Siria: la maledizione dell’opposizione

A nord di Aleppo CIA e Pentagono si combattono
Evgenij Satanovskij, VPK, South Front, 28 aprile 2016
Evgenij Satanovskij è a capo dell’Intituto Medio OrienteChFV22vWMAQV2pDLa situazione in Siria esce dalla crisi più acuta, in cui si trova dall’autunno. La situazione sui fronti è più o meno stabilizzata. La presenza della forza aerea russa è riconosciuta legittima, efficace e molto utile nel combattere i terroristi, anche per i critici di Mosca, molti dei quali ora si chiedono perché il Pentagono ha iniziato a comportarsi in modo passivo dall’inizio delle operazioni russe. La fine delle operazioni in Siria dell’Aeronautica russa è stata una risposta alle preoccupazioni (e alle speranze dei detrattori) che la Russia “rimanesse bloccata” nella guerra in questo Paese, come in Afghanistan. Ma, ahimè, il ricostituito l’Esercito siriano ha potuto condurre l’offensiva a Palmyra e a non cedere posizioni a nord di Aleppo. Sorprendentemente per tutti, il cessate il fuoco a lungo termine è stato mediato dai militari russi. Ma allo stesso tempo la guerra civile non è finita. Si consideri, allo stato attuale delle cose, le prospettive sul futuro dell’opposizione siriana secondo lo studio degli esperti dell’Istituto IPM, A. Kuznetsov e B. Ju Sheglovina.

C’è assai meno spazio al sole
Il ritiro parziale del gruppo militare russo in Siria e il processo di pace avviato nel Paese da Mosca e Washington hanno aperto una nuova fase nello stallo politico-militare del conflitto, in corso da cinque anni. Allo stesso tempo, gli atteggiamenti dell’opposizione hanno cominciato a maturare e cambiare, in parte per via dei tentativi di ritrovarsi nella nuova realtà del compromesso, e questa realtà è stata categoricamente respinta. Mostrando in dettaglio che nel futuro post-bellico della Siria chi ha la possibilità d’integrarsi nel sistema, e chi no (con un biasimo “implacabile” che ricadrà pienamente su loro stessi). “L’Iran aumenta il corpo dei consiglieri in Siria, e l’esercito governativo riempie le scorte prima della campagna decisiva“. Coloro che non hanno accettato l’accordo di pace e sono disposti a continuare la guerra, con l’accordo ancora sul tavolo di Assad e garantito dall’Aeronautica russa, ancora sperano su una vittoria militare contro Assad, sostenuti da Turchia, Qatar e Arabia Saudita. Ankara, Doha e Riyadh cercano il dominio assoluto col confronto globale tra sunniti e sciiti in Siria. Pertanto, non sono interessati ad armonizzare le condizioni del ritiro graduale dei combattenti e a raggiungere un compromesso con Assad e l’alleata Teheran. Il trio non accetta altra forma per la fine della crisi. Per di più, incoraggiano i gruppi di opposizione a continuare la lotta e non accettano che i loro gruppi siano stati finalmente sconfitti. I negoziati ufficiali lanciati a Ginevra vanno molto lentamente ed è improbabile che nel prossimo futuro ci siano risultati significativi. Ci sono due opzioni. Primo, l’opposizione in esilio, con cui sono in corso trattative a Ginevra, non controlla i gruppi armati in Siria, avendo un peso trascurabile su di essi. Di conseguenza, può raggiungere un accordo con chiunque su qualsiasi cosa, ma “al fronte” non è riconosciuta, ancora una volta ricordando il proverbio “della ragione” e mostrando il ruolo primario dei militari (anche interni) sui diplomatici nella politica reale. In secondo luogo, l’opposizione siriana è divisa dai diversi interessi dei principali sponsor: Turchia, Qatar, Arabia Saudita e Stati Uniti. Nel tempo, la frammentazione per ragioni oggettive è aumentata. Con i negoziati i gruppi armati cercano di costruire dei propri domini, garantendosi la posizione più favorevole. Questo porterà a conflitti tra ex-alleati. Un esempio di tale situazione è lo scontro avutosi il 27 e il 30 marzo tra i due gruppi sostenuti dagli Stati Uniti, vicino alla città di Marah, a nord di Aleppo. I militanti delle unità sostenute dalla CIA del “Furqan al-Haq” attaccavano le Forze democratiche siriane apertamente patrocinare dal Pentagono. Queste ultime sono una coalizione di milizie per l’80 per cento costituite da curdi, con un 20 per cento di gruppi arabi e turcomanni. La milizia è formata dal Partito di Unione Democratica (PDS) curda di Salah Muslim, dalle truppe siro-assire e dall’esercito siriano rivoluzionario (“Jaysh al-Tuwar“) assemblato dai resti di quello che era l’assai “rispettato”, da Stati Uniti e alleati della NATO, esercito libero siriano (ELS). Un gruppo di combattenti del “Jaysh al-Tuwar” attaccò le due fazioni opposte, “Fronte rivoluzionario siriano” e “Haraqat al-Hazam” (“Movimento della decisione”). Inoltre, nell’ambito delle forze di autodifesa, che guidano la lotta al terrorismo internazionale, vi sono due unità di turcomanni siriani, “liwa al-Salajiqa’ e ‘liwa Sultan Murad“. Insieme cercano di allontanare l’opposizione armata laica dagli estremisti radicali, i principali dei quali sono i noti terroristi russi del gruppo terroristico “Jabhat al-Nusra“. Il 25 marzo i suoi combattenti nella provincia settentrionale di Idlib si scontravano con la 13.ma brigata dell’ELS. Così, gli islamisti riuscirono a cacciare le forze “moderate” della provincia. Secondo un esperto dell’University of Michigan, Juan Cole, la stragrande maggioranza dei gruppi “moderati” nelle province di Idlib e Aleppo ha ricevuto armi statunitensi, sequestrate nei combattimenti dai jihadisti (o volontariamente consegnategli), dando ragione a chi pensa nel Congresso degli Stati Uniti allo scandalo sul passaggio di armi a “Jabhat al-Nusra” (ufficialmente si parla di sequestro delle armi) dai due gruppi dell'”opposizione moderata” che avevano ricevuto un aiuto da 500 milioni di dollari assegnato alla Turchia. Il mese prima si vide la significativa intensificazione delle operazioni di “Jabhat al-Nusra” in Siria. Le sue forze si erano concentrate a nord di Aleppo, combattendo le unità di difesa curde nella zona di Shaiq Maqsud. Ciò fu dovuto a due fattori. In primo luogo, il gruppo, nonostante l’aumento del sostegno dei diplomatici statunitensi, che ufficialmente l’includevano nella lista delle organizzazioni terroristiche, ora cerca di avere almeno un posto al sole. In secondo luogo, dopo l’annuncio dell’armistizio, la riduzione dell’intensità dei combattimenti dei jihadisti era dovuta alla scarsa popolarità tra i siriani. Nelle zone occupate da Jabhat al-Nusra si sono verificate dimostrazioni in cui i partecipanti gridavano: “Accidenti all’anima tua, Julani” (il capo del gruppo islamista). Insieme ad Abu Muhamad al-Julani veniva anche maledetto il capo dello “Stato islamico” bandito in Russia, Abu Baqr al-Baghdadi, e il gran Muftì di Siria Ahmad Badradin al-Hasun. “Jabhat al-Nusra” ha subito perdite. Il 4 aprile nel corso di un bombardamento della Syrian Arab Air Force, Abu Firas al-Suri veniva eliminato. Era il capo ideologo e suo promotore “al fronte”, oltre che veterano del movimento jihadista in Siria. Nel 1982 prese parte alla rivolta dei “Fratelli musulmani” nella città di Hama, e in seguito partecipò alla jihad in Afghanistan. Conosceva personalmente Abdullah Azam e Usama bin Ladin, e a lungo visse nello Yemen, dove partecipò alle attività della locale “al-Qaida nella Penisola Arabica (AQAP)”; nel 2011 tornò in Siria per partecipare alla guerra contro il governo di Assad. Secondo il quotidiano libanese “al-Akhbar”, durante l’attacco vicino ad Abu Firas vi erano diversi militanti dell’Uzbekistan.Map-northern-Aleppo-2016Tentativo sventato
L’ulteriore frammentazione dell’opposizione siriana s’è vista al Congresso di Cairo del 12 marzo, che vide la nascita di una nuova alleanza, “Ghada al-Suriy” (“Futuro della Siria”), guidata dall’ex-presidente della Syrian National Coalition Ahmad Jarba. Il portale internet “Arabi al-Jadid“, ha scritto che “Futuro della Siria” farà lobbing in Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. Nella Repubblica Araba d’Egitto e negli Emirati Arabi Uniti, queste parole non sono così lontane dalla verità. Gli egiziani cercano di impegnarsi attivamente nel processo politico su Damasco dal giugno 2015, quando a Cairo vi fu una riunione dei Comitati Nazionali di Coordinamento della Siria. Cairo ha cercato di creare una coalizione di opposizione, in alternativa all’attuale orientamento alla frammentazione. Gli Emirati Arabi Uniti hanno recentemente aderito a questi tentativi e cercano di realizzare il proprio piano politico, diverso da quello saudita. Partecipanti anonimi alla conferenza hanno detto, ad esempio, che la conferenza fu pianificata da Muhamad Dahlan, ex-capo dell’organizzazione palestinese Fatah, alla guida delle forze di sicurezza nella Striscia di Gaza prima dell’ascesa al potere di Hamas. Nel 2011, dopo essere stato accusato di aver avvelenato Arafat, emigrò a Dubai. Negli Emirati Arabi Uniti agiva da consigliere per la sicurezza di Muhamad bin Zayad, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante delle forze armate degli Emirati. Secondo “Arabi al-Jadid“, Dahlan organizzò in uno degli alberghi di Cairo appartenenti al servizio di intelligence egiziano l’incontro con Ahmad Jarba e Qasim Qatib, membri dell’opposizione considerati creature ufficiose del governo di Assad. Vi è tuttavia un punto all’ordine del giorno siriano, che la maggior parte dei vari gruppi di opposizione e il governo condividono, il rifiuto categorico dell’autonomia curda e della federalizzazione del Paese. Tuttavia, questo punto improbabilmente unirà le contrastanti associazioni siriane. Così il gruppo di Riyadh (VIP o Comitato Supremo di Negoziazione) continua a presentare precondizioni nei negoziati di Ginevra, chiedendo il ritiro di Assad e il trasferimento di tutto il potere all’opposizione. Questo è un prerequisito per la sua partecipazione ai negoziati, come dichiarato in un colloquio con il rappresentante permanente della TASS presso l’Ufficio delle Nazioni Unite e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, Aleksej Borodavkin. L’opposizione esige che tutto il potere nella RAS sia immediatamente trasferito ad essa. Allo stesso tempo, per la Russia “questo non può che essere causa di preoccupazione con l’opposizione di Riyadh respinge l’idea di preservare la RAS come Stato laico. Ci sono molti sospetti, anche nell’opposizione moderata, rappresentanti della visione di Mosca-Cairo e contrari all’idea del gruppo dei Paesi del Consiglio del Golfo di trasformare la Siria in una sorta di califfato”, ha detto il diplomatico russo. Le sue parole sulla Siria e le intenzioni di trasformarla in un califfato sono ripetutamente confermate da Qatar e Arabia Saudita, anche se la Turchia preferisce dividere il Paese e accorparne le regioni settentrionali nel nuovo impero ottomano guidato dal sultano Erdogan. Tuttavia, non si tratta di un completo fallimento, in quanto, il congelamento dei negoziati, in questo momento, è nell’interesse non solo di Arabia Saudita e Turchia, ma anche degli Stati Uniti, che non possono impedire la presa da parte delle forze governative di Aleppo e quindi cercano di aggirare il tema principale dei terroristi, che cedono la capitale economica della Siria, comportando il fallimento di tutti i piani di Ankara e Riyadh. Nel contesto del rifiuto di Washington e Bruxelles dell’idea turca di una “no-fly zone” su una parte della Siria, e della scommessa sui curdi quale segmento dell’opposizione, ciò non comporterebbe il fallimento totale (il totale collasso della campagna contro Assad poterebbe alla liberazione di Idlib), ma sarà quantomeno l’inizio del fallimento.

Verso il momento della verità
Aleppo, che inizialmente sembrava per Ankara e Riyadh una sorta di “Bengasi siriana” e l’area circostante erano destinati ad essere il terreno per la grande offensiva finale su Damasco, e perciò considerate “pietra miliare dei loro piani”. Con la perdita di questa città, è chiaro che l’opposizione islamista si concentrerà esclusivamente sulla difesa d’Idlib (sicuramente inutile). Ma se la provincia è in gran parte persa presso le forze governative e i loro alleati, l’opposizione attenderà la propria frammentazione (escludendo importanti offensive, anche su Damasco), intensificando i processi di pace con i leader tribali, nella fase finale del processo, compiendo costanti progressi nei colloqui di Ginevra. I successi diplomatici nella storia mondiale sono dipesi dalle vittorie militari. La Siria difficilmente sarà un’eccezione. La scommessa dell’Arabia Saudita in questo caso è estremamente alta. Troppi soldi sono stati spesi nel conflitto per lasciare che la vittoria le sfugga (per non parlare del pantano nello Yemen, dove il regno non solo spende soldi e prestigio, ma perde anche attrezzature e personale militari). Perdere in Siria comporta gravi complicazioni per l’Arabia Saudita e re Salman, e assai più importante, per suo figlio, attualmente in lotta per il potere supremo nel Paese. La potenza del titolo di “erede dell’erede” non importa. Inoltre, il re ha un’influenza più forte, ma implica che il principe Muhamad bin Salman debba dimostrare di competere al meglio alla successione bypassando gli altri pretendenti al trono. Tutto questo si sovrappone al rischio globale di “perdere la faccia” in Medio Oriente. Mentre si nota il confronto con la Russia in Siria, i sauditi non hanno deciso sugli accordi con la Russia riguardo la decisione di congelare la produzione di petrolio. Infine, il regime saudita affronta anche la sfida importante del deficit fiscale incombente.
Gli Stati Uniti hanno altri interessi nella regione e in Siria, sono impegnati solo a scoraggiare la Russia, attore geopolitico sempre più importante. La figura di Assad presidente per Washington è una questione secondaria. Suggerendo che lo stesso si può dire degli alleati, che si tratti di Arabia Saudita, Qatar e Turchia. Come evidenziato dai freddi rapporti con Erdogan, che gli Stati Uniti considerano un avventuriero pericoloso, così come dal successo degli “scettici sui sauditi” presso Congresso, Pentagono e CIA. Non è un caso che la questione della declassificazione delle pagine segrete della relazione su organizzatori e sponsor dell’attentato dell’11 settembre causi indignazione a Riyadh, i cui vertici del potere cercando di reagire spingendosi a porre un ultimatum a Obama della vendita dei 750 miliardi di dollari in buoni del Tesoro. Il problema principale per Washington, al momento, è non permettere a Mosca di continuare i “successi strategici” come la liberazione di Palmyra, avendo effetti profondi sull’opinione pubblica mondiale; da cui quindi la fuga sui media della possibile fornitura di sistemi MANPADS ai gruppi di opposizione. Alla Casa Bianca ci sono discussioni su come impedire la campagna della Russia in Siria: se sia necessario intervenire con l’opposizione islamista realizzando una struttura centralizzata e approfittare di tale slancio per salvare la faccia, o cercare di combattere i risultati del vuoto creato dalla sconfitta delle forze fedeli agli Stati Uniti. Basandosi sull’addestramento attivo delle organizzazioni ribelli in Giordania, l’aumento delle forze speciali stanziatevi e il sostegno diretto ai curdi, si può parlare di vittoria del secondo pensiero. Ma ciò non significa che gli Stati Uniti siano disposti ad accettare la presa di Aleppo da parte delle forze governative. Quindi, è comprensibile perché la leadership politico-militare statunitense “abbia chiuso gli occhi” sul trasferimento massiccio di terroristi dalla Turchia per ricostituirne le fila in Siria e quindi ricattare Mosca con tutti i mezzi disponibili. In tale contesto, gli Stati Uniti avendo bisogno di progressi sul campo di battaglia, accetteranno chiunque quale risorsa nel conflitto. D’interesse è anche la futura presa di Mosul e Raqqa. E c’è bisogno di un vero grande successo sul fronte, non nei discorsi dei politici statunitensi sulle vittorie degli Stati Uniti in Iraq e Siria. La presa di Aleppo è importante anche per Teheran che, dopo una breve pausa, intensificherà il sostegno a Damasco. A questo proposito, il portavoce dello Stato Maggiore russo ha detto che “non è all’ordine del giorno delle operazioni congiunte riconquistare Aleppo“, commentato dagli analisti statunitensi senza capire il sottinteso di queste parole, rendendo chiaro che si tratta del trasferimento del “comando sul campo” all’Iran piuttosto che essere una frattura tra Mosca e Teheran. Gli statunitensi giustamente fanno notare che per l’Iran è il momento della verità in Siria, che deciderà l’equilibrio di potere in Medio Oriente per almeno i prossimi dieci anni. Ma i loro calcoli sulla motivazione delle azioni del Cremlino sono profondamente sbagliate. I leader russi hanno imparato a calcolare le mosse occidentali e preferiscono non credere ad una sola parola che profferisce. I calcoli della CIA sugli effetti di un riscaldamento presunto nel dialogo con Washington e dell’ammorbidimento della posizione degli Stati Uniti verso l’Ucraina, e quindi la loro cosiddetta “analisi” su Mosca che non vorrebbe aiutare Assad a riprendersi Aleppo assicurandone la vittoria, sono un chiaro pio desiderio.
Prendendo Aleppo con l’aiuto dell’Aeronautica russa si motiverà l’Arabia Saudita a domandarsi se possa tornare al tavolo dei negoziati, in quanto unica opportunità per il regno di mantenere una presenza nell’arena politica al momento di risolvere la questione. La liberazione di Aleppo e Idlib automaticamente colpirà Arabia Saudita e gruppo di Riyadh, grevi figure nei colloqui di Ginevra. E la Turchia e il suo principale alleato, il Qatar, ne saranno travolti. E in una situazione del genere, la conservazione dell’alleanza tripartita dei Paesi filo-sauditi o anche del solo asse Ankara – Doha, si rivelerà inutile nel trasformare l’equilibrio. Da parte sua, Teheran cercherà di attuare in Siria una pianificazione militare che influenzi i sauditi. Perciò l’Iran cerca di rafforzare il corpo dei consiglieri e le milizie sciite afgane ed irachene, così come di ricostituire l’arsenale dell’Esercito siriano per permettergli l’offensiva decisiva. Per farlo, Teheran sponsorizza l’acquisto di armi e munizioni dalla Bielorussia.northsyriaapril2016Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Zjuganov: La Rivoluzione d’Ottobre è stata un punto di svolta nell’evoluzione dell’umanità

Intervista al Presidente del Comitato Centrale del Partito Comunista Zjuganov dell’agenzia di stampa cinese Xinhua
KPRF, 21/04/2016 – Histoire et Societé5784A7F9-C3FC-4533-B120-A1A108E6EE52_cx0_cy8_cw0_mw1024_mh1024_sOggi in Russia valutare il ruolo e il significato della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre varia dal “colpo di Stato” al “più grande evento del ventesimo secolo”. Come valuta il ruolo storico della rivoluzione e l’importanza per la lotta di liberazione nazionale dei popoli di molti Paesi, tra cui la Cina?
La Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre è un evento importante nella storia del mondo. Vi ricordo: nel 2017 i comunisti e tutte le forze progressiste del mondo ne festeggeranno il centenario. Questo evento è stato un punto di svolta nell’evoluzione umana. È stato l’inizio della transizione dal capitalismo a una formazione socio-economico più progressiva. La rivoluzione socialista teoricamente si basava sulle opere di Karl Marx e Friedrich Engels. La sua attuazione pratica va ai bolscevichi russi, guidati da Vladimir Ilic Lenin, grande pensatore e leader del movimento rivoluzionario internazionale, creatore del primo Stato operaio e contadino del mondo. Va ricordato: l’inevitabilità degli sconvolgimenti rivoluzionari in Russia non fu prevista dai bolscevichi. Un monarchico convinto, Menshikov, ma uomo onesto ed intelligente, annunciò il crollo della monarchia dei Romanov. Dopo la rivoluzione borghese di febbraio scrisse che non dovevamo rimpiangere il passato, condannato a morte all’inizio della prima guerra mondiale. Chi definisce gli eventi dell’ottobre 1917 colpo dall’alto, denota la propria ignoranza completa o faziosità. Nonostante i tentativi di distorcere il valore della prima rivoluzione socialista, è probabile che continuerà finché esiste il capitalismo. Ma dobbiamo capire una cosa: alcuna cospirazione elitaria, anche in caso di successo, può cambiare le basi stesse della vita del Paese, può avere alcun effetto su scala planetaria. È giustamente sottolineato che la valutazione del ruolo della Grande Rivoluzione d’Ottobre nel nostro Paese è diversa. Ci sono coloro che credono, giustamente, che la Russia avrebbe cessato di esistere senza l’arrivo dei bolscevichi al potere. Sarebbe stata frantumate in vari protettorati inglesi, francesi, statunitensi, giapponesi. E questo non è solo un “punto di vista”. È una deduzione basata su fatti storici. Il Partito Comunista è fermo su questa posizione. Ci sono persone che oggi in Russia maledicono i bolscevichi e il regime sovietico. Tuttavia, ciò non è generale. Il popolo russo ha per lo più un giudizio positivo sugli eventi dell’ottobre 1917, sapendo che fu un bene per il Paese. Ciò è confermato da numerosi sondaggi degli ultimi venti anni. La frattura sul passato sovietico nel nostro Paese è tra il popolo da un lato e l'”élite” filo-occidentale dall’altro. Tale “élite” cerca solo di denigrare, diffamare le maggiori conquiste del nostro passato. Nella moderna propaganda russa, notevoli forze sono volte a falsificare la storia sovietica. Purtroppo, circoli liberali continuano ad occupare posizioni influenti nelle sfere politica, economia, informazione e culturale. Conducono una campagna antisovietica rabbiosa e sognano di abbattere dal piedistallo le eccezionali figure storiche di Lenin e Stalin. Attentano anche alla nostra vittoria, alla sacra memoria della Grande Guerra Patriottica. Il partito comunista respinge attivamente questi attacchi insidiosi, difende la verità e la giustizia.
ZuganoffOra il nostro partito si prepara per il 100° anniversario della Grande Rivoluzione d’Ottobre. L’anno scorso abbiamo organizzato a questo proposito due plenum del Comitato Centrale. Ci sarà una serie di eventi commemorativi, anche internazionali. Sottolineando l’importanza della Grande Rivoluzione d’Ottobre, il partito comunista insiste sulla natura non casuale, non fortuita della rivoluzione socialista in Russia. Molto prima dell’ottobre 1917, Lenin ne aveva dimostrato l’inevitabilità. Sviluppando la teoria marxista in modo creativo, analizzò il passaggio allo stadio superiore del capitalismo, l’imperialismo. Le caratteristiche principali di questa nuova fase sono: nascita di monopoli, formazione del capitale finanziario, completamento della divisione coloniale del mondo. In questa configurazione la concorrenza capitalistica continua e comporta lo sviluppo ineguale in diversi Paesi. Su questa base, Lenin trasse un’altra conclusione: l’emergere degli anelli deboli nella catena capitalista. Laddove la catena capitalista può essere rotta. La rivoluzione socialista poté ottenere la prima vittoria in alcuni Paesi o anche in un solo Paese. Ulteriori analisi convinsero Lenin che l’anello più debole della catena dell’imperialismo era l’Impero russo. Il nostro Paese era un groviglio di contraddizioni taglienti tra proletariato e borghesia, tra borghesia e sovrastruttura feudale zarista, tra proprietari terrieri e contadini. Il crescente divario tra i contadini, la questione agraria e la questione nazionale chiedevano una soluzione urgente. La Prima guerra mondiale esacerbò la povertà estrema e la condizione delle classi oppresse. In Russia c’era una situazione rivoluzionaria. Le condizioni oggettive della rivoluzione si riunirono con le azioni di massa della classe avanzata. I suoi migliori rappresentanti si organizzarono in un partito politico, il partito dei bolscevichi. Debuttando con “Iskra” (Scintilla) il bolscevismo di Lenin trovò la forma istituzionalizzata nel Secondo Congresso POSDR nel 1903. Già nella prima rivoluzione russa, confermò in pratica la correttezza della sua linea. Nell’ottobre 1917, il partito di Lenin ebbe il forte sostegno da tutti i lavoratori russi. I bolscevichi sapevano ascoltare, comprendere ed esprimere il linguaggio politico delle aspirazioni del popolo. Tutto il Paese ascoltò le loro parole d’ordine: “Pace al popolo!”, ” Terra ai contadini!”, “Le fabbriche agli operai!”, “Il pane contro la fame!” “Il potere ai soviet!”. Il successo della prima rivoluzione socialista del mondo fu garantito. Così, una delle più importanti realizzazioni di Lenin era aver specificatamente valutato il momento storico per la completa riuscita della rivoluzione socialista in Russia. Prima di allora, l’arena principale della lotta per il socialismo era l’Europa occidentale. Ma sulla base delle conclusioni del libro “Imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Lenin brillantemente previde il passaggio di sede del movimento rivoluzionario in Russia. E aveva ragione! La rivoluzione socialista nel nostro Paese vinse. Tuttavia, era necessario non solo prendere il potere, ma anche mantenerlo. Contro la giovane Repubblica sovietica 14 Paesi presero le armi. Basandosi all’interno sulla controrivoluzione, cominciarono a lacerare la Russia dall’estero. La borghesia e i proprietari terrieri russi vendettero gli interessi nazionali a destra e a sinistra. Fu la forza e la volontà del partito bolscevico, facendo leva sulle masse, che salvò il nostro Paese dalla distruzione. Quando gli invasori e i loro complici furono espulsi, un altro compito apparve non meno difficile: garantire la costruzione di una nuova vita. Nei primi mesi del 1921, la Russia sovietica era in una situazione disperata. Il Paese era stato devastato da due guerre: la Prima guerra mondiale e la guerra civile. La produzione industriale scese di quasi cinque volte. Il volume della produzione agricola fu dimezzato. Le vittime di guerre, carestie, epidemie non furono meno di 25 milioni di persone. Oggi si può solo ammirare la saggezza dei bolscevichi, che in quegli anni cercarono diverse opzioni politiche, dal comunismo di guerra alla nuova politica economica e al piano di elettrificazione. Negli anni 1922-1929, poco prima del Primo piano quinquennale, furono costruite più di 2000 grandi imprese industriali. Economicamente, il Paese raggiunse il livello del 1913. Ma una nuova guerra mondiale si stava preparando. In queste circostanze fu necessario fare un enorme balzo in avanti, creare interi settori economici. Senza, la sopravvivenza dell’Unione Sovietica non sarebbe stata possibile. Nei 10 anni che precedettero la guerra, potemmo compiere i progressi compiuti dall’Europa in un secolo. 9000 nuove imprese furono costruite. Il nostro Pese semianalfabeta imparò a leggere e scrivere, e divenne il migliore nel campo delle scienze. Senza, non ci sarebbe la vittoria nella Grande Guerra Patriottica. E quindi non si possono separare le due date importanti: il 1945 e il 1917. Questi due eventi sono tappe strettamente correlate sulla via del socialismo. I risultati eccezionali dei bolscevichi non si espressero solo in campo economico. Posero fine all’oppressione nazionale e crearono una comunità unica, il popolo sovietico. Costruire il socialismo fu opera di tutte le nazionalità dell’URSS. La Rivoluzione d’Ottobre non aveva una dimensione russa. Fu un evento universale. Per il decimo anniversario dell’ottobre, Stalin scrisse, “non possiamo considerare la Rivoluzione d’Ottobre una rivoluzione “entro i confini nazionali”. È soprattutto una rivoluzione mondiale, internazionale, perché è la svolta radicale nella storia del mondo, transizione dal vecchio mondo capitalista al nuovo mondo socialista”. La prima vittoria del socialismo nel pianeta ebbe un’influenza decisiva sul processo storico mondiale. L’esempio fu dato, seguito in molti Paesi. Il movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi ebbe un impulso estremamente potente. La liberazione della schiavitù coloniale era possibile.
Per i cinesi, le idee dell’Ottobre furono di notevole importanza. Nel 1918 il leader del movimento rivoluzionario democratico cinese Sun Yat-sen inviò un telegramma a Lenin e al governo sovietico, in cui augurava ogni successo alla Russia sovietica ed espresse l’auspicio che “i partiti rivoluzionari della Cina e della Russia si uniscano nella lotta comune”. Recentemente mi sono imbattuto in un documento storico interessante: la proclamazione del Consiglio dei Commissari del Popolo della RSFSR al popolo cinese del 25 luglio 1919. Confermava il rifiuto completo da parte del regime sovietico di diritti speciali e privilegi ottenuti dal governo zarista in Cina per via dei trattati ineguali. Nella storia cinese, non ci sono altri casi in cui degli stranieri volontariamente rinunciarono ai propri vantaggi. Il documento, in particolare, dichiarava: “Se i cinesi vogliono diventare come i russi… un popolo libero, devono capire che i loro unici alleati e fratelli nella lotta per la libertà sono gli operai e i contadini russi e la loro Armata Rossa“. Il 1° luglio 1921 a Shanghai fu istituito il Partito Comunista Cinese, ispirato al patrimonio rivoluzionario della Grande Rivoluzione d’Ottobre. Fu un partito politico della classe operaia cinese, basato sui principi del marxismo-leninismo. Il PCC dovette seguire una strada molto ardua. Ma i suoi sforzi ebbero successo. Il partito poté mettersi a capo delle forze progressiste del Paese. Guidando fino alla vittoria il movimento antimperialista e la rivoluzione antifeudale in Cina, ponendo le basi a progressi e realizzazioni della Cina moderna. Vorrei ricordare le parole di Mao Zedong, “Le salve della Rivoluzione d’Ottobre ci hanno portato il marxismo-leninismo. La Rivoluzione d’Ottobre ha aiutato i progressisti di tutto il mondo, anche in Cina, a riconsiderare i propri problemi, applicando l’ideologia proletaria per decidere il destino del proprio Paese“. I comunisti cinesi sono riusciti, come i bolscevichi russi, a unire il Paese e portarlo su un percorso decisamente progressivo Così, la Grande Rivoluzione d’Ottobre, le idee di Lenin e Stalin non sono di proprietà dei soli russi, ma appartengono a tutta l’umanità. Appartengono alla Cina che, guidata del Partito comunista, ha dimostrato al mondo le meraviglie del suo sviluppo socio-economico.ZyuganovCome, in retrospettiva, valuta il ruolo di figure storiche come Lenin, Stalin, Gorbaciov?
La vita socio-politica della Russia moderna mostra chiaramente il confronto tra due principi ideologici, principio creativo e principio distruttivo. Ciascuno di essi è associato, nella mente dei cittadini, all’attività di varie figure storiche. I nomi di Lenin e Stalin sono associati al grande successo del nostro Paese nel ventesimo secolo. Sotto la bandiera della Grande Rivoluzione d’Ottobre fu istituito il primo Stato socialista del mondo, furono trasformate tutte le sfere della vita nella società sovietica, fu sconfitto il fascismo tedesco nella guerra più terribile e fu sconfitto il militarismo giapponese, fu rapidamente ripristinata l’economia nazionale. Poi creammo la parità nucleare con gli Stati Uniti e il primo lancio nello spazio. Tutto questo e molto altro fu il risultato diretto della Rivoluzione dell’Ottobre 1917. Lenin e Stalin furono i fondatori del nostro partito e dello Stato sovietico. Ma i loro personaggi non dovrebbero in alcun modo essere considerati pezzi da museo di un’epoca passata. Ci dovrebbero ispirare nella nostra vita, nella nostra lotta e nel nostro lavoro quotidiano. La loro eredità dovrebbe essere studiata, e le loro idee praticate e sviluppate. In risposta a coloro che cercano di screditare i nomi di questi grandi uomini, vi sono due citazioni. La prima: “Io rispetto Lenin quale uomo che con completa abnegazione fece di tutto per attuare la giustizia sociale… Persone come lui sono i custodi e restauratori della coscienza dell’umanità“. La seconda citazione si riferisce a Stalin: “Personalmente, non sento altro se non la più grande ammirazione per questo grande uomo, il Padre del suo Paese…” Chi fece queste affermazioni? Vi chiedete. L’autore della prima è Albert Einstein, una delle menti più profonde nella storia del mondo. La seconda è di Winston Churchill, che odiava il socialismo, ma ebbe il coraggio di riconoscere la grandezza dei risultati di Stalin. A tutti i pigmei che cercano d’infangare il nome dei giganti Lenin e Stalin, consiglio di memorizzare questi passi. Lenin era un uomo di Stato come nessun altro. È riuscito a creare un partito che si prese il compito di costruire il primo Stato socialista del mondo. Crebbe in una famiglia felice, circondato da amore e prosperità, completò con successo gli studi al liceo. Poteva condurre una vita tranquilla e felice. Ma Lenin si dedicò alla lotta per la giustizia e gli interessi dei lavoratori. Creò uno Stato in cui i valori principali erano umanesimo, lavoro, giustizia e in cui i rappresentanti di ogni nazione, grandi e piccoli, avevano fiducia nel futuro. Oggi troviamo le opere complete di Lenin in qualsiasi libreria seria nel mondo. I suoi scritti sono stati tradotti in quasi tutte le lingue. Dico spesso ai nostri avversari: fatemi un altro esempio di tale genio, pensatore, politico, uomo di Stato. Non ne esistono!
Due delle più gravi crisi del capitalismo hanno portato a due guerre mondiali. Il nostro Paese fu al centro di questi eventi. Dalla prima si ebbe la Rivoluzione d’Ottobre guidata da Lenin, dalla seconda la grande vittoria guidata da Stalin. L’URSS guidata da Stalin passò negli ultimi anni tra le prime tre nazioni più potenti del mondo. Fu istituito un sistema che rese possibile la vittoria sul fascismo. Gli elementi di questo sistema furono lo sviluppo dell’economia, della potenza dell’Armata Rossa e della scuola sovietica che addestrò combattenti coraggiosi, intelligenti e audaci. Hitler conquistò l’Europa continentale con le sue fabbriche, porti, aeroporti, ma si ruppe i denti contro l’eroismo del nostro popolo, del potere scientifico e tecnologico dell’Unione Sovietica. Il talento di leader militare di Stalin è riconosciuto da tutti coloro che collaborarono con lui durante la guerra, Zhukov, Rokossovskij, Konev, Vasilevskij e altri. Come comandante in capo, conosceva la situazione operativa e diresse tutte le principali operazioni offensive. Stalin capì che solo un potente blocco di Paesi socialisti poteva resistere all’aggressione del capitale globale. Il ruolo principale nella sua creazione dopo la seconda guerra mondiale, andava a URSS e Cina. L’Unione Sovietica fu il primo Paese a riconoscere la Repubblica Popolare Cinese, il 2 ottobre 1949, il giorno dopo la proclamazione della Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi dopo, nel febbraio 1950 fu firmato il Trattato di amicizia, alleanza e mutua assistenza sino-sovietico. La leadership di Stalin tese al popolo cinese una mano fraterna per la costruzione dello Stato, dell’esercito, nella formazione di specialisti. L’alleanza strategica tra Mosca e Pechino fu una vera e propria minaccia per l’egemonia degli Stati Uniti d’America.
Quanto a Gorbaciov, non merita nemmeno una semplice menzione accanto a Lenin e Stalin. Gorbaciov, Jakovlev, Shevardnadze, Eltsin e i loro complici commisero il crimine più grave contro il loro popolo e tutta l’umanità, distrussero l’Unione Sovietica. Calpestarono apertamente i risultati del referendum nel marzo 1991. Mentre la stragrande maggioranza dei partecipanti votò per il mantenimento dell’Unione Sovietica. Va ricordato che l’URSS era una civiltà: 190 nazioni e nazionalità, 40 religioni e denominazioni, 10 fusi orari, quasi tutte le zone climatiche. Non esisteva nel mondo un sistema statale-politico più sofisticato. Ignorando tutto questo, Gorbaciov con le sue azioni minò l’unità nazionale e le fondamenta dello Stato. Come risultato, l’URSS fu distrutta. Il Paese sperimentò la vergogna del “ruggenti anni novanta”. Più di 80000 imprese furono distrutte. Uno dopo l’altro conflitti sanguinosi scoppiavano. Le vittime furono centinaia di migliaia e ci furono 9 milioni di rifugiati. Così oggi, quando Gorbaciov parla della restaurazione del capitalismo in Russia senza spargimento di sangue, suscita solo rabbia e risentimento. Basta guardare agli eventi cui sono immersi oggi i nostri fratelli ucraini. Caos, spargimento di sangue, impoverimento delle masse, ciò che vi accade negli ultimi anni. E questo è un risultato diretto del tradimento di Gorbaciov. Il nome di Gorbaciov in Russia oggi è visto come sinonimo di tradimento, simbolo del tradimento della causa socialista e disprezzo degli interessi dei lavoratori. Con questo nome fortemente associato agli eventi della nostra storia recente, come trascurare la negligenza verso il popolo sovietico, l’umiliazione di fronte agli Stati Uniti, l’accettazione delle politiche neo-coloniali dell’occidente. Nella mente popolare la “perestroika” di Gorbaciov è percepita come una serie di sconfitte e di crimini. Nei suoi documenti politici, il Partito Comunista ha dato una valutazione obiettiva delle attività distruttive di tale guitto.1458981961_V-Podmoskov-e-otkrylsya-X-martovskiiy-sovmestnyiy-Plenum-CK-i-CKRK-KPRFDopo il crollo dell’Unione Sovietica e la messa al bando del PCUS, il movimento comunista in Russia ha vissuto momenti difficili. Come lei e i suoi compagni siete riusciti a preservare dignità e fedeltà agli ideali, a superare tutte le difficoltà e ricostruire il partito comunista?
Il momento fu davvero difficile. La controrivoluzione borghese e la distruzione dell’Unione Sovietica furono un banco di prova per il nostro Paese e per il movimento comunista internazionale. Milioni di cittadini sovietici potevano immaginare nei peggiore incubi che la direzione del partito e del Paese prendessero la via del tradimento, la distruzione dello Stato. Tutto questo creò confusione nelle file dei comunisti e dei loro sostenitori. Ma nonostante il tradimento della direzione del partito, molti rimasero fedeli ai loro ideali. I comunisti russi non hanno permesso di seppellire la causa del socialismo nel nostro paese. Hanno ricreato il partito comunista, si sono impegnati con coraggio sulla via della lotta per la rinascita della patria socialista. Vi ricordo che nel periodo da agosto a novembre del 1991, le nuove autorità democratiche russe prima sospesero e poi vietarono le attività del PCUS e la sua organizzazione in Russia, il Partito Comunista della RSFSR. Le proprietà del partito furono confiscate. Nel momento in cui improvvisamente, erano apparentemente scomparsi i riferimenti ideologici e anche morali, molti membri del partito vietato erano demoralizzati. C’era anche chi partecipava alla “crociata” contro il socialismo. Il Paese subì una feroce campagna per screditare il partito e le idee comuniste. In Russia fu montato il “caso del PCUS”. Furono fatti tentativi di organizzare una causa contro il partito e l’ideologia che hanno guidato il popolo sovietico nella vittoria sul fascismo. A quel tempo, la “terapia d’urto” del governo Gajdar aumentò notevolmente la tensione sociale nel Paese. In poche settimane, la maggior parte dei nostri cittadini cadde in povertà. La rabbia del popolo si riversò sulle strade. E poi il nuovo governo presunto “democratico” si rivelò appieno. Eltsin e i suoi scagnozzi fecero ricorso più volte alla forza bruta. Così, il 23 febbraio 1992, anniversario dell’esercito sovietico, la manifestazione dei patrioti di sinistra fu schiacciata nel centro di Mosca. In seguito l’uso della forza contro i manifestanti pacifici cittadini si ripeté regolarmente. Il culmine dello scontro fu l’attacco al Soviet supremo eletto dal popolo della RSFSR e il massacro dei suoi sostenitori nel settembre-ottobre 1993. Per me è chiaro che l’esigenza di giustizia sociale nella società russa fosse molto forte. Ma negli eventi del 1992-1993 chiaramente mancava un nucleo organizzatore. L’obiettivo principale in queste circostanze era far rivivere il partito comunista, forza politica delle masse lavoratrici. I lavori per la sua ricostruzione continuarono senza sosta, nonostante la forte pressione politica, psicologica e amministrativa. Alla Corte costituzionale potemmo sfidare il decreto Eltsin che vietava le attività del partito. Il 13-14 febbraio 1993 si ebbe il II Congresso straordinario dei comunisti russi. Dopo un divieto di quasi un anno e mezzo, si annunciava la ripresa delle attività del partito, che prese il nome di Partito Comunista della Federazione Russa. Nel marzo dello stesso anno, il partito comunista fu ufficialmente registrato presso il Ministero della Giustizia della Russia. Dopo difficoltà, non solo il partito fu ufficialmente riattivato, ma divenne anche forza d’opposizione nel Paese. Naturalmente, la strada non fu facile. Dovemmo lavorare in condizioni particolari. Subimmo appieno la tirannia della macchina repressiva di Eltsin e l’orgia mediatica “democratica”. I nostri attivisti subirono tentativi di corruzione e minacce. Spesso le loro famiglie furono sotto pressione. Ma i nostri compagni hanno resistito con onore. E in queste condizioni difficili, l’esempio della Cina socialista, che si sviluppava rapidamente e con successo, fu molto importante per noi. Nel dicembre 1993, il partito comunista appena ricostituito ebbe il 12% nelle prime elezioni per la Duma di Stato. Solo due mesi dopo l’attacco al Soviet Supremo nei giorni dell”Ottobre nero”. Molti temevano apertamente le rappresaglie dal regime di Eltsin. Condurre la campagna sotto la bandiera del partito comunista dopo il tiro dei carri armati nel centro di Mosca fu un atto che richiese coraggio. E le persone avvicinatesi al partito comunista l’hanno dimostrato pienamente. Nelle elezioni per la Duma di due anni dopo ottenemmo già il 22% dei voti. E nelle elezioni presidenziali combattemmo ad armi pari con Eltsin, nel 1996. Il merito principale va ai militanti di base del Partito comunista, disposti a lavorare in condizioni estremamente difficili. Sollevarono il nostro partito in tutto il Paese, vi sono cellule negli angoli più remoti della Russia. Quando qualcuno solleva la questione del “partito d’oro”, dico con certezza che c’è davvero l’oro. Si tratta di queste persone eccezionali, dei nostri compagni combattenti.

Qual è oggi l’influenza del partito comunista in Russia? Quanti aderenti ha? Quali sono gli obiettivi decisi per le prossime elezioni per la Duma di Stato?
zuga Seguendo il partito bolscevico fondato da Lenin, il partito comunista ha sempre difeso i diritti dei lavoratori e gli interessi nazionali della Russia. Da un quarto di secolo, il nostro partito si batte contro la restaurazione capitalista, utilizzando sia la tribuna parlamentare che il lavoro tra le masse. Il nostro obiettivo strategico è costruire in Russia un rinnovato socialismo, il socialismo del XXI secolo. Nonostante la pressione amministrativa e la costante di propaganda anticomunista, continuiamo ad essere il principale partito di opposizione. A differenza di altri partiti russi, il partito comunista ha una struttura ramificata di organizzazioni in tutto il Paese. Solo il partito “Russia Unita” può essere paragonato a noi. Il partito comunista ha 81 federazioni regionali, più di duemila capitoli locali e quasi 14000 cellule di base. Nelle file del partito ci sono più di 160000 aderenti. Prendo atto presso il lettore cinese che alla vigilia della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, il partito bolscevico aveva circa 40000 membri. Oggi, possiamo solo rallegrarci del fatto che i ranghi del partito comunista accettino molti giovani. Per elevare la formazione dei giovani comunisti è stato istituito il Centro per gli studi politici del Comitato centrale del Partito comunista. Per quasi tre anni ha formato più di 600 nostri giovani compagni. Sono loro la riserva dei quadri di partito. Ma il potere del Partito comunista non si ferma lì. Il partito comunista ha milioni di sostenitori di diverse età e professioni. I comunisti operano nella Lega della Gioventù Comunista Leninista, nell'”Unione delle donne russe – Speranza della Russia”, in numerosi sindacati indipendenti, organizzazioni di veterani e organizzazioni patriottiche di sinistra. Insieme, formano una rete di propaganda senza precedenti. I gruppi parlamentari e gli eletti del partito comunista operano nella maggior parte delle regioni, distretti e comuni. I rappresentanti del partito Potomskij e Levchenko guidano le regioni di Orjol e Irkutsk. Il primo si trova nel cuore delle terre nere russe, e il secondo è la porta della Russia su Cina e Mongolia, ha un’industria sviluppata e vaste risorse naturali. Il comunista Lokot è stato eletto sindaco della terza città più grande della Russia, Novosibirsk. Nonostante la crisi economica, i nostri rappresentanti negli organi esecutivi ottengono grandi successi. Le elezioni si terranno il 18 settembre per la camera bassa del parlamento russo, la Duma di Stato. Ci presentiamo alle elezioni con un forte team di professionisti. Il partito comunista ha sviluppato un programma di sviluppo nazionale che assicura la ripresa dalla crisi economica e sociale. Faremo tutto il possibile per inviare questo programma a ciascun elettore, nelle profondità della provincia. Il Partito Comunista non ha solo l’ambizione di mantenere il ruolo di principale forza di opposizione in Russia. Credo che le prossime elezioni siano un’opportunità per tutte le forze nazional-patriottiche di unirsi attorno ad un programma di sviluppo su larga scala del nostro Paese. Vogliamo un risultato che ci permetta d’implementare il nostro programma anti-crisi. Per farlo, dobbiamo raggiungere un nuovo equilibrio di forze nella Duma di Stato, formare un governo di fiducia nazionale. A questo proposito, un buon esempio nella storia moderna della Russia è il governo Primakov-Masljukov creato su nostra iniziativa. A tempo di record superò le conseguenze disastrose della bancarotta del 1998. Oggi è urgente formare un governo di centro-sinistra che attui il programma di uscita dalla crisi del Paese. Il nostro programma anti-crisi comporta il ripristino della sovranità economica della Russia, sottraendosi al controllo del grande capitale occidentale. Allo stesso tempo, cerchiamo di rafforzare le relazioni economiche estere verso est. Crediamo che questo contribuirà allo sviluppo delle regioni remote della Russia e sarà una buona base per il riavvicinamento con la Cina, nostro partner strategico.l9NbFtXXAJNiLAykqKAoPQA8JCol1olSIl partito comunista è un partito di opposizione. Fortemente critico di molti aspetti della politica interna, ma sostiene la politica estera. Come costruite i vostri rapporti personali con il Presidente russo Vladimir Putin?
Prima di tutto voglio chiarire un punto. Noi non critichiamo aspetti specifici delle politiche socio-economiche liberali del governo Medvedev. Rifiutiamo completamente questo corso. Crediamo che abbia portato il Paese in un vicolo cieco e la sua continuazione è carica di conseguenze gravi per la Russia. Il blocco economico del governo difende in realtà interessi non nazionali, ed è la cinghia di trasmissione della distruttiva influenza occidentale. Questa politica liberale è oggi in conflitto con la politica estera attiva della Russia. Il nostro Paese deve difendere i propri interessi, in un momento in cui l’occidente guidato dagli Stati Uniti cerca d’isolare la Russia e provoca tensioni ai nostri confini. La Cina ha, ad esempio, una situazione simile nel Mar Cinese Meridionale, dove le navi della Settima Flotta degli Stati Uniti sono arrivate per compiere provocazioni. Allo stesso tempo, la loro Sesta Flotta viola sfacciatamente la Convenzione di Montreux, cercando di stabilirsi nel Mar Nero al largo delle coste russe. Per quanto riguarda l’Europa orientale, le colonne corazzate della NATO organizzano regolarmente marce di dimostrazione. Il Partito Comunista sostiene in generale gli sforzi della nostra diplomazia tentando di contrastare la politica estera avventurosa degli USA. Allo stesso tempo, il nostro partito è consapevole che per lottare in modo efficace contro l’aggressione dell’imperialismo siano necessarie ampie spalle. Fu così con l’Unione Sovietica nella lotta al fascismo tedesco e al militarismo giapponese. Senza un cambiamento decisivo nella politica socio-economica, sarà difficile contare sul successo in politica estera. I comunisti russi credono che la politica liberale del governo attuale non rifletta le aspirazioni delle masse: operai, contadini, intellettuali, piccole e medie imprese, giovani e pensionati. La politica finanziaria ed economica liberale continua a distruggere il complesso economico del Paese, impone il diritto degli oligarchi a decidere il destino della Russia, mettendola in condizione di dipendenza economica dall’occidente. Crediamo che questa linea sia in profonda contraddizione con la politica estera del Presidente Putin, che implica la tutela degli interessi nazionali della Russia e l’opposizione all’egemonia degli Stati Uniti nel mondo. Con Putin ho sviluppato rapporti di lavoro forti e pacifici. Tuttavia, il partito comunista sottolinea costantemente che le attività del potere centrale in Russia sono piene di contraddizioni. Dell’attuale progresso socio-economico non siamo assolutamente soddisfatti. Rientra del tutto nelle politiche di Eltsin-Gajdar 1990, inaccettabili per noi, così come la sfrenata propaganda antisovietica. In altre parole, la direzione della Russia non è omogenea. È costituita da forze divergenti. Nell’ambito di questo equilibrio complesso, il Partito Comunista cerca di far sì che le tendenze patriottiche prendano il sopravvento. A questo puntano i miei incontri personali con Putin e i membri del governo attuale.79358Lei è più volte stato in Cina e si è incontrato con il Presidente cinese Xi Jinping. Come valuta la natura dei rapporti tra il Partito Comunista Russo e il Partito Comunista Cinese?
Ha assolutamente ragione nel notare la solida natura del nostro rapporto con il Partito comunista cinese. Con il compagno Xi Jinping ci siamo incontrati prima che divenisse Presidente della Repubblica Popolare Cinese. Anche allora notavo la sua apertura, il suo approccio riflessivo e sobrio alle più complesse questioni delle sfere politica, ideologica, economica. Xi Jinping è uno degli statisti più influenti dell’era moderna. Queste persone non solo possono capire il contenuto della fase attuale dello sviluppo umano, ma anche prevedere la direzione dello sviluppo, cercando di sfruttare l’opportunità storica in nome della stabilità e della prosperità della Cina, per il sogno della Cina di un mondo armonioso. I comunisti russi hanno a lungo avuto legami fraterni con le controparti cinesi. Siamo legati da anni di lotta all’imperialismo in condizioni di segretezza, dal trionfo della Grande Rivoluzione d’Ottobre, dalle attività congiunte del Comintern, dalla tutela della libertà e dell’indipendenza delle nostre nazioni durante la Seconda guerra mondiale, dal rilancio economico e culturale dopo la guerra. Oggi siamo uniti dal rifiuto categorico del dominio statunitense sul mondo. Nel tentativo di costruire un ordine mondiale giusto, il Partito Comunista Russo e il Partito Comunista Cinese rafforzano attivamente le simpatie reciproche tra i cittadini di entrambi i Paesi, consolidando l’amicizia tra Cina e Russia. I rapporti tra il Partito Comunista Russo e il PCC hanno il carattere di un forte partenariato strategico. Nel 1990 fu firmato tra le due parti un accordo di cooperazione, regolarmente rinnovato, e il rapporto tra i nostri due Partiti riguarda sempre più aree. I giovani dirigenti del nostro partito vanno regolarmente in Cina per la formazione. Apprendono dall’esperienza unica della Cina applicando queste conoscenze nel Paese d’origine. Le nostre controparti si scambiano continuamente informazioni per sviluppare una visione comune sulle questioni più importanti all’ordine del giorno, bilaterali e internazionali. Oggi i rapporti tra i due partiti entrano in una nuova fase. Abbiamo firmato un memorandum di cooperazione interpartitico. Sviluppiamo scambi di delegazioni. Il Partito Comunista Russo studia attentamente le migliori pratiche del PCC nei programmi economici, sociali e umanitari nella costruzione del partito. I comunisti russi diffondono ampiamente i successi e le conquiste della Cina tra i cittadini russi. Il giornale “Pravda”, la rete del Partito Comunista “linea rossa”, i nostri siti partner seguono regolarmente la vita della Repubblica Popolare Cinese. Il Partito Comunista e il PCC considerano inaccettabili i tentativi di falsificare la storia, in particolare la seconda guerra mondiale e i suoi risultati. Un simbolo della vicinanza dei nostri Paesi fu il 70° anniversario della Vittoria sul fascismo tedesco e il militarismo giapponese. Le truppe cinesi presero parte alla parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, e la grande sfilata del 3 settembre a Pechino fu caratterizzata dalla presenza della leadership russa. Pochi giorni dopo, il 26 settembre a Khabarovsk, vi furono i festeggiamenti organizzati dal Partito comunista russo e dal Partito comunista cinese. Nel complesso, tenemmo la conferenza “70 anni di Vittoria comune. Contributo storico e ruolo dell’Unione Sovietica e della Cina nella seconda guerra mondiale contro il fascismo”. Dopo la conclusione, artisti cinesi e russi diedero un magnifico concerto. Accogliemmo una folta delegazione del Comitato centrale del PCC, guidato dal membro del Politburo, Segretario del Comitato centrale del partito, compagno Liu Qibao. Sono convinto che tali attività dovrebbero essere svolte regolarmente. In generale, siamo pronti a sviluppare ulteriormente il ricco potenziale della cooperazione tra i nostri due partiti, nell’interesse delle relazioni bilaterali tra la Russia e la Cina.

Oggi, molti esperti occidentali prevedono per l’economia cinese un “atterraggio duro”. Cosa ne pensa di tale previsione? Quali sono, a vostro parere, le prospettive per la costruzione della “società moderatamente prospera” della Cina?
zyuganov chavez Sa, possiamo sorridere di certi “esperti da divano” quando salutano la “crisi in Cina”. E’ necessario conoscere la situazione reale. La crescita dell’economia cinese è stata del 7% l’anno scorso, mentre in Europa fu inferiore al 2% e negli Stati Uniti, poco più del 2%, e in Russia fu negativa. Così proclamare dai tetti il collasso dell’economia cinese è a dir poco ridicolo. Naturalmente, a causa della crisi globale, la Cina deve affrontare alcune difficoltà, ma sono sicuro che sono solo temporanee, sono “disturbi della crescita”. Penso che la Cina abbia tutte le ragioni per avere fiducia in un futuro migliore. I comunisti cinesi hanno studiato attentamente l’esperienza del nostro Paese, compresa l’era di Gorbaciov con la sua “perestroika” e il crollo dell’URSS. Il PCC cerca di non ripetere gli errori commessi da noi. Per quanto riguarda l’economia in Cina, è considerata un sistema molto complesso che non permette volontarismi e avventurismi. Tutti i passi sono presi dopo un’attenta analisi delle possibili conseguenze. È possibile garantire continuità, potenza e riforme senza estremizzare. I comunisti cinesi combinano il marxismo-leninismo con il socialismo con caratteristiche cinesi, regolamentazione del governo e opportunità di mercato. A differenza dei liberali russi, i leader cinesi non si basano sulla onnipotenza della “mano invisibile del mercato”. Hanno trovato una relazione controllata tra forme di proprietà statale, proprietà collettiva e privata, senza distruggere il controllo dello Stato in alcuna di queste aree. È interessante notare che l’economia cinese non si basa sulle materie prime. Si osserva la rapida crescita della produzione di macchine utensili, aeromobili, automobili. Il sistema educativo cinese è in fase di sviluppo. Non è sorprendente che in soli due decenni la Cina sia passata da Paese prevalentemente agricolo al ruolo di locomotiva economica globale. Il tenore di vita aumenta. Le garanzie sociali migliorano. Il sistema pensionistico si sviluppa. Assistiamo ai fantastici risultati conseguiti nello sviluppo culturale e spirituale. L’Impero Celeste ha fatto i suoi passi avanti nello spazio, e ha grande successo nella scienza e nello sport. Ricordo bene la mia prima visita a Shanghai di più di venti anni fa. Era una grande città, ma povera con strade strette e baracche. Ora è diventata una grande magnifica metropoli con grattacieli e grande sviluppo infrastrutturale urbano. Basti dire che il numero di stazioni della metropolitana ammonta a quasi 400! Tutto questo è merito diretto del partito comunista e del governo cinesi. Ecco perché sono sicuro che l'”atterraggio duro” dell’economia cinese non sarà domani. Il popolo cinese, saggio e laborioso, continua a seguire con fermezza il percorso dello sviluppo socio-economico, culturale, scientifico e tecnologico, dello sviluppo complessivo del socialismo con caratteristiche cinesi, nella costruzione di una società moderatamente prospera.
A mio avviso, parlare di “atterraggio duro” non ha nulla a che fare con le previsioni. E’ piuttosto un desiderio e lo scopo di certuni. Infatti, Washington evita di accettare l’indebolimento del suo dominio nella politica economia e mondiale. E la Cina reagisce sempre più attivamente agli statunitensi. Naturalmente, il capitale occidentale lotterà per mantenere il dominio, utilizzando, come abbiamo visto, tutti i mezzi, anche i militari. Tuttavia, per la Repubblica Popolare Cinese e la Russia la pressione militare ha poco effetto. Pertanto, la guerra economica e la propaganda continuano ad essere utilizzate contro i nostri Paesi. Ovviamente, il trattato trans-Pacifico degli Stati Uniti ha carattere anti-cinese e anti-russo. E’ molto probabile che i circoli dirigenti degli Stati Uniti cerchino nel prossimo futuro di rafforzare radicalmente la loro politica anti-cinese. E tale politica è ben nota. Si creano artificialmente fattori economici esteri sfavorevoli alla Cina. Gli Stati Uniti creano blocchi economici chiusi ed impongono alte tariffe alle importazioni di molti prodotti cinesi. Washington ostacola l’investimento privato delle aziende cinesi all’estero e cerca d’isolare la Cina dalle fonti estere di materie prime. Queste azioni apertamente ostili verso il popolo cinese costituiscono il quadro generale della politica globalista statunitense. Nelle condizioni di profonda crisi economica globale, una base affidabile per lo sviluppo stabile dell’economia cinese può diventare l’autonomia, la domanda interna, lo sviluppo accelerato delle regioni occidentali del Paese. Un ruolo importante può essere svolto dal progetto della cintura economica della Via della Seta e lo sviluppo accelerato delle relazioni bilaterali con Paesi amici, tra cui la Russia. Cina e Russia sono partner strategici. Le relazioni tra i nostri due Paesi si sviluppano su un piano di parità, tenendo conto degli interessi e degli impegni reciproci. Il potenziale reciprocamente vantaggioso per la cooperazione economica tra Russia e Cina è molto alto. I nostri interessi geopolitici hanno un vettore comune. Nel contesto dell’egemonia aggressiva statunitense, dobbiamo perseguire una politica estera coordinata. Le economie di entrambi i Paesi sono in larga misura complementari. Nonostante un calo temporaneo nel commercio bilaterale lo scorso anno, all’inizio del 2016 questo trend negativo s’è invertito. Le vendite del primo trimestre sono aumentate del 3,6%. Allo stesso tempo, le esportazioni cinesi verso la Russia sono aumentate del 6,2%, mentre le esportazioni russe verso la Cina dell’1,1%. Un approfondimento completo dei nostri rapporti può essere un passo importante nella formazione di un nuovo ordine mondiale basato su principi del rispetto e della considerazione reciproca degli interessi di tutti i partecipanti. Naturalmente, non possiamo dire che la Cina sia esente da problemi. Il governo e il popolo cinesi sono impegnati a risolvere i problemi della corruzione, le contraddizioni tra città e campagna, l’inquinamento dell’ambiente. Ma il merito della leadership cinese è che non sembra lontano da questi problemi e cerca di risolverli. A questo proposito, sono fiducioso a che il 13° Piano quinquennale adottato di recente dalla Cina sia completato con successo. Sarà anche raggiunto l’obiettivo principale del piano, creare nel 2020 una “società moderatamente prospera”. Credo che la Cina oggi abbia tutte le ragioni per essere ottimista sul futuro. Credo che per il centenario della nascita del PCC, il Paese potrà non solo attuare pienamente tutte le decisioni per la costruzione di una società moderatamente prospera, ma anche conseguire nuove vittorie spettacolari nello sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi. Noi comunisti russi, seguendo da vicino lo sviluppo della Cina, non vediamo l’ora di vedere i vostri successi. Auspico di cuore al popolo cinese maggiore successo nel raggiungere i propri obiettivi!695562_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Majdan: la deriva fascista di una “rivoluzione” anti-russa

Jean Geronimo, Mondialisation, 27 aprile 2016

“Stati Uniti ed Unione europea vogliono in Ucraina un’altra ”rivoluzione colorata'”.
Sergej Lavrov, Mosca, 24 aprile 2014

ukraine_nato_ucheniya7Il drammatico ritiro europeo del presidente ucraino Viktor Janukovich fu per Washington il pretesto per rovesciarlo e controllare uno Stato strategico dell’Eurasia post-comunista. Tale azione mostra l’ossessivo vecchio sogno da guerra fredda: ricacciare la potenza russa dal suo spazio storico. Contrariamente alla propaganda mediatica per ammaestrare l’opinione pubblica internazionale, Janukovich non mise mai in discussione la riconciliazione sotto la sua presidenza dell’Ucraina con l’Unione europea. Invece, cercò di riequilibrarne la posizione tra Europa e Russia, finora rivolta al “sogno europeo”. A tal fine, volle rinegoziare, maldestramemte, l’accordo di associazione e di libero scambio in programma il 23 novembre 2013 tra UE e Ucraina, il meno adatto per la situazione disastrosa dell’economia, oscurando gli stretti legami con la Russia, che controllava un terzo del capitale. A seguito della tardiva comprensione ed alle allettanti proposte russe del 17 dicembre 2013 per un prestito di 15 miliardi di dollari e la riduzione di un terzo dei prezzi del gas, l’improvviso cambio portò a discreditare il “corrotto” Janukovich, di cui Putin si era rammaricato della debolezza. Spinto dagli estremisti, il movimento sociale fu rapidamente politicizzato e divenne violento. Nacque così la “rivoluzione” di Majdan. Ci s’interroga sulla natura di tale “rivoluzione” che sancì la cacciata di V. Janukovych, il giorno dopo l’accordo (ancora) del 21 febbraio 2014 tra gli attori nel conflitto e il cui rispetto avrebbe potuto, in ultima analisi, evitare la sanguinosa guerra civile nel sud-est.

Un colpo di Stato nazionalista, manipolato dall’occidente
Violando l’accordo del 21 febbraio, a seguito di un'”insurrezione” dubbia, secondo Jacques Sapir, organizzata da forze oscure sostenute dall’occidente, si attuava il 22 febbraio 2014 il colpo di Stato contro Janukovich. Finora le Nazioni Unite, come il Consiglio d’Europa, denunciavano l’eccessivo ritardo della giustizia sugli abusi mortali a Kiev e Odessa con cui tale colpo di Stato nazionalista fu scatenato da forze fasciste, ed anche “proprio naziste” secondo JM Chauvier. Per Putin, gli autori del colpo di Stato sono ben noti: sappiamo “quanto sono stati pagati, come sono stati preparati, in quali Paesi, e chi erano i loro istruttori“. Il colpo di Stato, dopo una breve transizione politica, permetteva l’incoronazione a presidente di P. Poroshenko il 25 maggio 2014, candidato filo-europeo più adatto a difendere gli interessi del governo degli Stati Uniti, del grande capitale e degli oligarchi dell’Ucraina occidentale contro la “minaccia comunista”. Il sogno europeo controllato dagli Stati Uniti. In definitiva, tale inflessione pro-europea dell’Ucraina sarà il catalizzatore del riavvicinamento con la NATO, genuino relè della diplomazia americana, come previsto da Zbigniew Brzezinski: “L’espansione dell’Europa e della NATO perseguirà gli obiettivi a breve termine, così come la politica a lungo termine, degli Stati Uniti“. In questo contesto, su pressione degli Stati Uniti, Poroshenko costruiva la sua popolarità, e strategia, contro la “minaccia russa”. Il 14 settembre 2015 confermava che la “minaccia numero uno era la Russia” e così giustificava l’appello alla NATO. Strutturalmente impregnato dallo spirito della guerra fredda, dalla dottrina Brzezinski che sostiene la riduzione della potenza russa, il governo degli Stati Uniti avanzò le sue pedine, e le sue basi, sulla scacchiera eurasiatica. L’obiettivo di Washington in Ucraina è impedire il ritorno dell’influenza russa in Europa e in particolare contrastarne le ambizioni al dominio che, di fatto, metterebbe in discussione la leadership ereditata dall’anticomunismo. Il principio del controllo strategico del continente europeo fu evidenziato da H. Kissinger quale elemento chiave della politica degli Stati Uniti: “Da quando gli USA entrarono nella prima guerra mondiale, nel 1917, la loro politica si basa sull’idea che sia loro interesse geopolitico evitare che qualsiasi potenza possibilmente ostile domini l’Europa“. Tale preoccupazione strategica al centro dell’analisi di Brzezinski giustificando il mantenimento del clima da guerra fredda riattivando, tramite la strategia della disinformazione, il mito del “nemico russo” in Ucraina, sostenendo gli Stati Uniti nell’espansione verso est dello spazio neoliberale europeo e dell’integrazione atlantista contro gli interessi russi. Alla fine, tale quadro spiega la decisione del comandante delle forze alleate in Europa Philip Breedlove, che aveva detto al Congresso degli Stati Uniti nel febbraio 2016, di “contenere” la Russia e, se necessario, di “sconfiggerla”. Preoccupante.

La “rivoluzione” fascista diretta contro Mosca
ukr-nato L’eliminazione di un leader politico filo-russo democraticamente eletto ma fastidioso, avendo respinto da un lato, la logica ultraliberale dell’accordo di associazione e, dall’altro, l’influenza eccessiva dell’austerity europea controllata dal FMI, è stato l’obiettivo unificante della coalizione anti-Janukovich. Opposizione dalla variegata base nazionalista, formata anche da correnti neonaziste. La strana coalizione “rivoluzionaria” veniva infine sostenuta e guidata dalle potenze occidentali su impulso statunitense. “Washington ha sostenuto attivamente Maidan” denunciava Vladimir Putin il 16 ottobre 2014, ipotesi confermata dalla confessione del 31 gennaio 2015 di Barack Obama sulla CNN. A poco a poco, spinta da una forza irresistibile, la curiosa “rivoluzione” liberalnazionale euromaidan si radicalizzò dando la caccia ai “nemici”, e ai comunisti russi, arrivando agli eccessi politici, dal 15 aprile 2014 con la terribile repressione in Oriente e dal 2 maggio 2014 con il vergognoso massacro di Odessa. Un’ultima conseguenza di tale sviluppo fu l’emergere delle leggi di “pulizia”, portando al divieto del Partito Comunista ucraino il 24 luglio 2015 e, per estensione, a consacrare i vecchi eroi collaborazionisti delle Waffen-SS. Inquietante revisione della storia ucraina, che promuove la rinascita dell’ideologia nazista sostenuta da temibili gruppi paramilitari. Delirante. Tendenzialmente, la “rivoluzione” a Kiev è un’estensione delle “rivoluzioni colorate” di natura neoliberale contro l’ex-Unione Sovietica negli anni 2000 per insediare capi filo-occidentali vicini a Washington e facilmente manipolabili. La generalizzazione inconsapevole di tale strategia “rivoluzionaria” in Medio Oriente fu segnalata il 20 dicembre 2015 da Jeffrey Sachs, consigliere speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite: “(…) gli Stati Uniti dovrebbero smettere con le operazioni segrete della CIA per rovesciare o destabilizzare i governi in diverse parti del mondo“. Lo scenario ucraino dà l’impressione di un ben oliato meccanismo politico sotto l’occhio vigile dell’ambasciata degli Stati Uniti, che supervisiona il progresso “rivoluzionario”. Il ruolo delle organizzazioni non governative e dei governi stranieri, così come l’interferenza sorprendente dei capi occidentali (J. Kerry e Ashton), ancora una volta, furono decisivi, con gli oscuri cecchini di Majdan, nella costruzione del “punto critico” per destabilizzare il potere e far riuscire questa fase rivoluzionaria. Non vi è dubbio che oggi tali cecchini fossero collegati all’opposizione radicale anti-Janukovich e che furono integrati, con le milizie brune, nella strategia per destabilizzare il regime filo-russo. E inoltre, con la pressione “democratica” anti-russa guidata dal duo USAID-NED (1), vettore di tutte le “rivoluzioni” post-sovietiche tramite il supporto dollarizzato dell’opposizione ucraina e della propaganda occidentale, nel rafforzare la “società civile”. Soprattutto, tale supporto rientra nel bilancio degli Stati Uniti per finanziare la strategia della “deterrenza” contro la Russia nello spazio eurasiatico, spesa quadruplicata dal progetto di bilancio 2017 nell’ambito della nuova guerra ibrida. Alla fine, per il soft power si tratta di sradicare i valori sovietici simboleggiati dalla minaccia comunista del “dittatore” Putin rimasto, secondo una strana credenza occidentale, l'”homo-Sovieticus” che aspira a ristabilire l’Impero. Delirante.

L’avanzata della NATO nell’area post-sovietica
Nel contesto di crescenti tensioni USA-Russia, il ritorno della Crimea nella madrepatria russa può essere spiegato come tentativo di Mosca di mantenere un avamposto strategico di fronte all’avanzata provocatrice della NATO nello spazio post-sovietico, suo estero vicino definito quale baluardo. In altre parole, la Crimea può essere considerata una “mossa strategica” di V. Putin sulla scacchiera eurasiatica per preservare le posizioni e difendere gli interessi nazionali, minacciati dall’inflessione anti-russa della diplomazia europea. La mossa vincente fu resa possibile dall’estrema incapacità occidentale dietro il colpo di Stato nazionalista, offrendo la possibilità al presidente russo, attraverso il referendum del 16 marzo 2014, di ritrovare la Crimea e quindi eliminare lo “storico errore” di Krusciov del 1954. Per Putin non c’è dubbio che la NATO dominata dagli Stati Uniti rimanga fedele al vecchio obiettivo della guerra fredda, rafforzare la propria superiorità militare influenzando l’equilibrio strategico in Eurasia. Per giustificare tale obiettivo e “dare senso” alla propria esistenza, la NATO ha costruito in Ucraina il “nemico”, secondo il capo della diplomazia russa S. Lavrov, il 14 aprile 2016. In alcuni Stati dell’ex-blocco sovietico, la NATO sarebbe diventata, per HC Encausse, “(…) un’alleanza per proteggersi dalla Russia, sospettata di ambizioni neo-imperiali”. Ciò spiega, forse, la notevole espansione delle strutture dell’Alleanza nella periferia europea della Russia che Washington giustifica con le sue “interferenze” in Ucraina. Tuttavia, l’avvertimento del Cremlino lanciato il 23 settembre 2015 dal portavoce Dmitrij Peskov è chiaro: “Ogni avanzata dell’Alleanza per chiuderci nei nostri confini riceverà le contromisure per garantire la nostra sicurezza nazionale“. La Russia, sulla difensiva. Il 20 maggio 2015 tale paranoia anti-russa, alimentata da disinformazione, informazioni parziali o fuorvianti, fu illustrata dal discorso allarmista del capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale e della Difesa ucraino Aleksandr Turchinov: “La minaccia mondiale oggi proviene dalla Russia ed esige una reazione adeguata e forte“. La richiesta sembra sia stata recepita il 23 giugno 2015 dal segretario alla Difesa A. Carter, che confermava l’insediamento “temporaneo” di armi pesanti in Europa centrale e orientale, in risposta alle “provocazioni russe”, violando l’atto fondatore NATO-Russia firmato il 27 maggio 1997. All’inizio di febbraio 2016, Carter annunciava di quadruplicare l’aiuto degli Stati Uniti agli alleati europei nel 2017, per l'”aggressione russa all’Europa l’Oriente”. Per Kissinger, la NATO mantiene la sua storica funzione anti-russa, incentrata sulla protezione dell’Europa: una “polizza assicurativa contro il nuovo imperialismo russo”. Oggi, le spese militari della NATO (800 miliardi di dollari) sono 11 volte superiori a quelle della Russia (70 miliardi) e quindi creano un’asimmetria pericolosa. La pressione psicologica surreale contro la Russia, di fatto, ne ha riattivato l’istinto di sopravvivenza strutturato dal sistema sovietico contro l’asse NATO-USA. Alla fine, nonostante la recessione economica, sancita dal declino produttivo del 3,8% del PIL nel 2015, Putin ha confermato nel 2016 la prosecuzione dello sforzo militare “difensivo” dalla Russia, aumentandone il bilancio. Ritornano i vecchi riflessi.

Kiev, perno dello scacchiere
La crisi a Kiev riflette la partita a scacchi tra Stati Uniti e Russia con l’opposizione neo-ideologica tra assi euro-atlantico e eurasiatico, di cui l’Ucraina è parte cruciale, il “pivot”. Facendo dell’Ucraina “una bomba geopolitica” (2) a scoppio ritardato, tale configurazione strategica giustifica il rafforzamento nell’Europa orientale della NATO per “resistere alle pressioni della Russia”, secondo la confessione, ai primi di marzo 2016, del segretario generale dell’Alleanza, Jens Stotenberg. Il 17 marzo 2016, A. Carter definiva la Russia come prima “minaccia globale” per gli Stati Uniti.20140305_140305-nuc_rdax_775x5161) La destabilizzazione politica dei regimi filo-russi si basa su l’aspetto democratico delle strutture governative (USAID) e non governative (NED) statunitensi. Il National Endowment for Democracy (NED) è una fondazione privata dal grande budget in gran parte finanziato dal Congresso degli Stati Uniti con cui finanzia molte ONG per promuovere la democrazia nel mondo. L’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale (USAID) ha la leadership politica dal dipartimento di Stato e mira a promuovere un quadro democratico ed equilibrato per lo sviluppo nel mondo. Interviene per promuovere gli obiettivi, e i valori, della politica estera statunitense. Una forma di “quarto” catalizzatore delle “rivoluzioni colorate”.
2) Jean Geronimo (2015): “L’Ucraina: una bomba geopolitica nel cuore della guerra tiepida” Prefazione J. Sapir, ed. Sigest.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come le centrali della NATO controllano la politica dell’UE sui rifugiati

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/04/2016Merkel-ErdoganUn fiume incontrollato di profughi di guerra da Siria, Libia, Tunisia e altri Paesi islamici destabilizzati dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’ di Washington, ha creato il più grande caos sociale nell”UE, dalla Germania alla Svezia alla Croazia, dalla fine della seconda guerra mondiale. Ormai è chiaro che più di qualcosa di sinistro è in corso, minacciando di distruggere il tessuto sociale del nucleo della civiltà europea. Pochi si rendono conto che l’intero dramma è orchestrato non dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, o dagli anonimi eurocrati della Commissione UE di Bruxelles. È orchestrato dalla cabala di think tank della NATO. L’8 ottobre 2015 tra il grande flusso di centinaia di migliaia di rifugiati inondanti la Germania da Siria, Tunisia, Libia e altri Paesi, una nuova e sicura di sé cancelliera tedesco Angela Merkel proclamava in un popolare programma televisivo tedesco che “ho un piano”, occasione per una frecciata tagliente ai partner della coalizione guidatu dal capo della bavarese CSU, Horst Seehofer, critico verso la posizione di accoglienza dei profughi di Merkel nella primavera 2015, che ha visto più di un milione di rifugiati entrare in Germania solo l’anno scorso. Da quel momento, con determinazione di ferro, la cancelliera tedesca ha difeso il criminale regime di Erdogan in Turchia, partner essenziale del suo “piano”. La maggior parte del mondo ha visto con stupore come abbia ignorato i principi della libertà di parola e deciso di perseguire pubblicamente un noto comico della TV tedesca, Jan Boehmermann, per le sue osservazioni satiriche sul presidente turco. Era stupita da come il simbolo della democrazia europea, la cancelliera tedesca, abbia scelto d’ignorare l’imprigionamento da parte di Erdogan dei giornalisti e la chiusura dei media dell’opposizione, procedendo nei piani per imporre di fatto la dittatura in Turchia. Era perplessa per come il governo di Berlino abbia scelto d’ignorare le prove schiaccianti di come Erdogan e la famiglia materialmente favoriscano i terroristi dello SIIL in Siria, in realtà creatori della crisi dei rifugiati. Era stupita di vedere spingere l’UE a consegnare miliardi di euro al regime di Erdogan per il presunto accordo sul flusso di rifugiati dai campi profughi turchi alla vicina UE passando per la Grecia e non solo.

Piano Merkel
Tutte queste azioni apparentemente inspiegabili della una volta pragmatica leader tedesca, sembrano risalire all’adozione di un documento di 14 pagine preparato da una rete di gruppi di riflessione pro-NATO, sfacciatamente intitolato “Piano Merkel”. Ciò che la neo-sicura di sé cancelliera tedesca non disse alla sua ospite Anne Will o ai telespettatori fu che “il suo” piano le era stato consegnato solo quattro giorni prima, il 4 ottobre, come documento dal titolo Piano Merkel, da un neonato think-tank internazionale, ovviamente ben finanziato, chiamato Iniziativa per la Stabilità Europea o ESI. Il sito dell’ESI indica avere uffici a Berlino, Bruxelles e Istanbul, Turchia. Il sospetto è che gli autori de piano ESI l’abbiano intitolato come se provenisse dall’ufficio della Cancelliera tedesca e non da loro. Più sospetto è il contenuto del Piano Merkel dell’ESI. Oltre ad accogliere già più di un milione di rifugiati nel 2015, la Germania dovrebbe “accettare di concedere asilo a 500000 rifugiati siriani registrati in Turchia nei prossimi 12 mesi“. Inoltre, “la Germania dovrebbe accettare le richieste provenienti dalla Turchia… e fornire un trasporto sicuro ai candidati… già registrati presso le autorità turche…” E infine “la Germania dovrebbe accettare di aiutare la Turchia ad avere esenzioni sul visto di viaggio per il 2016“. Il cosiddetto piano Merkel è un prodotto dei think tank legati a NATO-USA e a governi dei Paesi membri della NATO o potenziali soci. La massima “seguire il denaro” è istruttiva in questo caso, per vedere chi realmente dirige l’Unione europea oggi.

ESI
unbenannte-anlage-00300 L’ESI nasce dai tentativi della NATO di trasformare il Sud-Est Europa dopo la guerra istigata dagli USA in Jugoslavia negli anni ’90, portando alla balcanizzazione del Paese e la creazione di una importante base USA e NATO, Camp Bondsteel in Kosovo. L’attuale presidente dell’ESI, direttamente responsabile del documento finale Piano Merkel è il sociologo austriaco residente ad Istanbul Gerald Knaus. Knaus è anche membro del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) e dell’Open Society. Fondato a Londra nel 2007, l’ECFE è un’imitazione dell’influente Counsil on Foreign Relations di New York, il think-tank creato dai banchieri Rockefeller e JP Morgan nel corso dei colloqui di pace di Versailles del 1919, per coordinare la politica estera globale anglo-statunitense. Significativamente, il riccone creatore dell’ECFR è il miliardario statunitense e finanziatore delle rivoluzioni colorate George Soros. Praticamente ogni rivoluzione colorata è stata sostenuta dal dipartimento di Stato degli USA dal crollo dell’Unione Sovietica, come in Serbia nel 2000, Ucraina, Georgia, Cina, Brasile e Russia. George Soros e le propaggini delle sue Open Society Foundations finanziano di nascosto ONG e attivisti per la “democrazia” per insediare regimi pro-Washington e filo-NATO. I membri scelti, chiamati membri del Consiglio o associati dell’ECFR londinese comprendono il co-presidente Joschka Fischer, ex-ministro degli Esteri del Partito dei Verdi tedesco che spinse il suo partito ad appoggiare l’illegale bombardamento di Bill Clinton della Serbia nel 1999, privo del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli altri membri del Consiglio del think tank Counsil on Foreign Relations europeo di Soros includono l’ex-segretario generale della NATO Xavier Solana, il falsificatore ex-ministro della Difesa tedesco caduto in disgrazia Karl-Theodor zu Guttenberg; Annette Heuser, direttrice esecutiva del Bertelsmann Stiftung di Washington DC; Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; Cem Ozdemir, presidente dei Buendnis90/Die Gruenen; Alexander Graf Lambsdorff, deputato del partito liberale tedesco (FDP); Michael Sturmer, corrispondente Capo del Die Welt; Andre Wilkens, direttore della Fondazione Mercator; il difensore della pederastia al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit. Cohn-Bendit, noto come “Danny il Rosso” nelle rivolte studentesche francesi del maggio 1968, fu membro del gruppo autonomista Revolutionaerer Kampf (Lotta Rivoluzionaria) a Ruesselsheim, in Germania, insieme al suo stretto alleato e ora presidente dell”ECFR Joschka Fischer. I due continuano ari trovarsi nell’ala “Realo” dei Verdi tedeschi. Le Open Society Foundations è la rete che “promuove la democrazia” esentasse creata da George Soros per promuovere il “libero mercato” pro-FMI dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per liberalizzare il mercato delle economie ex-comuniste aprendo le porte al sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio minerario ed energetico di quei Paesi. Soros fu l’importante finanziatore del team economico liberale di Boris Eltsin, tra cui l’economista da “Terapia d’urto” di Harvard Jeffrey Sachs e il consigliere liberale di Eltsin Egor Gajdar. Già è chiaro che il “Piano Merkel” è il Piano Soros in effetti. Ma c’è di più, se vogliamo comprendere l’ordine del giorno più oscuro dietro il piano.

I finanziatori dell’ESI
L’Iniziativa per la Stabilità Europea, il think-tank di Gerald Knaus collegato a Soros è finanziato da un impressionante serie di donatori. Il suo sito web li elenca; oltre alle Open Society Foundations di Soros, vi è la Mercator Stiftung tedesco legato a Soros, e la Robert Bosch Stiftung. Altro finanziatore è la Commissione europea. Poi, curiosamente la lista dei finanziatori del piano Merkel comprende un’organizzazione dal nome orwelliano, l’United States Institute of Peace. Alcune ricerche rivelano che l’Istituto della Pace degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la pace, essendo presieduto da Stephen Hadley, ex-consigliere dell’US National Security Council dell’amministrazione guerrafondaia neo-con di Bush-Cheney. Il suo consiglio di amministrazione comprende Ashton B. Carter, l’attuale falco neo-con segretario della Difesa dell’amministrazione Obama; il segretario di Stato John Kerry; il Maggiore-Generale Federico M. Padilla, presidente della National Defense University degli Stati Uniti. Questi sono alcuni architetti molto stagionati della strategia del Dominio a Pieno Spettro del Pentagono per il dominio militare mondiale degli USA. Gli autori del “Piano Merkel” dell’Iniziativa per la Stabilità Europea, oltre alla generosità delle fondazioni di George Soros, indica come ‘primo’ finanziatore il German Marshall Fund* degli Stati Uniti. Come ho descritto nel mio libro, il think tank German Marshall Fund è tutt’altro che tedesco; “E’ un think tank statunitense di Washington DC. Di fatto, la sua agenda è la distruzione della Germania del dopoguerra e più in generale degli Stati sovrani dell’UE per adattarli al programma di globalizzazione di Wall Street“. Il German Marshall Fund di Washington è coinvolto nell’agenda del cambio di regime mondiale degli Stati Uniti d’America in combutta con il National Endowment for Democracy finanziato dagli Stati Uniti, le fondazioni Soros e la facciata della CIA chiamata USAID. Come descrivo nel libro, “Il principale obiettivo del German Marshall Fund, secondo la sua relazione annuale del 2013, è sostenere l’agenda del dipartimento di Stato nelle cosiddette operazioni di costruzione della democrazia nei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale e sud- orientale, dai Balcani al Mar Nero. Significativamente il loro lavoro include l’Ucraina. Nella maggior parte dei casi, collabora con l’USAID, ampiamente identificata quale facciata della CIA collegata al dipartimento di Stato, e la Stewart Mott Foundation che finanzia la National Endowment for Democracy finanziata dal governo degli Stati Uniti“. In particolare, la stessa Stewart Mott Foundation finanzia il Piano Merkel dell’ESI, come anche il Rockefeller Brothers Fund. Tutto questo dovrebbe far riflettere da chi e per quali obiettivi è stato firmato l’accordo Merkel-Erdogan sulla crisi dei rifugiati nell’UE. La fazione Rockefeller-Bush-Clinton negli Stati Uniti intende usarlo quale grande esperimento d’ingegneria sociale per creare caos e conflitti sociali nell’UE, mentre allo stesso tempo le loro organizzazioni non governative, come NED, Freedom House e fondazioni Soros, si agitano in Siria, Libia e nel mondo islamico? La Germania, secondo l’ex-consigliere del presidente degli Stati Uniti e amico intimo dei Rockefeller, Zbigniew Brzezinski, è il “vassallo” degli Stati Uniti nel mondo post-90? Finora, c’è la prova abbastanza netta che sia così. Il ruolo dei think tank collegati a Stati Uniti e NATO è fondamentale per comprendere come la Repubblica Federale di Germania e l’Unione europea siano in realtà eterodirette da oltre Atlantico.Dutch-Newshour-interview-Screenshot-Gerald-Knaus-28-January-2016*Il German Marshall Fund è anche l’ente che ha creato e promosso l’orrido mostriciattolo nazipiddino euroatlantista Federica Mogherini. NdT.

F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Seymour Hersh su ricatto saudita e liquidazione di Usama bin Ladin

Ken Klippenstein AlterNet 20 aprile 2016Seymour Hersh Promotes His Book Chain of CommandSeymour Hersh è un giornalista investigativo statunitense vincitore di numerosi premi, tra cui il Premio Pulitzer per l’articolo che svelò il massacro di My Lai dei militari statunitensi in Vietnam. Ultimamente ha svelato gli abusi del governo statunitense sui detenuti nella prigione di Abu Ghraib. Il nuovo libro di Hersh, L’uccisione di Usama bin Ladin, corregge il resoconto ufficiale della guerra al terrore. Spinto dai racconti di numerosi altri ufficiali, Hersh sfida la narrativa comunemente accettata: che il presidente siriano Bashar al-Assad sia stato responsabile dell’attacco con il gas Sarin nel Ghuta; che il governo pakistano non sapesse che bin Ladin era nel Paese; che l’ambasciatore J. Christopher Stevens fosse nel consolato degli Stati Uniti di Bengasi a titolo esclusivamente diplomatico; che Assad non voleva rinunciare alle armi chimiche finché gli Stati Uniti gli dissero di farlo.

Ken Klippenstein: Nel libro descrive il sostegno finanziario saudita per la villa in cui Usama bin Ladin era tenuto in Pakistan. Si trattava di funzionari del governo saudita, privati o entrambi?
Seymour Hersh: I sauditi corruppero i pakistani per non dirci (che il governo pakistano aveva bin Ladin) perché non volevano farcelo interrogare (è la mia ipotesi), perché non ci avrebbe mai parlato, probabilmente. La mia ipotesi è che non sappiamo nulla di cosa sia veramente accaduto l’11 settembre. Non lo sappiamo. Non sappiamo chi ha fatto cosa.

KK: Quindi non sa se il silenzio fu comprato dal governo saudita o da privati?
SH: Il denaro era del governo… ciò che facevano i sauditi, come mi è stato detto da persone ragionevoli (non ne ho scritto) è che trasferivano petroliere ai pakistani per rivenderne il petrolio. Si trattava davvero di molti soldi.

KK: Per la villa di bin Ladin?
SH: Sì, in cambio della tranquillità. I pakistani tradizionalmente proteggevano Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

KK: Ha idea di quanto l’Arabia Saudita abbia pagato il Pakistan per il silenzio?
SH: Mi hanno dato delle cifre, ma non ci ho lavorato, quindi le riprendo soltanto. So che era certamente molto, parliamo di quattro o cinque anni, e di centinaia di milioni (di dollari). Ma non ne so abbastanza per parlarne.

KK: Cita un funzionario in pensione degli USA dire che l’eliminazione di bin Ladin fu “chiaramente e assolutamente un omicidio premeditato”, e un ex-comandante dei SEAL dire “legalmente, per quanto ne sappiamo, ciò che facemmo in Pakistan era omicidio”. Pensa che bin Ladin sia stato privato del giusto processo?
SH: (Ride) Era un prigioniero di guerra! I SEAL non erano orgogliosi di questa missione; erano così arrabbiati per come era finita… so parecchio di cosa pensano e di cosa pensavano e di ciò di cui furono ragguagliati; vi dirò che erano assai scontenti dell’attenzione avuta su ciò, perché andarono e spararono semplicemente. Guarda cosa hanno fatto prima. Omicidi mirati. Questo è quello che facciamo. I SEAL capirono che se venivano catturati dalla polizia del Pakistan, potevano essere processati per omicidio. L’avevano capito.

KK: Perché non presero bin Ladin? Si può immaginare l’intelligence che ne avremmo ricavato?
SH: L’alto comando pakistano disse di ucciderlo, ma per l’amor del cielo di non lasciargli il cadavere, di non arrestarlo, bastava dire che una settimana dopo era stato ucciso nell’Hindu Kush. Questo era il piano. Molte aree, in particolare quelle urdu, erano assai favorevoli a bin Ladin. percentuali significative in alcune zone lo supportavano. (Il governo pakistano) sarebbe stato sotto grave pressione se il comune cittadino sapeva che aveva partecipato all’omicidio.

KK: Quanto furono danneggiate le relazioni USA/Pakistan quando, come fa notare nel libro, Obama violò la promessa di non parlare della cooperazione del Pakistan nell’assassinio?
SH: Passammo molto tempo con i generali (pakistani) Pasha e Kayani, a capo dell’Esercito e dell’ISI, il servizio d’intelligence. Perché? Perché siamo così preoccupati per il Pakistan? Perché ha le bombe (nucleari)…. Almeno 100, probabilmente di più. E vogliamo pensare che condivida ciò che sa con noi e non ce lo nasconda. Non sappiamo tutto quello che pensiamo di sapere e non ci dicono tutto… così quando lui (Obama) lo fece, stava davvero scherzando con il fuoco, in un certo senso…. (bin Ladin) aveva mogli e figli. Li abbiamo mai incontrati? No. Non l’abbiamo mai fatto. Basta pensare a tutte le cose che non abbiamo fatto. Non contattammo nessuna delle mogli, non abbiamo fatto molto interrogatori, li abbiamo lasciati andare. Ci sono persone che ne sanno molto di più e vorrei che parlassero, ma non lo fanno.

KK: Scrive che Obama autorizzò la ratline con cui la CIA inviava armi dalla Libia in Siria poi finite nelle mani dei jihadisti. (Secondo Hersh, questa operazione fu coordinata tramite il consolato di Bengasi dove fu ucciso l’ambasciatore statunitense Stevens). Quale fu il ruolo della segretaria di Stato Hillary Clinton avendo tale ruolo significativo in Libia?
SH: L’unica cosa che sappiamo è che era molto vicina a Petraeus, direttore della CIA all’epoca… non era fuori dal giro quando c’erano le operazioni segrete…. L’ambasciatore che fu ucciso era noto come uno che, da quanto ho capito, non avrebbe ostacolato la CIA. Come ho scritto, il giorno della missione incontrò il capo della base della CIA e della compagnia di navigazione. Era certamente coinvolto, consapevole e sapeva tutto ciò che succedeva. E non c’è modo che qualcuno in quella posizione cruciale non parlasse al boss, tramite certi canali.

KK: Nel libro cita un ex-funzionario dell’intelligence dire che la Casa Bianca respinse 35 obiettivi forniti dallo Stato Maggiore i quanto non sufficientemente dannosi per il regime di Assad. (Si noti che gli obiettivi originali includevano solo siti militari e alcuna infrastruttura civile). Più tardi la Casa Bianca propose un elenco di obiettivi comprendente infrastrutture civili. Quante perdite civili ci sarebbero state se l’attacco proposto dalla Casa Bianca fosse stato effettuato?
SH: Pensi davvero che in ogni momento ciò venisse discusso? Sa chi era il più saggio su questo: Dan Ellsberg. Quando l’incontrai fu nel ’70, ’71, durante la guerra del Vietnam. Credo di averlo incontrato prima dei Pentagon Papers. Ricordo che mi disse che pose questa domanda in una riunione per la pianificazione della guerra (sugli obiettivi dei B-52) e nessuno ci aveva ancora badato. Davvero non davano alcun serio sguardo agli obiettivi. È possibile vedere un film in cui sembrano farlo, ma non è proprio così. Non so se (sulla Siria) badassero ai danni collaterali e ai non combattenti, ma so che nelle guerre del passato non fu mai un grosso problema…. Parliamo del Paese che sganciò la seconda bomba su Nagasaki.

KK: In una recente intervista a Atlantico, Obama ha definito la sua politica estera come “Non fare cazzate”.
SH: Ho letto il pezzo di Jeff Goldberg… e, naturalmente mi ha infastidito, ma è un’altra storia.

KK: Come fa notare nel libro, Obama originariamente voleva rimuovere Assad. Non è la definizione di stupidità? Il vuoto di potere che ne sarebbe derivato avrebbe aperto la Siria a tutti i gruppi jihadisti.
SH: Dio sa che non posso dire perché qualcuno fa qualcosa. Non sono nelle loro teste. Posso dire che la stessa domanda fu posta dal Presidente dello Stato Maggiore Dempsey, motivo per cui ho potuto scrivere delle loro intenzioni, indirettamente, alle spalle (di Obama), poiché nessuno riusciva a capirne il perché. Non so perché ci ostiniamo a vivere nella guerra fredda, ma lo facciamo. La Russia in realtà ha fatto un ottimo lavoro. Non solo ha effettuato bombardamenti più efficaci di quelli che facciamo, ma penso sia giusto dirlo. La Russia ha fatto anche cose in modo più sottile e più interessante: ha rinnovato l’esercito siriano. Ha preso le principali unità di prima linea dell’Esercito siriano, gli ha dato competenze e le ha riequipaggiate. Hanno ricevuto nuove armi e avuto un paio di settimane di riposo, poi sono ritornate meglio addestrate e sono diventate un esercito di molto migliorato. Credo che in principio non ci sia proprio alcun problema, volevamo sbarazzarci di Bashar. Credo che fu fraintesa la resistenza. Wikileaks è molto serio su questo… c’è un numero sufficiente di documenti del dipartimento di Stato che mostra che dal 2003 in poi abbiamo davvero seguito una politica grossolana, non cruenta ma con milioni di dollari versati all’opposizione. Certamente non eravamo un governo estero neutrale in Siria. La nostra politica è sempre stata contro di lui (Assad). Una delle cose in cui ci s’imbatte nelle storie attuali è solo il travaglio che subiamo con lo SIIL, che presumibilmente invia squadroni del terrore a Bruxelles e nei sobborghi di Parigi… è molto chiaro, ironia della sorte, che una delle cose che Francia e Belgio (e molti altri Paesi) hanno fatto dall’inizio della guerra civile siriana, fu dire a chi voleva andarci a combattere, nel 2011-2013, ‘Vai, vai, vai… rovescia Bashar!’ Quindi in realtà spinsero molte persone ad andarci. Non credo che venissero pagate, ma certamente gli diedero i visti. E avrebbero trascorso quattro o cinque mesi prima di ritornare e compiere dei crimini, entrare in carcere per poi trovarseli ad uccidere la gente. È un vero e proprio modello. Mi ricordo quando la guerra iniziò nel 2003, la nostra guerra contro Baghdad, ero a Damasco per il New Yorker allora e vidi Bashar e una delle cose che mi disse fu, ‘Guardi, abbiamo un mucchio di giovani radicali e se vogliono andare a combattere, se vogliono lasciare la moschea qui a Damasco e andare a combattere a Baghdad, gli diciamo bene! Gli abbiamo anche dato degli autobus!’ Quindi è sempre stato tremendo, perché gli USA fanno quello che fanno? Perché non diciamo ai russi, collaboriamo?

KK: Allora perché non collaboriamo con la Russia? Sembra così ragionevole.
SH: Non lo so. Vorrei anche dire, non è la prima porta che ci contatta dall’11 settembre, la Russia? Ha appena subito una terribile guerra di 10 anni in Cecenia. Credetemi, l’influenza cecena nel mondo del jihadismo sunnita è forte. Per esempio mi fu detto dai miei amici della comunità d’intelligence che al-Baghdadi (che dirige lo SIIL) è circondato da molta gente con esperienza cecena. Molte persone coinvolte in quella operazione. Allora, chi ne sa di più del jihadismo? Si deve guardare la cosa dal punto di vista russo, ma non abbiamo mai guardato le cose dal punto di vista degli altri.

KK: Nel libro cita un consigliere del Joint Chiefs of Staff dire che Brennan disse ai sauditi di smettere di armare i ribelli estremisti in Siria o le loro armi si sarebbero esaurite, sembrava una richiesta ragionevole, ma poi fu segnalato che i sauditi avevano dilatato l’invio di armi.
SH: E’ vero.

KK: Gli Stati Uniti hanno fatto mai nulla per punire i sauditi di ciò?
SH: Niente. Ovviamente no. No, no. Ve lo dico io cosa succede ora… al-Nusra, certamente un gruppo jihadista … ha nuove armi. Ha alcuni carri amati ormai e credo che i sauditi forniscano altra roba. Ha carri armati ora, molte armi ed inscena alcune operazioni intorno Aleppo. C’è un cessate il fuoco e anche se non ne fa parte, ovviamente ne approfitta per rifornirsi. Sarà sanguinoso.

KK: Giusto per essere chiari, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per punire o almeno far desistere i sauditi dall’armare i nostri nemici in Siria?
SH: Al contrario. Sauditi, qatarioti e turchi pagano le armi (inviate ai jihadisti siriani). Si pone delle domande giuste. Non diciamo niente? A Erdogan no. La Turchia fa il doppio gioco completo: per anni ha sostenuto e ospitato lo SIIL. Il confine era spalancato, dalla provincia di Hatay, gente andava avanti e indietro, i cattivi. Sappiamo che Erdogan ne è profondamente coinvolto. Ora cambia un po’ il tono, ma ne è profondamente coinvolto. Mi permetta di parlare della storia del Sarin (l’attacco con il gas Sarin nel Ghuta, sobborgo di Damasco, che il governo degli Stati Uniti attribuì al regime di Assad) perché è davvero un mio cruccio. Nell’articolo della lunga intervista (ad Obama) di Jeff Goldberg… dice, senza citare la fonte (si deve presumere che sia il presidente perché parlava lui tutto il tempo) che il capo della National Intelligence, Generale (James) Clapper, gli disse subito dopo l’incidente (del sarin), “Ehi, non è una scherzetto”. Dovete capire che nella comunità d’intelligence Tenet (direttore della CIA dell’era Bush, tristemente noto per aver detto che le armi di distruzione di massa erano una “scherzetto”) lo disse della guerra a Baghdad, commentando seriamente. Ciò significa che c’è un problema nell’intelligence. Come sapete ho scritto di come il presidente del Joint Chiefs diede al presidente questa informazione lo stesso giorno. Ora ne so di più. La spiegazione del presidente per (non bombardare la Siria) era che i siriani avevano deciso quella notte che invece di essere bombardati, avrebbero rinunciato all’arsenale di armi chimiche, e nell’articolo su Atlantico, Goldberg scrive che (i siriani) non l’avevano mai rivelato prima. Questo è ridicolo. Lavrov (il Ministro degli Esteri della Russia) e Kerry parlavano da un anno di come sbarazzarsi dell’arsenale, perché era minacciato dai ribelli. La questione non era che (i siriani) avevano improvvisamente ceduto. (Prima dell’attacco nel Ghuta) ci fu un vertice del G-20 e Putin e Bashar s’incontrarono per un’ora. C’era la conferenza ufficiale di Ben Rhodes e disse che parlò della questione delle armi chimiche e di cosa fare. Il problema era che Bashar non poteva pagare, costava più di un miliardo di dollari. I russi dissero, ‘Ehi, non possiamo pagare tutto noi. I prezzi del petrolio calano e ci mancano i soldi’. Così, tutto quello che successe fu che decidemmo di gestire la cosa. Ci facemmo carico di buona parte dei costi. Indovini un po? Avevamo una nave, la Cape Maid, ormeggiata nel Mediterraneo. I siriani ci permisero di distruggere questa roba (le armi chimiche)… 1308 tonnellate furono spedite nel porto… e, indovinate un po’, un’unità d’indagine era lì. Potevamo dimostrarlo, avevamo tutto il Sarin e avevamo il Sarin usato nel Ghuta, l’ONU aveva una squadra che prese dei campioni, e indovinate un po’? Non corrispondevano. Ma non ne abbiamo sentito parlare. Ora che lo so, ho intenzione di scriverci su parecchio. Indovinate un po’ cosa sappiamo dall’analisi forense (avevamo tutti i razzi del loro arsenale). Nulla del loro arsenale si avvicinava a ciò che fu raccolto nel Ghuta. Conosco molte persone, ma nessuno ha intenzione di dire che non potevamo collegare, che non c’era alcun legame tra ciò che ci è stato dato da Bashar e ciò che fu utilizzato nel Ghuta. Lo trovo interessante. Non prova nulla, ma apre la porta ad ulteriori indagini e ulteriori interrogativi.

Obama e Dempsey

Obama e Dempsey

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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