Perché le ambizioni marittime dell’Iran crescono?

Nina Lebedeva, New Eastern Outlook 09.11.2017Molti politici, esperti e media potrebbero senza dubbio constatare che, quasi dai primi giorni del soggiorno alla Casa Bianca, il presidente Donald Trump ha sistematicamente accumulato oscure nubi nei cieli dell’Iran:
1. Il 29 gennaio 2017, Trump avvisava i leader della Repubblica islamica iraniana (IRI) di giocare col fuoco dopo il test missilistico iraniano condotto quel giorno. Infatti, secondo la dichiarazione del consigliere della Guardia rivoluzionaria iraniana del Leader della Repubblica islamica Sayyid Ali Hosseini Khamenei, Mahatba Dhualnuri, questi missili hanno una portata tale da poter facilmente raggiungere gli impianti militari statunitensi in Bahrayn o sull’isola Diego Garcia nel cuore dell’Oceano Indiano. Questo non è evidentemente nell’interesse degli strateghi del Pentagono, in quanto significa perdere la base essenziale agli Stati Uniti per proiettare potenza in Africa orientale, Medio Oriente, Asia del Sud-Est e Mar Cinese.
2. Nella scorsa estate, gli scontri (già verificatisi nel Golfo Persico) tra navi iraniane e statunitensi, accompagnate da elicotteri e dalla portaerei Nimitz, per deliberatamente e ripetutamente dimostrare forza testando capacità, azione e reazione iraniane, divenivano sempre più frequenti. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti indicavano l’aggressività delle azioni della flotta iraniana e le numerose manovre negli stretti di Hormuz e Bab al-Mandab, nel Golfo Persico e nell’Oceano Indiano, che avrebbero interferito con la libertà di navigazione, ecc.
3. Seguirono le affermazioni di Donald Trump contro l’Iran di non rispettare lo spirito dell’accordo del 2015 sulla natura pacifica del programma nucleare. Tra gli ultimi attacchi contro l’Iran c’era l’annuncio del 6 ottobre sull’imposizione di nuove sanzioni all’Iran per i suoi test missilistici, aiuto e sponsorizzazione del terrorismo ed attacchi informatici e l’accusa del 8 ottobre di sostenere la RPDC (Teheran continua a commerciare con la Corea democratica).
4. Il 13 ottobre, Trump promulgò una dura strategia verso l’Iran. Accusando Teheran d’interferire nei conflitti in Siria, Yemen, Iraq e Afghanistan e di sostenere al-Qaida e i taliban, propose di modificare i termini dell’accordo nucleare con l’Iran ed imporre sanzioni contro la formazione militar-politica del “Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica” (l’élite delle Forze Armate dell’IRI o IRGC).
Quanto convincente e completo è l’elenco di tali affermazioni assai controverse degli Stati Uniti da adottare tale pressione contro l’Iran? Sembra che sia stata presentata una lista piuttosto lunga dei “peccati” di Teheran, in cui l'”accordo nucleare” è riconosciuto innanzitutto il più grave da Trump. Infatti, aiuta l’Iran ad essere in cima nello sviluppo economico e politico regionale e oltre. Ma secondo quali meccanismi? In breve, ciò ha a che fare, in primo luogo, con la promozione della leadership iraniana dell’idea di consolidare l’intero mondo islamico di fronte alle sfide attuali. Un passo serio lungo questa strada fu, tra l’altro, l’istituzione dell’unione tripartita per risolvere la situazione nella Repubblica araba siriana, comprendente Russia, Iran e Turchia. In secondo luogo, questo comporta anche le aspirazioni del Paese nel creare un arco dalle proprie frontiere al Libano. Il piano da un lato amplia notevolmente la sfera d’influenza e dall’altro preoccupa Stati Uniti ed Israele, nei pressi delle cui frontiere l’Iran sarà presente. In terzo luogo, la graduale ripresa del potenziale economico iraniano e i suoi legami con l’occidente ne incrementano l’importanza nella regione. Al fine di rafforzare sia il primo che il secondo, Teheran intende costruire una ferrovia per il Mediterraneo, una mossa inaccettabile per gli Stati Uniti. Tuttavia, non si può non riconoscere l’importanza di un altro meccanismo nell’avanzata dell’Iran.
Il fattore marittimo affrontato dall’Ayatollah Sayyed Ali Khamenei all’inizio del 2014, sottolineando la necessità di creare una flotta in grado di proiettare potenza all’estero e di operare negli oceani. Un progetto simile fu elaborato durante il regime dello Shah, quando fu prevista anche l’acquisizione di basi nelle Mauritius e Maldive, ma dopo il rovesciamento, la missione fu abbandonata. Una flotta forte rende possibile la dimostrazione della bandiera in luoghi dove necessario; stabilire una linea di difesa e creare basi operative al di fuori dello stretto di Hormuz; pattugliare le rotte iraniane; creare una rete di collegamenti coi partner e generalmente proiettare influenza e potenza. Tenendo presente questo aspetto, l’Iran ha iniziato la modernizzazione della flotta. Nel 2016, aveva in servizio 18000 marinai, senza contare i 20mila della Marina dell’IRGC. Teheran aveva 7 fregate, 32 pattugliatori veloci in grado di operare in “acque verdi” armati di missili antinave S-800 Noor, un distaccamento significativo di barchini per pattugliare lo Stretto di Hormuz e 5 posamine per minare lo stretto, se necessario. La flotta sottomarina è costituita da 29 sottomarini, di cui 5 d’altura. Oltre agli sforzi per produrre propri armamenti navali (nonostante il segreto sui dati dell’ammodernamento, nel dicembre 2016 i funzionari iraniani confermarono di lavorare su una portaerei e sulla costruzione di sottomarini e navi nucleari). L’Iran considerava le opzioni di acquisto, soprattutto da Russia e Cina. Nel febbraio 2016, il Ministro della Difesa Hossein Dehghan visitò Mosca per discutere la fornitura di armamenti per 8 miliardi di dollari, come sistemi missilistici mobili costieri “Bastion“, fregate e sottomarini diesel-elettrici. Le priorità nei negoziati 2014-2016 con Pechino erano accordi sulla cooperazione navale e la possibilità che l’Iran acquistasse navi, sottomarini e missili dalla Cina.
Il potenziale crescente della Marina Islamica Iraniana consente di ampliare il livello tecnico-militare e i limiti delle manovre navali (su un’area di circa 2 milioni di chilometri quadrati) fino al Mar Rosso (importante accesso al Mediterraneo e all’Atlantico, secondo gli strateghi iraniani) e l’Oceano Indiano, il cui sviluppo è estremamente importante, anche per ulteriori test dei missili balistici. Durante le manovre Velayat 95 nel febbraio e luglio del 2017, le navi della 47.ma flottiglia simularono una battaglia navale, impiegando droni aerei e testando vari tipi di missili per proteggere le rotte commerciali e petrolifere della Repubblica islamica. Espandendo le dimensioni delle manovre dell’aprile 2017, la Marina iraniana le condusse insieme all’Oman sulle sue sponde, che, come sottolineò il comandante in capo della Marina iraniana, Ammiraglio Hussein Azad, erano di natura difensiva e in risposta alla “campagna iranofoba” scatenata dai nemici dell’Iran. Comprendendo chiaramente il crescente ruolo della regione Indo-Oceano negli affari del mondo, Teheran è più attiva nell’utilizzare la diplomazia navale. Così, dal marzo 2017, i distaccamenti della Marina iraniana intraprendono visite in Pakistan, India, Oman, Tanzania, Azerbaigian, mentre sono in corso anche piani per diverse missioni per “mostrare bandiera” in Sud Africa, Federazione Russa, Kazakistan, ecc. I media russi hanno ampiamente pubblicato la prima visita del distaccamento di navi della 44.ma flottiglia iraniana dell’Atlantico, tuttavia non confermata da alcuni esperti. L’Iran rafforza attivamente i propri legami con alcuni Paesi marittimi (Pakistan, Sri Lanka, Indonesia, Djibouti, ecc., anche in ambito navale). Allo stesso tempo, gli strateghi iraniani elaborano piani a lungo termine per contrassegnare pienamente la presenza navale al largo delle coste dell’India e nelle acque dello stretto di Malacca, che insieme ad Ormuz e Golfo Persico costituiscono il triangolo strategico del flusso petroliero e di merci maggiore nella regione, in cui è richiesta la partecipazione iraniana a difesa degli interessi della Repubblica islamica. Ciò sembra risultare dalla dichiarazione ufficiale piuttosto imprevista delle autorità iraniane del novembre 2016 sulla necessità di stabilire basi (oltre alle 6 basi già operanti nel Golfo e le 2 situate sulle isole, come Bandar Abbas), in Yemen e Siria, che secondo gli ammiragli dell’Iran, saranno 10 volte più efficaci delle armi nucleari ed espanderanno la presenza iraniana sul Mediterraneo e la capacità di aiutare gli alleati della Repubblica Islamica dell’Iran.
Sembra che, anche se vi è molta retorica su questi piani, non tutto ciò riuscirà, poiché il potere di attuarlo è ancora piuttosto limitato. L’IRI non sembra pronta a deviare dalla rotta per diventare uno degli attori più attivi delle relazioni internazionali nell’area dell’Oceano Indiano. E la situazione dell’Iran, soprattutto sulla sua rotta, terrestre e marittima, darà a Donald Trump un altro “mal di testa” dopo la Corea democratica.Nina Lebedeva, studiosa presso l’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia delle Scienze Russa (RAS), esclusivamente per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Annunci

Pakistan e Iran stringono i legami militari

MK Bhadrakumar, Indian Punchline, 8 novembre 2017La visita del capo dell’esercito pakistano, Generale Qamar Javed Bajwa, a Teheran (6-7 novembre) va considerata significativa. Bajwa è stato ricevuto dal Presidente Hassan Rouhani, dal Ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif e dal Ministro della Difesa Generale Amir Hatami, oltre che dai comandanti militari. Ciò sarebbe la prima volta che un capo dell’esercito pakistano incontra il comandante del Corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica (IRGC). Naturalmente, l’IRGC può essere descritto come Guardia Praetoriana del regime islamico diretto dal leader supremo Ali Khamenei, ma le sue forze speciali, note come Forza al-Quds (comandate dal carismatico Generale Qasim Sulaymani) operano all’estero. La Forza al-Quds riferisce direttamente al leader supremo Ali Khamenei. Senza dubbio, l’incontro del Generale Bajwa col Comandante dell’IRGC Generale Mohammad Ali Jafari a Teheran è un evento di eccezionale importanza. L’amministrazione Trump recentemente ‘ha sanzionato’ l’IRGC. Durante l’incontro con Bajwa, Jafari ha proposto di condividere le “esperienze” dell’IRGC con le forze pakistane. Citando Jafari, “Avendo 40 anni di esperienza nella resistenza alle minacce nemiche, la Repubblica Islamica dell’Iran è pronta a trasferire le proprie competenze nella difesa al Pakistan“, avvertendo che “nazioni e Stati regionali (musulmani) affrontano l’inimicizia di Stati Uniti e regime sionista e certi attentati sono volti ad aggravare l’insicurezza del Pakistan, che va affrontata col sostegno alle forze popolari insieme alle forze armate e di sicurezza”. (FARS)
Infatti, maggiore sicurezza e cooperazione militare tra Iran e Pakistan sono state ripetutamente sollecitate da entrambe le parti. In particolare, IRNA citava il Presidente Rouhani affermare che l’Iran è “deciso ad ampliare la cooperazione militare in vari settori, come addestramento, esercitazioni, industria militare e scambio di esperienze“. Rouhani aggiungeva che il terrorismo e le differenze settarie e etniche sono i problemi principali nei Paesi musulmani e ‘alcune potenze globali’ hanno un ruolo nell’alimentarle. Affermava che le grandi potenze sono contro unità e fratellanza tra i Paesi musulmani. Bajwa assicurava gli interlocutori iraniani che il Pakistan non permetterà ad alcun Paese terzo d’interferire nelle relazioni con l’Iran. Un comunicato stampa dell’ISPR d’Islamabad sulle riunioni di Bajwa, affermava: “I leader di entrambe le parti hanno accettato d’impegnarsi a una maggiore cooperazione bilaterale collaborando per contribuire agli sviluppi positivi su altre questioni riguardanti la regione“. Nel complesso, Iran e Pakistan ritengono necessario avvicinarsi maggiormente per armonizzare la propria politica regionale anche quando si preparano a contrastare la crescente pressione degli Stati Uniti. D’altra parte, con le crescenti tensioni tra Iran e asse Stati Uniti-Arabia Saudita-EAU-Israele, per Teheran è imperativo preservare pace e tranquillità al confine orientale col Pakistan. Anche per il Pakistan la neutralità positiva dell’Iran verso a rivalità con l’India è utile e necessaria. (Tehran Times)
Iran e Pakistan sono interessati alla situazione in Afghanistan. Condividono l’inquietudine sulla prospettiva dell’aperta presenza militare statunitense in Afghanistan e sospettano le intenzioni statunitensi. Tuttavia, resta da vedere se con una svolta rispetto al passato, Teheran e Islamabad effettivamente collaboreranno sul problema afgano, anche se la recente tendenza degli attacchi anti-sciiti di nuovi gruppi insorti come Stato islamico del Qurasan (forse col sostegno statunitense/saudita/israeliano) è preoccupante per Iran e Pakistan. I colloqui di Bajwa a Teheran riguardavano la cooperazione nell’informazione. Chiaramente, gli allineamenti regionali vanno a vantaggio del Pakistan, in particolare su due aspetti: gli stretti legami dell’India con Stati Uniti ed Israele (che Teheran sicuramente guarda da vicino); e la crescente ostilità tra Iran e asse statunitense-israeliano-saudita. Al contrario, il Pakistan affronta un’impegnativa acrobazia, con l’asse Arabia Saudita-EAU che si prepara all’aperto confronto con l’Iran. Di certo, l’avvicinamento Iran-Pakistan sarà salutato da Cina e Russia. L’Iran è interessato a partecipare all’Iniziativa Via della Seta della Cina. Allo stesso modo, gli accordi energetici da 30 miliardi di dollari firmati da Russia e Iran la settimana prima (durante la visita del Presidente Vladimir Putin a Teheran) sono stati interpretati come mossa di Mosca per darsi una base strategica nel Golfo Persico. Il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak avrebbe citato il piano della Gazprom per costruire gasdotti dall’India e/o Pakistan al Golfo Persico. Alla riunione a Teheran con Bajwa, Zarif osservava la disponibilità dell’Iran a fornire gas al Pakistan. È interessante notare che Gazprom firmava un accordo iniziale col fondo d’investimento iraniano IDRO per collaborare su progetti petrolieri, gasiferi ed energetici non specificati nella regione.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gazprom e Iran finalmente hanno la pipeline dei sogni

Tom Luongo, 1 novembre 2017Chi segue la geopolitica saprà qualcosa del gasdotto IPI. IPI sta per Iran-Pakistan-India. Potrei scrivere un libro sulle turbolenze della politica estera statunitense e russa sui ritardi di questo gasdotto, rallentato almeno per un decennio. Quindi oggi RT riferisce che: “Mosca e Teheran firmeranno un memorandum d’intesa per avviare un nuovo gasdotto, secondo il Ministro dell’Energia russo Aleksandr Novak. I due Paesi costruiranno un gasdotto di 1200 chilometri dall’Iran all’India, con l’importante ruolo di Gazprom nel sviluppare diversi giacimenti iraniani lungo il futuro gasdotto”. Mentre i dettagli sono scarni, sembra che non si tratti del vecchio gasdotto IPI che collegava l’Iran orientale all’India settentrionale attraverso il porto pakistano di Gwadar e il Baluchistan. Ci sarà, apparentemente, un segmento subacqueo nel Golfo Persico.

Hillary e la storia
Se odio colpire un cane morto, uno dei principali ostacoli all’IPI non era altri che Hillary Clinton. Era un’importante azionista della società che promuoveva la pipeline TAPI (Turkmenistan, Afghanistan , Pakistan, India) sua concorrente (e praticamente mai economica). La pipeline TAPI fu un importante obiettivo della politica estera statunitense dell’amministrazione Clinton e priorità di Bush il minore. Clinton mise al centro del suo mandato da segretaria di Stato completare la TAPI. Ma non ci riusci mai. Infatti, né IPI né TAPI furono costruiti. La TAPI è la ragione principale delle sanzioni all’Iran nel 2012 e relativa esclusione dal sistema SWIFT, non il programma nucleare. Dopo circa 20 anni di contestazioni, tra cui l’invasione dell’Afghanistan, finalmente veniva costruita la TAPI. “La capacità annua del gasdotto sarebbe di 33 miliardi di metri cubi, la lunghezza di 1814 chilometri e il preventivo stimato a 10 miliardi di dollari. Il governo turkmeno aveva affermato che l’azienda statale Turkmengas sarebbe stata il principale investitore della TAPI. Il Turkmenistan iniziò a costruire la sua sezione nel dicembre 2015 e la costruzione dovrebbe durare tre anni. Il quadro temporale delle costruzioni delle sezioni afgana e pakistana non è ancora stato deciso”. Si noti che questa cattedrale nel deserto sarà completata tra almeno 7 anni, se mai accadrà. Non fu mai convincente perché è difficile mettervi d’accordo tutti. Mentre l’Iran costruiva il proprio ramo del gasdotto IPI sotto le sanzioni statunitensi. Clinton avrebbe tratto milioni dalla TAPI e gli USA dedicarono le risorse di quasi tre amministrazioni per costruirla. È una delle ragioni principali per cui non possiamo lasciare l’Afghanistan. I costi della guerra afgana sono sopportati da questo, secondo l’articolo del Wall St. Journal del 2012 che lo chiarisce bene, (nota, il link è su newcentralasia.net, visto che l’articolo originale è a pagamento): “Washington non può aspettare altri cinque anni per ulteriori azioni sulla TAPI. Dopo il ritiro dei militari statunitensi l’anno prossimo, il governo dell’Afghanistan avrà scarse entrate legali. La TAPI può dare a Kabul centinaia di milioni di dollari all’anno e creare circa 50000 posti di lavoro. E ciò darà a tre Stati chiave della regione, Pakistan, India e Iran, un interesse strategico nel successo dell’Afghanistan. I progressi sulla TAPI apriranno anche molti altri progetti trans-afghani, tra cui strade e ferrovie, al centro della strategia della “Nuova Via della Seta” dell’economia afghana. La Casa Bianca dovrebbe capire che se la TAPI non viene costruita, né le sanzioni statunitensi né quelle delle Nazioni Unite impediranno al Pakistan di costruire una pipeline dall’Iran. Questo progetto presumibilmente “pronto” arricchirà Teheran e ne aumenterà notevolmente il peso in Afghanistan e nella regione. Se Washington molla la TAPI, Cina, India e Russia saranno tentate di costruirla. Ciò genererà tensioni tra queste potenze nucleari spesso in competizione ed emarginerà gli Stati Uniti. La Russia ha già iniziato a spingere l’India a partecipare alla TAPI”. Quindi hanno ritardato l’infrastruttura energetica vitale del Pakistan e dell’India per più di 10 anni per impedire all’Iran di avere influenza nella regione. Era più importante subire una guerra per la pipeline piuttosto che convincere la popolazione della regione ad accedere a un’abbondante offerta di energia economica. Inoltre, se c’è la speranza di completare la TAPI, succederà con l’aiuto di Russia, Cina e India nel stabilizzare l’Afghanistan, finalmente ponendo fine al conflitto tra Kabul e i taliban.

L’IPI è morto, lunga vita all’IPI
Il gasdotto IPI è sempre stato la soluzione migliore per l’India che non la TAPI. L’annuncio del Ministro dell’Energia russo dice molte cose indirettamente:
1. L’India non poteva più aspettare sul gasdotto dovendo alleviare gravi necessità energetiche.
2. L’influenza statunitense nella regione, che perde militarmente in Iraq e Siria, svanisce assai rapidamente.
3. L’influenza di Hillary Clinton sulla politica estera è ridotta a zero, essendo stata una delle maggiori sostenitrici della TAPI.
4. Il nuovo gasdotto IPI sarà pronto prima del ramo turkmeno della TAPI.
5. La Russia è, naturalmente, la grande vincitrice e Gazprom può estendere l’influenza sull’Asia centrale.
6. L’Europa ha sempre meno probabilità d’imporre le sanzioni statunitensi alle proprie aziende che lavorano con Iran e Russia sui programmi energetici, data l’impossibilità di controllarne discorso e risultati.
Nelle ultime due settimane, come avevo già notato qui e qui, Iraq e Iran hanno compiuto enormi passi diplomatici oscurando le ritorsioni degli Stati Uniti. Non ne abbiamo. Trump è giustamente dedito alla politica interna e i neocon che gestiscono la politica estera non hanno risposte all’attuale serie di sconfitte. Un deciso ingranaggio dell’iniziativa Fascia e Strada della Cina è stato preso. Gli Stati Uniti non hanno alcuna risposta se non bombardare ancora l’Afghanistan, assicurandosi che la pipeline dei loro sogni non venga mai completata.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Le ampie misure di sicurezza di CSTO e SCO

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 19.10.2017La situazione in Afghanistan è una delle questioni più importanti per l’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collective (CSTO), che riunisce Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan, Russia e Tagikistan, nonché per l’Organizzazione della Cooperazione di Shanghai (SCO – India, Cina , Kazakistan, Kirghizistan, Pakistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan). La guerra civile, insieme alle attività dei terroristi in territorio afgano, rappresentano da molti anni una minaccia alla stabilità dell’intera regione dell’Asia centrale. Nel settembre 2017, una riunione dei ministri degli Esteri degli Stati aderenti alla CSTO si svolse alla 72.ma sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite di New York. I principali argomenti dell’incontro comprendevano la cooperazione con l’Organizzazione delle Nazioni Unite negli sforzi per la pace, la sicurezza e la lotta al terrorismo, nonché i problemi dell’Afghanistan. Furono adottate diverse dichiarazioni congiunte, tra cui una disposizione sull’Afghanistan e la minaccia del rafforzamento delle organizzazioni terroristiche nelle province del nord del Paese. Va ricordato che l’Afghanistan condivide confini con uno degli Stati del CSTO, il Tagikistan. Pertanto, il confine Tagikistan-Afghanistan è una zona di particolare importanza per la CSTO. Il confine è lungo 1344 km e attraversa zone montuose difficili da raggiungere e difficili da attraversare e non meno difficili da proteggere. Anche le aree settentrionali dell’Afghanistan condividono la frontiera con Uzbekistan e Turkmenistan, che non sono membri del CSTO ma la cui sicurezza è altrettanto importante per tutta la regione. Il 29 settembre 2017, il Centro per gli studi strategici della Presidenza del Tagikistan, nel capoluogo del Tagikistan, Dushanbe, ospitò la conferenza internazionale “Combattere il terrorismo e l’estremismo in Eurasia: le minacce comuni e l’esperienza congiunta”. Rappresentanti di Afghanistan, Tagikistan, Turkmenistan, Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan e Russia vi parteciparono, come anche i membri del segretariato della CSTO e della Commissione esecutiva regionale della Struttura antiterrorismo della SCO. I partecipanti discussero di sicurezza regionale, minacce e contromisure di alto livello, incluse le varie misure politiche interne dei Paesi aderenti e la cooperazione internazionale, anche nella CSTO e della SCO.
La situazione in Afghanistan è stata ancora una volta una delle principali discussioni. Nell’autunno 2017, circa il 50% del territorio afghano era caduto sotto il controllo dell’organizzazione terroristica talib (vietata nella Federazione Russa). In questo caso, la questione riguarda principalmente i distretti settentrionali vicini ai Paesi aderenti alla conferenza. Secondo l’ambasciatore russo in Tagikistan, Igor Ljakin-Frolov, che parlò alla manifestazione, la situazione è difficile, soprattutto al confine Tagikistan-Afghanistan. Tuttavia, secondo il Vicepresidente del Comitato del Consiglio Federale per la difesa e la sicurezza Franz Klintsevich, i taliban non hanno obiettivi fuori da Afghanistan e Pakistan e non violeranno il confine coi vicini del nord. Una preoccupazione molto più grande è l’attività di un’altra organizzazione terroristica, lo Stato islamico (DAISH, vietato in Russia), per cui l’Afghanistan è un trampolino di lancio per la penetrazione in Russia e nei Paesi della CSI. Secondo le informazioni disponibili, più di mille taliban e membri del DAISH si trovano vicino al confine tra Tagikistan e Afghanistan. Tuttavia, secondo F. Klintsevich, i tagiki e i militari russi sono pronti a respingere l’attacco in caso d’invasione diretta da parte dei terroristi. I Paesi dell’Asia centrale sono partner strategici della Russia, e la Russia è decisa nell’adempimento degli obblighi nei confronti della CSTO. Inoltre, la situazione instabile nei Paesi dell’Asia centrale costituisce una minaccia per i confini meridionali della Russia. Pertanto, la Russia fornisce assistenza ai propri partner su tutti i termini della sicurezza. La cooperazione tra Russia e Tagikistan è particolarmente sviluppata. I Paesi proteggono congiuntamente il confine tagiko-afgano e collaborano in campo militare-tecnico. La 201.ma base delle Forze Armate della Federazione Russa continua a operare nel territorio del Tagikistan, dove oltre 7000 militari russi si addestrano ad affrontare compiti specifici nella lotta al terrorismo, anche nei difficili contesti montuosi. Questa è la maggiore base militare estera della Federazione Russa, con fucilieri motorizzati, artiglieria, missili antiaerei, elicotteri e unità aeree. La base ha tre poligoni per l’addestramento dei militari russi e per l’addestramento congiunto coi militari del Tagikistan.
Il 29 settembre 2017, nello stesso giorno in cui si svolse la suddetta conferenza sulla lotta al terrorismo, l’ufficio per i media della Regione militare centrale, a cui aderisce la base n° 201, riferì di nuove esercitazioni speciali per l’addestramento tattico. Gli autisti del battaglione logistico superarono con successo l’estremamente difficile guida sulle tortuose strade montuose per rifornire di cibo e munizioni zone difficili da raggiungere. Circa 600 militari e 70 mezzi furono interessati. Nel novembre 2017, il Tagikistan ospiterà le grandi esercitazioni militari delle Forze di Reazione Rapida Collettiva della CSTO. Saranno presenti militari provenienti da tutti i Paesi dell’Organizzazione. Pertanto si può concludere che Tagikistan e altri Stati aderenti allo CSTO possono proteggersi dall’aggressione diretta dall’Afghanistan. L’unica opportunità per i terroristi di destabilizzare il Tagikistan è tramite organizzazioni clandestine. Tuttavia, le autorità del Tagikistan intendono arrestarle adottando misure preventive. Secondo Rakhim Abdulhasanien, a Capo del Dipartimento per la lotta al terrorismo e all’estremismo del Procuratore Generale del Tagikistan, che intervenne alla conferenza su iniziativa del suo dipartimento, 15 organizzazioni che operano nel territorio tagico sono state riconosciute estremiste e vietate. Tuttavia, non bastano misure di divieto per impedire l’estremismo tra la popolazione. È necessario lo sviluppo sociale ed economico di tutti gli Stati interessati. L’aumento del tenore di vita contribuisce a ridurre il radicalismo. Le autorità russe e dell’Asia centrale comprendono la connessione tra problemi socio-economici ed estremismo. Ciò è evidenziato, ad esempio, dal fatto che la SCO ha prestato seria attenzione alla cooperazione economica. Come già detto, l’organizzazione comprende Russia, Cina, Kazakistan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan, cioè i Paesi più interessati (tranne il Turkmenistan) alla stabilità nell’Afghanistan e, più recentemente, India e Pakistan, che periodicamente risentono degli echi degli eventi afgani. Il primo obiettivo della creazione dei “Cinque di Shanghai”, sulla cui base fu fondata la SCO nel 2001, era rafforzare la cooperazione nell’industria della Difesa. Attualmente, i compiti principali della SCO includono sicurezza, lotta al terrorismo e al narcotraffico. La cooperazione economica è stata considerata secondaria. Tuttavia, tale approccio è superato. Il 28 settembre 2017, Ufa ospitava il terzo Forum sulle piccole aziende degli Stati aderenti a SCO e BRICS. Bakhtier Khakimov, inviato speciale del presidente russo per gli affari della SCO parlò all’evento. Secondo lui, l’interazione economica nella SCO va portata allo stesso livello della cooperazione politica tra i Paesi che costituiscono l’organizzazione. Khakimov ha anche affermato che i capi degli Stati aderenti alla SCO comprendono l’importanza di questo compito e gradualmente prendono le proprie decisioni. Attualmente, la SCO è impegnata nell’attuazione dell’accordo per creare condizioni favorevoli per l’autotrasporto, firmato nel 2014. La possibilità d’istituire la Banca di Sviluppo e il Fondo di Sviluppo della SCO viene discussa. Sono in corso lavori per integrare il lavoro della SCO con associazioni come UEE (Unione Economica Eurasiatica) e ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico). Le relazioni tra gli ambienti commerciali vengono stabilite nella SCO, e la cooperazione interstatale si costruisce a livello regionale.
Si può concludere che la Russia e gli Stati dell’Asia centrale non si basano solo sulla forza militare per combattere il terrorismo e mantenere la stabilità. Questi Paesi sanno che solo misure complesse contribuiranno a porre fine alla minaccia terroristica e questo comporta la speranza che la minaccia terroristica nella regione sia ridotta nei prossimi anni.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stella rossa sul Nepal

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 8 ottobre 2017

Il Partito Comunista del Nepal-UML guidato da KP Oli, il Partito Comunista del Nepal (Centro Maoista) guidato da Prachanda e il Naya Shakti Nepal guidato da Baburam Bhattarai, annunciavano il 3 ottobre la formazione di una grande alleanza per le future elezioni provinciale e federali in Nepal del 26 novembre e 7 dicembre, con la nuova costituzione. La polarizzazione dello spettro politico frammentato del Nepal su linee ideologiche rende le prossime elezioni un evento spartiacque. In risposta allo sviluppo inaspettato, il Congresso nepalese prevede di organizzare una coalizione di forze di destra con alcuni partitini per contrastare la grande alleanza di sinistra. È interessante notare che i costituenti dell’alleanza di destra potrebbero includere il Rastriya Janata Nepal, costituito in aprile con la fusione di sei partiti “pro-India” madhesi, su consulenza dei mentori indiani. Ancora più interessante è la prospettiva del conservatore e monarchico indù Rastriya Prajatantra Party Democratic, clone del Bharatiya Janata dell’India, che aderisce all’alleanza del Congresso nepalese. Non c’è bisogno d’ingegno per capire che il motivo della polarizzazione delle due grandi alleanze è la rispettiva disposizione verso l’India. L’annuncio della formazione dell’alleanza di sinistra del 3 ottobre sembra aver sorpreso non solo il Congresso nepalese, ma anche Delhi. Il Congresso nepalese concorre a crearsi credibile oppositore, possibilmente con qualche incoraggiamento da Delhi. La polarizzazione politica nepalese è un bene poiché presenta una scelta chiara all’elettorato. La sfocatura del divario ideologico nel periodo della democratizzazione in Nepal fu un fattore importante che ripropose la politica opportunista con conseguente instabilità. La grande questione è se la stabilità politica garantisca una buona governance e offra crescita e sviluppo. L’esperienza dell’India dice qualcosa di diverso. Di certo, l’alleanza di sinistra è ideologicamente motivata e può essere più coesa e capace di offrire un governo stabile. Farà campagna per la giustizia sociale, l’egualitarismo e il nazionalismo nepalese. L’alleanza spera di assicurarsi la maggioranza dei due terzi del nuovo Parlamento rafforzando la presa per regolare le future modifiche costituzionali, a differenza del passato. Nelle elezioni generali, 165 membri del Parlamento nazionale saranno eletti con voto semplice, mentre altri 110 saranno nominati con sistema proporzionale. Sulla base delle prestazioni dei due principali partiti comunisti nelle elezioni per l’assemblea costituente del 2013 e dei sondaggi di quest’anno, l’alleanza di sinistra ha l’occasione di avere la maggioranza nelle prossime elezioni. (I comunisti dispongono di una forte macchina partitica in tutto il Paese). In caso affermativo, il Nepal sarà governato dai comunisti, impresa politica senza precedenti non solo per la democrazia del Nepal ma per la regione sud-asiatica. Importante, basandosi sulle prestazioni dell’alleanza di sinistra nelle elezioni di novembre, s’intende formare un partito comunista unito del Nepal. Sarà il grande rifiuto dell’istituzione indiana, che è riuscita finora a spezzare la sinistra nel Nepal alimentando feroci interferenze e scontri di personalità.
Questo nei primi giorni, ma un governo comunista in Nepal avrà un profondo impatto sulla geopolitica dell’Asia meridionale. È utile considerare come il Nepal abbia una posizione neutrale sullo scontro India-Cina sul Doklam. La capacità dell’India d’influenzare la politica estera del Nepal con un governo comunista sarà ancora più limitata. Allo stesso modo, va visto se l'”uscita” del Nepal dall’orbita indiana avrà un effetto domino sul Bhutan. L”inclinazione’ verso la Cina potrebbe esservi con un governo comunista in Nepal. Il Paese può abbracciare in modo inequivocabile l’Iniziativa Fascia e Via della Cina. Gli investimenti cinesi possono radicalmente trasformare il Nepal. E un confronto sarà inevitabile con le vicine regioni impoverite del Bihar e dell’UP, gestite dal partito governativo dell’India. Le prossime elezioni in Nepal assumono grande importanza per le politiche di vicinato dell’India del governo Modi. Le forze nazionaliste indù che guidano il governo Modi avranno difficoltà ad accettare la prospettiva di un governo comunista nella dimora del dio Shiva. Tenterrà d’interferire nelle elezioni? Tutte le interferenze indiane rischiano una reazione frenetica, dati i pervasivi sentimenti anti-indiani nel Paese. D’altra parte, mentre il BJP non può tollerare un governo comunista neanche nel piccolo Stato meridionale del Kerala, ironicamente, il governo Modi dovrà ingollare veleno facendo accordi con un governo sovrano comunista nel vicino Nepal. Leggasi l’intervista a Baburam Bhattarai, noto ideologo marxista del Nepal, sui drammatici sviluppi politici nel Paese.Traduzione di Alessandro Lattanzio