Il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi

Aleksandr Drabkin, Pravda 13/11/2015 – Histoire et Societé

La Repubblica popolare definisce gli eventi storici concretamente e pittorescamente, nel 2020 sarà il primo secolo del socialismo con caratteristiche cinesi, il Partito comunista cinese celebrerà il suo centenario. I politologi sottolineano che il PCC ritiene la data una pietra miliare di portata globale.Chinese-EconomyUna società dalla “prosperità moderata”
Il risultato del “secolo” sarà il consolidamento della primazia mondiale della Cina per volume della produzione, così viene formulato l’obiettivo del 13° piano quinquennale recentemente approvato al V Plenum del Comitato centrale del PCC eletto al 18° Congresso. Allora la Cina avrà raggiunto lo stadio di “prosperità media”. Tuttavia, sarà ancora superata da numerosi Paesi per volume di PIL pro capite. Questo ritardo sarà superato dal 2049, nel centenario della Repubblica popolare cinese. Possiamo quindi tracciare il bilancio del “secondo secolo”. La propaganda in Cina è organizzata brillantemente. I professionisti delle informazioni dosano sapientemente i commenti. Ciò che conta non sono solo i fatti, ma la psicologia dei fatti è l’unico modo per garantirsi che una tesi politica sia adottata da milioni di persone. E la politica, come Lenin ha insegnato, inizia con milioni. Gli esperti ritengono che il “rodaggio” della propaganda del 13° piano quinquennale, iniziato nel marzo 2015 nel dibattito sugli obiettivi di base della sessione dell’ANP (Assemblea Nazionale Popolare), il parlamento cinese. I problemi non sono stati nascosti: nel 2014 la crescita del PIL era del 7,4%, il tasso più basso in 25 anni. Anche se sembra per molti Paesi “al di là dei sogni”, per la Cina è un segnale di pericolo. La situazione è allarmante, ma non da panico: il rallentamento non è la fine del mondo, ma una difficoltà superabile. La Cina non mette in discussione i principi fondamentali dell’attività economica, non c’è alcun appello isterico a distruggere il potenziale economico vigente. Purtroppo, questo approccio non fu osservato ovunque. In Unione Sovietica, alcuni “alti funzionari” alla fine dell’era Breznev videro una situazione simile quale opportunità per respingere l’essenza dei principi socialisti. Fui incluso in un gruppo di giornalisti ai quali i “compagni responsabili” indicarono la giusta comprensione della vita “in base alle caratteristiche del tempo”. L’attenzione era sul declino della crescita economica, la stessa che affronta la Cina di oggi. Tengo a precisare anche che non si trattava di riduzione della produzione (come nella Russia di oggi), ma del calo del tasso di crescita. In Cina, anche se le difficoltà sono considerate allarmanti, sono ritenute superabili senza conseguenze tragiche. L’Unione Sovietica, che visse per trentacinque anni in condizioni simili, fu oggetto dell’attacco propagandistico alle fondamenta stesse del sistema socialista. Poi apparve chiaro che la propaganda era utilizzata per preparare il cambio del sistema politico.

“Distaccamento speciale” in una “dacia speciale”
I giornalisti accuratamente selezionati avevano una semplice istruzione: dimostrare la necessità di abbandonare il sistema di pianificazione sclerotico e passare a un nuovo modello economico. La “mano invisibile del mercato” avrebbe risolto tutto, era il piano che ostacolava le imprese. Il libero mercato assicurerà la prosperità universale. La formazione non prevedeva un dibattito. I miei colleghi erano lontani dal comprendere il contenuto reale dei compiti assegnati, dietro tale idea c’erano organizzazioni molto serie. Così serie che alcuni dei nostri “maestri” del tempo continuano a brillare sui canali televisivi federali. Quando gli organizzatori del processo di formazione lo considerarono concluso, fu il momento di mostrare i risultati. Feci parte del gruppo “sherpa” responsabile della preparazione alla “dacia speciale” del documento sullo Stato, di particolare importanza. Un compito specifico mi fu assegnato, ma il mio lavoro fu poco convincente nel dimostrare la necessità e l’inevitabilità di sostituire l’economia pianificata col libero mercato. Decisi di parlare con il capo della squadra sull’opportunità di utilizzare un tono meno categorico, mi sembrava che il rallentamento non richiedesse necessariamente un cambiamento del modello economico. Probabilmente era necessario rispettare l’obiettività. Il capo mi guardò come se fossi pazzo, chi parla di obiettività? Tuttavia, scrissi un testo basato sulla mia valutazione della situazione. Di conseguenza, il giorno dopo non fui più nella lista di coloro che lavoravano nella “dacia speciale”. Tuttavia, non vi furono altre conseguenze, la punizione arrivò dopo: mi ritrovai ufficialmente disoccupato. Non so cosa succederà nelle “dacie speciali” della Cina. Ma in primavera, dopo la sessione dell’ANP sui risultati della revisione delle caratteristiche fondamentali del nuovo piano quinquennale, il Premier Li Keqiang ha detto in modo molto chiaro: non era una seduta dal manicure, ma un taglio vivo. E ad ottobre, il Plenum del Comitato centrale del PCC, secondo gli analisti, non tutto fu idilliaco. Forse fu ciò che decise la natura del primo annuncio: subito dopo la fine della riunione plenaria fu annunciata solo l’abolizione della politica del figlio unico. Tutti erano in attesa di cosa avrebbe detto il Segretario generale del Comitato centrale del PCC, il compagno Xi Jinping. E non deluse le aspettative. “Data la necessità di raddoppiare il PIL (rispetto al 2010), la crescita media annua nel 2016-2020 non dovrebbe essere inferiore al 6,5%“, aveva detto il leader cinese tre giorni dopo. In questa breve frase erano espresse molte informazioni importanti, prima gli esperti indicarono la cifra del 7%, e ora la cifra era di mezzo punto percentuale meno; l’obiettivo di raddoppiare il PIL è invariato. Tutto il resto deriva dalla direzione strategica.

Sullo yuan
Puntando a raddoppiare il PIL della Cina nel 2020, gli esperti hanno ricordato il ruolo chiave della sfera monetaria e finanziaria. Infatti, nel campo della produzione materiale, la Cina ha stabilito un chiaro percorso di sviluppo, con una combinazione intelligente di mercato diversificato e stretto controllo del Partito-Stato. Nel settore finanziario non è così evidente. Gli eventi principali, secondo gli analisti finanziari, si giocheranno sulla valuta cinese del renminbi. Oggi, lo yuan in Cina è in parte convertibile. Per l’acquisto di valuta estera è necessario presentare documenti che confermino, ad esempio, la fornitura alla Cina di beni acquistati all’estero. Secondo quanto riportato dalla stampa, una cosa simile fu proposta in Russia dall’accademico Sergei Glazev nel suo famoso rapporto alla commissione interministeriale del Consiglio di Sicurezza della Federazione russa sulla sicurezza nella sfera economica e sociale. Secondo i media, il documento sostiene direttamente “il divieto di acquistare valuta estera a persone giuridiche senza giustificazione delle operazioni di pagamento”. Le persone interessate hanno criticato con veemenza questa “riduzione delle opportunità di mercato”. I loro oppositori hanno sottolineato il pericoloso aumento dell’esportazione di capitali all’estero per opera di speculatori senza scrupoli. Ora, la Cina sembra decisa a seguire la Russia, abolire le restrizioni sul commercio di valute. Non è una minaccia il potere assoluto della speculazione finanziaria nella Repubblica popolare cinese? In Russia è una realtà… Ma gli esperti non considerano il metodo russo una minaccia per la Cina. In primo luogo, non conosciamo ancora i termini della completa liberalizzazione del yuan. Nel nuovo piano quinquennale si afferma solo l’intenzione di rendere lo yuan una valuta liberamente convertibile, infine, e semplificare il regolamento delle operazioni dei cambi. La dichiarazione è pubblica, ma la sua attuazione dipenderà dalle condizioni specifiche. In secondo luogo, gli esperti si basano sulle esperienze nella lotta alla corruzione in Cina. In tutte le imprese e le istituzioni, a prescindere dalla forma della proprietà, operano gli organi del Partito Comunista cinese. I poteri sono enormi, un uomo d’affari comunista cinese mi ha detto che non poteva ottenere un prestito bancario se la richiesta non aveva l’autorizzazione del segretario della sua cellula aziendale. E il segretario della cellula a sua volta opera nella struttura del partito, e l’azienda non ha alcuna leva per fargli pressione né può provare a corromperlo: nel caso venisse scoperto compiere illeciti, il segretario verrebbe escluso immediatamente dal partito, che in Cina significa la morte politica. Wang Qishan, Presidente della Commissione centrale per l’ispezione della disciplina, è un uomo severo. Sulla sua commissione, la stampa ha citato dichiarazioni che non potrebbero essere più decise, “scagliare il corrotto nell’abisso della paura, nella sottomissione al terrore“, e che i membri del partito “non vogliano, non osino, non cedano alla corruzione“, questo è l’obiettivo. Così Wang Qishan e colleghi hanno ottenuto un grande successo: secondo la Procura del popolo cinese, il numero di processi con l’intervento del Comitato di Wang Qishan è costantemente aumentato in modo significativo. Naturalmente, l’eliminazione totale della corruzione in Cina è un problema del futuro, naturalmente ci sono ancora corrotti, anche a livelli molto elevati. Ma a giudicare dal crescente odio per Wang Qishan tra i suoi avversari, e la simpatia della gente comune, la Commissione centrale per l’ispezione della disciplina è un fattore importante nella politica anti-corruzione della “quinta generazione rivoluzionaria” guidata da Xi Jinping. E sullo yuan, i cambiamenti significativi nel settore finanziario cinese hanno uno scopo preciso: convincere il Consiglio di amministrazione del Fondo monetario internazionale a dare alla valuta nazionale della Cina lo status di riserva. Il Consiglio di amministrazione dell’FMI dovrebbe adottare questa misura a novembre. Se sarà positiva, lo yuan avrà una posizione di leadership nel sistema monetario globale, assieme a dollaro statunitense, sterlina inglese, yen giapponese ed euro. Il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo garantirà un grande successo all’economia cinese. Se il “saggi” finanziari negheranno questo diritto alla Cina, la prossima occasione per la revisione del “paniere delle valute” potrebbe essere tra cinque anni.

Wang Qishan

Wang Qishan

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina abbandona con cura il dollaro

F. William Engdahl New Eastern Outlook 14/12/2015yuan_4_0Mentre Washington sembra ossessionata dal tentativo di umiliare il presidente cinese Xi Jinping e fargli perdere la faccia, inviando navi da guerra nelle acque territoriali cinesi nel Mar Cinese Meridionale, pochi giorni dopo la riunione alla Casa Bianca di Obama con il Presidente Xi, e altri atti provocatori, il governo della Gran Bretagna approfitta della crescente spaccatura tra Washington e Pechino. Muovendosi sapientemente per sviluppare un ruolo di primo piano in ciò che vede passaggio della moneta cinese, Renminbi (RMB), a importante valuta di riserva globale. La Cina da parte sua compie passi prudenti ma fermi per creare tale status del renminbi, che potrebbe spianare la via d’uscita della Cina ed altri dal dollaro e dall’esercizio del debito del Tesoro degli USA.
Xi compiva una visita importante a Londra a fine ottobre, incontrando non solo il primo ministro Cameron, ma anche la regina della Gran Bretagna. Dopo i colloqui con Cameron, il presidente cinese proclamava che Cina e Gran Bretagna costruiranno un “partenariato strategico globale” nel 21° secolo. Per la Gran Bretagna è una mossa astuta delle istituzioni finanziarie della City di Londra saldare il proprio futuro finanziario con quello della Cina mentre il drago cinese agisce per fare del renminbi una delle principali valute commerciali e di riserva del mondo. E’ anche una cattiva notizia per i possessori del dollaro, dato che chiaramente Pechino avrà scarso interesse a sostenerne il sistema, carico di debiti, nei prossimi anni. La dichiarazione congiunta rilasciata dopo i colloqui di Londra dai governi cinese e inglese dichiarava, “Il Regno Unito sostiene l’inclusione del RMB nel paniere dei DSP soggetto ai criteri vigenti, nella prossima revisione dei DSP del FMI. Entrambe le parti esortano i membri che devono ancora ratificare le quote e la riforma della governance del 2010 a farlo senza indugio migliorando ulteriormente la voce dei mercati emergenti e dei Paesi in via di sviluppo”. L’ultima è una frecciata diretta a Washington e al senato degli Stati Uniti, che bloccano l’approvazione delle riforme sul voto del FMI. La dichiarazione congiunta continua, “la Cina si congratula con la Gran Bretagna per essere stata il primo grande Paese occidentale a diventare uno dei membri fondatori dell’Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). Siamo ansiosi d’iniziare l’attività e l’integrazione dell’AIIB nel sistema finanziario globale da istituzione ‘snella, pulita e nuova’ che affronta le esigenze infrastrutturali dell’Asia”. Dopo le devastazioni della seconda guerra mondiale, la City di Londra fu costretta a cedere il ruolo di principale centro finanziario mondiale a New York e al sistema del dollaro. Il potere passò dall’impero formale inglese all’impero informale statunitense. Wall Street sostituì la City di Londra dopo i colloqui del 1944 di Bretton Woods. I tempi sono cambiati. Oggi la City di Londra è il principale centro mondiale finanziario, e il luogo dove si cambia più valuta che a New York. È già stato concluso un accordo bilaterale con la Banca Popolare della Cina sullo scambio del Renminbi, il terzo più grande centro del RMB al mondo. La questione è se la Gran Bretagna, o come Charles de Gaulle la definì, la “perfida Albione”, sia il cavallo di Troia di Washington, insinuandosi tra le pieghe del Grande Piano cinese. O il cavallo di Troia si appresta a galoppare via dal partner transatlantico degli Stati Uniti, verso est?

Il Grande Piano del CIPS della Cina
Ciò che appare chiaro al dipartimento del Tesoro di Washington è che la Cina ha una strategia a lungo termine, il Grande Piano, per acquisire la piena autonomia dal dollaro come valuta di riserva, che può essere usata per ingaggiare guerre valutarie contro una Cina recalcitrante. Oggi la Cina è il maggiore detentore straniero di debito del governo statunitense, un tallone d’Achille che una situazione di sanzioni finanziarie o congelamento dei beni degli Stati Uniti potrebbe essere devastante per Pechino. Un passo da gigante per rendere non solo la Cina ma anche la Russia e altre nazioni meno vulnerabili alle azioni finanziarie terroristiche del dipartimento del Tesoro degli USA, s’è avuto questo ottobre, quando Pechino ha avviato il proprio sistema di compensazione interbancaria SWIFT. Nelle sanzioni statunitensi contro l’Iran, Washington è riuscita ad obbligare il sistema interbancario privato SWIFT, in Belgio, a congelare i trasferimenti bancari internazionali dell’Iran, di fatto strangolandone l’economia, rendendo l’esportazione di petrolio quasi impossibile. Nel 2014, quando Washington impose numerose sanzioni alla Russia, fece pressione su SWIFT, sistema privato di circa 200 grandi banche internazionali, per impedire alla Russia di usarlo, cosa che la Russia avrebbe considerato atto di guerra. In quel caso, almeno quella volta, i membri del SWIFT rifiutarono d’imporre il divieto dei pagamenti. Stupidamente, l’inglese Cameron e il russofobo governo polacco, si unirono a Washington nell’agosto 2014 per far sì che SWIFT congelasse le banche russe. In risposta, il Presidente Vladimir Putin ordinò la creazione di un sistema di compensazione interbancaria russo, oggi operativo. La Cina ha seguito i piani per internazionalizzare il proprio sistema di compensazione interbancario, anche con le banche russe; un duro colpo per il SWIFT delle banche occidentali politicizzate. Ora la Cina ha avviato limitate operazioni del proprio SWIFT, che si chiama CIPS o Sistema di pagamenti internazionali della Cina. Utilizza lo stesso sistema di codifica di altri sistemi di pagamento internazionali, rendendo le operazioni più fluide e rapide. Si tratta di un super-rete che sostituirà i cambi esistenti che elaborano i pagamenti in yuan, rivaleggiando con Visa e MasterCard. CIPS sarà un sostegno importante all’internazionalizzazione del RMB e in realtà sarà più significativo, sotto molti aspetti, per la sicurezza finanziaria internazionale della Cina contro gli attacchi finanziari degli USA, con l’azione della Cina per far accettare la valuta dal Fondo monetario internazionale tra i Diritti speciali di prelievo (DSP) del paniere di valute del FMI, assieme a dollaro, yen, sterlina e euro. La Banca nazionale cinese ne ha posto le basi da qualche tempo. Già il RMB è la quarta valuta più scambiata al mondo superando lo yen giapponese. Prima del lancio del CIPS, l’uso del RMB nei rapporti finanziari internazionali era lungo e costoso con banche di cambio off-shore solo a Hong Kong, Singapore e Londra capaci di fare transazioni. Con CIPS sarà molto più veloce e più economico. SWIFT ne uscirà perdente per volontà di Washington e delle su sciocche sanzioni da guerra finanziaria. CIPS faciliterà anche il coordinamento finanziario tra Cina e Paesi partner del BRICS, in particolare la Russia. Il Ministero delle Finanze russo annunciava il 6 novembre che il governo russo emetterà titoli di Stato nel 2016, per un importo ancora indeterminato in RMB, nel tentativo di aggirare le sanzioni degli Stati Uniti avvicinandosi al partner strategico, la Cina. Le sanzioni dell’unità del terrorismo finanziario del Tesoro di Washington, imposte alla Russia nel 2014, miravano alle grandi banche statali Sberbank, VTB, Vnesheconombank, Gazprombank e Rosselkhozbank (Banca dell’Agricoltura russa) escluse a lungo termine (oltre 30 giorni) dal finanziamento occidentale. La Cina potrebbe compensarle, ora.

Pechino blocca la liberalizzazione finanziaria
Un’altra mossa strategica che si distingue proteggendo la Cina dagli attacchi speculativi finanziari che devastarono le economie delle tigri asiatiche nel 1997-98, è la decisione della leadership cinese di congelare le principali “riforme” per liberalizzare il mercato finanziario, almeno fino al 2020. Washington ha apertamente sostenuto le riforme per togliere i controlli sui capitali, consentendone la libera circolazione dentro e fuori la Cina. Lo scorso giugno i mercati azionari di Shanghai e Shenzhen cominciarono a crollare mentre scoppiava la bolla febbrile incoraggiata dal governo cinese, nella vana speranza di risucchiare il capitale necessario per le imprese di proprietà statale indebitate. Circa 2 trilioni di dollari in azioni svanirono nel nulla in quattro settimane, insieme ai risparmi di circa 90 milioni di cittadini cinesi che acquistarono il sogno di “arricchirsi”. Ciò che è emerso da questa esperienza è che governo e autorità di regolamentazione finanziaria avevano imitato i modelli della borsa di Wall Street, senza capirne il rischio, con tecniche che consentivano agli investitori di comprare titoli a margine o fondi di prestito dai broker. Il 6 novembre, il governo cinese annunciava che i piani iniziali per consentire il libero flusso di capitali in Cina, la cui adozione era in programma per la fine dell’anno, venivano rinviati alla fine del 2020. Questo è un passo importante nella stabilizzazione dei tumulti borsistici e su altri mercati della Cina. Inoltre isola la Cina dalla speculazione degli hedge fund che ha distrutto la crescita economica in Thailandia, Malesia, Corea del Sud nel 1997, quando George Soros guidò una banda di hedge fund contro quei mercati finanziari. Come inutilmente ci prova oggi con la Cina, il Tesoro degli Stati Uniti a metà degli anni ’90 convinse le economie delle tigri asiatiche a “riformare e liberalizzare” i mercati finanziari, rendendoli vulnerabili. Vi sarebbe stato un teso dibattito a porte chiuse, il 22 settembre, nella riunione presieduta dal Presidente Xi tra il Ministero delle Finanze cinese, quello dello Sviluppo nazionale, la Commissione per le riforme e l’Agenzia per la pianificazione responsabile delle infrastrutture e altre opere. I funzionari del Ministero delle Finanze sostenevano una maggiore liberalizzazione finanziaria, come fece il segretario al Tesoro Jacob Lew, nella pessima convinzione che i risparmiatori cinesi guadagnassero di più investendo in azioni o obbligazioni straniere che in Cina, utilizzandone l'”effetto ricchezza” degli investimenti esteri comprando più smart phone o computer portatili Huawei, e stimolando la crescita interna. Qualsiasi serio gestore di fondi occidentale che detenga azioni o obbligazioni sui mercati UE o USA, oggi passa notti insonni trattenendo il respiro e temendo il collasso delle bolle indotte dalle banche centrali sui mercati azionari e obbligazionari, risultato di anni di politiche di Quantitative Easing a zero tassi d’interesse perseguiti da Federal Reserve e Banca centrale europea dalla crisi finanziaria degli Stati Uniti nel 2007-2008.
In retrospettiva i leader cinesi si renderebbero conto dall’esperienza con bolle e crash del mercato azionario di stampo USA, di concentrare più forze e attenzione sulle ben più economicamente importanti passi per costruire la rete di infrastrutture ferroviarie e marittime della Via e Cintura in Eurasia. Il Giappone subì la più devastante distruzione dal dopoguerra del modello economico del MITI, dopo gli accordi del Plaza del settembre 1985, quando il segretario del Tesoro di Washington James Baker III fece pressione sul Giappone per apprezzare lo yen e adottare altre misure che gonfiarono i mercati azionari e immobiliari mondiali. La bolla scoppiò nel 1990 e il Giappone è alle prese con la deflazione cronica e deve ancora riprendersi. Il mondo non ha bisogno di una nuova versione “con caratteristiche cinesi” del modello di Wall Street. Il mondo ha bisogno di solidi investimenti nelle necessarie infrastrutture sulle ampie distese di Eurasia, Medio Oriente e Africa. Sembra che la leadership cinese abbia appreso una lezione dolorosa. Fortunatamente, il programma Via e Cintura di Xi Jinping è già stato designato priorità strategica nazionale.W020151019518637614136F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA bombardano le truppe che hanno scoperto la ratlines Stato islamico – USA

What Does It Mean 7 dicembre 2015

US-helecopterIl Ministero della Difesa (MoD) riporta che aerei militari degli Stati Uniti che operano nella zona di guerra del Levante hanno bombardato una caserma dell’Esercito arabo siriano (EAS) nella provincia di Dair al-Zur, in Siria, nel tentativo di uccidere gli Spetsnaz (forze speciali) russi che vi operano e che avevano scoperto una “ratline” segreta della Central Intelligence Agency (CIA) che collega lo Stato islamico attivo in questa zona a luoghi come Dover, Tennessee. Secondo il rapporto, 4 aerei da guerra statunitensi hanno lanciato 9 missili sulla caserma dell’EAS, uccidendo almeno tre persone e ferendone altre 13; cosa che il governo siriano ha definito “atto di aggressione” e su cui il Ministero degli Esteri siriano ha inviato una protesta ufficiale al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il bilancio delle vittime di questo deliberato atto di guerra del regime di Obama contro le forze militari siriane e della Federazione che combattono contro lo Stato islamico, secondo il rapporto, sarebbe stato significativamente più elevato se non fosse stato per l’allerta data dalle Forze Aerospaziali che monitorano lo spazio aereo di questa zona di guerra, al momento dell’attacco. Il motivo per cui il regime di Obama mirava a questi Spetsnaz, la relazione spiega, era la paura, dopo aver appreso che le forze della Federazione avevano scoperto un complotto mostruoso riguardante l’infiltrazione da parte della CIA dei capi dello Stato islamico dalla zona di guerra del Levante “a un centro segreto di addestramento” a Dover, Tennessee, denominato Islamville, a 51 chilometri dalla base dell’US Army di Fort Campbell, dove i terroristi vengono addestrati ad utilizzare i missili terra-aria spallegiabili, e dove il 2 dicembre, in un “incidente di addestramento” con questi terroristi, rimanevano uccisi il sottotenente Alex Caraballoleon e il sottotenente Kevin M. Weiss, quando il loro elicottero AH-64 Apache è stato “erroneamente” abbattuto.
9381093_GOltre al regime di Obama che mira direttamente agli Spetsnaz russi in Siria, la relazione rileva la sorprendente scoperta che tale base militare islamista segreta nel cuore degli USA non è l’unica attiva, in quanto ve ne sono documentate almeno altre 22 negli Stati Uniti. Peggio, la relazione avverte non solo che tali “note” basi d’addestramento militare islamiste negli USA minacciano quella nazione, ma anche oltre 2200 moschee, soprattutto se si considera che il catasto dimostra che oltre il 75 % di esse è di proprietà della “rete dei Fratelli musulmani“, essendo di proprietà della North American Islamic Trust (NAIT), la banca dei Fratelli Musulmani negli Stati Uniti e che, con una direttiva segreta della scorsa estate chiamata Direttiva-11 dello Studio presidenziale, il presidente Obama le appoggia pienamente. Con l’Arabia Saudita importante finanziatore della NAIT, il rapporto continua, gli islamisti sostenuti dal regime di Obama possono sviluppare una sofisticata rete di organizzazioni collegate negli USA. E non essendo la crisi globale sul terrorismo islamico abbastanza bizzarra, secondo il rapporto, viene riportato dalle forze della Federazione che gli Stati Uniti appoggiano i terroristi che combattono i terroristi sostenuti dai turchi nel nord della Siria, spingendo il portavoce MoD, Generale Igor Konashenkov, ad osservare che le azioni del regime di Obama gli ricordano il “teatro dell’assurdo“. Non solo nel “teatro dell’assurdo” Obama e alleati sprofondano il mondo, la relazione avverte grevemente, ma anche nella guerra totale, specialmente dopo che le forze filo-turche hanno sequestrato dei villaggi di confine in Siria e invaso l’Iraq con oltre 900 soldati e blindati, con la condanna della Lega Araba e, più inquietante, col vicepresidente dell’Iraq Maliqi che avverte che ciò potrebbe avviare la terza guerra mondiale. Con il Vicecancelliere tedesco Sigmar Gabriel che avvertiva l’Arabia Saudita che il suo sostegno al terrorismo islamico globale volge al termine (“Dobbiamo far capire ai sauditi che il tempo di far finta di niente è finito“), la relazione rileva cupa, il presidente Obama continua la mascherata per proteggere i sauditi e i loro seguaci dello Stato islamico. Il Presidente Putin, però, conclude il rapporto, a differenza del presidente Obama, non si piega a nessuno e conosce la vera minaccia globale da tali terroristi islamisti, e in risposta agli aerei da guerra statunitensi che tentavano di uccidere gli Spetsnaz russi in Siria ieri, ordinava al Ministero della Difesa di adempiere alla richiesta irachena d’intervento delle forze militari russe per espellere gli invasori turchi, e ordinava inoltre a più di 50 navi da guerra della Flottiglia del Caspio di prepararsi a far piovere “morte e distruzione” sulla Turchia se gli venisse ordinato.

terrorist-training-camps-in-the-usa-1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lo yuan sarà la terza valuta più potente nel FMI

Ariel Noyola Rodriguez* Russia Today
*Laureato in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

Nonostante la forte opposizione del Tesoro degli Stati Uniti, l’FMI ha infine approvato, il 30 novembre, l’inclusione dello yuan nei diritti speciali di prelievo, un paniere di valute creato nel 1969 per completare le riserve ufficiali esistenti dei membri dell’organizzazione multilaterale. Così la valuta cinese diventerà dal 1° ottobre 2016 il quinto membro del paniere FMI. E l’influenza finanziaria globale della Cina continuerà a crescere rapidamente: il peso dello yuan nei diritti speciali di prelievo sarà più alto rispetto a quello di yen giapponese e sterlina inglese.renminbi4Pochi mesi fa c’era molto scetticismo sul fatto che il Fondo Monetario Internazionale (FMI) incorporasse la ‘moneta del popolo’ cinese (‘RMB’) nel paniere di valute (1). Infine, i dubbi si sono chiariti: nonostante la forte opposizione del Tesoro degli Stati Uniti, molto presto lo yuan diventerà il quinto membro del paniere di valute del FMI (2). Come ci si è arrivati? Nella crisi del sistema dei cambi fissi, deciso nel 1944, nel 1969 il Fondo monetario internazionale creò un patrimonio di riserva che dava Diritti Speciali di Prelievo (“Special Drawing Rights“, SDR in inglese). Poiché il sistema della Federal Reserve (FED) degli Stati Uniti rendeva impossibile scambiare l’oro con la quantità eccessiva di dollari che le banche centrali del mondo avevano accumulato, lo scopo dei DSP è integrare le riserve ufficiali esistenti dei Paesi aderenti al FMI. Dapprima, il valore dei DSP fu reso equivalente a 0,888671 grammi di oro fino. E in una seconda fase, dopo il crollo di Bretton Woods, il valore dei DSP si basava su un paniere di valute delle maggiori economie del tempo: Stati Uniti, Germania, Giappone, Regno Unito e Francia. Alla fine degli anni ’90, il paniere del FMI era composto da dollaro, euro, yen giapponese e sterlina inglese. Da allora non ci furono ulteriori modifiche. Nonostante gli enormi cambiamenti nel quadro politico ed economico mondiale degli ultimi decenni, la composizione del paniere del FMI è rimasta invariata. Il deterioramento dell’economia degli Stati Uniti non impediva al dollaro di mantenere la posizione dominante: nel 2011 acquisì quasi il 42% del portafoglio dei DSP; seguito dall’euro con il 37,4%; sterlina con il 11,3%, e yen giapponese con il 9,4%. Tuttavia, dopo che il Consiglio di amministrazione dell’FMI, il 30 novembre, decideva di aggiungere la valuta cinese, la composizione del paniere finalmente cambierà (3). Così, lo yuan sarà la terza moneta più importante dei DSP col 10,92%, più di yen (8,33%) e sterlina (8,09%), anche se meno di dollaro (41,73%) ed euro (30,93%). Tale decisione entra in vigore tra 11 mesi, il 1° ottobre 2016. “L’inclusione dello yuan aumenterà peso e fascino dei DSP e contribuirà a migliorare il sistema monetario internazionale esistente, una circostanza che andrà a beneficio della Cina e del resto del mondo“, dichiarava la Banca del popolo cinese in un comunicato (4).
Nel 2009, Pechino già chiarì di aspirare a fare dello yuan una moneta di riserva globale. Come osservavo precedentemente, l’internazionalizzazione dello yuan si basa sul “gradualismo” ed è sostenuta soprattutto dalla forza commerciale della Cina. Negli ultimi anni la Banca popolare di Cina ha firmato il cambio (‘swap’) di valuta con più di 40 banche centrali di Asia-Pacifico, Africa, Europa, Cile e Canada, ferventi alleati degli Stati Uniti d’America. Né va dimenticato l’insediamento di banche di regolamento all’estero per facilitare l’uso del renminbi (‘banche di compensazione in RMB’) e la concessione di quote d’investimento per partecipare al programma cinese degli Investitori Istituzionali Esteri Qualificati in Renminbi (RQFII, ‘Renminbi Qualified Foreign Institutional Investor program‘). Tuttavia, queste misure non bastavano per far entrare in ‘Serie A’ lo yuan. Fu necessario guadagnarsi il riconoscimento di un istituto determinante nella gestione della finanza come il FMI. La Cina ha cominciato a vincere la battaglia ad agosto, quando svalutò lo yuan. Immediatamente, Pechino affermò che si trattava di un’azione temporanea; cioè non ci sarebbero state altre svalutazioni (5). Fu allora che la direttrice generale del FMI, Christine Lagarde, calmò gli investitori, neutralizzando la propaganda degli Stati Uniti che accusava la Cina della crisi economica mondiale (6). Nel frattempo Pechino non fece marcia indietro sulle “riforme strutturali”; al contrario accelerava l’apertura del proprio settore finanziario. Tutto punta alla liberalizzazione di tasso di cambio, tassi di interesse e mercato dei capitali. Dopo la connessione delle borse di Shanghai e Hong Kong a metà novembre 2014 (7), la Cina ora pensa di aprire una filiale della borsa a Londra per agosto.
In conclusione, se è vero che lo yuan ha ancora una lunga strada prima di poter competere direttamente col dollaro, non v’è dubbio che l’imminente inclusione nel paniere delle valute del Fondo monetario internazionale costituisca una pietra miliare (9). Il mondo finanziario cambia…0023ae6cf369120e66c70fNote
1. “Incorporar el yuan a los Derechos Especiales de Giro“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 3 aprile 2015.
2. “El Fondo Monetario Internacional incluye el yuan en la cesta de sus divisas de reserva“, Russia Today, 30 novembre de 2015.
3. “IMF Agrees to Include China’s RMB in SDR Basket“, Zou Luxiao, People’s Daily, 1 dicembre 2015.
4. “PBC Welcomes IMF Executive Board`s Decision to Include the RMB into the SDR Currency Basket“, People’s Bank of China, 1 dicembre 2015.
5. “La devaluación del yuan pone a prueba el ascenso de China como potencia mundial“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 29 agosto 2015.
6. “IMF’s Christine Lagarde Tries to Tamp Down China Panic, but Urges Vigilance“, Ian Talley, The Wall Street Journal, 1 settembre 2015.
7. “Shanghái y Hong Kong: la nueva dupla bursátil“, Ariel Noyola Rodríguez, Rete Voltaire, 22 novembre 2014.
8. “Yuanización mundial gracias a la City de Londres“, Ariel Noyola Rodríguez, Russia Today, Rete Voltaire, 5 novembre 2015.
9. “Hito histórico: El FMI decide sobre la inclusión del yuan como moneda de reserva“, Russia Today, 30 novembre 2015.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Lattanzio: la politica estera occidentale è stata un fallimento epocale

E la vittoria dell’Asse della Resistenza è solo questione di tempo
La situazione in Medioriente è molto ingarbugliata. Chiediamo pertanto un parere all’opinionista e saggista Alessandro Lattanzio proprietario del sito di geopolitica AuroraSito

Opinione Pubblica, 5 dicembre 2015ISIS_Egypt_LibyaChe cosa ne pensa dell’abbattimento del Su-24 russo?
L’agguato al Su-24 russo in Siria è frutto della ‘pianificazione disperata’ tra dirigenza neo-ottomanista turca e fazioni necon e clintoniane dell’apparato militar-spionistico statunitense. Un tentativo di trascinare la NATO in Siria, chiodo fisso di Washington e della Turchia. Ma ciò svanisce davanti alla mobilitazione in ordine sparso e di diverso grado delle potenze europee, che inviano alla spicciolata qualche aereo, un paio di navi e qualche migliaio di soldati, segno dell’esaurimento delle forze armate atlantiste dovuto al colossale sforzo suicida dell’intervento diretto militare in Libia e quello altrettanto colossale, ma indiretto, delle forze speciali e dell’intelligence occidentali in Siria (Gladio-B); ed infine, dopo l’intenso uso delle reti Stay Behind in Ucraina, che ha dato fondo alle risorse “nere” della NATO (Gladio). A questo punto alle potenze occidentali non sono rimaste che le risorse per sganciare qualche bomba in Siria, o più prudentemente in Iraq, al mero scopo di potersi sedere a un ipotetico tavolo delle trattative per elemosinare qualche compensazione pur di non perdere totalmente faccia e risorse gettate nella ‘Primavera araba’. E, a tal proposito, Arabia Saudita, Qatar e Turchia comprendono che saranno lasciati in balia delle conseguenze della guerra civile inter-araba che hanno scatenato nella regione, perciò ricorrono al terrorismo contro la Russia o la Francia a scopo di ricatto. Difatti Francia e Regno Unito non hanno la volontà di proseguire un azzardo geopolitico che ha fruttato solo il ridicolo cambio della situazione geopolitica tunisina, che passa dal solido filo-occidentale Ben Ali al filo-occidentale sfumato al-Sabsi. Un ‘successo’ celebrato solo dalla paccottiglia pubblicistica pseudo-geopolitica e/o diplomatica nostrana. La leadership della Germania è afflitta da una russofobia anacronistica che la porta ad avvicinarsi al governo Erdogan, nel tentativo di triangolazione con la junta golpista di Kiev. Ma tali piani hanno il fiato corto e la confindustria tedesca, che di TTP e servilismo filo-statunitense di Merkel e compari ne ha le tasche piene, pretende un riavvicinamento alla Russia poiché è da lì che passa il legame commerciale con la Cina, il principale mercato di sbocco dell’industria tedesca. È in Cina il futuro del motore economico europeo, non negli USA.

I recenti fatti di Parigi sembrano aver prodotto un significativo avvicinamento di Hollande alla Russia, anche se è ancora forte la sensazione che i governanti europei, anche francesi, considerino la Russia un male solo leggermente inferiore a quello rappresentato dal terrorismo islamista. È così?
La Francia cerca sempre di rientrare in gioco nel Medio Oriente, ma dopo lo schiaffo turco-saudita della strage di Parigi del 13 novembre, cerca di rientrare in gioco alleandosi con la Russia, contro i suoi vecchi alleati wahhabiti. In tutto ciò farà leva solo sulla vicinanza con il regime vigente negli Emirati Arabi Uniti, mentre è probabile che ci sarà una seria resa di conti con Qatar, Arabia Saudita, Turchia. La carta libico-siriana è fallita miseramente. Il Regno Unito è pragmatico: 8 Tornado e 8 Typhoon a Cipro per sedersi a Vienna sulla questione siriana, e poi aprire le porte alla Cina, cosa che anche la Germania vuole fare, ma sarà ostacolata in ciò dal fatto che la strada cinese passa per la porta di Mosca, e quindi, finché la Merkel sarà in carica, la borghesia industriale tedesca avrà sempre difficoltà ad agire, soprattutto nello sbarazzarsi delle zavorre turca e ucraina che gli USA e i loro agenti locali tentano di porle sul groppone.

E l’Italia?
Roma, ovvero il PD, svolge un ruolo di sussidiarietà verso le potenze wahhabite. E’ innegabile. Dopo la distruzione dei rapporti con la Libia e la rottura dei rapporti economico-commerciali con la Russia, il PD, sul piano economico, ha deciso di svolgere il ruolo di Arlecchino dai due padroni: da un lato promoter delle banche che ‘parlano inglese’, ma dall’altro ruffiano dei finanziatori ‘sovranisti’ di tali banche, ovvero della borghesia compradora wahhabita, le cui centrali dettano la linea geopolitica italiana: sostegno al terrorismo islamista in Siria e Iraq, supporto propagandistico alla Fratellanza musulmana in Palestina e Nord Africa, ‘dialogo’ e commercio con lo Stato islamico ovunque appaia (Sirte); silenzio complice sull’aggressione allo Yemen, ecc. Strumentali a tutto ciò sono le varie cinghie di trasmissione del PD: il partito la Repubblica e il feudo televisivo di Rai3, sfegatati sostenitori della propaganda jihadista contro l’Asse della Resistenza capeggiata dal Qatar, con cui la RAI ha stipulato un accordo sulla gestione dell”informazione’ regionale.

Ci sono possibilità concrete che l’ingresso della Turchia nella UE venga stoppato o quanto meno sensibilmente rallentato?
Credo che l’UE non farà entrare la Turchia per il semplice fatto che non lo vorranno gli Stati dell’est Europa, già abbastanza irritati e sconfortati dalla pagliacciata sull’accoglienza dei migranti; sanno che l’ipotesi di Ankara in Europa li vedrebbe definitivamente emarginati nell’ambito europeo. Gli euro di Merkel e compari serviranno solo a far star zitto Erdogan per un po’. Poi ricomincerà tutto da capo, anche se Ankara, con la sconfitta in Siria e l’esclusione dai mercati russo, cinese ed iraniano, cercherà di premere sempre più sulle porte di Vienna, dietro cui può sempre contare di trovare dei simpatizzanti.

Com’è la situazione in Siria? La Russia, l’Iran e Assad stanno vincendo, oppure è solo una illusione?
La vittoria dell’Asse della Resistenza è questione di tempo, l’intervento statunitense serve solo a recuperare le risorse piazzate nella regione, e a cercare di strumentalizzare la carta curda; una carta però che passa di mano in mano, essendo le realtà politico-militari curde tutt’altro che affidabili, stabili e solidi, aldilà delle letture infantili sparse dalla sinistra liberal-anarchica che ha fatto di Oçalan, colluso con il narco-traffico turco, una specie di Guevara. La forze militari atlantiste e filo-atlantiste sono esaurite. Obama deve pensare all’ultimo anno di presidenza, mentre la leadership politico-militare statunitense non ha ancora un suo candidato presidenziale, che difficilmente sarà Hillary Clinton, personalità compromessa proprio dalla doppia sconfitta in Libia e Siria, e quindi politicamente e strategicamente instabile. Gli USA entreranno in un’era di neo-isolazionismo passando proprio dalla porta siriana, spalancatagli dall’Asse della Resistenza che va consolidandosi in Siria e Iraq. Per ora le operazioni russo-iraniano-siriano-irachene sono volte ad usurare le risorse cumulate per anni dai vari gruppi di terroristi e dai loro Stati sostenitori. Ma si arriverà al punto di rottura della resistenza del taqfirismo-atlantismo, e a quel punto il terrorismo crollerà in modo repentino, accelerando la restaurazione dell’integralità dello Stato siriano e di quello iracheno. A quel punto, la Russia e l’Iran avranno costruito una fascia di sicurezza geopolitica, gettando nello sbando Turchia e Arabia Saudita che non avranno scelta: o scendere a patti con le potenze eurasiatiche o la disintegrazione.

Qual è il ruolo di turchi, sauditi, qatarioti, europei e statunitensi nella nascita dell’ISIS? E in quella delle altre formazioni terroristiche presenti in Siria e Iraq?
Le varie fazioni e bande terroristiche presenti in Siria e Iraq, rappresentano ognuna la potenza che le ha sponsorizzate: USA, Francia, Turchia, Qatar, Arabia Saudita. Il che spiega la presenza in Siria di almeno 70 fronti che il governo e le forze armate siriani affrontano da 5 anni. Ma spiega anche l’alta fratturazione e confusione della cosiddetta ‘opposizione siriana’. Per fortuna, tale caos politico-militare è andato a favore, strategicamente, del governo baathista di Damasco, mentre i terroristi e i loro sponsor, i cosiddetti ‘amici della Siria’, hanno saputo solo disperdere mezzi, uomini e risorse in un rivolo infinito di fronti di guerra spesso insignificanti e privi di peso politico. Ha gettato nel caos la Siria, ma tale ‘strategia’ non può persistere nel tempo, e non porta, come non l’ha fatto (in Libia), a un risultato. Tanto più che gli USA già preparavano il prosieguo della guerra civile in Siria, se per disgrazia, l’ancora agognata caduta del Baath siriano si fosse avverata. La Siria si sarebbe trasformata in una super-Libia o super-Somalia, trasformandone il territorio in una base di lancio contro l’Iran, la Russia, la Cina e l’Eurasia nel complesso. Si sarebbe scatenata una nuova “super-jihad” atlantista.

I sauditi sembrano particolarmente attivi: non c’è il rischio che facciano il passo più lungo della gamba? Quanto è forte la coesione interna e la tenuta del regime saudita?
L’Arabia Saudita, come detto, è incastrata dalle conseguenze del proprio interventismo indiretto, tramite il terrorismo islamista che alimenta in Libano, Siria e Iraq, e dall’interventismo militare diretto nello Yemen, dove, nonostante il supporto degli ascari sudanesi, emiroti ed eritrei, del medesimo terrorismo islamista e del collaborazionismo di parte della comunità sudyemenita, registra da mesi solo arretramenti. Ryadh è interessata da scontri interni alla famiglia dominate dei Saud, e da un’incipiente crisi economica che esploderà nei prossimi mesi, quando gli effetti della crisi dei prezzi del petrolio si faranno sentire sul serio, avendo ridotto il budget per le spese sociali, dato anche che i petrodollari congelati nei buoni del tesoro degli USA non saranno del tutto scongelabili nei termini e nelle condizioni desiderati dai sauditi. E ancor più velocemente si farà sentire la crisi politica che sarà scatenata dalla sconfitta nella guerra per procura in Siria. A quel punto il margine di manovra dei Saud sarà ulteriormente ridotto, dovendo affrontare il nodo yemenita, oltre al conseguente riverberarsi nella società saudita di tali sconfitte.

Ci sono serie possibilità che un “incidente” simile a quello del Su-24 capiti di nuovo? Se sì, quali sono i luoghi più probabili? Come si comporterebbe la Russia in caso di nuovi incidenti?
Credo che non ci saranno altri “incidenti”, in un modo o nell’altro. Mosca non farà più affidamento sui cosiddetti ‘partner’ della NATO neanche sul piano pratico elementare. Tanto più che il grosso delle operazioni di carattere strategico della Forza Aerospaziale russa è stato adempiuto in questi due mesi di attività aeree. Le risposte di Mosca saranno sempre di carattere politico, economico e geopolitico, paralizzando l’avversario, non potendo decifrare le azioni russe sul medio periodo.

Anche gli statunitensi sembrano a rischio sovraesposizione: spostano truppe nell’Europa dell’est, finanziano e supportano i golpisti in Ucraina, tentano colpi di stato in tutta l’America latina, muovono le navi nel Mar Cinese Meridionale, e altro ancora: quanto manca prima che debbano, per così dire, tirare il fiato e fermarsi?
In realtà si sono già fermati, non hanno osato attaccare la Siria nell’agosto 2013, e in Ucraina la fazione bellicista del Pentagono (Petraeus, Clinton, Ash), dopo il primo anno di catastrofi su tutti i livelli, ha gettato la spugna, utilizzando Kiev come conveniente sfasciacarrozze dei rottami di cui l’US Army vuole sbarazzarsi. Per il resto, sul piano economico, Kiev conta sui finanziamenti europei, permettendo a Washington di far gravare di un nuovo fardello il traballante quadro economico dell’UE: gli USA in Europa possono sempre contare su una coorte di volenterosi aspiranti suicidi.

La politica statunitense ha moltiplicato i suoi nemici e indotto la Cina a interessarsi della questione siriana: che possibilità ci sono che i cinesi entrino attivamente nel conflitto?
Lo scontro in Siria vede Pechino fornire supporto logistico e d’intelligence, sapendo che la situazione sul campo è in buone mani. Non ha bisogno d’impegnarsi direttamente, le basta rifornire le Forze Armate siriane. Ad esempio con 8500 missili anticarro (che la Cina ha di recente fornito alla Siria, N.d.r.).

Qual è lo stato delle forze armate russe e cinesi? Potrebbero competere con quelle statunitensi?
La realtà cui si è assistito nelle guerre statunitensi dal 1991 ad oggi, e l’evolversi della situazione dell’equilibrio militare in Europa e Medio Oriente, fa ritenere che gli USA abbiano sempre meno ambiti in cui prevalere. Certo sul piano navale hanno più navi della Federazione russa, e navi più grandi di quelle della Repubblica Popolare di Cina. Ma fatto sta che l’US Navy dovrebbe suddividere le forze sui fronti del Pacifico e dell’Europa. E in quest’ultimo fronte, le risorse navali contano assai relativamente. Quindi la superiorità in portaerei, navi d’assalto anfibio e velivoli da trasporto statunitense verrebbe ridimensionata dai fattori geografici. Sul piano aeronautico e delle forze terrestri, la superiorità è nettamente dalla parte di Russia e Cina, dato che i velivoli più avanzati degli USA continuano, dopo 20 anni e più, ad essere afflitti da problemi di progettazione, mentre il resto della loro flotta è costituita da velivoli per lo più costruiti tra gli anni ’70 e ’80, con tutte le conseguenze del caso. Sul piano della componente terrestre, non c’è partita: gli USA potranno schierare al massimo due/tre divisioni in Europa, mentre Germania, Francia e Regno Unito potranno accumulare che un migliaio di carri armati in tutto, una frazione di quello che può schierare la Federazione russa.

Gli statunitensi rinunceranno mai a finanziare il terrorismo? E gli europei?
Perciò, difatti, USA e NATO continueranno a puntare sul terrorismo, inquadrato tramite l’unica arma segreta di cui dispongono, Gladio/Stay Behind. Con tale strutture, il Patto atlantico può compiere sconvolgimenti a livello di teatro, ma mai strategici o geopolitici, potendo alimentare oramai solo forze distruttive o auto-distruttive, ma mai, come gli eventi dimostrano dal golpe a Balgrado nel 2000, porre le basi di una realtà geopolitica che sia corrente e stabile e contemporaneamente saldamente atlantista.

Quanto la questione siriana influirà sulla questione ucraina, e viceversa? Come sta cambiando la percezione da parte europea della politica russa? Assisteremo mai alla fine della russofobia, quanto meno in Italia?
La russofobia è un elemento costitutivo dello strato socio-ideologico prevalente oggi in Italia, la suddetta semiborghesia parassitaria liberale di sinistra. Parassitaria perché incapace di produrre, ma solo di consumare le mercanzie mediatiche e propagandistiche statunitensi. Un ceto che sia produttivo sul piano materiale, dei servizi e dei beni o anche, si badi bene, sul piano ‘immateriale’, ovvero mediatico, ideologico e culturale, diverrebbe automaticamente un nemico da abbattere per gli USA. Quindi una semiborghesia totalmente incompetente, o senza profondità ideologica o spessore sociale, è l’unica che ha diritto di prosperare nell’Europa atlantista. L’Italia è alla metastasi; qui prospera la suddetta miserabile semiborghesia i cui esponenti più in vista appestano gli schermi televisivi quanto gli scaffali delle librerie.

Cosa si proponeva e si propongono adesso i vari attori che operano in Siria?
Obama vuole uscirsene dal pantano mediorientale. Russia, Cina e Iran stabilizzano la situazione a favore degli alleati dell’Asse della Resistenza. Turchia e petromonarchie invece minacciano gli alleati. Gli USA tenteranno di evitare che Israele si avvicini ancor più alla Russia. L’Arabia Saudita resta un capitolo aperto, non essendo in realtà un’entità statale o nazionale, ma un mero feudo di un’oligarchia mostruosa quanto bizzarra.

Quanto sono reali le divergenze tra francesi e statunitensi? A cosa porteranno?
La Francia ha voluto giocarsi la carta del neocolonialismo e dei rapporti di sudditanza privilegiata dei suoi vertici rispetto alle petromonarchie wahhabite. Parigi non ha più una leadership dall’epoca Chirac, i cui governi, non a caso, furono ferocemente osteggiati dalla semiborghesia parassitaria liberale di sinistra francese; chi se lo ricorda Lionel Jospin, emblema del cretinismo suicida e criminoso della sinistra occidentale? Da quando i resti del gollismo sono stati spazzati via, a Parigi domina l’alleanza tra semiborghesia liberale di sinistra e grandeur neocolonialista, cronica in Francia, da Napoleone il piccolo a Guy Mollet e la sua avventura di Suez, fino ad esplodere con Sarkozy e Hollande, esempi plastici, assieme alla Merkel, del nullismo della classe politica generata da tale stato delle cose europee. Gli USA hanno riplasmato i loro alleati europei, e quindi delle crisi tra essi potranno riaversi solo in casi di disastri nazionali, come nel caso di Parigi del 13 novembre 2015.

Come mai l’Italia non interviene in Siria?
Roma non vuole intervenire in Siria o Libia, ma dialogare con il terrorismo, poiché lo esigono le petromonarchie e la Turchia cui l’Italia s’è venduta e concessa con l’aggressione alla Libia. Soprattutto il PD svolge opera d’intermediazione (possiamo anche parlare di lenonismo), tra ‘fondi sovrani’ islamisti e beni italiani. Infatti, i mecenati del Golfo Persico hanno potuto rastrellare non solo beni materiali, industrie, marchi, spiagge e quant’altro, ma anche comprarsi consenso e supporto mediatico. Solo il contraccolpo del terrorismo in Europa e la risposta russa in Medio Oriente, hanno spinto tali forze ad agire o a simulare una parvenza di azione. Sul piano militare, la situazione dell’Italia non è diversa da quelle delle altre potenze europee; lo spreco delle scorte per bombardare l’alleato libico, idiozia che rende superbi non pochi generali italiani, orgogliosi di aver commesso l’ennesimo tradimento di un alleato, affligge le capacità operative dell’Aeronautica Militare, che potrebbe forse avere i mezzi da spedire in Turchia, ma non per bombardare la Siria. Probabilmente all’AMI sono rimaste solo le bombe da esercitazione, “…i caccia dell’Aeronautica militare hanno sganciato oltre 550 (quasi l’80% dell’armamento di precisione a guida laser e GPS utilizzato dai velivoli italiani) tra bombe e missili da crociera a lunga gittata Storm Shadow”. L’Italia nel 2011 ha vaporizzato il suo arsenale aerolanciabile, e quindi è da vedere se tale arsenale è stato ripianato; probabilmente no, visti i tagli alla spesa pubblica, anche se l’Italia resta al decimo posto, mondiale, nella spesa per la Difesa. Un dato sempre trascurato dal circo dei venditori porta a porta di armamenti che si spacciano per ‘giornalisti specializzati’ in materia. La questione reale è invece se l’Italia abbia intenzione di supportare un’eventuale alleanza Egitto-Algeria che intervenga, direttamente o indirettamente, in Libia, stabilizzando la situazione, oppure di adeguarsi ai voleri delle petromonarchie.isil-usal-wp-info-it

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