Perché è fallito il grande gioco di Washington

Alfred McCoy Tom Dispatch 7 giugno 2015788189-PutinXiJinpingAFP-1415544001-513-640x480Avrebbe potuto essere la più influente singola frase di quel periodo: “In queste circostanze è chiaro che l’elemento principale di qualsiasi politica a lungo termine degli Stati Uniti verso l’Unione Sovietica deve essere un paziente ma fermo e vigile contenimento dell’espansionismo russo”. Originato dal telegramma di 8000 parole, sì in quei giorni abbastanza incredibilmente non c’erano email, internet, chat, facebook, inviato a Washington nel febbraio 1946 da George F. Kennan, incaricato d’affari degli Stati Uniti a Mosca, in un momento in cui la guerra fredda fra Stati Uniti e Unione Sovietica accelerava. L’anno successivo, una versione rielaborata del “Lungo telegramma” di Kennan, con quella frase, fu pubblicata come “Le fonti della condotta sovietica” sulla prestigiosa rivista Foreign Affairs sotto lo pseudonimo di “Mr. X”(anche se era risaputo a Washington chi l’avesse scritto). Da quel momento, il “contenimento” di ciò che fino alla crisi sino-sovietica veniva chiamato blocco sovietico, fu la firma della politica estera e militare di Washington. L’idea era circondare Unione Sovietica e Cina militarmente, economicamente e diplomaticamente, assieme alla fascia di Stati comunisti da Ungheria e Cecoslovacchia in Europa orientale alla Corea democratica sul Pacifico e dalla Siberia alle SSR dell’Asia centrale dell’Unione Sovietica. In altre parole, la maggior parte del territorio euroasiatico. E poi fin quando il muro di Berlino nel 1989 crollò e l’Unione Sovietica scomparve dalla faccia della Terra, nel 1991. Assieme all’ex mondo comunista, la politica del contenimento finì nella pattumiera della storia, o no? Stranamente, come sottolinea oggi lo storico e autore di TomDispatch Alfred McCoy, se si guardano le basi militari di Washington (che, se non altro, si sono ampliate nell’epoca post-sovietica), ai suoi conflitti e al centro della sua politica estera, i tentativi statunitensi di “contenere” le roccaforti dell’Eurasia, in particolare Russia e Cina, non sono mai cessati. Dopo il passaggio di quasi un quarto di secolo dalla Guerra Fredda, la mappa di quei presidi, e dei conflitti che li seguono, sembra ancora stranamente familiare. Ed ecco una cosa ancora più strana, come McCoy chiarisce: gli Stati Uniti non sono la prima potenza imperiale a sforzarsi di “contenere” l’Eurasia. Nel 1945, quando la seconda guerra mondiale si concluse con la Gran Bretagna e il suo impero in via di esaurimento, gli Stati Uniti ereditarono l’anonima politica del “contenimento” inglese prima che Kennan pensasse di usarne il termine. E’ strano rendersi conto che il “contenimento”, come politica imperiale, ha una storia che, in un certo senso, ha più di due secoli. E’ abbastanza strano, infatti, che McCoy rivolga l’attenzione al tema contribuendo a dare un senso al tagliente rapporto USA-Cina per il resto di questo secolo. Tom

La geopolitica del declino globale degli USA
Washington contro Cina nel XXI secolo
Alfred W. McCoy
987-MackinderBriesemeisterInfatti, anche per il più grande degli imperi, la geografia è spesso destino. Non lo si saprebbe a Washington, però. Le élite della sicurezza politica nazionale e della politica estera statunitensi continuano ad ignorare le basi della geopolitica che hanno plasmato il destino degli imperi mondiali negli ultimi 500 anni. Di conseguenza, hanno perso il senso dei rapidi cambiamenti globali in Eurasia che sono in procinto di minare la grande strategia per il dominio mondiale che Washington ha perseguito in questi ultimi sette anni. Uno sguardo a ciò che accade nella “saggezza” di Washington in questi giorni, rivela una visione del mondo stordita dall’insularità. Si prenda ad esempio il politologo di Harvard Joseph Nye, Jr., noto per il suo concetto di “soft power”. Offrendo una semplice lista di modi in cui crede che il potere militare, economico e culturale degli USA rimanga unico e superiore, ha recentemente sostenuto che non vi sia alcuna forza, interna o globale, in grado di eclissare in futuro gli USA quale potenza più importante del mondo. Per chi punta sull’impennata economica di Pechino proclamando il “secolo cinese”, Nye elenca aspetti negativi: il reddito pro capite della Cina, “ci vorranno decenni per recuperare il ritardo (se mai)” con gli USA; è miope, “focalizzata su politiche principalmente regionali” e “non sviluppa alcuna funzionalità significativa come forza di proiezione globale”. Soprattutto Nye sostiene che la Cina soffre di “svantaggi geopolitici nell’equilibrio di potere asiatico, rispetto agli USA”. Oppure mettiamola così (e in questo Nye è tipico di come si pensa il mondo a Washington): con più alleati, navi, caccia, missili, denaro, brevetti e film di successo rispetto a qualsiasi altra potenza, Washington vince a mani basse. Se il professor Nye dipinge la potenza dai numeri, l’ultimo tomo dell’ex-segretario di Stato Henry Kissinger, modestamente intitolato Ordine mondiale, salutato sulle riviste come niente di meno che una rivelazione, adotta una prospettiva nietzscheana. L’intramontabile Kissinger ritrae la politica globale come plastica così assai plasmabile per i grandi leader dalla volontà di potenza. Con questa misura, secondo la tradizione di maestri diplomatici europei come Charles de Talleyrand e il principe Metternich, il presidente Theodore Roosevelt era un visionario coraggioso che lanciò “il ruolo americano nella gestione dell’equilibrio Asia-Pacifico”. D’altra parte, il sogno idealistico di Woodrow Wilson dell’autodeterminazione nazionale lo rendeva geopoliticamente inetto e Franklin Roosevelt era cieco verso l’inflessibile “strategia globale” del dittatore sovietico Josif Stalin. Harry Truman, al contrario, superò l’ambivalenza nazionale impegnando “gli USA nella formazione di un nuovo ordine internazionale”, una politica saggiamente seguita dai successivi 12 presidenti. Tra i più “coraggiosi”, Kissinger insiste, vi era il leader per “coraggio, dignità e convinzione”, George W. Bush, la cui risolutezza nel “trasformare l’Iraq tra gli Stati più repressivi del Medio Oriente a democrazia multipartitica” sarebbe riuscita se non fosse stato per la “sovversione spietata” della sua opera da parte di Siria e Iran. In tale prospettiva, la geopolitica non ha luogo; solo la coraggiosa visione di “statisti” e re conta davvero. E forse questa è una prospettiva confortante per Washington, in un momento in cui l’egemonia statunitense va visibilmente sgretolandosi tra i sommovimenti tettonici del potere globale. Con i sacri veggenti di Washington sorprendentemente ottusi sul tema del potere geopolitico, forse è il momento di tornare alle origini. Ciò significa ritornare al testo fondante della moderna geopolitica, che rimane una guida indispensabile anche se pubblicata su una oscura rivista geografia inglese oltre un secolo fa.

eGruposDMime.cgiSir Halford inventa la Geopolitica
In una fredda serata di Londra del gennaio 1904, Sir Halford Mackinder, direttore della London School of Economics, mise in “trance” il pubblico al Royal Geographical Society, nel Savile Row, con un documento audacemente intitolato “Il Perno geografico della storia“. Da questa presentazione si evince, secondo il presidente della società, “una splendida descrizione… raramente eguagliata in questa stanza“. Mackinder sostenne che il futuro del potere globale non risiede, come la maggior parte degli inglesi immaginava, nel controllo delle rotte marittime globali, ma nel controllo della vasta massa di terra chiamata “Euro-Asia”. Volgendo l’epicentro del pianeta dall’America al centro dell’Asia, quindi inclinando l’asse terrestre a nord, appena oltre la proiezione equatoriale di Mercatore, Mackinder ridisegnava e riconcettualizzava la mappa del mondo. La sua nuova mappa mostra Africa, Asia, Europa non come tre continenti separati, ma come massa di terra unitaria, una vera e propria “isola mondo”. Il suo ampio e profondo “Heartland”, 4000 miglia dal Golfo Persico al Mare della Siberia, è così enorme che può essere controllato solo dai sue “rimlands”, in Europa orientale, o quella che lui chiamava “margine” marittimo nei mari circostanti. Ne la “Scoperta della rotta del Capo per le Indie” nel XVI secolo, Mackinder scrisse, “dotando la Cristianità dell’ampia possibilità di mobilitare la potenza… avvolgendo l’influenza intorno alla potenza terrestre eurasiatica che fino ad allora ne aveva minacciato l’esistenza“. Questa maggiore mobilità, poi spiegò, diede ai marinai dell’Europa “la superiorità per circa quattro secoli sugli uomini delle terre di Africa e Asia”. Eppure il “cuore” di questa vasta massa, un'”area pivot” che si estende dal Golfo Persico al fiume Yangtze della Cina, rimase niente di meno che la leva di Archimede della futura potenza mondiale. “Chi domina l’Heartland comanda l’Isola-Mondo”, riassumeva più avanti la situazione Mackinder. “Chi domina l’Isola-Mondo comanda il mondo”. Al di là della vasta massa dell’isola-mondo, che costituiva quasi il 60% della superficie della Terra, c’era un emisfero meno conseguente coperto da ampi oceani e alcune periferiche “isole minori”, cioè naturalmente Australia e Americhe. Nella generazione precedente, l’apertura del Canale di Suez e l’avvento della navigazione a vapore “aumentarono la mobilità del potere marittimo (relativo) rispetto a quello terrestre”. Ma le ferrovie in futuro potrebbero “lavorare con maggior meraviglia nella steppa“, affermò Mackinder, riducendo i costi del trasporto marittimo e spostando il centro del potere geopolitico nell’entroterra. Nel tempo lo “Stato pivot” della Russia poteva, in alleanza con un’altra potenza come la Germania, espandersi “sulle terre marginali di Euro-Asia” permettendo “l’uso di vaste risorse continentali per costruire la flotta, e l’impero mondiale sarebbe stato in vista“. Per due ore, mentre leggeva un testo spesso dalla sintassi contorta e dai riferimenti classici, come ci si aspettava da un ex-docente di Oxford, il suo pubblico comprendeva di venire a conoscenza di qualcosa di straordinario. Diversi rimasero a fare ampi commenti. Ad esempio, il famoso analista militare Spenser Wilkinson, il primo a tenere una cattedra di storia militare a Oxford, si pronunciò poco convinto della “moderna espansione della Russia”, insistendo sul fatto che le potenze navali inglese e giapponese avrebbero continuato la funzione storica di mantenere “l’equilibrio tra le forze divise… sull’area continentale”. Incalzato dai suoi ascoltatori, considerando altri fatti o fattori tra cui “l’aria come mezzo di locomozione”, Mackinder rispose: “Il mio obiettivo non è prevedere il grande futuro di questo o quel Paese, ma avere una formula geografica cui poter adattare un qualsiasi equilibrio politico“. Invece di eventi specifici, Mackinder cercava una teoria generale sul nesso di causalità tra geografia e potenza globale. “Il futuro del mondo“, insisteva, “dipende dal mantenimento di (un) equilibrio di potere” tra potenze marittime come la Gran Bretagna o il Giappone, attive sul margine marittimo, e “le forze interne espansive” dal cuore euro-asiatico che erano intente a contenere.
Non solo Mackinder dava voce a una visione del mondo che avrebbe influenzato la politica estera della Gran Bretagna per diversi decenni, ma in quel momento creava la scienza moderna della “geopolitica”, lo studio di come la geografia può, in determinate circostanze, formare il destino di interi popoli, nazioni e imperi. Da quella notte a Londra, naturalmente, è passato tanto tempo. Era un’altra epoca. L’Inghilterra era ancora in lutto per la morte della regina Vittoria. Teddy Roosevelt era presidente. Henry Ford aveva appena aperto una piccola fabbrica automobilistica a Detroit per il suo Modello A, un’automobile dalla velocità massima di 28 miglia all’ora. Solo un mese prima, il “Flyer” dei fratelli Wright aveva preso il volo per la prima volta volando per 30 metri, per l’esattezza. Tuttavia, per i successivi 110 anni le parole di Sir Halford Mackinder offrirono un prisma di eccezionale precisione per capire la geopolitica spesso oscura che guidava i principali conflitti del mondo, due guerre mondiali, una guerra fredda, le guerre asiatiche degli USA (Corea e Vietnam), le due guerre del Golfo Persico e anche la pacificazione infinita dell’Afghanistan. La domanda di oggi è: come può Sir Halford aiutarci a capire non solo il secolo passato, ma il mezzo secolo prossimo?

Britannia Rules the Waves
Nell’era della potenza marittima durata poco più di 400 anni, dal 1602 alla Conferenza sul disarmo di Washington del 1922, le grandi potenze furono in competizione per il controllo dell’isola-mondo eurasiatica attraverso le rotte marittime circostanti che si estendevano per 15000 miglia da Londra a Tokyo. Lo strumento del potere era, naturalmente, la nave, prima con le fregate, poi con portaerei, corazzate, sottomarini e aerei. Mentre gli eserciti terrestri nuotavano nel fango della Manciuria o della Francia in battaglie dalle perdite da capogiro, le marine imperiali incrociavano sui mari, manovrando per il controllo di coste e continenti. Al culmine della potenza imperiale intorno al 1900, la Gran Bretagna dominava i mari con una flotta di 300 grandi navi e 30 bastioni navali, basi che circondavano l’isola-mondo dal Nord Atlantico a Scapa Flow al Mediterraneo, Malta e Suez, a Bombay, Singapore e Hong Kong. Proprio come l’impero romano racchiuse il Mediterraneo, facendone il Mare Nostrum, la potenza inglese fece nell’Oceano Indiano il proprio “mare chiuso”, garantendosi i fianchi con le forze dell’esercito alla Frontiera nord-occidentale dell’India e bloccando persiani e ottomani costruendo basi navali del Golfo Persico. Con tale manovra, la Gran Bretagna si assicurò il controllo su Arabia e Mesopotamia, terreno strategico che Mackinder definì “il passaggio terrestre dall’Europa alle Indie” e via al “cuore” dell’isola mondo. Da questo punto di vista geopolitico, il XIX secolo fu, in fondo, la rivalità strategica spesso chiamata “Grande Gioco” tra Russia “al comando di quasi tutto l’Heartland… che bussava alle porte via terra delle Indie“, e la Gran Bretagna “che avanzava verso l’interno dai porti dell’India per affrontare la minaccia da nord-ovest”. In altre parole, Mackinder concluse “le realtà geografiche finali” dell’era moderna sono potenza marittima contro potenza terrestre o “World-Island e Heartland”. Rivalità intense, prima fra Inghilterra e Francia, poi Inghilterra e Germania, che guidarono l’implacabile gara europea degli armamenti navali che portò il costo della potenza marittima a livelli insostenibili. Nel 1805, l’ammiraglia dell’ammiraglio Nelson, la HMS Victory, con il suo scafo di quercia pesava appena 3500 tonnellate, combatté nella battaglia di Trafalgar contro la flotta di Napoleone navigando a nove nodi, e i suoi 100 cannoni ad anima liscia sparavano palle da 42 libbre a una gittata massima di 400 metri. Nel 1906, solo un secolo più tardi, la Gran Bretagna varò la prima corazzata moderna del mondo, la HMS Dreadnought, con scafo in acciaio dallo spessore di 30 cm, del peso di 20000 tonnellate, le cui turbine a vapore consentivano una velocità di 21 nodi, e i cui cannoni meccanizzati da 305mm permettevano di sparare rapidamente proiettili da 400kg fino a 12 km. Il costo di questo leviatano fu di 1,8 milioni di sterline, pari a quasi 300 milioni di oggi. Nel giro di un decennio, una mezza dozzina di potenze svuotò il tesoro per costruire flotte di queste costosissime letali corazzate. Grazie ad una combinazione di superiorità tecnologica, portata globale e alleanze navali con Stati Uniti e Giappone, la pax britannica durò un intero secolo, dal 1815 al 1914. Alla fine, tuttavia, questo sistema globale fu afflitto dall’accelerazione della corsa agli armamenti navali, dalla volatile diplomazia da grande potenza e dall’aspra gara per l’impero d’oltremare che implose nella strage insensata della prima guerra mondiale, lasciando 16 milioni di morti nel 1918.Valiant_ShieldIl secolo di Mackinder
Come l’eminente storico degli imperi Paul Kennedy una volta osservò, “il resto del Novecento testimonia la tesi di Mackinder“, con due guerre mondiali combattute sui suoi “rimlands”, dall’Est Europa attraverso il Medio Oriente all’Asia orientale. In effetti, la prima guerra mondiale fu, come lo stesso Mackinder in seguito osservò, “un duello diretto tra potenza terrestre e potenza marittima“. Alla fine della guerra nel 1918, le potenze del mare, Gran Bretagna, USA e Giappone, inviarono spedizioni navali ad Arcangelo, Mar Nero e Siberia per contenere la rivoluzione della Russia nel suo “cuore”. Riflettendo l’influenza di Mackinder sul pensiero geopolitico in Germania, Adolf Hitler rischiò il suo Reich nel tentativo criminale di catturare il cuore russo quale spazio vitale, per la sua “razza superiore”. L’opera di Sir Halford contribuì a plasmare le idee del geografo tedesco Karl Haushofer, fondatore della rivista Zeitschrift für Geopolitik, fautore del concetto di Lebensraum e consigliere di Adolf Hitler e del suo vice Rudolf Hess. Nel 1942, il Führer inviò un milione di uomini, 10000 pezzi di artiglieria e 500 carri armati per forzare il Volga a Stalingrado. Alla fine, le sue forze subirono 850000 feriti, uccisi e catturati nel vano tentativo di sfondare il Rimland europeo-orientale nella regione centrale dell’isola-mondo. Un secolo dopo la conferenza di Mackinder, un altro studioso inglese, lo storico degli imperi John Darwin ha sostenuto nel suo saggio Dopo Tamerlano, che gli Stati Uniti avevano raggiunto l'”Imperium colossale… su scala senza precedenti” a seguito della seconda guerra mondiale, divenendo la prima potenza nella storia a controllare i punti strategici assiali “su entrambe le estremità dell’Eurasia” (sua interpretazione di “Euro-Asia” di Mackinder). Temendo l’espansione cinese e russa quale “catalizzatore della collaborazione”, gli Stati Uniti occuparono i bastioni imperiali di Europa occidentale e Giappone. Con questi punti assiali come ancoraggio, Washington costruì un arco di basi militari seguendo il modello marittimo della Gran Bretagna che ha visibilmente lo scopo di circondare l’isola-mondo.

La geopolitica assiale degli USA
Dopo aver preso le estremità assiali dell’isola-mondo da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti aumentarono le barriere della potenza militare per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico. Spogliata dai fronzoli ideologici, la grande strategia anticomunista del “contenimento” della Guerra Fredda di Washington era poco più che un processo di successione imperiale. Il Regno unito esaurito su sostituito ai “margini” marittimi, ma la realtà strategica rimase sostanzialmente la stessa. Infatti, nel 1943, due anni prima della fine della seconda guerra mondiale, un Mackinder invecchiato pubblicò il suo ultimo articolo, “Il Mondo e la Conquista della Pace“, per l’influente rivista degli Stati Uniti Foreign Affairs. In esso ricordò agli statunitensi che aspiravano ad una “grande strategia” nella versione inedita dell’egemonia planetaria, che anche il loro “sogno della forza aerea globale” non cambiava le basi geopolitiche. “Se l’Unione Sovietica emerge da questa guerra come vincitrice sulla Germania”, avvertì, “diverrà la più grande potenza terrestre sul globo”, controllando “la più grande fortezza naturale sulla terra“. Quando si giunse a creare la nuova Pax Americana post-bellica, fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’US Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si basò a Napoli nel 1946 per il controllo dell’Oceano Atlantico e del Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per il Pacifico occidentale; e la Quinta Flotta in Bahrain nel Golfo Persico dal 1995. Successivamente, i diplomatici statunitensi aggiunsero cerchie di alleanze militari, Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e trattato di sicurezza nippo-statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano una rete globale di 450 basi militari in 36 Paesi volti, in gran parte, a contenere il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai “rimlands” di Mackinder nel continente eurasiatico. Alla fine della guerra fredda, nel 1990, l’accerchiamento di Cina comunista e Russia richiese 700 basi all’estero, una forza aerea di 1763 jet da combattimento, un vasto arsenale nucleare, più di 1000 missili balistici, una flotta di 600 navi, di cui 15 gruppi tattici di portaerei nucleari, tutti collegati al solo sistema globale di satelliti per le comunicazioni.
Fulcro del perimetro strategico di Washington intorno all’isola mondo è la regione del Golfo Persico, dove da quasi 40 anni è il luogo del continuo intervento statunitense, palese ed occulto. La rivoluzione del 1979 in Iran significò la perdita di un Paese chiave dell’arco di potenza degli Stati Uniti nel Golfo e lasciò Washington lottare per ricostruirsi la presenza regionale. A tal fine, allo stesso tempo sostenne l’Iraq di Sadam Husayn nella guerra contro l’Iran rivoluzionario e armò i più estremisti mujahidin afghani contro l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. E’ in tale contesto che Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, scatenò la strategia per sconfiggere l’Unione Sovietica con una agilità geopolitica ancora oggi poco compresa. Nel 1979, Brzezinski, aristocratico polacco declassato e in unica sintonia con le realtà geopolitiche del suo continente nativo, convinse Carter ad intraprendere l’operazione Ciclone con massicci finanziamenti, arrivati a 500 milioni di dollari all’anno alla fine degli anni ’80. Il suo obiettivo: mobilitare i militanti musulmani per attaccare il ventre molle nell’Asia centrale dell’Unione Sovietica e imporre un cuneo islamista nel cuore sovietico, per infliggere contemporaneamente una sconfitta demoralizzante all’Armata Rossa in Afghanistan e staccare il “Rimland” dell’Europa dell’Est dall’orbita di Mosca. “Non abbiamo spinto i russi ad intervenire (in Afghanistan)“, disse Brzezinski nel 1998 spiegando la sua geopolitica nella versione da Guerra Fredda del Grande Gioco “ma consapevolmente aumentammo le probabilità che avvenisse… Quell’operazione segreta fu un’ottima idea. Il suo effetto fu trascinare i russi nella trappola afghana“. Alla domanda sull’eredità di questa operazione, trattandosi di creare un Islam militante ostile agli Stati Uniti, Brzezinski, che ha studiato e spesso cita Mackinder, fu freddamente impenitente. “Cos’è più importante per la storia del mondo?” Chiese. “I taliban o il collasso dell’impero sovietico? Alcuni musulmani esagitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della guerra fredda?” Eppure, anche la splendida vittoria degli USA nella guerra fredda con l’implosione dell’Unione Sovietica, non avrebbe trasformato i fondamenti geopolitici dell’isola-mondo. Di conseguenza, dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989, la prima incursione estera di Washington nella nuova era fu il tentativo di ristabilire la sua posizione dominante nel Golfo Persico, con l’occupazione di Sadam Husayn del Quwayt quale pretesto. Nel 2003, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq, lo storico Paul Kennedy ritornò sul trattato di Mackinder per spiegare questa disavventura apparentemente inspiegabile. “In questo momento, con centinaia di migliaia di truppe statunitensi nei rimlands eurasiatici“, Kennedy scrisse sul Guardian, “sembra che Washington prenda sul serio l’ingiunzione di Mackinder di garantirsi il controllo del ‘perno geografico della storia'”. Se interpretiamo queste osservazioni in modo ampio, l’improvvisa proliferazione delle basi militari USA in Afghanistan e Iraq andava vista come ennesimo tentativo imperiale di avere una posizione centrale ai margini del cuore eurasiatico, come le antiche fortezze coloniali inglesi lungo la Frontiera di Nordovest dell’India. Negli anni successivi, Washington tentò di sostituire i suoi inefficaci soldati a terra con i droni. Nel 2011 l’Air Force e la CIA accerchiarono il continente eurasiatico con 60 basi per la loro flotta di droni, il cui cavallo di battaglia è il Reaper, armato di missili Hellfire e bombe GBU-30, con un raggio di 1150 miglia, potendo da queste basi colpire obiettivi quasi ovunque in Africa e Asia. Significativamente le basi dei droni ora punteggiano i margini marittimi intorno all’isola-mondo, da Sigonella, Sicilia, a Incirlik in Turchia; Gibuti sul Mar Rosso; Qatar e Abu Dhabi nel Golfo Persico; Isole Seychelles nell’Oceano Indiano; Jalalabad, Khost, Kandahar e Shindand in Afghanistan; e nel Pacifico, a Zamboanga nelle Filippine e l’Andersen Air Base sull’isola di Guam, tra gli altri luoghi. Per pattugliare questa periferia, il Pentagono spende 10 miliardi di dollari costruendo una flotta di 99 Global Hawk dotati di telecamere ad alta risoluzione in grado di sorvegliare il terreno per un raggio di cento miglia, sensori elettronici che possono sorvegliare tutte le comunicazioni, e motori efficienti capaci di 35 ore di volo continuo e un’autonomia di 8700 miglia.preview006_risultatoLa strategia della Cina
Le azioni di Washington, in altre parole, sono qualcosa di vecchio, anche se su scala inimmaginabile. Ma l’ascesa della Cina a prima economia del mondo, impensabile un secolo fa, rappresenta qualcosa di nuovo e così rischia di ribaltare la geopolitica marittima che ha plasmato il potere mondiale negli ultimi 400 anni. Invece di concentrarsi esclusivamente sulla costruzione di una flotta oceanica come gli inglesi, o una flotta aerospaziale globale come gli USA, la Cina raggiunge le profondità dell’isola mondo, nel tentativo di ridisegnare completamente le basi geopolitiche del potere globale. Usa una strategia sottile, che finora ha eluso l’élite al potere a Washington. Dopo decenni di preparazione tranquilla, Pechino ha recentemente iniziato a rivelare la sua grande strategia per il potere globale, agendo attentamente. Il piano in due fasi è volto a costruire un’infrastruttura transcontinentale per l’integrazione economica dell’isola mondo dall’interno, mobilitando forze militari per affettare chirurgicamente l’accerchiamento di Washington. Il primo passo è il progetto mozzafiato di costruite una infrastruttura per l’integrazione economica del continente. Stabilendo una complessa ed enormemente costosa rete di ferrovie alta velocità e alto volume, così come oleodotti e gasdotti per tutta la grande Eurasia, la Cina realizzerà la visione di Mackinder in modo nuovo. Per la prima volta nella storia, il movimento veloce transcontinentale di carichi cruciali, petrolio, minerali e manufatti, sarà possibile su larga scala, quindi unificando potenzialmente questa vasta massa in un’unica zona economica che si estende per 6500 miglia da Shanghai a Madrid. In questo modo, la leadership di Pechino spera di spostare il centro del potere geopolitico dalla periferia marittima al cuore del continente. “Le ferrovie trans-continentali ora mutano le condizioni della potenza terrestre“, scrisse Mackinder nel 1904 quando la “precaria” ferrovia a binario unico Transiberiana, la più lunga del mondo, attraversò il continente per 5700 miglia da Mosca a Vladivostok. “Ma il secolo non sarà vecchio prima che tutta l’Asia sia coperta di ferrovie“, aggiunse. “Gli spazi nell’Impero Russo e nella Mongolia sono così vasti, e le loro potenzialità in… carburante e metalli così incalcolabili che un vasto mondo economico, più o meno isolato, vi si svilupperà inaccessibile al commercio oceanico“. Mackinder era un po’ prematuro. La rivoluzione russa del 1917, la rivoluzione cinese del 1949, e i successivi 40 anni di guerra fredda rallentarono un reale sviluppo per decenni. In questo modo, al “cuore” eurasiatico fu negata crescita economica ed integrazione, grazie anche a barriere ideologiche artificiali; cortina di ferro e poi frattura cino-sovietica bloccarono qualsiasi costruzione di infrastrutture nel vasto territorio euroasiatico. Ma non più. Solo pochi anni dopo la fine della guerra fredda, l’ex-consigliere per la sicurezza nazionale Brzezinski, allora fortemente critico sulla visione globale delle élite politiche repubblicane e democratiche, iniziò a lanciare segnali di avvertimento sull’inetta geopolitica di Washington. “Da quando i continenti iniziarono ad interagire politicamente, circa cinquecento anni fa”, scrisse nel 1998, parafrasando Mackinder, “L’Eurasia è stata il centro del potere mondiale. La potenza che domina l”Eurasia’ controllerà due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo… rendendo l’emisfero occidentale e l’Oceania geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo“. Mentre tale logica geopolitica fu elusa da Washington, venne ben compresa a Pechino. In effetti, negli ultimi dieci anni la Cina ha lanciato il più grande investimento infrastrutturale mondiale, che già conta un trilione di dollari, da quando Washington avviò l’U.S. Interstate Highway System nei lontani anni ’50. Le cifre su rotaie e condotti costruiti sbalordiscono. Tra 2007 e 2014 la Cina ha posto nelle sue campagne 9000 miglia di ferrovie per i nuovi treni ad alta velocità, più del resto del mondo messo insieme. Il sistema ora trasporta 2,5 milioni di passeggeri al giorno a una velocità massima di 240 miglia all’ora. Il sistema sarà completato nel 2030, aggiungendo 16000 miglia di ferrovie ad alta velocità al costo di 300 miliardi di dollari, collegando tutte le principali città della Cina. Allo stesso tempo, la leadership cinese ha cominciato a collaborare con gli Stati vicini su un imponente progetto per integrare la rete ferroviaria nazionale con una rete transcontinentale. Dal 2008, tedeschi e russi si sono uniti ai cinesi nel lancio del “Ponte Eurasiatico”. Due rotte est-ovest, la vecchia Transiberiana a nord e la nuova rotta a sud lungo l’antica Via della Seta, attraverso il Kazakistan, hanno lo scopo di unire tutta l’Eurasia. Sulla rotta più veloce del sud, container di manufatti ad alto valore aggiunto come computer e parti per auto, viaggiano per 6700 miglia da Lipsia, in Germania, a Chongqing, in Cina, in soli 20 giorni, circa la metà dei 35 giorni per viaggiare via mare.
Nel 2013, le Deutsche Bahn AG (ferrovie tedesche) iniziarono a preparare una terza via tra Amburgo e Zhengzhou, riducendo i tempi ad appena 15 giorni, mentre la ferroviaria kazaka apriva il collegamento Chongqing-Duisburg dai tempi simili. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava i piani per la costruzione della più lunga linea ferroviaria ad alta velocità del mondo, al costo di 230 miliardi di dollari. Secondo i piani, i treni potranno percorrere le 4300 miglia tra Pechino e Mosca in soli due giorni. Inoltre, la Cina costruisce due ramificazioni verso sud-ovest e sud, in direzione dei “margini” marittimi dell’isola-mondo. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha firmato un accordo con il Pakistan per spendere 46 miliardi di dollari sul corridoio economico Cina-Pakistan. Autostrade, collegamenti ferroviari e condutture copriranno le quasi 2000 miglia da Kashgar nello Xinjiang, la provincia più occidentale della Cina, all’impianto portuale di Gwadar, in Pakistan, aperto nel 2007. La Cina ha investito più di 200 miliardi di dollari nella costruzione del porto strategico di Gwadar sul Mar Arabico, a 370 miglia dal Golfo Persico. Dal 2011, la Cina ha anche iniziato ad estendere le sue linee ferroviarie nel Laos, nel sud-est asiatico, al costo iniziale di 6,2 miliardi di dollari. Alla fine, una linea ad alta velocità trasporterà passeggeri e merci da Kunming a Singapore, in sole 10 ore. In questo stesso dinamico decennio, la Cina ha costruito una vasta rete di gasdotti e oleodotti trans-continentali per importare combustibili da tutta l’Eurasia ai suoi centri abitati, nel nord, centro e sud-est. Nel 2009, dopo un decennio di lavori, la China National Petroleum Corporation (CNPC) ha aperto la fase finale del Kazakistan-China Oil Pipeline, che si estende per 1400 miglia dal Mar Caspio al Xinjiang. Allo stesso tempo, la CNPC ha collaborato con il Turkmenistan per inaugurare il gasdotto Asia Centrale-Cina, lungo 1200 miglia, in gran parte parallelo al Kazakstan-China Oil Pipeline, il primo a trasportare gas naturale dalla regione alla Cina. Bypassando lo stretto di Malacca controllato dall’US Navy, CNPC ha aperto una pipeline Cina-Myanmar nel 2013 per trasportare petrolio del Medio Oriente e gas naturale birmano lungo le 1500 miglia dal Golfo del Bengala al sud-ovest della Cina. Nel maggio 2014, l’azienda firmava un accordo 30ennale da 400 miliardi con il colosso energetico russo Gazprom per trasportare 38 miliardi di metri cubi di gas naturale l’anno entro il 2018, attraverso una rete settentrionale di gasdotti ancora da completare attraverso Siberia e Manciuria.
Anche se massicci, questi progetti sono solo una parte del boom delle costruzioni che negli ultimi cinque anni ha tessuto una rete di oleogasotti in Asia centrale e meridionale, in Iran e Pakistan. Il risultato sarà presto un’infrastruttura energetica interna integrante la vasta rete russa di oleodotti, che si estende sull’Eurasia dall’Atlantico al Mar Cinese Meridionale. Per sfruttare tali sconcertanti piani di crescita regionali, nell’ottobre 2014 Pechino annunciava la creazione della Banca per investimenti infrastrutturali asiatica. La leadership cinese vede questa istituzione come futura alternativa regionale, e alla fine eurasiatica, alla Banca mondiale dominata dagli Stati Uniti. Finora, nonostante le pressioni di Washington per non aderire, 14 Paesi chiave, tra cui stretti alleati degli Stati Uniti come Germania, Gran Bretagna, Australia e Corea del Sud, hanno firmato. Allo stesso tempo, la Cina ha iniziato a costruire rapporti commerciali a lungo termine con le aree ricche di risorse dell’Africa, così come con Australia e Sud-Est asiatico, nell’ambito del suo progetto d’integrazione economica dell’isola-mondo. Infine, Pechino ha da poco rivelato una strategia abilmente progettata per neutralizzare le forze militari di Washington disposte intorno al perimetro del continente. Ad aprile, il Presidente Xi Jinping ha annunciato la costruzione del massiccio corridoio stradale-ferroviario-gasifero dalla Cina occidentale al nuovo porto di Gwadar, in Pakistan, creando la logistica per le future installazioni navali nel Mare Arabico ricco di energia. A maggio, Pechino ha intensificato le pretese sul controllo esclusivo sul Mar Cinese Meridionale, ampliando la base navale di Longpo sull’isola di Hainan a prima struttura per sottomarini nucleari della regione, accelerandone il dragaggio per creare tre nuovi atolli che potrebbero diventare aeroporti militari nelle controverse isole Spratley, e avvertendo formalmente l’US Navy di stare alla larga. Con la costruzione delle infrastrutture militari nel Mar cinese meridionale e nel Mar arabico, Pechino forgia la futura capacità di compromettere chirurgicamente e strategicamente il contenimento militare statunitense. Allo stesso tempo, Pechino sviluppa piani per sfidare il dominio di Washington nello spazio e nel cyberspazio. Per esempio, completerà il proprio sistema satellitare globale entro il 2020, prima sfida al dominio di Washington sullo spazio da quando gli Stati Uniti lanciarono il sistema di 26 satelliti di comunicazione per la difesa nel 1967. Allo stesso tempo, Pechino costruisce una formidabile capacità di cyberguerra.
In un decennio o due, in caso di necessità, la Cina sarà pronta a tagliare chirurgicamente l’accerchiamento continentale di Washington in alcuni punti strategici, senza dover confrontarsi con la potenza globale delle forze armate statunitensi, potenzialmente rendendo inutile la vasta flotta di portaerei, incrociatori, droni, caccia e sottomarini statunitensi. Senza la visione geopolitica di Mackinder e della sua generazione di imperialisti inglesi, l’attuale leadership statunitense non è riuscita a cogliere il significato del cambiamento globale radicale in atto sul territorio euroasiatico. Se la Cina riesce a collegare le sue industrie in crescita alle vaste risorse naturali del cuore eurasiatico, molto probabilmente, come Sir Halford Mackinder previde quella fredda sera di Londra nel 1904, “l’impero mondiale sarà in vista“.Newsilkroad2Alfred W. McCoy, autore di TomDispatch, detiene la cattedra Harrington di Storia presso l’Università del Wisconsin-Madison. È redattore di Endless Empire: Spain’s Retreat, Europe’s Eclipse, America’s Decline e autore di Policing America’s Empire: The United States, the Philippines, and the Rise of the Surveillance State.

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Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’ibridismo tenace della guerra di Putin

Philippe Grasset, Dedefensa, 31 maggio 2015Spetsnaz_mvd-858x338Il presidente russo ha appena deciso di classificare “segreto di Stato” le informazioni sulle perdite operative militari nel quadro delle “operazioni speciali” in tempo di pace. (Si tratta fondamentalmente di ciò che viene chiamato generalmente “forze speciali”, dipendenti dai comandi militari regolari come i servizi speciali, tra cui il servizio d’intelligence militare GRU). Il sito FortRuss (29 maggio 2015) ha una traduzione di un commento di Boris Rozhin del sito “colonnel Cassad“, una buona fonte d’informazione sulla situazione operativa e politica in Ucraina. Per Rozhin, la decisione è normale e in ritardo, perché avrebbe dovuto essere presa nell’estate 2014. Ovviamente Rozhin non dubita che la decisione sia legata all’attività delle “forze speciali” russe soprattutto in Ucraina orientale, indispensabile non appena gli eventi ucraini presero una piega conflittuale (estate 2014)… “L’unica cosa che mi sorprende è come ciò avvenga in ritardo, la cui necessità era evidente già nell’agosto-settembre 2014, dopo la ben nota storia sui paracadutisti “perduti”, cui in Russia e all’estero seguì una massiccia campagna volta a dimostrare la presenza militare russa sul territorio del Donbas. L’emendamento blocca accesso e diffusione di informazioni relative alle operazioni dei servizi segreti e perdite subite dalle forze speciali, divenendo un’altra barriera di sicurezza nelle informazioni sulla guerra ibrida della Russia in Ucraina. La minaccia di un procedimento penale per aver rivelato segreti di Stato motiva i “chiacchieroni” a tenersi per sé le opinioni. E’ anche chiaro che l’isteria sugli “Spetsnaz del GRU” ed indicatori sfavorevoli nell’informazione relativa all’Ucraina, motivano il decreto. La “quinta colonna” locale cerca di guadagnare punti in questo campo, e la sua attività viene contrastata senza immaginazione e anche tardivamente. Secondo le regole della guerra ibrida, adottata da entrambe le parti, la partecipazione di diversi consiglieri speciali ed istruttori, attività d’intelligence, compagnie militari private, supporto tecnico sono ufficialmente negati e lo saranno ufficialmente. Entrambe le parti continueranno ad accusarsi di trasformare la partecipazione indiretta in diretta, e continueranno a smentire queste accuse, definendo le rivelazioni occasionali sulla partecipazione di propri “specialisti” una provocazione, descrivendo i propri consulenti e istruttori come osservatori e “membri del gruppo di controllo”. Infatti, tutti coloro che più o meno conoscono la situazione reale del Donbas sanno che la guerra della junta contro la Novorossia è solo il primo strato visibile di un conflitto coperto dalla nebbia di guerra, dietro cui si cela la battaglia invisibile tra servizi speciali, gruppi di guerra delle informazioni, “contractors privati” e “rappresentanti” delle forze armate. Né Russia né Stati Uniti l’ammetteranno ufficialmente, perché c’è una guerra ibrida in corso. Naturalmente gli Stati Uniti hanno adottato misure di segretezza analoghe riguardanti le proprie attività all’estero. Sappiamo cosa siano tali misure dal ben noto caso di Bradley Manning”.
• Sul sito di Saker-US, altra importante fonte filo-russa (e di obbedienza alla Russia) di informazioni tecniche precise sulla situazione in Ucraina, vi è un colloquio molto importante con un ex-ufficiale degli Spetsnaz del GRU, dal nome di codice Ramzes, del 29 maggio 2015. Ramzes per 5 anni, dal 1994 al 1999, l’ultimo anno da comandante, fu in un gruppo di 20-25 soldati della 16.ma Brigata Spetsnaz del GRU. (Il termine Spetsnaz è generico e si riferisce a tutte le “forze speciali” russe. Ramzes sostiene che il termine riguardasse solo il GRU fino ai primi anni ’90, periodo in cui il temine divenne generico per tutto ciò riguardasse le unità d’elite delle forze russe, sia militari che di polizia e intelligence). Le risposte di Ramzes tendono a respingere chiaramente l’idea che unità Spetsnaz del GRU siano impegnate nei combattimenti, che non è neanche loro compito essendo unità da ricognizione e operazioni coperte… “Sugli Spetznas nel Donbas, possono esserci come non esserci. E’ estremamente improbabile, ma comunque tutto è possibile. Così come è possibile che gli Spetsnaz del GRU siano negli Stati Uniti, Canada, Germania, Israele, Arabia Saudita, in questo momento. Potrebbero anche essere in Cina, Venezuela o Iran, ecc… La ricognizione è una delle nostre missioni principali. Le nostre tattiche vietano d’impegnarsi in battaglie dirette, solo una volta accadde… Forse c’è dell’ex-personale Spetsnaz che agisce in modo indipendente cercando di aiutare il popolo del Donbas, se gli ucraini li catturano e ne scoprono l’identità precedente, possono fare tali affermazioni, ma non ci sono unità attive coinvolte in questo senso. Non è la nostra funzione…
15492e6080c6ba072eff755c0359917aTuttavia, tali dettagli non impediscono di affermare categoricamente che l’impressione o la percezione dell’intera intervista comprenda meglio la potenza e la diversità non solo delle unità specifiche (Spetsnaz GRU compresi, della cui specificità Ramzes sembra molto geloso), ma delle “forze speciali” russe in generale. E’ quindi comprensibile che si tratti di una presentazione catalogata, estremamente precisa e suggestiva delle capacità di operazioni clandestine/segrete (o “coperte”) della Russia, in particolare in Ucraina, nella parte orientale del Paese. Si tratta di una situazione di ciò che oggi viene chiamata, con terminologia di tendenza, “guerra ibrida” (con variazioni come “invasione furtiva”), dove l’uso della comunicazione-sistema ha un ruolo centrale ma in cui sono effettivamente compiuti azioni tattiche militari o paramilitari. Pertanto, una correlazione avviene rapidamente tra l’intervista e la decisione di segretare le perdite di personale della sicurezza nazionale russa. L’impressione prevale abbastanza da suggerire l’ipotesi che l’intervista dipenda anche, in una certa misura, da approcci o aperture indiretti di un dato ente (il GRU in questo caso) per trasmettere attraverso percorsi che rendano difficile identificare i dettagli dell’operazione di comunicazione o l’operazione stessa, informazioni ampie e dettagliate sulle capacità operative segrete russe nella “guerra ibrida”, e tutto ciò con il suggerimento implicito e abbastanza ammissibile che tali operazioni abbiano avuto o avranno effettivamente luogo in modo strutturale. Quindi, non ci sarà alcun riconoscimento che la Russia operi in Ucraina secondo le regole di un’invasione convenzionale, come affermato lo scorso anno da tutti gli strumenti della comunicazione-sistema del blocco BAO, ma diffonde con cautela l’idea che ci sia un intervento secondo le regole comuni del segreto usate dai principali servizi delle potenze coinvolte (e sono molti in Ucraina). Possiamo perseguire l’ipotesi che si tratti di una nuova politica della comunicazione dei russi, forse a seguito dell’attivazione della politica d’intervento illegale più forte e più importante nell’arco di alcune settimane. C’è infine l’idea che “da quando l’idea dell’invasione russa dell’Ucraina è completamente integrata nella narrativa del blocco BAO, beh non ci sia molto da perdere nell’espandere e istituzionalizzare efficacemente l’intervento attivo, ma secondo le regole dell’occultamento care alle forze speciali“. In questo caso, dovrà essere deciso con cura l’equilibrio tra attuazione di una politica da applicare in modo più strutturale, e ricerca decisa dal rifiuto della narrativa del blocco BAO sull’invasione russa dell’Ucraina. Sembra logico vedere in questo contesto l’assunto generale che la Russia si muova in una situazione di confronto latente e clandestino molto più “istituzionalizzato”, in un certo senso, in corrispondenza della giunzione tra Russia e Ucraina. È un confronto come abbiamo descritto nel nostro F&C del 26 maggio 2015 sulla “guerra totale”, dove il sistema di comunicazione è di gran lunga l’attore principale, con questa “guerra totale” per prima espressa da un confronto generale che va ben oltre l’Ucraina, nel campo della comunicazione (il caso dello “scandalo FIFA“, con l’obiettivo del blocco BAO di attaccare il regime russo e Putin attraverso la Coppa del Mondo 2018, è l’ultimo campo di battaglia in questo conflitto aperto). L’attività paramilitare e segreta in Ucraina descritta è il substrato in questo campo. Allora dovremmo aspettarci, in Ucraina, una sorta di “stabilizzazione” paradossale del confronto (un “stabilizzazione nella destabilizzazione permanente”), che potrebbe assumere una varietà di forme, forse più ampia, dove la Russia svolgerebbe un ruolo molto più organizzato e forte se vuole mantenere il controllo della situazione in Ucraina orientale e anche ai suoi confini. L’Ucraina è l’escrescenza operativa della crisi strutturale fondamentale tra Stati Uniti/blocco BAO e Russia, o anche tra sistema e anti-sistema.
Una certa insistenza russa, soprattutto di Putin, a non credere nell’inevitabilità di tale “guerra totale” è un fattore assolutamente notevole, e a volte mi chiedo della capacità del presidente russo ad assumersi le proprie responsabilità storiche. (A volte si elogia la sua “pazienza” straordinaria, altre si teme che questa “pazienza” si trasformi, in una circostanza cruciale, in cecità irreversibile). Infatti, gli episodi di questi ultimi giorni hanno dimostrato ai russi che l’appeasement di Kerry a Sochi non ha per nulla cambiato l’ostilità degli USA nei confronti della Russia. Di qui l’osservazione precedente, che dovrebbe invece essere indicata così: quando Putin ammetterà di avere di fronte non gli Stati Uniti, né il blocco BAO, ma potenze animate e controllate dal sistema, e che l’unica speranza, la sua unica “missione” possibile, è avere una posizione antisistema senza compromessi. Questo è il vero problema della dirigenza russa, ma si vede che viene spinta gradualmente a prenderla in considerazione dal punto di vista operativo, anche se esita ancora a prenderla in considerazione dal punto di vista fondamentalmente concettuale.

spetsnaz_training_exclusive_look12Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La guerra speciale che infuria in Novorossija

L’esito della guerra in Ucraina sarà deciso delle forze per operazioni speciali, non ucraine
Sergej Ishenko, Svpressa.ru, 29 maggio 2015 – Fort Russ

C1igSyUNZSwWiki: Operazioni speciali (S.O.) sono operazioni militari considerate “speciali” (cioè, non convenzionali) solitamente effettuate da unità dedicate. Le operazioni speciali vengono eseguite in modo indipendente o combinato con operazioni militari convenzionali. L’obiettivo primario è realizzare un obiettivo politico o militare, laddove non esistono forze convenzionalo che possano influenzare negativamente il risultato strategico generale. Le operazioni speciali sono solitamente condotte occultamente sfruttando vantaggi come velocità, sorpresa e violenza dell’azione contro un bersaglio ignaro. Le operazioni speciali in genere sono effettuate con un numero limitato di effettivi altamente qualificati capaci di operare in tutti gli ambienti, grazie a fiducia in se stessi, facile adattamento nel superare gli ostacoli e uso di abilità ed equipaggiamenti nei combattimenti non convenzionali per raggiungere gli obiettivi. Le operazioni speciali sono solitamente implementate con intelligence specifica. Nel 2003-2012 si è vista la strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti basarsi sulle operazioni speciali a livelli inauditi. Identificare, cacciare ed uccidere i terroristi è diventato il compito centrale nella Guerra globale al terrorismo (GWOT). Linda Robinson, assistente per la sicurezza nazionale e la politica estera presso il Consiglio per le relazioni estere degli Stati Uniti, ha sostenuto che la struttura organizzativa sia divenuta più orizzontale e la cooperazione con la Comunità dell’intelligence più forte, consentendo alle operazioni speciali di passare alla “velocità di guerra”. Gli stanziamenti per le operazioni speciali sono costosi: il bilancio è passato da 2,3 miliardi nel 2001 a 10,5 miliardi di dollari nel 2012. Alcuni esperti sostengono che l’investimento è stato utile, indicando il raid nel maggio 2011 che uccise Usama bin Ladin ad Abbottabad, Pakistan. Altri sostengono che l’enfasi sulle operazioni speciali crea l’equivoco che sostituisca il conflitto prolungato. “Incursioni e attacchi dei droni sono tattiche raramente decisive e spesso comportano notevoli costi politici e diplomatici per gli Stati Uniti. Anche se incursioni e attacchi dei droni sono necessari per distruggere minacce terribili e imminenti… i capi delle operazioni speciali ammettono che non dovrebbero essere il pilastro centrale della strategia militare degli Stati Uniti“. Invece, i comandanti delle operazioni speciali dichiarano che la grande strategia dovrebbe includere l'”approccio indiretto”, cioè collaborare con partner non-USA negli obiettivi per la sicurezza. “Le forze per operazioni speciali forgiano relazioni decennali con vari gruppi tramite addestramento, consulenza, informazioni ed operazioni al fianco di forze armate, polizia, tribù, milizie o altri gruppi di altri Paesi“. (Come nel caso di Settore destro e dei nazibattaglioni, le cui risorse sono invidiate dai militari, alla luce delle recenti rivelazioni secondo cui Kolomojskij è semplicemente una facciata per i finanziamenti degli Stati Uniti? – KR)TKpN3ydTOzwI recenti avvenimenti nel Donbass meritano uno sguardo più attento. La cronaca inquietante è questa:
1. Il 22 maggio, alle ore 13:00, dal quartiere Kambrod di Lugansk la polizia riceveva una telefonata da residenti locali su un gruppo di sospetti elementi armati e in tuta mimetica che si definivano della milizia. Poiché gli sconosciuti chiedevano la posizione delle basi militari, i cittadini s’insospettirono. A Kambrod fu inviata una squadra di risposta rapida del Ministero degli Interni della RPL contro cui ebbero uno scontro a fuoco. Nei combattimenti alcuni degli stranieri furono uccisi e uno arrestato. Costui aveva una mimetica occidentale, una maschera e un elenco di numeri di telefono non identificati. Lugansk controlla i passaporti per identificare coloro che risiedono illegalmente nella città.
2. Il 23 maggio alle 17:40 sul territorio di Donetsk, tra i checkpoint “Gorlovka” (controllato dalla milizia della RPD) e “Majorsk” (delle forze armate ucraine) un’auto del Centro congiunto di controllo e coordinamento (SCCC) fu oggetto del tiro di armi automatiche. Nell’auto vi era il capo dell’ufficio russo presso il SCCC, Colonnello-Generale Aleksandr Lentsov e altri ufficiali che rientravano da Shirokino, dove vi sono continui scontri e bombardamenti. L’attacco all’auto di Lentsov era fallito.
3. Lo stesso giorno alle 18:50, vicino al villaggio Mikhajlovka, un convoglio di tre auto finiva su una mina antiuomo (secondo altre fonti era una mina MON-50) e sotto il tiro di armi automatiche. A bordo vi era il popolare comandante del Battaglione ‘Prizrak‘ dell’esercito della RPL Aleksej Mozgovoj, che venne ucciso insieme ad altre quattro persone.
Tralasciando le aspre dispute scoppiate immediatamente su chi abbia effettivamente ucciso Mozgovoj, se (come argomentato da Kiev), “partigiani ucraini” del gruppo “Ombre” (come insiste il suo capo Aleksandr Gladkij) o qualche assai professionale gruppo sovversivo appositamente inviato nella RPL per eliminare Mozgovoj. Qualcos’altro è più importante. Gli eventi degli ultimi giorni, a mio parere, dimostrano che una guerra sovversiva va acutamente intensificandosi in Novorossija. Da chi, è una questione a parte. Se ne parla qui di seguito. Per ora facciamo un’altra ipotesi. Tutti gli analisti militari di entrambi i lati del fronte ci fornivano previsioni: quando la neve si scioglierà la guerra per il Donbas s’infiammerà con forza rinnovata. E quindi? La neve è scomparsa da tempo e la terra s’è prosciugata da un mese, ma nessuno è all’offensiva, le parti si limitano solo a tiri con armi di tutti i calibri. Il problema è che la natura della guerra civile in Ucraina è cambiata drammaticamente. Vladimir Putin ha già chiaramente affermato che non permetterà a nessuno di distruggere le repubbliche popolari del Donbas. Petro Poroshenko non solo non può fermare i militari, ma neanche ammorbidire la retorica aggressiva a Kiev. In questo caso, il presidente semplicemente soffocherebbe nel fumo dei pneumatici che bruciano. Così per tutto autunno e inverno entrambi i lati hanno scavato trincee e bunker, costruito campi minati, rifornito, addestrato ed equipaggiato le unità da combattimento. Questo lavoro gigantesco ha prodotto un risultato. Al fronte c’è una sorta di parità militare quando ogni tentativo di avanzare causa alte perdite e non garantisce alcun risultato ragionevole. Quale sarebbe l’obiettivo di un’offensiva oggi, per la milizia e per i militari ucraini? La milizia ha deciso di non attaccare Kiev l’anno scorso, non prese Mariupol anche se era a due passi. A sua volta, l’esercito e i nazibattaglioni ucraini combatterono inutilmente e in modo incompetente per il minuscolo (anche per la scala di questa guerra) aeroporto di Donetsk. Come poteva tale esercito provare a prendere seriamente il controllo di una metropoli di 1 milione di persone? Sì, nelle strade dell’ostile Donetsk i 60mila militari della cosiddetta operazione ATO di Kiev sarebbero stati dissolti e sconfitti dai cittadini arrabbiati. E ci sono ancora Lugansk, Gorlovka, ecc. Come i militari ucraini possono imporre così tanti presidi?
Quindi c’è il cosiddetto conflitto congelato nel Donbas, come in Transnistria? Se non c’era nessuno dietro il regime di Poroshenko, sarebbe probabilmente successo. Ma lontano dai confini dell’Ucraina vi sono molte forze che vogliono la guerra infinita da queste parti. Togliamo i politici e prendiamo i militari, più schietti e “militarmente” diretti. Ad esempio, il tenente-generale statunitense John Mulholland, dal gennaio 2015 vicedirettore della CIA per gli affari militari. In un recente incontro con dei politici a Washington, ha dichiarato che “tutto va fatto per trascinare la Russia in una guerra con l’Ucraina”. Come il generale Mulholland agisce in questo affare difficile e rischioso? Oh, ne ha la competenza. In passato l’attuale vicedirettore della CIA era vicecomandante delle operazioni speciali delle forze delle forze armate degli Stati Uniti. Cioè Mulholland per quattro anni supervisionava spie e sabotatori professionisti. Stranamente, dopo l’assunzione nella CIA, le forze per operazioni speciali oggi sopportano il peso dei combattimenti nel Donbas. Se è così, non si tratta certamente di forze speciali ucraine ma di gruppi sovversivi nel Donbas che di ucraino hanno solo la facciata, dato che Kiev ha appena iniziato a creare proprie unità speciali di questo tipo (“SP” ne ha scritto in dettaglio ad aprile).
Tuttavia, lo Stato Maggiore ucraino per diversi mesi aveva un direttorato per le operazioni speciali, il cui comandante è il colonnello Sergej Krivonos. Ma è solo all’inizio. Ad aprile Krivonos aveva detto: “Abbiamo una scadenza, così dobbiamo iniziare a creare le forze per operazioni speciali al più presto, non parlare ma agire concretamente“. Che chi combatte al posto di Krivonos, che ha una scadenza? Guardiamo i vecchi dossier. Ad esempio, un rapporto del luglio del 2014, quando in estrema segretezza 180 commando-istruttori giunsero a Kiev dalla base per operazioni speciali degli USA di Fort Benning (GA). Tutti parlavano russo fluentemente e furono subito trasferiti a Marjupol, dove iniziavano l’addestramento degli ucraini. Organizzano corsi speciali solo teorici? O con pratica sul campo? E se sì, gli ospiti dagli Stati Uniti vi partecipano?
In secondo luogo. Vi sono molte informazioni sulle forze georgiane, istruite a Fort Benning ed efferate nel Donbas. Ad esempio, si vedano i fatti del 16 maggio, quando vicino Shastje furono feriti e catturati due combattenti ex o attuali operativi delle operazioni speciali russe della 3.za Brigata del GRU dello Stato Maggiore Generale delle Forze armate russe: il capitano Evgenij Erofeev e il sergente Aleksandr Aleksandrov. In Ucraina infuria il dibattito: li hanno presi i nostri militari? Chi dovrebbe ricevere la medaglia? La 92.ma brigata meccanizzata delle forze armate o il 24.mo nazibattaglione Ajdar? O il controspionaggio militare del SBU? Tuttavia, ecco un commento del vicecomandante del Ministero della Difesa della RPD Eduard Basurin: “C’è una ragione per la confusione a Kiev su chi esattamente abbia sequestrato i combattenti: i soldati della 92.ma brigata delle forze armate ucraine o gli aguzzini di Ajdar o SBU. Secondo informazioni dalla nostra intelligence, quel giorno nella zona c’era un gruppo sovversivo di spetsnaz georgiani“. Basurin ha detto che la base degli spetsnaz georgiani opera sotto la copertura di centro di addestramento della guardia nazionale ucraina nel distretto di Severodonetsk, la cui esistenza era nota solo al SBU. Né la 92.ma brigata, né “Ajdar” lo sapevano che, avendo partecipato alla guerra, credono che quando gridano a Kiev “Gloria agli eroi!” si pensi a loro, e solo a loro. Si noti che rapporti sulla partecipazione di commando georgiani avevano già violato la segretezza militare. Fu riportato dalla stampa che Alexander Grigolashvili, morto nel Donbas il 18 dicembre 2014, operava nelle forze speciali del ministero della Difesa della Georgia. Anche prima, nella battaglia per l’aeroporto di Donetsk, fu ucciso l’ex o attuale commando georgiano Tamaz Sukhiashvili. (È interessante notare che il famoso comandante novorusso Givi è un georgiano cresciuto nel Donbas, dato che molti nell’Unione Sovietica viaggiavano liberamente stabilendosi fuori dalle loro repubbliche di origine, KR).
Vi sono ulteriori prove della partecipazione nei combattimenti nel sud-est dell’Ucraina di forze speciali polacche. Così, l’8 dicembre 2014, la radio intelligence della milizia intercettava conversazioni del nemico in polacco e dopo poche ore, la notte del 9 dicembre, a 11 chilometri da Nikishino, vi fu uno scontro con un gruppo sovversivo di otto persone, tutte eliminate. Una volta esaminate fu scoperta una fascia del reggimento delle forze speciali “Jednostka Wojskowa Komandosów” delle forze armate della Polonia. Il 26 giugno 2014, vicino Saur-Mogila, fu ucciso un cecchino polacco armato con un avanzato fucile di grosso calibro statunitense. Tali armi sono utilizzate solo dagli spetsnaz. Prima, il 16 giugno 2014, sul luogo dello schianto dell’aereo da trasporto militare Il-76 ucraino abbattuto dalla milizia, furono trovati molti documenti carbonizzati in polacco. Se fossero spetsnaz o mercenari stranieri è impossibile concluderlo. Tuttavia, è possibile. Secondo l’intelligence della milizia vi sono diciannove gruppi sovversivi operanti con il nemico e formati da commandos stranieri. È ovvio che nei prossimi mesi non permetteranno che la guerra per il Donbas finisca, non importa ciò che dicono i politici.10385485Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA promuovono la narcoguerra contro il Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 27/05/2015Drug Plane Shot Down in VenezuelaIntelligence Agency Central e Drug Enforcement Agency hanno intensificato gli sforzi per dipingere il Venezuela come paradiso dei narcotrafficanti. Cartelli della droga e media cooperano con i servizi speciali nella propaganda. L’obiettivo è denigrare il governo di Nicolas Maduro e fare del Venezuela oggetto di misure repressive. Il canale televisivo ispanofono di Miami Telemundo trasmette la serie El Señor de los Cielos (Il signore dei cieli). Uno dei personaggi è il generale Diosdado Carreño Arias, interpretato dall’attore venezuelano Franklin Virgüez residente a Miami. Diosdado Cabello, politico del Venezuela è il Presidente dell’Assemblea Nazionale del Venezuela e ufficiale delle forze armate venezuelane. Nella serie viene indicato come barone della droga pronto a commettere qualsiasi reato per denaro. Vestendo la divisa da generale con un sigaro cubano in bocca fa un’arringa sulla sua vita, tra narcotraffico e prospettive illimitate di carriera politica. La Central Intelligence Agency è dietro il film. Ad esempio, si narra della storia di armare i militari venezuelani, compreso l’uso di satelliti per controllare il territorio del Paese. Secondo la CIA il Venezuela va sorvegliato dello spazio per via del narcotraffico che svolge impunemente. Diosdado Cabello ha condannato la campagna denigratoria contro di lui e i principali leader dei servizi militari e di sicurezza nazionale. La propaganda è intensa. Quasi ogni giorno le reti TV (CBS, NBC, ABC, FOX e CNN), così come giornali (The Wall Street Journal, USA Today, The Washington Post, New York Times, Los Angeles Times) diffondono informazioni sulla corruzione nella leadership politica e militare del Venezuela. La propaganda viene accompagnata da notizie sulle accuse degli Stati Uniti contro Cabello e la sua cerchia più vicina. Disertori da esercito, servizi di sicurezza e sorveglianza sono usati per diffondere discredito, anche ex-dipendenti statali venezuelani pentiti che hanno collaborato con i cartelli della droga internazionali e deciso di collaborare con la legge nella speranza di essere perdonati. I tentativi intrapresi da Central Intelligence Agency e Drug Enforcement Agency per rovesciare Diosdado sono facilmente spiegabili. Lui è un partner affidabile del Presidente Maduro; entrambi erano amici stretti del Presidente Chavez. Gli Stati Uniti utilizzano l’inganno per dimostrare che il traffico di droga dal Venezuela minaccia la sicurezza degli Stati Uniti e l’emisfero occidentale. Gli esperti sanno che i cartelli della droga utilizzano aree scarsamente popolate del Venezuela per trasportare stupefacenti. Un piccolo aereo è precipitato al largo delle coste, a nord della Colombia, il 22 maggio e 1,2 tonnellate di cocaina furono recuperate insieme al corpo del pilota con passaporto messicano. La guardia costiera colombiana ha scoperto droga contrabbandata in confezioni da un chilo tra i rottami del velivolo Hawker 800. “L’aereo, un Hawker 800, decollato dal Venezuela e diretto in America centrale, è stato rilevato nelle prime ore di oggi, quando è entrato illegalmente nello spazio aereo colombiano“, affermava una dichiarazione dell’aeronautica colombiana. Il ministro della Difesa venezuelano Vladimir Padrino ha detto che l’aereo proveniva dall’America Centrale e non dal suo Paese. Secondo lui, l’aereo era atterrato in una zona remota del Venezuela per un paio d’ore, e l’aeronautica del suo Paese l’aveva abbattuto quando era decollato. Il ministro osservava che la Reuter era di faziosa nel riferire la notizia.
Kalashnikov_110519 Dal 2013, le autorità venezuelane dicono di aver abbattuto o neutralizzato 90 aeromobili con più di 180 tonnellate di cocaina e altre droghe. Hanno anche distrutto 50 piste di volo illegali utilizzate dagli aerei che trasportano sostanze stupefacenti. US Drug Enforcement Agency e capi dei cartelli internazionali della droga ne sono ben consapevoli. Non importa, testano l’efficacia della “difesa integrata” del Venezuela. Questa volta gli intrusi hanno cercato di ingannare l’aeronautica del Venezuela. L’aereo era atterrato in una pista di atterraggio clandestina nello Stato occidentale di Apure poco dopo mezzanotte. Quando l’aereo decollò un paio d’ore più tardi, i jet venezuelani ordinarono al pilota di atterrare, ma rifiutandosi fu abbattuto. L’aereo colpito volò fino in Columbia. Gli spacciatori colombiani e venezuelani causano grossi problemi, in una specie di wrestling Nanay. Gli interessi di spacciatori di droga e servizi speciali s’intrecciano. La cocaina prodotta in grandi quantità in Colombia viene trasportata in Venezuela su piccoli aerei difficili da rilevare. Secondo i servizi speciali venezuelani, c’è un mercato degli aerei leggeri illegale in America Latina e Caraibi. Gli aerei rubati volano negli Stati Uniti per essere ridipinti e rimatricolati. Alcuni di essi sono usati da Central Intelligence Agency e Drug Enforcement Agency. Ad aprile il messicano La Jornada pubblicava un articolo intitolato “Scandalo DEA: droga, prostitute e “grotesque”, il doppiopesismo statunitense”. L’articolo dice che le agenzie governative degli Stati Uniti come ATF (Ufficio per Alcol, Tabacco, Armi da fuoco ed esplosivi (ATF) e Drug Enforcement Agency non mostrano alcun rimorso nel violare leggi nazionali, contrabbandare armi ai gruppi criminali coinvolti nel narcotraffico e riciclaggio di denaro, e neanche a partecipare alle feste dei narcotrafficanti, come chiarito da varie indagini condotte nel Paese confinante. In tali circostanze, è grottesco che politici e media statunitensi siano inquieti per la presunta inaffidabilità degli organi di sicurezza in Messico e Colombia, e usino tali preoccupazioni come pretesto per le operazioni delle loro truppe all’estero. La direttrice della Drug Enforcement Administration, Michele Leonhart, si dimise dopo lo scandalo sulle feste con prostitute di agenti della DEA in Colombia, e dopo che i deputati del Paese confinante la sfiduciarono per la sua azione sulla questione.
Ulteriori informazioni sulle attività DEA diventano di dominio pubblico. La vendita di armi degli organismi statunitensi ai narcotrafficanti in America Latina e Centrale sono un fatto comprovato. Nel 2014 più di 20mila armi made in USA furono sequestrate ai narcotrafficanti. Sono stati scoperti molti casi di riciclaggio di denaro da parte di agenti della Drug Enforcement Agency. Fondi segreti finanziano attività in “Paesi ostili” come Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Argentina e naturalmente Brasile. I leader di questi Stati sono stati abbastanza saggi da prendere le distanze dalle imprese di Bush Jr. e Obama. Di conseguenza, gli Stati Uniti ricorrono ai trucchi sporchi utilizzati nelle campagne diffamatorie come, ad esempio, accusare di corruzione, arricchimento illegale e persecuzione giornalisti e leader dell’opposizione. La pubblicazione del libro di Emili J. Blasco, corrispondente del quotidiano ABC a Washington, dal titolo Bumeran Chávez: Los Fraudes que Llevaron al Colapso de Venezuela (Boomerang Chavez: le frodi che portano al crollo del Venezuela) rientra nel piano della CIA “La leadership del Venezuela e il traffico di droga“. I servizi speciali ricorrono ai servizi offerti da Blasco per diffondere informazioni per infangare chi è caduto in disgrazia presso gli Stati Uniti. Il libro descrive una conversazione tra Blasco e Leamsy Salazar, militare venezuelano con stretti legami con il servizio di sicurezza di Hugo Chavez, Nicolas Maduro e Diosdado Cabello. Lasciato il Venezuela, Salazar si recò in Spagna da cui fu portato negli Stati Uniti come testimone speciale. Dovrebbe essere il testimone principale nel processo contro i narcotrafficanti venezuelani. Ciò che Salazar ha detto a Blasco è una menzogna diffusa da Central Intelligence Agency e Drug Enforcement Agency. In particolare, l’ex-agente di sicurezza ha detto che nel 2006 e 2007 il Comandante Chavez discusse personalmente di armi e munizioni in cambio di droga con i leader delle FARC, per aumentare la potenza della guerriglia nel combattere le forze governative. Ora è chiaro che Salazar non è attendibile, qualunque cosa dica. Secondo i dati dei servizi speciali venezuelani, Leamsy Salazar ebbe contatti con la CIA quando era guardia presidenziale. Il giornalista Juan Martorano non esclude che Salazar sia coinvolto nel complotto per assassinare Chavez.

Michele Leonhart

Michele Leonhart

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il leader inglese “supplica” Putin di risparmiare il Regno Unito in caso di guerra nucleare

What Does It Mean 26 maggio 2015imagePCHMYEXHIl Ministero della Difesa (MoD) riporta oggi che il Presidente Putin ha ordinato questa mattina una massiccia esercitazione delle Forze aeree e della Difesa aerea della Federazione russa, dopo aver ricevuto una telefonata “incoerente” dal primo ministro inglese David Cameron, che chiedeva scusa per l'”imminente guerra” e supplicava che il suo Paese non subisse ritorsioni nucleari. Nella telefonata di 30 minuti, questo rapporto del MoD afferma che il primo ministro Cameron ha riferito al Presidente Putin la “convinzione” che il Regno Unito sarebbe stato “spinto” nel conflitto dal regime di Obama, le cui “avventure” in Siria e Ucraina sono costate decine di migliaia di vite e continuano a destabilizzare il mondo. Le tensioni si aggravano tra la Federazione e l’occidente, continua il rapporto, dato che la telefonata del primo ministro Cameron arriva nel momento esatto in cui la NATO iniziava le proprie massicce esercitazioni aeree lungo le zone dell’Artico della Federazione, cui il Presidente Putin ha risposto con 12000 militari, 250 velivoli, 700 mezzi militari e l’incremento dei pattugliamenti aerei operativi lungo i confini della NATO.
Altrettanto preoccupante per la Federazione, secondo questo rapporto, le informazioni fornite questa settimana dall’ex-analista dell’intelligence della NSA ed ufficiale del controspionaggio dell’US Navy John Schindle, che ha dichiarato che gli è stato detto da un alto funzionario della NATO, “saremo probabilmente in guerra questa estate, e se siamo fortunati non sarà nucleare“. Tra i sostenitori del regimi di Obama, l’oligarca miliardario George Soros, nota il rapporto, la scorsa settimana allo stesso modo avvertiva che la terza guerra mondiale tra USA, Russia e Cina “non è esagerata“. Oltre a questi e molti altri “avvisi” sulle intenzioni occidentali d’iniziare la guerra mondiale contro la Federazione, gli esperti del MoD in questo rapporto notano la visita improvvisa del segretario di Stato degli USA John Kerry a Sochi, una quindicina di giorni fa, dove chiese una riunione di emergenza con il Presidente Putin, su questioni che comportano ulteriori instabilità nel rapporto tra Russia e USA dovuti ai così tanto epici fallimenti politici del regime di Obama, ed anche il più astuto osservatore può notare che la guerra totale ne sarebbe il risultato inevitabile. Va notato, continua il rapporto, che gravi preoccupazioni emergono in certe fazioni del regime di Obama, che si rendono conto quanto si sia vicino alla guerra mondiale, dopo esser state tradite dai sauditi sulla Siria e dall’Ucraina sulla Russia, la visita lampo del segretario Kerry al Presidente Putin era ritenuta vitale… come meglio descrive il pluripremiato analista geopolitico e consulente internazionale di rischio strategico F. William Engdahl, nel suo articolo Washington si suicida: “In breve, a John Kerry è stato detto d’ingoiare il rospo e volare a Sochi, cappello in mano, per offrire una sorta di Calumet della pace a Putin, dai circoli dominati e dagli oligarchi degli Stati Uniti che hanno realizzato che i loro aggressivi falchi neo-con, come Victoria “fottiti UE” Nuland del dipartimento di Stato o il segretario alla Difesa Ash Carter, favoriscono la creazione di una nuova struttura alternativa mondiale che potrebbe significare la rovina dell’intero sistema del dollaro post-Bretton Woods, dominato da Washington. Oops“.
1094394 Come Ann Pettifor, direttrice Policy Research in Macroeconomics (PRIME) ha già avvertito, il mondo è sul punto di un altro tracollo finanziario, riecheggiando il Guardian di Londra che avverte di un crollo economico globale imminente; secondo questo rapporto, il “vero obiettivo” dell’imminente guerra è l’egemonia mondiale del dollaro… che Federazione e Cina sono determinate a distruggere. Contrariamente alla macchina propagandistica occidentale che illude massicciamente e continuamente i propri cittadini di essere “i migliori e più potenti del mondo”, gli esperti del MoD in questo rapporto affermano il fatto che i Paesi allineati con la Russia controllano circa il 60% del PIL mondiale, hanno più dei due terzi della popolazione e coprono più di tre quarti della superficie terrestre… mentre il debito della Russia si attestava sui 600 miliardi di dollari, al 1° gennaio 2015. L’occidente, dall’altra parte, guidato dagli Stati Uniti che hanno un debito che oscilla verso i 60 trilioni di dollari (il più grande del mondo e più grande di quelli di Europa e Giappone combinati), questo rapporto avverte, ancora, di comprendere facilmente l’avvertimento di Soros sulla terza guerra mondiale e quello dell’ex-ufficiale dell’amministrazione economica di Reagan David Stockman, che sempre una quindicina di giorni fa ha dichiarato cupamente: “Entriamo nella fase terminale del sistema finanziario globale, che collasserà totalmente“. E mentre la leadership cinese oggi ha avvertito il regime di Obama che “la guerra sarà inevitabile” se non pone termine alla sua ingerenza globale, l’alto consigliere di Putin, il Vicepremier Dmitrij Rogozin, similarmente e in modo agghiacciante ha avvertito la NATO che “i carri armati non hanno bisogno di passaporti“, secondo questo rapporto, Federazione e Cina sono ormai unite nel combattere contro le rivoluzioni colorate e le sanzioni economiche occidentali che hanno distrutto molte nazioni e molti popoli. Data l’efficacia di Stati Uniti e alleati nel “diffondere la democrazia” dei loro oligarchi miliardari, i cui falchi neocon sono pronti anche adesso a combattere la Russia fino all’ultimo ucraino, secondo questo rapporto i cittadini dovrebbero essere almeno consapevoli delle loro azioni passate… e come forse meglio afferma il KyivPost: “Gli ultimi tentativi di politica estera muscolare degli USA dovrebbero spaventare tutti i comuni ucraini. Basta guardare all’Iraq. Sadam Husayn era un dittatore brutale, ma dodici anni dopo la liberazione con le truppe statunitensi, l’Iraq è un disastro. Mezzo milione di morti, milioni di sfollati nel Paese e di rifugiati all’estero, frantumazione politica e ascesa del SIIL sono il pesante tributo pagato dagli iracheni, e il conto aumenterà“.
Solo quando la stampa di banconote di USA e UE si fermerà, si fermerà la loro follia.. altrimenti una guerra globale risolverà il problema come fecero Prima e Seconda guerra mondiale…

1092793Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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