L’aereo siriano abbattuto e il fallimento siriano degli USA

Alessandro Lattanzio, 20/6/2017Ad aprile, subito dopo l’attacco missilistico statunitense alla base aerea al-Shayrat, la risposta russa fu lo spegnimento della linea di “de-conflitto”, con conseguente drastica riduzione delle operazioni aeree statunitensi sulla Siria, per non rischiare confronti con la difesa aerea russa in Siria. In quell’occasione, però, i militari russi non intrapresero azioni attive come puntare i radar dei sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi. “Gli aerei statunitensi che operano su al-Tabaqah sono già chiaramente nel raggio d’azione del sistema russo S-400 nella base aerea di Humaymin e potremmo vedere la Russia impiegare altre risorse per la difesa aerea della Siria“, affermava Jeremy Binnie, redattore del Jane’s Defense, “Ma se gli Stati Uniti non fanno movimenti che minaccino Assad, allora possono accettare la punizione e continuare“. Dopo settimane di frenetica attività diplomatica, gli Stati Uniti persuasero i russi a ristabilire la linea di “de-conflitto”. Con l’abbattimento del cacciabombardiere Su-22 siriano, avvenuto il 19 giugno presso Tabaqah, i russi chiudevano nuovamente la linea. Tuttavia, questa volta adottavano ciò che non fecero ad aprile, dichiarando di prendere “azioni minacciose dirigendo i radar dei loro sistemi di difesa aerea contro i velivoli statunitensi“. Il Ministero della Difesa della Federazione Russa ora considera obiettivi legittimi tutti i voli nelle aree del gruppo di operazioni aeree russo in Siria. Ogni velivolo, compresi i droni della coalizione internazionale degli USA, rilevato nelle zone operative ad ovest dell’Eufrate dalle forze aeree russe, saranno considerati da aeromobili e sistemi di difesa aerea russi a terra bersagli aerei, dato che il comando della coalizione degli USA non utilizzava la linea di comunicazione tra i comandi aerei della base aerea di al-Udayd in Qatar e della base aerea di Humaymim per impedire l’incidente. “Riteniamo che le azioni del comando statunitense siano un errore deliberato verso i loro obblighi dovuti dal memorandum sulla prevenzione degli incidenti che prevede voli sicuri nelle operazioni in Siria, firmato il 20 ottobre 2015”. I russi annunciavano quindi l’adozione di quei provvedimenti che non presero ad aprile dopo l’attacco statunitense alla base aerea al-Shayrat.
L’area in cui fu abbattuto il Su-22 non si trova in alcuna delle quattro “zone di de-conflitto”, le regioni coperte da un cessate il fuoco garantito a livello internazionale, presenti in Siria. Il Su-22 fu abbattuto durante una missione contro i terroristi dello SIIL presso al-Rasafah, a sud-est di Tabaqah, base delle forze statunitensi che supportano le milizie curde. Avendo liberato al-Rasafah, l’Esercito arabo siriano bloccava i collegamenti degli islamisti tra Raqqa e Dayr al-Zur. Il caccia statunitense che aveva abbattuto il Su-22 siriano sulla provincia di Raqqa, era un F/A-18 Super Hornet forse imbarcato sulla portaerei George HW Bush, dislocata nel Mediterraneo orientale. L’abbattimento del cacciabombardiere siriano va inteso come avvertimento all’Esercito arabo siriano di non liberare al-Rasafah e quindi non avanzare per liberare Dayr al-Zur. I russi, a loro volta, avvertivano duramente gli Stati Uniti che tali minacce alle operazioni dell’Esercito arabo siriano non saranno tollerate. La risposta del Pentagono furono “Misure prudenziali per riposizionare gli aerei sulla Siria per garantire la sicurezza degli equipaggi da note minacce nello spazio di combattimento”, ovvero allontanare le operazioni aeree statunitensi dall’area operativa delle forze siriane, costringendo gli Stati Uniti a ridurre notevolmente la proprie attività aeree sulla Siria. Lo stesso Generale Joe Dunford, presidente dei Capi di Stato Maggiori Riuniti degli USA, riferiva di lavorare coi canali diplomatici e militari per ristabilire la linea di de-conflitto con Mosca. Nel frattempo, l’Australia sospendeva le operazioni aeree in Siria come misura “precauzionale”. Il portavoce del dipartimento della Difesa australiano affermava che “la protezione della forza di difesa australiana viene regolarmente riesaminata in risposta a una serie di potenziali minacce“.

L’Esercito arabo siriano ha salvato il pilota del Su-22 abbattuto, il Tenente Ali Fahd, ora in un ospedale a Damasco per via di una ferita dopo l’abbattimento dell’aereo. al-Watan

Fonti:
Russia Insider
Russia Insider
Russia Insider
The Duran

Il messaggio iraniano ai terroristi e loro sponsor

PressTV 19 giugno 2017Vi sono analisi da ogni dove da quando i missili del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie islamiche colpivano le basi dei terroristi a Dayr al-Zur, in Siria orientale. Sputnik torna sul messaggio che contiene la “risposta importante” non solo verso lo SIIL, ma anche le fazioni che “implicitamente lo sostengono nella regione“. L’Iran potrebbe rispondere in modo diverso agli attacchi terroristici sul suo territorio. Il fatto che si sia scelta una “risposta balistica” ha un suo significato. Ricordiamo bene gli anni della guerra Iran-Iraq, quando gli iraniani lottavano per difendersi. Ma alcun Paese era disposto a vendergli armi. L’Iraq di Sadam colpiva le città iraniane con missili senza che il Paese potesse rispondere adeguatamente. I caccia che lo Scià aveva comprato dagli Stati Uniti non decollavano a causa del boicottaggio imposto da Washington sulla vendita di armi all’Iran. Quel periodo è finito da tempo, ma ebbe il merito di spingere gli iraniani a fabbricare le armi di cui hanno bisogno per difendersi. L’ambizione iraniana ora va molto oltre. Non è Baghdad che l’Iran deve colpire con i missili. I missili iraniani ora sorvolano i cieli iracheni per colpire direttamente le posizioni dei terroristi a diverse centinaia di chilometri di distanza, in Siria. Inoltre non senza ragione gli iraniani hanno scelto le due città curde di Kermanshah e Sanandaj come area di lancio dei missili. Sono città sunnite, ma i sunniti iraniani odiano SIIL e terroristi tanto quanto li odiano gli sciiti. Il commando che compì il duplice attentato a Teheran era composto da curdi iraniani, ma il Kurdistan li odia più di qualsiasi altra provincia iraniana. In questi attacchi balistici, l’Iran ha voluto dimostrare il dominio sulla sicurezza e come controlla tutto. Perché l’Iran potrebbe benissimo utilizzare i caccia per vendicarsi dello SIIL, chiedendo agli alleati iracheni e libanesi in Siria di reagire, ma decideva di agire dal proprio suolo. La risposta è ancora più acuta. Ma quale messaggio l’Iran ha inviato?
1. Il lancio dei missili è innanzitutto la risposta agli attentai dello SIIL.
2. Questa risposta, precisa, dimostra le capacità balistiche dell’Iran: i missili hanno coperto una distanza di 650 chilometri prima di colpire gli edifici alla periferia di Dair al-Zur sede dei terroristi. 650 chilometri è più o meno la distanza tra le città iraniane e Riyadh e Tel Aviv. È anche la stessa distanza che separa le basi militari statunitensi nel Golfo Persico dall’Iran. Basi di cui è ora certo siano nel raggio della potenza balistica iraniana.
3. L’arsenale balistico iraniano include anche missili dalla gittata di 2000 km, il che significa che obiettivi a 2000 chilometri di distanza non sono immuni dalla potenza balistica iraniana.
4. L’attacco è avvenuto appena due ore dopo il discorso del leader supremo iraniano e un paio di ore dopo la riunione del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Ciò dimostra l’elevata capacità delle Forze Armate iraniane di rispettare le decisioni delle autorità politiche del Paese.
5. Tempistica e dettagli della risposta meritano una riflessione: l’Iran ha risposto nei termini più netti alle ultime minacce dagli Stati Uniti e alle sanzioni che il Senato ha adottato nei suoi confronti.
6. Ciò è accaduto proprio mentre gli alleati dell’Iran in Siria e in Iraq sfidano la cosiddetta coalizione prendendo il controllo del confine siriano-iracheno nonostante gli avvertimenti di Washington. Si tratta della strada che collega Teheran a Bayrut. Senza controllarla, in precedenza, gli iraniani poterono consegnare più di 100000 razzi a corto e medio raggio ad Hezbollah. Una volta aperta, questa strada permetterà all’Iran di aumentare l’aiuto militare agli alleati Siria e Iraq. E Israele ne sarà interessato, come l’Arabia Saudita e anche gli Stati Uniti con le varie basi militari nella regione del Golfo Persico. Uno o due gradi di differenza basteranno a che i missili colpiscano ognuno dei suddetti bersagli invece che Dayr al-Zur.
7. Secondo gli esperti militari, le batterie antimissile avranno bisogno di almeno 30 secondi per intercettare i missili nemici, e se i missili iraniani saranno collocati in prossimità dei confini di Israele o Arabia Saudita o delle basi USA nella regione, alcun sistema antimissile li neutralizzerà in tempo.
In ogni caso, il molteplice messaggio dell’Iran si riassume in una parola: se l’Iran accede al tavolo delle trattative con l’occidente, non significa che è pronto a capitolare. Se gli Stati Uniti non rispettano gli impegni assunti, l’Iran è pronto a combattere e non sarà esso a subire i danni peggiori. Dato che gli USA usano il pretesto dei missili iraniani, beh, è attraverso essi che l’Iran li sfida. Secondo il Ministro degli Esteri iraniano, “non si minacciano mai gli iraniani, senza il rischio di subirne la risposta“.L’Iran invia un messaggio coi missili in Siria
Emile Naqlah, TCB, 18 giugno 2017
Emile Naqlah, ex-membro della CIA

Il conflitto in Siria ha visto oggi una serie di prime, dato che il Pentagono ha confermato che un aviogetto da combattimento statunitense ha abbattuto un aereo militare siriano vicino Raqqa, e l’esercito iraniano ha dichiarato che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha lanciato attacchi missilistici su obiettivi dello SIIL in Siria, in rappresaglia all’attentato a Teheran del 7 giugno. Questi sono i primi attacchi in Siria dall’Iran dall’inizio della guerra nel 2011. Per comprendere il contesto in cui si sono verificati, The Cipher Brief ha parlato con Emile Naqlah, ex-membro della CIA, per discutere degli scopi dell’Iran e a chi sono destinati.

The Cipher Brief: Gli attacchi sono presumibilmente la rappresaglia per l’attentato a Teheran del 7 giugno. Pensa che ce ne saranno altri o l’Iran non andrà oltre?
Emile Naqlah: Sulla base dei rapporti disponibili, l’attacco sembra sia solo la rappresaglia contro lo SIIL per l’attentato a Teheran. Se l’Iran avrà informazioni che colleghino l’attentato a un altro gruppo, ad esempio i Mujahidin e-Khalq (Mujahidin del popolo), l’IRGC potrebbe condurre ulteriori attacchi.

TCB: Ciò cambierà la situazione in Siria? In caso affermativo, come?
Naqlah: L’attacco invia il messaggio che l’IRGC possiede un arsenale di missili terra-terra in Siria.

TCB: Qual è la dimensione di tale arsenale? L’IRGC aveva sempre tale arsenale o l’ha potenziato dopo l’attentato? Ed in questo caso, l’intelligence statunitense ne ha tracciato l’invio in Siria?
Naqlah: L’attacco missilistico non cambia l’equilibrio militare in Siria, ma segnala a Washington che Iran e IRGC hanno una forza di ritorsione sufficiente contro SIIL e altri gruppi, se dovessero condurre ulteriori attentati in Iran.

TCB: Può aiutarci a comprendere il contesto dell’attacco, era un messaggio a Stati Uniti e Arabia Saudita?
Naqlah: L’attacco invia più messaggi: agli Stati Uniti, l’Iran non prevede di aumentare il coinvolgimento militare in Siria, ma non ignorerà alcuna provocazione o attacchi alla propria sovranità. L’attacco, dalla prospettiva di Teheran, è di autodifesa. All’Arabia Saudita, si dice di non andare oltre la retorica al vetriolo contro l’Iran. Se i sauditi s’impegnano in azioni militari che minaccino la sicurezza dell’Iran, l’IRGC ha i mezzi e la potenza di ritorsione regionale. L’Iran si considera una potenza regionale responsabile, da status quo e non tollera l’acutizzazione del conflitto nel Golfo. L’attacco è anche un segnale ai sauditi a che recedano dall’assedio al Qatar, affinché la situazione non degeneri.

TCB: C’è qualche relazione con le nuove sanzioni sul programma missilistico dell’Iran appena approvate dal Senato degli Stati Uniti?
Naqlah: Non credo che l’attacco sia in alcun modo in rappresaglia alle sanzioni che il Congresso ha approvato.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia rafforza la presenza nel Mediterraneo

RDP 12 giugno 2017La Marina russa rafforza la presenza nel Mediterraneo. Recentemente annunciava l’intento di aumentare il contingente da 10 a 15 navi. Questa maggiore attività è causa ed effetto dello sforzo della Marina per rianimare la Flotta del Mar Nero (BSF), praticamente moribonda solo pochi anni fa. Il 1° giugno, la TASS riferiva che l’attuale forza navale russa nel Mediterraneo comprende le fregate Proekt 11356 Admiral Grigorovich e Admiral Essen, il cacciatorpediniere Smetlivyj della classe Kashin, le navi d’assalto anfibio Tsezar Kunikov, Nikolaj Filchenkov e Azov, il sottomarino convenzionale Proekt 636.3 Krasnodar, cacciamine e imbarcazioni “anti-sabotaggio” non specificati, una petroliera e altre navi di supporto. Quindi non è chiaro quante navi russe ci siano oggi nel Mediterraneo. Il venerando Smetlivyj rientrava a Sebastopoli il 3 giugno, la nave opera nella BSF dal 1969. Admiral Essen e Krasnodar lanciarono missili da crociera Kalibr su posizioni dello Stato islamico presso Palmyra il 31 maggio. Altre unità della BSF, Admiral Grigorovich, le corvette lanciamissili Proekt 21631 Zeljonyj Dol e Serpukhov e il sottomarino Rostov-na-Donu, lanciarono missili Kalibr su bersagli in Siria dal Mediterraneo orientale nel 2015 e nel 2016. Prima la Marina era priva della capacità di attacco antisuperficie nel Mediterraneo, impiegando navi di superficie della Flottiglia del Caspio per lanciare i missili Kalibr. Tuttavia, queste armi dovevano sorvolare il territorio iraniano e iracheno per raggiungere la Siria. Il 6 giugno, Interfax-AVN riferiva che la Marina Militare russa non ridurrà i missili da crociera della sua “formazione operativa permanente” nel Mediterraneo, secondo una fonte “familiare verso la situazione”. Quindi, a quanto pare non è previsto che Admiral Grigorovich, Admiral Essen e Krasnodar rientrino presto a Sebastopoli. Aderivano alla formazione mediterranea russa ai primi di aprile e a metà maggio rispettivamente.Non una grande formazione
L’attuale forza mediterranea della Russia è erroneamente chiamata squadrone come la precedente 5.ta Eskadra d’epoca sovietica. Tuttavia, la Marina Militare russa afferma che la sua presenza nel Mediterranea è una formazione e non una grande formazione. Una formazione è tipicamente la divisione navale di 5-10 navi di superficie con un comando O-6. Una grande formazione, al contrario, è una componente importante della flotta, lo squadrone o eskadra con un comando O-7. Tale comando è tipicamente un passo avanti per un comandante della flotta. Contrariamente alla formazione odierna, la 5.ta Eskadra aveva normalmente 40-50 navi nel Mediterraneo durante la guerra fredda negli anni ’70 e ’80. Probabilmente più dell’intera BSF di oggi. Dopo l’attacco coi Tomahawk degli Stati Uniti sulla base aerea Shayrat in Siria del 7 aprile, Vladimir Pavlov scrisse delle capacità declinanti della Russia nel Mediterraneo. Pavlov concluse che il breve e sfortunato dispiegamento dell’Admiral Kuznetsov nel Mediterraneo orientale di quest’inverno aveva lasciato tali acque agli Stati Uniti (mentre la portaerei russa avrebbe impedito l’azione statunitense). Pavlov osservava che la Marina doveva affidarsi alle navi di altre flotte, in particolare del Baltico, per mantenere la formazione nel Mediterraneo. Le cose sembrano un po’ migliorate con le due fregate Proekt 11356 della BSF. La terza, Admiral Makarov, dovrebbe aderire alla flotta quest’anno. La flotta ha il suo complemento in 6 nuovi sottomarini Proekt 636.3. Le corvette lanciamissili Zeljonyj Dol e Serpukhov entrarono in servizio alla fine del 2015. Altre dovrebbero seguire. La seconda nave d’intelligence Ivij Khurs, seconda Proekt 18280 Jurij Ivanov, dovrà sostituire la Liman, affondata presso Istanbul dopo la collisione con un cargo africano il 27 aprile. Tuttavia, il resto della flotta di superficie della BSF è vecchio. L’incrociatore lanciamissili Proekt 1164 classe Slava Moskva sarà presto revisionato e modernizzato. Gli altri cacciatorpediniere, pattugliatori lanciamissili e navi d’assalto anfibio sono in gran parte degli anni ’70 e ’80. Le navi più vecchie pattugliavano il Mediterraneo, ma sono rientrate per la manutenzione, spesso dopo brevi sortite.
I russi originariamente formularono piani per rinnovare la presenza navale continua nel Mediterraneo nel 2011-2012, principalmente preoccupati dalla guerra in Siria pensando che potessero intervenire infine. I pattugliamenti russi iniziarono all’inizio del 2013 e le quattro flotte inviarono navi sotto il Comando Operativo della Zona Oceanica. All’epoca il Ministro della Difesa Sergej Shojgu riconobbe che le riparazioni in ritardo e la lenta costruzione delle navi ostacolavano la Marina e la rinnovata presenza nel Mediterraneo. Ma cinque anni dopo questi problemi sono stati superati in larga misura.
La TASS riferiva che il Primo Capitano Pavel Jasnitskij comanda la formazione mediterranea russa. È un ufficiale di terza generazione di 47 anni nato a Severomorsk, sede della flotta settentrionale, secondo Ruinformer.com. Dopo l’arruolamento operò su un cacciatorpediniere della Flotta del Mar Nero prima di diventare comandante, comandando la fregata Neustrashimyj della Flotta del Baltico. Doveva comandare il primo cacciatorpediniere Vnushitelnyj, della classe Sovremennyj migliorata, ma non fu finito. Invece, è stato comandante di una brigata navale. Jasnitskij è tornato presso la BSF come Capo di Stato Maggiore di una formazione. È stato Vicecapo di Stato Maggiore e Capo di Stato Maggiore del Comando Operativo della Zona Oceanica.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Il dispositivo della CIA catturato dai sovietici

Analisis Militares 11 giugno 2017Alla fine degli anni ’70 USA e URSS erano impegnati nella guerra fredda. Un braccio di ferro che ha lasciato molte storie sconosciute ma che anche dopo molti anni sono ancora molto interessanti. Una di queste storie fu l’incidente del contenitore Cocoon avvenuto nel Mare di Okhotsk nel 1981. Alla fine degli anni ’70 gli Stati Uniti avviarono l’operazione ‘Ivy Bells’ per cercare di ascoltare le comunicazioni sottomarine tra il territorio continentale dell’URSS e le basi nella Kamchatka. L’operazione della CIA doveva intercettare i cavi sottomarini posti nel mare di Okhotsk, in particolare nella baia di Shelekhov.A tal fine la società ‘Bell‘ sviluppò un sistema per i cavi non invasivo in modo che i sovietici non scoprissero il dispositivo posto sul fondo del mare. Uno dei protagonisti di queste missioni fu il sottomarino per missioni speciali dell’US Navy HalibutI tecnici statunitensi svilupparono un sistema non-invasivo di ascolto collegato al rivestimento esterno del cavo sottomarino per le comunicazioni sovietico.A sua volta, tale sistema inviava le informazioni a un sofisticato contenitore subacqueo chiamato ‘Cocoon‘ che registrava le comunicazioni sovietiche su nastro magnetico.Il contenitore di 5,5 m di lunghezza e 1,2 di diametro pesava 7 tonnellate ed ospitava diverse avanzate apparecchiature elettroniche. Aveva un alimentatore al plutonio che secondo il Contrammiraglio Shtyrov era in un altro contenitore e poteva funzionare per 10 anni. 32 registratori funzionavano contemporaneamente e ciascuno poteva registrare per 150 ore, per un totale di 3000 ore. Altre fonti parlano di 60 registratori (!). Una volta al mese il sottomarino statunitense dispiegava i subacquei avvicinandoli al contenitore Cocoon per recuperare le registrazioni. Tutto andò bene finché al momento di recuperarlo, il sistema non era dove doveva essere, chiaramente i sovietici l’avevano scoperto.L’idea ufficiale
Nell’agosto 1981, il Quartier Generale della Marina sovietica in Kamchatka subì problemi alla linea di comunicazione Petropavlovsk-Magadan, facendo concludere che vi era un guasto al cavo sottomarino nel Golfo di Shelekhov, nel Mare di Okhotsk. Si pensò che un peschereccio avesse danneggiato il cavo. Durante il lavoro di rilevazione del guasto, uno dei sommozzatori scoprì l’oggetto attaccato al cavo che, a sua volta, aveva un cavo che si allontanava. Seguendolo fu scoperto il contenitore Cocoon, che era caldo al tatto, così si pensò che fosse un manufatto militare e fu lasciato in attesa di ordini da Mosca. Infine si decise di studiarlo nella capitale dopo l’attuazione del protocollo di smantellamento sicuro.

Contrammiraglio A. T. Shtyrov, a sinistra.

Cosa in realtà successe
In realtà non ci fu un guasto, ma uno stratagemma per coprire un’operazione di controspionaggio sovietico. L’URSS scoprì il contenitore Cocoon e il sistema di ascolto nel Mare di Okhotsk non per caso, ma tramite un infiltrato nella National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti. Nel gennaio 1980, l’agente della NSA Ronald Pelton contattò l’Ambasciata Sovietica per offrirgli informazioni in cambio di denaro. Per invogliare gli agenti del KGB Pelton raccontò dell’ascolto statunitense dei colloqui tra il territorio russo e la Kamchatka. attirando l’interesse sovietico. Nell’agosto 1981, quando i satelliti da ricognizione degli Stati Uniti scoprirono l’insolita attività navale sovietica nella baia di Shelekhov, e subito dopo, cercando di recuperare le registrazione, si scoprì che il sistema Cocoon era scomparso… la CIA non tardò a concludere che vi fu una perdita che permise ai sovietici di distruggere una delle sue operazioni d’intelligence più audaci. Pelton diede tutto il necessario sull’operazione Ivy Bells e le coordinate in cui il cavo sottomarino sovietico era stato intercettato. In cambio di questo ed altri servizi, ricevette 600000 dollari, che negli anni ’80 erano un bel po’ di soldi. Successivamente fu arrestato e condannato a tre ergastoli più 10 anni.Ciò che narra il Contrammiraglio Shtyrov
A 32 miglia dalla costa occidentale della penisola di Kamchatka, nella baia di Shelekhov, ad una profondità di 65 m, una nave sovietica issò la stazione di ascolto subacquea composta da 2 cilindri di 250 litri di capacità ciascuno. I cilindri furono inviati al controspionaggio. In uno di questi cilindri furono trovati 32 registratori. L’altro era un reattore nucleare in miniatura che forniva l’energia necessaria. Il reattore nucleare in miniatura fu immediatamente inviato a Semipalatinsk in Kazakhstan, presso l’Area del programma dei test nucleari sovietici. Fu tenuto in un tunnel dove 2 volontari (uno scienziato nucleare e un ufficiale dei servizi segreti) si offrirono per gestirlo in un luogo isolato, nel caso fosse esplodeva durante l’esame. Riuscirono nel compito e furono successivamente decorati per tale operazione. Originariamente si pensò di renderlo pubblico, similmente a quanto fatto dopo l’abbattimento dell’U-2 di Gary Powers, ma c’era la distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica e si decise di non versare benzina sul fuoco.
Questo è più o meno quanto si sa dell’incidente. A mio parere, uno dei più esotici della guerra fredda. Inutile dire che ciò permise, ancora una volta, l’accesso dei sovietici alla più recente tecnologia degli Stati Uniti. Sicuramente non fu l’ultimo caso. Se ne ebbe uno recente simile, nel 2014, con sfumature ulteriori, con un oggetto recuperato nella Chukotka, nell’estremo oriente della Federazione Russa.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia intercetta un SOS dalle coste nordcoreane. Un fallito sbarco dei Navy SEAL?

Infomaxx 31/05/2017Esperti militari russi sottolineano che la strategia statunitense basata sulle azioni dei Navy SEAL on della Corea democratica è fondamentalmente errata e può comportare conseguenze disastrose. Come già riportato da molti, il sottomarino nucleare degli Stati Uniti USS Michigan effettuava delle missioni segrete con la squadra d’assalto della portaerei USS Carl Vinson al largo delle coste della Corea. Come altri sottomarini della stessa classe, l’USS Michigan ha diversi dispositivi tecnici che consentono si trasportare e sbarcare 66 uomini delle forze speciali della Marina degli Stati Uniti.
L’USS Michigan era apparso nel porto sudcoreano di Busan dove, secondo fonti dell’intelligence cinese, era arrivato per le esercitazioni militari congiunte del Team 6 dei Navy SEAL degli Stati Uniti e la divisione della versione sudcoreana dei SEAL. Presumibilmente pianificavano un tentativo d’infiltrazione nel territorio della Corea democratica per liquidare fisicamente Kim Jong-Un e il suo entourage. La Marina degli Stati Uniti s’è rifiutata di commentare le azioni del Team 6 dei SEAL. Dei giornalisti notano che nel 2011 questa squadra fu direttamente coinvolta nell’eliminazione di Usama bin Ladin. L’US Navy ha rifiutato qualsiasi commento sul Team 6 riferendosi al fatto che di solito non pubblicizza la posizione dei sottomarini del Pentagono per via delle loro missione segrete. Tuttavia, secondo una fonte attendibile di News Front, collegata con il comando dell’Estremo Oriente russo, il Team 6 dei SEAL aderì a una missione di ricognizione nel territorio della Corea democratica. Tuttavia, fu rilevato da un cane di una pattuglia delle guardie di frontiera nordcoreane. Dopo una breve schermaglia, che causava perdite tra i soldati statunitensi, a seguito della violazione del silenzio radio, la richiesta d’evacuazione immediata fu intercettata dai russi.
Su richiesta di News Front di commentare queste informazioni, un funzionario del Pentagono ha detto che le forze speciali della Marina degli Stati Uniti non sono attualmente coinvolte e non hanno mai partecipato a tentativi di decapitazione e l’intercettazione radio russa non può essere né confermata né smentita. Tuttavia, negli ultimi anni, nella penisola coreana si accumulano forze militari, ed ogni giorno vi sono esercitazioni, tiri ed altre manovre. Sarebbe strano che non vi partecipino le truppe SEAL. Il secondo punto importante è l’USS Michigan. La presenza di questo straordinario sottomarino nella regione, naturalmente, aggiunge alla Marina degli Stati Uniti un elemento per azioni furtive, poco rivelabili, ma una scarsa potenza di fuoco rispetto alla potenza navale con due (ora tre) portaerei presso la Corea del Sud, che rientra nel raggio d’azione anche dei velivoli di stanza a Guam. Ciò suggerisce che il compito principale dell‘USS Michigan è sbarcare forze speciali. E ciò è allarmante perché, secondo i russi, le missioni SEAL nella Corea democratica sarebbero suicide e inaudite.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora