche e partendo dal presupposto che tutto sia pronto e funzioni (meno della metà dei carri armati francesi era operativa, manici di scopa dipinti in Germania, carenze nel reclutamento inglese), incrociando le dita e sperando, la NATO potrebbe forse rappattumare due dozzine e mezza di divisioni: o un quinto di quelle che la Germania pensava avesse bisogno. Ma in realtà, quel numero è fantastico: non pronto, sotto equipaggiato, raramente addestratosi, senza coda logistica, nessuna scorta di munizioni, senza aver il tempo di creare una logistica. Gli eserciti della NATO non sono capaci di una vera guerra contro un nemico di prima classe. E non va meglio il membro principale: “solo cinque delle 15 unità da combattimento corazzate dell’esercito statunitense sono a pieno regime“. Una tigre di carta.
Questa realtà è stata svelata, a chi lo volesse vedere, dal “Dragoon Ride” del 2015, volto “ad assicurare gli alleati prossimi all’orso che siamo qui”, fu una sfilata di blindati leggeri armati di mitragliatrici pesanti. Sebbene continuamente coperta dai media statunitensi (“mostra al mondo una parte della potenza di fuoco degli Stati Uniti e dei suoi partner NATO dell’Europa orientale“), è improbabile che qualsiasi osservatore che avesse prestato servizio in un esercito del Patto di Varsavia fosse colpito da ciò che in effetti erano un paio di dozzine di BTR-50. E nemmeno l’esercito degli Stati Uniti quando ci pensa: un programma di punta è stato attuato per dotarli di un’arma più pesante. Il primo fu consegnato un anno dopo. Quindi ora l’esercito statunitense ha alcuni blindati leggeri con cannoncini, come i BTR-80 sovietici degli anni ’80. Nel frattempo, i russi hanno la torretta Bumerang-BM. Anni di calci a porte e pattugliamenti per la strade, sperando che non ci siano IED, sono una pessima preparazione a una vera guerra. Non meraviglia che la NATO preferisca bombardare obiettivi indifesi da 5000 metri. Ma anche lì, i dati sono insignificanti. Si consideri l’ultima performance “di successo” della NATO contro la Libia nel 2011. Nessuna difesa aerea, nessuna opposizione, completa libertà di movimento e scelta d’azione; e ci sono voluti 226 giorni! Il Kosovo, un’azione aerea simile contro un avversario debole, richiese 79 giorni. Nel frattempo gli anni passano in Afghanistan e Iraq. Non è insomma un’alleanza militare molto efficiente, anche quando viene attivata contro vittime più o meno indifese.

BTR-50 egiziani, 6 ottobre 1981

Ma c’è una domanda ovvia: la NATO prende sul serio tutta la sua retorica sulla minaccia russa, o è solo una campagna pubblicitaria? Una campagna per avere 240 milioni di sterline dai Paesi baltici, un extra agli 80 miliardi di dollari per il complesso militare-industriale degli USA, 28 miliardi per la Polonia, i missili Patriot per la Svezia, F-35 per la Norvegia (ma senza un solo hangar per essi), aumento della spesa di Regno Unito, Germania, Francia, Canada, Repubblica Ceca e così via. Una minaccia russa fa bene agli affari: ci sono pochi soldi nelle minacce poste da IED, giubbotti antiproiettile e armi leggere. I grandi profitti richiedono grandi minacce. Come ho già scritto altrove, si pensava che la Russia abbia la dimensione giusta della minaccia, abbastanza grande, ma non troppo, ed hanno pensato che fosse un obiettivo sicuro anche, ricordate Obama nel 2015 e la sua fiducia che la Russia non fosse granché? O così pensavano allora. La cosa divertente è che la NATO inizia a preoccuparsi di ciò che ha risvegliato: “zone di diniego aereo”, esercito inglese annientato in un pomeriggio, la NATO che perde subito i Paesi Baltici, inarrestabile missile anti-portaerei, capacità di pre-allarme “subacqueo”, sottomarini “buco nero”, all’avanguardia nei carri armati, “devastante” sistema di difesa aerea, “totalmente superato”. Le azioni russe, sia diplomatiche che militari, in Siria hanno dato un assaggio alla NATO: l’esercito russo è molto più potente di quanto immaginasse, e molto meglio diretto. Il fantasma evocato per giustificare le vendite di armi e l’espansione della NATO ora ne spaventa gli artefici. Un esempio particolarmente sorprendente viene dal generale Breedlove, ex-comandante supremo della NATO, che ha fatto molto nel minacciare la Russia: ora teme che una guerra “lascerebbe l’Europa inerme, privata dei rinforzi e in balia della Federazione Russa”. Non così trascurabile come pensavano. A cosa dovremmo confrontare tale alleanza debole, incompetente ma infinitamente vanagloriosa e belluina? In passato suggerii che la NATO fosse un ubriaco che beve per curare gli effetti della cirrosi epatica. È un bambino dai capricci infiniti e che si spaventa con le storie che si racconta? Come il Patto di Varsavia, è spaventato da informazioni o opinioni contraddittorie e insiste sul fatto che sia bloccato. Certamente è un esempio di autocompiacimento compiacente: “Projecting Stability Beyond Our Borders” si vanta nei Balcani, in Iraq e Afghanistan. Gli unicorni vagano liberi nella NATO.
Non c’è motivo di preoccuparsi leggendo tutto ciò che esce dal quartier generale della NATO: è solo aria. C’è una risposta. E questa è la Libia. Quando dicono stabilità, rispondete Libia. Quando dicono terrorismo, rispondete Libia. Quando dicono pace, rispondete Libia. Quando dicono dialogo, rispondete Libia. Quando dicono valori, rispondete Libia. La NATO è pericolosa nel modo più stupido e illuso che ci sia. Ma quando il suo principale membro inizia a chiedere agli altri di “pagare la loro parte”, e il popolo di cinque membri vede Washington quale minaccia maggiore di Mosca, forse è ve verso la fine. Ma la ripetizione incessante diventa realtà ed è lì che sta il pericolo. L’isteria ha raggiunto proporzioni assurde: la “stazione di servizio mascherata da Paese” del 2014 decide chi siede alla Casa Bianca; dirige referendum in Europa; domina le menti dei popoli attraverso RT e Sputnik; domina i social media; ogni esercitazione russa crea panico. Sarebbe tutto abbastanza divertente tranne il fatto che Mosca non gradisce. Mentre le forze della NATO ai suoi confini sarebbero insignificanti al momento, possono aumentare e tutti gli eserciti devono prepararsi al peggio. La Prima Armata Corazzata della Guardia viene ricreata. Ne discuto l’importanza qui. Quando sarà pronta, e Mosca si muoverà molto più velocemente della NATO, sarà più che un confronto, offensivo o difensivo, per gli eserciti di carta della NATO. E se Mosca pensa che ne abbia bisogno di altri, arriveranno. E non ci saranno operazioni di bombardamento a costo zero da 5000 metri contro la Russia. La forza navale della NATO, ancora reale, è piuttosto irrilevante nelle operazioni contro la Russia. Eppure la tigre di carta scopre i suoi denti di carta. In altre parole, e non mi stancherò mai di citarlo, “Abbiamo firmato per proteggere una serie di Paesi anche se non ne abbiamo né le risorse né l’intenzione di farlo seriamente”. La NATO ha firmato assegni per anni. E invece di esaminare con sobrietà il conto in banca, ne firma altri tra gli applausi che gli riecheggiano nella testa. “L’orgoglio arriva prima della distruzione e lo spirito altezzoso prima di cadere“. Possiamo solo sperare che la distruzione imminente della NATO non distrugga anche noi.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Brexit e il cavallo di Troia dell’UE

Rodney Atkinson, Freenations 12 novembre 2017

14000 tedeschi, francesi ed italiani hanno chiesto la cittadinanza inglese a fine giugno 2017, rispetto ai 4500 nel giugno 2015. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo che si svela “un focolaio di molestie sessuali” o leggono delle nuove manovre di guerra dell’esercito tedesco prevedono la dissoluzione dell’Unione europea con “altri Stati che lasciano il blocco”.Le buone notizie della Brexit
Le notizie economiche della Brexit rimangono eccellenti. La disoccupazione è diminuita di 52000 unità nei tre mesi prima di agosto. Il tasso di disoccupazione del 4,3% rimane il più basso da decenni! L’attività nei servizi (pari a due terzi dell’economia) è salita a 55,6 ad ottobre partendo da 53,6 di settembre, dove qualcosa in più di 50 significa crescita. L’indice di produzione a ottobre è salito a 56,3 da 56 di settembre, quindicesimo mese consecutivo di espansione. Più del 50% dei produttori ha dichiarato di prevedere una produzione più alta quest’anno. La produzione industriale del Regno Unito è cresciuta al ritmo più veloce fino a settembre, secondo i dati ufficiali, con una crescita del 0,7% rispetto al mese precedente. È cresciuta per sei mesi consecutivi, un’attività realizzatasi 23 anni fa. La City di Londra rimane, come mostrato in un recente articolo, il principale centro finanziario mondiale. Da alcuna parte l’UE vi si avvicina. Se c’è una minaccia dallo scenario “niente accordo”, riguarda l’UE. La Banca d’Inghilterra (continuando con Mark Carney a giocare il gioco politico del “piano della paura”) recentemente suggeriva che 75000 posti di lavoro potrebbero lasciare Londra in caso di “niente accordo” sulla Brexit. Ma il 60% delle istituzioni finanziarie dell’UE passa dal Regno Unito rispetto al contrario. Quindi, in caso di mancato accordo, con entrambe le parti che cercano di accedere al mercato altrui spostando posti di lavoro da una giurisdizione all’altra, il risultato netto sarà un grande guadagno di posti di lavoro per Londra. Ma, naturalmente, ciò non viene riportato dalla BBC, è una verità “indesiderata”! È emerso inoltre che le banche inglesi fanno prestiti equivalenti al 9 per cento dell’economia dell’UE, per cui qualsiasi restrizione alla City sarebbe un suicidio per l’UE! Nelle assicurazioni, Londra è il quarto mercato mondiale e nel mercato dell'”insurtech” ad alto valore, in cui vengono sviluppati modelli assicurativi innovativi, il Regno Unito è secondo solo agli Stati Uniti. Nel caso delle flottazioni aziendali (offerte pubbliche iniziali come sono oggi chiamate), Londra è molto più avanti rispetto alla concorrenza europea. Nel 2017, i valori delle flottazioni a Londra è stato pari a 7,2 miliardi di dollari, secondo era un altro non aderente all’UE, la Svizzera, con 5 miliardi, Francoforte aveva solo 2,2 miliardi. Nel frattempo il segretario al Commercio statunitense Wilbur Ross salutava la prospettiva di un accordo commerciale cogli Stati Uniti, sottolineando il già “enorme traffico” tra Stati Uniti e Regno Unito e accusava l’UE di “protezionismo estremo”. Infatti sappiamo da anni (ma i media inglesi non lo dicono) che il peggior commerciante al mondo è l’Unione europea. L’UE è accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio più di qualsiasi altro Stato.

Restano arroganza, ignoranza e snobismo
Il deputato laburista Barry Sheerman causava un flame sui social media sostenendo che “la gente più istruita ha votato per rimanere“. Riflettendo la moglie giudice e di sinistra che citammo dopo il voto per la Brexit, che affermò che il futuro dei suoi figli era stato compromesso dalla “spazzatura operaia del nord“. E mi accorgo che quel burlone perenne di Richard Branson aveva detto che il Regno Unito rientrerà nell’UE “dopo che i vecchi elettori saranno morti“. Come al solito, il “bimbo dalle attenzioni speciali” Branson (“c’erano alcuni argomenti di cui non so proprio nulla, intendo (inintelligibile) la matematica, per anni non sono riuscito a risolvere la differenza tra lordo e netto“) mostra un’ignoranza straordinaria. Un recente sondaggio ha mostrato che ben il 74% del pubblico concorda sul fatto che “alcun accordo è meglio di un pessimo accordo” e tra i 18 e i 34 anni la percentuale arriva al 75%. I sondaggisti dell’Opinium hanno scoperto che il 37% sostiene il “niente accordo” con solo il 25% che sostiene un periodo di transizione nel mercato unico e solo il 23% che ancora pensa che la Brexit vada abbandonata.

Il cavallo di Troia dell’UE, sfruttamento imperialista di 3 milioni di cittadini dell’UE nel Regno Unito
Come molti di noi pensavano possa accadere, i tentativi di May di prendere tempo hanno portato solo a maggiori pretese dall’UE prima d’iniziare i negoziati commerciali. Ogni volta che May menziona una cifra più elevata, viene smentita da Bruxelles come insufficiente. Presto anche gli ingenui vedranno che “abbastanza non basta mai per l’UE” ma “basta è abbastanza” per noi. In realtà non possiamo ritardare la liberazione da tale sistema protezionistico, intrusivo e corporativo-fascista dell’UE. I studiati ritardi dell’UE, incoraggiati dal governo francese, tentano di prolungare la vecchia certezza affaristica che le grandi aziende lascino il Regno Unito, sperando vadano a Parigi. Il negoziatore dell’UE Michel Barnier affermava al giornale Les Echos che la seconda fase dei colloqui “sarà molto difficile e durerà anni“. Il futuro rapporto commerciale tra UK e UE è “la cosa più importante”, perciò l’UE ha bloccato i negoziati commerciali per così tanto tempo? La portata degli atteggiamenti imperialisti della classe politica dell’UE (come dimostrano Barnier e Guy Verhofstadt, negoziatore eurofanatico anti-inglese del Parlamento europeo) è chiaro nello sfruttamento dei 3 milioni di cittadini dell’UE fuggiti nel Regno Unito per sottrarsi alla disoccupazione di massa nell’UE, ampliando i lavoratori che vivono a Londra, per richiederne uno status speciale proiettando il potere della Corte europea anche dopo la Brexit; questi “cittadini” vengono sfruttati come cavallo di Troia imperialista.

Il commercio per l’UE è una questione di “vittoria o morte”
Donald Tusk, presidente del Consiglio europeo, di solito tra i più affabili funzionari dell’UE, ha tradito una mentalità “da somma zero, dominio e fortezza Europa” dell’Unione europea, dicendo che la Brexit è stato il “test di stress più duro dell’Unione europea, e quindi va mantenuta la nostra unità indipendentemente dalla direzione dei colloqui. Se non ci riusciamo, i negoziati si concluderanno con la nostra sconfitta”. Solo chi cerca il confronto e la “sconfitta” dell’altro considera i negoziati su commercio e cooperazione una battaglia in cui una parte deve “perdere”. Nella fortezza imperial-corporativa Europa “gli stranieri” non sono amici, ma nemici. Il potere è la chiave, non democrazia o volontà internazionale o libero scambio. Come disse Helmut Kohl “Possiamo avere ragione in politica e in guerra“. La Gran Bretagna per decenni fu azionista per il 16% e “beneficiaria” dei prestiti della Banca europea per gli investimenti. Infatti i prestiti valgono poco poiché confezionati nelle diverse valute e ogni mutuatario inglese deve pagare di più per coprire il rischio del cambio, e sempre legati al commercio e ai governi del “progetto europeo”. Alexander Stubb, vicepresidente della banca, affermava che il Regno Unito dovrà attendere il 2054 per riavere indietro gli investimenti. Il valore del capitale inglese presso la banca è circa 8,9 miliardi di sterline. Uscendo dall’UE, naturalmente desideriamo vendere tale quota ad altri investitori. Questo sembra ciò che l’UE vuole bloccare. Quando l’UE afferma che abbiamo ancora delle responsabilità, ci chiede di pagare prima di andarcene. E quando abbiamo un patrimonio come l’EIV, ci chiedono di aspettare 40 anni.

Sempre più europei abbandonano l’UE

Questi continui attacchi dall’UE non incoraggiano le persone a lasciare il Regno Unito. Piuttosto è il contrario. Infatti, nel massimo impegno che la gente può rivolgere al Regno Unito, richiederne la cittadinanza, c’è stata una corsa dei “cittadini” dell’UE. 14000 tedeschi, francesi e italiani hanno richiesto la cittadinanza inglese nell’anno precedente fine giugno 2017 rispetto ai 4500 al giugno 2015, mentre le domande da Polonia, Lettonia e Lituania sono aumentate da 6000 nel giugno 2015 a 9900 nel giugno 2017. Forse alcuni fuggono dal parlamento europeo rivelatosi “un focolaio di molestie sessuali” o forse hanno letto delle nuove manovre dell’esercito tedesco, in cui uno degli scenari è la rottura dell’Unione Europa con “più Stati che lasciano il blocco”. Un vero scenario realistico!Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il mito della democrazia europea: una rivelazione sconvolgente

Alex Gorka, SCF 05.11.2017

È un segreto noto che la rete di “Soros” abbia ampia influenza sul Parlamento europeo e altre istituzioni dell’Unione europea. L’elenco di Soros è stato reso pubblico recentemente. Il documento elenca 226 parlamentari europei di tutto lo spettro politico, tra cui l’ex-presidente del Parlamento europeo Martin Schulz, l’ex-presidente belga Guy Verhofstadt, sette vicepresidenti e numerosi commissari, coordinatori e questori. Costoro promuovono le idee di Soros, come ad esempio far entrare più migranti, matrimoni omosessuali, integrazione dell’Ucraina nell’UE e contrastare la Russia. Vi sono 751 membri nel Parlamento europeo. Significa che gli amici di Soros hanno più di un terzo dei seggi. George Soros, investitore ungaro-statunitense fondatore e proprietario dell’ONG Open Sociaty Foundation, incontrava il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker “senza alcuna agenda trasparente in una riunione a porte chiuse” e sottolineava come le proposte dell’UE per ridistribuire quote di migranti nell’UE siano simili ai programmi autoprodotti da Soros per affrontare la crisi. Il finanziere miliardario ritiene che l’Unione europea debba ricevere milioni di immigrati da Medio Oriente ed Africa settentrionale, fornire a ciascuno di essi 15000 euro di aiuti all’anno e posizionarli negli Stati membri dove non vogliono andare e non sono benvenuti. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán accusava l’UE di “prendere ordini” da Soros, ritenendo che il miliardario dai confini aperti sia dietro gli attacchi all’Ungheria. Il motivo è il tentativo del governo d’intraprendere un’azione legale con una nuova legge che richiede che le organizzazioni della società civile sostenute da stranieri, molte finanziate da Soros, elenchino i grandi donatori esteri su un registro pubblico e siano trasparenti sulle fonti di finanziamento nelle loro pubblicazioni. Il governo ungherese tenta di chiudere l’Università dell’Europa Centrale di Budapest, fondata da Soros. “L’Unione europea è in difficoltà perché i suoi capi e burocrati adottano decisioni come queste“, dichiarava Orbán. “La gente appoggia l’ideale dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, non ne sopporta la leadership, perché insulta gli Stati membri con cose del genere e abusa del proprio potere. Tutti in Europa lo vedono, ecco perché la leadership europea non è rispettata”.
Il gruppo di Visegrad cerca di opporsi alla pressione dell’UE sulla politica degli immigrati. La Commissione europea per la migrazione e gli affari interni propone un nuovo disegno di legge per rendere obbligatori i contingenti di migranti. Almeno 30 supporter di Soros lavorano nella commissione. Molti elencati nel documento sono noti per gli attacchi alla Russia. Per esempio, Rebecca Harms, deputata del Partito verde tedesco, chiede regolarmente al Parlamento europeo di rafforzare le sanzioni contro Mosca. Guy Verhofstadt accusa la Russia di ogni cosa che va male in Europa. Il suo articolo Mettere Putin a suo posto ha fatto casino l’anno scorso. Nel 2012, l’ex-premier croato Tonino Picula, a capo di una missione di osservatori dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE), denigrava le elezioni presidenziali russe del 2012 come ingiuste, dicendo che erano “sprofondate” a favore di Vladimir Putin. L’elenco di Soros pone la domanda di come le politiche dell’UE contrastino cogli interessi degli europei. La risposta è la corruzione. I politici corrotti da Soros ballano sulle sue note. Lottano contro i tentativi dei leader nazionali di proteggere gli interessi dei propri popoli. Spesso chi si oppone a tale politica deve affrontare la resistenza delle élite politiche dei propri Paesi. Lo scontro tra Orbán e la rete Soros è un buon esempio che ne illustra il funzionamento. Il Parlamento europeo influenzato dagli amici di Soros spinge l’Europa a suicidarsi lasciando entrare milioni di migranti. Ciò dimostra che la democrazia europea europea è una facciata che nasconde le attività di un potere feudale col signorotto locale che detiene le redini. Difficilmente si può chiamare potere del popolo. La pubblicazione dell’elenco di Soros fornisce un indizio per capire chi governa l’UE e chi istiga sentimenti russofobi in Europa. In realtà, accade quando Paesi membri dell’UE come l’Ungheria sono assieme alla Russia quando si oppongono alle stesse forze statunitensi, pur proteggendo sovranità ed indipendenza. È il momento per gli europei di pensare a mutare sistema eliminando la pressione esterna.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorprendenti sorprese a Raqqa: i “tesori” presi dall’Esercito arabo siriano

Enqaz Syria, 2 novembre 2017La battaglia più difficile e più importante per Washington è la presenza senza precedenti dell’Esercito arabo siriano e dei suoi alleati per controllare T2, la leva per avanzare verso le città di confine attraverso il Badiyah. Allo stesso tempo, la battaglia per la liberazione di al-Qaim in Iraq è stata lanciata dall’altra parte del confine, dove le forze irachene e i combattenti popolari si preparano ad assaltarla in qualsiasi momento, dopo averne raggiunto la periferia. Su entrambi i lati del confine siriano-iracheno, Washington insegue Damasco e gli alleati nella corsa ad al-Buqmal, mobilitando per la battaglia tutte le capacità logistiche e d’intelligence per impedirne la risoluzione a vantaggio dell’Asse della Resistenza, come rivelava un ex- ufficiale della Marina Militare statunitense, basandosi su rapporti d’intelligence secondo cui il comandante della Forza al-Quds della Guardia rivoluzionaria iraniana, Generale Qasim Sulaymani, aveva preparato una sorpresa “di calibro”. I separatisti curdi Ishiah in Siria ricevevano informazioni su un imminente grande evento militare dopo che gli eserciti siriano ed iracheno, e loro alleati, liberavano al-Buqamal e al-Qaim, collegando i confini siriano e iracheno. L’ex-ufficiale statunitense probabilmente riceveva informazioni da Washington su un piano dell’intelligence concluso a Damasco, alla presenza del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Maggior-Generale Mohammad Baqari, atterrato nella capitale siriana due settimane prima alla guida di una delegazione militare iraniana di alto livello, e durante cui completava con l’omologo siriano il piano per liberare al-Buqamal e collegare il confine siriano ed iracheno, dove gli statunitensi hanno mobilitato molte risorse militari dopo aver assicurato il passaggio a un gran numero di combattenti “ospiti”. Un gruppo di combattenti tribali fu diretto ad al-Buqmal per formare una potente forza dotata di sofisticate armi e mezzi di comunicazione statunitensi, sufficiente ad affrontare Esercito arabo siriano ed alleati per rimescolare le carte sul fronte orientale siriano, dove si vincono le battaglie più importanti di tutte. D’altro canto, una fonte vicina alla sala operativa degli alleati dell’Esercito arabo siriano, sottolineava che la mobilitazione statunitense per al-Buqamal per impedire il congiungimento del confine siriano-iracheno, non è paragonabile a ciò che Damasco ed alleati hanno preparato per questa battaglia. Recentemente, Washington ed alleati circondavano del silenzio ufficiale statunitense-“israeliano”:
1 – Il colpo del processo della restaurazione irachena a Qirquq, che ha sorpreso Washington e Tel Aviv; poche ore dopo che il comandante della Forza al-Quds delle Guardie rivoluzionarie iraniane, Generale Qasim Sylaymani, arrivava in Iraq, spazzava via i loro sogni sull’istituzione dello Stato curdo, costringendoli dopo poche settimane ad abbandonare Masud Barzani, dopo che aveva dichiarato che Qirquq era “il santuario del Kurdistan”.
2 – Il lancio dei missili siriani il 16 ottobre contro un velivolo “israeliano” che precipitava sul confine libanese, negato dai media ebraici che parlavano di “difetto tecnico” dovuto a una collisione con un uccello… In particolare l’azione della difesa aerea siriana coincise con la visita del Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu nella Palestina occupata, per portare un importante messaggio russo “a chi vuol sentire”. L’Esercito arabo siriano non si fermava, a questo punto; un altro colpo a statunitensi ed “israeliani” passava col sequestro dell’arsenale, abbandonato dall’organizzazione “SIIL” durante la fuga dei suoi capi e combattenti dalla città di al-Mayadinm quando l’esercito vi entrò, conservato nei depositi e nelle fortificazioni difficili da penetrare e comprendente sistemi di comunicazione e ricognizione statunitensi e “israeliani”, presentato al pubblico come bottino preso dalle forze siriane, un colpo simile a quello inflitto durante la battaglia per la liberazione di Aleppo, quando le unità dell’Esercito arabo siriano sequestrarono grandi quantità di armi statunitensi inviate da Washington ai terroristi “prima” della vittoria, giunte nel momento in cui la città veniva investita da militari ed alleati. Il successo dell’intelligence siriana fu notevole quando arrestò una squadra dell’intelligence inglese in Siria, che negli ultimi anni ebbe il compito di assassinare molti scienziati e militari della Siria, ottenendo, con questo risultato, la liquidazione dell’agente inglese ad al-Raqqa che lavorava con lo SIIL, “Qadis”, nome in codice di Grace Harris, eliminata con una bomba; ma i rapporti occidentali rivelavano che l’Esercito arabo siriano conosceva “decisamente” la realtà dei fatti.
Damasco è consapevole dell’interesse di Washington e dei Paesi della NATO, oltre che d'”Israele”, per una base in questa città, dove si è scoperto che anche Riyadh è entrata per rafforzare l’influenza dei separatisti curdi nella Siria nordorientale, e la visita del ministro saudita Thamir al-Subhan di due settimane fa prova tale sostegno, in coincidenza con la politica d'”integrare gli israeliani” sui curdi in Siria, dopo la disintegrazione del sogno d’istituire uno Stato curdo in Iraq, consentendo a Tel Aviv di lanciare una pipeline per rubare il petrolio siriano dalle aree d’influenza curda e trasferirlo in “Israele” attraverso la Giordania. Sullo sviluppo delle basi militari statunitensi e francesi a Raqqa viene sollevato un grosso interrogativo dalle gravi informazioni che rivelano l’intenzione di disimpegnare la NATO nel breve periodo dalla base turca d’Incirlik. Pertanto, la “stupidità” dei separatisti curdi in Siria, non comprendendo il messaggio del “colpo della restaurazione a Qirquq”, come prima versione per “disciplinare” i loro compari del Kurdistan iracheno, una seconda versione “disciplinare” è pronta e li aspetta. Secondo un esperto militare russo, la battaglia per “eradicare” l’influenza dei separatisti curdi in Siria è inevitabile. Questo si aggiunge alle relazioni confermate dal Centro studi FIRIL secondo cui la prossima battaglia con la milizia Qusd partirà da al-Hasaqah. Tuttavia, le informazioni più importanti sono quelle nominate da una fonte militare russa, secondo cui dopo la fine delle battaglia di al-Buqmal inizierà lo scenario più importante della storia della guerra siriana, comportando, in sostanza, la riapertura delle ambasciate occidentali a Damasco il prossimo anno, incoronata dalla visita senza precedenti di un capo di Stato nella capitale siriana, per incontrare il Presidente Bashar al-Assad.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli USA a Kiev, un ultimatum contro il Donbas?

Eduard Popov Fort Russ 1 novembre 2017

Il duello politico per risolvere il conflitto nel Donbas è in corso. Da un lato Stati Uniti e Ucraina, dall’altro Russia e repubbliche del Donbas. Motivo dell’ultima escalation è il rappresentante speciale del dipartimento di Stato degli USA per l’Ucraina Kurt Volker, che visitava Kiev il 29 ottobre. Il colloquio di Volker coi funzionari ucraini, tra cui il presidente Poroshenko, il ministro degli Esteri Pavel Klimkin e il capo dell’amministrazione presidenziale Igor Rajnin, è durato più di due ore. Volker s’incontrava anche col portavoce della Verkhovna Rada e singoli deputati. È interessante notare che solo alcune domande discusse in queste riunioni riguardavano il Donbas. Volker prometteva anche all’Ucraina aiuti degli Stati Uniti per rioccupare territorio ucraino, cioè la Crimea, e di costringere la Russia a cedere il progetto Nord Stream 2, che priverebbe Kiev del reddito del transito per due miliardi di dollari all’anno. Va anche notata l’assenza, almeno ufficiale, del ministro della Difesa e del capo di Stato Maggiore ucraini. Ciò insieme al dichiarata turnazione delle truppe ATO viene valutato dagli esperti ucraini come segnale del ritiro delle truppe dalla linea di demarcazione. Volker gratificava anche i suoi colleghi ucraini con la promessa che Washington avrebbe “seriamente” considerato l’invio a Kiev di armi letali. Ciò veniva seguito da numerose importanti dichiarazioni dopo i negoziati o piuttosto “consultazioni” col responsabile statunitense dell’Ucraina. Tra le principali questioni discusse vi era la missione di mantenimento della pace dell’ONU da schierare al confine tra Russia e RPD-RPL. Secondo i media ucraini, Volker si aspetta che tale risoluzione sia adottata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite entro la fine dell’anno. Volker viene citato dai media ucraini sostenere che i militari delle Nazioni Unite saranno armati, cioè “imporranno” ai separatisti dissenzienti del Donbas “la pace” e non si limiteranno ad agire come forza di autodifesa degli osservatori. Per di più, secondo Volker, non vi saranno militari russi. Gli analisti politici ucraini discutono attivamente e concordano sui termini della “grande concessione” per consentire alle truppe bielorusse e kirghise di far parte della missione. Naturalmente, si aspettano che la Russia ceda e si arrenda.
In un articolo passato, in cui previdi il contenuto della prima riunione tra Volker e l’assistente di Putin, Vladimir Surkov, suggerivo che l’inviato speciale degli Stati Uniti avesse una marcata strategia per fare pressione e imporre ultimatum. Credo che il tempo l’abbia confermato. Le proposte che Volker ha consegnato a Kiev il 29 ottobre sono anche un ultimatum e ordini da urlare alla Russia. Simulare l’adempimento degli accordi di Minsk (la turnazione) è l’unica concessione che l’Ucraina è pronta a fare. Per non parlare, naturalmente, del lavoro della Verkhovna Rada su una serie di leggi presumibilmente riguardanti Minsk 2. In qualsiasi momento, la turnazione verrebbe annullata, le truppe ritornare in posizione e tutte le leggi pertinenti, anche le più ambigue, annullate. Nel frattempo, Russia e Donbas sono costantemente invitati a fare concessioni che non possono modificare. Il consenso al dispiegamento di un contingente armato al confine russo ne è un esempio palese. Per le repubbliche del Donbas, ciò significa “pulizia” della popolazione, un sistema che alcuni ufficiali e battaglioni nazisti hanno già promesso. Tutto questo è aggiunge irritazione alle orde della NATO che si radunano alle frontiere della Russia e negli Stati del Baltico. Quindi, la visita di Volker lascia un’impressione strana e surreale. Gli ucraini hanno sentito dal loro padrone statunitense ciò che sognavano sentire, ed altro ancora. O gli Stati Uniti hanno piena fiducia sulla loro posizione, tanto da esser disposti a dettare condizioni alla Russia che gli ha inflitto dolorose sconfitte in Siria, oppure, come affermato da miei colleghi benevolenti verso il cospirazionismo, è l’inizio della divisione delle sfere d’influenza in Ucraina. Infatti, quest’ultima è popolare tra gli osservatori ucraini. Pertanto, l’adozione di tale piano di “pressione massima” sulla Russia comporterà, almeno, l’acuirsi del conflitto nel Donbas a medio termine trascinando la Russia in un conflitto che finirebbe con la sconfitta dell’Ucraina, anche se quest’ultima venisse militarmente aiutata da Stati Uniti e NATO.
Mosca e le repubbliche del Donbas vedono nelle parole di Volker l’indicazione di un ultimatum sui principi, obiettivi e composizione della futura missione di pace. Il capo della Commissione per gli Affari Internazionali del Consiglio Federale russo, Konstantin Kosachev, le definiva un tentativo di sabotare gli accordi di Minsk. “Se il significato delle dichiarazioni di Volker è stato tradotto correttamente, è chiaro che tenta di annullare gli accordi di Minsk o ad obbligare la Russia ad apporre il veto a tale risoluzione al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite“. Il 31 ottobre, la reazione di Donetsk e Lugansk si ebbe quando i loro rappresentanti si rifiutavano d’incontrarsi con Volker. Gli inviati speciali delle repubbliche a Minsk inviavano una lettera aperta a Volker consigliadogli di leggersi il testo degli accordi di Minsk: “Altrimenti è impossibile spiegare la sua pretesa secondo cui gli accordi sono stati conclusi solo tra Russia, OSCE e Ucraina senza la partecipazione di RPD e RPL. Su tale base, conclude che il popolo del Donbas non va consultato sulla proposta di risoluzione e il mandato delle forze dell’ONU“. In chiusura, ricordiamo che i colloqui di Volker e Poroshenko si sono svolti sullo sfondo di Majdan istigata da Saakashvili, in realtà una vera Maidan nazista al 100% ideata dagli Stati Uniti. Le iniziative di “peacekeeping” di Poroshenko, se viste obiettivamente, gli remano contro, aumentando solo il malcontento nei ranghi dei “patrioti”, cioè i majdanazisti che lasciano la linea del fronte. Per evitare che una rivoluzione nazista inghiotta l’Ucraina, è necessaria una nuova grave escalation nel Donbas. Per preservare l’esercito ucraino, Kiev deve prolungare la situazione attuale di “né guerra né pace”. Kiev e Stati Uniti hanno apparentemente optato per tale scenario.Traduzione di Alessandro Lattanzio