La storia del Giorno della Vittoria russa

La storia della Seconda guerra mondiale che non si racconta in occidente
Michael Jabara Carley, SCF, 09.05.2018Ogni 9 maggio la Federazione Russa celebra la festa nazionale più importante, la Giornata della Vittoria, Den’ Pobedy. Nelle prime ore di quel giorno del 1945 il Maresciallo Georgij Konstantinovich Zhukov, comandante del 1° Fronte bielorusso, che aveva preso d’assalto Berlino, ricevette la resa incondizionata tedesca. La Grande Guerra Patriottica era andata avanti per 1418 giorni di inimmaginabile violenza, brutalità e distruzione. Da Stalingrado e dal Caucaso settentrionale e dalla periferia nord-occidentale di Mosca alle frontiere occidentali dell’Unione Sovietica a Sebastopoli nel sud e a Leningrado e ai confini con la Finlandia nel nord, il Paese era stato devastato. Si stima che 17 milioni di civili, uomini, donne e bambini, siano morti, anche se nessuno conoscerà mai la cifra esatta. Villaggi e città furono distrutti; famiglie spazzate via senza che nessuno ne ricordasse o piangesse la morte. Dieci milioni o più di soldati sovietici morirono nella lotta per espellere il mostruoso invasore nazista e infine occupare Berlino a fine aprile 1945. I morti dell’Armata Rossa furono lasciati insepolti in mille luoghi lungo le strade verso ovest o in fosse comuni non segnate, non essendoci stato tempo per la corretta identificazione e sepoltura. La maggior parte dei cittadini sovietici perse dei famiglia nella guerra. Nessuno ne fu risparmiato.
La Grande Guerra Patriottica iniziò alle 3:30 del mattino, il 22 giugno 1941, quando la Wehrmacht nazista invase l’Unione Sovietica lungo un fronte che si estendeva dal Baltico al Mar Nero con 3,2 milioni di soldati tedeschi, organizzati in 150 divisioni, sostenuti da 3350 carri armati, 7184 pezzi di artiglieria, 600000 camion, 2.00 aerei da guerra. Le forze finlandesi, italiane, rumene, ungheresi, spagnole, slovacche, tra gli altri, alla fine si unirono all’attacco. L’alto comando tedesco calcolò che l’operazione Barbarossa avrebbe impiegato solo 4-6 settimane per finire l’Unione Sovietica. A ovest, l’intelligence militare statunitense e inglese concordava. Inoltre, quale forza aveva mai battuto la Wehrmacht? La Germania nazista era il colosso invincibile. La Polonia fu distrutta in pochi giorni. Il tentativo anglo-francese di difendere la Norvegia fu un fiasco. Quando la Wehrmacht attaccò ad ovest, il Belgio si affrettò ad arrendersi. La Francia crollò in poche settimane. L’esercito inglese fu cacciato da Dunkerque, nudo, senza armi o mezzi. Nella primavera 1941, la Jugoslavia e la Grecia scomparvero nel giro di poche settimane a poco costo per gli invasori tedeschi. Ovunque la Wehrmacht avanzava in Europa, fu una passeggiata… finché, quel giorno i soldati tedeschi attraversarono le frontiere sovietiche. L’Armata Rossa fu presa all’improvviso, tra la mobilitazione, perché il dittatore sovietico Josif Stalin non credeva alla propria intelligence che riferiva del pericolo, o voleva provocare la Germania hitleriana. Il risultato fu una catastrofe. Ma a differenza della Polonia e diversamente dalla Francia, l’Unione Sovietica non lasciò i combattimenti dopo le previste 4 o 6 settimane. Le perdite dell’Armata Rossa erano inimmaginabili, due milioni di soldati furono persi nei primi tre mesi e mezzo di guerra. Le province baltiche furono perse. Smolensk cadde e poi Kiev, nella peggiore sconfitta della guerra. Leningrado fu circondato. Un vecchio chiese ad alcuni soldati: “Da dove ti ritiri?” Ci furono calamità ovunque, troppo numerose da menzionare. Ma in luoghi come la fortezza di Brest e in centinaia di campi e boschi senza nome, incroci stradali e villaggi e città, le unità dell’Armata Rossa combatterono fino all’ultimo soldato. Combatterono l’accerchiamento per ricongiungersi alle proprie linee o per sparire nelle foreste e nelle paludi della Bielorussia e dell’Ucraina nordoccidentale per organizzare le prime unità partigiane attaccando la retroguardia tedesca. Alla fine del 1941, tre milioni di soldati sovietici furono persi (la maggioranza dei prigionieri di guerra morì in mani tedesche); 177 divisioni furono tolte dall’ordine di battaglia sovietico. Tuttavia, l’Esercito rosso combatté, perfino respingendo i tedeschi a Elnja, a sud est di Smolensk, a fine agosto. La Wehrmacht sentì il morso dell’Armata Rossa malconcia, ma non sconfitta. Le forze tedesche subiva 7000 perdite al giorno, una nuova esperienza per esse. Mentre la Wehrmacht avanzava, gli Einsatzgruppen, gli squadroni della morte delle SS, seguivano, uccidendo ebrei, zingari, comunisti, prigionieri di guerra sovietici o chiunque si mettesse sulla loro strada. Collaboratori nazisti del Baltico e dell’Ucraina commisero massacri. Donne e bambini sovietici furono denudati e costretti a fare la fila, in attesa dell’esecuzione. Quando l’inverno arrivò a congelare i soldati tedeschi, sparavano agli abitanti dei villaggi o li cacciavano dalle case, vestiti di stracci come mendicanti, derubandoli di focolari, vestiti invernali e cibo. In occidente chi predisse il rapido collasso sovietico, i soliti sovietofobi occidentali, sembravano stupiti e dovettero rimangiarsi le previsioni. L’opinione pubblica capì che la Germania hitleriana era entrata in un pantano, non un’altra campagna di Francia. Mentre gli inglesi applaudivano la resistenza sovietica, il governo inglese fece poco per aiutare. Alcuni ministri del governo erano persino restii a chiamare alleato l’Unione Sovietica. Churchill si rifiutò di lasciare che la BBC suonasse l’inno nazionale sovietico, l’Internazionale, la domenica sera insieme a quelli degli altri alleati. L’Armata Rossa si ritirò ancora, ma continuò a combattere disperatamente. Non fu una guerra normale, ma una lotta dalle violenza senza precedenti contro un invasore omicida, per la casa, la famiglia, il Paese, la vita stessa. A novembre l’Armata Rossa lanciò un opuscolo sulle linee tedesche, citando Carl von Clausewitz, il teorico militare prussiano: “È impossibile né occupare né conquistare la Russia“. Fu una spacconata in quelle circostanze, ma vera. Alla fine, davanti Mosca, nel dicembre 1941, l’Armata Rossa, sotto il comando di Zhukov, respinse le truppe della Wehrmacht, per trecento chilometri a sud. L’immagine dell’invincibilità nazista fu distrutta. Barbarossa era troppo ambiziosa, la blitzkrieg fallì e la Wehrmacht subì la prima sconfitta strategica. A Londra Churchill accettò, a malincuore, di lasciare che la BBC suonasse l’inno nazionale sovietico.
Nel 1942 l’Armata Rossa continuò a subire sconfitte e pesanti perdite, combattendo quasi da sola. Nel novembre di quell’anno a Stalingrado sul Volga, tuttavia, l’Armata Rossa lanciò la controffensiva che portò a una notevole vittoria e alla ritirata della Wehrmacht alle sue linee di partenza della primavera 1942… tranne che per la 6.ta armata tedesca, catturata nel kotel o sacca di Stalingrado. Lì, 22 divisioni tedesche, alcune delle migliori di Hitler, furono distrutte. Stalingrado fu la Verdun della Seconda guerra mondiale. “È un inferno“, disse un soldato. “No… questo è dieci volte peggio dell’inferno“, qualcun altro corresse. Alla fine dei combattimenti invernali del 1943, le perdite dell’Asse furono sbalorditive: 100 divisioni tedesche, italiane, rumene, ungheresi furono distrutte o mutilate. Il presidente degli Stati Uniti, Franklin Roosevelt, calcolò che le sorti della lotta erano cambiate: la Germania hitleriana era condannata. Era il febbraio 1943. In quel mese non c’era una sola divisione inglese, statunitense o canadese che combattesse in Europa contro la Wehrmacht. Non una. Ci furono ancora sedici mesi prima dello sbarco in Normandia. inglesi e statunitensi combattevano due o tre divisioni tedesche in Nord Africa, una sfilata rispetto al fronte sovietico. L’opinione pubblica occidentale sapeva chi portava il fardello della guerra contro la Wehrmacht. Nel 1942, l’80% delle divisioni dell’Asse fu schierato contro l’Armata Rossa. All’inizio del 1943 c’erano 207 divisioni tedesche sul fronte orientale. I tedeschi tentarono un ultimo balzo, un’ultima offensiva contro il saliente di Kursk nel luglio 1943. Quell’operazione fallì. L’Armata Rossa quindi lanciò la controffensiva in Ucraina liberando Kiev a novembre. Più a nord, Smolensk fu liberata il mese prima. Lo spirito del popolo sovietico e della sua Armata Rossa era formidabile. Il corrispondente di guerra Vasilij Semjonovich Grossman ne catturò l’essenza nei diari personali. “Notte, tempesta di neve“, scrisse all’inizio del 1942, “Veicoli, artiglieria. Si muovono in silenzio. All’improvviso si sente una voce roca. “Ehi, qual è la strada per Berlino?” Un ruggito di risate“. I soldati non erano sempre coraggiosi. A volte fuggivano. “Un commissario di battaglione armato di due revolver cominciò a gridare: ‘Dove andate figli di puttane, dove? Avanti, per la Patria, per Gesù Cristo, figli di puttana! Per Stalin, puttane!’…” Tornando alle posizioni. Quei compagni furono fortunati; il commissario avrebbe potuto sparargli a tutti. A volte lo faceva. Un soldato si offrì volontario per giustiziare un disertore. “Hai avuto pietà di lui?” Chiese Grossman. “Come si può parlare di pietà“, rispose il soldato. A Stalingrado sette uzbechi furono riconosciuti colpevoli di ferite autoinflitte. Furono tutti fucilati.” Grossman lesse una lettera trovata nella tasca di un soldato sovietico morto. “Mi manchi tanto. Per favore, vieni a trovarci… Lo scrivo, e le lacrime scendono riversando. Papà, per favore, torna a casa e visitaci“. Le donne combatterono a fianco degli uomini come cecchini, artiglieri, carristi, piloti, infermiere partigiane. E mantenuto il fronte interno, nel frattempo. “I villaggi divennero il regno delle donne“, scrisse Grossman, “Guidano trattori, guardano magazzini e stalle… Le donne portano sulle spalle il grande fardello del lavoro. Dominano … mandano pane, aerei, armi e munizioni al fronte“. Quando la guerra so combatté sul Volga, non rimproverarono i loro uomini di aver rinunciato a tanto terreno. “Le donne guardano e non dicono niente“, scrisse Grossman, “…non una parola amara“. Ma nei villaggi vicino al fronte, a volte lo facevano.
Nel frattempo, gli alleati occidentali attaccarono l’Italia. Stalin aveva chiesto a lungo un secondo fronte in Francia, a cui Churchill si oppose. Voleva attaccare il “ventre molle” dell’Asse, non aiutare l’Armata Rossa, ma ostacolarne l’avanzata nei Balcani. L’idea era di avanzare rapidamente a nord dello stivale italiano, quindi dirigersi a est verso i Balcani per tenere fuori l’Armata Rossa. La via per Berlino era tuttavia a nord-est. Il piano di Churchill fu un fallimento; gli alleati occidentali non arrivarono a Roma fino al giugno 1944. C’erano circa 20 divisioni tedesche in Italia che combattevano contro le soverchianti forze alleate. In Oriente c’erano ancora più di duecento divisioni dell’Asse, o dieci volte quelle in Italia. Il 6 giugno 1944, quando l’operazione Overlord ebbe inizio in Normandia, l’Armata Rossa si trovava alle frontiere polacche e rumene. Una quindicina di giorni dopo lo sbarco in Normandia, l’Armata Rossa lanciò l’Operazione Bagration, un’enorme offensiva che creò una sacca nel centro del fronte orientale tedesco avanzando i 500 chilometri verso ovest, mentre gli alleati occidentali erano ancora fermi sulla Normandia, nella Penisola del Cotentin. L’Armata Rossa era una potenza inarrestabile. La distruzione della Germania nazista era solo questione di tempo. Quando la guerra finì nel maggio 1945, l’Armata Rossa inflisse l’80% delle perdite della Wehrmacht, e tale percentuale fu molto più alta prima dell’invasione della Normandia. “Chi non ha mai provato l’amarezza dell’estate 1941“, scrisse Vasilij Grossman, “non potrà mai apprezzare pienamente la gioia della nostra vittoria“. C’erano molti inni di guerra cantati dalle truppe e dal popolo per tenere su il morale. Svjashennaja Vojna, “La guerra sacra” fu una delle più popolari. I russi si alzando ancora in piedi quando lo sentono. Gli storici spesso discutono su quando la svolta decisivo si ebbe nel teatro europeo. Alcuni propongono il 22 giugno 1941, il giorno in cui la Wehrmacht attraversò le frontiere sovietiche. Altri indicano le battaglie di Mosca, Stalingrado o Kursk. Durante la guerra l’opinione pubblica occidentale sembrava più favorevole all’Armata Rossa di certi capi occidentali, Winston Churchill, per esempio. Roosevelt era migliore, un leader politico pragmatico che riconobbe il ruolo preponderante dei soviet nella guerra alla Germania nazista. L’Armata Rossa, disse a un generale dubbioso nel 1942, uccideva più soldati tedeschi e distruggeva più carri armati tedeschi di tutti gli altri alleati messi insieme. Roosevelt sapeva che l’Unione Sovietica era il fulcro della grande coalizione contro la Germania nazista. Chiamo FDR padrino della “grande alleanza”. Tuttavia, nell’ombra si nascondevano i soliti nemici dell’Unione Sovietica, che solo aspettavano il momento per riemergere. Quanto maggiore era la certezza della vittoria sulla Germania nazista, tanto più voci e stridori fecero gli oppositori alla grande alleanza. Gli statunitensi possono essere suscettibili al ricordo dell’Armata Rossa protagonista principale nella distruzione della Wehrmacht. “Che ne dici del Lend-Lease?“, dicono, “senza le nostre scorte, l’Unione Sovietica non avrebbe potuto sconfiggere i tedeschi“. In effetti, la maggior parte delle forniture del Lend-Lease non arrivarono nell’URSS prima di Stalingrado. I soldati dell’Armata Rossa scherzosamente chiamare il cibo del Lend-Lease “secondo fronte”, dato che arrivò in ritardo. Nel 1942 l’industria sovietica già batteva quella della Germania nazista nelle principali categorie di armamenti. Il T-34 era un carro armato statunitense o sovietico? Un educato Stalin ricordava sempre di ringraziare il governo degli Stati Uniti per jeep e autocarri Studebaker. Aumentarono la mobilità dell’Armata Rossa. Contribuirono con l’alluminio, ma i russi risposero, abbiamo contribuito col sangue… fiumi di sangue.
Non appena la guerra finì, Gran Bretagna e Stati Uniti iniziarono a pensare a un’altra guerra, questa volta contro l’Unione Sovietica. Nel maggio 1945 l’alto comando inglese ideò l’Operazione “Impensabile”, un piano top secret per un’offensiva, rinforzata dai prigionieri di guerra tedeschi, contro l’Armata Rossa. Che bastardi, che ingrati. Nel settembre 1945, gli statunitensi previder l’uso di 204 bombe atomiche per distruggere l’Unione Sovietica. Il padrino, Roosevelt, era morto in aprile e in poche settimane i sovietofobi ne sovvertirono la politica. La grande alleanza fu solo una tregua nella guerra fredda iniziata dopo l’ascesa al potere dei bolscevichi nel novembre del 1917 e riprese nel 1945. Quell’anno i governi di Stati Uniti e Regno Unito dovettero ancora confrontarsi con l’opinione pubblica. L’uomo comune in Europa e negli Stati Uniti sapeva benissimo chi aveva sopportato il peso contro la Wehrmacht. Non si poteva riprendere la vecchia politica di odio contro l’Unione Sovietica proprio così, senza cancellare la memoria del ruolo dell’Armata Rossa nella vittoria sulla Germania hitleriana. Così i ricordi del patto di non-aggressione nazista-sovietica dell’agosto 1939 furono tirati fuori dall’armadio, anche se i ricordi della precedente opposizione anglo-francese alle proposte sovietiche per la sicurezza collettiva contro la Germania nazista e specialmente del tradimento della Cecoslovacchia, furono omessi dal nuovo narrativa occidentale. Come ladri nella notte, Gran Bretagna e Stati Uniti saccheggiarono la verità sulla distruzione della Germania nazista. Già nel dicembre 1939, gli inglesi pianificarono la pubblicazione di un white paper per incolpare Mosca per il fallimento dei negoziati alleanza anglo-franco-sovietica nella primavera ed estate precedenti. I francesi obiettarono perché il libro bianco era propenso a persuadere l’opinione pubblica che la parte sovietica fosse stata seria sulla resistenza alla Germania nazista mentre inglesi e francesi no. Il libro bianco fu accantonato. Nel 1948 il dipartimento di Stato degli Stati Uniti pubblicò una raccolta di documenti che attribuivano la colpa della Seconda guerra mondiale a Hitler e Stalin. Mosca respinse con le proprie pubblicazioni dimostrando le affinità occidentali col nazismo. La battaglia in occidente era volta a ricordare l’Unione Sovietica per il patto di non aggressione e dimenticarne il ruolo schiacciante nella distruzione della Wehrmacht. Quanti di voi non hanno visto un film di Hollywood in cui gli sbarchi in Normandia sono la grande svolta della guerra? “E se gli sbarchi fossero falliti?“, si sente spesso; “Oh… niente di ché“, è la risposta appropriata. La guerra sarebbe durata più a lungo e l’Armata Rossa avrebbe piantato le sue bandiere sulle spiagge della Normandia proveniente da est. Poi ci sono i film sui bombardamenti alleati della Germania, fattore “decisivo” nella vittoria della guerra. Nei film di Hollywood sulla Seconda guerra mondiale, l’Armata Rossa è invisibile. È come se statunitensi (e inglesi) rivendicassero gli allori che non si guadagnarono.
Mi piace chiedere agli studenti del mio corso universitario sulla Seconda Guerra Mondiale, chi ha sentito parlare di Overlord? Ognuno alza la mano. Poi chiedo chi ha sentito dell’operazione Bagration? Quasi nessuno alza la mano. Chiedo scherzosamente chi ha “vinto” la guerra contro la Germania nazista e la risposta è “America”, naturalmente. Solo pochi studenti, di solito quelli che hanno avuto altri corsi con me, rispondono Unione Sovietica. La verità è un lavoro in salita difficile in occidentale dove “le notizie false” sono la norma. OSCE e Parlamento europeo danno la colpa della Seconda guerra mondiale all’Unione Sovietica, leggono Russia e Presidente Vladimir Putin come messaggio subliminale. Hitler è quasi dimenticato in questa danza di accuse infondate. Dietro il falso racconto storico ci sono Stati baltici, Polonia e Ucraina che vomitano odio sulla Russia. Paesi baltici e Ucraina ora ricordano i collaborazionisti nazisti come eroi nazionali e ne celebrano le azioni. In Polonia, per alcuni è difficile da digerire; ricordano i collaborazionisti ucraini nazisti che assassinarono decine di migliaia di polacchi in Volynia. Sfortunatamente, tali ricordi non hanno fermato i teppisti polacchi dal vandalizzare i monumenti dell’Armata Rossa o dal dissacrare i cimiteri di guerra sovietici. I “nazionalisti” polacchi non possono sopportare la memoria dell’Armata Rossa che libera la Polonia dall’invasore nazista. In Russia, tuttavia, la propaganda mendace dell’ovest non ha alcun effetto. L’Unione Sovietica ha prodotto i suoi film, e anche la Federazione Russa, sulla Seconda Guerra Mondiale, ultimamente sulla difesa della fortezza di Brest e di Sebastopoli e sulla battaglia di Stalingrado. Il 9 maggio di ogni anno i russi ricordano i milioni di soldati che combatterono e morirono, e i milioni di civili che soffrirono e morirono per mano dell’invasore nazista. I veterani, sempre meno ogni anno, escono con uniformi che spesso non vanno bene o giacche logore coperte di medaglie di guerra ed ordini. “Trattateli con tatto e rispetto“, scrisse Zhukov nelle sue memorie: “È un piccolo prezzo dopo quello che hanno fatto per voi nel 1941-1945“. Come ha fatto, mi chiesi nel giorno della vittoria di alcuni anni fa, come ha fatto a farcela, vivendo costantemente con la morte e con così tanto dolore e difficoltà?
Ora, ogni anno nel Giorno della Vittoria, il “reggimento immortale”, Bessmertnyi Polk, marcia; I russi nelle città di tutto il Paese e all’estero, marciano insieme portando grandi fotografie di famigliari, uomini e donne, che combatterono quella guerra. “Ricordiamo“, vogliono dire: “e non vi dimenticheremo mai“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Maggio 1945: quando la Germania nazista si arrese?

Dr. Jacques R. Pauwels, Global Research 7 maggio 2018Nel 1943, statunitensi, inglesi e sovietici decisero che non ci sarebbero stati negoziati separati con la Germania nazista per la capitolazione, e che la resa tedesca avrebbe dovuto essere incondizionata. All’inizio della primavera 1945, la Germania fu sconfitta e gli alleati si prepararono a riceverne collettivamente la resa incondizionata. Ma dove si svolse la cerimonia di capitolazione, sul fronte orientale od occidentale? Se fosse solo per ragioni di prestigio, gli alleati occidentali preferirono che la Germania nazista riconoscesse la sconfitta sul fronte occidentale. I colloqui segreti coi tedeschi, che inglesi e statunitensi avevano già in quel momento (cioè nel marzo 1945) nella neutrale Svizzera, in flagrante violazione degli accordi interalleati, col nome in codice Operazione Sunrise, promettevano di essere utili in quel contesto. Potevano portare alla resa tedesca in Italia, in realtà obiettivo originario dei colloqui, ma potevano anche accordarsi sulla capitolazione tedesca e a una resa apparentemente incondizionata. Dettagli intriganti, come la sede della cerimonia, potevano essere decisi prima e senza il contributo dei sovietici. Esistevano molte possibilità in questo senso, perché i tedeschi continuarono ad avvicinare statunitensi ed inglesi nella speranza di concludere un armistizio separato con le potenze occidentali o, se ciò risultava impossibile, dirigere il maggior numero possibile di unità della Wehrmacht alla prigionia statunitense ed inglese con arresti “individuali” o “locali”, cioè la resa di unità più o meno grandi dell’esercito tedesco in aree ristrette del fronte. La Grande Guerra del 1914-1918 si era conclusa con un armistizio chiaro e inequivocabile, cioè resa tedesca incondizionata. La capitolazione fu firmata presso il comando del maresciallo Foch a Rethondes, vicino a Compiègne, l’11 novembre, poco dopo le 5 del mattino, e le armi tacquero la stessa mattina alle 11. (I negoziatori tedeschi chiesero l’immediato cessate-il-fuoco, ma fu respinta). La Seconda guerra mondiale, d’altra parte, si chiuse, almeno in Europa, tra intrighi e confusione, così che ancora oggi ci sono molte idee sbagliate su tempo e luogo della capitolazione tedesca. La Seconda guerra mondiale doveva finire nel teatro europeo non con uno, ma una serie di capitolazioni tedesche, un’orgia di rese, ed anche dopo ci volle tempo prima che le ostilità cessassero.
S’iniziò in Italia il 29 aprile 1945, con la capitolazione degli eserciti combinati tedeschi nel sud-ovest dell’Europa alle forze alleate guidate da Alexander, il maresciallo inglese. La cerimonia si svolse a Caserta. I firmatari tedeschi erano il generale SS Wolff, che condusse le trattative con agenti segreti statunitensi in Svizzera su questioni delicate come la neutralizzazione degli antifascisti italiani, per i quali non c’era spazio nei piani post-bellici anglo-statunitensi. Stalin aveva scoperto l'”operazione Sunrise” ed espresse dubbi sull’accordo elaborato tra alleati occidentali e tedeschi in Italia, ma alla fine diede la sua benedizione. L’armistizio fu firmato il 29 aprile, ma prevedeva il cessate il fuoco solo il 2 maggio. Si pretendeva di concedere tempo sufficiente alle truppe alleate per correre fino a Trieste, dove le truppe tedesche combattevano i partigiani jugoslavi di Tito; Quest’ultimo aveva buone ragioni di credere che questa città potesse divenisse parte della Jugoslavia dopo la guerra, e aveva indubbiamente in mente il detto che il possesso è al novanta percento legge. Ma statunitensi ed gli inglesi volevano impedirlo. Un’unità della Nuova Zelanda raggiunse Trieste “dopo una frenetica corsa da Venezia”, il 2 maggio costringendo i tedeschi ad arrendersi il giorno dopo, di sera. Una cronaca su Kiwi di questo evento racconta eufemisticamente che i loro uomini “arrivarono giusto in tempo per liberare la città insieme alle unità dell’esercito di Tito”, ma ammise che l’obiettivo era impedire ai comunisti jugoslavi di prendere Trieste da soli e di mettere in campo la loro amministrazione militare, consolidando così la rivendicazione nei confronti della regione. Molti in Gran Bretagna credono fermamente ancora oggi che la guerra contro la Germania si concluse con la resa tedesca nel quartier generale del maresciallo Montgomery, nella brughiera di Luneburg, nel nord della Germania. Eppure tale cerimonia ebbe luogo il 4 maggio 1945, cioè cinque giorni prima che i cannoni smettessero di sparare in Europa, e questa capitolazione si applicò solo alle truppe tedesche che finora avevano combattuto il 21.mo Gruppo d’Armate anglo-canadese di Montgomery nei Paesi Bassi e nella Germania nordoccidentale. Solo per esserne certi, i canadesi accettarono la capitolazione di tutte le truppe tedesche in Olanda il giorno successivo, 5 maggio, durante una cerimonia a Wageningen, città nella provincia orientale olandese di Gheldria. Per gli inglesi, è ovviamente importante e gratificante credere che i tedeschi chiedessero il cessate il fuoco nel quartier generale del loro “Monty”; a quest’ultimo il prestigio associato all’evento procurò qualche compenso alla reputazione, che aveva subito considerevolmente il fiasco dell’Operazione Market Garden, il tentativo del settembre 1944 di attraversare il Reno nella città olandese di Arnhem, un’impresa di cui fu il padrino.
Negli Stati Uniti e nell’Europa occidentale, l’evento nella brughiera di Luneburg è giustamente considerato capitolazione strettamente locale, anche se si riconosce che fu di preludio alla definitiva capitolazione tedesca e al conseguente cessate il fuoco. Per statunitensi, francesi, belgi e altri, la resa tedesca definitiva ebbe luogo nel quartier generale del generale Eisenhower, il comandante supremo di tutte le forze alleate sul fronte occidentale, in un misero edificio scolastico nella città di Reims il 7 maggio 1945, al primo mattino. Ma questo armistizio doveva entrare in vigore solo il giorno successivo, l’8 maggio, alle 23:01. È per questo motivo che ancora oggi, le cerimonie commemorative negli Stati Uniti ed Europa occidentale si svolgono l’8 maggio. Tuttavia, anche l’importante evento di Reims non fu la cerimonia finale della resa. Col permesso del successore di Hitler, ammiraglio Dönitz, i portavoce tedeschi bussarono alla porta di Eisenhower per tentare ancora una volta di concludere un armistizio solo cogli alleati occidentali o, in mancanza, di cercare di liberare altre unità della Wehrmacht dalle grinfie dei sovietici, con la resa locale sul fronte occidentale. Eisenhower non era personalmente disposto a consentire ulteriori rese locali, per non parlare della capitolazione generale tedesca solo agli alleati occidentali. Ma apprezzava i potenziali vantaggi che si avrebbe avuto se la massa della Wehrmacht finisse sotto la prigionia anglo-statunitense piuttosto che sovietica. E capì anche che era un’occasione unica per indurre i disperati tedeschi a firmare nel suo comando la capitolazione generale e incondizionata sotto forma di documento conforme agli accordi interalleati; questo dettaglio ovviamente avrebbe migliorato di molto il prestigio degli Stati Uniti. A Reims si ebbe così a uno scenario bizantino. In primo luogo, da Parigi un oscuro ufficiale di collegamento sovietico, il General-Maggiore Ivan Susloparov, fu inviato per salvare l’apparenza della necessaria collegialità alleata. In secondo luogo, mentre era chiaro ai tedeschi che non si poteva parlare di capitolazione solo sul fronte occidentale, gli fu concesso l’accordo sul fatto che l’armistizio entrasse in vigore solo dopo 45 ore. Ciò per accogliere il desiderio dei nuovi capi tedeschi di permettere a quante più unità della Wehrmacht possibile la possibilità di arrendersi agli anglo-statunitensi. Quest’intervallo diede ai tedeschi l’opportunità di trasferire truppe dall’Oriente, dove i combattimenti continuarono, in Occidente, dove dopo le rituali firme a Luneburg e Reims alcun colpo fu sparato. I tedeschi, la cui delegazione era guidata dal generale Jodl, firmarono il documento della capitolazione presso il comando di Eisenhower il 7 maggio alle 2:41; ma le armi avrebbero taciuto solo l’8 maggio alle 23:01. I comandanti statunitensi smisero di permettere ai tedeschi in fuggire tra le loro linee solo dopo che la capitolazione tedesca effettivamente entrò in vigore. Si può quindi affermare che l’accordo concluso nella città della Champagne non costituì una capitolazione incondizionata.
Il documento firmato a Reims diede agli statunitensi esattamente ciò che volevano, ovvero il prestigio della resa generale tedesca sul fronte occidentale presso Eisenhower. I tedeschi ottennero anche più di quanto sperassero, dato che il loro sogno di capitolare agli Alleati occidentali sembrava fuori questione: un “rinvio dell’esecuzione”, per così dire, di quasi due giorni. Durante tale periodo, i combattimenti continuarono praticamente solo sul fronte orientale, e innumerevoli soldati tedeschi ne approfittarono per nascondersi dietro le linee anglo-statunitensi. Tuttavia, il testo della resa a Reims non si conformava interamente al testo della capitolazione generale tedesca concordata in precedenza da statunitensi, inglesi e sovietici. Era anche discutibile che il rappresentante dell’URSS, Susloparov, fosse davvero qualificato a co-firmare il documento. Inoltre, è comprensibile che i sovietici fossero tutt’altro che contenti che ai tedeschi fosse offerta la possibilità di continuare a combattere l’Armata Rossa per due giorni mentre sul fronte occidentale i combattimenti erano praticamente finiti. Si ebbe l’impressione che ciò che fu firmato a Reims fosse in realtà la resa tedesca solo sul fronte occidentale, violando gli accordi interalleati. Per chiarirsi, fu deciso di organizzare la cerimonia della capitolazione definitiva, in modo che la resa tedesca a Reims si rivelasse retroattivamente una sorta di preludio alla resa finale e/o resa puramente militare, anche se gli occidentali continuano a commemorarlo come vera fine della guerra in Europa. Fu a Berlino, presso il comando del Maresciallo Zhukov, che l’8 maggio 1945 fu firmata la capitolazione finale, generale, politica e militare, tedesca o, diversamente, che la capitolazione tedesca del giorno prima a Reims fu ratificata da tutti gli alleati. I firmatari per la Germania, agendo secondo le istruzioni dell’ammiraglio Dönitz, furono i generali Keitel, von Friedeburg (presenti anche a Reims) e Stumpf. Dato che Zhukov aveva un grado inferiore a quello di Eisenhower, quest’ultimo ebbe la scusa perfetta per non partecipare alla cerimonia tra le macerie della capitale tedesca. Mandò a firmare il suo vice inglese, dal basso profilo, il maresciallo Tedder, naturalmente togliendo del prestigio alla cerimonia di Berlino in favore di quella di Reims.
Per i sovietici e la maggior parte degli europei orientali, la Seconda guerra mondiale in Europa si concluse con la cerimonia a Berlino l’8 maggio 1945, che portò alla deposizione delle armi il giorno successivo, il 9 maggio. Per statunitensi e la maggior parte degli europei occidentali, “la cosa reale” era e rimane la resa a Reims, firmata il 7 maggio ed efficace l’8 maggio. Mentre i primi commemorano sempre la fine della guerra il 9 maggio, questi ultimi invariabilmente lo fanno l’8 maggio. Ma gli olandesi la festeggiano il 5 maggio, data della cerimonia nel comando canadese a Wageningen. Che uno dei più grandi drammi della storia mondiale avesse una fine così confusa e indegna in Europa fu una conseguenza, come scrive Gabriel Kolko, del modo in cui statunitensi ed inglesi cercarono di ottenere ogni sorta di piccoli e grossi vantaggi a danno dei sovietici dall’inevitabile capitolazione tedesca. La Prima guerra mondiale si era conclusa di fatto con l’armistizio dell’11 novembre 1918 e de jure con la firma del trattato di Versailles il 28 giugno 1919. La Seconda guerra mondiale si concluse con una serie di rese, ma non non si ebbe mai un trattato di pace tipo Versailles, almeno non per la Germania. (Trattati di pace si sarebbero conclusi a tempo debito con Giappone, Italia e così via). Il 10 febbraio 1947 tutte le potenze vincitrici si riconciliarono così ufficialmente a Parigi coi Paesi alleati della Germania nazista, cioè Italia, Romania, Bulgaria e Finlandia. E un trattato di pace col Giappone fu concluso da Stati Uniti e cinquanta altri Paesi, ma non Unione Sovietica e Repubblica popolare cinese, a San Francisco l’8 settembre 1951; quel trattato entrò in vigore il 28 aprile dello stesso anno. Il cosiddetto Trattato di Stato firmato tra i quattro grandi vincitori della Seconda guerra mondiale, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, a Vienna il 15 maggio, riconoscendo l’Austria Paese indipendente e neutrale, può essere considerato un trattato di pace.
Il motivo per cui alcun vero trattato di pace fu mai firmato con la Germania, è che i vincitori, gli alleati occidentali da una parte e i sovietici dall’altra, non poterono raggiungere un accordo sul destino della Germania. Di conseguenza, pochi anni dopo la guerra emersero due Stati tedeschi, che praticamente preclusero la possibilità di un trattato di pace che riflettesse un accordo accettabile per tutte le parti. E così un trattato di pace con la Germania, cioè la soluzione definitiva di tutte le questioni rimaste irrisolte dopo la guerra, come quella del confine orientale della Germania, divenne fattibile solo quando la riunificazione delle due Germanie divenne realistica, cioè dopo la caduta del muro di Berlino. Ciò rese possibili i negoziati “Due più quattro” dell’estate-autunno 1990, trattative in cui da un lato i due Stati tedeschi trovarono il modo di riunificarsi, e dall’altro i quattro grandi vincitori della Seconda guerra mondiale, imposero le condizioni alla riunificazione tedesca chiarendo lo status del Paese appena riunificato, tenendo conto non solo dei propri interessi, ma anche degli interessi degli altri Paesi europei interessati, come la Polonia. Il risultato di questi negoziati fu la convenzione firmata a Mosca il 12 settembre 1990 e che, in assenza di meglio, può essere visto come il trattato di pace che sanciva ufficialmente la fine della Seconda guerra mondiale, almeno per quanto riguarda la Germania.Dr. Jacques R. Pauwels è l’autore di Il mito della buona guerra: gli USA nella Seconda guerra mondiale, James Lorimer, Toronto, 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

1943, l’anno della svolta

Juriij Rubtsov SCF 08.05.2018I popoli della Russia ricordano il 1943 come l’anno in cui tutto cambiò; un anno di battaglie decisive che cambiò il corso della Grande Guerra Patriottica e della Seconda Guerra Mondiale nel complesso. Era l’anno delle battaglie di Stalingrado, del Caucaso, di Kursk e del Dnepr. Cominciò con la fine dell’assedio di Leningrado e si concluse con la liberazione dell’Armata Rossa di due terzi del territorio sovietico temporaneamente occupato dai nazisti: 38000 località, incluse 162 città. L’anno 1943 non ha precedenti per dimensioni, entità e intensità dei combattimenti. Combattendo le forze principali della Germania nazista e dei suoi alleati, l’Armata Rossa inflisse una serie di sconfitte schiaccianti all’aggressore che portò a un cambiamento radicale nell’equilibrio delle forze mondiale molto prima che il secondo fronte fosse aperto in Europa. Le battaglie decisive del 1943 dimostrarono che l’Unione Sovietica poteva sconfiggere la Germania e i suoi satelliti da sola. Le Forze Armate sovietiche risolsero un problema fondamentale della guerra: vinsero mantenendo l’iniziativa strategica. Valutando l’esito dell’operazione Zitadelke, offensiva tedesca nel saliente di Kursk, il feldmaresciallo Erich von Manstein ammise: “L’Operazione Cittadella fu il nostro ultimo tentativo di riconquistare l’iniziativa in Oriente. Quando non ebbe successo, fallendo, l’iniziativa fu completamente ceduta ai sovietici. L’operazione Cittadella fu la svolta decisiva sul fronte orientale”. Le forze armate del blocco fascista furono costrette a passare alla difesa strategica non solo sul fronte sovietico-tedesco, ma su tutti i fronti della Seconda guerra mondiale. Nel novembre 1943, il capo dello staff delle operazioni dell’Alto Comando delle forze armate tedesche (OKW), il colonnello-generale Alfred Jodl, ammise che le forze tedesche avevano perso l’iniziativa strategica e che non c’era modo di toglierla dalle mani del nemico.
Gli eventi che si svolsero sul fronte sovietico-tedesco nel 1943 dimostrarono definitivamente che era ancora il fronte principale della Seconda guerra mondiale. Per quanto riguarda il numero di truppe schierate, dimensioni ed esito delle operazioni effettuate e perdite inflitte alle forze armate del blocco fascista, questo fronte superò di gran lunga le statistiche di tutti gli altri fronti messi insieme. Basti dire che tra 193 e 203 divisioni tedesche e tra 32 e 66 divisioni degli alleati tedeschi (quasi i tre quarti di tutte le truppe del blocco fascista) vi combatterono, insieme alla maggior parte dei loro materiali e armamenti. Una direttiva OKW del 3 novembre 1943 notava che: “La dura e costosa lotta contro il bolscevismo negli ultimi due anni e mezzo, che ha coinvolto la maggior parte della nostra forza militare in Oriente, ha richiesto sforzi estremi“. Fu sul fronte sovietico-tedesco che il nemico subì quasi l’80% delle perdite totali: 218 divisioni della Wehrmacht ed alleati furono distrutte, insieme a quasi 7000 carri armati, 14300 aerei e circa 50000 cannoni. Era impossibile per il nemico riprendersi da tali perdite. Le vittorie storiche dell’Armata Rossa furono un fattore decisivo nell’ulteriore rafforzamento ed espansione della coalizione anti-hitleriana. Al culmine della battaglia di Kursk, il presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt scrisse un messaggio speciale al capo del governo sovietico Josif Stalin che diceva: “Le tue forze hanno, durante un mese di tremendi combattimenti, con abilità, coraggio, sacrifici e sforzo incessante non solo hanno fermato il lungo pianificato attacco tedesco, ma hanno lanciato la controffensiva dalla vasta portata”.
Immobilizzato sul fronte orientale, il comando tedesco non poté influenzare seriamente l’esito dei combattimenti in altri teatri operativi o trasferirvi forze significative. Ciò ebbe un impatto diretto sui risultati delle forze anglo-statunitensi. Nell’Atlantico settentrionale, il comando alleato garantiva il controllo completo dei cieli, riducendo drasticamente la capacità della Luftwaffe di colpire le navi statunitensi e inglesi e la flotta sottomarina tedesca nel fornire supporto. Nel teatro mediterraneo, gli alleati occidentali, avendo acquisito una superiorità sul nemico in termini di uomini, equipaggiamento militare ed armi, riuscirono nel 1943 a completare con successo le operazioni in Nord Africa, conquistare la Sicilia e approdare sulla penisola italiana. C’è la tradizione nella storiografia occidentale di confrontare l’importanza della Battaglia di Stalingrado, di el-Alamein e di Kursk con lo sbarco alleato in Sicilia, che ebbe luogo nel luglio 1943. Ma è impossibile confrontare queste operazioni, sia per scala, le forze e mezzi coinvolti, sia per risultati. Basti pensare che l’operazione siciliana, per esempio, coinvolse 720000 uomini da entrambe le parti, mentre quattro milioni di uomini presero parte alla battaglia di Kursk. E mentre il primo consentì semplicemente lo sbarco di truppe alleate nell’Italia continentale, il fallimento dell’Operazione Cittadella portò al completo collasso della strategia offensiva della Wehrmacht. Le sconfitte subite dai grandi raggruppamenti strategici nemici sul fronte sovietico-tedesco nel 1943 furono un duro colpo per l’intero blocco fascista che accelerò il collasso della coalizione di Hitler e il ritiro dell’Italia. Ci furono anche crisi in Ungheria, Romania e altri satelliti della Germania nazista, che persero fiducia nell’alleato tedesco ed ogni speranza di vittoria. La posizione del Giappone cambiò significativamente dopo la sconfitta della Wehrmacht sul fronte sovietico-tedesco: divenne sempre più riluttante ad entrare in guerra con l’URSS. L’espansione delle operazioni militari contro le “potenze dell’Asse” portò all’urgente bisogno di coordinare direttamente politica e strategia dei capi Stato delle principali potenze della coalizione anti-hitleriana.
Tra il 19 e il 30 ottobre 1943, i ministri degli Esteri di Unione Sovietica, Stati Uniti e Regno Unito tennero una conferenza a Mosca. Fu convocata dai Paesi membri della coalizione anti-hitleriana per discutere del futuro della guerra. La Dichiarazione sulla sicurezza generale adottata alla conferenza fu la prima dichiarazione congiunta a delineare la resa incondizionata degli Stati fascisti come precondizione per la fine alla guerra. La Conferenza di Mosca gettò le basi per il primo vertice dei leader delle tre potenze alleate tenutosi a Teheran tra il 28 novembre e il 1° dicembre 1943. La Conferenza di Teheran fu un importante evento internazionale risultato diretto delle vittorie dell’Armata Rossa nelle battaglie decisive di Stalingrado, Kursk, Caucaso e Dnepr. I partecipanti alla conferenza si accordarono sull’apertura di un secondo fronte, nonché su tempi, dimensioni e posizione dell’invasione europea. Dopo il disastro di Stalingrado, la consapevolezza che la sconfitta era inevitabile cominciò a diffondersi in Germania. La sconfitta delle truppe naziste a Kursk, nel frattempo, insieme alla liberazione della riva destra dell’Ucraina dalle forze dell’Asse occupanti, dimostrò chiaramente l’inevitabilità della fine del Terzo Reich.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Shumushu, l’ultima battaglia della Seconda Guerra Mondiale

Alessandro Lattanzio, 07/05/2018L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò la notte tra il 17 e il 18 agosto e terminò il 2 settembre 1945. 50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati, inclusi 4 generali, oltre a 300 cannoni e mortai, 1000 mitragliatrici, 217 autoveicoli e trattori. Ma il risultato principale dello sbarco sulle Curili fu il controllo completo delle isole e di Sakhalin, che ritornarono all’Unione Sovietica.
Le isole Curili sono un arcipelago di 36 isole situate tra la penisola di Kamchatka e l’isola di Hokkaido, per un’estensione di 1270 km. La più vicina alla Kamchatka, 12 km da Capo Lopatka, è Shumushu (Simu-shu), piccola isola collinosa lunga 30 km e larga 20 km. A metà del XVIII secolo, la Russia stabilì diritti di possesso sulle Curili, e nel 1747 il cosacco Shergin fondò a Shumshu la scuola russa per gli Ainu, gli abitanti delle isole. Le isole Paramushir e Shumshu dal 1875 al 1945 furono possedimento giapponese. Preparandosi alla guerra contro la Russia, il Giappone concluse un’alleanza anti-russa nel 1902 col Regno Unito e gli Stati Uniti che, per dominare il Pacifico, diedero al Giappone un prestito di 500 milioni di dollari specificamente per le spese belliche. Il Giappone dal 1934 eresse fortificazioni su ciascuna delle isole Curili e le unità militari ivi presenti furono sottoposte ad addestramento speciale mentre la flotta giapponese condusse manovre nelle acque delle Curili in vista dell’occupazione di Kamchatka, Okhotsk, Sakhalin e Primorye. La difesa più fortificata era su Shumushu, dove i giapponesi costruirono una strada sotterranea, hangar, rifugi per carri armati, magazzini e ospedali sotterranei. C’erano due basi aeree per due reggimenti di caccia e una base per idrovolanti nel lago Bettow. Nella parte sud-orientale di Shumushu era situata la base navale di Kashiwabara. Tutti i siti adatti a uno sbarco erano sorvegliati da casematte, bunker e trincee, la cui profondità raggiungeva i 50 metri. Circa 70000 prigionieri cinesi li costruirono in tre anni di lavoro. Per mantenere segreto il sistema di fortificazioni sull’isola, dopo il completamento dei lavori, i prigionieri cinesi furono affondati a bordo di vecchie chiatte nell’oceano. Da qui le truppe giapponesi assaltarono le isole Aleutine, appartenenti agli Stati Uniti, di Kyska, Attu, Agattu, Amchitka, dal giugno 1942 all’agosto 1943. In seguito, aerei statunitensi attaccarono le Curili usando gli aeroporti della Kamchatka, e tentativi di operazioni anfibie sulle Curili furono intrapresi dalla III Flotta statunitense. Il 12 agosto incrociatori e cacciatorpediniere bombardarono Matua e Paramushir.
Col messaggio del presidente degli USA G. Truman ricevuto il 15 agosto 1945, il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, I.V. Stalin ricevette l’ordine generale sui dettagli della capitolazione delle forze armate giapponesi, firmato dal Generale D. MacArthur, nominato capo dell’amministrazione militare del Giappone occupato. L’ordine diceva che tutte le guarnigioni delle isole del Pacifico dovevano arrendersi al comandante in capo della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. Quindi, indicando che gli statunitensi non volevano cedere le Curili all’URSS, come l’isola di Matua (al centro dell’arcipelago delle Curili), che gli USA volevano trasformare in una base militare. Per impedirlo ed evitare lunghi e complicati negoziati sulle isole Curili, l’URSS dovette agire immediatamente. La notte del 15 agosto, il Maresciallo dell’Unione Sovietica e Comandante in capo delle truppe sovietiche in Estremo Oriente Vasilevskij, istruì il Comando della Flotta del Pacifico a preparare immediatamente l’operazione di sbarco sull’isola di Shumushu, la più a nord delle Curili. La stragrande maggioranza delle operazioni anfibie fu eseguita dopo la ricognizione dell’area scelta. La forza da sbarco su Shumushu fu lanciata senza preparativi e ricognizione. Il successo dell’operazione dipese dalla sorpresa dell’attacco. Il comando giapponese aveva sulle isole Curili più di 50 mila soldati e ufficiali, oltre a 10 aerodromi che permisero il dispiegamento di 600 velivoli. Diversi basi navali consentivano il dispiegamento anche di incrociatori leggeri.Shumushu
Shumshu è situata a 12 chilometri dalla punta meridionale della Kamchatka, Capo Lopatka, ed era particolarmente fortificata. La guarnigione contava 8600 soldati e ufficiali con 60 carri armati e 100 pezzi di artiglieria da campo ed antiaerea. Sull’isola furono costruiti 34 postazioni e 24 bunker per circa 100 cannoni e 310 mitragliatrici. La profondità delle strutture difensive sotterranee arrivava a 50-70 metri. Il raggruppamento di truppe giapponesi a Shumshu consisteva nella 73.ma Brigata della 91.ma Divisione di fanteria; nel 31.mo reggimento di difesa aerea, nel reggimento di artiglieria da fortezza delle Curili, nell’11.mo Reggimento carri armati, oltre ad unità speciali e altre subunità. Sulla vicina isola di Paramushir c’erano 4 basi aeree ben attrezzate e con ripari (parzialmente sotterranei) presidiate da 14500 soldati. Tuttavia, all’epoca i giapponesi avevano già ritirato la maggior parte degli aerei per difendere le città dalle incursioni aeree statunitensi. Da Capo Lopatki lo sbarco sull’isola di Shumushu fu supportato dalla 945.ma Batteria costiera con 4 cannoni da 130mm.
L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò con la mobilitazione dell’area difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk. Le unità assegnate furono la 101.ma Divisione di fanteria, del Generale P. I. Djakov, la 128.ma Divisione aerea e il 60.mo Distaccamento delle Guardie di frontiera del Capitano N. I. Lashmanov. Il comando della zona difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk ebbe l’ordine di prendere le isole Shumushu, Paramushir e Onekotan. Il Comandante dell’operazione di sbarco, Maggior-Generale A.R. Gnechko, decise di sbarcare una forza di 8800 elementi nella parte nord-orientale di Shumshu, tra i promontori Kokutan-Saki (Capo Kurbatov) e Kotomari-Saki (Capo Pochtorjov) ed infliggere il colpo principale alla base navale di Katask. Per l’operazione furono scelti il 302.mo e il 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione di fanteria, una compagnia del 119.mo Battaglione genieri, un reggimento di artiglieria, uno anticarro e il battaglione di Fanteria di Marina del Maggiore T. A. Pochtorjov, della base navale di Petropavlovsk, che formarono il distaccamento d’assalto e i due scaglioni principali della forza da sbarco.
La forza navale consisteva in 64 unità: 2 pattugliatori, 4 dragamine, 1 posamine, 8 motovedette, 16 navi d’assalto anfibio e 17 natanti da trasporto. Il comando della Flotta del Pacifico, mentre adempiva ai compiti complessi per il controllo dei porti della Corea del Nord e di Sakhalin, non aveva l’opportunità di prestare assistenza alla base navale di Petropavlovsk. Le maggiori unità inviate nell’operazione di sbarco sulle Curili erano i pattugliatori d’altura Kirov e Dzerzhinskij (costruiti in Italia nel 1935), armati con 3 cannoni da 102mm, e il posamine Okhotsk, armato di 3 cannoni da 130 mm e 2 da 76 mm. Inoltre erano presenti 16 navi d’assalto anfibio (tra cui diverse LST cedute dagli USA), le navi idrografiche Polijarnij e Lebed, le navi da trasporto E. Pugachjov, Chapaev, Kokkinaki, Uritskij, Menzhinskij, Turkmen, Burevestnik, Dalnevostochnik, Krasnoe Znamija, Moskalvo, Refrigeretor n. 2, General Panfilov, Maksim Gorkij e Volkhov, 2 chiatte e 4 motobarche Kawasaki, scortate da 8 motovedette tipo MO, 1 sommergibile e 2 torpediniere. Infine vi erano i dragamine TSh-155, TSh-156 e TSh-525, che dovevano rimuovere i campi minati. Il comando operativo del gruppo navale fu posto sul dragamine TSh-334, su cui furono installate cinque stazioni radio e due riceventi, mentre il comando delle forze da sbarco fu posto sul Kirov, e quello di riserva sul posamine Okhotsk. Il TSh-334 faceva da ponte tra le unità sbarcate a Shumushu e il comando del 2° Fronte dell’Estremo Oriente e della Flotta del Pacifico, a Petropavlovsk.

TSh-334

Il Capo di Stato Maggiore del battaglione della Fanteria di Marina G. Motosov, ricordò: “La formazione e la preparazione del battaglione avvennero il 15 e 16 agosto. Le forze provenivano da due divisioni, da una divisione di sottomarini, da unità logistiche e dei servizi della base navale, in totale 800 elementi incorporati nel distaccamento d’assalto per creare la testa di ponte per il 1° e il 2° scaglione della 101.ma Divisione di fanteria“. Lo sbarco avvenne con la copertura di caccia, sottomarini e siluranti, ma in condizioni climatiche difficili, alle 4:20 del 18 agosto. Le navi dell’avanguardia dovevano sbarcare 8363 soldati, 654 cavalli, 218 cannoni e mortai, 80 autoveicoli e 32 trattori. Il distaccamento avanzato del Maggiore P. Shutov consisteva in un battaglione di Fanti di Marina, una compagnia di mitragliatori, una di mortai, un plotone di chimici e uno da ricognizione. I marines occuparono tre trincee, e fu allora che i giapponesi dettero l’allarme. Motosov scrisse: “I proiettori falciarono la riva e l’artiglieria nemica iniziò a parlare. In risposta, le nostre navi aprirono il fuoco. La riva era vicina, ma a causa della fitta nebbia non era visibile. Diversi proiettili caddero sulla nostra nave, senza esplodere, ma l’attraversarono. Dopo aver abbassato la rampa, i marines saltarono in acqua. I primi a precipitarsi a riva furono M. Rjabinovich, V. Streltsov, A. Minchik e A. Vodynin… il sito dello sbarco scelto era quello giusto. Le coste dell’isola sono ovunque ripide, rocciose, fortificate. I punti di tiro posizionati in modo tale che dalla riva e dall’entroterra i giapponesi potessero incrociare il fuoco, sparando in qualsiasi direzione. Ma qui, tra i promontori Kokutan e Kotomari, dove scorreva un piccolo fiume, la spiaggia era sabbiosa“. Le difficoltà si ebbero in seguito, perché le stazioni radio si bagnarono e l’artiglieria navale e la batteria costiera della Kamchatka non potevano sparare senza essere guidate. I commando di Shutov erano armati solo di armi automatiche, granate, cannoni anticarro e mortai. Scontri particolarmente brutali scoppiarono sulle alture, lasciando 28 caduti. Fu lì che i marines N. Vilkov e P. Ilichev ostruirono le feritoie dei bunker. Caduti, divennero per la loro impresa eroi dell’Unione Sovietica alla memoria. Per più di cinque ore, le truppe sovietiche sbarcarono sotto il tiro dell’artiglieria nemica. 1 pattugliatore e 4 navi d’assalto andarono persi, 8 altre navi subirono gravi danni.
Dalle memorie di Ivan Alekseevich Bezdelov, soldato del 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione Fanteria di montagna: “Il 18 agosto 1945 all’alba, iniziò lo sbarco. Sbarcai col secondo battaglione, sul mezzo da sbarco 324. Quando si avvicinò alla riva, fu gettata la rampa, ma nel frattempo i giapponesi colpirono il motore e il mezzo su sospinto indietro mentre gettava l’ancora; il mezzo si allontanò dalla riva di 60-70 metri, complicando lo sbarco; ma nonostante ciò il battaglione sbarcò con gravi perdite. Il Capitano Lapatin, comandante del battaglione (o Lapshin, non ricordo il nome esatto), fu ucciso immediatamente sul ponte da un proiettile perforante. Il nostro gruppo avanzò a sinistra delle altezze attraversando la strada da Nagasaki (parte meridionale dell’isola) a quota 101, fortificata dai giapponesi e considerata inespugnabile. Tale quota era collegata da trincee all’altezza successiva, e ulteriori passaggi sotterranei finivano direttamente in mare. Nonostante l’inaccessibilità della quota, i soldati la presero. Soldati, sergenti e ufficiali mostrarono enorme eroismo, i soldati del Komsomol Vasilij Novikov, Grisha Astudin, Misha Trufanov e tutti gli altri, assieme al Capitano Savushkin, membro del PCUS, comandante della compagnia mitraglierei che operava nel gruppo d’assalto, furono insigniti col titolo di Eroe dell’Unione Sovietica (postumo) per eroismo e coraggio… Il nostro distaccamento… avanzò a sinistra col compito di tagliare la strada che da Nagasaki portava a Quota 101, da cui si lanciavano rinforzi e carri armati giapponesi. I carri armati dei giapponesi non raggiunsero la destinazione, dato che il primo carro fu distrutto dal cannone anticarro di un soldato del Komsomol del 138.mo (non ricordo il nome). I mortaisti giapponesi, presso il nostro distaccamento, ci vedevano, eravamo nel palmo della loro mano. Inoltre, la nostra artiglieria aprì il fuoco dal mare e i proiettili cominciarono a cadere presso la nostra posizione, eravamo presi dal fuoco incrociato… Ma comunque compimmo la missione. Nella seconda metà della giornata, i giapponesi compirono un attacco decisivo, gettando in battaglia tutti i loro carri armati. A costo di grosse perdite, avanzarono, ma non poterono ricacciare l’assalto in mare. La maggior parte dei carri armati fu distrutta da granate e armi anticarro, poi il fuoco dell’artiglieria navale fu puntato su di essi. Dei 60 carri armati 40 furono distrutti o danneggiati, in battaglia il comandante del reggimento corazzato giapponese fu ucciso. Ma questo successo fu a caro prezzo; circa 200 soldati caddero nella battaglia”. Solo nel pomeriggio, quando il tempo migliorò, gli aerei sovietici bombardarono le basi di Kataok e Kashiwabara. Allo stesso tempo, i giapponesi contrattaccarono con fanteria, carri armati e aerei, ma non poter

ono cambiare la situazione.
L’11.mo Reggimento carri armati giapponese, dotato di carri armati Chi-Ha e Shinhoto Chi-Ha, aveva il comando a Kataoka, assieme a 1.ma, 2.da e 6.sta compagnia. La 5.ta compagnia era situata a sud-est, e 3.za e 4.ta compagnie erano al centro dell’isola, a nord-ovest dell’aeroporto di Miyosino (più tardi aeroporto Kuzminovskij). La guarnigione giapponese si stava preparando alla resa agli statunitensi, quando le truppe sovietiche li colsero alla sprovvista. Alle 9:00 del 18 agosto, le forze sovietiche appena sbarcate arrivarono sul Monte Sirei-san (Quota 171, ora monte Severnaja), prendendolo alle 9:10. A quel punto, la 4.ta compagnia carri del capitano Ito Rikio raggiunse l’altezza da sud-est. I giapponesi sul versante orientale di Quota 165 avevano una batteria di cannoni Tipo 96 da 149 mm, che copriva lo stretto con le Curili. Sopra la batteria era collocato un bunker con mitragliatrici e un bunker con un cannone Tipo 38 da 105 mm. Sotto la batteria, c’è la strada che portava a Capo Kurbatov. Su questa strada arrivarono a 4.ta compagnia carri armati giapponese, con lo scopo di dividere in due la forza da sbarco sovietica. Alle 9:27, il comandante della compagnia mortai sovietici riferì all’ammiraglia della flottiglia da sbarco, Dzerzhinskij, di aprire il fuoco su Quota 165. Ne seguì la battaglia, in cui la Fanteria di Marina sovietica distrusse 7 carri armati giapponesi.
Dopo aver respinto l’attacco dei carri armati giapponesi, la forza di sbarco si consolidò ai piedi di Quota 171 e sul versante orientale di Quota 165. Le forze sovietiche avevano granate anticarro e 189 fucili anticarro PTRD, particolarmente efficaci sui carri armati giapponesi. La situazione dei militari giapponesi fu aggravata dal fatto che non avevano informazioni sulla consistenza della truppe da sbarco; Shumushu era coperta da una nebbia densa. Successivamente, altre 4 compagnie di carri armati giapponesi si mossero lungo il versante orientale di Quota 165, ma gruppo di marines, comandato dal Tenente A. M. Vodynin, si trovava sul pendio orientale. Vodynin e il Sergente S. I. Ryndin corsero verso i carri armati con fasci di granate, distruggendo vari mezzi. Un carro armato fu distrutto dal Sergente Babich, che rimase ferito; e mentre un carro armato giapponese cercava di schiacciarlo fu salvato dal Marines M. Vlasenko, che lo trascinò in trincea, prima di distruggere il carro armato nemico con una granata. Babich e Vlasenko furono considerati morti, in un primo momento, ma sopravvissero alla battaglia. Quindi, altri 7 carri armati giapponesi furono distrutti e i mezzi restanti furono costrette a ritirarsi. Avendo fallito tale manovra, il colonnello Ikeda Sueo decise di avanzare tra le due altezze, ma fu un attacco inutile e suicida.
L’11.mo reggimento carri, avanzò tra la nebbia e allo scoperto verso le trincee della prima linea di difesa sovietica dotati di fucili anticarro. Ad uno ad uno, 11 carri armati giapponesi furono colpiti, incendiati e crivellati di proiettili, soprattutto ai fianchi e alla torretta. Il colonnello Ikeda Sueo fu ucciso. Scrisse il Maggiore Shutov: “I carri armati si disposero in formazione da battaglia, avvicinandosi con un ruggito. Su uno di essi, nel boccaporto aperto, con in mano uno stendardo, c’era un ufficiale giapponese. Eravamo già pronti a respingere il contrattacco. Mortaisti e mitraglieri aspettavano solo il segnale per aprire il fuoco sulla fanteria nemica. I fucilieri anticarro della compagnia del Capitano Derbyshev si erano preparati a sparare ai carri armati. Ogni soldato aveva preparato fasci di granate. Fuoco! Esplosioni e raffiche si mescolarono al rombo dei carri armati. Sparando su tutto afferrai il fucile-mitragliatore e colpì la fanteria dietro i carri armati. Un tiro non meno intenso proveniva dai fianchi, dove le unità di Dajn e Inozemtsev erano situate. Il primo mezzo nemico si fermò, un altro esplose. In non più di due minuti, sei carri armati giapponesi stavano già bruciando. Tuttavia, gli altri si avvicinarono rapidamente. Vedo la faccia contorta di un ufficiale giapponese con uno stendardo. Premo il grilletto del mitragliatore. L’ufficiale cadde faccia in giù, e lo stendardo finì a terra. E un attimo dopo il carro si fermò. Fu un colpo del Sergente Kostylyov“. I 30 carri armati rimanenti, diretti dal capitano Ito Rikio, si raggrupparono per un nuovo attacco, che non ci fu. Il 19 agosto iniziarono i negoziati che si conclusero il 24 con la resa delle guarnigioni di Shumushu e Paramushir. Le forza da sbarco non solo respinsero l’attacco dei carri armati nemici, distruggendone più di un terzo, ma guadagnarono permettendo il dispiegamento dell’artiglieria pesante. Il dominio completo nell’aria da parte dell’Aeronautica sovietica lasciò poche possibilità ai giapponesi di Shumushu e Paramushir.
Ecco cosa scrisse il giornale Kamchatskaja Pravda: ““Patria, caro compagno Stalin! Andiamo in battaglia nel nome della nostra vittoria e della felicità del nostro popolo. In battaglia, non disonoreremo la gloria delle armi sovietiche e adempieremo pienamente al nostro dovere militare. Daremo tutte le nostre forze e, se necessario, le nostre vite a beneficio della nostra amata Patria. E arrivò il momento in cui le parole del giuramento si sarebbero avverate. Il Sergente Maggiore Stepan Ryndin si avvicinò per la prima volta al carro di testa e vi gettò un fascio di granate. Il mezzo fu danneggiato. Ma Ryndin fu gravemente ferito. Superando il dolore lancinante, assaltò coraggiosamente il carro armato per finirlo con l’ultima granata. Il coraggioso marines fu colpito dalla mitragliatrice nemica di coda. Diversi carri armati esplosero. Sulla loro strada vi erano altri fanti di marina. Coraggiosamente entrarono in combattimento contro i corazzati. Armato con granate ed esclamando: “Per la Patria!”, “Per Stalin!”, uno si gettò sotto i cingoli, altri spararono a bruciapelo agli equipaggi dei carri armati attraverso i fori d’ispezione. La morte eroica colse il Tenente Aleksandr Vodynin e il Sergente Maggiore Ivan Kobzar. Diedero la vita per il bene dell’amata Patria, in nome della vittoria sul nemico. Uno dopo l’altro, i carri armati andarono in fiamme. L’aria odorava di bruciato. Dopo le prime scaramucce coi fanti di marina, i carristi giapponesi non osarono più attaccare frontalmente. Fecero ricorso ad intricate manovre, ma nulla poté salvarli: dappertutto trovarono la morte”.
Nell’assalto a Shumushu, caddero 216 marines, 8 annegarono, 28 morirono per le ferite. Il 19 agosto, il comando del gruppo nord dell’esercito giapponese inviò dei parlamentari. Dopo lunghi negoziati, il comando giapponese firmò la resa incondizionata e promise, per la mattina del 20 agosto, d’inviare dei piloti per guidare le navi sovietiche nello stretto delle Curili. Tuttavia, al mattino non si presentarono e quando le navi sovietiche entrarono nello stretto, 4 batterie e gli aerei giapponesi aprirono il fuoco. La nave posamine Okhotsk fu danneggiata, e 15 marinai furono uccisi e feriti. Successivamente, la 128.ma Divisione aerea sovietica bombardò le strutture nemiche sulle isole. Solo il 22 agosto alle 14 in punto le truppe giapponesi si arresero. Il 23 agosto, a Shumushu furono catturati 3 generali, 525 ufficiali, 11700 soldati. I combattimenti, che durarono cinque giorni, finirono. I giapponesi persero 1150 soldati. Nel 1945, i lavoratori del cantiere navale di Petropavlovsk posero nella piazza centrale della città, un obelisco su piedistallo di granito, coronato da una stella a cinque punte su cui è iscritto: “Il ricordo di voi, che avete riportato alla madre patria le isole Curili, sopravviverà nei secoli“.
La battaglia per Shumushu fu la più aspra dell’intera guerra col Giappone. I sovietici ebbero 1567 caduti e feriti, tra cui 290 soldati caduti e dispersi (molto probabilmente affogati durante lo sbarco) e 384 feriti (il personale delle navi ebbe rispettivamente 134 caduti e 213 feriti). Quando la guarnigione delle isole di Shumushu e Paramushir si arrese, circa 13000 soldati e ufficiali nemici furono catturati, assieme a 45 carri armati, 66 cannoni e numerose attrezzature. Nella base navale di Kataoka, 1400 marinai giapponesi deposero le armi. Il Kamchatskaja Pravda descrisse la resa dei giapponesi nell’agosto del 1945: “Nei primi giorni dei negoziati sulla resa, i giapponesi mantennero aria di sfida e sfacciataggine. Dopo il disarmo, si ebbe un cambiamento drammatico. Ora ad ogni turno sottolineavano con forza umiltà e sottomissione. Non conoscendo i giapponesi, si sarebbe potuto pensare che uno stormo di sciacalli assetati di sangue si sia reincarnato in veri angeli. Questa trasformazione magica è avvenuta, come si suol dire, ai nostri occhi, all’istante. Il loro pentimento, i giapponesi, in particolare degli ufficiali, fu in ogni modo esagerato. Rinunciarono ai loro tradizionali comandi di rapina. Gettarono via varie pubblicazioni che abbondantemente riempivano alcune biblioteche, in quanto inutili. Mucchi di libri sotto forma di spazzatura caotica furono scaricati in burroni e pozzi. I giapponesi buttarono giornali e riviste che recavano falsi testi antisovietici. Nascosero e bruciarono le mappe del “grande impero giapponese fino agli Urali”. Distrussero frettolosamente le immagini più stupide raffiguranti un galante samurai che, con il calcio del fucile, spaccava un carro armato sovietico e con un dito trafiggeva un aereo con la stella rossa. In breve, i giapponesi distrussero tutte le prove, tutte le tracce dei loro crimini, tutto ciò almeno che in qualche modo somigliasse alla loro ostilità nei confronti del popolo sovietico. Ora dalla bocca del samurai era spesso possibile ascoltare lamentele di pentimento, ogni espressione d’amore e sentimenti amichevoli nei confronti dell’URSS. Ma il popolo sovietico, che ha visto così tanti vili nemici traditori, era difficile da ingannare. Inoltre, dietro la maschera dell’obbedienza e dell’amicizia immaginaria, i giapponesi non potevano nascondere le loro abitudini. E queste abitudini, come un rutto da ubriacone, si fecero sentire sempre ad ogni passo”.
50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati nelle isole Curili, inclusi 4 generali (circa 10000 giapponesi furono evacuati in Giappone), oltre a 300 cannoni e mortai, circa 1000 mitragliatrici, 217 veicoli e trattori. Infine, lo sbarco programmato su Hokkaido fu cancellato su istruzioni di I.V. Stalin. L’operazione per conquistare le Curili meridionali, le isole Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, iniziò il 28 agosto. Su queste isole le guarnigioni giapponesi non opposero resistenza. Su Iturup, l’89.ma Divisione di fanteria dispiegava 13500 uomini, ed insieme al tenente-generale Keito Ugawa, suo comandante, si consegnò. Lo stesso fece la guarnigione di Kunashir di 1250 soldati e ufficiali. Su Shikotan, la 4.ta Brigata di fanteria del generale Dzio Doi, 4800 soldati, si consegnò. Il 5 settembre, le Curili furono prese dalle truppe sovietiche.Matua
Dopo la guerra, gli Stati Uniti erano molto desiderosi di prendersi l’isola di Matua, situata al centro dell’arcipelago delle Curili. Una possibile ragione di tale interesse era l’eccellente aeroporto che poteva essere usato con qualsiasi direzione del vento. Secondo una versione abbastanza affidabile, le piste erano riscaldate dalle terme vulcaniche e potevano essere utilizzate tutto l’anno. Tuttavia, l’astuta offerta di Truman a Stalin di cambiare Matua con una delle isole Aleutine non fu accettata. Matua è l’isola più misteriosa delle Curili. Secondo Evgenij Vereshagh e Irina Viter, che per molti anni la studiarono, Matua fu custodita dalla guarnigione giapponese, prima di arrendersi alle truppe sovietiche il 25 agosto, guidata dal colonnello Ledo. Tuttavia, è noto da fonti giapponesi che dal febbraio 1945 fu attuato un “piano Katz” dal Giappone, secondo cui era necessario evacuare dalle isole Curili tutto ciò che era possibile, e il resto andava sepolto. Attrezzature, macchinari, materie prime. Nel febbraio-marzo 1945, il piano Katz fu attuato anche a Matua. Dall’inizio dell’operazione delle Curili e prima della presa dell’isola da parte della squadra da sbarco sovietica, i giapponesi ebbero abbastanza tempo per nascondere e conservare gli elementi più importanti e preziosi. Sorprendentemente, a giudicare dall’inventario delle armi e delle attrezzature sequestrate sull’isola, le forze da sbarco sovietiche non trovarono alcun velivolo, carro armato o cannone. Su 3811 soldati e ufficiali giapponesi arresisi, c’erano solo 2147 fucili. Piloti, marinai e artiglieri scomparvero da qualche parte e furono catturati solo operai e personale ausiliario. So confronti ciò coi trofei di Shumshu, assaltata improvvisamente il 18 agosto, dove furono trovati più di 60 carri armati. Ma le piste dell’aeroporto erano perfettamente conservate. Intorno all’aerodromo furono trovati centinaia di bidoni etichettati Kraftstoff Wehrmacht 200 Ltr. (“Combustibile per la Wehrmacht da 200 litri”). I bidoni recavano le date dal 1939 al 1945. I sommergibili della Kriegsmarine tedesca facevano tappa a Matua, che aveva numerose strutture difensive: bunker, fortini, postazioni d’artiglieria e decine di chilometri di trincee e fossati, oltre a speciali “bunker” dagli scopi sconosciuti. Secondo una tesi, i giapponesi avrebbero lavorato su una nuova arma chimica o batteriologica. Forse le strane costruzioni dal complesso sistema di condotti d’aria e potenti chiuse d’acciaio erano dei laboratori segreti. Come quelli di Harbin, sul territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il distaccamento 731 era impegnato nello sviluppo di armi chimiche e batteriologiche, e le strutture su Matua ricordano il laboratorio del distaccamento 731. Tra i reperti ritrovati su Matua vi sono apparecchiature chimiche, centrifughe, provette, dispositivi ignoti, sensori, manometri… resti di attrezzature della guarnigione o trasportate dai sottomarini tedeschi. E nello stretto tra Matua e l’isola Toporkovij si trovano i relitti delle navi da trasporto Royo Maru, Iwaki Maru e Khiburi Maru, silurate dal sottomarino statunitense SS-233 Herring.Sakhalin
Il 28 agosto, le forze del 2° Fronte dell’Estremo Oriente liberarono Sakhalin meridionale e, insieme al Distretto della Difesa della Kamchatka e alla Flotta del Pacifico, liberarono le isole Shimshiri (Sineiru-to), Urup (Etorrofu) nelle Curili meridionali. La 2.da Brigata Fucilieri, dopo aver navigato per 300 chilometri, sbarcò a Urup e Iturup. Dai prigionieri si apprese che per costruire le fortificazioni su Urup, i giapponesi aveva impiegato 12000 prigionieri cinesi. Il 30 agosto, nel nord dell’isola, nella baia di Mishawa, la guarnigione di 6000 soldati giapponesi si arrese. Il 31 agosto, le isole Curili settentrionali e centrali erano sotto il controllo sovietico. Il 56.mo Corpo Fucilieri ebbe 527 caduti e 845 feriti, le perdite giapponesi ammontavano a 1200 caduti. In Estremo Oriente, dal 9 al 23 agosto 1945, le truppe sovietiche catturarono più di 594000 soldati e ufficiali giapponesi, e ne eliminarono 84000, subendo 8219 caduti e 22264 feriti. Scrisse il giornalista Alexander Werth da Mosca: “Il 17 agosto, il Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum al comandante dell’Armata del Kwantung chiedendo la resa entro mezzogiorno del 20 agosto. La capitolazione fu annunciata coll’ordine di Stalin del 22 agosto. Il comando sovietico impiegò estesamente truppe aviotrasportate, in particolare per la presa di Dairen e Port Arthur. Inviarono truppe in Corea del Nord. La Flotta del Pacifico svolse un ruolo importante nelle operazioni con cui furono occupate le isole Sakhalin e Curili, qui gli sbarchi sovietici incontrarono una resistenza particolarmente ostinata dei giapponesi, durata molto tempo dopo la resa ufficiale. La fine della guerra col Giappone era una questione di secondaria importanza (era già dietro l’angolo), la cosa principale era fermare i sovietici in Asia e trattenerli in Europa orientale“. Questa fu la conclusione politica della strategia statunitense dal 1945 che diede a Stalin il diritto di negare la richiesta degli Stati Uniti d’America di utilizzare le isole Curili come basi aeree. Non è escluso che fu allora che Mosca decise di costruire strutture militari nella Chukotka e di mantenervi grandi contingenti di truppe sovietiche.
Il comando giapponese in Manciuria, Corea, Sakhalin e Curili aveva, all’inizio dell’agosto 1945, 1 milione e 40mila soldati con 2000 aerei, 600 cannoni, 1200 carri armati, unità suicide di kamikaze, mentre le forze sovietiche aveano una superiorità di 1,2 volte in soldati; di 4,8 volte in carri armati ed artiglieria; 1,9 volte in aerei. Furono creati tre fronti: Transbajkal, 1° e 2° Estremo Oriente. La concentrazione di forze nella regione Asia-Pacifico, ai confini dell’URSS, fu propedeutico all’8 agosto 1945, quando l’URSS dichiarò guerra al Giappone. Il 17 agosto l’imperatore Hirohito disse alla nazione: “…Ora che la Russia è entrata in guerra, la continuazione della guerra dal punto di vista della situazione interna ed estera nel nostro Paese potrebbe portare alla perdita delle fondamenta del nostro impero. Così mi sono rivolto ad America, Inghilterra e Russia con la proposta per concludere la pace“. Il 16 agosto, in una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti Truman affermò che il Giappone non sarebbe stato diviso in zone di occupazione, come la Germania, ma sarebbe stato sotto il controllo degli USA. Due anni dopo chiese al governo sovietico di cedere agli Stati Uniti delle basi sul territorio delle isole Curili, “per scopi militari e commerciali”. La risposta dell’URSS fu un categorico “No!”.Il 30 settembre 1945, col decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, fu istituita la medaglia “Per la Vittoria sul Giappone” assegnata ai soldati dell’Armata Rossa, della Marina, della Flottiglia del fiume Amur e del NKVD e al personale civile che parteciparono alle operazioni contro i giapponesi. Il 2 febbraio 1946, il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica dichiarò possesso statale su Sakhalin meridionale e isole Curili. Nel 1947, furono incluse nella Juzhno-Sakhalin, in seguito regione di Sakhalin della RSFSR. Accettando questa decisione, nel 1951 il governo giapponese firmò il trattato di pace di San Francisco che affermava chiaramente: “Il Giappone rinuncia a tutti i diritti, titoli e rivendicazioni sulle isole Curili, sull’isola di Sakhalin e sulle isole adiacenti, la cui sovranità il Giappone acquisì col trattato di Portsmouth del 1905”. Il Presidente della Duma di Stato B.V. Gryzlov, al 60° anniversario della sconfitta del Giappone militarista, indicò la ragione per cui il Giappone dichiarò il desiderio della pace: “… non furono gli attacchi atomici su Hiroshima e Nagasaki (l’imperatore non li menziona nemmeno), ma l’ingresso in guerra dell’URSS“.Fonti:
Foto History
Kataoka Bazu
Kolyma Story
Russkie Vesti
Sakhalin Museum

Mussolini e il Calmucco

Vkontakte

Italia, 1935. Oka Ivanovich Gorodovikov con Benito Mussolini. (Dall’archivio personale di Salavat Gorodovikov).

La foto è inedita, ma storicamente molto preziosa secondo me. Questa foto ha una sua storia, raccontata dal figlio di Oka Ivanovich, Salavat Gorodovikov.
Nel 1935 il nostro leggendario comandante Oka Gorodovikov fu inviato a Roma con una speciale missione diplomatica. Al banchetto, Oka Ivanovich fu a un posto d’onore, “alla destra” di Mussolini. Oka Ivanovic fu in un primo momento sorpreso alla vista del tavolo elegantemente imbandito e delle innumerevoli posate… Ma il generale calmucco capì subito come uscire da una situazione imbarazzante: gli bastò copiare i movimenti di Mussolini, utilizzando le stesse posate che usava. Mussolini infine lo notò, e posò le posate e con le mani prese del formaggio, sbocconcellandolo e lanciandone i pezzi in bocca, guardando di soppiatto Gorodovikov, probabilmente aspettandosi lo stesso comportamento. Tuttavia, Oka Ivanovich non lo copiò questa volta.
Al momento dei saluti, Mussolini diede a Oka Ivanovich un fucile da caccia.
Durante la Seconda guerra mondiale, l’Italia guidata da Mussolini si alleò con la Germania fascista. Oka Ivanovich Gorodovikov consegnò il fucile, dono di Mussolini, al nipote Generale Basan Badminovich Gorodovikov, con l’ordine: “Se incontri un rettile, uccidilo con la sua stessa arma!

Il Generale Oka Ivanovich Gorodovikov, al centro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio