Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come l’IAF dominò i cieli nella guerra di Kargil

Rakesh Krishnan Simha RBTH 26 Luglio 2016

Con i suoi potenti caccia MiG-29 che spazzarono via gli F-16 pakistani, gli aviogetti MiG-21, MiG-27 e Mirage-2000 dell’Indian Air Force poterono devastare impunemente le posizioni militari pakistane nel conflitto del 1999.20060824163942Mig 29 IN FORMATIONL’India fu a pochi minuti dal bombardare il Pakistan il 13 giugno 1999, durante la guerra di Kargil. L’Indian Air Force aveva schierato 16 aerei da caccia, per lo più MiG, per effettuare attacchi in profondità nel territorio nemico. Anche se l’ordine di attraversare la linea di controllo (LoC) nel Kashmir non fu mai dato dalla leadership politica, l’IAF poté infliggere danni considerevoli alle forze pakistane durante le operazioni entro il proprio spazio aereo. L’impiego dell’IAF contro le posizioni dell’esercito pachistano sille cime himalayane di 6000 metri, senza precedenti nella storia della guerra aerea, ottenne tre obiettivi principali: assicurò una rapida vittoria indiana, demoralizzò l’esercito pachistano e mostrò i limiti della deterrenza nucleare. Grazie alla superiorità aerea raggiunta dalla IAF nella guerra, e poi durante il confronto sul confine nel 2002, “la psiche della Pakistan Air Force subì un grave colpo“, dice un rapporto di Strategy Page. Mentre numerosi aerei dell’ IAF parteciparono alla campagna di Kargil, la copertura fu garantita da MiG-29 Fulcrum armati di missili a guida oltre il campo visivo (BVR) svelando la situazione della PAF. “Le analisi di esperti pachistani rivelarono che quando succedeva, la PAF semplicemente si rifiutava di svolgere qualsiasi sostegno all’esercito del Pakistan, facendolo arrabbiare“, dice il rapporto. Fig1-490Mentre i caccia della PAF compivano il Combat Air Patrol (CAP) durante il conflitto, rimanevano nello spazio aereo pakistano. In più occasioni, i MiG-29 della IAF armati con i mortali missili aria-aria BVR R-77 poterono agganciare gli F-16 della PAF costringendoli a disimpegnarsi. In assenza di una minaccia dalla PAF, l’IAF poté compiere numerosi attacchi devastanti sulle posizioni degli infiltrati e le loro linee di rifornimento“. La situazione cambiò poco durante la crisi sul confine tra India e Pakistan nel 2002. Strategy Page aggiunge: “Un esperto militare pakistano osservò che l’incapacità percepita della PAF di difendere lo spazio aereo del Pakistan e anche di poter contrastare l’IAF, fu ciò che convinse i leader del Pakistan che qualsiasi attacco indiano avrebbe comportato un attacco nucleare immediato del Pakistan. Non sarebbe esagerato dire che dopo Kargil e il 2002, la psiche della PAF sia stata devastata”. Nel rapporto “Il potere aereo a 6000 metri: la IAF nella guerra di Kargil“, pubblicato dal Carnegie Endowment for International Peace nel 2012, Benjamin Lambeth spiega dettagliatamente come l’IAF abbia sconfitto esercito e aeronautica del Pakistan: “Durante la campagna, ogni volta che le operazioni di ricognizione o attacco al suolo della IAF erano in corso nella zona di combattimento, il Western Air Command assicurava che MiG-29 o altri caccia fossero in volo sulle aree di pattugliamento aereo operativo sulle zone di combattimento nel lato indiano della LoC, fornendo supporto aereo contro ogni tentativo della PAF d’intervenire nel ruolo di attacco al suolo. Gli F-16 della PAF generalmente si mantenevano alla distanza di sicurezza di 10 – 20 miglia sul lato pakistano della LoC, anche se di tanto in tanto si avvicinavano a meno 8 miglia di distanza dalle operazioni a terra“. Lambeth cita il Maresciallo dell’Aria Vinod Patney, l’allora capo del Western Air Command:Credo che la mia insistenza ad imporre il CAP su tutta (l’area di responsabilità del comando) su diverse altezze e momenti indicasse di essere pronti ad ampliare il conflitto. Fu come gettare un guanto, ma non fu raccolto“. Anche se i caccia dell’IAF non si scontrarono mai con gli F-16 della PAF per via delle limitazioni imposte dal governo di Atal Bihari Vajpayee affinché le forze indiane non attraversassero la LOC, anni dopo il capo della IAF, Anil Tipnis, ricordò di aver “personalmente autorizzato i piloti da caccia della sua scorta ad inseguire qualsiasi aereo pakistano oltre la LoC, nel caso d’inseguimento dopo che i piloti venivano impegnati in combattimento da caccia nemici“.A four aircraft Box Formation flown by Mig-21 FL during a rehearsel ahead of the phasing-out of the iconic fighter jets on Dec 11, 2013.Operazione Vijay
Quando un aereo da ricognizione dell’IAF fu colpito da un missile antiaereo spalleggibile Anza lanciato da un intruso pakistano, l’IAF lanciò l’Operazione Vijay per ripulire le vette himalayane. Nelle prime ore del 26 maggio 1999. sei attacchi in successione per opera di caccia MiG-21, MiG-23 e MiG-27, furono lanciati contro le posizioni degli intrusi, i depositi di materiale e le linee di approvvigionamento nelle zone di Dras, Kargil e Batalik. Lo squadrone di MiG-21bis di Srinagar fu raggiunto da altri squadroni di MiG-21M, MiG-23MLD e MiG-27ML, mentre squadroni addizionali di MiG-21MF e MiG-29 furono schierati a nord di Avantipur. Mentre i MiG-29 tenevano a bada gli F-16, gli altri velivoli dell’IAF effettuavano le sortite a terra.

Guerra di logoramento: come l’IAF disarmò la PAF
Un esempio di Jugaad indiano, o improvvisazione, fu l’uso di cronometri e ricevitori GPS palmari negli abitacoli dei piloti dei MiG-21 privi di sofisticate suite di navigazione di bordo. Secondo Prasun K. Sengupta, in “Mountain Warfare and Tri-Service Operations“, un’altra tecnica innovativa sviluppata dall’IAF nella campagna fu la selezione dei punti d’impatto delle armi in modo da creare frane e valanghe che coprissero le linee di rifornimento degli intrusi. Il Maresciallo dell’Aria Patney disse che uno dei piloti più giovani decise di portarsi una piccola videocamera sul caccia e di filmare l’area interessata in modo che un rapporto della ricognizione fosse a disposizione immediatamente e su ampia scala. In un altro esempio, l’IAF impiegò il MiG-25R, che vola normalmente a 25000metri, a media quota, migliorando la risoluzione delle immagini, qualcosa che i progettisti russi del velivolo non pensavano fosse possibile.KP355-03.0Attacchi laser
Tuttavia, MiG-21, MiG-23 e MiG-27, senza armi moderne, non ebbero un impatto significativo sulle difficilmente rintracciabili posizioni nemiche. I piloti di MiG-23 e MiG-27 compirono bombardamenti in picchiata da manuale, ma tale tattica non era adatta all’atmosfera rarefatta dell’Himalaya. A questo punto, l’IAF introdusse il Mirage-2000H dotato di pod ognitempo per impiegare le bombe a guida laser. Il 24 giugno, 2 Mirage-2000H, nel primo impiego in combattimento di bombe a guida laser dell’IAF, colpirono e distrussero un bunker del comando della Fanteria Leggera del Nord. Secondo Lambeth, “Per tale attacco fondamentale, l’IAF attese che l’accampamento divenisse tale da renderlo strategicamente importante quale bersaglio“. L’IAF affermò alla fine del 1999 di aver causato ben 300 vittime tra i nemici in pochi minuti. L’intercettazione radio dell’intelligence indiana rivelò gravi carenze di razioni, acqua, medicine e munizioni, così come l’incapacità delle unità nemiche occupanti ad evacuare i feriti, scrive DN Ganesh su “Indian Air Force in action“. Come indicato nei manuali dell’USAF, “il potere aereo produce shock fisico e psicologico dominando la quarta dimensione del tempo. Il risultati dello shock sono confusione e disorientamento“. Allo stesso tempo, l’esercito indiano spazzava via le posizioni pakistane con l’artiglieria pesante. La raffica continua di bombe che esplodevano intorno giorno e notte ebbe un effetto devastante sugli intrusi pachistani. L’efficacia delle operazioni dell’IAF può essere misurata dal ministro degli Esteri del Pakistan Sartaj Aziz precipitarsi a New Delhi il 12 giugno, implorando l’India affinché “fermasse gli attacchi aerei“. Non si può essere più disperati di così.

Fine dei giochi
Tuttavia, l’affermazione più significativa sulla guerra fu fatta dal Ministro della Difesa indiano George Fernandes. Nel gennaio 2000 osservò che precipitando la guerra di Kargil, il Pakistan “non aveva capito il vero significato della nuclearizzazione, che può impedire l’uso delle armi nucleari ma non la guerra“.IAF_MiG_27Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

Il cammino del Bangladesh tra colonialismo, imperialismo e riscatto nazionale

Luca Baldelli
mujiburIn questi giorni, sotto le luci della ribalta, volenti o nolenti, c’è un Paese dell’area asiatica, nel delta del mitico Gange: il Bangladesh. Ripercorrere la storia di questo Paese significa, anche e soprattutto, comprendere quel che oggi avviene nei suoi confini. Fisicamente, geograficamente e demograficamente, alcune notazioni bastano ad inquadrare il territorio e la sua gente:
1) Il Paese, con capitale Dhaka (Dacca) si trova nel Delta del Gange, alla confluenza dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, coi rispettivi affluenti. Quasi 170 milioni di abitanti (pressoché tre volte l’Italia) si distribuiscono su appena 147.570 km2 (una superficie inferiore del 50% a quella del Belpaese), con una densità di popolazione tra le più elevate al mondo. Nel Paese vi sono 58 corsi d’acqua transfrontalieri, quasi tutti lambenti i limina dell’India, unico Paese confinante col Bangladesh, se si esclude una piccola porzione di Birmania. Bastano questi primi elementi a far capire quanto le risorse idriche e il loro corretto governo siano, nella prospettiva bengalese, una questione assai delicata e ricca di risvolti geopolitici, spesso di non facile soluzione. Nel 1975, ad esempio, l’India costruì una diga a 18 km dal confine col Bangladesh e le autorità di Dhaka (Dacca) denunciarono questo fatto come un pericolo per l’approvvigionamento idrico del Paese, comportando la deviazione di corsi d’acqua di fondamentale importanza. Il Paese è poi situato a meno di 12 metri sopra il livello del mare, perciò basterebbe che le acque del Golfo del Bengala si alzassero di appena un metro, per inondare il 50% del territorio del Bangladesh.
2) La pressione demografica, enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31 per mille ancora all’inizio degli ’90, con una mortalità del 13 per mille appena e quindi un incremento annuo medio del 2,3%), ha spinto a guadagnare sempre più terreni, prima incolti o coperti da foreste, alle attività e ai bisogni umani Ciò, se da un lato ha consentito l’incremento del benessere materiale, in molti casi, per contraltare, ha determinato catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi. Infatti, i cicloni, i tornado, le piogge torrenziali portate dai monsoni tra i mesi di giugno e settembre, le mareggiate, le inondazioni verificatesi a cadenza regolare, hanno determinato, in un Paese coinvolto da massicce deforestazioni e conseguenti fenomeni di erosione del suolo, calamità in gran copia. Basti pensare al ciclone “Bhola” del novembre del 1970 che provocò, in una colossale ecatombe, la morte di più di 300000 persone. Ancor di più le calamità degli anni ’90 e degli anni 2000, con quasi 1000000 di morti complessivamente, in una situazione aggravata dal venir meno di qualsiasi pianificazione territoriale nazionale.
3) Il suolo, a causa della composizione chimica dei minerali che lo compongono, contiene in abbondanza arsenico. Un tempo la popolazione si approvvigionava con le acque di superficie. Le autorità del Paese, onde ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e le infezioni intestinali, hanno incoraggiato, con l’appoggio delle istituzioni internazionali, a partire dagli anni ’70, la costruzione di un gran numero di pozzi in tutto il Paese. In tal modo, l’epidemiologia ha registrato sì il calo delle patologie prima citate, ma, con le acque di falda contaminate dall’arsenico, è aumentata per converso, esponenzialmente, l’incidenza di tumori e patologie prima sconosciute. Per ogni guadagno in termini di condizioni di vita, la storia del progresso umano fa segnare pariteticamente un regresso, e anche il Bangladesh non ha fatto eccezione.
In questo contesto territoriale, difficile come pochi altri, il popolo bengalese si è fatto strada nella storia con eroismo e abnegazione. Ai tronfi paladini della “superiorità occidentale”, che in questi giorni, sulla scorta di eventi tragici, suonano le fanfare di Goffredo di Buglione, andrebbe chiesto cosa sarebbe stato dell’Europa e dell’Occidente in genere se questa parte del mondo avesse principiato il suo cammino ascendente, settant’anni fa, nelle stesse condizioni, dagli stessi blocchi di partenza del Bangladesh, in un contesto sovrappopolato, sfruttato e depredato dal colonialismo fino alla metà del sec. XX… Ipotesi certamente calzante, in linea di principio, se non fosse che, naturalmente, esiste un piccolo particolare: a colonizzare, il Bangladesh e non solo, era proprio l’occidente, che oggi dispensa sermoni.
mbanglad Quando parliamo del Bangladesh, occorre riferirci, in primo luogo, alla regione storica del Bengala, nella cui parte orientale si situa la Nazione. Quella occidentale, infatti, si trova sotto la sovranità indiana ed ha visto lo sviluppo impetuoso del “Left Front” guidato dal Partito Comunista Marxista Indiano (CPI–M), che ha comandato negli ultimi trent’anni, pur tra revisioni e processi “governisti” che ne hanno attutito di molto la carica rivoluzionaria. L’esistenza di un Bengala occidentale e di un Bengala orientale, a rompere la primigenia unità della regione, è uno dei frutti avvelenati dell’imperialismo e del colonialismo. Infatti, questa regione ha avuto sempre un alto grado di consapevolezza unitaria sia rispetto a se stessa, sia rispetto alla necessità di una compagine statale indiana forte, potente e rispettata nel mondo. Partiamo dal ‘700. Nel XVIII secolo, il Bengala è retto da governatori autonomi, i Nawab. L’imperialismo inglese, che estende i suoi tentacoli sul subcontinente indiano attraverso la “British East India Company”, questa sovranità intende cancellarla in nome dei suoi loschi interessi. Ecco provocazioni, scontri, fino alla battaglia di Plassey del 1757, in seguito alla quale il dominio anglosassone si afferma e si consolida sul Bengala e su tutta la Penisola indiana. Sotto le ceneri del colonialismo più rapace e sfruttatore, però, ardono le braci della causa nazionale, della ribellione. Calcutta, centro principale del Bengala occidentale, diviene nel 1772 la capitale dell’India britannica, sotto un’amministrazione mista militare–civile. La Città, però, diviene anche, al di là dei crismi dell’ufficialità, il focolare del movimento anticoloniale e antimperialista, una fucina, un crogiolo inesauribile di fermenti di libertà ed emancipazione. Si comincia nell’800, con la grande stagione del Rinascimento bengalese, che valica i confini del ‘900 e vede affermarsi talenti come il poeta Tagore e lo scienziato Satyendra Nata Bose. L’arte, la cultura, la scienza, diventano arene nelle quali lo spirito nazionale indiano, mai sopito, rifulge di vivida luce contro il rullo compressore dell’Union Jack, indicando alle masse oppresse la possibilità di ribaltare una sorte non ineluttabile né irreversibile.
Il XX secolo vede lo sviluppo più impetuoso del movimento di liberazione dal giogo britannico e dai suoi corollari feudali, reazionari, oscurantisti, anacronistici. Tre figure s’impongono: il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru e Subhas Chandra Bose. Il primo viene dalla Penisola del Kathiawar, il secondo da Allahabad, mentre il terzo è bengalese. Il primo opta per la nonviolenza più radicale, il secondo ha una visione progressista, antifascista e democratica che lo collega ai grandi movimenti europei, il terzo è per l’insurrezione armata e non esita a far causa comune anche col Terzo Reich e col Giappone fascista, pur di abbattere la dominazione britannica. Questi tre padri della Patria, ognuno con le proprie contraddizioni, specificità e diversità di scelta, saranno le pietre miliari dell’India indipendente, la quale, però, non nasce senza subire i retaggi di divisione, inquinamento ideologico e morale, settarismo, incoraggiati e voluti dal colonialismo inglese. Il divide et impera di antico, romana memoria, in India è da due secoli un comandamento che potrebbe campeggiare sullo sfondo del Taj Mahal, quasi ad ingemmare beffardamente le sue sontuose cupole. Nel 1947, infatti, avviene la partizione del Paese, in seguito a torbidi e violenze di natura etnico–religiosa. L’unità indiana, che tanti progressisti, nazionalisti democratici e anticolonialisti avevano sognato e perseguito scandendo le tre parole d’ordine “Ittefaq, Etemad, Qurbani” (Unità, Concordia, Sacrificio), viene incrinata. Nasce lo Stato del Pakistan, a maggioranza musulmana, sotto la guida di Mohammed Ali Jinnah. Il Bengala occidentale, con Calcutta, va all’India. In questa regione, che nel 1943 aveva visto una carestia tremenda, le cui responsabilità risiedono nella politica genocida dei britannici, si svilupperà, come abbiamo visto, un forte movimento marxista–leninista e progressista, destinato a durare nel tempo e a diventare egemone nella scena politica, vincendo quasi sempre le tornate elettorali. Il Bengala orientale, invece, viene assegnato al Pakistan, Stato musulmano, a forte impronta confessionale, filoamericano, antisovietico e bastione delle alleanze militari imperialiste nel quadrante asiatico (in primis, la SEATO). Il popolo bengalese si mobilita in massa contro questo stato di cose, araldo com’è di grandi battaglie di libertà, progresso ed emancipazione. I comunisti, che hanno supportato con orgoglio, coerenza e lucidità la causa nazionale, senza mai confonderla con la ricerca di alleanze strumentali in funzione antibritannica, fino alla fine hanno cercato di salvare l’unità del Paese, combattendo la logica settaria ed escludente delle divisioni lungo confini etnico–religiosi, oltretutto quantomai complessi, intricati e discutibili. Questa posizione è molto simile a quella dei democratici e progressisti bengalesi, che si scontrano con l’ottusità e il carattere reazionario del governo pakistano.
Sheikh Mujibur RahmanNegli anni ’50 e ’60, s’impone sulla scena bengalese un’eroica figura di patriota, di combattente antimperialista per la democrazia, i diritti e per profonde trasformazioni sociali: si chiama Sheikh Mujibur Rahman, ha militato nella “Lega Musulmana del Bengala” ed è poi entrato a far parte della “Lega Musulmana Awami”, fondata da Hasan Shaheed Suhrawardy, da Maulana Bashani ed altri, con un programma fortemente innovativo, anti–feudale e socialista. Il carattere progressista e anticonfessionale della Lega verrà sottolineato ancor più agli inizi degli anni ’60, quando Mujibur, succeduto a Suhrawardy nella conduzione del movimento, ne muta il nome, togliendo ogni riferimento religioso, in “Lega Awami”. Contro un Pakistan sempre più retrivo, chiuso e centralista, la “Lega Awami” si erge a paladina delle prerogative bengalesi e propone vaste, radicali riforme, che cementano la popolazione attorno a parole d’ordine comuni alle masse oppresse e sfruttate, a prescindere dalle appartenenze confessionali. Questo elemento rappresenta un pericolo enorme per chi ha puntato e punta sulla divisione, sugli scontri, sulle ostilità reciproche per consolidare il suo potere. Nel 1966, ad una conferenza dei partiti di opposizione a Lahore, Mujibur lancia la piattaforma dei “Sei Punti” , intitolata “Our Charter of Survival” (La nostra Carta della sopravvivenza), imperniata attorno a richieste di sano federalismo, di formazione di una milizia bengalese, di equa ripartizione e gestione delle risorse. Un programma accattivante, coinvolgente, che riunisce attorno alla Lega Awami tutti i progressisti del Bengala orientale. Nel quadriennio successivo, i consensi alla “Lega Awami” crescono esponenzialmente e il potere centrale pakistano reagisce con repressioni, violenze, misure liberticide. Rahman viene arrestato e poi rilasciato, assieme ad altri, in seguito ad un processo farsa per la cosiddetta “Cospirazione di Agartala”, col quale si accusano il leader bengalese ed altri di aver cospirato contro il Pakistan in combutta con l’India. L’onda impetuosa della riscossa bengalese, però, non si arresta e nel 1970 la “Lega Awami” vince alla grande, conquistando 167 dei 169 seggi dell’Assemblea Nazionale destinati al Pakistan dell’Est (nome col quale viene chiamato il Bengala orientale, futuro Bangladesh). I militari pakistani, cani da guardia dell’ordine imperialista, non intendono mollare la presa, riconoscendo democraticamente il risultato elettorale, e così intervengono per buttare tutto a carte quarantotto, accendendo la fiamma della Guerra di Liberazione Nazionale Bengalese.
Il popolo, sotto le parole d’ordine delle formazioni progressiste, “Lega Awami” e “Partito Comunista” in testa, insorge e, con l’aiuto fraterno dell’India non allineata, ottiene l’indipendenza. E’ il 1971 e nasce il Bangladesh sovrano e indipendente sotto la guida saggia e coraggiosa di Sheikh Mujibur Rahman. Molti sono i problemi da risolvere e tutti spinosissimi, creati dalla dominazione coloniale prima e dal centralismo predatorio pakistano poi. Occorre partire da zero, in un Paese con una densità di popolazione elevatissima, la più elevata al mondo, poche risorse e fattori climatici oltremodo penalizzanti. Mujibur, appoggiandosi non solo alla sua Lega, ma anche al Partito Comunista, che ha rappresentato l’altra avanguardia del movimento nazionale democratico, con militanti coraggiosi che hanno sacrificato la vita per la causa suprema della liberazione, attua una politica di nazionalizzazioni, riforme agrarie e redistribuzione della ricchezza che, pur tra sabotaggi scientificamente pianificati da parte dei settori reazionari, riesce a ravvivare l’economia del Bengala orientale come mai era avvenuto prima. Bisogna ricordare che l’esercito pakistano, prima di venir sconfitto sul campo, ha devastato la gran parte della regione bengalese–orientale. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, ovvero il “Time Magazine” statunitense del 17 gennaio 1972, parla di 6 milioni di case distrutte, di 1400000 famiglie contadine lasciate senza sementi e senza attrezzi, di un paesaggio, in alcuni luoghi, simile a quello di uno spazio che abbia conosciuto un’esplosione nucleare. Quasi ovunque mancano mezzi di locomozione funzionanti e tutte le auto private sono state distrutte o imbarcate e portate via. Vi sono poi i poveri, i rifugiati, i fuggitivi, con flussi da esodo biblico. Questo lo scenario, alla nascita dello Stato del Bangladesh . Ecco perché l’opera del primo governo di Mujibur Rahman ha del miracoloso: in un contesto che rasenta l’impossibilità operativa, si riesce a dare impulso al potere d’acquisto delle masse, alla piccola e media impresa, alla rimozione degli ostacoli feudali–clientelari–parassitari che hanno costituito l’ordito della trama dominatrice coloniale prima e neocoloniale poi. Senza la nazionalizzazione delle grandi industrie, la lotta contro il feudalesimo e le vecchie concezioni sociali, il Bangladesh non avrebbe potuto alzarsi sulle sue gambe e iniziare il suo cammino.
bangladesh traduzioni, asseverazioni, legalizzazioni Fino al 1974, le cose sembrano marciare spedite, ma i pericoli e le trame sono sempre dietro l’angolo. Approfittando delle difficoltà create da una tremenda siccità e da successive, implacabili piogge con inondazioni e calamità, i settori di destra cominciano ad architettare un golpe contro Mujibur. Si utilizza strumentalmente la questione della carestia per abbattere il governo progressista, come se carestie e fame non fossero state la costante della storia del Paese da secoli e come se il numero dei decessi sia anche stavolta da olocausto, quando invece i dati dimostrano che, nonostante l’ecatombe, la Nazione ha retto come non mai allo sconquasso, con appena 30000 morti di cui la gran parte per le inondazioni(in India, le carestie made in England avevano portato via ogni volta milioni e milioni di persone e il ciclone del 1970, venuto assieme ai militari pakistani, aveva mietuto 300000 vittime almeno). Senza la risposta autorevole del governo, la decisione nell’affrontare le questioni, la vicinanza alle classi popolari, le tremende calamità atmosferiche avrebbero potuto causare milioni, non migliaia, di decessi. Tant’è, i settori reazionari, irritati dalla sicurezza e dalla sollecitudine di Mujibur per il popolo, nonché dal suo tentativo di consolidare la compagine esecutiva, ricorrendo legittimamente ai “bastioni” difensivi sanciti nel corpus legislativo-costituzionale, nel 1975 attuano il golpe che porta al suo allontanamento. La regia è tutta statunitense, con la CIA che offre addestramento, armi, finanziamenti e pianifica gli obiettivi da colpire; gli esecutori, e solo essi, sono locali. Dopo varie vicissitudini, a prendere il timone del Paese è, nel 1977, il Generale Ziaur Rahman, legato a doppio filo all’imperialismo. Con lui, le controriforme reazionarie, dettate dalle centrali del capitalismo e della finanza, saranno protagoniste della scena politica, tra l’ostilità generale del popolo, che a causa della repressione feroce di ogni fermento democratico si manifesta solo in modo debole, con la resistenza passiva, ove possibile, e con l’episodico accendersi di focolai di rivolta. A partire dal 1982, a proseguire e anzi a rendere più spietata l’opera di normalizzazione e restaurazione, è il generale Ershad. E’ in questo periodo che il Bangladesh comincia a diventare centro attrattore di imprese straniere desiderose di sfruttare per quattro soldi il lavoro di centinaia di migliaia di operai, anche e soprattutto bambini e adolescenti, prima protetti da legislazioni rigide e severe e ora, eliminato o ridimensionato il lascito di Mujibur Rahman, esposti al liberismo più spietato e selvaggio. Con l’inizio degli anni ’90 e la fine della contrapposizione tra occidente capitalista e campo socialista, il Paese viene traghettato verso la democrazia borghese: tramonta l’epoca delle dittature militari e si ripristina la funzionalità delle istituzioni rappresentative, con la “Lega Awami” che riconquista peso e vince anche la tornata elettorale del 1996. Una magra consolazione: ormai tutti i programmi politici sono annacquati, omologati al pensiero unico del mercato, con poche lodevolissime eccezioni (le formazioni comuniste rientrano in questo novero). Il liberismo, i dettami del FMI e della BANCA MONDIALE distruggono ogni parvenza di industria nazionale solida e indipendente, ogni ambito pubblico sottratto a logiche mercantili di speculazione, ogni controllo reale sulle risorse del Paese. La corruzione è padrona della scena, senza quasi soluzione di continuità. La popolazione, da sempre ostile ad ogni integralismo e fedele ai principi progressisti, democratici, rivoluzionari, viene intimidita, ricattata, costretta ad arrendersi alla sfiducia. Alla lunga, questo stato di cose, negli anni 2000, genera una risposta pericolosa e irta di rischi non solo per il subcontinente indiano: in un Paese di oltre 100 milioni di abitanti, la stella del fondamentalismo finisce col diventare, da reietta che era, sempre più attraente. Un vero e proprio rifugio/binario morto, sapientemente allestito dalle centrali imperialiste e reazionarie, per un ribellismo che, se non trovasse quella valvola di sfogo, finirebbe per rivolgersi di nuovo a movimenti progressisti, democratici, antimperialisti corroborati, negli ultimi anni, da una visione eurasiatica capace di porre fine all’unipolarismo atlantico.
L’ISIS bengalese è dunque servito sul piatto, nel solito gioco dello scontro di civiltà che maschera ingiustizie sociali macroscopiche e distruzione della sovranità degli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con la strage di Dakha (Dacca), dinanzi alla quale i media asserviti sono caduti dal pero, fingendo d’ignorare una realtà che ci parla, ancora una volta, delle trame dell’imperialismo per salvare se stesso dal crollo imminente. Il tutto trascinando nel baratro, se necessario, il mondo intero, in una deflagrazione che risulta assai facile provocare anche con qualche fiammella, quando si è cosparso il prato del pianeta della benzina dell’odio confessionale.21_river_flooding_management_issues

Come la Russia contribuì alla ricostruzione del Bangladesh neo-indipendente
Ajay Kamalakaran, RBTH, 6 luglio 2016

Dallo sminamento del porto di Chittagong alla concessione di borse di studio agli studenti universitari e alla costruzione di centrali elettriche che ancora provvedono a un quarto della produzione totale del Paese, la Russia ha giocato un ruolo importante nell’aiutare il Bangladesh a riprendersi dopo che il Paese dell’Asia meridionale divenne indipendente.SAM_1079Gli storici del Bangladesh elogiano in modo incandescente l’URSS per aver usato il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la guerra d’indipendenza del Paese nel 1971. Mentre Stati Uniti ed alleati ignorarono il genocidio perpetrato dal Pakistan, che uccise tre milioni di bengalesi, e cercarono d’imporre al Consiglio di Sicurezza una mozione contro l’India per aver iniziato la guerra, Mosca sostenne in modo deciso l’alleata New Delhi e la causa del Bangladesh indipendente. La Russia era pronta ad usare la Flotta del Pacifico in aiuto dell’India durante la guerra, se gli Stati Uniti avessero inviato la loro Settima Flotta nel Golfo del Bengala. Una volta che il Bangladesh fu indipendente, l’URSS contribuì a fare entrare il Paese nelle Nazioni Unite. Tuttavia, il sostegno russo al Paese impoverito andò ben oltre l’aiuto politico, dice Fazlur Rashid, che nel 1977 ebbe una borsa di studio per studiare nella futura Patrice Lumumba University di Mosca (ora Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia). “I russi ci aiutarono immensamente nella ricostruzione del nostro Paese, distrutto dalla guerra“, dice Rashid. “Ho anche visto i marinai russi venuti a sminare il porto di Chittagong“.

Lo sminamento del porto di Chittagong
L’operazione di sminamento durata due anni iniziò nel 1972. 800 marinai, per lo più dalla Flotta del Pacifico, vissero a Chittagong per tutta l’operazione. Operai e subacquei lavorarono senza sosta, mettendo a rischio la vita. 12 dei 18 moli del porto furono distrutti dalla guerra e più di 40 imbarcazioni affondate nei pressi del porto. “Anche la via di accesso al porto era minato“, spiega Rashid. Un libro di memorie di VP Kazurin e VA Molchanov intitolato ‘Il porto di Chittagong ritorna in vita’ descrive le difficoltà affrontate dai russi. Secondo il libro, i marinai affrontarono cattive condizioni di vita, tempeste, forti correnti, calore estremo e quasi invisibilità nelle acque limacciose. La squadra russa guidata dal Contrammiraglio Stanislav Zuenko ristrutturò completamente il porto ed anche addestrò il personale del Bangladesh. Il porto di Chittagong iniziò a funzionare tre mesi dopo lo sminamento russo, e nel giro di due anni le operazioni mensili superarono i livelli pre-bellici. Jurij Redkin, marinaio ventenne, fu l’unico caduto russo nelle operazioni di sminamento. Fu sepolto in quella che oggi è l’Accademia Navale del Bangladesh. “La nostra giovane repubblica si troverebbe in una posizione estremamente difficile se i marinai sovietici non ci avessero aiutato“, disse Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore del Bangladesh,  alla cerimonia di addio ai marinai. “Ringrazio tutti i marinai sovietici per l’enorme lavoro di restauro del porto di Chittagong eseguito nonostante le difficili condizioni climatiche e di vita“.SAM_1058Centrali elettriche
Nel 2016 quasi un quarto dell’energia elettrica totale del Bangladesh proviene ancora dalle centrali elettriche Siddhirganj e Ghorasal costruite dall’Unione Sovietica a metà degli anni ’70. “Numerosi bengalesi inizialmente impiegati nelle centrali erano studenti accolti dall’Università Lumumba nel 1975“, dice Aniruddha Ganguly, impiegato in pensione della centrale di Siddhirganj. “La formazione di alta qualità che avemmo era totalmente gratuita“. In media 500 studenti provenienti dal Bangladesh ebbero borse di studio ogni anno per studiare in URSS fino primi anni ’90. Fazlur Rashid lavorò  nella centrale di Ghorasal. “Le strutture più vecchie dell’impianto furono rinnovate da una società statale russa poco prima che andassi in pensione nel 2008″, dice. “Queste centrali furono costruite per durare e sono fondamentali per il Bangladesh“. La Russia continua ad essere un attore importante nel settore energetico del Bangladesh. Una filiale di Rosatom progetterà e costruirà due unità nucleari da 1200 MW a Rooppur. Il lavoro dovrebbe cominciare nel 2017 e i reattori divenire attivi entro il 2020. Altre importanti società russe sono presenti n Bangladesh. Gazprom sviluppa 10 giacimenti gasiferi della PetroBangla Corporation. “C’è ancora molta buona volontà verso la Russia in Bangladesh e i russi devono approfittarne per sfruttare le possibilità del Paese“, dice Rashid.New2x120Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Shanghai Cooperation Organization, dove gli interessi convergono

Andrej Volodin  Strategic Culture Foundation 10/07/ 2016SCOIl vertice di giugno della Shanghai Cooperation Organization a Tashkent è stato caratterizzato da un evento importante: India e Pakistan hanno firmato un protocollo d’impegno a ratificare tutti i trattati della SCO, un atto che apre la via alla piena appartenenza all’organizzazione. La decisione fondamentale d’espandere la Shanghai Cooperation Organization con l’adesione di due grandi Paesi dell’Asia meridionale fu adottata nel 2015 in occasione del vertice SCO a Ufa, e il successivo passo fu preso nella capitale dell’Uzbekistan. Gli analisti ritengono che la nuova configurazione geopolitica della SCO può non solo dare ulteriore impulso alla crescita economica dei Paesi aderenti all’organizzazione, ma anche facilitare la transizione di questo sistema globale dall’attuale stato di turbolenza ad una situazione che evolve verso la stabilità. Una volta che India e Pakistan entreranno nella SCO, l’organizzazione includerà quattro potenze nucleari: Russia, Cina, India e Pakistan. I suoi Stati aderenti hanno una popolazione di circa tre miliardi e mezzo e un PIL combinato stimato a 30 trilioni di dollari. Inoltre, Cina e India sono ancora le economie del mondo moderno in più rapido sviluppo. Questo è il quadro generale. Ma i diplomatici dicono che il diavolo è a piè di pagina. E anche qui, i dettagli sono significativi. L’adesione dell’India alla SCO non è stata rapida. Nuova Delhi ebbe lo status di osservatore nella Shanghai Cooperation Organization nel 2005, al quinto vertice della SCO di Astana. Da allora, l’India con tatto indicò l’interesse a un ruolo più attivo nella SCO, mentre Russia e Kazakistan proseguivano sforzi instancabili per convincere gli altri aderenti all’organizzazione della necessità di una piena partecipazione dell’India alla SCO. Nel 2009, dopo che il necessario “consolidamento verticale” fu completato, fu deciso di lanciare l’“espansione orizzontale” della SCO, e nel 2014 l’organizzazione ebbe il “via libera” all’adesione dei nuovi membri.
Perché è così importante per l’India partecipare alla SCO? Una risposta a questa domanda fu data dall’esperto diplomatico indiano e analista Ashok Sajjanhar: “sicurezza, interessi geopolitici, strategici ed economici dell’India sono strettamente intrecciati con gli sviluppi nella regione. Le sfide sempre presenti e crescenti da terrorismo, radicalismo ed instabilità rappresentano una grave minaccia per la sovranità e l’integrità non solo dell’India, ma anche dei Paesi vicini (nell’Asia centrale)”. L’espansione della SCO includendo gli Stati dell’Asia centrale benedetti dalle ricchezza minerarie permetterà di lavorare nel quadro dell’organizzazione elaborando norme generali che disciplinano il commercio delle risorse che saranno meno sensibili alle fluttuazioni del mercato. Per esempio, una delle maggiori priorità dell’India è ottenere il libero accesso all’Asia centrale, un’idea che è anche d’interesse strategico per le dirigenze degli Stati regionali. L’influenza culturale dell’India vi ha avuto una storia lunga e positiva. Per questa ragione, ai solidi legami degli interessi indiani e russi appare naturale lo sviluppo reso possibile dal Corridoio dei trasporti internazionale nord-sud (ITC), un progetto in cui Russia, India e Iran sono gli attori principali. E Nuova Delhi, sapendo della decisione d’istituire un “corridoio dei trasporti in Pakistan” con il concorso attivo della Cina, accelera gli sforzi per creare l’ITC. Il porto di Chabahar nell’Iran, che il Giappone vorrebbe modernizzare, è giustamente considerato uno dei pilastri dell’ITC. La Terra del Sol Levante è anche interessata alla futura rivoluzione dei trasporti, al centro del quale vi è la diversificazione delle vie dei trasporti in Eurasia. A mio parere, l’espansione della rete terrestre e marittima permetterà d’inquadrare i principi alla base del nuovo equilibrio geo-economico sul continente eurasiatico. E’ del tutto evidente che India, Russia e Cina condividono un interesse strategico comune nel puntellare la stabilità dei sistemi politici esistenti in Asia centrale. Speriamo che il dialogo continuo nel quadro della SCO sui problemi della sicurezza porti a progressi nella lotta al terrorismo in questo angolo del mondo, così come ad evitare ogni sorta di “rivoluzioni colorate”.
Il Pakistan ha le sue aspirazioni, proprio come l’India, e il Paese è anche sulla via della piena adesione alla SCO. Da un lato, come il giornale pakistano The Nation riferisce, la repubblica dimostra la volontà di diversificare la propria politica estera con tattiche con più senso geopolitico ed economico. D’altra parte, un costante dialogo nel quadro della SCO potrebbe creare nuove condizioni favorevoli a normalizzare lo storicamente difficile rapporto pakistano-indiano. Va sottolineato che il Pakistan vede l’adesione contemporanea nella SCO di entrambi gli Stati dell’Asia meridionale come un’opportunità per migliorare i rapporti economici tra Islamabad e Nuova Delhi. E, data la pazienza e la moderazione dell’India, è ragionevole aspettarsi che i legami economici bilaterali tra India e Pakistan finalmente maturino. Sul rapporto tra Nuova Delhi e Islamabad, ciò contribuirà a rendere l’atmosfera meno ideologicizzata e più favorevole all’idea di collaborare per raggiungere specifici risultati reciprocamente vantaggiosi. Il punto di vista di Mosca sui rapporti indo-pakistani rimane immutato da decenni. L’India sa che la Russia è interessata a: 1) mantenere unità e integrità territoriale del Pakistan (uno dei presupposti della stabilità politica interna dell’Afghanistan “post-americano”) e 2) un più forte governo civile nella repubblica islamica, per un futuro privo di ostacoli a sviluppo sociale e politico, vedendo il Paese muovere i primi passi sul lungo sentiero della durevole crescita economica. Il coinvolgimento attivo del Pakistan nella Shanghai Cooperation Organization non è solo un interesse a lungo termine della Russia, ma anche dell’India.sevmorputLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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