Mantenere il complesso militare-industriale

Jonathan Marshall, Consortium News, 1 febbraio 2016

Poiché aveva comandato le forze alleate nella seconda guerra mondiale, il presidente Eisenhower capì gli eccessi dell’industria bellica e avvertì gli statunitensi sui pericoli del complesso militare-industriale, una forza che continua a dirottare decine di miliardi di dollari delle tasse, come Jonathan Marshall spiega.1027104732La macchina delle acquisizioni militari statunitense può essere l’unico sistema di trasferimento di ricchezze di maggior successo mai concepito, passa decine di miliardi di dollari ogni anno dai contribuenti ordinari alle tasche dei grandi appaltatori della difesa e dei loro alleati nel Congresso. Ma come fornitore di equipaggiamenti per difendere gli Stati Uniti dalle minacce realistiche, è sempre più disfunzionale ogni anno che passa. I piani dell’attuale amministrazione chiamano a spendere un trilione di dollari nei prossimi 30 anni per “modernizzare” l’arsenale nucleare degli Stati Uniti per combattere una guerra inutile che potrebbe decimare le principali civiltà del mondo. Allo stesso tempo, il Pentagono chiede ancor maggiori somme per ammodernare i sistemi d’arma convenzionali più adatti ai conflitti Est-Ovest degli anni ’50 rispetto alle schermaglie di oggi con gli insorti in Medio Oriente, Asia e Africa. La spesa per i principali programmi di acquisizione militare balzano del 23 per cento, tenuto conto dell’inflazione, dall’anno fiscale 2015 a quello 2022. Peggio ancora, Congresso e amministrazione spendono molto di quel denaro in armi che nemmeno funzionano, come viene pubblicizzato. Uno dei più grandi piloti delle nuove acquisizioni è l’F-35 Joint Strike Fighter. L’aereo è troppo costoso e sofisticato per semplici bombardamenti in Siria o Afghanistan, ma anche storpio nei duelli aerei contro i caccia più avanzati di Russia e Cina. Ma è ideale a un solo scopo: col costo totale del programma che si proietta oltre il trilione di dollari, tale programma non mancherà di tenere a galla Lockheed Martin e subappaltatori in 46 Stati per almeno i prossimi vent’anni. Al programma F-35 sono stati assegnati più di 12 miliardi di dollari da un disegno di legge omnibus passato al Congresso a dicembre per l’anno fiscale 2016. Il denaro dovrebbe comprare 68 aerei, oltre ai 44 acquistati nell’anno fiscale 2015. Con l’intero programma, il Pentagono prevede di acquisire più di 2400 aerei. Il programma F-35 ha subito innumerevoli intoppi dal 2001. Per il New York Times, “Il programma è in ritardo di sette anni, i costi sono saliti alle stelle e le sopracciglia s’inarcano dopo che un prototipo è stato battuto da un vecchio F-16 in un dogfight simulato all’inizio dello scorso anno“. I critici notano che l’aereo è stato messo a terra per problemi di sicurezza, di software o altri, tra cui la tendenza a prendere fuoco sulla pista, 13 volte dal 2007. L’ultimo problema tecnico l’eccesso di peso del casco, costato 400000 dollari, che può causare fatali colpi di frusta ad alcuni piloti. Finché non sarà riprogettato, i piloti di peso inferiore a 65 kg staranno a terra. Lo scorso anno, lo stesso casco non era ancora capace di permettere ai piloti di distinguere aerei amici da quelli nemici, capacità piuttosto cruciale quando appaiono come puntini su uno schermo radar al di là del campo visivo. La stabilità dei motori degli aerei è stata valutata “estremamente scarsa” e altri sistemi chiave erano inaffidabili.
HMDS-F35Nella migliore delle ipotesi… faremo decollare un aereo instabile che non può eseguire molte missioni fondamentali per anni“, ha detto Jackie Speier, congressista democratica della California, la scorsa estate. “Nel peggiore dei casi, farà male alla gente o lo terremo a terra nell’hangar spendendo miliardi per l’aggiornamento“. Un pilota collaudatore che ha pilotato l’F-35 nei combattimenti aerei simulati, nel gennaio 2015, contro un vecchio (e molto più conveniente) F-16D, ha riferito che il maledetto aviogetto era incapace di superare l’F-16 nel dogfight. Cosa vera anche se il test era truccato, appesantendo l’F-16 con dei serbatoi di carburante per rallentarlo. Questo risultato ha confermato una simulazione al computer del 2008 degli analisti della RAND, azienda legata all’Aeronautica, riferendo che in un ipotetico conflitto con forze aeree e navali cinesi, l’F-35 verrebbe rapidamente spazzato via. L’ultimo jet degli USA soffre di “accelerazione inferiore, salita inferiore (rateo), virata sostenuta inferiore“, hanno scritto. “Ha anche minore velocità di puntata. Non può virare, salire, correre“. I costruttori dell’F-35 hanno dimostrato la loro superiorità in potenza di fuoco, politica però. Il Center for Responsive Politics ha riferito che nel 2014 il contraente principale dell’aereo, Lockheed Martin, ha distribuito oltre 4,1 milioni di dollari in contributi elettorali, integrati da 7,6 milioni da tre subappaltatori: Northrop Grumman, United Technologies e BAE. Il denaro è stato versato ai membri di Comitato della Camera Servizi Armati, House Appropriations Committee e commissione sugli Stanziamenti del Senato, così come al leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell del Kentucky.
L’F-35 non è l’unica arma malfunzionante del programma di approvvigionamento che drena denaro oggi. Il suo predecessore, l’F-22, s’è dimostrato costoso e sofferente di difetti cruciali ogni 1,7 ore di volo, in media. Anche se volò la prima volta nel 1997, non andò in combattimento che nel 2014, in una missione sulla Siria. Oppure si prenda la Littoral Combat Ship della Marina. Progettata per le missioni costiere, ha uno scafo di alluminio sperimentale che potrebbe essere vulnerabile a mare mosso e fondersi a temperature elevate (ad esempio causate da un attacco missilistico o una bomba). Nessuno lo saprà di sicuro, almeno fino al 2018, ma nel frattempo 24 navi sono state costruite o sono in costruzione. Il segretario alla Difesa Ashton Carter ha chiesto tagli al programma, ma la Marina è in aperta rivolta. Ma non si applauda la leadership civile del Pentagono che rapidamente risponde alla Marina. Carter vorrebbe utilizzare parte dei risparmi del programma navale per comprare più jet da combattimento F-35.F351

Il Pentagono ha speso 51 miliardi di dollari in progetti inutili
Ridus Fort Russ 1 febbraio 20161311476145772798383Washington ha steso l’elenco dei programmi militari irrealizzati costati enormi perdite finanziarie al ministero della Difesa. Gli Stati Uniti hanno stimato le enormi perdite del bilancio nei programmi militari mai completati. Arricchendo le aziende belliche ma senza essere utili all’esercito per le carenze del sistema del bilancio per le spese sui programmi. “Secondo il rapporto del Centro di studi strategici e internazionali degli Stati Uniti d’America, da inizio millennio Washington ha speso 51,2 miliardi di dollari in 15 programmi tecnologici militari abbandonati col sequestro del budget militare”, riferisce l’edizione statunitense di Business Insider. Come è stato affermato ai giornalisti dall’ex-segretario alla Difesa Robert Gates, una riduzione della spesa militare è attualmente la peggiore minaccia alla difesa statunitense.future-combat-systems18,1 miliardi di dollari furono spesi per i misteriosi “sistemi di combattimento futuri”, tra cui la produzione di nuovi veicoli da combattimento previsti per l’esercito, ma di cui infine le truppe non videro altro che prototipi.fort_sill_tanks_10_by_falln_stockUn tentativo di creare un veicolo di combattimento per il Corpo dei Marines finì male: il programma costò 3,3 miliardi. Lo stesso per l’obice semovente XM2001 Crusader (2,2 miliardi).0521439Al secondo posto nella lista delle spese c’è l’elicottero RAH-66 Comanche. Il suo sviluppo costò 7,9 miliardi di dollari. Come nel primo caso, l’esercito statunitense non ebbe il velivolo multiruolo da ricognizione e attacco promesso.csar-x-combat-rescue-helicopterFinì in un fallimento lo sviluppo dell’elicottero presidenziale VH-71. In questo caso 3,7 miliardi del bilancio furono sprecati. 200 milioni furono sprecati per creare l’elicottero di soccorso e altro mezzo miliardo per sviluppare un elicottero da ricognizione.noaa-18poesIl sistema satellitare nazionale operativo su orbita polare per il monitoraggio ambientale è nella terza posizione. Il suo sviluppo costò 5,8 miliardi di dollari. Un altro mezzo miliardo fu speso per un sistema a raggi infrarossi spaziale, progettato per l’allarme precoce sui lanci di missili balistici.airborne-laserLa creazione di sistemi laser a bordo di aerei al bilancio degli Stati Uniti costò 5,2 miliardi di dollari.765Inoltre, il Pentagono si rifiutò di sviluppare il velivolo multiruolo da controllo e coordinamento E-10 (1,9 miliardi).767 Italian Tanker and B-52 1/23/2007Un altro centinaio di milioni fu speso per creare un bombardiere di prossima generazione.cgxSoldi del bilancio furono sprecati anche dall‘US Navy. Il progetto per lo sviluppo di veicoli subacquei avanzati per le forze speciali fallì. Il progetto costò 0,6 miliardi di dollari. Il piano per creare il futuro incrociatore CG (X) (da 0,2 miliardi di dollari) non fu neanche avviato. Nonostante gli Stati Uniti abbiano sempre tagliato i finanziamenti ai propri programmi militari, Washington ha accettato di spendere 300 milioni di dollari per l’esercito ucraino. Il senatore John McCain, commentando la decisione, ha detto che le forze armate ucraine non hanno nulla per opporsi ai militari delle Repubbliche Popolari del Donbas, quindi Kiev ha necessità di ulteriori finanziamenti.Handout photo of workers on the moving line and forward fuselage assembly areas for the F-35 JSF at Lockheed Martin Corp's factory located in Fort Worth, TexasTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Perché gli Stati Uniti hanno deciso di distruggere il FMI?

Valentin Katasonov, Strategic Culture Foundation 26/01/2016

IMFCome sappiamo, lo scorso dicembre il Fondo monetario internazionale, su pressione del principale azionista, gli Stati Uniti, ha cambiato le regole importanti che ne governano le operazioni. D’ora in poi il FMI può continuare a lavorare con i Paesi che per un motivo o un altro non rispettano gli obblighi coi membri del fondo (i creditori ufficiali). Per sette decenni il FMI ha servito non solo come prestatore internazionale, ma anche e soprattutto come garante di ultima istanza dei prestiti che certi Stati membri davano ad altri. Nel 1956, i maggiori Paesi creditori crearono il Club di Parigi, un’organizzazione internazionale informale che, insieme al Fondo monetario internazionale, doveva garantire il rimborso di prestiti e crediti emessi dai creditori ufficiali (sovrani). Ma il Fondo monetario internazionale rimase l’ultima “linea di difesa”. Se il beneficiario di un prestito sovrano rifiutava di effettuare i pagamenti, il FMI avrebbe rotto tutte le relazioni col piantagrane e il Paese sarebbe diventato un paria nel mondo della finanza internazionale. Tale meccanismo proteggendo gli interessi dei creditori ufficiali lavorò abbastanza agevolmente fin quando era necessario per gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali, i creditori ufficiali primari nel mercato finanziario globale. Sono ancora i principali istituti di credito dei Paesi in via di sviluppo di oggi. 304 miliardi di dollari sono dovuti dai Paesi del mondo ai membri del Club di Parigi (al 31 dicembre 2014, esclusi gli interessi), comprendente 20 Stati. Tuttavia, molti altri Stati sono entrati nell’arena della finanza internazionale come finanziatori ufficiali, alla fine del ventesimo secolo. In primo luogo ci sono gli esportatori di materie prime. Dalla fine del secolo scorso, queste nazioni hanno iniziato a stabilire i cosiddetti fondi sovrani, che trattengono i proventi in valuta estera dall’esportazione di petrolio e altre risorse naturali. Questi fondi sono usati per investimenti e prestiti. Ci sono molte decine di fondi sovrani del mondo. I più grandi sono i fondi sovrani di Emirati Arabi Uniti, Norvegia, Arabia Saudita e Quwayt. Secondo le stime più prudenti, ci sono attualmente 6-7 miliardi di dollari di patrimonio in questi fondi sovrani. Seconda è la Cina. La Cina ha le maggiori riserve auree e valutarie, alcune sotto forma di fondi sovrani. I tre principali fondi sovrani cinesi possiedono quasi 1200 miliardi di dollari. Una parte di questi fondi sovrani cinesi passa da alcune delle più grandi banche della Cina, che offrono prestiti internazionali. I crediti emessi da queste banche sono considerati prestiti ufficiali o sovrani. Il prestito internazionale della Cina ha superato il resto del mondo nel 21° secolo. Improvvisamente, la Cina è diventata il più grande creditore ufficiale nel mondo, e nessuno sembrava accorgersene quando tale soglia fu superata. Molti in occidente si agitarono parecchio quando un articolo dal sorprendente titolo “i prestiti della Cina raggiungono nuove vette” apparve sul Financial Times il 17 gennaio 2011. Il giornale calcolò che nel 2009-2010, gli istituti di credito di proprietà dello Stato cinese, la Banca di sviluppo della Cina e l’Export-Import Bank of China, emisero almeno 110 miliardi di dollari in prestiti a vari Stati e società dei Paesi in via di sviluppo. E questo dato include solo i prestiti ufficialmente confermati dai cinesi e/o dai destinatari dei fondi. Il Financial Times ritiene che il totale effettivo dei prestiti ufficiali della Cina potrebbe essere notevolmente più elevato. In confronto, il quotidiano citò un altro dato: tra la metà del 2008 e la metà del 2010, la Banca Mondiale fornì solo 100,3 miliardi di dollari ad altri Paesi (approssimativamente gli stessi clienti della Cina). Ma ben presto il Financial Times dimenticò questa bomba. L’occidente non ha nulla da guadagnare richiamando l’attenzione su questi fatti, non vuole riconoscere che è stato battuto nel mercato del credito internazionale. Né la Cina vuole della pubblicità inutile che potrebbe impedirle l’ampliamento dei prestiti, il cui successo è in gran parte dovuto al fatto che essa fornisce prestiti per investimenti ufficiali a condizioni sostanzialmente più favorevoli di quelle offerti da FMI, Banca Mondiale o membri del Club di Parigi. I prestiti cinesi spesso non maturano alcun interesse. Gli esperti occidentali chiamano questo “credito” dumping dalla Cina. I prestiti cinesi sono principalmente volti ad avere il controllo sulle fonti di materie prime e di energia nei Paesi asiatici, africani e dell’America latina. Una volta che i progetti d’investimento terminano, i prestiti sono spesso rimborsati utilizzando petrolio e altre risorse naturali. Il prestito di Pechino si espande anche attraverso lo sviluppo delle infrastrutture dei trasporti necessarie per importare ed esportare merci da e verso la Cina. Ciò include la vasta gamma di progetti d’investimento dell’iniziativa della Nuova Via della Seta. E in ultima analisi, le banche di sviluppo cinesi ampliano le esportazioni di apparecchiature sofisticate (ad esempio, macchine per centrali elettriche) e i crediti all’esportazione sono ampiamente utilizzati per questo.
La Cina è da tempo il principale partner commerciale di molti Paesi in via di sviluppo. Ad esempio, nel 2014 la Cina ha avuto 166 miliardi di dollari di scambi con i Paesi dell’Africa. Solo tra il 2001 e il 2010, la Cina ha dato ai Paesi africani 62,7 miliardi di dollari di prestiti tramite l’Export-Import Bank. Questi sono più del totale di 12,5 miliardi di dollari di crediti che la Banca mondiale concesse a quei Paesi. Un quadro simile può essere visto in America Latina. L’Export-Import Bank of China ai primi del 2016 aveva un portafoglio di 520 miliardi di yuan (79 miliardi di dollari) in prestiti esteri forniti nell’ambito del megaprogetto della Via della Seta. I prestiti sono destinati a finanziare circa 1000 progetti infrastrutturali in 49 Paesi nel Mondo. Un altro esempio. Durante i due giorni del Forum sulla cooperazione Cina-Africa tenutosi a Johannesburg nel dicembre 2015, il presidente cinese Xi Jinping dichiarò che Pechino prevede di fornire 60 miliardi di aiuti finanziari ai Paesi dell’Africa. Parte di questi saranno prestiti a zero tassi d’interesse. Ora torniamo al punto di partenza, i cambiamenti nelle regole del Fondo Monetario Internazionale.
Nella maggior parte dei Paesi Washington ha perso la posizione di creditore principale. La Cina prende il sopravvento ovunque. Da diversi anni, lo zio Sam è alla ricerca di un modo per combattere l’espansione del credito cinese. Il principale azionista del FMI ha a lungo nutrito il sogno di cambiare le regole del Fondo monetario internazionale, legittimando il default sovrano e privando il fondo del ruolo di garante dei crediti sovrani. Questo davvero infastidirebbe Pechino, in rappresaglia per la cacciata degli statunitensi da molti Paesi in via di sviluppo. Una volta che un precedente è stabilito in Ucraina (dopo il suo mancato rimborso del credito sovrano della Russia), si possono incoraggiare i Paesi in via di sviluppo ad “irrigidirsi” col loro creditore cinese. E dopo ci si può aspettare che conflitti scoppino tra la Cina e i Paesi debitori in via di sviluppo. Questo tipo di “riforma” del FMI gioca col fuoco. Non solo l’esistenza del fondo viene compromessa, ma anche l’intero sistema finanziario internazionale che, dopo aver perso il suo “garante di ultima istanza”, potrebbe improvvisamente implodere. Il comportamento degli Stati Uniti ricorda quello di Erostrato che bruciò il celebre Tempio di Artemide nella sua città per dimostrare il proprio “eccezionalismo”. Per settanta anni il Fondo Monetario Internazionale aveva lo stesso significato per lo zio Sam del Tempio di Artemide per i residenti di Efeso nella Grecia antica. Il 20 gennaio il FMI ha abolito quello che era noto come “esenzione sistemica”, principio adottato nel 2010 che permise al fondo di dare prestiti ai Paesi con debiti insostenibili, se vi era la minaccia che la loro crisi contagiasse le economie limitrofe. Tale decisione ha reso la politica del FMI ancora più confusa. Gli esperti non sono d’accordo su come l’abolizione dell’“senzione sistemica” influenzerà la collaborazione del FMI con l’Ucraina.Opening_pres Xi_01Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Etiopia: campo di battaglia tra Stati Uniti e Cina in Africa?

Eric Draitser, Gianalytics, 18 gennaio 2016

Mentre la storia della penetrazione economica e politica della Cina di Africa è raccontata innumerevoli volte da molti analisti, pochissimi parlano della questione delle mosse e contromosse tra Stati Uniti e Cina.

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

Il Premier cinese Li Keqiang e il Presidente etiope Mulatu Teshome

All’inizio del mese, il Washington Post ha confermato che le forze armate degli USA avevano chiuso la base dei droni di Arba Minch, nel sud dell’Etiopia. Mentre c’era qualche cenno della chiusura nei media corporativi, nessuno ha fornito il tanto necessario contesto geopolitico e strategico per comprendere il vero significato della chiusura della base degli USA. Invece, la maggior parte dei media si concentra sulla ridistribuzione delle basi degli Stati Uniti su altre parti dell’Africa, o addirittura oltre il continente africano. Tuttavia, la vera storia è rimasta completamente occultata. E qual è esattamente “la vera storia”, ci si chiede? In poche parole, la chiusura della base statunitense è solo l’ultimo capitolo della partita a scacchi geopolitica tra Stati Uniti e Cina, che vede l’Africa di gran lunga il terreno più contestato. Ma è proprio questo il problema da inquadrare e, visto sotto questa luce, è del tutto ragionevole interpretare la mossa degli Stati Uniti della chiusura della base dei droni in Etiopia, motivata meno da esigenze tattiche e militari che da considerazioni politiche.

Cina ed Etiopia: un partenariato nascente
ETHIOPIA-ADDIS ABABA-CHEN DEMING-CHINA-SIGNNING CEREMONY Mentre la Cina ha ampliato la propria impronta africana, l’Etiopia è diventata sempre più importante dal punto di vista di Pechino. Vista come sbocco per le esportazioni a basso prezzo ed enorme potenziale per gli investimenti, l’Etiopia ora figura al centro dei piani della Cina per il Corno d’Africa e per il continente in generale. Infatti, le statistiche mostrano quanto sia importante l’Etiopia. Secondo la Banca Mondiale, l’Etiopia è l’economia che cresce più velocemente nel mondo, per PIL. Mentre va notato che il PIL non è una misura del miglioramento economico effettivo della maggioranza dei cittadini che vivono ancora nella povertà più abietta, in generale indica la crescita dell’economia nel complesso. Ed è proprio la crescita del PIL (tasso di crescita annuo del PIL composto 2014-2017 + 9,70%), e il potenziale di crescita futura che attirano gli investitori e lo Stato cinesi. Come David Shinn, ex-ambasciatore in Etiopia, osservò nell’aprile 2015: “L’influenza cinese in Etiopia oggi è uguale o rivaleggia con quella di qualsiasi altro Paese, compresi gli Stati Uniti… La leadership del governo del FDRPE (Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope) dà certamente l’impressione di essere più a suo agio con lo stile e la leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) che con leadership e partiti di governo dei Paesi occidentali, compresi gli Stati Uniti. Il FDRPE e il PCC si scambiano spesso visite e hanno anche formalizzato la loro interazione. Mentre il FDRPE ha rapporti con alcuni partiti politici occidentali, non è certo che siano più vicini quanto il PCC… A livello politico, Cina ed Etiopia si sostengono. Il Parlamento etiope ha approvato una risoluzione a sostegno della legge antisecessione della Cina. L’Etiopia s’è unita ad altri Paesi africani nel fermare le risoluzioni nella Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che censurano le pratiche sui diritti umani in Cina. L’ex-primo ministro Meles Zenawi (sic) dichiarò con enfasi che il Tibet è una questione interna e gli estranei non hanno alcun diritto di interferire… Sempre più spesso l’Etiopia vede la Cina come alternativa all’occidente e, in particolare, alle condizioni politiche occidentali”. Quest’ultima frase è particolarmente rivelatrice racchiudendo perfettamente il maggiore sviluppo nel Corno d’Africa negli ultimi dieci anni, in cui l’ex-affidabile Stato cliente degli USA, l’Etiopia, è sempre più contestato. Quando il Primo ministro cinese Li Keqiang visitò l’Etiopia nel 2014 si portò con sé un vero cenacolo di imprenditori e ministri del governo pronti a firmare una serie di accordi di partnership, 16 per l’esattezza. Questi accordi includsero massicci accordi infrastrutturali e di sviluppo della cooperazione, anche per la costruzione di strade e zone industriali. Infatti, secondo l’Heritage Foundation e l’American Enterprise Institute, l’investimento totale della Cina in Etiopia è quasi 17 miliardi di dollari, con la maggior parte degli investimenti nei settori dei trasporti, infrastrutture, energia e tecnologia. Tali ampi investimenti in settori economici cruciali illustra perché la Cina è vista come necessario e vitale contrappeso economico e politico (e presto militare?) all’egemonia statunitense nel Corno d’Africa. Ad esempio, alcuni dei progetti di massimo profilo in Etiopia sono finanziati e costruiti dai cinesi: il Progetto ferrotramviario da Addis Abeba (AALRT) da 475 milioni, la diga Baro Akobo da 583 milioni, il quartier generale dell’Unione africana da 200 milioni di dollari, tra molti altri. Ma al di là dei progetti comuni già materializzati, i cinesi tracciano l’impegno economico a lungo termine in Etiopia, avendo definito il Paese come “Zona di cooperazione economica” nel continente africano. Secondo l’esperta di fama mondiale sugli investimenti cinesi in Africa, Deborah Brautigam (American University), con il collega Tang Xiaoyang (New School for Social Research), notò nella critica allo studio del 2011 Shenzhen africana: zone economiche speciali della Cina in Africa: “Da tutti i resoconti, il governo cinese ha adottato ‘molti’ atteggiamenti nei confronti delle politiche su queste zone africane. Non siamo riusciti a trovare alcuna prova o anche voci di condizioni o inganni imposti ai governi ospitanti dal governo cinese in cambio dello sviluppo delle zone. Mentre il governo cinese ha giocato un ruolo diplomatico e i leader cinesi hanno visitato alcuni (ma non tutti) i Paesi della zona che ospitano, le nostre interviste chiariscono che le aziende cinesi, con il sostegno delle loro ambasciate, hanno il comando dei negoziati con i governi ospitanti su particolari incentivi e responsabilità, in particolare nella costruzione di infrastrutture… Perché queste zone pilota sono importanti anche politicamente per il governo cinese e i padroni di casa africani, alcuni dei quali, come l’Etiopia, hanno comitati di coordinamento bilaterali con rappresentanti ufficiali di entrambi i governi e che operano a livello strategico”. (P. 35, 37)
Il brano qui sopra dimostra due elementi assolutamente essenziali del rapporto Cina-Etiopia, e in effetti della partnership della Cina con le nazioni africane in generale. Prima di tutto, come Brautigam e Xiaoyang notano, Pechino non impone condizioni all’Etiopia, o qualsiasi governo africano, nella partnership con la Cina per la “zona economica speciale”. Questo è in netto contrasto con Stati Uniti e Unione europea che, molto spesso attraverso la Banca Mondiale e/o Fondo monetario internazionale (FMI), subordinano aiuti e investimenti a determinati criteri dettati da Stati Uniti o UE stessi. La storia degli “aiuti” all’Africa dell’occidente è lunga e sordida, e non c’è dubbio che i governi africani apprezzino la Cina che dispone di un modello economico sostanzialmente diverso. In secondo luogo, il fatto che ci sia una commissione bilaterale di coordinamento comprendente i rappresentanti dei governi cinese e etiope illustra il semplice punto che l’Etiopia vede con chiarezza la Cina come partner a lungo termine piuttosto che investitore a breve termine. In effetti, ciò spicca di fronte alla pretesa comune che l’Etiopia sia ciò che è stata negli ultimi tre decenni, cliente e ascaro degli Stati Uniti. Con tale cooperazione, è evidente a tutti che l’Etiopia sempre più cerca ad est lo sviluppo economico. La crescente collaborazione sino-etiope fornisce un diverso tipo di prisma attraverso cui valutare le mosse militari nella regione.

Cina, Stati Uniti e riorganizzazione della Scacchiera Militare
296droneBase28--300x461 E così, la chiusura della base dei droni statunitense di Arba Minch non è una mera mossa militare, anche se considerazioni militari, ovviamente, giocano un ruolo nella decisione di chiudere la base. Piuttosto, gli Stati Uniti riducono la presenza militare in un Paese che riconoscono non essere più loro agente. Ma la domanda resta: la chiusura è causata da considerazioni pratiche (logistica, obiettivi della missione, bilancio, ecc.) o forse Washington non ha più l’appoggio del governo etiope? Considerate le dichiarazioni del sergente maggiore James Fisher, che dopo l’annuncio ufficiale del 2011 secondo cui la struttura dei drone Arba Minch era operativa, affermò succintamente che “(i voli dei droni) continueranno fin quando il governo etiope accetta la nostra cooperazione sui vari programmi di sicurezza“. E così, quattro anni e decine di milioni di dollari dopo, gli Stati Uniti hanno chiuso la base. Come mai? Una conclusione logica basata sulle prove disponibili è che Addis Abeba ha deciso che la crescente partnership con la Cina supera la necessità di cooperare con gli Stati Uniti sui diritti delle basi militari. Non sarebbe la prima volta nella storia che un Paese lascia l’orbita statunitense nel tentativo di rafforzare la cooperazione con la Cina. E qui è necessario notare un altro sviluppo geopolitico cruciale degli ultimi mesi: l’affermazione di Pechino che aprirà la prima installazione militare all’estero nella piccola nazione costiera di Gibuti, situata nello stretto strategicamente vitale di Bab al-Mandab che separa il Mar Rosso da Golfo di Aden e Oceano Indiano. Garantire l’accesso a tale collo di bottiglia globale è essenziale allo sviluppo della Cina con gran parte del commercio, comprese le importantissime esportazioni africane, che attraversa tale stretta via d’acqua. Con una struttura navale a Gibuti, Pechino sarà ben posizionata per proiettare potenza e garantirsi l’accesso senza restrizioni al continente africano e all’Oceano Indiano, a prescindere dai piani degli Stati Uniti. Ma naturalmente gli Stati Uniti non gettano semplicemente la spugna su Gibuti e Corno d’Africa. Non è un segreto che la base di Camp Lemonnier a Gibuti sia una delle strutture più importanti che gli Stati Uniti hanno in qualsiasi parte del mondo, nonostante la retorica di avere “ingombro ridotto” in Africa. Come il segretario alla Difesa Ashton Carter ha descritto, Camp Lemonnier è “un hub con molti raggi oltre il continente e la regione”. Sottolineando il punto del segretario alla Difesa, l’ex-comandante di AFRICOM Carter Ham spiegò nel 2012 che “Camp Lemonnier è… un punto di partenza essenziale per la proiezione di potenza regionale consentendo operazioni a più commando… I requisiti di Camp Lemonnier quale luogo chiave per la sicurezza nazionale e la proiezione di potenza lo supportano”. Il reporter investigativo Nick Turse inoltre osservò che “le operazioni dei droni (degli Stati Uniti) sono passate da (Camp Lemonnier) al più remoto Chabelley Airfield”. Essenzialmente, mentre la Cina fa una mossa a Gibuti, gli Stati Uniti rapidamente reimpostano le azioni nel Corno d’Africa tentando di contrastare ciò che percepiscono come crescente invasione cinese della sfera d’influenza degli Stati Uniti.
Anche sui mari questa partita a scacchi Cina-USA prende forma. Centinaia di miglia al largo delle coste africane, le isole Seychelles sono teatro della competizione tra Stati Uniti e Cina. Nel 2011, si seppe della proposta del governo delle Seychelles di fornire diritti alle navi da guerra cinesi per i rifornimenti di carburante. Mentre l’accordo fu considerato assai preliminare, evidenziò la crescente concorrenza tra le due potenze, in particolare dopo che, nello stesso anno, i cablo di Wikileaks rivelarono che le Seychelles erano utilizzate dagli Stati Uniti per condurre operazioni antiterrorismo in Somalia con i droni. Come il Washington Post riportò, le Seychelles “ospitano una piccola flotta di droni MQ-9 Reaper di US Navy e Air Force, dal settembre 2009… i cablogrammi diplomatici classificati degli USA dimostrano che i velivoli senza pilota hanno inoltre condotto missioni di controterrorismo in Somalia, circa 800 miglia a nord-ovest“. Proprio come ha fatto di recente a Gibuti, sembra che la Cina sfidi l’egemonia militare statunitense in Paesi chiave e nel Corno d’Africa, anche sui mari. Ma mentre Gibuti e Seychelles sono Paesi molto piccoli la cui importanza primaria è la posizione strategica, l’Etiopia è un importante premio economico per Pechino. Tale è la natura mutevole dell’impegno cinese in Africa. Gli osservatori geopolitici ora si chiedono se la vera questione non sia la Cina che sfida gli Stati Uniti nel posizionamento militare, ma quanto velocemente intende farlo? L’Etiopia è innegabilmente un nesso importante per la Cina, allo stesso tempo è un’opportunità economica e una necessità strategica. La chiusura di Washington della sola base in Etiopia potrebbe essere proprio la prova che il governo etiope riconosce anche questo.

Un-ethiopia

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il Congresso degli Stati Uniti suo malgrado approva la riforma del FMI

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.asia-2015-10-money-rmbApparentemente il 2015 segna l’inizio della rivoluzione in seno al FMI. In primo luogo, viene approvata l’inclusione dello yuan nei DSP, il paniere di valute create nel 1969 per integrare le riserve ufficiali dei Paesi membri. E ora, grazie all’approvazione del Congresso, il FMI potrà finalmente attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza, dove Cina e altre potenze emergenti aumentano il peso sul processo decisionale, mentre i Paesi dell’Europa continentale perderanno rilevanza. Tuttavia, è ancora prematuro concludere che ci sia un cambio radicale dell’equilibrio di potere nel Fondo monetario internazionale: gli Stati Uniti manterranno il potere di veto.
Gli Stati Uniti sembrano aver finalmente capito che per mantenere la leadership globale è controproducente ignorare il ruolo crescente della Cina e delle altre potenze emergenti, nel condividere la responsabilità della gestione della finanza internazionale. Perciò, e molto a malincuore, Washington non ha avuto altra scelta che concedere maggiori concessioni agli avversari sul Fondo monetario internazionale (FMI). In un primo momento, l’ultima settimana di novembre, il FMI decise d’includere lo yuan nei Diritti speciali di prelievo (DSP), il paniere di valute creato alla fine degli anni ’60 per integrare le riserve ufficiali dei suoi membri. Anche se nel fondo diversi funzionari statunitensi erano contrari fin dall’inizio, alla fine Pechino si è impegnata a ulteriori progressi nella liberalizzazione del settore finanziario. Fino ad oggi, la Banca popolare di Cina ha firmato una quarantina di accordi di currency swap bilaterali (“currency swap”). Quest’anno le banche centrali di Suriname, Sud Africa e Cile hanno iniziato a promuovere presso le imprese dei loro Paesi l’abbandono del dollaro. Sempre più spesso la divisa statunitense viene soppiantata dallo yuan nel fatturato commerciale della Cina. Questa strategia ha permesso allo yuan d’essere oggi la seconda valuta più utilizzata nella finanza commerciale e la quarta nei pagamenti internazionali, secondo i dati della Società per le telecomunicazioni finanziarie interbancarie mondiali (SWIFT, nell’acronimo in inglese). E prima o poi la moneta cinese sarà pienamente convertibile, cioè liberamente scambiabile sul mercato senza alcuna restrizione. Ecco come i leader del Partito comunista della Cina sono riusciti ad abbattere i sospetti della direttrice esecutiva del Fondo monetario internazionale, Christine Lagarde: dal prossimo 1° ottobre 2016 lo yuan diventerà la terza valuta più importante nella composizione dei DSP. La “moneta del popolo” (‘RMB’) avrà un peso maggiore nel paniere del Fondo monetario internazionale rispetto a yen giapponese e sterlina inglese, ma comunque meno di dollaro ed euro. E in un secondo tempo, il 18 dicembre, il Congresso degli Stati Uniti dava il via libera al Fondo monetario internazionale per attuare la riforma del sistema delle quote di rappresentanza. Indubbiamente, è il cambiamento più importante in seno al FMI dal 1944, anno in cui Bretton Woods fu costituita. La nuova distribuzione delle quote significa anche un grande sollievo per la legittimità del fondo. Il collasso economico nel 2008 rivelava che il FMI non disponeva delle risorse sufficienti per far fronte alla crisi di liquidità. Alcun Paese sovrano dichiarava l’intenzione di chiedergli aiuto. Il FMI è completamente screditato dalla prestazione nella crisi del debito in America Latina e Sud-est asiatico: s’era dimostrato che operava come braccio armato del Tesoro degli Stati Uniti, non come gestore di fondi multilaterali per stabilizzare gli squilibri dei pagamenti degli aderenti. Pertanto, Dominique Strauss-Kahn, direttore generale del Fondo monetario internazionale nel 2007-2011, convinse i Paesi emergenti a fare nuovi depositi in cambio dell’aumento delle loro quote. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI approvò la proposta nel 2010 nell’ambito della XIV revisione generale delle quote.
L’iniziativa della riforma del Consiglio dei governatori (composto da tutti i membri) fu quindi presentata per l’approvazione finale dei parlamenti nazionali. Ma il governo degli Stati Uniti si propose di porre il veto. Affinché la decisione venisse accettata dal Fondo c’era bisogno dell’85% dei voti, e solo gli Stati Uniti ne hanno il 16,7%. Ma pochi giorni fa, dopo cinque anni di fervida opposizione del Congresso degli Stati Uniti, infine l’inerzia terminava. La riforma del regime delle quote sarà una realtà. Le risorse a disposizione del Fondo monetario internazionale sono duplicate, passando a 659,67 miliardi di euro. Si noti che la quota è assegnata ad un Paese secondo il livello massimo degli impegni finanziari col Fondo monetario internazionale e il potere di voto nell’istituzione, un fattore che decide l’accesso ai finanziamenti del FMI. Il passo più importante per la Cina, i cui diritti di voto aumenteranno da 3,8 a 6%, la terza potenza dopo Stati Uniti e Giappone. Il Brasile sale di quattro posizioni, mentre India e Russia sono riuscite ad entrare nella lista delle dieci più influenti. Invece, l’Europa cede. Fatta eccezione per la Spagna, la cui quota passa da 1,68 a 2%, Germania, Francia, Italia e Regno Unito diminuiscono la loro presenza. “Le riforme aumentano in modo significativo le risorse principali del FMI e ci permettono di offrire una risposta più efficace alla crisi, rafforzando nel contempo la struttura della corporate governance riflettendo meglio il ruolo crescente dei Paesi emergenti e in via di sviluppo nella dinamica dell’economia mondiale“, ha detto Lagarde in comunicato stampa. Tuttavia, purtroppo gli Stati Uniti manterranno il potere di veto: il diritto di voto si riduce di soli due decimi dal 16,7 al 16,5%. Finora sembra che i leader di Pechino non vogliano affrontare il dominio degli Stati Uniti nel Fondo monetario internazionale, istituzione che da più di settanta anni resta il “prestatore di ultima istanza” più importante su scala globale, tenendo conto del volume delle risorse gestite. La disputa tra Cina e Stati Uniti è solo tangenziale. Pechino ha cercato di aumentare la propria leva finanziaria attraverso le sue potenti banche statali (China Development Bank, China Ex-Im Bank, ICBC, Bank of China, ecc.), e attraverso le banche di sviluppo regionale a cui partecipa: la Banca degli Investimenti Infrastrutturali Asiatica (AIIB, nell’acronimo in inglese), Banca della Shanghai Cooperation Organization (SCO, nell’acronimo in inglese) e Banca dei BRICS (acronimo di Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa).
In Asia-Pacifico, Africa e America Latina e Caraibi indubbiamente la Cina compete testa a testa con la Banca Mondiale e le banche di sviluppo regionali sostenute da Washington (Asian Development Bank, Banca africana di sviluppo, Inter-American Development Bank, ecc.) nei progetti di finanziamento di infrastrutture ed estrazione di materie prime (commodities). Tuttavia, i meccanismi di cooperazione finanziaria guidati da Pechino, che forniscono liquidità ai Paesi nei momenti critici (problemi di liquidità), come l’Iniziativa Mai Chiang (che comprende Cina, Giappone, Corea del Sud e le dieci economie dell’ASEAN) e l’Accordo sulle riserve di emergenza dei BRICS (noto anche come “mini-FMI”) hanno limitate risorse monetarie, operano in dollari e dipendono dal sostegno del Fondo monetario internazionale per prestiti oltre un certo limite. Pertanto, mentre è un’ottima notizia per il mondo che Cina e altri Paesi con alti tassi di crescita del Prodotto interno lordo (PIL) siano riusciti ad avere una maggiore presenza nel Fondo monetario internazionale, e due seggi tra i venti del comitato esecutivo, gli Stati Uniti continuano ad esercitare un dominio schiacciante. Se Washington non è d’accordo con qualche dettaglio, per quanto piccolo, è possibile porre il veto su qualsiasi proposta dei Paesi emergenti, grazie al potere di veto. Indubbiamente, a un certo punto, la Cina dovrà fare pressioni per impedire che un solo Paese scriva le regole del gioco, di volta in volta…img2014314682Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi

Aleksandr Drabkin, Pravda 13/11/2015 – Histoire et Societé

La Repubblica popolare definisce gli eventi storici concretamente e pittorescamente, nel 2020 sarà il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi, il Partito comunista cinese celebrerà il suo centenario. I politologi sottolineano che il PCC ritiene la data una pietra miliare di portata globale.Chinese-EconomyUna società dalla “prosperità moderata”
Il risultato del “secolo” sarà il consolidamento della primazia mondiale della Cina per volume della produzione, così viene formulato l’obiettivo del 13° piano quinquennale recentemente approvato al V Plenum del Comitato centrale del PCC eletto al 18° Congresso. Allora la Cina avrà raggiunto lo stadio di “prosperità media”. Tuttavia, sarà ancora superata da numerosi Paesi per volume di PIL pro capite. Questo ritardo sarà superato dal 2049, nel centenario della Repubblica popolare cinese. Possiamo quindi tracciare il bilancio del “secondo secolo”. La propaganda in Cina è organizzata brillantemente. I professionisti delle informazioni dosano sapientemente i commenti. Ciò che conta non sono solo i fatti, ma la psicologia dei fatti è l’unico modo per garantirsi che una tesi politica sia adottata da milioni di persone. E la politica, come Lenin ha insegnato, inizia con milioni. Gli esperti ritengono che il “rodaggio” della propaganda del 13° piano quinquennale, iniziato nel marzo 2015 nel dibattito sugli obiettivi di base della sessione dell’ANP (Assemblea Nazionale Popolare), il parlamento cinese. I problemi non sono stati nascosti: nel 2014 la crescita del PIL era del 7,4%, il tasso più basso in 25 anni. Anche se sembra per molti Paesi “al di là dei sogni”, per la Cina è un segnale di pericolo. La situazione è allarmante, ma non da panico: il rallentamento non è la fine del mondo, ma una difficoltà superabile. La Cina non mette in discussione i principi fondamentali dell’attività economica, non c’è alcun appello isterico a distruggere il potenziale economico vigente. Purtroppo, questo approccio non fu osservato ovunque. In Unione Sovietica, alcuni “alti funzionari” alla fine dell’era Breznev videro una situazione simile quale opportunità per respingere l’essenza dei principi socialisti. Fui incluso in un gruppo di giornalisti ai quali i “compagni responsabili” indicarono la giusta comprensione della vita “in base alle caratteristiche del tempo”. L’attenzione era sul declino della crescita economica, la stessa che affronta la Cina di oggi. Tengo a precisare anche che non si trattava di riduzione della produzione (come nella Russia di oggi), ma del calo del tasso di crescita. In Cina, anche se le difficoltà sono considerate allarmanti, sono ritenute superabili senza conseguenze tragiche. L’Unione Sovietica, che visse per trentacinque anni in condizioni simili, fu oggetto dell’attacco propagandistico alle fondamenta stesse del sistema socialista. Poi apparve chiaro che la propaganda era utilizzata per preparare il cambio del sistema politico.

“Distaccamento speciale” in una “dacia speciale”
I giornalisti accuratamente selezionati avevano una semplice istruzione: dimostrare la necessità di abbandonare il sistema di pianificazione sclerotico e passare a un nuovo modello economico. La “mano invisibile del mercato” avrebbe risolto tutto, era il piano che ostacolava le imprese. Il libero mercato assicurerà la prosperità universale. La formazione non prevedeva un dibattito. I miei colleghi erano lontani dal comprendere il contenuto reale dei compiti assegnati, dietro tale idea c’erano organizzazioni molto serie. Così serie che alcuni dei nostri “maestri” del tempo continuano a brillare sui canali televisivi federali. Quando gli organizzatori del processo di formazione lo considerarono concluso, fu il momento di mostrare i risultati. Feci parte del gruppo “sherpa” responsabile della preparazione alla “dacia speciale” del documento sullo Stato, di particolare importanza. Un compito specifico mi fu assegnato, ma il mio lavoro fu poco convincente nel dimostrare la necessità e l’inevitabilità di sostituire l’economia pianificata col libero mercato. Decisi di parlare con il capo della squadra sull’opportunità di utilizzare un tono meno categorico, mi sembrava che il rallentamento non richiedesse necessariamente un cambiamento del modello economico. Probabilmente era necessario rispettare l’obiettività. Il capo mi guardò come se fossi pazzo, chi parla di obiettività? Tuttavia, scrissi un testo basato sulla mia valutazione della situazione. Di conseguenza, il giorno dopo non fui più nella lista di coloro che lavoravano nella “dacia speciale”. Tuttavia, non vi furono altre conseguenze, la punizione arrivò dopo: mi ritrovai ufficialmente disoccupato. Non so cosa succederà nelle “dacie speciali” della Cina. Ma in primavera, dopo la sessione dell’ANP sui risultati della revisione delle caratteristiche fondamentali del nuovo piano quinquennale, il Premier Li Keqiang ha detto in modo molto chiaro: non era una seduta dal manicure, ma un taglio vivo. E ad ottobre, il Plenum del Comitato centrale del PCC, secondo gli analisti, non tutto fu idilliaco. Forse fu ciò che decise la natura del primo annuncio: subito dopo la fine della riunione plenaria fu annunciata solo l’abolizione della politica del figlio unico. Tutti erano in attesa di cosa avrebbe detto il Segretario generale del Comitato centrale del PCC, il compagno Xi Jinping. E non deluse le aspettative. “Data la necessità di raddoppiare il PIL (rispetto al 2010), la crescita media annua nel 2016-2020 non dovrebbe essere inferiore al 6,5%“, aveva detto il leader cinese tre giorni dopo. In questa breve frase erano espresse molte informazioni importanti, prima gli esperti indicarono la cifra del 7%, e ora la cifra era di mezzo punto percentuale meno; l’obiettivo di raddoppiare il PIL è invariato. Tutto il resto deriva dalla direzione strategica.

Sullo yuan
Puntando a raddoppiare il PIL della Cina nel 2020, gli esperti hanno ricordato il ruolo chiave della sfera monetaria e finanziaria. Infatti, nel campo della produzione materiale, la Cina ha stabilito un chiaro percorso di sviluppo, con una combinazione intelligente di mercato diversificato e stretto controllo del Partito-Stato. Nel settore finanziario non è così evidente. Gli eventi principali, secondo gli analisti finanziari, si giocheranno sulla valuta cinese del renminbi. Oggi, lo yuan in Cina è in parte convertibile. Per l’acquisto di valuta estera è necessario presentare documenti che confermino, ad esempio, la fornitura alla Cina di beni acquistati all’estero. Secondo quanto riportato dalla stampa, una cosa simile fu proposta in Russia dall’accademico Sergei Glazev nel suo famoso rapporto alla commissione interministeriale del Consiglio di Sicurezza della Federazione russa sulla sicurezza nella sfera economica e sociale. Secondo i media, il documento sostiene direttamente “il divieto di acquistare valuta estera a persone giuridiche senza giustificazione delle operazioni di pagamento”. Le persone interessate hanno criticato con veemenza questa “riduzione delle opportunità di mercato”. I loro oppositori hanno sottolineato il pericoloso aumento dell’esportazione di capitali all’estero per opera di speculatori senza scrupoli. Ora, la Cina sembra decisa a seguire la Russia, abolire le restrizioni sul commercio di valute. Non è una minaccia il potere assoluto della speculazione finanziaria nella Repubblica popolare cinese? In Russia è una realtà… Ma gli esperti non considerano il metodo russo una minaccia per la Cina. In primo luogo, non conosciamo ancora i termini della completa liberalizzazione del yuan. Nel nuovo piano quinquennale si afferma solo l’intenzione di rendere lo yuan una valuta liberamente convertibile, infine, e semplificare il regolamento delle operazioni dei cambi. La dichiarazione è pubblica, ma la sua attuazione dipenderà dalle condizioni specifiche. In secondo luogo, gli esperti si basano sulle esperienze nella lotta alla corruzione in Cina. In tutte le imprese e le istituzioni, a prescindere dalla forma della proprietà, operano gli organi del Partito Comunista cinese. I poteri sono enormi, un uomo d’affari comunista cinese mi ha detto che non poteva ottenere un prestito bancario se la richiesta non aveva l’autorizzazione del segretario della sua cellula aziendale. E il segretario della cellula a sua volta opera nella struttura del partito, e l’azienda non ha alcuna leva per fargli pressione né può provare a corromperlo: nel caso venisse scoperto compiere illeciti, il segretario verrebbe escluso immediatamente dal partito, che in Cina significa la morte politica. Wang Qishan, Presidente della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, è un uomo severo. Sulla sua commissione, la stampa ha citato dichiarazioni che non potrebbero essere più decise, “scagliare il corrotto nell’abisso della paura, nella sottomissione al terrore“, e che i membri del partito “non vogliano, non osino, non cedano alla corruzione“, questo è l’obiettivo. Così Wang Qishan e colleghi hanno ottenuto un grande successo: secondo la Procura del popolo cinese, il numero di processi con l’intervento del Comitato di Wang Qishan è costantemente aumentato in modo significativo. Naturalmente, l’eliminazione totale della corruzione in Cina è un problema del futuro, naturalmente ci sono ancora corrotti, anche a livelli molto elevati. Ma a giudicare dal crescente odio per Wang Qishan tra i suoi avversari, e la simpatia della gente comune, la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina è un fattore importante nella politica anti-corruzione della “quinta generazione rivoluzionaria” guidata da Xi Jinping. E sullo yuan, i cambiamenti significativi nel settore finanziario cinese hanno uno scopo preciso: convincere il Consiglio di amministrazione del Fondo monetario internazionale a dare alla valuta nazionale della Cina lo status di riserva. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI dovrebbe adottare questa misura a novembre. Se sarà positiva, lo yuan avrà una posizione di leadership nel sistema monetario globale, assieme a dollaro statunitense, sterlina inglese, yen giapponese ed euro. Il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo garantirà un grande successo all’economia cinese. Se il “saggi” finanziari negheranno questo diritto alla Cina, la prossima occasione per la revisione del “paniere delle valute” potrebbe essere tra cinque anni.

Wang Qishan

Wang Qishan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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