Quando l’Aeronautica Sovietica sconfisse la Luftwaffe

Alexander Vershinin, RIR, 15 luglio 2016

All’inizio della guerra di Hitler sul fronte orientale, nel 1941, l’Aeronautica sovietica subì la peggiore sconfitta nella storia. Il disastro evidenziò carenze strutturali nella forza aerea sovietica, e vi vollero diversi anni e un grande sforzo per eliminarle.19-Покрышкин-самолет-звездочки

041-01-01Quando le armate naziste tedesche avanzarono in Unione Sovietica nel 1941, sostenute da un travolgente supporto aereo, divenne vitale per l’URSS seguire la Luftwaffe tecnologicamente. Questo, tuttavia, fu tutt’altro che un compito facile. Nel 1942, dopo le sconfitte inflitte nella prima fase della guerra, gli ingegneri sovietici modernizzarono gli aerei dell’Aeronautica dell’Armata Rossa. Furono fatti tentativi per risolvere il problema tecnico fondamentale dell’Aeronautica Sovietica: la minor resa dei motori. Apparvero in un primo momento un successo. Gli ‘yak’ sovietici erano paragonabili ai caccia tedeschi per velocità. Tuttavia, le prime battaglie nei cieli di Stalingrado dimostrarono che era troppo presto per festeggiare. I nuovi caccia tedeschi ancora una volta superarono quelli sovietici. Gli ultimi modelli di Messerschmitt quasi ripeterono la situazione del 1941. Tale ritardo nella tecnologia poté essere compensato solo dalla predominanza numerica. Secondo le stime degli specialisti sovietici, due aerei sovietici erano necessari per ogni aereo tedesco. La risposta fu un drammatico aumento nella produzione dwi caccia, anche a scapito di altri tipi di aerei militari, come aerei d’attacco e bombardieri. Nel frattempo, il lavoro continuò nel perfezionare i modelli validi già in servizio. Tuttavia, fu possibile risolvere completamente il problema solo costruendo nuovi aerei dal terzo anno di guerra. Non solo i caccia Jak-3 e La-7 da combattimento tenevano, ma in realtà superavano gli aerei tedeschi. Il processo di aggiornamento non fu facile: i difetti strutturali rimasero portando a un tasso di incidenti elevato. Verso la fine della guerra, oltre il 15 per cento della flotta aerea sovietica veniva indicato guasto. Tuttavia, attraverso tentativi ed errori, i problemi che afflissero l’Aeronautica dell’Armata Rossa, rendendola inferiore alla Luftwaffe, furono risolti.

Dalla quantità alla qualità
Di regola, la mera superiorità numerica nella battaglie aeree non porta alla vittoria. E’ difficile in volo schiacciare gli avversari con il numero. In caso di differenza di qualità tra forze aeree nemiche, un più moderno e manovrabile aereo da caccia, manovrando può facilmente distruggere più aerei in una sola battaglia. Ciò spiega come la forza aerea sovietica, nonostante la superiorità numerica nella maggior parte delle grandi battaglie della seconda guerra mondiale, subì spesso sconfitte. Il comando sovietico lo riconobbe rapidamente e mise a punto un modo per uscire da questo vicolo cieco. L’amministrazione dell’Aeronautica fu riorganizzata. Gli aerei furono assegnati a squadroni distinti, collegati a terra ai Fronti ed Armate corrispondenti. L’Aeronautica migliorò la cooperazione con le unità a terra compiendo operazioni congiunte. Allo stesso tempo, il contatto radio tra squadre e singoli aerei fu sviluppato. In precedenza, i piloti dovevano accordarsi a terra sul coordinamento in combattimento. In aria era quasi sempre necessario improvvisare e rompere le formazioni tattiche. I piloti tedeschi si orientavano rapidamente col contatto radio. Dal 1942-1943 in poi, i piloti sovietici cominciarono a fare lo stesso, e non ci volle molto prima che i risultati si vedessero. Le perdite della Luftwaffe in estate e autunno 1942 superarono i 7000 velivoli, oltre il 70 per cento di tutte le perdite totali a quel momento.originalConquista dei cieli
Le battaglie del 1942-1943 nei cieli della regione del Volga e di Kursk ebbero successi variabili per l’Aeronautica sovietica. Un difficile processo di sviluppo delle tecniche di combattimento aereo era in corso, regolando comunicazione e collaborazione negli squadroni. I tecnici aiutarono in modo che entro il 1943 gli aerei cominciassero ad essere dotati di nuove radio, che fungevano anche da radar. L’industria aeronautica raggiunse i massimi livelli di produttività. Il numero di motori prodotti superò le perdite in combattimento di tre volte. Nel 1944, la superiorità dell’Aeronautica militare sovietica divenne schiacciante, costringendo i tedeschi a prendere misure disperate riducendo la flotta di bombardieri e rafforzando le squadriglie dei caccia, invece. Gli Alleati diedero un notevole sostegno all’Aeronautica sovietica inviando aerei da combattimento statunitensi e inglesi attraverso il programma Lend-Lease, pari al 13 per cento del totale die velivoli fabbricati in Unione Sovietica, tra cui i noti AirCobra e KingCobra. Fu con un AirCobra che il celebre pilota sovietico Aleksandr Pokryshkin volò abbattendo 65 aerei tedeschi. L’intensità del lavoro e del sostegno degli alleati fu pienamente ripagato: verso la fine del 1944, la supremazia dell’Aeronautica dell’Armata Rossa era completa, gettando le fondamenta per la creazione di una tra le più avanzate forze aeree del mondo.samolet-bell-p-39q-airacobraTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Pensiero e storia di Subhas Chandra Bose

Subhas Chandra Bose, il nazionalista progressista che scelse l’Asse. Pensiero e storia di un leader controverso
Luca Baldelli
netaji-new-759Tra le figure più controverse del ‘900, un posto di rilevo spetta senz’altro a Subhas Chandra Bose, Padre (discusso e finanche rinnegato) dell’India indipendente, assieme a Jawaharlal Nehru (1889–1964) e al Mahatma Gandhi (1869–1948). Il nome di Bose ha subito una vera e propria damnatio memoriae, a causa del suo intransigente anticolonialismo che, diretto contro la Gran Bretagna imperialista e depredatrice dell’India e non solo, non esitò a cercare sponde nelle potenze fasciste, strumentalmente interessate a rovesciare il predominio di Albione in aree nevralgiche del pianeta. Se questa macchia resta, indelebile, sulla biografia del personaggio e sulla sua immagine, distinguendolo da Nehru, rigorosamente antifascista, è altrettanto vero che sarebbe ingiusto, storiograficamente assurdo, disconoscere il ruolo di Subhas Chandra Bose nella costruzione di una moderna autocoscienza nazionale indiana, nell’avvio di un possente movimento anticolonialista e antimperialista e, infine, nella fondazione della moderna India libera ed indipendente.
Subhas-Bose-AFPNato il 23 gennaio del 1897 nel Bengala, crogiolo di spiriti rivoluzionari, progressisti e nazionalisti, nonché territorio indipendente fino al 1757, data della Battaglia di Plassey, Bose è il nono nato in una famiglia di ben quattordici figli. Il padre, Janakinath Bose (1860–1934) è un avvocato di grido, vicino al movimento nazionale per l’indipendenza. Cresciuto in un ambiente fieramente nazionalista, Subhas riceve la sua istruzione negli Istituti gestiti dai religiosi protestanti di matrice battista. Espulso per aver aggredito un docente razzista, il giovane passa allo “Scottish Church College”, presso l’Università di Calcutta, dove inizia a studiare filosofia. Nel 1919, Subhas si trasferisce a Londra, per poi tornare nel 1921 nel Paese natio. Il suo animo focoso, ostile a qualsiasi sopruso, si manifesta in maniera ancora più evidente durante il suo mandato da Presidente dell’“All India Youth Congress” (Congresso giovanile pan–indiano) e da Segretario del “Bengal State Congress” (Congresso dello Stato del Bengala). Entrato in contatto con il nazionalista Chittaranjan Das (1869–1925), sindaco di Calcutta, Subhas ne diventa il braccio destro e nel 1925 viene arrestato in una retata di elementi anticolonialisti. Rinchiuso nel carcere di Mandalay, vi contrae la tubercolosi. Due anni dopo, liberato dalle sbarre, Bose riprende con fervore la militanza anticolonialista, facendo il suo ingresso nell’entourage di Jawaharlal Nehru e diventando un elemento di punta, riconosciuto e stimato, del Congresso Nazionale Indiano, prima formazione nazionalista indiana, fondata nell’anno 1885. Perseguitato più volte, arrestato e imprigionato per aver praticato la disobbedienza civile, sulle orme di Gandhi, Bose non si arrende mai, non demorde, non si fa intimidire e, il 22 agosto del 1930, viene eletto, a coronamento di un periodo giovanile intenso e burrascoso, Sindaco di Calcutta. Il suo astro brilla ormai di luce propria, non più di quella riflessa di altri leader e di altre personalità in vista. La sua tenacia nella lotta anticolonialista, la sua preparazione, il suo decisionismo, sono ammirati da sempre più persone. Negli anni ’30, Bose non si dedica solo alla sua comunità e alla causa della sua Nazione: egli gira pure l’Europa, in una serie di viaggi molto istruttivi, studiando a fondo i movimenti comunista e fascista, dai quali ricava, come vedremo, insegnamenti fondamentali per la sua vita e la sua militanza. La Gran Bretagna lo pone ormai nel mirino, come uno dei capi più pericolosi e insidiosi.
Il peso di Bose all’interno del Congresso Nazionale Indiano cresce costantemente; egli è ormai il Netaji, ossia “il venerabile”. Londra continua ad adoperare nei suoi riguardi, affinandola, la strategia del bastone e della carota, come risulta evidente nel caso dell’opera “The Indian Struggle” (La lotta indiana), pubblicata da Bose in due parti tra il 1935 e il 1942. La prima parte (la seconda uscirà in Italia), scritta a Vienna con il supporto della sua compagna Emilie Schenkl (1910–1996), viene pubblicata a Londra da Lawrence & Wishart nel 1935, ma messa al bando in India, dove potrebbe sicuramente generare fermenti, per volontà di Sir Samuel Hoare, Segretario di Stato britannico per l’India e poi Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Il testo è un vero e proprio manifesto programmatico, articolato sul ritmo della narrazione storica delle vicende indiane, che offre tutte le sfaccettature della personalità e del pensiero del Netaji. In esso, la critica è particolarmente acuta nei riguardi di Gandhi, del suo rifiuto verso ogni azione decisa, energica, violenta, contro il dominio britannico. Se all’inizio il Mahatma era stato un faro per tutti i patrioti indiani, il loro punto di riferimento principale, la guida politica e spirituale, ora il suo attendismo, la sua nonviolenza assurta a dogma, lo rendono, di fatto, un uomo d’ordine, un personaggio gradito ai colonialisti, che ne avvertono il carattere pressoché innocuo. Per Bose, Gandhi è diventato “il miglior poliziotto dei Britisher (parola dispregiativa per indicare gli Inglesi, ndr )”. In un articolo pubblicato a Calcutta, Bose si riferisce ad una conversazione avuta con Romain Rolland, intellettuale di prestigio che, animato da sincero spirito fraterno, internazionalista e militante, cercava di tenere unite tutte le anime dell’anticolonialismo indiano: “Egli (Rolland, ndr) potrebbe essere dispiaciuto del fallimento della Satyagraha (la pratica della resistenza passiva nonviolenta di Gandhi, ndr), ma se così stanno le cose, l’impietosa realtà dovrebbe essere affrontata ed egli (Rolland, ndr) potrebbe allora gradire il fatto che il movimento sia condotto lungo altre direttrici”. Chiarezza e limpidezza di un pensiero già manifestatosi, d’altro canto, a partire dal 1931, quando Bose aveva criticato le Round Table Conferences (Conferenze della Tavola Rotonda), intavolate dal Governo britannico con la partecipazione di Gandhi e di altri esponenti indiani di tutte le religioni.

Gandhi e Bose nel 1938

Gandhi e Bose nel 1938

Per la rinascita della Nazione indiana, la sua vera indipendenza e sovranità, secondo Bose occorre una sintesi fra socialismo marxista e corporativismo fascista, accanto a metodi che, per raggiungere l’obiettivo dell’abbattimento del potere coloniale, non escludano la violenza contro i dominatori. Un sincretismo ideologico in chiave autoctona, originale e ardito, che Bose chiama Samyavada, parola indiana traducibile, approssimativamente, con “sintesi”. Il riferimento al corporativismo, corroborato dai viaggi e dalle frequentazioni del Netaji in Europa, è uno degli elementi che ha offerto buon gioco a chi, in malafede o con superficialità, ha pensato di liquidare il leader indiano, affibbiando ad esso l’etichetta di fascista, in una delegittimazione completa, radicale, della sua opera. In realtà, proprio quel riferimento, inserito nel contesto di un sincretismo ideologico assolutamente genuino e innovativo (al di là di ogni giudizio di merito), dimostra la complessità del pensiero di Bose e la sua irriducibilità a categorie storiografiche valide in altri contesti. La Samyavada, la sintesi delle ideologie e delle dottrine è, secondo Bose, la risorsa che sola può garantire, assieme al rispetto di tutti i popoli, le culture e le fedi del Subcontinente indiano, nella loro caleidoscopica diversità, la formazione di un “edificio nazionale” solido, stabile e prospero. “Nonostante l’asserita antitesi fra comunismo e fascismo, scrive Bose in “The Indian Struggle”, vi sono alcuni tratti in comune. Sia il comunismo che il fascismo credono nella supremazia dello Stato sull’individuo. Entrambi rifiutano la democrazia parlamentare. (…) Entrambi credono in una riorganizzazione pianificata dell’industria”. Non c’è alcun amore sviscerato per il “totalitarismo” (concetto sul quale bisognerebbe ampiamente discutere, tra l’altro…). Anzi, ad un’analisi attenta, rigorosa e priva di preconcetti dell’opera di Bose, emerge, in maniera lampante, il rifiuto di ogni ordine che neghi la libertà individuale e le prerogative del singolo. Esse sono beni preziosi, da non schiacciare, ma da ricondurre, armonizzandoli nel corpo sociale, all’interesse generale superiore, quello di uno Stato forte, autorevole e rispettato, retto da una struttura federale virtuosa, adatta alla complessità del quadro storico, sociale e demografico, che esalti il contributo delle comunità dal basso, impedendo al contempo spinte centrifughe rovinose per tutti. Bose, quindi, nel momento in cui ripercorre le tappe storiche dell’India, con l’occhio lucido di chi fa tesoro del passato per programmare il presente, si preoccupa anche di delineare i caratteri del futuro Stato sovrano, liberato dal dominio coloniale. La struttura politico–sociale dell’India indipendente dovrà essere retta sulle comunità di villaggio, sul loro potere d’iniziativa, con un ruolo fondamentale affidato ai panchayats, ovvero alle assemblee dei villaggi, nelle quali gli anziani avevano la preminenza. L’autorità centrale dovrà impedire ai particolarismi di prendere il sopravvento, garantendo l’unità nazionale, conquistata col sacrificio e l’abnegazione. Non solo: dovranno essere rimosse tutte le barriere castali, anacronistiche forme di oppressione e di oscurantismo. Una vasta e radicale riforma agraria dovrà beneficiare le masse contadine oppresse, mentre il credito dovrà essere controllato dallo Stato e orientato verso i bisogni del Paese, non più verso i capricci delle oligarchie. In tutti questi enunciati, come si può vedere, brilla la luce del più vivo e moderno progressismo, fatto incontrovertibile che già di per sé demolisce la meccanica e fuorviante assimilazione di Bose al fascismo corporativo. L’adesione del leader nazionalista indiano ai principi democratici è, però, ancora più chiara e netta in altri suoi scritti.
1417417962_netaji-subhas-chandra-boseIl 18 luglio del 1915, scrivendo all’amico Hemanta Kumar Sarkar, Bose afferma: “Nessuno può davvero vantare il diritto di interferire in qualsivoglia filosofia individuale di vita e di predicare contro di essa, ma (…) la base di quella filosofia deve essere sincera e autentica come la teoria di Spencer (Herbert Spencer, filosofo inglese progressista, ndr): ‘Egli (l’uomo, ndr) è libero di pensare ed agire fintantoché i suoi pensieri e le sue azioni non confliggano con le analoghe libertà di altri individui‘”. L’individuo, nella filosofia di Bose, non può mai essere schiacciato dallo Stato! La forma statale da eletta a modello non è autoritaria in senso verticale, come abbiamo visto, ma in quanto, con la sua autorevolezza e con i suoi strumenti di governo, evita al debole di essere schiacciato ed al potente di prevalere, in un‘illusoria e beffarda “libertà” somigliante alla lotta della gallina e della volpe nel pollaio. Il potere statale è contrappeso necessario alle spinte localistiche e particolaristiche e, in quanto tale, valorizza le comunità e gli individui al massimo, consentendo la loro libera espressione in un quadro unitario fondato sulla giustizia e l’eguaglianza. La struttura statale “funzionerà, sostiene e promette Bose, come un organo, ovvero al servizio delle masse”, senza mai prevaricare la collettività. Un’altra solenne testimonianza di questo carattere del pensiero di Bose, conflittuale con la dottrina nazionalsocialista e con il suo nazionalismo fanatico e gretto, è contenuta in una lettera inviata nel marzo del 1936 al Dr. Thierfelder della Deutsche Academie: “Mi dispiace dover ritornare in India con la convinzione che il nuovo nazionalismo della Germania è non solo ristretto e autoreferenziale, ma anche arrogante”. Nel 1938, sempre più famoso e stimato per il coraggio, il naturale carisma e la profondità dell’elaborazione politico–filosofica, Bose viene scelto come Presidente del Congresso Nazionale Indiano. Non ha, fin dal primo momento, vita facile. Gandhi, nonostante l’impegno di Bose per una conduzione unitaria, a prescindere dalle divergenze ideologiche, strategiche e tattiche, si pone alla testa di una fronda che, in breve tempo, costringe Subhas a lasciare la sua importante postazione. Indomito, egli fonda allora l’All India Forward Bloc (Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano), con una piattaforma intransigentemente nazionalista e progressista. Per raggiungere i suoi scopi, che sono quelli di milioni e milioni di connazionali, Bose, con buona pace di certa storiografia faziosa e approssimativa, non chiude le porte alle formazioni progressiste e di sinistra europee, britanniche in particolare. Intesse relazioni con i principali leader laburisti, si incontra o scambia giudizi e pareri con Attlee, Lansbury, Murray e altri ancora. A chiudere le porte del tutto, senza appello, a Bose sono i conservatori, al potere in Gran Bretagna con Neville Chamberlain, Primo Ministro, assistito da un pezzo da novanta come Lord Halifax, già Vicerè dell’India e ora Ministro degli Esteri. I tories si oppongono ad ogni sia pur minima concessione nei riguardi delle rivendicazioni indiane, e manterranno questo atteggiamento anche col cambio della guardia e l’avvento, nel 1940, di Sir Winston Churchill come Primo Ministro. Tale condotta, sprezzante e storicamente anacronistica, miope, finirà col radicalizzare ancora di più settori nazionalisti come quello guidato da Bose, spingendoli definitivamente a far causa comune con l’Asse, con le potenze fasciste, viste, nell’ottica dei colonizzati, al di là di ogni giudizio di merito, come le uniche speranze per un rovesciamento del dominio imperialista britannico. Bose, invero, spera molto anche nell’URSS, anzi la difende a spada tratta. Invero, sia detto a mò di inciso, senza l’esempio di resistenza, orgoglio, e infine vittoria, offerto dall’eroica Unione Sovietica, senza il peso conquistato da questo immenso Paese dopo la fine della Seconda guerra mondiale, mai sarebbe stato possibile, per l’India, trovare una sponda nella sinistra laburista britannica e conseguire l’indipendenza. Ad ogni buon conto, nel 1939, al momento dello scoppio del secondo conflitto mondiale, Bose e i suoi seguaci sono fermamente determinati a portare avanti una lotta che si preannuncia carica di speranze.
KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERANel corso della Conferenza di Nagpur del 20–22 giugno 1940, prima assise ufficiale nazionale del Blocco d’Avanguardia Pan–Indiano, i delegati ribadiscono il carattere socialista e progressista della formazione, assieme all’appello alla lotta senza mediazioni contro il colonialismo britannico, in nome dello slogan “tutto il potere al popolo indiano!”. Avendo optato per la costituzione di un Partito distinto dal Congresso Nazionale Indiano, Subhas Chandra Bose viene eletto Presidente e H.V. Kamath scelto come Segretario generale. Nello stesso periodo, il Partito Comunista Indiano, interpretando il sentimento più vivo e profondo delle masse popolari, in un suo documento condanna il nazifascismo aggressore, ma attacca frontalmente anche l’imperialismo britannico, che cerca in ogni modo di spingere l’aggressività nazifascista contro l’URSS. E’ una posizione saggia, equilibrata e coraggiosa, alla quale Bose avrebbe potuto unirsi, rafforzando il fronte progressista, che comprende anche il grande Nehru, rigorosamente antifascista ma non disposto a far sconti al dominio inglese, nemmeno con la scusa della guerra. Invece, nell’attaccare l’imperialismo britannico, nel lanciare strali più che giusti verso i conservatori indù della formazione Hindu Mahasabha e i liberali, proni ai voleri di Londra, Bose e i suoi seguaci esprimono ormai una chiara, irreversibile opzione per le potenze dell’Asse. La repressione britannica, pesante, spietata, sbatte in carcere altri patrioti, gettando ulteriore benzina sul fuoco. Nel luglio del 1940, Bose viene imprigionato a Calcutta. Nel gennaio del 1941 riesce a sottrarsi alla morsa della detenzione e intraprende clandestinamente un viaggio che, a partire dall’Afghanistan, passando per l’URSS, lo condurrà in Germania. L’Ambasciata italiana di Kabul gli mette a disposizione un passaporto falso, a nome Orlando Mazzotta. In Germania, Bose perora subito la causa di una Legione indiana da impiegare sui fronti di guerra, per la liberazione dell’India, e da contrapporre al British Indian Army, l’esercito indiano inquadrato nel dispositivo difensivo britannico, rimasto fedele a Londra ma percorso in profondità da fermenti anticolonialisti, che divamperanno con la fine del conflitto. Hitler e Rommel ironizzano sulle richieste di Bose, irridendo al suo entusiasmo patriottico. Il leader nazionalista non si scoraggia e pian piano persuade Berlino ad avallare la formazione di una Legione Indiana autonoma. Non solo: fonda pure l’Azad Hind Radio (Radio dell’India Libera), che trasmette da Berlino (si sposterà poi a Singapore, infine a Rangoon) nelle lingue inglese, indi, tamil, bengali, marathi, punjabi, pashtu e urdu. Intanto, nel Sud-Est asiatico, i patrioti indiani non stanno fermi e, desiderosi di ottenere l’indipendenza con l’appoggio del Giappone, potenza che ha messo al centro dei suoi programmi la cacciata di ogni avamposto coloniale europeo dall’Asia, nel 1942, sotto la guida di Mohan Singh (1909–1989), militare in vista, fondano l’Azad Hind Fauj (Esercito dell’India libera, letteralmente). Vi affluiscono, in larga misura, indiani del British Indian Army fatti prigionieri. A causa di disguidi con il Giappone, quest’armata sarà sul punto di sbriciolarsi irreversibilmente, poco dopo la sua fondazione, ma ecco che dalla Germania, nel 1943, fa ritorno Subhas Chandra Bose. Egli rimette in piedi l’Esercito, ne moltiplica le adesioni (che arriveranno fino a 50000 unità) e lo fa schierare su nevralgici teatri di guerra, con un’indipendenza mai avuta prima dai giapponesi e, tratto saliente che conferma il pensiero del Netaji, senza alcuna preclusione verso appartenenti a religioni differenti, dato significativo nel contesto indiano, se si pensa alle manovre imperialiste britanniche volte costantemente a mettere l’uno contro l’altro indù e musulmani. L’armata diventa il braccio operativo del “Governo provvisorio dell’India libera” (Arzi Hukumat e–Azad Hind), proclamato da Bose a Singapore nell’ottobre del 1943. L’Azad Hind Fauj partecipa quindi all’offensiva su Manipur in India (nome in codice U–go), che si conclude con la sconfitta dei giapponesi e dell’Esercito di Bose ad opera dei britannici, e combatte fino alla fine l’avanzata alleata in Birmania. Stremato dalla fame, decimato dagli Alleati, l’Esercito dell’India Libera si disperde in una ritirata rocambolesca e tremenda, con Bose che si rifiuta di lasciare i suoi soldati al loro destino. Convinto dai collaboratori a non consegnarsi ai britannici, Bose parte con un velivolo giapponese alla volta della Cina occupata, nella speranza di stabilire un contatto con i sovietici, ma la sua vicenda finisce nei cieli di Taiwan: qui l’aereo perde quota e precipita, con la morte del leader nazionalista come esito. E’ il 18 agosto del 1945. Il 2 settembre, il Giappone firmerà la resa. Ancora oggi sono molti gli interrogativi e i dubbi su quella fine, che certo nasconde molto più di quanto non abbiano rivelato le versioni ufficiali.

Bose ed Himmler

Bose ed Himmler

Ad ogni modo, la fine di Bose rappresenta, in quell’estate del 1945, il tragico, irreversibile tramonto di una figura controversa, ricca, complessa. Nonostante la scelta di parteggiare per l’Asse, unendo il proprio nome e quello dei suoi uomini a quello del feroce espansionismo hitleriano e del non meno ferale imperialismo nipponico, Bose resta un personaggio cardine nella storia del movimento anticolonialista indiano, alla pari di Nehru e Gandhi. Il suo pensiero socialista, innovatore, progressista resta, al netto delle scelte compiute sul terreno delle alleanze internazionali, un corpus da valutare con attenzione e riscoprire.Subhas Chandra BoseRiferimenti bibliografici:
Subhas Chandra Bose: “The Indian Struggle” (Oxford India Paperbacks, Oxford University press, 1998)
Accademia delle Scienze dell’URSS: “Storia Universale”, voll. 9 e 10 (Teti Editore, 1975).
Anton Pelinka: “Democracy Indian Style” ( Transaction Publishers, 2003).
R. C. Roy: “Social, Economic and Political Philosophy of Netaji Subhas Chandra Bose

Il cammino del Bangladesh tra colonialismo, imperialismo e riscatto nazionale

Luca Baldelli
mujiburIn questi giorni, sotto le luci della ribalta, volenti o nolenti, c’è un Paese dell’area asiatica, nel delta del mitico Gange: il Bangladesh. Ripercorrere la storia di questo Paese significa, anche e soprattutto, comprendere quel che oggi avviene nei suoi confini. Fisicamente, geograficamente e demograficamente, alcune notazioni bastano ad inquadrare il territorio e la sua gente:
1) Il Paese, con capitale Dhaka (Dacca) si trova nel Delta del Gange, alla confluenza dei fiumi Gange, Brahmaputra e Meghna, coi rispettivi affluenti. Quasi 170 milioni di abitanti (pressoché tre volte l’Italia) si distribuiscono su appena 147.570 km2 (una superficie inferiore del 50% a quella del Belpaese), con una densità di popolazione tra le più elevate al mondo. Nel Paese vi sono 58 corsi d’acqua transfrontalieri, quasi tutti lambenti i limina dell’India, unico Paese confinante col Bangladesh, se si esclude una piccola porzione di Birmania. Bastano questi primi elementi a far capire quanto le risorse idriche e il loro corretto governo siano, nella prospettiva bengalese, una questione assai delicata e ricca di risvolti geopolitici, spesso di non facile soluzione. Nel 1975, ad esempio, l’India costruì una diga a 18 km dal confine col Bangladesh e le autorità di Dhaka (Dacca) denunciarono questo fatto come un pericolo per l’approvvigionamento idrico del Paese, comportando la deviazione di corsi d’acqua di fondamentale importanza. Il Paese è poi situato a meno di 12 metri sopra il livello del mare, perciò basterebbe che le acque del Golfo del Bengala si alzassero di appena un metro, per inondare il 50% del territorio del Bangladesh.
2) La pressione demografica, enorme (il tasso di natalità annuo era, nel Paese, del 31 per mille ancora all’inizio degli ’90, con una mortalità del 13 per mille appena e quindi un incremento annuo medio del 2,3%), ha spinto a guadagnare sempre più terreni, prima incolti o coperti da foreste, alle attività e ai bisogni umani Ciò, se da un lato ha consentito l’incremento del benessere materiale, in molti casi, per contraltare, ha determinato catastrofi naturali, con riflessi pesantissimi. Infatti, i cicloni, i tornado, le piogge torrenziali portate dai monsoni tra i mesi di giugno e settembre, le mareggiate, le inondazioni verificatesi a cadenza regolare, hanno determinato, in un Paese coinvolto da massicce deforestazioni e conseguenti fenomeni di erosione del suolo, calamità in gran copia. Basti pensare al ciclone “Bhola” del novembre del 1970 che provocò, in una colossale ecatombe, la morte di più di 300000 persone. Ancor di più le calamità degli anni ’90 e degli anni 2000, con quasi 1000000 di morti complessivamente, in una situazione aggravata dal venir meno di qualsiasi pianificazione territoriale nazionale.
3) Il suolo, a causa della composizione chimica dei minerali che lo compongono, contiene in abbondanza arsenico. Un tempo la popolazione si approvvigionava con le acque di superficie. Le autorità del Paese, onde ridurre l’incidenza di malattie come la diarrea e le infezioni intestinali, hanno incoraggiato, con l’appoggio delle istituzioni internazionali, a partire dagli anni ’70, la costruzione di un gran numero di pozzi in tutto il Paese. In tal modo, l’epidemiologia ha registrato sì il calo delle patologie prima citate, ma, con le acque di falda contaminate dall’arsenico, è aumentata per converso, esponenzialmente, l’incidenza di tumori e patologie prima sconosciute. Per ogni guadagno in termini di condizioni di vita, la storia del progresso umano fa segnare pariteticamente un regresso, e anche il Bangladesh non ha fatto eccezione.
In questo contesto territoriale, difficile come pochi altri, il popolo bengalese si è fatto strada nella storia con eroismo e abnegazione. Ai tronfi paladini della “superiorità occidentale”, che in questi giorni, sulla scorta di eventi tragici, suonano le fanfare di Goffredo di Buglione, andrebbe chiesto cosa sarebbe stato dell’Europa e dell’Occidente in genere se questa parte del mondo avesse principiato il suo cammino ascendente, settant’anni fa, nelle stesse condizioni, dagli stessi blocchi di partenza del Bangladesh, in un contesto sovrappopolato, sfruttato e depredato dal colonialismo fino alla metà del sec. XX… Ipotesi certamente calzante, in linea di principio, se non fosse che, naturalmente, esiste un piccolo particolare: a colonizzare, il Bangladesh e non solo, era proprio l’occidente, che oggi dispensa sermoni.
mbanglad Quando parliamo del Bangladesh, occorre riferirci, in primo luogo, alla regione storica del Bengala, nella cui parte orientale si situa la Nazione. Quella occidentale, infatti, si trova sotto la sovranità indiana ed ha visto lo sviluppo impetuoso del “Left Front” guidato dal Partito Comunista Marxista Indiano (CPI–M), che ha comandato negli ultimi trent’anni, pur tra revisioni e processi “governisti” che ne hanno attutito di molto la carica rivoluzionaria. L’esistenza di un Bengala occidentale e di un Bengala orientale, a rompere la primigenia unità della regione, è uno dei frutti avvelenati dell’imperialismo e del colonialismo. Infatti, questa regione ha avuto sempre un alto grado di consapevolezza unitaria sia rispetto a se stessa, sia rispetto alla necessità di una compagine statale indiana forte, potente e rispettata nel mondo. Partiamo dal ‘700. Nel XVIII secolo, il Bengala è retto da governatori autonomi, i Nawab. L’imperialismo inglese, che estende i suoi tentacoli sul subcontinente indiano attraverso la “British East India Company”, questa sovranità intende cancellarla in nome dei suoi loschi interessi. Ecco provocazioni, scontri, fino alla battaglia di Plassey del 1757, in seguito alla quale il dominio anglosassone si afferma e si consolida sul Bengala e su tutta la Penisola indiana. Sotto le ceneri del colonialismo più rapace e sfruttatore, però, ardono le braci della causa nazionale, della ribellione. Calcutta, centro principale del Bengala occidentale, diviene nel 1772 la capitale dell’India britannica, sotto un’amministrazione mista militare–civile. La Città, però, diviene anche, al di là dei crismi dell’ufficialità, il focolare del movimento anticoloniale e antimperialista, una fucina, un crogiolo inesauribile di fermenti di libertà ed emancipazione. Si comincia nell’800, con la grande stagione del Rinascimento bengalese, che valica i confini del ‘900 e vede affermarsi talenti come il poeta Tagore e lo scienziato Satyendra Nata Bose. L’arte, la cultura, la scienza, diventano arene nelle quali lo spirito nazionale indiano, mai sopito, rifulge di vivida luce contro il rullo compressore dell’Union Jack, indicando alle masse oppresse la possibilità di ribaltare una sorte non ineluttabile né irreversibile.
Il XX secolo vede lo sviluppo più impetuoso del movimento di liberazione dal giogo britannico e dai suoi corollari feudali, reazionari, oscurantisti, anacronistici. Tre figure s’impongono: il Mahatma Gandhi, Jawaharlal Nehru e Subhas Chandra Bose. Il primo viene dalla Penisola del Kathiawar, il secondo da Allahabad, mentre il terzo è bengalese. Il primo opta per la nonviolenza più radicale, il secondo ha una visione progressista, antifascista e democratica che lo collega ai grandi movimenti europei, il terzo è per l’insurrezione armata e non esita a far causa comune anche col Terzo Reich e col Giappone fascista, pur di abbattere la dominazione britannica. Questi tre padri della Patria, ognuno con le proprie contraddizioni, specificità e diversità di scelta, saranno le pietre miliari dell’India indipendente, la quale, però, non nasce senza subire i retaggi di divisione, inquinamento ideologico e morale, settarismo, incoraggiati e voluti dal colonialismo inglese. Il divide et impera di antico, romana memoria, in India è da due secoli un comandamento che potrebbe campeggiare sullo sfondo del Taj Mahal, quasi ad ingemmare beffardamente le sue sontuose cupole. Nel 1947, infatti, avviene la partizione del Paese, in seguito a torbidi e violenze di natura etnico–religiosa. L’unità indiana, che tanti progressisti, nazionalisti democratici e anticolonialisti avevano sognato e perseguito scandendo le tre parole d’ordine “Ittefaq, Etemad, Qurbani” (Unità, Concordia, Sacrificio), viene incrinata. Nasce lo Stato del Pakistan, a maggioranza musulmana, sotto la guida di Mohammed Ali Jinnah. Il Bengala occidentale, con Calcutta, va all’India. In questa regione, che nel 1943 aveva visto una carestia tremenda, le cui responsabilità risiedono nella politica genocida dei britannici, si svilupperà, come abbiamo visto, un forte movimento marxista–leninista e progressista, destinato a durare nel tempo e a diventare egemone nella scena politica, vincendo quasi sempre le tornate elettorali. Il Bengala orientale, invece, viene assegnato al Pakistan, Stato musulmano, a forte impronta confessionale, filoamericano, antisovietico e bastione delle alleanze militari imperialiste nel quadrante asiatico (in primis, la SEATO). Il popolo bengalese si mobilita in massa contro questo stato di cose, araldo com’è di grandi battaglie di libertà, progresso ed emancipazione. I comunisti, che hanno supportato con orgoglio, coerenza e lucidità la causa nazionale, senza mai confonderla con la ricerca di alleanze strumentali in funzione antibritannica, fino alla fine hanno cercato di salvare l’unità del Paese, combattendo la logica settaria ed escludente delle divisioni lungo confini etnico–religiosi, oltretutto quantomai complessi, intricati e discutibili. Questa posizione è molto simile a quella dei democratici e progressisti bengalesi, che si scontrano con l’ottusità e il carattere reazionario del governo pakistano.
Sheikh Mujibur RahmanNegli anni ’50 e ’60, s’impone sulla scena bengalese un’eroica figura di patriota, di combattente antimperialista per la democrazia, i diritti e per profonde trasformazioni sociali: si chiama Sheikh Mujibur Rahman, ha militato nella “Lega Musulmana del Bengala” ed è poi entrato a far parte della “Lega Musulmana Awami”, fondata da Hasan Shaheed Suhrawardy, da Maulana Bashani ed altri, con un programma fortemente innovativo, anti–feudale e socialista. Il carattere progressista e anticonfessionale della Lega verrà sottolineato ancor più agli inizi degli anni ’60, quando Mujibur, succeduto a Suhrawardy nella conduzione del movimento, ne muta il nome, togliendo ogni riferimento religioso, in “Lega Awami”. Contro un Pakistan sempre più retrivo, chiuso e centralista, la “Lega Awami” si erge a paladina delle prerogative bengalesi e propone vaste, radicali riforme, che cementano la popolazione attorno a parole d’ordine comuni alle masse oppresse e sfruttate, a prescindere dalle appartenenze confessionali. Questo elemento rappresenta un pericolo enorme per chi ha puntato e punta sulla divisione, sugli scontri, sulle ostilità reciproche per consolidare il suo potere. Nel 1966, ad una conferenza dei partiti di opposizione a Lahore, Mujibur lancia la piattaforma dei “Sei Punti” , intitolata “Our Charter of Survival” (La nostra Carta della sopravvivenza), imperniata attorno a richieste di sano federalismo, di formazione di una milizia bengalese, di equa ripartizione e gestione delle risorse. Un programma accattivante, coinvolgente, che riunisce attorno alla Lega Awami tutti i progressisti del Bengala orientale. Nel quadriennio successivo, i consensi alla “Lega Awami” crescono esponenzialmente e il potere centrale pakistano reagisce con repressioni, violenze, misure liberticide. Rahman viene arrestato e poi rilasciato, assieme ad altri, in seguito ad un processo farsa per la cosiddetta “Cospirazione di Agartala”, col quale si accusano il leader bengalese ed altri di aver cospirato contro il Pakistan in combutta con l’India. L’onda impetuosa della riscossa bengalese, però, non si arresta e nel 1970 la “Lega Awami” vince alla grande, conquistando 167 dei 169 seggi dell’Assemblea Nazionale destinati al Pakistan dell’Est (nome col quale viene chiamato il Bengala orientale, futuro Bangladesh). I militari pakistani, cani da guardia dell’ordine imperialista, non intendono mollare la presa, riconoscendo democraticamente il risultato elettorale, e così intervengono per buttare tutto a carte quarantotto, accendendo la fiamma della Guerra di Liberazione Nazionale Bengalese.
Il popolo, sotto le parole d’ordine delle formazioni progressiste, “Lega Awami” e “Partito Comunista” in testa, insorge e, con l’aiuto fraterno dell’India non allineata, ottiene l’indipendenza. E’ il 1971 e nasce il Bangladesh sovrano e indipendente sotto la guida saggia e coraggiosa di Sheikh Mujibur Rahman. Molti sono i problemi da risolvere e tutti spinosissimi, creati dalla dominazione coloniale prima e dal centralismo predatorio pakistano poi. Occorre partire da zero, in un Paese con una densità di popolazione elevatissima, la più elevata al mondo, poche risorse e fattori climatici oltremodo penalizzanti. Mujibur, appoggiandosi non solo alla sua Lega, ma anche al Partito Comunista, che ha rappresentato l’altra avanguardia del movimento nazionale democratico, con militanti coraggiosi che hanno sacrificato la vita per la causa suprema della liberazione, attua una politica di nazionalizzazioni, riforme agrarie e redistribuzione della ricchezza che, pur tra sabotaggi scientificamente pianificati da parte dei settori reazionari, riesce a ravvivare l’economia del Bengala orientale come mai era avvenuto prima. Bisogna ricordare che l’esercito pakistano, prima di venir sconfitto sul campo, ha devastato la gran parte della regione bengalese–orientale. Una fonte al di sopra di ogni sospetto, ovvero il “Time Magazine” statunitense del 17 gennaio 1972, parla di 6 milioni di case distrutte, di 1400000 famiglie contadine lasciate senza sementi e senza attrezzi, di un paesaggio, in alcuni luoghi, simile a quello di uno spazio che abbia conosciuto un’esplosione nucleare. Quasi ovunque mancano mezzi di locomozione funzionanti e tutte le auto private sono state distrutte o imbarcate e portate via. Vi sono poi i poveri, i rifugiati, i fuggitivi, con flussi da esodo biblico. Questo lo scenario, alla nascita dello Stato del Bangladesh . Ecco perché l’opera del primo governo di Mujibur Rahman ha del miracoloso: in un contesto che rasenta l’impossibilità operativa, si riesce a dare impulso al potere d’acquisto delle masse, alla piccola e media impresa, alla rimozione degli ostacoli feudali–clientelari–parassitari che hanno costituito l’ordito della trama dominatrice coloniale prima e neocoloniale poi. Senza la nazionalizzazione delle grandi industrie, la lotta contro il feudalesimo e le vecchie concezioni sociali, il Bangladesh non avrebbe potuto alzarsi sulle sue gambe e iniziare il suo cammino.
bangladesh traduzioni, asseverazioni, legalizzazioni Fino al 1974, le cose sembrano marciare spedite, ma i pericoli e le trame sono sempre dietro l’angolo. Approfittando delle difficoltà create da una tremenda siccità e da successive, implacabili piogge con inondazioni e calamità, i settori di destra cominciano ad architettare un golpe contro Mujibur. Si utilizza strumentalmente la questione della carestia per abbattere il governo progressista, come se carestie e fame non fossero state la costante della storia del Paese da secoli e come se il numero dei decessi sia anche stavolta da olocausto, quando invece i dati dimostrano che, nonostante l’ecatombe, la Nazione ha retto come non mai allo sconquasso, con appena 30000 morti di cui la gran parte per le inondazioni(in India, le carestie made in England avevano portato via ogni volta milioni e milioni di persone e il ciclone del 1970, venuto assieme ai militari pakistani, aveva mietuto 300000 vittime almeno). Senza la risposta autorevole del governo, la decisione nell’affrontare le questioni, la vicinanza alle classi popolari, le tremende calamità atmosferiche avrebbero potuto causare milioni, non migliaia, di decessi. Tant’è, i settori reazionari, irritati dalla sicurezza e dalla sollecitudine di Mujibur per il popolo, nonché dal suo tentativo di consolidare la compagine esecutiva, ricorrendo legittimamente ai “bastioni” difensivi sanciti nel corpus legislativo-costituzionale, nel 1975 attuano il golpe che porta al suo allontanamento. La regia è tutta statunitense, con la CIA che offre addestramento, armi, finanziamenti e pianifica gli obiettivi da colpire; gli esecutori, e solo essi, sono locali. Dopo varie vicissitudini, a prendere il timone del Paese è, nel 1977, il Generale Ziaur Rahman, legato a doppio filo all’imperialismo. Con lui, le controriforme reazionarie, dettate dalle centrali del capitalismo e della finanza, saranno protagoniste della scena politica, tra l’ostilità generale del popolo, che a causa della repressione feroce di ogni fermento democratico si manifesta solo in modo debole, con la resistenza passiva, ove possibile, e con l’episodico accendersi di focolai di rivolta. A partire dal 1982, a proseguire e anzi a rendere più spietata l’opera di normalizzazione e restaurazione, è il generale Ershad. E’ in questo periodo che il Bangladesh comincia a diventare centro attrattore di imprese straniere desiderose di sfruttare per quattro soldi il lavoro di centinaia di migliaia di operai, anche e soprattutto bambini e adolescenti, prima protetti da legislazioni rigide e severe e ora, eliminato o ridimensionato il lascito di Mujibur Rahman, esposti al liberismo più spietato e selvaggio. Con l’inizio degli anni ’90 e la fine della contrapposizione tra occidente capitalista e campo socialista, il Paese viene traghettato verso la democrazia borghese: tramonta l’epoca delle dittature militari e si ripristina la funzionalità delle istituzioni rappresentative, con la “Lega Awami” che riconquista peso e vince anche la tornata elettorale del 1996. Una magra consolazione: ormai tutti i programmi politici sono annacquati, omologati al pensiero unico del mercato, con poche lodevolissime eccezioni (le formazioni comuniste rientrano in questo novero). Il liberismo, i dettami del FMI e della BANCA MONDIALE distruggono ogni parvenza di industria nazionale solida e indipendente, ogni ambito pubblico sottratto a logiche mercantili di speculazione, ogni controllo reale sulle risorse del Paese. La corruzione è padrona della scena, senza quasi soluzione di continuità. La popolazione, da sempre ostile ad ogni integralismo e fedele ai principi progressisti, democratici, rivoluzionari, viene intimidita, ricattata, costretta ad arrendersi alla sfiducia. Alla lunga, questo stato di cose, negli anni 2000, genera una risposta pericolosa e irta di rischi non solo per il subcontinente indiano: in un Paese di oltre 100 milioni di abitanti, la stella del fondamentalismo finisce col diventare, da reietta che era, sempre più attraente. Un vero e proprio rifugio/binario morto, sapientemente allestito dalle centrali imperialiste e reazionarie, per un ribellismo che, se non trovasse quella valvola di sfogo, finirebbe per rivolgersi di nuovo a movimenti progressisti, democratici, antimperialisti corroborati, negli ultimi anni, da una visione eurasiatica capace di porre fine all’unipolarismo atlantico.
L’ISIS bengalese è dunque servito sul piatto, nel solito gioco dello scontro di civiltà che maschera ingiustizie sociali macroscopiche e distruzione della sovranità degli Stati. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con la strage di Dakha (Dacca), dinanzi alla quale i media asserviti sono caduti dal pero, fingendo d’ignorare una realtà che ci parla, ancora una volta, delle trame dell’imperialismo per salvare se stesso dal crollo imminente. Il tutto trascinando nel baratro, se necessario, il mondo intero, in una deflagrazione che risulta assai facile provocare anche con qualche fiammella, quando si è cosparso il prato del pianeta della benzina dell’odio confessionale.21_river_flooding_management_issues

Come la Russia contribuì alla ricostruzione del Bangladesh neo-indipendente
Ajay Kamalakaran, RBTH, 6 luglio 2016

Dallo sminamento del porto di Chittagong alla concessione di borse di studio agli studenti universitari e alla costruzione di centrali elettriche che ancora provvedono a un quarto della produzione totale del Paese, la Russia ha giocato un ruolo importante nell’aiutare il Bangladesh a riprendersi dopo che il Paese dell’Asia meridionale divenne indipendente.SAM_1079Gli storici del Bangladesh elogiano in modo incandescente l’URSS per aver usato il diritto di veto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite durante la guerra d’indipendenza del Paese nel 1971. Mentre Stati Uniti ed alleati ignorarono il genocidio perpetrato dal Pakistan, che uccise tre milioni di bengalesi, e cercarono d’imporre al Consiglio di Sicurezza una mozione contro l’India per aver iniziato la guerra, Mosca sostenne in modo deciso l’alleata New Delhi e la causa del Bangladesh indipendente. La Russia era pronta ad usare la Flotta del Pacifico in aiuto dell’India durante la guerra, se gli Stati Uniti avessero inviato la loro Settima Flotta nel Golfo del Bengala. Una volta che il Bangladesh fu indipendente, l’URSS contribuì a fare entrare il Paese nelle Nazioni Unite. Tuttavia, il sostegno russo al Paese impoverito andò ben oltre l’aiuto politico, dice Fazlur Rashid, che nel 1977 ebbe una borsa di studio per studiare nella futura Patrice Lumumba University di Mosca (ora Università dell’Amicizia dei Popoli della Russia). “I russi ci aiutarono immensamente nella ricostruzione del nostro Paese, distrutto dalla guerra“, dice Rashid. “Ho anche visto i marinai russi venuti a sminare il porto di Chittagong“.

Lo sminamento del porto di Chittagong
L’operazione di sminamento durata due anni iniziò nel 1972. 800 marinai, per lo più dalla Flotta del Pacifico, vissero a Chittagong per tutta l’operazione. Operai e subacquei lavorarono senza sosta, mettendo a rischio la vita. 12 dei 18 moli del porto furono distrutti dalla guerra e più di 40 imbarcazioni affondate nei pressi del porto. “Anche la via di accesso al porto era minato“, spiega Rashid. Un libro di memorie di VP Kazurin e VA Molchanov intitolato ‘Il porto di Chittagong ritorna in vita’ descrive le difficoltà affrontate dai russi. Secondo il libro, i marinai affrontarono cattive condizioni di vita, tempeste, forti correnti, calore estremo e quasi invisibilità nelle acque limacciose. La squadra russa guidata dal Contrammiraglio Stanislav Zuenko ristrutturò completamente il porto ed anche addestrò il personale del Bangladesh. Il porto di Chittagong iniziò a funzionare tre mesi dopo lo sminamento russo, e nel giro di due anni le operazioni mensili superarono i livelli pre-bellici. Jurij Redkin, marinaio ventenne, fu l’unico caduto russo nelle operazioni di sminamento. Fu sepolto in quella che oggi è l’Accademia Navale del Bangladesh. “La nostra giovane repubblica si troverebbe in una posizione estremamente difficile se i marinai sovietici non ci avessero aiutato“, disse Sheikh Mujibur Rahman, padre fondatore del Bangladesh,  alla cerimonia di addio ai marinai. “Ringrazio tutti i marinai sovietici per l’enorme lavoro di restauro del porto di Chittagong eseguito nonostante le difficili condizioni climatiche e di vita“.SAM_1058Centrali elettriche
Nel 2016 quasi un quarto dell’energia elettrica totale del Bangladesh proviene ancora dalle centrali elettriche Siddhirganj e Ghorasal costruite dall’Unione Sovietica a metà degli anni ’70. “Numerosi bengalesi inizialmente impiegati nelle centrali erano studenti accolti dall’Università Lumumba nel 1975“, dice Aniruddha Ganguly, impiegato in pensione della centrale di Siddhirganj. “La formazione di alta qualità che avemmo era totalmente gratuita“. In media 500 studenti provenienti dal Bangladesh ebbero borse di studio ogni anno per studiare in URSS fino primi anni ’90. Fazlur Rashid lavorò  nella centrale di Ghorasal. “Le strutture più vecchie dell’impianto furono rinnovate da una società statale russa poco prima che andassi in pensione nel 2008″, dice. “Queste centrali furono costruite per durare e sono fondamentali per il Bangladesh“. La Russia continua ad essere un attore importante nel settore energetico del Bangladesh. Una filiale di Rosatom progetterà e costruirà due unità nucleari da 1200 MW a Rooppur. Il lavoro dovrebbe cominciare nel 2017 e i reattori divenire attivi entro il 2020. Altre importanti società russe sono presenti n Bangladesh. Gazprom sviluppa 10 giacimenti gasiferi della PetroBangla Corporation. “C’è ancora molta buona volontà verso la Russia in Bangladesh e i russi devono approfittarne per sfruttare le possibilità del Paese“, dice Rashid.New2x120Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La portaerei russa va nel Mediterraneo

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 05/07/2016Anv5PUeLa portaerei (classificazione formale, incrociatore pesante portaerei lanciamissili – TAVKR), Admiral Kuznetsov, fiore all’occhiello della Marina russa, parteciperà alla battaglia contro i gruppi terroristici in Siria. Secondo l’agenzia TASS, la nave partirà per il Mediterraneo in ottobre e fungerà da piattaforma per gli attacchi aerei contro i terroristi almeno fino al febbraio 2017. Dopo la missione, la nave tornerà nei cantieri navali Sevmash di Severodvinsk, nel nord della Russia, per ampi aggiornamenti. L’Ammiraglio (in pensione) Vladimir Komoedov, a capo del Comitato della Difesa della Duma di Stato russa ed ex-comandante della Flotta del Mar Nero russo, ha detto che l’equipaggio verrà sostituito durante la missione. L’Admiral Kuznetsov fu varata nel 1985 e divenne operativa nel 1995. Venti anni fa, la nave si trovava al largo del porto di Tartus, in Siria, in occasione del 300° anniversario della Marina russa celebrato nel 1996. Dopo la nave fu schierata diverse volte nel Mediterraneo. L’Admiral Kuznetsov è la più grande nave mai costruita in URSS o Russia, con un dislocamento di 58600-67500 tonnellate, lunga 305 m, larga 72 m e pescaggio di 11 m. La velocità massima è 29 nodi (54 km/h) e l’autonomia alla massima velocità è di 3800 miglia nautiche (7000 km). A 18 nodi (33 km/h), l’autonomia massima è di 8500 miglia nautiche (15700 km). La nave può restare in mare per 45 giorni. Impiega un trampolino sul ponte di volo inarcato di 12 gradi, per far decollare gli aeromobili ad ala fissa (trampolino di decollo). A bordo gli aeromobili accelerano verso il trampolino decollando con i postbruciatori. Ciò comporta che l’aeromobile lasci il ponte ad un angolo e un’elevazione assai più elevati sul ponte rispetto alle piattaforme dotate di catapulte. Il ponte di volo è dotato di cavi d’arresto all’atterraggio.
ka-52kL’unica portaerei della Marina russa, l’Admiral Kuznetsov, sarà schierata nel Mar Mediterraneo con una nuova configurazione della componente aerea, trasportando 15 caccia ognitempo da superiorità Sukhoj Su-33, caccia multiruolo Mikojan MiG-29K/KUB e 10 elicotteri Kamov Ka-52K, Ka-27 e Ka-31. Nelle specifiche di progetto originali, la nave dovrebbe trasportare33 velivoli ad ala fissa e 12 elicotteri. Questa è la prima volta che il nuovo Ka-52K, versione navalizzata del Ka-52, sarà testato in condizioni di combattimento. La differenza principale dall’elicottero d’attacco Ka-52 Alligator sono le pale del rotore principale pieghevoli e le alette ripiegabili. La nuova versione sarà inoltre adattata all’uso navale con una maggiore protezione dalla corrosione e un sistema d’aria condizionata regolabile. I Ka-52K (Hokum-B) riceveranno una speciale suite avionica per consentire l’atterraggio strumentale sul ponte della nave. Il sistema di supporto dell’equipaggio verrà aggiornato per permettere ai piloti di lavorare con tute d’immersione. Il Ka-52K ha una stazione elettro-ottica girostabilizzata e radar a onde millimetriche, con raggio di rilevamento di 25 km. Il pacchetto di armi include un cannone automatico da 30mm 2A42, razzi, missili anticarro laser o radio-guidati o un sistema di difesa aerea. La versione Ka-52K sarà un aggiornamento della versione base del velivolo già consegnato alle forze armate russe. Russia Helicopters attualmente ha un contratto con le Forze Aerospaziali per consegnare 146 Ka-52 entro il 2020. Questo tipo entrò in servizio nel 2011 come elicottero da ricognizione e combattimento. I piani dei militari richiedono la sostituzione di parte di questi elicotteri con la versione Ka-52K.
L’aviogetto MiG-29K è un altro caso speciale, non è mai stato schierato operativamente dalla Flotta russa. Il MiG-29K è una versione molto migliorata dell’originale MiG-29 Fulcrum. Nella versione imbarcata ha cellula e carrello rinforzati per sopportare l’appontaggio sulla portaerei. E’ inoltre dotato di ali pieghevoli e di gancio d’arresto. La struttura del velivolo dispone anche di misure per la riduzione di quattro volte della firma radar dell’aviogetto, che inoltre è dotato di più potenti ed economici motori Klimov RD-33MK, tutti dotati di controlli a piena autorità digitali del motore (FADEC). Nel complesso, le nuove centraline sono molto più affidabili e di facile manutenzione rispetto ai vecchi RD-33K. A differenza degli originali MiG-29, il nuovo Fulcrum-D è dotato di un sistema fly-by-wire digitale. L’avionica dei nuovi Fulcrum si basa sul radar ad impulsi Doppler Zhuk-ME, in grado di seguire dieci bersagli e d’ingaggiarne quattro contemporaneamente. E’ inoltre dotato di un nuovo sistema di ricerca ed inseguimento ad infrarossi multicanale (IRST). L’avionica si basa sull’onnipresente architettura standard MIL-STD-1553B aperta agli aggiornamenti più rapidi. Il velivolo può trasportare una serie di armi guidate aria-aria e aria-terra come il missile antinave Kh-35E. Le forze armate russe hanno ordinato due dozzine di nuovi aviogetti per eventualmente sostituire il Su-33 in servizio nella Marina russa. L’aereo dovrebbe essere consegnato alla Flotta russa entro la fine dell’anno.
289 Il ruolo d’incrociatore è facilitato dall’adozione nell’Admiral Kuznetsov di 12 missili da crociera a lungo raggio antinave P-700 Granit (classificazione NATO SS-N-19 Shipwreck), a differenza delle portaerei della NATO che non trasportano armamento. La presenza di questi considerevoli missili antinave ne determina la denominazione formale d’incrociatore portaerei. La nave è dotata di 24 lanciatori verticali (192 missili) dei sistemi ognitempo a bassa a media quota 3K95 Kinzhal (SA-N-9 Gauntlet), un sistema missilistico a corto raggio antiaereo progettato per colpire aerei, elicotteri, missili da crociera, bombe guidate, velivoli senza equipaggio e missili balistici a corto raggio (anti-munizioni). Per la difesa aerea a corto raggio, la nave è dotata di 8 sistemi d’arma da supporto ravvicinato (CIWS) Kashtan, ognuno dotato di 2 lanciamissili antiaerei 9M311 accoppiati ai cannoni rotanti da 30mm GSh-30 e a una centralina di tiro Radar/Optronica. Vi sono anche 6 cannoni rotanti singoli da 30mm AK-630. La nave è dotata di un sistema anti-sottomarino UDAV-1 con 60 razzi antisom, che protegge le navi di superficie deviando e distruggendo i siluri in arrivo. Il sistema protegge da sottomarini e sistemi di sabotaggio subacquei. L’UDAV-1 è dotato dieci canne ed è in grado di sparare proiettili di profondità 111SG, mine 111SZ e sistemi d’inganno 111SO. La portata del sistema è 3000 metri e la profondità d’ingaggio di un sottomarino è 600 m. Va notato che la Russia è l’unico Paese al mondo con una portaerei così pesantemente armata: le portaerei degli altri Paesi sono essenzialmente delle mere basi aeree galleggianti che hanno bisogno di navi di scorta anche se non tanto quanto le portaerei degli Stati Uniti. Con tali armi, la nave può difendersi contro una vasta serie di minacce ed impedire al nemico di avvicinarsi troppo, dal cielo o da sott’acqua. La nave ha un sistema di controllo del tiro ed acquisizione bersagli di superficie (passivo a scansione elettronica) in banda D/E, un radar di ricerca di superficie in banda F, un radar di sorveglianza aerea in banda G/H, un radar per la navigazione in banda I, e quattro radar in banda K per i CIWS Kashtan. Ha un sonar di ricerca e attacco a media e bassa frequenza montato nello scafo. Gli elicotteri ASW hanno un radar di ricerca di superficie, un sonar ad immersione, boe sonore e un Magnetic Anomaly Detector. L’Admiral Kuznetsov è propulsa da otto caldaie a gas che alimentano quattro turbine a vapore, ognuna delle quali produce 50000 cv (37 MW), trasmessi via quattro alberi alle eliche a passo fisso.
Il viaggio dell’Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo dimostra le proiezione di potenza crescente della Russia, che non dipenderà dell’aviazione tattica basata a terra. Ha una nave da combattimento per operazioni aeree che agirà da base aerea d’altura. I nuovo aeromobili ad ala fissa e rotante verranno testati in battaglia combattendo il terrorismo nel loro primo dispiegamento operativo. La Marina russa ha bisogno di questa esperienza, mentre si progetta la costruzione di una nuova portaerei russa intorno al 2025. “E’ molto probabile che avverrà entro la fine del 2025. Abbiamo tre progetti proposti dal Centro di ricerca Krylov. Nel complesso, non sono male”, aveva detto il Viceministro della Difesa Jurij Borisov alla mostra degli elicotteri HeliRussia-2016 di Mosca. La Russia ha avuto notevole successo nel sviluppare un’avanzata marina oceanica sempre più potente grazie a un arsenale sofisticato. Il dispiegamento dell’Admiral Kuznetsov dimostra una grande capacità di proiezione di potenza che poche altre marine al mondo possono eguagliare.admiral-kuznetsov-russian-navy-su-1642268-2892x1928La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia testa con successo il sistema anti-missile a corto raggio

Andrej Akulov Strategic Culture Foundation 29/06/2016

1Sf66La minaccia della difesa antimissile balistico (BMD) degli USA in espansione negli ultimi due anni ha spinto Mosca ad intensificare gli sforzi per sviluppare un proprio nuovo sistema di difesa missilistica. La Russia crea un’avanzata difesa missilistica per respingere le minacce contemporanee. Il nuovo sistema, che sostituirà l’A-135 Amur, è stato designato A-235. Le forze aerospaziali russe hanno recentemente testato un nuovo missile intercettore a corto raggio (100-1000 km) in un poligono di tiro in Kazakistan. Il test è stato un successo e il bersaglio è stato colpito come previsto, ha detto il Tenente-Generale Viktor Gumennij, Vicecomandante delle Forze Aerospaziali russe. Il lancio segna un altro importante traguardo del tentativo di Mosca di rafforzare la sicurezza nazionale. Nell’autunno 2012 le autorità della difesa della Russia dichiaravano che il sistema operativo BMD A-135 Amur riceveva un importante aggiornamento. Il Colonnello-Generale Viktor Esin, ex-Capo di Stato Maggiore delle Forze Strategiche Missilistiche russe, dichiarava che i missili erano stati sostituiti con nuovi dal progetto migliorato. Tutti gli altri elementi del sistema, compresi i componenti di rilevazione e monitoraggio, furono anche rinnovati. Nella fase iniziale il sistema difenderà Mosca e il distretto industriale centrale contro un attacco nucleare limitato. Più tardi sarà la base per un sistema di difesa aerospaziale integrato a più stadi di tutto il Paese. Il sistema utilizzerà diversi tipi di missili per avere la capacità di distruggere le testate in arrivo a lunghe distanze e ad altitudini elevatissime quasi orbitali.
L’A-235 disporrà di tre tipi di missili: a lungo raggio, basato sul 51T6 e capace di distruggere bersagli a 1500 km di distanza e a quote fino a 800 km; a medio raggio, aggiornamento del 58R6 progettato per colpire bersagli fino a 1000 km di distanza e a quote fino a 120 km; a corto raggio 53T6M o 45T6 (basato sul 53T6)), con gittata di 350 km e quota massima di 50 km. “Composizione e caratteristiche tattiche del sistema di difesa missilistico russo permettono di scoraggiare un attacco missilistico nucleare e di aumentare la soglia della rappresaglia nucleare e della sopravvivenza delle massime autorità governative e militari, sviluppando scala, concetto e obiettivo di un attacco utilizzando sistemi di raccolta delle informazioni ad alta precisione ed immuni da disturbi”, dichiarava il Ministero della Difesa. Ci sono due grandi differenze dall’A-135. La primo è che l’A-235 utilizzerà testate convenzionali ad alto esplosivo e ad energia cinetica, piuttosto che nucleari. Diminuendo notevolmente costo e complessità del sistema, ed anche le esigenze infrastrutturali, non essendo più necessario garantire un’adeguata sicurezza alle armi nucleari. Con velocità stimata a 10 km al secondo, un intercettore a combustibile solido probabilmente non avrà per nulla bisogno di esplosivo. Una testata cinetica si basa sull’alta velocità per infliggere il massimo danno. Questo è di fondamentale importanza, mostrando che la Russia possiede la tecnologia all’avanguardia che permette di evitare possibili perdite tecniche ed umane che deriverebbero dalle radiazioni di un’esplosione nucleare. La seconda differenza è che l’A-235 sarà mobile. Ciò significa che il sistema avrà più flessibilità dell’A-135 basato sui siti fissi dei silos. La mobilità dell’A-235 significa che può essere schierato in qualsiasi luogo della Russia. La geopolitica attuale suggerisce che tali postazioni potrebbero includere non solo isole e arcipelaghi dell’Artico (dove un sistema BMD potrebbe facilmente abbattere i missili dei sottomarini lanciamissili della NATO in fase di decollo), ma anche al di fuori dei confini, nei territori di Stati amici. Questo fatto è un punto di svolta, dimostrando che il sistema di difesa missilistico russo può facilmente annullare qualsiasi vantaggio dei sistemi statunitensi stazionati in Polonia, Romania o altrove.
Comprensibilmente, molti aspetti degli sforzi della difesa antimissile russa e statunitense sono ancora classificati, ma non è l’attenzione per i dettagli tecnici l’importante. Nel 2002 gli USA si ritirarono unilateralmente dal trattato sui missili anti-balistici (ABM), pietra angolare del processo di controllo degli armamenti. L’unica ragione per cui il trattato ABM fu firmato e ratificato era la capacità dell’URSS d’implementare sistemi di difesa missilistica efficaci. Il ritiro degli Stati Uniti dal trattato fu guidato dall’ipotesi arrogante dei loro capi che gli Stati Uniti potessero lanciare una nuova corsa agli armamenti nucleari senza alcun Paese in grado di contrastarli. Una volta che la Russia dimostra la capacità di disporre di una nuova generazione di sistemi strategici anti-balistici, tale ipotesi non regge più. Evidentemente, la sicurezza degli Stati Uniti s’è ridotta da quando abbandonarono il trattato ABM. Dopo la dissoluzione dell’URSS, l’ex-presidente degli Stati Uniti Richard Nixon osservò che gli Stati Uniti avevano vinto la guerra fredda, ma non la pace. Da allora, tre amministrazioni statunitensi di entrambi i partiti politici non furono all’altezza del compito. Al contrario, la pace sembra sempre più lontana con le minacce alla sicurezza degli Stati Uniti che si moltiplicano, come il regime di controllo degli armamenti sull’orlo del collasso. Anche il presidente Obama ha omesso di affrontare efficacemente il problema. Ora la nuova amministrazione degli Stati Uniti, eletta a novembre e che andrà in carica nel gennaio 2017, dovrà decidere. La scelta è procedere nella corsa agli armamenti non controllata o aderire al trattato antimissile balistico per dare al processo sul controllo degli armamenti una possibilità. La palla è agli Stati Uniti.

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.53t6L’ICBM pesante Sarmat
South Front, 2/7/2016

sarmat_satan_soha.vn4-af6b2Anche se questo sistema d’arma è ancora attualmente “sotto il radar” dei media occidentali, si può stare certi che una volta che inizierà i test sarà esibito quale prima prova dell’accusa propagandistica occidentale sull'”aggressione russa”. Quindi potrebbe essere utile anticipare il consueto sbarramento mediatico illuminando ciò che promette d’essere un sistema d’arma rivoluzionario in grado di modificare l’equilibrio globale del potere.
Il missile Sarmat è classificato come cosiddetto ICBM “pesante”. In conformità con i trattati START, tale designazione è applicata alle armi con gittata intercontinentale e peso al lancio superiore alle 100 tonnellate. Non è la prima arma del genere ad ottenere tale designazione, il precedente ICBM R-36 Voevoda, denominato dalla NATO SS-18 Satan (!), apparteneva a questa categoria e allo stesso modo fu bersaglio della propaganda, perché altrimenti assegnargli un nome in codice del genere? L’URSS non fu l’unico Paese a schierare tali armi. Le forze strategiche degli Stati Uniti ebbero gli ICBM Titan per diversi decenni. La controversia associata agli ICBM pesanti pone naturalmente la domanda: perché preoccuparsene? Quali missioni dovevano compiere? Nel caso russo, comunque, gli ICBM pesanti giocano un ruolo specifico, essendo la punta di lancia della deterrenza nucleare strategica. La loro capacità di distruggere obiettivi pesantemente difesi o protetti, anche da sistemi di missili anti-balistici, garantisce al resto della forza deterrente di sopravvivere. Anche se l’R-36 ha trascorso la maggior parte della vita operativa sotto il regime del trattato ABM, si ricordi che fu progettato con il presupposto che gli Stati Uniti avessero ampiamente implementato sistemi ABM, e gli ICBM pesanti sovietici inoltre motivarono gli Stati Uniti, nei primi anni ’70, a comprendere che i missili sovietici bastavano a rendere qualsiasi sistema difensivo statunitense irrilevante. Un singolo R-36 rappresentava, dopo tutto, una rapida salva di 10 testate che alcun sistema ABM poteva sperare di contrastare. Fu la consapevolezza che i sistemi ABM erano costosi, destabilizzanti e infine inutili, a completare la dottrina della “distruzione reciproca assicurata”.
Il Sarmat è il figlio dell’era post-trattato ABM, da cui gli USA si ritirarono nel primo mandato dell’amministrazione di George W. Bush, la cui priorità principale, prima che fosse accantonata dagli attacchi terroristici dell’11 settembre, fu la militarizzazione dello spazio, fino al punto di fare “dell’ultima frontiera” una riserva militare degli Stati Uniti. La funzione del Sarmat è tanto politica quanto militare, dovendo inviare il messaggio che, alla fine, gli Stati Uniti starebbero meglio seduti al tavolo delle trattative creando un nuovo quadro multilaterale di sicurezza collettiva, che perseguendo l’impossibile sogno unilaterale del “dominio ad ampio spettro”. Dato che le tecnologie della difesa missilistica degli Stati Uniti si sono evolute negli ultimi decenni, il Sarmat sarà anche un importante progresso dal Voevoda. Invece di presentare al sistema ABM una rapida successione di bersagli con l’obiettivo di saturarne le difese, il Sarmat è più sottile. L’approccio al compito d’invalidare l’opposta difesa missilistica è costituito da una combinazione di fattori, comprendenti l’utilizzo di varie traiettorie, non solo quella polare, verso il continente nordamericano, grazie ai potenti motori del missile e al carico di carburante sufficiente a rappresentare la maggior parte delle 170 tonnellate del missile. Può anche impiegare traiettorie suborbitali riducendo notevolmente il volo, e quindi anche i tempi di reazione. Il carico di 10 tonnellate comprenderà velivoli ipersonici notevolmente più difficili da intercettare, oltre a testate standard e naturalmente esche. Infine, per garantirne la sopravvivenza, il tempo di preparazione al lancio sarà solo di 1 minuto, riducendo notevolmente la probabilità di essere colpito a terra da un primo attacco nemico. Il Sarmat è un sistema d’arma ad alta priorità il cui calendario non ha subito ritardi significativi. Il suo test iniziale è programmato al più tardi entro il 2016, con l’operatività entro e non oltre il 2018, sostituendo tutti i missili R-36M ancora in servizio entro il 2020.
La reazione iniziale del “mondo libero” sarà probabilmente la solita raffica propagandistica che segue inevitabilmente ogni iniziativa internazionale russe anche se, come negli anni ’70, sarà seguita da una risposta occidentale più costruttiva contribuendo a ripristinare un senso di sicurezza e stabilità globali.55b10716c4618864648b4590Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

IL PRIMO RAGGIO

L’arsenale strategico di Mosca 1943-2013
(Nuova edizione)

Alessandro Lattanzio, 2015, p. 241, € 20,00
Anteo Edizioni

ilpraggio3Descrizione: Il testo ricostruisce la genesi e lo sviluppo dell’arsenale strategico sovietico e russo, tracciando per sommi capi la storia dell’Unione Sovietica e della Federazione Russa quale superpotenza mondiale, descrivendo gli strumenti e la strategia che permisero a Mosca di svolgere il ruolo di primo concorrente ed avversario degli Stati Uniti d’America nella seconda metà del XX° secolo e all’inizio del XXI° secolo. È poco nota, infatti, la storia del programma atomico sovietico, solo recentemente resa pubblica in Italia anche dalla pubblicazione del lavoro dello storico russo Roy Medvedev.
L’URSS, benché devastata dall’aggressione nazista del 22 giugno 1941, nell’arco di quattro anni riuscì a colmare il gap tecnologico-nucleare con gli USA. Difatti, nell’agosto 1949 venne fatto esplodere il primo ordigno atomico sovietico, mentre nel 1954 esplodeva la prima bomba termonucleare, battendo gli USA nella corsa alla superbomba ad idrogeno. In seguito, Mosca puntò sui missili balistici intercontinentali quali vettori strategici principali del proprio arsenale strategico, al contrario di Washington, che invece puntò sui bombardieri strategici. Infine, neanche il gap tecnologico tra USA e URSS nel settore dei sottomarini lanciamissili balistici, potè perdurare oltre un lustro.
L’arsenale strategico-nucleare della Federazione Russa, oggi, è la principale eredità dell’era sovietica di Mosca, ed è grazie a questa eredità che la Russia di Putin riconquista il suo ruolo di potenza mondiale.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Segui assieme ad altri 2.289 follower