La Russia ha un nuovo gigantesco missile antibalistico (e funziona)

Lukas Andriukaitis Medium 14 dicembre 2017

Gli Stati Uniti ci spendono tonnellate di denaro, ma sembra in realtà che la Russia, con la sua vasta esperienza nella costruzione di grandi difese aeree, sia avanti. Anche se non c’illudiamo, questa tecnologia è ancora agli inizi e non si può averne sicurezza.Il 24 novembre, un missile intercettore russo di recente introduzione colpiva con successo un bersaglio. DFRLab aveva riferito che la Russia mostra le sue capacità nucleari offensive, questa volta i miglioramenti sono difensivi. Il missile intercettore PRS-1M è l’ultimo aggiornamento del sistema missilistico antibalistico A-135 (nome in codice NATO: ABM-3) a guardia di Mosca. @DFRLab da uno sguardo approfondito al nuovo missile russo e alle sue capacità. Il Ministero della Difesa russo riferiva del test del nuovo missile il 24 novembre dal sito ufficiale. Il post includeva video del test missilistico, dando uno sguardo ai poligoni in cui si svolgono questi test. Il post del Ministero della Difesa russo menzionava il test effettuato presso il poligono di Sary-Shagan nella Repubblica del Kazakistan. Il video del MoD conferma le affermazioni. Sary-Shagan è uno dei pochi siti militari (Sary-Shagan, poligono Emba e il 929.mo Centro Test di Volo) che il Kazakistan affitta alla Russia. Il sito di Sary-Shagan fu creato nel 1956 per testare i sistemi missilistici antibalistici (ABM) sparati dal sito di Kapustin Jar.
Il veicolo che trasporta il missile appare presso l’aeroporto militare della base di Sary-Shagan, manovrando verso ovest, all’interno del poligono.
Il video ufficiale non fornisce informazioni che confermino l’esatta posizione del lancio. Tuttavia, la struttura del sito di lancio a nord-ovest dal luogo in cui il veicolo manovra, è probabilmente quello che si vede nel video.Possibile sito di lancio.
Il lancio del missile intercettore PRS-1M
Ecco le località individuate sulla mappa.
Il Vicecomandante dell’unità delle Forze Aerospaziali, Colonnello Andrej Prihodko, dichiarava: “Il missile antibalistico ha seguito il piano di volo e ha colpito con successo il bersaglio”. Il nuovo missile è una variante modernizzata del 53T6/PRS-1 (nome in codice NATO Gazelle) e può essere schierato in un silo missilistico rinforzato o su un lanciatore mobile. Il missile intercettore aggiornato ha un nuovo fuso con scudo termico in materiale composito e motore più potente. Secondo quanto riferito, l’intercettore PRS-1M può distruggere bersagli a una distanza di 350 chilometri e ad una quota, secondo varie stime, tra 40000 e 50000 metri. I missili a lungo raggio presumibilmente saranno equipaggiati con testate nucleari. La versione precedente 53T6/PRS-1 poteva distruggere bersagli solo entro 80-100 chilometri e ad una quota di 30000 metri. Il sistema A135 è il complesso dispiegato intorno a Mosca per contrastare i missili nemici diretti sulla città e le aree circostanti. È operativo dal 1995 ed è considerato un sistema unico nel suo genere, difendendo Mosca con missili a testata nucleare. L’introduzione dei missili intercettori PRS-1M amplierà la zona protetta attorno Mosca, probabilmente anche da minacce nucleari.Traduzione di Alessandro Lattanzio – AuroraSito

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Uzbekistan, una voce dall’Eurasia

Peter Koenig, Global Research 6 dicembre 2017L’Uzbekistan è un Paese pacifico e amichevole, volti sorridenti, molti dei quali lottano per guadagnarsi da vivere, ma continuano a sorridere. L’Uzbekistan è una nazione senza sbocco sul mare, circondata da altri Paesi senza sbocco sul mare, Afghanistan, Tagikistan, Kirghizistan, Kazakistan e Turkmenistan. I Paesi senza sbocco sul mare non hanno accesso al mare, ed economicamente hanno più difficoltà di quelli con accesso al mare. Le esportazioni sono più complicate e più costose. Dal crollo dell’Unione Sovietica, gli uzbechi cercano di orientarsi nel definire e finanziarsi i servizi sociali, salute, istruzione, acqua e servizi igienici, nonché un’infrastruttura in rapido declino. Ma fanno ciò che possono esportando manodopera in Russia ed Europa occidentale (ricevendone le rimesse); i giovani lasciano le famiglie mandando soldi a casa, e tornano per le vacanze una o due volte, poi molti mettono su famiglia nei Paesi di accoglienza e lasciano mogli e figli. Un classico dei gastarbeiter o lavoratori ospiti in tutto il mondo. Ma ultimamente l’Uzbekistan, come altri Paesi dell’Asia centrale, vive un mini-boom grazie alle sanzioni imposte alla Russia da Washington e vassalli europei. Le esportazioni di ortaggi, frutta, beni agricoli ed industriali in Russia sono alle stelle. Putin ha già detto due anni fa che le sanzioni erano la cosa migliore mai accaduta in Russia dal crollo dell’Unione Sovietica. Hanno costretto la Russia a sviluppare nuovamente l’agricoltura e a riesumare il defunto apparato industriale con scienze e tecnologia all’avanguardia, pari o superiore a quelle occidentali. Ha certamente avuto successo e, per associazione, le sanzioni hanno avvantaggiato gli uzbeki e gli altri centro-asiatici migliorandone il tenore di vita fornendo beni e servizi alla Russia, mentre la capacità della Russia evolvono. Insieme ai partner eurasiatici gradualmente raggiunge la piena autosufficienza, l’indipendenza dalle “sanzioni” ricattatorie delle economie occidentali. C’è anche la Shanghai Cooperation Organization (SCO), di cui la maggior parte dell’Asia centrale, oltre a Russia e Cina, aderisce. La SCO è un enorme blocco commerciale, economico, difensivo e strategico che comprende metà della popolazione mondiale e un terzo del PIL mondiale. In breve, il giorno dello sganciamento totale dal sistema fraudolento dollaro-euro occidentale è all’orizzonte. Tutto ciò grazie ai comportamenti abietti, arroganti e disumani istigati dall’avidità occidentale. L’occidente si spara sui piedi. Presto non ne avrà per camminare. Quindi sparerà più in alto senza rendersi conto che i rimbalzi finiranno per ucciderlo. L’occidente si suicida per avidità. A chi va bene? Difficile dirlo. Per molti della classe media e bassa, in Europa e altrove, può significare difficoltà temporanee, fin quando il mondo si riprenderà da due secoli di guerre, conflitti e oppressione occidentale che hanno fatto decine di milioni di morti e creato indicibile miseria nel mondo. Ma ci riprenderemo, a meno che l’occidente sionista scateni la pazzia nucleare contro Iran, Corea democratica, Siria o perfino Russia e Cina, devastando tutto.
Questo messaggio proviene da Ferghana, capitale della provincia di Ferghana nell’Uzbekistan, che abbraccia una vasta, ampia valle pianeggiante che si estende tra Tagikistan e Kirghizistan, un punto di transito della vecchia Via della Seta. Oggi la valle di Ferghana è una fertile area agricola, patria di molti coltivatori ed esportatori di cotone in Russia e Cina e altri Paesi SCO. È il commercio al di fuori del dominio del dollaro. E naturalmente l’Uzbekistan come il resto dell’Eurasia fa parte del progetto Nova Via della Seta del Presidente Xi, l’One Belt Initiative od OBI, investimenti da 1 trilione di dollari per infrastrutture, industria, scienza e sviluppo tecnologico destinato ad abbracciare Europa, Asia e persino Africa. L’OBI diventerà un polo multiplo dello sviluppo economico al di fuori dell’attuale dominio del dollaro occidentale, ma le sue porte sono aperte a qualsiasi nazione osi unirvisi e staccarsi dalla morsa del potere militare e finanziario di Washington, un chiaro e presente pericolo per l’obiettivo di Washington del dominio totale. L’OBI è il futuro della crescita e sviluppo economico, della creazione di posti di lavoro, di scienza, istruzione, cultura. Pertanto, l’Oriente, dove indubbiamente risiede il futuro, va denigrato con ogni mezzo dalla stampa tradizionale occidentale; denigrazioni, menzogne e calunnie sono incluse nelle continue accuse di violazione dei diritti umani. L’OBI, approccio umano per far prosperare la vita in pace, è diventato il nuovo asse economico del male che l’occidente deve impedire con ogni mezzo. Mentre gli aggressori occidentali, Stati Uniti, la ridicolmente defunta NATO e i loro volenterosi vassalli in Europa e Medio Oriente esalano l’ultimo respiro cercando di trascinare il mondo nell’abisso della distruzione nucleare totale. La NATO persino prospetta ai nuovi clienti in Sud America il contratto di collaborazione con la Colombia che potrebbe propagarsi come un incendio in tutta l’America Latina, se i suoi leader non sono attenti. Questo è il processo del pensiero sionista-occidentale: Stati Uniti o nessuno; il loro profitto über alles.
L’Uzbekistan che fa parte del Nuovo Oriente, quindi, va infangato, ad esempio con le violazioni dei diritti umani. La pervicace propaganda occidentale è tale da sfuggire alla percezione della gente comune e divenire realtà. Un amico, sapendo della mia permanenza in Uzbekistan, mi ha recentemente scritto “come vanno i diritti umani in Uzbekistan?”, deducendo siano disastrosi. Non lo sono. La popolazione occidentale vive in una bolla in cui i suoi valori sono spacciati come verità: tutte le guerre e i conflitti avviati dall’occidente, la cosiddetta guerra al terrore basata sulla “falsa bandiera” dell’11 settembre, giustifica ogni abuso dei diritti umani, guerre, omicidi della CIA, uccisioni di droni, strangolamento finanziario degli “abietti”, torture, stupro e massacro di interi Paesi, come nell’Africa centrale, per le risorse naturali, le terre rare utilizzate dal complesso industriale-militare per continuare la spirale di guerre e conflitti per aver profitti sempre più alti con un’economia di morte e distruzione, ecco ciò che è divenuto l’occidente. Le “false notizie” presentano l’Uzbekistan come Paese che creerebbe terroristi, come la recente furia al centro di Manhattan, presumibilmente causata da un cittadino uzbeko. Eppure, quasi nessuno in occidente vede il contesto dell’aggressione occidentale, quando accusa di violazione dei diritti umani Russia, Cina, Iran, Siria, Venezuela, Cuba, Uzbekistan e la lista continua. Va oltre ogni comprensione quanto ci rendano ciechi i media occidentali, al punto che chi cerca la verità, come Russia Today (RT), Sputnik, TeleSur, viene evitato se non apertamente bandito da USA, loro marionette europee e certi nuovi Paesi neoliberali dell’America Latina.
Uzbekistan, Cina, Russia e tutto l’Oriente compiono grandi cose sui diritti umani, non c’è nemmeno un briciolo di paragone con l’occulto e omicida occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Fidel Castro nelle memorie del Generale Nikolaj Leonov

Histoire et Societé 23 novembre 2017Il primo anniversario della scomparsa del leader della Rivoluzione cubana Fidel Castro, dà l’opportunità di pubblicare un’intervista del 2013 a Nikolaj Leonov, coautore con Vladimir Vorodaev della biografia di Fidel La storia mi assolverà.
Assiso su una sedia di legno con cuscino in pelle, nel salotto di casa, nella capitale russa, il Tenente-Generale dell’intelligence sovietica, mezzo secolo dopo descrive un momento brillante nel 1963, quando il fondatore della rivoluzione cubana arrivò per la prima volta in Unione Sovietica. Prima d’iniziare la conversazione, con quel sorriso schietto che dedica sempre ai “miei amici cubani”, l’autore della prima biografia del Presidente Raul Castro poggiava sulle braccia della sedia esprimendo speciale gratitudine. “Questo è il tesoro principale in questa casa. Fidel me la diede e per me non c’è nulla di meglio”, confessava. Poi, in spagnolo fluente mantenuto in lunghi anni di servizio in America Latina, e avendo quasi 85 anni, Leonov sembrava ancora vedere l’omaccione barbuto in verde oliva, che dopo 12 ore di volo scese a Murmansk da un Tu-114 di fabbricazione sovietica. “La prima visita del comandante in capo Fidel Castro in Russia ha ancora oggi un grande interesse internazionale e storico, perché né prima né dopo l’Unione Sovietica o il mio Paese, in qualunque modo si chiami, ricevette un ospite con così tanti onori“, ricorda il traduttore dell’epoca. L’ufficiale disse che “non c’era uno statista la cui visita fosse durata così a lungo, perché durò più di 40 giorni, durante i quali Fidel visitò quasi tutto il Paese, dalla Siberia all’Ucraina, da Murmansk a Georgia e Uzbekistan“. L’autore di diversi libri sugli eroi dell’America Latina sottolineava come nessun altro uomo di Stato ebbe l’opportunità di fare una visita così ampia, profonda e importante per le conseguenze. “Da parte dell’Unione Sovietica, il cui leader era Nikita Khrusciov, il desiderio storico fondamentale era, come detto, sanare le ferite lasciate dall’esito della crisi dei Missili del 1962“, affermava lo storico, aggiungendo che “Krusciov risolse la cosa direttamente con gli Stati Uniti, senza consultare Fidel e naturalmente ciò lasciò un segno molto doloroso sulla coscienza dei cubani all’epoca e anche nel cuore di Fidel“. “Ricordo le dimostrazioni a Cuba, i manifesti, i compagni dissero: “Nikita, Nikita, ciò che viene dato non va tolto”, parlando dei missili; ci furono critiche molto dure sulla posizione del leader sovietico“, diceva il Tenente-Generale. Leonov pensava che Krusciov volesse che tali ferite venissero dimenticate, e perciò aprì tutte le porte possibili e impossibili, inaccessibili ad altri uomini di Stato dell’ovest o dell’Est, per accontentare Fidel. “Non solo vide i sottomarini nucleari sovietici, ma anche come funzionavano“, continua la testimonianza, “per come fu organizzato, volle persino vedere un missile installato nel sottomarino e glielo mostrarono“. L’ufficiale spiegava che “visitò una base di missili intercontinentali, e vi ebbe accesso nei silos strategici, che nessuno statista ebbe prima o dopo“.

Nell’Unione Sovietica
Per i meriti rivoluzionari, Fidel ricevette la medaglia d’oro e l’ordine di Lenin, il che significava che era un eroe dell’Unione Sovietica, onore raramente accordato a uno straniero“, aggiungendo che accompagnò i visitatori per tutto il viaggio. L’alto funzionario ricordò che lo statista cubano fu onorato Dottore Honoris Causa dell’Università Lomonosov di Mosca, per il contributo nelle scienze politiche. “Tuttavia, la cosa più importante per Fidel fu, nell’Unione Sovietica, capire dove fosse la radice del socialismo, perché lo Stato multinazionale fosse così potente“, dice. Secondo Leonov, il leader cubano trovò la risposta in due fattori, il primo era il popolo. “Il modo di ricevere Fidel non ebbe equivalente, senza pressioni o appello su radio o televisione, la gente usciva spontaneamente per strada ad applaudire, come si può vedere nelle foto dell’epoca; la gente rischiava persino la vita a volte, arrampicandosi su alberi, balconi, finestre per vedere l’eroe cubano. Qualcosa d’incredibile“, ricorda. Leonov stimò che la lunghezza della fila delle persone scese in strada per ricevere lo stratega della Sierra Maestra arrivasse a 25 chilometri. “Ovunque fosse Fidel la gente l’accolse con entusiasmo e simpatia che non vidi mai in 50 anni, né vidi uno statista ricevere così tante espressioni di affetto, simpatia, solidarietà”, affermava questo testimone eccezionale. Aggiunse che “un’altra esperienza che il comandante cubano percepì fu il ruolo del Partito, perché ovunque fosse ricevuto vide la leadership di quell’organizzazione, nelle regioni, repubbliche, dappertutto, e vide che la spina dorsale della nazione, dello Stato, era il Partito“. Secondo lui, questa esperienza servì ad arricchire l’esperienza politica di Fidel Castro. “Fu una visita eccezionale, in breve, come ho detto, non ci fu assolutamente alcun equivalente nella storia degli accordi internazionali di Mosca con altri Stati“. Spiegando simpatia e popolarità del leader cubano tra i sovietici e i russi di oggi, Leonov pensò che fosse dovuto al suo leggendario status rivoluzionario. “Nessuno conosce o vide le scene dell’assalto della caserma Moncada, ci sono alcune cronache di guerra nella Sierra Maestra, ma nella memoria della gente era un Robin Hood, un uomo che sfidava i pericoli, un don Chisciotte che attaccava tutto ciò che era sbagliato correggendo i torti su questa terra“, ragionava. L’interlocutore sottolineava che “ovviamente, non deluse nessuno perché aveva una figura potente, e un modo di parlare chiaro, aperto, energetico che catturava immediatamente le persone”. Secondo Leonov, erano tutti schiavi dell’amore che provavano spontaneamente per il leader cubano. “Questo è un caso raro, uno degli uomini di Stato che dall’assalto al Moncada, dopo 60 anni, tutti rispettano, dall’estrema sinistra all’estrema destra”, ricordava. Il veterano osservava che “pochi l’odiano, la maggior parte prova grande simpatia per lui, e tutti riconoscono che al mondo non c’è figura politica che possa essere confrontata per l’amore spontaneo e la simpatia che sentono per lui nel mondo. È una verità che nessuno può negare“.
Riferendosi all’amicizia con l’attuale Presidente Raul Castro, che conobbe prima dell’assalto alla Caserma Moncada e dell’incontro col capo del Granma e Che Guevara a Città del Messico, Leonov indicava di aver creato fiducia nella rivoluzione cubana. “Li conosco da decenni e questo mi permise di garantire l’invincibilità della rivoluzione cubana nella fase più difficile per Cuba, definita periodo speciale negli anni ’90”. Aggiungeva che dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica, tutti aspettavano la caduta del socialismo a Cuba, “ma respinsi le pretese dei giornalisti occidentali e nazionali che misero in dubbio la possibilità della rivoluzione di permanere. Oggi sono contento che Cuba abbia superato le difficoltà senza cedere su indipendenza, sovranità e sistema politico, economico, sociale e culturale, né accettando interferenze di alcun tipo”. Con ammirazione, Leonov osservava che Fidel Castro era l’anima e l’organizzatore del confronto che definiva “veramente biblico” cogli Stati Uniti. In questa lotta fu sostenuto dal fedele compagno, organizzatore di talento, il fratello Raoul Castro, aggiungeva con emozione. Il Generale Leonov concludeva che, “Oggi sono immensamente fiero di aver fatto da traduttore tra Anastas Mikojan e Fidel nel 1960, quando furono ripristinate le relazioni diplomatiche tra Cuba ed Unione Sovietica“.Traduzione di Alessandro Lattanzio

La controffensiva sovietica che cambiò il corso della storia

Sputnik 19.11.2017Domenica scorsa era il 75° anniversario dell’inizio della controffensiva sovietica a Stalingrado, la drammatica battaglia che sconfisse gli eserciti dell’Asse e divenne il punto di svolta nella guerra contro i nazisti. Il giornalista militare russo Andrej Stanavov ripercorre gli eventi chiave della battaglia e le sue lezioni.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943, lungo le steppe innevate sulle rive del Volga, la macchina da guerra nazista subì la sconfitta più devastante della sua storia, da cui non si sarebbe mai ripresa. La controffensiva sovietica su Stalingrado, nota come “Operatsija Uran” (Operazione Urano) iniziò il 19 novembre e proseguì fino al 2 febbraio 1943. L’audace operazione, pianificata dall’Alto Comando sovietico ed eseguita dai Generali Georgij Zhukov, Konstantin Rokosovskij, Aleksandr Vasilevskij e Nikolaj Vatutin, culminò con l’accerchiamento e la liquidazione di oltre 300000 truppe della Wehrmacht comandate dal feldmaresciallo Friedrich Paulus e partner dei tedeschi nell’Asse.‘Inferno sulla terra’
La battaglia fu preceduta dall’offensiva nazista nella Russia meridionale e nel Caucaso nell’estate del 1942, durante la quale la Germania nazista raggiunse l’apice delle conquiste territoriali nell’invasione dell’URSS. Tra gli obiettivi dell’operazione c’era Stalingrado, la strategica città industriale sul Volga con l’ulteriore, simbolica importanza di portare il nome di Josif Stalin, Comandante in capo dell’Armata Rossa. Per oltre due mesi le unità meccanizzate, l’artiglieria e l’aviazione naziste avanzarono su Stalingrado, premendo contro la 62.ma e 64.ma Armate sovietiche e radendo al suolo metodicamente la città. “Tuttavia“, il giornalista militare e collaboratore di RIA Novosti Andrei Stanavov ricorda: “il nemico non riuscì conquistare l’argine del Volga e il centro della città, nonostante la superiorità numerica e di potenza di fuoco di cinque volte“. “Stalingrado è l’inferno sulla terra, Verdun, la bella Verdun, ma con nuove armi. Attacchiamo quotidianamente, se al mattino riusciamo ad avanzare di 20 metri, la sera i russi ci respingono“. Fu così che Walter Oppermann, soldato della Wehrmacht, descrisse la campagna di Stalingrado in una lettera al fratello del 18 novembre 1942, il giorno prima dell’inizio della controffensiva sovietica. Detestando i confronti tra Stalingrado e il sanguinoso tritacarne della Prima guerra mondiale, Hitler chiese che i suoi generali lanciassero le loro maltrattate unità su Stalingrado ancora e ancora. L’ultima spinta, iniziata ad autunno con cinque divisioni di fanteria e due di carri armati, fu bloccata dall’Armata di Vasilij Chujkov, esaurita e intrappolata, ma ancora combattiva, rifiutando di cedere una sola strada, casa o stanza al nemico senza combattere. “A metà novembre, i tedeschi furono fermati lungo tutto il fronte, costretti a passare alla difesa e al trinceramento“, scrive Stanavov. “In totale furono perduti oltre 1000 carri armati, 1400 aerei, 2000 cannoni e mortai, e 700000 soldati e ufficiali della Wehrmacht davanti alle mura impenetrabili della città. Prendendo rapidamente in considerazione la situazione, l’Alto Comando sovietico decise di non dare al nemico un momento di riposo, decidendo invece d’iniziare un contrattacco schiacciante“.
Con i nazisti impantanati dentro e intorno la città, l’Armata Rossa radunò un potente gruppo di forze dai fronti sud-occidentale, Don, Stalingrado e Voronezh e li concentrò a Stalingrado, rinforzandoli con unità meccanizzate della riserva. Il gruppo comprendeva oltre un milione di soldati, 15000 cannoni e mortai, circa 2000 aerei, 1500 carri armati e pezzi d’artiglieria semoventi. “Nel novembre del 1942, dal punto di vista operativo, la Wehrmacht non era nella posizione più favorevole verso Stalingrado“, spiega il giornalista militare. “Concentrati sull’assalto, i tedeschi spostarono le migliori formazioni per attaccare la città, coprendo i fianchi con le deboli divisioni romene e italiane: fu contro di esse che partirono i potenti assalti delle forze dell’Armata Rossa sui fronti Sud-Ovest e Stalingrado. Il comando sovietico scelse le aree di Serafimovich e Keltskaja come teste di ponte per gli assalti, così come l’area dei laghi Sarpinskij, a sud della città“.‘Storditi e confusi’
Il 19 novembre, le truppe del Fronte Sud-Ovest al comando del Colonnello-Generale Vatutin e parte del Fronte del Don iniziarono l’offensiva. Colpendo il gruppo dell’Asse sul fianco sinistro da nord con un’avanzata lampo, l’Armata Rossa spezzò le difese della 3.za Armata romena, respingendo le forze nemiche per 35 km. Il giorno dopo, le divisioni dei fucilieri del Fronte di Stalingrado, comandato dal Colonnello-Generale Andrej Eremenko, colpirono da sud-est, distruggendo la 4.ta armata romena e avanzando di 30 km, devastando le trincee nemiche con 80 minuti di fuoco concentrato dell’artiglieria. Un ufficiale dei servizi segreti tedesco in seguito ricordò il disastro imminente che stava per colpire la Wehrmacht: “Storditi e confusi, non abbiamo distolto lo sguardo dalle mappe… Spesse linee e frecce rosse indicavano le direzioni dei molteplici attacchi nemici, le manovre di avvolgimento e le aree dove avevano sfondato, e con tutto il nostro presagio, non potemmo nemmeno immaginare la possibilità di una catastrofe così tremenda!” Consolidando le conquiste, l’Armata Rossa iniziò ad avvicinare i gruppi d’assalto. Il 22 novembre, il 26.mo Corpo Corazzato sovietico prese il ponte sul Don e la città di Kalach, proprio dietro la 6.ta Armata tedesca e parte del 4.to Corpo panzer. Nel giro di pochi giorni, l’Armata Rossa creò un anello di ferro attorno alle 300000 forze dell’Asse, comprendenti tedeschi, rumeni, italiane, croati e collaborazionisti dei territori occupati, intrappolando 22 divisioni tedesche e oltre 160 unità. Entro il 30 novembre, i tentativi del nemico di rompere l’accerchiamento furono fermati. Stanavov ricorda: “Le truppe dell’Asse circondate occupavano un’area di oltre 1500 km quadrati: la lunghezza del perimetro della sacca era di 174 km… Privi di cibo, munizioni, carburante e medicine, i soldati e gli ufficiali del feldmaresciallo Paulus congelarono a 30 gradi sottozero: morivano di fame, mangiarono i loro cavalli e cacciavano cani, gatti e uccelli, e nonostante l’evidente disperazione della situazione, le direttive che ordinavano di “combattere fino alla fine e di non arrendersi” continuavano a provenire da Berlino“.
Da dicembre, il gruppo d’armate del Don di Hermann Hoth, composto da 30 divisioni, tentò di sfondare l’anello presso il villaggio di Kotelnikovo. Furono accolti dalla 2.da Armata della Guardia di 122000 soldati comandato dal Tenente-Generale Rodion Malinovskij. In feroci battaglie, i carri armati di Hoth s’impantanarono lungo il fiume Myshkova e l’offensiva fu fermata. Il feldmaresciallo Erich von Manstein, comandante dell’operazione, chiese al Fuhrer di permettere a Paulus di sfondare per incontrare Hoth, ma Hitler rifiutò credendo che la 6.ta Armata potesse ancora resistere a Stalingrado.Svolta nella seconda guerra mondiale
Durante i combattimenti tra gennaio e inizio di febbraio 1943, le forze del Fronte del Don dell’Armata Rossa, comandate dal Generale Konstantin Rokosovskij, gradualmente spezzò il gruppo accerchiato e lo distrusse. Il 31 gennaio, Paulus e il suo comando furono catturati e prontamente si arresero. Truppe e ufficiali dell’Asse si arresero a frotte, nonostante gli ordini contrari di Berlino. Il resto della 6.ta Armata capitolò il 2 febbraio 1943. Si stima che furono catturati 91500 soldati, inclusi 2500 ufficiali e 24 generali. Per molti anni, dopo la battaglia, gli storici occidentali accusarono l’Unione Sovietica di aver deliberatamente maltrattato i prigionieri di guerra dell’Asse. Gli storici sovietici e russi smentirono tali affermazioni, sottolineando che la maggior parte delle truppe nemiche fu catturata dopo essere stata gravemente indebolita dai combattimenti e dai successivi tre mesi di fame, mentre erano circondate. Nei primi tre mesi dopo la cattura, il tasso di mortalità dei prigionieri nell’accampamento 108 appositamente organizzato presso l’insediamento operaio di Beketovka, a Stalingrado, fu estremamente alto, con circa 27000 prigionieri di guerra morti in viaggio per il campo o poco dopo essere arrivati. Circa altri 35100 furono curati presso gli ospedali allestiti nel campo; altri 28100 furono inviati negli ospedali di altre località. Solo circa 20000 prigionieri furono ritenuti idonei a lavorare ed inviati ai lavori di costruzione. Dopo il terribile picco di mortalità nei primi tre mesi, i tassi di mortalità delle truppe catturate a Stalingrado si stabilizzarono, e tra luglio 1943 e gennaio 1949, 1777 prigionieri morirono. Con l’eccezione di truppe e ufficiali condannati per crimini di guerra, gli ultimi prigionieri di guerra della Battaglia di Stalingrado furono rilasciati per la Germania nel 1949.
Stalingrado fu il principale punto di svolta nel teatro europeo della Seconda guerra mondiale e la prima seria sconfitta della Germania nazista dalla battaglia d’Inghilterra del 1940. Nel 1943, dopo la sconfitta nelle grandi battaglie tra carri armati a Kursk e l’invasione alleata dell’Italia, la capitolazione totale e incondizionata dei nazisti divenne solo questione di tempo. Stalingrado fu il primo chiodo sulla bara.

Il pilota del 237.mo Reggimento caccia della 16.ma Armata Aerea sul Fronte di Stalingrado, Sergente Ilija Mikhailovich Chumbarov davanti ai resti dell’aereo da ricognizione tedesco Focke-Wulf Fw.189, abbattuto il 14 settembre 1942 col suo aereo da caccia Jakovlev Jak-1. L’equipaggio dell’aereo nemico fu fatto prigioniero presso Ivanovka.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

George Blake agli agenti russi, ‘Combattete il Male’

L’11 novembre, il leggendario agente, convinto combattente antifascista per la pace e la giustizia sociale, George Blake compie 95 anni!
SVRAlla vigilia del compleanno è stato personalmente salutato dal direttore del SVR di Russia S.E. Naryshkin:
Caro George Ivanovich!
Dalla direzione, tutti i dipendenti, veterani del Servizio d’Intelligence Estero della Federazione russa e io personalmente, esprimiamo le congratulazioni più calde e sincere in occasione del vostro 95° compleanno. Tutta la sua vita l’ha dedicata alla nobile causa di proteggere gli ideali dell’umanesimo e della giustizia, alla lotta per la pace. Le vostre promesse e il contributo eccezionale per garantire la sicurezza nazionale della Russia sono stati molto apprezzati dalla leadership del nostro Paese, come dimostrano numerose decorazioni. Il nostro Servizio La conosce come compagno d’armi affidabile, saggio uomo d’esperienza, scienziato di talento, scrittore eccezionale e mentore capace. La Sua devozione altruista alla causa, l’intelletto più acuto, la dedizione, il coraggio e la solidità, l’amore per la vita e la benevolenza sono un esempio per il personale del SVR della Russia. Su questo giorno memorabile di cuore vi auguro, caro George Ivanovich, buona salute, inesauribile vitalità, ottimismo, vigore ed energia. Felicità, prosperità e tutto il meglio per Lei, la Sua famiglia e gli amici!Accettando le congratulazioni, George Ivanovich si rivolge a amici, colleghi e vicini:
Cari amici e colleghi!
L’11 novembre io, ufficiale dell’intelligence russa, Colonnello George Blake, compio 95 anni… Nella vita di ogni persona, e non sono per nulla un’eccezione, arriva inevitabilmente il momento di affrontare la conclusione, legata alla sintesi degli anni. Ricordando il passato, mi chiedo involontariamente quanto sia stato onesto coi miei contemporanei e successori. Il 95° anniversario è una buona occasione per valutare una vita lunga e difficile. Molto della mia biografia è ben noto. Caratteristico, a mio avviso, è che le fasi principali del mio cammino sono associate ad una scelta importante. La scelta della posizione in condizioni difficili e contraddittorie dettata dalla storia stessa. Potevo diventare un sacerdote tranquillo, ma sono diventato un’agente. Potevo facilmente sopravvivere alla guerra e agli anni seguenti, ma preferii una via pericolosa, partecipando attivamente al movimento della Resistenza. Miracolosamente evitai il campo di concentramento nazista, divenni un commando inglese, rischiando la vita più di una volta…
Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, essendo un agente dei servizi speciali inglesi, rimasi nelle prime file degli avversari della Russia, la mia attuale patria. Poco più tardi, nella mia biografia ci fu la terribile guerra coreana. Ne vidi il vero volto, come i corpi dei civili, uccisi dalla macchina militare statunitense, di questo Paese sofferente. Fu allora che capì che tali conflitti sono carichi di pericoli mortali per tutta l’umanità e presi la decisione più importante nella mia vita: iniziai a cooperare con l’intelligence estera sovietica per proteggere la pace nel mondo. 95 anni… Questo è molto per un individuo. E poco per la storia dell’umanità. La memoria del passato, di cui non mi dispiace nulla, come ho ripetutamente detto, mi fa guardare con ottimismo al futuro.
Vorrei cogliere l’occasione per dire ai miei colleghi, innanzitutto ai giovani impiegati del Servizio.
Compagni! Avete una missione difficile e la responsabilità di salvare il mondo in una situazione in cui il pericolo di una guerra nucleare e dell’auto-distruzione dell’umanità associatavi sono ancora una volta all’ordine del giorno grazie a politici irresponsabili… da quando il terrorismo sollevò la testa e lasciò tracce sanguinose in molte parti del nostro pianeta, c’è una vera guerra tra Bene e Male. E credo in voi, nel vostro servizio disinteressato e altruista per la nostra causa comune, nella vostra professionalità… credo nella vittoria finale sul nemico. Questa fede mi ravviva. Vorrei ringraziare dal fondo del mio cuore la leadership del Servizio, i miei colleghi dell’intelligence estera, per i tanti anni di fedele amicizia, sensibilità, cura, attenzione e comprensione.
Compatrioti! La Russia è diventata la mia seconda Patria. C’è il meraviglioso desiderio russo di avere la “pace a casa”. E voglio veramente che il mondo sia la vostra, o piuttosto la nostra casa.
Pace nella vostra, nostra casa!
Per tutti tersa e soleggiata come il cielo!
Con onore!

 

 

 

Dall’Armata Rossa alla Resistenza
Maria Chobanov, RBTH 22 giugno 2016Durante la Seconda guerra mondiale, circa 30000 sovietici e russi immigrati combatterono nella Resistenza francese. RBTH torna sul destino di uno di questi eroi.
Il 22 giugno 1941, Hitler lanciò 5,5 milioni di uomini sul fronte orientale, con circa 5000 aerei e 3700 carri armati che ne fecero il più grande teatro di operazioni della Seconda guerra mondiale. Nelle prime settimane, l’URSS subì gravi perdite militari e civili. Alla fine dell’anno quasi 3,9 milioni di soldati furono presi prigionieri. Nel 1942, la Germania cominciò a deportarli nei campi di lavoro forzati in Francia. Alcuni riuscirono a fuggire per continuare la lotta nella Resistenza. Tra questi, Oleg Ozerov. La guerra sorprese Oleg il 22 giugno 1941 sul confine tra Polonia e URSS, dove questo 19enne era soldato dell’Armata Rossa. Nell’agosto dello stesso anno, alla fine di settimane di lotta senza tregua, la sua unità, tornata nel centro dell’Ucraina, fu circondata dalla Wehrmacht. “I tedeschi fucilarono immediatamente ebrei, comunisti ed istruttori politici. Poi uccisero un soldato ogni cinque di ogni riga, quindi un decimo. Dopo di che fummo costretti nel caldo insopportabile, senza bere o mangiare, ad attraversare tutta l’Ucraina verso ovest“, dice il veterano 75 anni dopo la cattura. In Polonia i prigionieri furono imbarcati su un treno destinato in Germania. Il giovane soldato ebbe solo un’idea in mente: fuggire…

In territorio amico
Attraversato l’inferno di un’intera serie di campi di concentramento e di lavoro, Oleg Ozerov fu trasferito in Francia con altri prigionieri nel 1943, quando i tedeschi iniziarono la costruzione del vallo atlantico. “All’inizio della mattina, vidi attraverso la finestra del treno un uomo che indossava un elmetto e riconobbi l’uniforme francese. Sollevai il pugno e lo salutai, “Rotfront!” com’era d’uso tra gli antinazisti, dice Oleg. L’uomo prese la bandiera rossa da ferroviere e l’agitò. Sapevo allora che eravamo in territorio amico“. Assegnato alla costruzione di una base per la riparazione dei sommergibili tedeschi a Bordeaux, Oleg non abbandonò l’idea di fuggire. Nel marzo 1944, con l’aiuto di Fadej Voronish, alias Paul, membro dell’organizzazione clandestina del Partito Comunista Francese, avvicinò cinque altri compagni. L’obiettivo era aderire al maquis di Lorette che conduceva le proprie azioni nei dipartimenti di Lot-et-Garonne e Gironde, ma prima dovevano sopravvivere nascondendosi e contattare nel segreto più grande la rete che aiutava a far fuggire i prigionieri sovietici, col rischio dell’esecuzione di intere famiglie. Il rischio preso dai passeggeri dell’autobus che trasportò Ozerov e compagni durante un controllo all’uscita di Bordeaux, l’indicò ancora meglio. “Quando la polizia diede l’ordine di scendere dall’autobus, ci scambiammo alcune parole. Così gli altri passeggeri capirono chi eravamo. Simpatizzarono immediatamente con noi, ci diedero panini e sigarette, e finsero che fossimo dei loro“. Il controllo non andò oltre.

Maquisard della Gironda
I guerriglieri rispettavano molto i russi, che portarono con sé disciplina, esperienza di guerra e dei campi di lavoro“, dice Oleg Ozerov. Col suo gruppo, partecipò alle operazioni di sabotaggio contro strade, ferrovie e ponti, sfidando la polizia di Pétain. Dopo lo sbarco degli Alleati in Normandia nel 1944, i guerriglieri intensificarono le azioni e non esitarono più ad impegnarsi in combattimenti aperti o a partecipare alla liberazione delle città della Francia sud-occidentale: Saint-Basle, Marmande, La Réole, Langon, Bordeaux. Nel settembre 1945, Ozerov tornò nell’URSS. Continuò la corrispondenza coi compagni d’armi francesi e gli fu anche consentito, nonostante la cortina di ferro, di visitare diverse volte la Francia. Combatté per decenni per far riconoscere nell’URSS i meriti dei sovietici che aderirono al maquis, ottenendo lo status di “combattente volontario” nel 1992, quando creò l’Associazione interregionale dei veterani sovietici della Resistenza francese.Traduzione di Alessandro Lattanzio