Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF

MiG Alley: Come la guerra aerea sulla Corea divenne un bagno di sangue per l’occidente
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 23 marzo 2017In quella che fu probabilmente la più grande battaglia aerea di tutti i tempi, il 23 ottobre 1951 un gruppo di 200 aerei statunitensi si scontrò con una forza di MiG sovietici stimata meno della metà. Nella prima di questa serie in due parti sulla guerra aerea sulla Corea, RBTH esamina le conseguenze di questo epico scontro.
La nebbia di guerra porta ad ogni sorta di rivendicazioni e contro rivendicazioni. Nel momento in cui gli storici militari possono mettere le mani sui documenti declassificati di tutte le parti coinvolte, si ha un quadro più realistico di ciò che veramente accadde. La guerra di Corea del 1950-53 fu unica perché la maggior parte dei combattimenti aerei avvenne tra piloti sovietici e statunitensi piuttosto che tra coreani. Il conflitto fu notevole anche per le pretese assurde che le forze armate statunitensi presentarono durante e dopo il conflitto. Nelle pubblicazioni occidentali degli anni ’60 gli statunitensi affermarono che il rapporto tra MiG e caccia statunitensi abbattuti fu di 1:14. Vale a dire, per ogni aviogetto occidentale perso in combattimento, i nemici ne avrebbero persi 14. Nei successivi due decenni, quando l’isteria di guerra appassì, il rapporto fu rivisto a 1:10, ma mai al di sotto di 1:8. Quando i russi declassificarono i loro archivi, dopo la fine della guerra fredda, e i piloti ex-sovietici poterono liberamente presentare la loro versione della storia, la storia occidentale non poté più reggere. L’ex-pilota da caccia Sergej Kramarenko scrive nel suo libro “Combattimenti aerei sul fronte orientale e la Corea“, che secondo i ricercatori (occidentali) più realistici “il rapporto tra aviogetti da caccia abbattuti delle forze aeree sovietica e statunitense fu quasi 1:1“. Ma anche questa nuova parità accettata da autori e storici militari occidentali non è vicina alla verità. In realtà, la guerra aerea sulla Corea fu un bagno di sangue per le forze aeree occidentali. È una storia ben nascosta per ovvie ragioni, orgoglio, prestigio e tradizionale resistenza occidentale ad ammettere che i sovietici vinsero. Con ampio margine.

I sovietici arrivano in Corea
Il leader sovietico Josif Stalin non aveva intenzione di entrare nella guerra di Corea. La Seconda guerra mondiale era un ricordo troppo recente e Mosca non voleva un conflitto con l’occidente che avrebbe portato ad un’altra guerra mondiale. Quindi inizialmente fu solo la Cina che militarmente sostenne i nordcoreani. Ma mentre gli eserciti occidentali, nominalmente sotto il comando dell’ONU, minacciarono di occupare tutta la penisola e vedendo qualità e carenza dei piloti cinesi, Stalin decise d’inviarvi la propria forza aerea. Tuttavia, per occultare il coinvolgimento di Mosca, Stalin impose determinate limitazioni ai piloti sovietici. Uno, avrebbero volato con le insegne dell’Esercito di liberazione del popolo cinese o dell’esercito nordcoreano. Secondo, in volo, i piloti avrebbero comunicato solo in mandarino o coreano; il russo era vietato. E infine i piloti sovietici non avrebbero in alcun caso avvicinato il 38° parallelo (il confine tra le due Coree) o le coste. Ciò per impedirne la cattura da parte degli statunitensi. L’ultima limitazione fu paralizzante, i piloti sovietici non dovevano inseguire gli aerei nemici. Poiché gli aeromobili sono più vulnerabili mentre fuggono (perché hanno esaurito munizioni e carburante o hanno problemi tecnici), ciò significò che ai piloti sovietici furono negati abbattimenti facili. Centinaia di caccia occidentali riuscirono a fuggire nella Corea del Sud perché i sovietici rientravano mentre si avvicinavano alle coste o al confine. Nonostante tali limitazioni, l’URSS vinse. Secondo Kramarenko, durante i 32 mesi in cui le forze sovietiche erano in Corea, abbatterono 1250 aerei nemici. “Di questi, l’artiglieria del Corpo Antiaereo sovietico ne abbatté 153 e i piloti gli altri 1097“, scrive. In confronto, i sovietici persero 319 MiG e Lavochkin La-11. Kramarenko aggiunge: “Siamo certi che i piloti del corpo abbatterono molti più aerei nemici di quei 1097, ma molti caddero in mare o si schiantarono durante l’atterraggio in Corea del Sud. Molti furono così danneggiati da dover essere rottamati, perché sarebbe stato impossibile ripararli“.

Preludio al Martedì Nero
La guerra di Corea produsse alcuni dei combattimenti più affascinanti visti nella storia della guerra aerea. Molto accadde sulla “MiG Alley“, il nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica, dove il fiume Yalu sfocia sul Mar Giallo. Fu teatro di numerosi combattimenti e delle prime grandi battaglie aeree tra aviogetti MiG-15 e F-86 Sabre. La svolta nella guerra si ebbe nell’ottobre 1951. La ricognizione aerea statunitense rilevò la costruzione di 18 aeroporti nella Corea democratica. Il più grande era a Naamsi, con piste di cemento capaci di reggere aeromobili a reazione. Jurij Sutjagin e Igor Sejdov spiegano nel libro esaustivo “MiG Menace Over Korea” le implicazioni del programma di espansione delle piste. “I nuovi aeroporti, situati in profondità nel territorio nordcoreano, consentivano il trasferimento dei nuovi MiG-15, ampliandone l’area delle operazioni compromettendo quelle delle forze ONU. Qui, la cosiddetta MiG Alley si estese al 38.mo parallelo e poté esporre le forze terrestri delle Nazioni Unite ad attacchi aerei continui”. Il 23 ottobre 1951, conosciuto oggi come Martedì Nero, le forze aeree occidentali riunirono un’armata di 200 caccia (F-86 Sabre, F-84, F-80 e Gloster Meteor IV) e due dozzine di bombardieri B-29 Superfortress (lo stesso tipo che sganciò le bombe atomiche sul Giappone). Il profilo di missione di questo attacco concentrato era interrompere il flusso di rifornimenti alle forze coreane e cinesi e distruggere le basi di Naamsi e Taechon nella Corea democratica. Per contrastare tale minaccia i sovietici organizzarono due divisioni di aerei da caccia. La 303.ma, composta da cinquantasei MiG-15, costituì il primo scaglione e fu assegnata all’attacco del gruppo dei bombardieri nemici. La 324.ma Divisione aveva venticinque MiG-15 e compose il secondo scaglione, che doveva puntellare i combattimenti e coprire l’uscita della 303.ma dalla battaglia.

Putin e Kramarenko

Addosso ai grossi
Concentramento e disciplina furono fondamentali per affrontare con successo la minaccia dei bombardieri. La strategia sovietica fu ignorare i caccia di scorta e andare dritti contro i Superfortress più lenti. Mentre i MiG volavano contro i Superfortress, videro un gruppo di lenti Meteor inglesi. Alcuni piloti sovietici furono tentati da questi obiettivi entusiasmanti, ma il comandante Nikolaj Volkov disse: “Andiamo addosso ai grossi“. Come balene circondate da orche fameliche, i MiG spezzarono le formazioni dei B-29. Alcuni piloti sovietici attaccarono verticalmente dal basso i bombardieri statunitensi, vedendo che i B-29 gli esplodevano davanti. Fu quasi un tiro al tacchino, visto che l’equipaggio, da 12 a 13 uomini, dei bombardieri colpiti si lanciavano uno per uno. I sovietici rivendicarono la distruzione di dieci B-29, la più alta percentuale di bombardieri statunitensi mai persi in una grande missione, mentre persero un MiG. Tuttavia, Kramarenko dice che alcuni piloti sostennero che venti B-29 furono abbattuti nella settimana del 22-27 ottobre. Inoltre l’USAF perse quattro caccia F-84 di scorta. Gli statunitensi ammisero tre bombardieri abbattuti, mentre altri cinque B-29 e un F-84 furono gravemente danneggiati e successivamente rottamati. “Anche così, queste perdite furono piuttosto dolorose per il comando statunitense“, scrivono Sutjagin e Sejdov. Il comandante Lev Shukin ricorda il Martedì Nero: “Cercavano d’intimorirci. Pensavano forse che avremmo avuto paura del loro numero e saremmo fuggiti, ma invece gli andammo contro“. Chiaramente, i piloti sovietici interiorizzarono ciò che Sergej Dolgushin, asso con 24 vittorie nella Seconda guerra mondiale, dichiarò esser un prerequisito del pilota da caccia di successo: “amore per la caccia, grande desiderio di essere il cane alfa“. I sovietici soprannominavano “Baracche volanti” i B-29 per come bruciavano facilmente e bene. L’ex-pilota statunitense Tenente-Colonnello Earl McGill riassunse la battaglia in ‘Black Tuesday Over Namsi: B-29s vs MiGs‘: “Per percentuale, il Martedì Nero fu la peggiore perdita in qualsiasi grande missione di bombardamento in una qualsiasi delle guerre in cui gli Stati Uniti furono mai impegnati, e la battaglia seguente, nella parte di cielo chiamata MiG Alley, continua ad essere forse la più grande battaglia aerea di tutti i tempi“.

Impatto sul morale statunitense
La battaglia aerea del Martedì Nero cambiò per sempre la condotta dell’USAF nei bombardamenti strategici. I B-29 non furono più impiegati di giorno nella MiG Alley. Città e villaggi nordcoreani non furono più bombardati e colpiti da napalm dagli statunitensi. Migliaia di civili uscirono dalla linea di mira. Ma soprattutto, coraggio e competenze del distaccamento sovietico in Corea impedirono un’altra guerra mondiale. Kramarenko spiega: “Il B-29 era un bombardiere strategico, in altre parole, un vettore per le bombe atomiche. Nella terza guerra mondiale, sull’orlo di cui eravamo, questi bombardieri avrebbero dovuto colpire le città dell’Unione Sovietica con bombe nucleari. Ora si sa che questi aerei enormi erano indifesi contro gli aviogetti da caccia essendone molto inferiori per velocità e armamento“. Chiaramente, alcuno dei B-29 poteva volare oltre 100 km nella vastità dell’Unione Sovietica e rimanere indenne. “Si può affermare con sicurezza che gli aerei sovietici che combatterono in Corea, causando così tanti danni all’aviazione del nemico, misero a dura prova la minaccia della guerra mondiale nucleare“, spiega Kramarenko. Pochi giorni dopo il Martedì Nero, McGill era seduto quale co-pilota di un B-29, sull’asfalto della base aerea di Okinawa, in attesa dell’ordine di decollo che avrebbe mandato il suo bombardiere nella MiG Alley. Invece delle solite battute di pre-volo, l’equipaggio si sedette in silenzio e stupore, perché sentiva di tornare “verso la nostra certa distruzione”, quando giunse la notizia che la missione era stata annullata. McGill spiega la sensazione nell’aeromobile: “Quei minuti prima del decollo m’insegnarono il significato della paura, che non avevo mai sperimentato finora, nemmeno ora che la vita è più breve“.

Guerra di Corea: come il MiG-15 mise fine al dominio dei cieli dell’USAF
Rakesh Krishnan Simha, RBTH, 27 aprile 2017La superiorità dell’eccellente MiG-15 fu uno dei fattori chiave che fece prevalere i piloti sovietici nella guerra aerea sulla Corea. Nel settembre 1950, l’US Air Force (USAF) effettuò il massiccio bombardamento della città nordcoreana di Sinuiju. Il raid fu condotto da 80 bombardieri B-29 causando il peggiore massacro dal bombardamento atomico statunitense di Nagasaki. Tutta la città, di bambù e legno, bruciò fino alle fondamenta. Più di 30000 civili inermi bruciarono vivi. Impossibilitati ad impedire tali incursioni delle forze aeree di Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia, i nordcoreani si appellarono a Mosca. I sovietici inviarono i loro ultimi MiG-15 pilotati da veterani della seconda guerra mondiale. Il risultato fu drammatico. Nella prima battaglia aerea tra aerei sovietici e statunitensi sulla Corea, il 1° novembre 1950, i sovietici abbatterono 2 Mustang, senza subire perdite. “Il dominio statunitense sui cieli coreani era giunto al termine“, scrive l’ex-pilota Sergej Kramarenko nel suo libro, “Combattimenti aerei sul fronte orientale e sulla Corea“. Sui cieli della Corea, gli assi sovietici si scontrarono con gli avversari occidentali nei primi combattenti tra caccia dell’era del jet. Nelle battaglie aeree mortali sulla penisola, i piloti sovietici sconfissero ripetutamente le più grandi formazioni di caccia nemici e abbatterono decine di bombardieri. Nella prima di questa serie di due parti avevamo esaminato alcune battaglie aeree chiave che cambiarono la forma del combattimento aereo e costrinsero l’occidente sulla difensiva. In questa sezione conclusiva esamineremo le ragioni del dominio russo sulle più grandi forze aeree occidentali.

MiG-15: l’aviogetto che scosse l’occidente
Il MiG-15 fu il fattore chiave del dominio sovietico. Il velivolo aveva una tangenza superiore a quella degli aerei occidentali come l’F-86 Sabre, per cui i piloti sovietici potevano facilmente sfuggirgli salendo a oltre 50000 piedi, sapendo che il nemico non poteva inseguirli. Inoltre, il MiG aveva accelerazione e velocità maggiori, 1005 km/h rispetto a 972 km/h. Il rateo di salita dei MiG di 9200 piedi al minuto era superiore ai 7200 piedi al minuto dell’F-86. Un fattore cruciale della guerra aerea era la differenza nell’armamento. I MiG erano armati di cannoni in grado di colpire un bersaglio a una distanza di 1000 metri, mentre le mitragliatrici dei B-29 statunitensi arrivavano a 400 metri. Kramarenko spiega: “Si scoprì che tra i 1000 e i 400 metri i nostri aerei avrebbero sparato e distrutto i bombardieri mentre erano ancora fuori dalla loro gittata. Fu il più grave errore di calcolo del comando statunitense, un errore dei loro progettisti e produttori di aeromobili. Essenzialmente, i bombardieri enormi e costosi erano indifesi verso i cannoni dei nostri MiG”. I proiettili esplosivi del MiG-15 creavano fori di circa un metro quadrato sugli aerei nemici. Pochi di tali aerei volarono nuovamente anche se i loro piloti miracolosamente riuscirono a salvare l’aereo colpito. D’altra parte, i MiG-15 dal rivestimento più spesso potevano incassare molto e rientrare. Il tenente-generale Charles “Chick” Cleveland dichiarò ad Air&Space Magazine: “Devi ricordare che il piccolo MiG-15 in Corea riuscì a fare ciò che tutti i Focke-Wulf e Messerschmitt della seconda guerra mondiale non poterono mai fare, scacciare la forza bombardieri degli Stati Uniti dai propri cieli“.Piloti temprati dalla Seconda guerra mondiale
La maggior parte dei piloti da caccia sovietici che parteciparono alla guerra di Corea erano assi della Seconda Guerra Mondiale, finita solo sei anni prima. Così anche i piloti anglo-statunitensi. I piloti dei tre Paesi avevano combattuto contro la Luftwaffe tedesca, altamente addestrata, ma c’era una differenza. Le battaglie aeree che accompagnarono l’avanzata sovietica verso Berlino furono spietate. L’Aeronautica sovietica affrontò piloti sempre più disperati, piloti della Luftwaffe soverchiati ma ancora mortali che difendevano la patria. I piloti sovietici, quindi, avevano un’esperienza di combattimento maggiore e migliori abilità rispetto agli avversari occidentali. Per esempio, la prima grande unità aeronautica sovietica inviata in Corea, la 324.ma IAD, era una divisione di intercettatori della difesa aerea comandata dal Colonnello Ivan Kozhedub, che con 62 vittorie fu il primo asso alleato della seconda guerra mondiale.

Tattiche migliori
I sovietici avevano anche migliori tattiche con cui sconfissero le forze aeree occidentali. Ad esempio, le grandi formazioni di MiG restavano in attesa sul lato cinese del confine. Quando i velivoli occidentali entravano nella MiG Alley, nome dato dai piloti occidentali alla porzione nordoccidentale della Corea democratica e luogo di numerosi combattimenti, i MiG salivano ad alta quota per attaccare. Se i MiG erano in difficoltà, fuggivano sul confine in Cina. Gli squadroni di MiG-15 sovietici operavano in grandi gruppi, ma la formazione di base era il gruppo di sei velivoli, suddiviso in tre coppie composte da un leader e un gregario. La prima coppia di MiG-15 attaccava i Sabre nemici. La seconda coppia proteggeva la prima coppia. La terza coppia rimaneva al di sopra, sostenendo le due altre coppie quando necessario. Questa coppia aveva più libertà e poteva anche attaccare obiettivi di opportunità, come solitari Sabre dispersi. Il coinvolgimento sovietico nella guerra ebbe effetti salutari sul morale nordcoreano e cinese. Quando i sovietici iniziarono ad addestrare i piloti cinesi al combattimento volando sui MiG-15, scoprirono che i tirocinanti non erano in forma e potevano a malapena scendere dall’aereo dopo una sortita. Ciò era dovuto principalmente alla loro dieta, tre tazze di riso e una di minestra di cavolo al giorno. Dopo diverse settimane di dieta secondo standard russi, i piloti cinesi potevano sopportare i rigori del combattimento aereo. Allo stesso modo, i nordcoreani iniziarono a compiere miracoli volando, abbattendo diversi aerei statunitensi, che prima erano soliti evitare.

Reclami e contestazioni
Nonostante i dati sovietici e cinesi classificati siano disponibili, l’US Air Force continua a spacciare la storia di 1:7/8/9 abbattimenti, sebbene siano scesi dalla rivendicazione originale di 1:14, diffusa fino agli anni ’90. Si prendano le battaglie aeree del 12 aprile 1951 in cui gli statunitensi persero 25 bombardieri strategici e circa 100 piloti. Fu chiamato il “Giorno Nero” e una settimana di lutto fu dichiarata dall’USAF. Eppure gli statunitensi affermarono di aver abbattuto 11 MiG quel giorno. “In realtà“, dice Kramrenko, “tutti i nostri caccia rientrarono e solo tre o quattro MiG erano forati dal tiro delle mitragliatrici. Questo perché gli statunitensi contavamo gli aerei nemici abbattuti secondo le foto della fotomiragliatrice. Suppongo che i piloti statunitensi abbiano contato gli stessi abbattimenti non meno di due o tre volte. Gli statunitensi, dunque, “abbatterono” più MiG di quanti ce n’erano in Corea“. I sovietici avevano un sistema più sicuro di registrazione degli abbattimenti. I piloti dovevano fornire chiare e distinte foto da fotomitragliatrice e farsele confermare da un gruppo di ricerca che doveva riportare i resti del velivolo nemico abbattuto. Questo presentava dei problemi. Molti aerei statunitensi, colpiti e che rientravano in mare dove precipitavano, non furono considerati vittorie. A volte aerei nemici che cadevano in luoghi inaccessibili come foreste e gole, non venivano recuperati perché non si riusciva a trovarli. Questi aerei abbattuti non furono mai registrati come tali. In realtà i sovietici batterono le forze aeree occidentali. Prendiamo i dati del settembre 1951. Secondo i documenti dello Stato Maggiore del 64.mo Corpo Aerei da Caccia delle Forze Aeree Sovietiche, i piloti delle due divisioni sovietiche avevano abbattuto 92 aerei nemici perdendo solo 5 aerei e due piloti. Tuttavia, secondo i dati statunitensi, nello stesso periodo le loro perdite ammontarono a 6 aerei. Ma secondo la ricerca post-guerra fredda di studiosi russi e stranieri, il numero delle perdite occidentali nel settembre 1951 fu di 21 aeromobili nei combattimenti contro i MiG. Inoltre almeno altri 8 caccia furono così gravemente danneggiati che non volarono mai più. Quindi, anche prendendo questi dati estremamente prudenti, il rapporto tra le due parti nelle battaglie di settembre fu di 4:1 a favore dei piloti sovietici. Tuttavia, gli autori, storici ed analisti occidentali si rifiutano di rivedere i numeri esasperati dell’USAF. Una controversia simile coinvolse gli australiani, che inviarono il loro 77° Squadron di Gloster Meteor in Corea del Sud. In un freddo giorno di dicembre, durante un pattugliamento, i sovietici guidati da Kramarenko incontrarono 20 di questi velivoli costruiti dagli inglesi. Fu il giorno nero per gli australiani, mentre i MiG spezzarono la formazione dei Gloster. In pochi secondi vi fu una dozzina d’incendi al suolo: erano i resti di tali aerei sfortunati. Vi fu un solo sopravvissuto che fuggì da questo inferno per tornare a casa. I sovietici videro il pilota australiano in fuga, che sembrava rassegnato al destino e che si rifiutò di combattere. “Ebbi pietà“, scrive Kramarenko. “Il Gloster cessò di essere il nemico e decisi di lasciarlo andare in pace. Lasciatelo andare al suo aerodromo a raccontare del destino dei suoi compagni che volevano cancellare una città coreana, e i cui aerei bruciano sulle strade vicino questa città e la sua stazione ferroviaria!” Kramarenko aggiunge: “Sono ancora perplesso del perché gli statunitensi avessero permesso a queste bande di contadini di combattere su aerei obsoleti senza coprirli coi Sabre”. Malgrado tale massacro, gli australiani credettero di aver abbattuto un MiG in questo scontro, perdendo solo tre aerei. I sovietici non incontrarono mai più i Gloster sui cieli della Corea. In realtà, gli australiani furono esclusi dal fronte dagli statunitensi.

Gli errori di Mosca
Il rapporto di abbattimenti nella guerra di Corea sarebbe stato ancora più a favore dei MiG, ma per la decisione sconsiderata di Josif Stalin, si fecero ruotare intere unità di combattimento. Stalin, che non capiva il potere aereo, inizialmente non permise ai MiG-15 di partecipare ai combattimenti aerei sulla Corea. Risultato dell’ordine di Stalin, gli assi sovietici della Seconda Guerra Mondiale, che abbatterono molti velivoli nel 1951, furono sostituiti da giovani piloti con poca o nessuna esperienza in combattimento. Questo permise all’USAF demoralizzata di tornare in gioco e gli statunitensi abbatterono decine di aerei sovietici. Un altro fattore fu la G-suit, che permise ai piloti statunitensi di volare senza sottoporre il corpo alle forze estreme a cui i piloti sono esposti nei combattimenti. L’Aeronautica sovietica ne era sprovvista e di conseguenza molti piloti sovietici dovettero smettere di volare per settimane o mesi prima di riprendersi dallo stress. La parità fu ripristinata ancora una volta quando l’originale partito degli eroi sovietici della seconda guerra mondiale tornò in Corea, ma con la morte di Stalin nel 1953 la guerra terminava. Poiché non fu una battaglia per la patria, nessuno dei piloti sovietici voleva essere l’ultimo a morire, e pertanto non ci furono più epiche battaglie aeree sui cieli della Corea.Rakesh Krishnan Simha è un giornalista e analista di affari esteri della Nuova Zelanda, dal particolare interesse per la difesa e la storia militare. È membro del consiglio di amministrazione di Modern Diplomacy, portale per gli affari esteri d’Europa.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stalin e i tecnici

Come Stalin, il partito ed il potere sovietico posero fine allo iato tra quadri tecnico-dirigenziali e classe operaia nell’URSS del primo Piano Quinquennale
Luca BaldelliIl problema delle relazioni tra classe operaia e mondo intellettuale si pose, in tutta la sua drammatica cogenza, fin dalla vittoria della Rivoluzione socialista bolscevica del 1917. La guerra contro le bande monarchiche e scioviniste che, appoggiate dai circoli imperialisti internazionali, misero a ferro e fuoco il Paese durante la Guerra civile del 1918/21, con l’intento di rovesciare il neonato potere sovietico, vide numerosi intellettuali schierarsi a fianco del socialismo, della causa degli operai e dei contadini: V.V. Majakovskij, A.V. Lunacharskij, A. A. Blok, solo per citarne tre. Altrettante figure del mondo della cultura, però, coltivarono i germi nefasti dello scetticismo e del disfattismo o peggio ancora scelsero il fronte opposto, quello della reazione: M. A. Bulgakov fu assai tiepido verso il nuovo ordine sociale; Anna Achmatova si chiuse in un atteggiamento di snobistico disprezzo, mentre M. Gorkij additò addirittura come pericolo mondiale il mugik russo oppresso da secoli di sfruttamento e ora pronto, liberate le catene, a dare l’assalto ad ogni “civiltà” con la sua indole “barbara ed asiatica”. Fin qui abbiamo illustrato le posizioni di poeti e scrittori; il grandangolo dello storico, però, il suo obiettivo più acuto e potente, non può però che andare a catturare anche altre figure di intellettuali: per la precisione, migliaia e migliaia di ingegneri, tecnici, economisti, specialisti vari i quali si trovarono davanti, potente e trascinante come nessun altro, il ciclone dell’Ottobre. Non sempre la convivenza fu facile tra questi e il nuovo assetto di potere e le ragioni sono anche abbastanza semplici da comprendere: di estrazione alto–borghese, quando non addirittura aristocratica, la gran parte di questi quadri tecnico–scientifici nutriva sentimenti di aperta ostilità verso chi aveva spazzato via, con la ramazza della più autentica giustizia sociale e della più radicale rottura col passato, vecchi privilegi di casta e rendite di posizione accademiche anacronistiche e regressive. In altri termini, era perfettamente fisiologico, secondo le bronzee leggi della dialettica storica e sociale, il fatto che una parte consistente di questi “cervelli” si schierasse contro la marea montante della Rivoluzione proletaria. Contro gli elementi visceralmente antisovietici, il governo bolscevico dovette per forza prendere provvedimenti limitativi della libertà, pena difficoltà insormontabili in settori strategici della produzione. Vi furono altri esponenti del mondo tecnico–scientifico che, pur essendo di origine borghese, si dichiararono pronti a servire la causa del socialismo, con lealtà, abnegazione e spirito costruttivo. Verso questi, il potere sovietico, all’inizio, non sempre si distinse per acume e correttezza: se alcuni raggiunsero da subito posizioni elevate e prestigiose, in funzione delle loro capacità, altri furono penalizzati nell’accesso ad alcuni canali professionali e accademici e i loro figli, per diverso tempo, non poterono iscriversi a determinati istituti e università o, pur potendolo fare, incontrarono diverse difficoltà, diversamente dai figli degli operai e dei contadini. Questo stato di cose, se da una parte poteva essere interpretato come il giusto, inevitabile contrappasso sociale, di classe, per secoli e secoli di discriminazione, ghettizzazione, esclusione ai danni delle classi subalterne, per un potere eticamente superiore quale quello sovietico, pervaso dai più nobili valori universalisti, poneva grandi problema di ordine etico, politico, sociale. Problemi di merito e di metodo, di valori e di opportunità al medesimo tempo.
Il governo degli operai e dei contadini, teso alla liberazione di tutta la società dalle catene dello sfruttamento e della tirannia, non poteva tollerare al lungo alcuna discriminazione deliberata sulla base dell’estrazione sociale dei cittadini; anche giustificata in parte dall’azione eversiva dei ceti spodestati, essa rappresentava sia una violazione dei principi marxisti–leninisti sia un ostacolo controproducente, illogico, antisociale al pieno sviluppo dell’URSS tutta. A metà degli anni ’20, sempre più scienziati e quadri tecnico–dirigenziali formatisi in epoca zarista iniziarono a convincersi della superiorità del socialismo e, mano a mano che esso mostrava i suoi innegabili vantaggi, decisero contribuire al suo ulteriore sviluppo, di lavorare alla sua definitiva vittoria come faro per tutta l’umanità. Vincendo la diffidenza e l’ostilità di ambienti dogmatici e settari ancora influenti all’interno del Partito Comunista (bolscevico) dell’URSS, quasi tutti legati a Trotzkij, un gruppo di scienziati e luminari di varie branche fondò, fin dal 1928, l’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici, per coadiuvare in ogni modo il processo di edificazione del nuovo ordine sociale. Questo simposio non fu di certo un organismo esclusivamente accademico, bensì rappresentò un avanzato fronte di lotta e di proposta, un punto di raccordo fondamentale tra i lavoratori del braccio e delle mente, tra la politica e la scienza, nel rifiuto di ogni separazione castale ma anche di ogni visione operaistica grezza, infantilmente estremistica e massimalista. Tra le figure più eminenti dell’Associazione panrussa degli scienziati e dei tecnici ricordiamo il biochimico A.N. Bach, fondatore del prestigiosissimo Laboratorio chimico centrale sovietico, il patologo A.I. Abrikossov, figlio di proprietari terrieri, fornitori ufficiali della cioccolata per la Corte imperiale, il microbiologo ed epidemologo N. Gamaleja, figlio di nobili di estrazione cosacca, campione della lotta al tifo e al vaiolo, il chimico N.S. Kurnakov, fondatore dell’analisi fisico–chimica a livello mondiale e autore del test usato nell’estrazione del platino.
Man mano che nella compagine del VK(b)P prendeva forza la linea equilibrata e saggia di Stalin, retrocedevano, irreversibilmente, le posizioni dogmatiche, avventuriste, sterilmente volontariste o pseudo–operaiste della “sinistra” trotzkista, assieme a quelle rinunciatarie, capitolarde, pervase di sopravvivenze piccolo–borghesi, della “destra” di stampo principalmente buchariniano. Questo si rifletté inevitabilmente anche sul ruolo e sulla posizione degli scienziati, degli intellettuali e dei tecnici nel quadro della costruzione del socialismo. Se nel campo letterario e artistico Maksim Gorkij iniziò a cantare le lodi del nuovo sistema, mettendo in evidenza l’opera di recupero sociale effettuato dall’OGPU e del sistema dei GULAG (nel 1929 visita le Isole Solovetskij, nel 1934 effettuerà un reportage dal mastodontico cantiere del Canale Mar Bianco – Mar Baltico ), se M. A. Bulgakov abbandonò vecchi pregiudizi e timori infondati, frutti della mendace propaganda controrivoluzionaria e dell’azione di elementi deleteri presenti in seno al Partito e allo Stato, da parte dei quadri tecnico–scientifici sempre più numerosi giunsero i contributi innovativi, le invenzioni, i suggerimenti costruttivi per lo sviluppo, l’affinamento, la trasformazione, l’evoluzione dei processi produttivi.
Nel 1928, con il concorso e l’attiva partecipazione di ogni istanza economica, sociale, politica, culturale, venne elaborato il Primo Piano Quinquennale per gli anni 1928/1933, gigantesca, formidabile, ineguagliata opera di ingegneria sociale, destinata a mutare per sempre il volto della vecchia Russia e dell’URSS e ad affermare ritmi di sviluppo mai visti in nessuna parte del mondo. Il ruolo degli scienziati, dei tecnici, degli ingegneri, dei quadri dirigenziali nella definizione delle linee del Piano non fu secondo a quello di altri attori sociali e di altri portatori di interesse. Tutto si contemperò armonicamente nel quadro dell’interesse generale e nella lotta per l’avanzamento del socialismo. L’ostilità e la diffidenza reciproche tra quadri e classe operaia cedettero il passo, progressivamente ma inesorabilmente, alla reciproca comprensione e intesa, nell’interesse dello scopo supremo: la creazione di una nuova civiltà di liberi ed eguali. La classe operaia sempre più fece tesoro del patrimonio di nozioni e saperi trasmesso dagli esponenti dell’apparato tecnico–scientifico; dal canto suo, tale apparato sempre più si compenetrò della vivida energia sperimentatrice e creatrice del proletariato, con le sue intuizioni, le sue opere concrete, i prodigiosi stimoli e le innovazioni studiate e messe in atto nella trincea della produzione.
Nel 1928, nell’industria lavoravano ancora soltanto 13700 ingegneri: lo 0,52% della classe operaia. Sgomberato il campo da sabotatori e quinte colonne, il potere bolscevico valorizzò sempre più l’opera dei quadri intellettuali onesti e leali, mentre, al contempo, potenziò al massimo le fila degli ingegneri, dei tecnici, degli scienziati: se nel 1928, nei vari Politecnici e Istituti ad essi collegati, studiavano 18900 persone, nel 1933 erano diventate 233500. Un dato eccezionale, di per sé eloquente, della capacità di organizzazione e promozione dei saperi nel quadro della società sovietica. Segnatamente, nel 1928/29 il Partito inviò a studiare e a formarsi, nei Politecnici e negli Istituti tecnici superiori, 1000 militanti di avanguardia, tutti di estrazione operaia e contadina, i quali sarebbero diventati in seguito rinomati direttori di produzione, tecnici, pedagoghi, medici. Il meglio che il nuovo potere sovietico poteva offrire alla società tutta, liberando energie, talenti e geni compressi e soffocati per secoli dai macigni dell’oppressione di classe. Un’altra cifra, meglio di ogni altra, offre il quadro dello sviluppo incessante, prodigioso della Terra dei Soviet lungo l’asse del Primo Piano Quinquennale: se nel 1926 vi erano, in tutta l’URSS, 11000000 di operai e impiegati, nel 1933 se ne censirono 22900000. Il numero dei quadri intellettuali tecnico–dirigenziali crebbe in maniera ancora più impressionante. A dirigere la massima autorità della pianificazione dal 1925 al 1934, ovvero il GOSPLAN, furono due figure lucide, coraggiose, integerrime: Gleb Maksimilianovic Krzhizhanovskij e Valerian Vladimirovic Kujbyshev, ambedue di origini altolocate: borghese di rango il primo, di ascendenza nobile il secondo (era figlio di un militare di carriera). Assieme a Stalin e ai vertici del Partito, degli organi istituzionali e del potere popolare, furono i “capitani” della grande svolta del Paese verso la modernità, la prosperità, la libertà dalle residue catene del capitalismo. Nell’eroica attuazione del Piano Quinquennale, tra difficoltà, sabotaggi, complotti internazionali mai cessati, poterono contare su figure di specialisti di primo piano: I.V. Bardin, ingegnere capo nella costruzione del Complesso metallurgico di Kuznetsk; I.M. Gubkin, geologo, Presidente del prestigiosissimo Congresso Geologico Internazionale con sede a Mosca; I. G. Aleksandrov, autore del progetto della gigantesca centrale sul Dnepr; A. V. Winter e altri ancora.
Naturalmente, nel vivo di una lotta e di un impegno indefesso per la trasformazione del Paese, non mancarono contrasti, polemiche e anche processi a carico di sabotatori annidati negli apparati tecnico–dirigenziali e scientifici. Nel 1930 fu la volta del Processo del Partito industriale, a carico di otto ingegneri sovietici che, in combutta con circoli imperialisti internazionali, avevano attuato sabotaggi sistematici alla produzione, organizzando anche un partito segreto che avrebbe dovuto prendere il potere con l’aiuto della Francia, lanciata in un’invasione militare del territorio sovietico. La storiografia anticomunista ha intinto e intinge il pane in alcuni aspetti poco chiari del processo che però, in gran parte, sono stati e sono tali solo per la volontà dei circuiti anti-marxisti e antisovietici di non comprendere implicazioni, legami, scaricabarile che non mancarono e che fecero finire nel tritacarne anche persone in buona fede, colpevoli solo di cattive frequentazioni. Non vi fu alcun processo farsa: le accuse erano vere, fondate, inoppugnabilmente provate anche da dichiarazioni di personaggi tutt’altro che teneri verso il potere sovietico. Louis Fischer, in “Machines and men in Russia”, scrisse: “che ingegneri russi si siano dedicati e si dedichino al sabotaggio è fuori dubbio. Gli specialisti statunitensi che lavorano in Russia lo hanno ripetutamente affermato in privato e alla stampa. E prove particolareggiate confermano le loro asserzioni. Ma questo fatto non costituisce legittimo motivo per arrestare e condannare una intera classe, molti dei cui componenti sono cittadini leali e devoti”.
Obiettivamente, Fischer mise in risalto due aspetti incontrovertibili, sui quali ci siamo soffermati ed abbiamo argomentato: tantissimi ingegneri e tecnici, la stragrande maggioranza, erano ormai del tutto solidali con il potere sovietico e non concepivano alcun progetto eversivo ai suoi danni. Allo stesso tempo, il complotto per far crollare l’URSSera tutto meno che fantasia, e trovava terreno fertile tra vari specialisti e quadri che mantenevano posizioni da infiltrati e agenti dormienti. Individuate e chiarite con cura, rigore e precisione le posizioni di ciascuno degli imputati, il processo e l’insieme dei provvedimenti restrittivi adottati videro numerose revisioni e molti ingegneri e tecnici, arrestati all’inizio del processo, vennero liberati. I massimi organismi della pianificazione economica, accanto al Partito e ai vertici dello Stato, criticarono gli eccessi della OGPU e gli sconfinamenti dell’azione penale in campi impropri. Fu la prova provata, questa, che in URSS non esisteva né poteva esistere uno Stato di polizia: grazie alla vigilanza del Partito e del popolo tutto, la giustizia sovietica funzionava a puntino e nessuno correva il rischio, avendo a che fare con essa, di finire in un tritacarne a tempo indeterminato, come avviene ai poveri cristi perseguitati dalla giustizia dei Paesi borghesi, ai quali può capitare di trascorrere anni e anni in cella senza alcuna colpevolezza effettiva riscontrata. Nel 1931 fu la volta del processo contro 14 professori menscevichi e funzionari dello Stato, accusati di attività controrivoluzionaria mirata alla restaurazione del potere di grandi capitalisti espropriati nel 1917, in combutta con circoli imperialisti francesi e britannici. Nel 1933, infine, vi fu il processo contro sei ingegneri inglesi, dieci ingegneri russi e una segretaria sempre russa, accusati di sabotaggio a danno di centrali elettriche, con il contorno solito di spionaggio e corruzione. Un copione tipico e ricorrente nelle cucine delle trame imperialiste, specie inglesi. La reazione al processo fu la riprova della colpevolezza degli inglesi: l’ambasciatore britannico, infatti, sin dall’inizio si profuse in dichiarazioni incendiarie e toni rabbiosi contro l’URSS, anche se si era istituito un processo davanti ad un Tribunale regolare di un Paese sovrano, con prove inoppugnabili. Il verdetto, dopo che accusa e difesa si erano confrontati su un terreno di correttezza giuridica e formale indiscutibile, fu il seguente: 16 condannati, un assolto (un ingegnere inglese). In spregio ad ogni rispetto della sovranità e della giustizia di un Paese straniero, ad ogni principio di non ingerenza e, infine, ad ogni considerazione di tatto ed opportunità, la Gran Bretagna impose un blocco commerciale su alcune merci che, se scalfì appena il potenziale produttivo sovietico, procurò gravi danni ad alcuni interessi economici inglesi. Un pesante boomerang tornava così in testa a chi l’aveva lanciato in aria nello spazio eurasiatico della grande URSS, con l’intenzione di coprire altarini e complotti eversivi ai danni del primo governo operaio e contadino del mondo.  Più tardi, riferendosi a fatti avvenuti nel 1928, anche John Littlepage, ingegnere statunitense tutt’altro che comunista, presente in URSS nel quadro dei progetti di cooperazione, riconobbe in maniera inconfutabile la realtà dei sabotaggi, compiuti non solo da alcuni quadri, ma anche da elementi infidi presenti tra gli operai: “un giorno del 1928 entrai in un’officina di generatori nelle miniere di Koshkar. Per caso, la mia mano affondò nel recipiente principale di una grande macchina Diesel ed ebbi la sensazione di qualcosa di grumoso nell’olio. Feci immediatamente fermare la macchina e togliemmo circa un litro di sabbia di quarzo, che non poteva che esservi stata gettata intenzionalmente. A varie riprese abbiamo trovato, nelle nuove installazioni delle officine di Koshkar, della sabbia in ingranaggi come i riduttori di velocità che sono interamente chiusi e possono essere aperti solo sollevando il coperchio per il manico. Questo meschino sabotaggio industriale era così comune in tutti i settori dell’industria sovietica, che gli ingegneri russi non se ne occupavano per nulla e furono sorpresi della mia preoccupazione quando lo constatai per la prima volta (…) parecchie persone non possono vedere le cose allo stesso modo e restano dei nemici implacabili dei comunisti e delle loro idee, anche quando sono entrati in un’industria di Stato”.
Riguardo agli episodi giudiziari sopra ricordati, mai si udirono toni sguaiati e demagogici contro ingegneri, tecnici e quadri dirigenziali, nella stampa e nel Paese: alla sbarra erano alcuni di loro, non l’intero gruppo sociale e professionale! Alcuni rantoli estremistici si sentirono, ma vennero subito soffocati non dalla censura, che non esisteva se non nelle teste dei propagandisti borghesi e filo–capitalisti, ma dal buonsenso, dalla linea generale del Partito che si era andata consolidando, dalla considerazione della quale godevano tantissimi tecnici e intellettuali che in tutto il Paese stavano lavorando alla costruzione ed al potenziamento di dighe, centrali elettriche, strade, ferrovie, industrie. Nel 1931, Stalin, rafforzando la sua posizione in maniera democratica, con la forza delle idee e dell’appoggio di milioni di uomini e donne in tutto il Paese, aveva pronunciato alcune parole inequivocabili: “Nessuna classe governante è mai riuscita ad andare avanti senza i suoi intellettuali (…). I bolscevichi devono seguire una politica tale da attirare a noi gli intellettuali e devono occuparsi del loro benessere”. Non vi dovevano essere più persecuzioni immotivate di ingegneri, azioni ostili contro chi era leale e trasparente nel pensiero e nell’azione all’interno dei quadri tecnico–dirigenziali, nessuna frattura artificiosa e assurda tra lavoratori del braccio e della mente, né sulla base di scelte inopinate né, tantomeno, sulla base di demenziali considerazioni sulle origini di classe. Dopo il pronunciamento di Stalin, gli organi del potere sovietico, in armonia con la discussione sviluppatasi dentro al Partito, nei Sindacati, nelle fabbriche, lavorarono assieme, nell’anno 1931, alla formulazione di un nuovo Decreto che sancì alcune misure di importanza storica a beneficio dei quadri tecnico–dirigenziali e degli specialisti: uniformità di razioni alimentari e di trattamento in sanatori e case di riposo tra questi e gli operai; assegnazione di appartamenti confortevoli, adeguati soprattutto per l’attività di studio e approfondimento (gli appartamenti dei quadri avevano una stanza o anche due in più); rimodulazione delle aliquote sul reddito in senso premiante; ammissione dei figli in tutte le scuole di ogni ordine e grado, senza alcun impedimento o potenziale riserva ostativa.
A questi provvedimenti fece seguito un clima di grande fiducia e distensione: molti ingegneri, medici, tecnici, architetti, specialisti di differenti branche furono liberati dal carcere, promossi a posizioni di prestigio e responsabilità, decorati con onorificenze prestigiose quali l’Ordine di Lenin. Nessun ingegnere avrebbe potuto più essere accusato di sabotaggio se, per fare solo un esempio, avesse proposto di compiere prospezioni geologiche in un punto del Paese, senza poi aver la fortuna di trovare i giacimenti di petrolio ipotizzati in prima istanza. Arnold Soltz, autorevolissimo giurista sovietico, scrisse sulle “Izvestija”: “Il ritirare uomini da posti importanti dell’industria e nell’amministrazione civile ha causato allo Stato perdite enormi”. Per il futuro non si doveva più ammettere nemmeno l’ipotesi del carcere, in assenza di una sufficiente e solida base probatoria. La civiltà giuridica sovietica aveva risolto in gran parte un nodo, quello dei diritti dell’imputato e dell’uso arbitrario del carcere, che per le “democrazie” borghesi è, ancora oggi, ben lungi dall’esser stato districato. Ancora più forte e deciso fu il Commissario del Popolo alla Giustizia Nikolaj Krilenko: egli biasimò e destituì un Procuratore provinciale che aveva istituito un procedimento legale a carico di alcuni ingegneri, senza un sufficiente carniere di prove a supporto dell’azione penale. Insomma, la società sovietica, con il consolidamento della linea di Stalin e della stragrande maggioranza dei militanti, si avviò sul felice e radioso sentiero dello sviluppo più pieno nella libertà, nella vera democrazia e nella coesione sociale tra profili professionali e sociali differenti, prima artatamente messi l’uno contro l’altro da correnti disgreganti, da visioni settarie dei rapporti sociali e da complotti etero–diretti dai circoli imperialisti. Quella compattezza consentì al Paese di fare il suo ingresso nel mondo sviluppato e di prepararsi, più tardi, all’inevitabile scontro con la bestia nazi–fascista.Riferimenti bibliografici e sitografici
Sidney e Beatrice Webb: “Il comunismo sovietico: una nuova civiltà” – Volume secondo (Einaudi, 1950).
Storia universale” dell’Accademia delle Scienze dell’URSS – Volume 9 (Teti Editore, 1975).
Ludo Martens: “Stalin, un altro punto di vista” (Zambon editore, 2005).
Lineamenti di storia dell’URSS”, Vol. II (Progress Edizioni, 1982)
Louis Fischer: “Machines and men in Russia” (Harrison Smith, 1932)
John D. Littlepage: “A la recherche des mines d’or de Siberie, 1928-1937” (Ed. Payot, 1939).

La cooperazione militar-tecnica tra Russia e India continua

Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 9.08.2017L’India è ampiamente nota come il maggiore importatore dei prodotti dell’industria della Difesa russa e la Russia è il fornitore principale di armamenti dell’India. L’India collabora nell’ambito militar-tecnico con molti altri Paesi, tra cui i tecnologicamente avanzati Stati Uniti, Francia, Corea del Sud e Giappone. Pertanto, la leadership della Russia nel mercato indiano può essere considerata un attestato dell’alta qualità dei prodotti russi. Inoltre, ciò dimostra l’affidabilità delle relazioni Russia-India e la grande fiducia tra i due Paesi. Tuttavia, negli ultimi anni, l’India ha iniziato seriamente a sviluppare la propria industria della Difesa. Nel settembre 2014, il Primo ministro indiano Narendra Modi lanciò l’iniziativa “Make in India”, intesa a portare l’industria indiana ad un nuovo livello, creando molti posti di lavoro e assicurandosi un flusso di investimenti esteri. Secondo il programma, l’India intende sviluppare vari tipi di produzione ad alta tecnologia sul proprio territorio e in tutti i campi. Oltre all’effetto economico, grazie al “Make in India”, l’India si aspetta di compiere un salto nel campo tecnico-scientifico. Il programma copre un’ampia gamma di settori, tra cui la tecnologia militare. Di fronte alla crescente concorrenza dei produttori indiani, alcuni esportatori esteri potrebbero essere costretti a ridurre le forniture o addirittura a ritirarsi dall’India. Tuttavia, è improbabile che ciò influenzi la Russia. La cooperazione militar-tecnica Russia-India (MTC) ottiene slancio. Uno dei motivi per cui la Russia ritiene di restare nel mercato indiano è che la Russia non solo vende mezzi all’India, ma fornisce anche tecnologia. Molti tipi di armamenti sviluppati dall’industria della Difesa russa sono ora prodotti su licenza in India. Ciò è coerente con il programma “Make in India” e contribuisce al progresso scientifico e tecnologico indiano. A questo proposito è indicativa la storia della cooperazione russo-indiana nei blindati. Dal 1980 al 1990, il carro armato sovietico T-72M1 fu prodotto in India. L’assemblaggio del carro armato T-90S nel territorio indiano iniziò nel 2003. Nel settembre 2015, si ebbe la notizia che l’India negoziava con la Federazione russa l’acquisto della versione aggiornata T-90MS. E nel marzo 2016, la società statale russa Rosoboronexport annunciò l’inizio dei negoziati relativi alla produzione di T-90MS in India. Nel novembre 2016, i media indiani riferirono dell’acquisto in Russia di una grande quantità di armi, tra cui 464 carri armati T-90MS. Nel febbraio 2017, la Russia estese agli indiani la licenza per la produzione dei T-90S. I veicoli blindati sono solo una delle molte direzioni della cooperazione militar-tecnica russo-indiana. Nel marzo 2017, i media riferirono che quest’anno Russia e India concluderanno i contratti per la vendita di 48 elicotteri Mi-17V-5 e 4 fregate. Gli elicotteri e le navi russi sono già a disposizione delle forze armate indiane. Il desiderio dell’India di acquisirne di ulteriori indica che è soddisfatta delle acquisizioni passate.
Particolarmente importante da notare è la cooperazione russo-indiana sul programma BrahMos, dove la società aerospaziale russa NPO Mashinostroenia e l’Organizzazione indiana di Ricerca sulla Difesa hanno sviluppato un missile supersonico antinave che supera le controparti estere in velocità e potenza di fuoco. Il lavoro iniziò nel 1998, il primo lancio avvenne nel 2001 e ora il missile BrahMos è in servizio nell’esercito indiano da diversi anni. Lo sviluppo russo-indiano interessa anche altri Paesi; numerosi Stati di Africa e America Latina hanno deciso di acquistarne per un valore complessivo superiore ai 10 miliardi di dollari. Nel 2011 l’India ordinò 200 missili per 4 miliardi di dollari per le proprie forze armate. Il programma BrahMos continua. In questi anni esperti russi e indiani hanno collaborato per migliorare i progetti, adattandoli per risolvere nuovi problemi. Furono sviluppate versioni terrestri e navali del missile. Nel 2011 furono confermate le notizie che fossero in corso progetti per dotare gli aerei da combattimento FGFA dei missili BrahMos. Questo velivolo, unitamente ai velivoli russi Su-30MKI (ora prodotti su licenza in India), è un altro sviluppo russo-indiano. Fu una decisione molto audace, dato che finora nessuno ha ancora osato installare tali armi pesanti sui caccia. Nel 2017, l’obiettivo è stato raggiunto, fu necessario creare una versione leggera del missile pesante 2,5 tonnellate, 500 kg in meno del prototipo. Così il BrahMos è diventato il primo missile nella storia con tali velocità e gittata ad essere installabile sui caccia. Nel marzo 2017, il missile BrahMos ER aggiornato fu testato per la prima volta in India. Il nuovo missile può colpire bersagli a una distanza di 450 km. La società russo-indiana BrahMos Aerospace attualmente lavora su un nuovo missile in grado di raggiungere 5000 km all’ora. Presumibilmente, sarà pronto tra 2-3 anni.
Nel giugno 2017, il Ministero della Difesa russo ospitò una riunione della Commissione russo-indiana per la cooperazione tecnico-militare cui parteciparono il Ministro della Difesa Sergej Shoygu e l’omologo indiano Arun Jaitley. Le parti adottarono un piano di ulteriore cooperazione. Secondo Sergej Shojgu, Russia e India rafforzeranno la cooperazione per aumentare la disponibilità al combattimento delle forze armate. Ricordava che un partenariato strategico privilegiato esiste da molti anni tra i due Paesi. Il ministro inoltre affermò che parte importante di queste relazioni sono le esercitazioni militari congiunte regolari e che le manovre russo-indiane annuali “Indra-2017” si terranno nel territorio russo, come previsto, nell’autunno 2017. Quindi si può concludere che la cooperazione con la Russia aiuta l’India ad acquisire non solo equipaggiamenti militari moderni, ma anche a sviluppare il proprio potenziale scientifico e tecnico, che per il programma Make in India è solo utile. Ma non è l’unico motivo per cui la cooperazione militare-tecnica russo-indiana continuerà a crescere. Come è noto, la cooperazione militar-tecnica non esiste solo nell’ambito del commercio internazionale. Quando i due Paesi permettono il reciproco accesso a settori legati alla propria sicurezza, vi è dimostrazione di grande fiducia ed interessi strategici comuni. Parlando al 18° vertice russo-indiano all’inizio di giugno 2017, il Presidente Vladimir Putin notava soprattutto che la cooperazione militar-tecnica tra Russia e India è un fattore che attribuisce particolare significato alle relazioni russo-indiane. Secondo lui, la Russia non ha tale stretta collaborazione con altri Paesi nei settori delicati della difesa. L’India ha bisogno del sostegno russo per mantenere la posizione nella concorrenza con Pakistan e Cina, nonché per combattere la minaccia terroristica che proviene dal Medio Oriente. La Russia ha bisogno di un’India potente per assicurare la stabilità dell’Asia centrale, soprattutto nelle ex-repubbliche sovietiche al confine russo. Così, la cooperazione strategica russo-indiana è molto importante per entrambi i Paesi.Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

In Afghanistan i russi sono rimpianti

Andre Vltchek NEO 29.07.2017Questo non dovreste leggerlo. Tutti i ricordi dell'”epoca sovietica” in Afghanistan sono stati confezionati ed etichettati come “negativi”, perfino “tossici”. Alcuna discussione sull’argomento è consentita nelle ‘cerchie istruite’, almeno in occidente e in Afghanistan. In Afghanistan l’Unione Sovietica fu incastrata e la sovranità comunista subì un colpo fatale. “La vittoria del capitalismo sul comunismo”, gridava la narrativa ufficiale occidentale. La “distruzione temporanea di tutte le alternative progressiste per la nostra umanità”, risposero gli altri, ma sottovoce. Dopo il terribile, brutale e umiliante periodo Gorbaciov/Eltsin, la Russia si è ridotta geograficamente e demograficamente, attraversando un’agonia indescrivibile, sanguinando e crogiolandosi tra i rifiuti mentre l’occidente celebrava una vittoria temporanea, ballando sul mappamondo, prevedendo la riconquista delle vecchie colonie. Ma alla fine la Russia sopravvisse, si riprese assieme alla sua dignità, ed ancora una volta è diventata uno dei Paesi più importanti della Terra, confrontandosi direttamente coi piani imperialisti mondiali occidentali. L’Afghanistan non si è mai ripreso. Da quando le ultime truppe sovietiche lasciarono il Paese nel 1989, fu terribilmente afflitto per anni, consumato da una brutale guerra civile. Il suo governo progressista dovette affrontare il terribile terrore dei mujahidin sostenuti dall’occidente e dai sauditi, con gente come Usama bin Ladin che guidava il genocidio jihadista. Socialisti, comunisti, secolari e quasi tutti coloro che s’istruirono nell’ex-Unione Sovietica o nei Paesi dell’Est furono uccisi, esiliati o silenziati per decenni. La maggior parte si stabilì in occidente semplicemente tradita; seguendo la narrativa ufficiale e dogmatica occidentale. Anche chi ancora affermava di essere di sinistra, ripeté come pappagalli la fiaba approvata: “Forse l’Unione Sovietica non era così male come i mujahidin, i taliban o addirittura l’occidente, ma era davvero brutta”. L’ho sentito a Londra e altrove da diverse bocche delle élite corrotte afghane e dai loro figli. Fin dall’inizio ne dubitai. E poi per lavoro, viaggiando in Afghanistan, parlai con decine di persone facendo esattamente ciò che mi fu scoraggiato dal fare: andare ovunque senza una scorta o una protezione, fermandomi in villaggi sperduti, entrando in catapecchie infestate da narcotici, avvicinandomi ad intellettuali importanti di Kabul, Jalalabad e altrove. “Di dove sei?” Mi chiesero molte volte. “Russia”, avrei risposto. Era una semplificazione. Sono nato a Leningrado, ora San Pietroburgo, da un incredibile miscuglio di sangue cinese, russo, ceco e austriaco che attraversa le mie vene. Tuttavia, il nome “Russia” mi è venuto naturalmente, nei deserti e nelle profonde gole afghane, specialmente in quei luoghi dove sapevo che la mia vita era appesa a un filo sottile. Se avessi pronunciato l”ultima parola in questa vita, sarebbe stata “Russia”. Ma dopo la mia dichiarazione, i volti del popolo afghano s’illuminavano inaspettatamente ed improvvisamente. “Benvenuto!” Avrei sentito ancora e ancora, seguito dall’invito ad entrare in case umili: un’offerta per riposare, mangiare o bere un bicchiere d’acqua. ‘Perché?’ Mi chiesi spesso.
“Perché?” Finalmente chiesi al mio autista e interprete, Arif, diventato mio caro amico.
“Perché in questo Paese gli afghani amano il popolo russo”, rispose semplicemente e senza alcuna esitazione.
“Gli afghani amano i russi?” Chiesi. “Davvero?”
“Sì” rispose sorridendo. “Li vogliono. La maggior parte del nostro popolo li ama”.
Due giorni dopo ero seduto su una Land Cruiser blindata dell’UNESCO, parlando con un ex- ingegnere istruito dai sovietici, ora semplice autista, Wahed Tooryalai. Mi permise di nominarlo; non aveva timore, solo rabbia che ovviamente voleva uscire dal suo corpo:
“Quando dormo, ancora a volte vedo l’ex-Unione Sovietica nei miei sogni. Dopo di che, mi sveglio e mi sento felice per un intero mese. Ricordo tutto quello che vi vidi, ancora oggi…”
Volevo sapere cosa lo rendesse veramente felice “lì”?
Wahed non esitò: “Persone! Così gentili. Accoglienti… russi, ucraini… mi sentivo a casa. La loro cultura è esattamente come la nostra. Chi afferma che i ‘russi’ occuparono l’Afghanistan è semplicemente un venduto. I russi hanno fatto tanto per l’Afghanistan: hanno costruito interi centri abitati come ‘Makrojan’, fabbriche, anche panetterie. In luoghi come Kandahar, le persone ancora mangiano pane russo…”
Ricordo le condutture dell’acqua sovietiche che fotografai nella più miserabile provincia afgana, nonché i canali elaborati presso città come Jalalabad.
“C’è tanta propaganda contro l’Unione Sovietica”, dissi.
“Solo i mujahidin e l’occidente odiano i russi”, spiegava Wahed. “E chi li serve”. Poi continuò: “Quasi tutti i poveri afghani non avrebbero mai detto nulla di brutto sui russi. Ma il governo è con l’occidente, così come le élite afghane che vivono all’estero: che acquista immobili a Londra e Dubai mentre vende il proprio Paese… chi viene pagato per “creare opinione pubblica”.
Le sue parole fluivano; sapeva esattamente cosa diceva, ed erano amare, ma era chiaramente ciò che sentiva: “Prima e durante l’epoca sovietica c’erano medici sovietici, ed anche insegnanti sovietici. Ora mostratemi un medico o un insegnante di Stati Uniti o Regno Unito nelle campagne afgane! I russi erano dappertutto e mi ricordo ancora alcuni nomi: Ljudmila Nikolaevna… Mostratemi un medico o infermiere occidentale qui. Prima medici ed infermieri russi lavoravano in tutto il Paese e i loro stipendi erano così bassi… usavano la metà per le proprie spese e l’altra metà la distribuivano ai nostri poveri… Ora guardate ciò che fanno statunitensi ed europei: sono venuti qui per fare soldi!”
Ricordo il mio recente incontro con un combattente georgiano, sotto il comando degli Stati Uniti nella base di Bagram. Disperato, mi ricordò la sua esperienza: “Prima di Bagram ero nella base statunitense Leatherneck, nella provincia di Helmand. Quando gli statunitensi uscivano, addirittura estraevano il cemento dal suolo. Scherzavano: “Quando siamo venuti qui, non c’era niente, e non ci sarà nulla dopo che ce ne andremo…” Ci vietarono di dare cibo ai bambini. Quello che non potevamo consumare, dovevamo distruggerlo, ma non darlo alla popolazione locale. Non capisco ancora perché? Chi proviene da Stati Uniti o Europa occidentale mostra tanta malinconia per il popolo afghano!”
Che contrasto!
Wahed ricordava come l’eredità sovietica fu bruscamente sradicata: “Dopo l’era dei taliban, eravamo tutti poveri. C’era la fame; non avevamo niente. Poi l’occidente venne iniziando a gettare soldi dappertutto Karzai e le élite continuavano ad arraffare tutto quello che potevano, ripetendo come pappagalli: “Gli Stati Uniti sono buoni!” I diplomatici del governo di Karzai, le élite, si costruiscono la casa negli Stati Uniti e nel Regno Unito, mentre le persone istruite nell’Unione Sovietica non hanno alcun lavoro dignitoso. Eravamo tutti nella lista nera. Tutta l’istruzione doveva essere dettata dall’occidente. Se avevi studiato nell’Unione Sovietica, in Cecoslovacchia, nella Germania dell’Est o in Bulgaria, ti avrebbero solo detto: fuori comunista! Almeno ora siamo autorizzati ad ottenere dei posti di lavoro… Siamo ancora puri, puliti, mai corrotti!”
“Le persone ancora se lo ricordano?” chiesi.
“Naturalmente! Andate in piazza o in un villaggio. Ditegli: “Come stai?” in russo. Ti invitano immediatamente a casa, per nutrirti e abbracciati…”
Ci provai alcuni giorni dopo, nel mercato… e funzionò. Provai in una città provinciale, e funzionò di nuovo. Finalmente provai in un villaggio infiltrato dai taliban a 60 chilometri da Kabul, e non funzionò. Ma riuscì a scappare.
Incontrai Shakar Karimi nel villaggio di Pola Sharkhi. Un patriarca e capo distrettuale nella provincia di Nangarhar. Gli chiesi quale era il miglior sistema mai adottato nel moderno Afghanistan? Innanzitutto parlò della dinastia Khan, ma poi indicò un leader afghano di sinistra, brutalmente torturato e assassinato dai taliban dopo che entrarono a Kabul nel 1996: “Se avessero lasciato in pace il Dottor Najib, sarebbe stato un bene per l’Afghanistan!”
Gli chiesi dell’invasione sovietica nel 1979.
“Sono venuti perché ricevettero informazioni sbagliate. Il primo errore fu entrare in Afghanistan. Il secondo errore fatale fu quello di andarsene”.
“Qual è la principale differenza tra russi ed occidentali durante l’invasione dell’Afghanistan?”
“Il popolo russo è venuto prevalentemente per aiutare l’Afghanistan. La relazione tra russi e afghani fu sempre grande. C’era vera amicizia e la gente interagiva, c’erano anche feste e visite reciproche”.
Non andai oltre; non chiesi cosa succeda oggi. Era troppo evidente. “Muri enormi e cavi ad alta tensione”, sarebbe stata la risposta. Droni e armi ovunque e assoluta mancanza di fiducia… e la divisione sconfinata tra pochi superricchi e la grande maggioranza dei disperatamente poveri… il Paese più depresso del continente asiatico.
Poi chiesi al mio compagno Arif se tutto questo fosse veramente vero?
“Certo!” Gridò con passione. “100% vero. I russi costruirono strade, case per il nostro popolo e trattavano bene gli afgani, come fratelli. Gli statunitensi non hanno mai fatto niente per l’Afghanistan, quasi niente. Si preoccupano solo dei propri vantaggi”. “Se ci fosse un referendum proprio adesso, con una semplice domanda: “vuoi che l’Afghanistan sia con la Russia o con gli Stati Uniti”, la grande maggioranza voterebbe per la Russia, mai per gli Stati Uniti o l’Europa”. E sa perché? Sono afghano: quando il mio Paese sta bene, sono felice. Se il mio Paese sta male, allora soffro! La maggior parte delle persone qui, a meno che non siano indottrinati o corrotti dagli occidentali, sa perfettamente cosa fece la Russia per questo Paese. E sa come l’occidente ha ferito la nostra terra”.
Ovviamente questo non è ciò che ogni afghano pensa, ma la maggior sicuramente. Basta andare in ogni angolo del Paese e chiedere. Non si dovrebbe, naturalmente. Ti viene detto di evitare di venire qui, di vagare in questa terra “illegale”. E non dovresti andare dalla gente. Invece dovresti riciclare gli scritti di accademici smidollati e vigliacchi, nonché i media servili. Se sei liberale, aspettati almeno di sentire: “non c’è speranza, alcuna soluzione, niente futuro”. Nel villaggio di Goga Manda, i combattimenti tra taliban e truppe governative sono ancora un pericolo. In tutta l’area si trovano i resti arrugginiti di mezzi sovietici, nonché vecchie case distrutte dalle battaglie dell’epoca sovietica. I taliban si trovano proprio dietro le colline, attaccando le forze armate dell’Afghanistan almeno una volta al mese. Quasi 16 anni dopo l’invasione della NATO e conseguente occupazione del Paese, questo villaggio, come migliaia di altri in Afghanistan, non ha accesso all’elettricità e all’acqua potabile. Non c’è una scuola raggiungibile, neanche un presidio medico, lontano da qui 5 chilometri. Qui una famiglia media di 6 persone deve sopravvivere con 130 dollari al mese e questo solo se alcuni lavorano in città. Chiedo a Rahmat Gul, insegnante in una città vicina, se i tempi “russi” erano migliori. Esitò per quasi un minuto e poi rispose vagamente: “Quando i russi erano qui, c’erano un sacco di sparatorie… una vera guerra… la gente moriva. Durante il periodo jihadista, i mujahidin erano posizionati laggiù… sparavano da quelle colline, mentre i carri armati sovietici erano situati vicino al fiume. Molti civili furono presi dal fuoco incrociato”. Mentre ero pronto a fare altre domande, il mio interprete cominciò a preoccuparsi: “Andiamo! Vengono i taliban”.
È sempre calmo. Quando s’innervosisce so che è veramente il momento di correre. Corriamo, semplicemente accelerando e guidando a rotta di collo sulla strada. Prima di separarci, Wahed Tooryalai mi afferrò la mano. Sapevo che voleva dire qualcosa di essenziale. Aspettai la domanda. Poi con un russo ancora eccellente: “A volte mi sento così male, così arrabbiato. Perché Gorbaciov ci abbandonò? Perché? Stavamo agendo bene. Perché ci ha abbandonato? Se non ci avesse tradito, la vita in Afghanistan sarebbe stata grande. Non sarei un autista delle Nazioni Unite… ero il vicedirettore di un’enorme panificio, con 300 persone che vi lavoravano: costruivamo il nostro amato Paese, crescendo. Spero che Putin non ci abbandoni”. Poi mi guardò dritto negli occhi, e all’improvviso ebbi la pelle d’oca mentre parlava e i miei occhiali s’appannarono: “La prego dica a Putin: gli tenga la mano, come ora tengo la sua. Gli dica ciò che ha visto nel mio Paese; che noi afghani, o almeno molti di noi, sono ancora persone dritte, forti e oneste. Tutto questo finirà e cacceremo statunitensi ed europei. Accadrà molto presto. Allora venite da noi, dai veri patrioti afghani! Siamo qui pronti e in attesa. Tornate per favore.”Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Seconda guerra mondiale: quanto fu utile l’aiuto statunitense?

Evgenij Spitsyn, Oriental Review, 05/12/2015La Lend-Lease Act o “Legge per promuovere la difesa degli Stati Uniti”, firmata dal Presidente Roosevelt l’11 marzo 1941, gli diede il diritto di “vendere, trasferire, scambiare, affittare, prestare o altrimenti disporre… qualsiasi prodotto per la difesa… al governo di qualsiasi Paese la cui difesa il presidente ritenesse vitale per gli Stati Uniti”. Il termine “qualsiasi prodotto per la difesa” era inteso per armi, attrezzature militari, munizioni, materie prime strategiche, prodotti alimentari e beni di consumo richiesti dall’esercito e dalle forze di difesa nazionale, nonché le informazioni di carattere militare. La struttura della Lend-Lease Act chiedeva alla nazione beneficiaria di soddisfare una serie di condizioni:
1) il pagamento non era richiesto per oggetti mancanti o perduti o distrutti durante le ostilità, ma qualsiasi proprietà che sopravvivesse e idonea all’uso civile andava pagata in tutto o in parte, come rimborso del prestito a lungo termine concesso dagli Stati Uniti
2) gli articoli militari immagazzinati nei Paesi beneficiari potevano restarvi fin quando gli Stati Uniti non ne richiedessero la restituzione
3) a loro volta, i beneficiari dovevano assistere gli Stati Uniti utilizzando tutte le risorse e le informazioni in loro possesso
La Lend-Lease Act chiese ai Paesi che la richiesero di fornire agli Stati Uniti una relazione finanziaria esaustiva. Il segretario del Tesoro degli Stati Uniti Henry Morgenthau, Jr. riconobbe questo requisito come qualcosa di inedito negli affari mondiali, sostenendo presso la commissione del Senato che, per la prima volta nella storia, uno Stato e un governo volontariamente fornissero informazioni a un altro sulla propria posizione finanziaria. Con l’aiuto della Lend-Lease Act, l’amministrazione del Presidente Roosevelt si preparò ad affrontare una serie di questioni urgenti, sia estere che interne. In primo luogo, la legge permetteva di creare nuovi posti di lavoro negli Stati Uniti, non ancora completamente usciti dalla grave crisi economica del 1929-1933. In secondo luogo, la Lend-Lease Act permise al governo statunitense di esercitare una certa influenza nei confronti dei Paesi che ne avrebbero ricevuto i prestiti. In terzo luogo, inviando agli alleati armi, beni e materie prime, ma non soldati, il Presidente Roosevelt riuscì a rimanere fedele alla promessa elettorale secondo cui: “I vostri figli non saranno inviati in alcuna guerra straniera“. Il sistema dei prestiti non fu in alcun modo progettato per aiutare l’URSS. Gli inglesi furono i primi a chiedere assistenza militare secondo la speciale relazione del prestito (simile a un leasing operativo) a fine maggio 1940, nel momento in cui la sconfitta netta della Francia aveva lasciato la Gran Bretagna senza alleati nel continente europeo. Londra chiese a Washington 40-50 “vecchi” cacciatorpediniere, offrendo tre opzioni di pagamento: gratuitamente, in contanti o affitto. Il Presidente Roosevelt accettò subito la terza opzione, e la transazione fu completata alla fine dell’estate 1940. A questo punto, gli impiegati del dipartimento del Tesoro degli USA ebbero l’idea di usare il concetto alla base di questo accordo privato ed estenderlo a tutte le relazioni intergovernative. I dipartimenti di Guerra e della Marina furono portati a sviluppare il disegno di legge del prestito, e il 10 gennaio 1941 l’amministrazione statunitense la presentò alle camere del Congresso, dove fu approvata l’11 marzo. Nel settembre 1941, dopo un lungo dibattito, il Congresso degli Stati Uniti approvò ciò che è noto come programma della vittoria, la cui essenza, secondo gli storici militari Richard Leighton e Robert Coakley, era che “il contributo degli USA alla guerra sarebbe stato in armi, e non eserciti”. Il 1 ottobre 1941, il Commissario per gli Affari Esteri Vjacheslav Molotov, il ministro degli Approvvigionamenti inglese Lord Beaverbrook e l’inviato speciale degli USA Averell Harriman firmarono il primo protocollo di Mosca che segnò l’inizio dell’espansione del programma dei prestiti all’Unione Sovietica. Successivamente furono firmati diversi protocolli aggiuntivi.Quanto fu importante il prestito statunitense?
Durante la guerra, le fabbriche sovietiche produssero più di 29,1 milioni di armi leggere dei principali tipi, mentre solo 152000 (0,5% del totale) furono prodotte da impianti statunitensi, inglesi e canadesi. Guardando ai sistemi di artiglieria di ogni calibro, si vede un quadro simile: 647600 cannoni e mortai sovietici contro 9400 di origine estera, meno dell’1,5% del totale. I numeri sono più importanti per altri tipi di armamenti: il rapporto tra carri armati e artiglierie semoventi nazionali ed alleati è rispettivamente 132800 contro 11900 (8,96% ) e per gli aerei da combattimento 140500 contro 18300 (13%). Dei 46 miliardi di dollari spesi per i prestiti, gli Stati Uniti ne stanziarono solo 9,1, cioè poco più del 20%, per l’Armata Rossa, che sconfisse il grosso delle divisioni da Germania e dei suoi satelliti militari. In quel periodo l’impero inglese ebbe più di 30,2 miliardi di dollari, la Francia 1,4, la Cina 630 milioni di dollari e anche l’America Latina (!) ricevette 420 milioni di dollari. Le forniture in prestito furono consegnate a 42 Paesi. Ma forse, nonostante il fatto che i quantitativi dell’aiuto transatlantico fossero abbastanza trascurabili, è possibile che abbiano svolto un ruolo decisivo nel 1941, quando i tedeschi erano alle porte di Mosca e di Leningrado, a 24-40 km dalla Piazza Rossa? Si guardino le statistiche dell’invio di armi di quell’anno. Dall’inizio della guerra fino alla fine del 1941, l’Armata Rossa ricevette 1,76 milioni di fucili, armi automatiche e mitragliatrici, 53700 cannoni e mortai, 5400 carri armati e 8200 aerei. Di questi, i nostri alleati nella coalizione anti-hitleriana fornirono solo 82 pezzi d’artiglieria (0,15%), 648 carri armati (12,14%) e 915 aerei (10,26%). Inoltre, gran parte degli equipaggiamenti militari inviati, in particolare, 115 dei 466 carri armati fabbricati nel Regno Unito, non furono nemmeno portati al fronte nel primo anno di guerra. Se si contano queste consegne di armi ed attrezzature militari nell’equivalente monetario, secondo lo storico Mikhail Frolov in Velikaja Otechestvennaja Vojna 1941-1945 v Nemetskoj Istoriografii (La Grande guerra patriottica 1941-1945 nella storiografia tedesca), San Pietroburgo, 1994, “fino alla fine del 1941, il periodo più difficile per lo Stato sovietico, secondo la legge Lend-Lease, gli Stati Uniti inviarono materiali nell’URSS per 545000 dollari, sui 741 milioni di dollari per tutti i Paesi della coalizione anti-hitleriana. Ciò significa che durante questo periodo straordinariamente difficile, meno dello 0,1% degli aiuti degli USA fu inviato nell’Unione Sovietica. “Inoltre, le prime spedizioni dei prestiti, nell’inverno 1941-1942, arrivarono nell’URSS molto tardi, anche se in quei mesi critici l’URSS poté affrontare da sola l’impressionante scontro con gli aggressori tedeschi, senza alcuna assistenza promessa dalle democrazie occidentali. Entro la fine del 1942 solo il 55% delle consegne previste fu effettuato nell’Unione Sovietica“. Per esempio, nel 1941 gli Stati Uniti promisero d’inviare 600 carri armati e 750 aerei, ma effettivamente ne inviarono rispettivamente 182 e 204.
Nel novembre 1942, cioè al culmine della battaglia per il Caucaso e Stalingrado, l’invio di armi praticamente fu fermato. L’interruzione iniziò già nell’estate 1942, quando i velivoli e i sommergibili tedeschi eliminarono quasi completamente l’infausto Convoglio PQ17 abbandonato (su ordine dell’Ammiragliato) dai cacciatorpediniere inglesi incaricati di accompagnarlo. Tragicamente solo 11 delle 35 navi arrivarono nei porti sovietici, una catastrofe usata come pretesto per sospendere i successivi convogli dalla Gran Bretagna, fino al settembre 1942. Un nuovo convoglio, il PQ18, perse 10 delle 37 navi lungo la rotta e il successivo convoglio fu inviato solo a metà dicembre 1942. Quindi, per tre mesi e mezzo, quando una delle battaglie più decisive della Secondo guerra mondiale si svolgeva sul Volga, meno di 40 navi cariche di prestiti giunsero ad intermittenza a Murmansk e Arkhangelsk. Perciò molti erano comprensibilmente sospettosi verso Londra e Washington, che passavano il tempo in attesa di vedere chi sarebbe sopravvissuto dalla battaglia di Stalingrado. Di conseguenza, tra il 1941 e il 1942 solo il 7% dei carichi di guerra spediti dagli Stati Uniti fu diretto nell’Unione Sovietica. La maggior parte delle armi e degli altri materiali arrivò nell’Unione Sovietica nel 1944-1945, una volta che i venti di guerra cambiarono decisamente.

Hawker Hurricane

Qual era la qualità delle attrezzature militari?
Dei 711 aerei da combattimento arrivati nell’URSS dal Regno Unito alla fine del 1941, 700 erano modelli antiquati come Kittyhawk, Tomahawk e Hurricane, significativamente inferiori ai tedeschi Messerschmitt e ai sovietici Jakovlev sia in velocità che agilità, e non erano nemmeno equipaggiati con armi da fuoco. Anche se un pilota sovietico riusciva ad avere un asso tedesco nel mirino delle mitragliatrici, queste armi dal calibro di fucile erano spesso completamente inutili contro la robusta blindatura degli aerei tedeschi. Riguardo ai più recenti aerei da combattimento Airacobra, solo 11 furono consegnati nel 1941, e il primo arrivò nell’Unione Sovietica smontato, senza documentazione e avendo già svolto la sua vita utile. Per inciso, fu così per i due squadroni di caccia Hurricane armati di cannoni da 40 mm e progettati per l’impiego contro i veicoli corazzati tedeschi. Ma questi aerei da combattimento si rivelarono talmente inutili che non parteciparono alla guerra rimanendo sotto nafatlina nell’URSS poiché non si trovarono piloti sovietici che li volessero pilotare. Una situazione simile si ebbe con i carri armati leggeri Valentine inglesi, che i carristi sovietici soprannominarono “Valentina“, e i carri armati medi Matilda, ai quali riservarono un epiteto peggiore: “Addio alla nostra Patria“. La loro sottile blindatura, i motori a benzina altamente infiammabili e le trasmissioni preistoriche li resero facile preda di cannoni e lanciagranate tedeschi. Secondo Valentin Berezhkov, interprete di Josif Stalin che partecipò a tutti i negoziati tra i leader sovietici e i visitatori anglo-statunitensi, Stalin fu spesso profondamente offeso dalle azioni inglesi come l’offerta di aerei obsoleti, quali gli Hurricane, come materiale in prestito, invece di nuovi caccia come lo Spitfire. Inoltre, nel settembre 1942, in una conversazione con Wendell Willkie, leader del partito repubblicano statunitense, Stalin chiese di fronte agli ambasciatori statunitense ed inglese William Standley e Archibald Clark Kerr, perché i governi inglese e statunitense inviano equipaggiamenti di scarsa qualità in Unione Sovietica? Spiegò di parlare principalmente dell’invio dei P-40 statunitensi invece dei più aggiornati Airacobra e aggiunse che gli inglesi fornivano i caccia completamente inadeguati Hurricane, assai inferiori a quelli tedeschi. Stalin affermò che una volta che gli statunitensi si prepararono ad inviare 150 Airacobra in Unione Sovietica, gli inglesi intervennero e se li presero. “Sappiamo che statunitensi ed inglesi hanno aerei uguali o superiori ai modelli tedeschi, ma per qualche motivo non li inviano nell’Unione Sovietica“. L’ambasciatore statunitense Ammiraglio Standley, non sapeva nulla, ma l’ambasciatore inglese Archibald Clark Kerr ammise di esserne a conoscenza, ma difese il loro reimipiego con la scusa che nelle mani inglesi questi caccia sarebbero stati molto più utili alla comune causa alleata che non nell’Unione Sovietica…Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora