Cosa significano gli attacchi di Donald Trump al Pakistan?

Vladimir Terehov, New Eastern Outlook 15.01.2018Pubblicato il 1° gennaio 2018, il tweet di Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, sull’errore di fornire al Pakistan aiuti finanziari (oltre 33 miliardi di dollari negli ultimi 15 anni), premiato con “nient’altro che menzogne e inganni“, è un importante notizia nella politica mondiale del nuovo anno appena arrivato. Parlando il giorno dopo ai giornalisti, la rappresentante permanente degli Stati Uniti presso l’ONU, Nikki Haley, chiariva che il presidente considerava la possibilità di porre fine all’assistenza finanziaria al Pakistan, che fornisce “rifugio sicuro ai terroristi” cacciati dagli statunitensi in Afghanistan. Per spiegazioni sul significato della dichiarazione di Donald Trump, l’ambasciatore statunitense ad Islamabad fu convocato al ministero degli Esteri del Pakistan. Il capo del dipartimento della politica estera del Pakistan, Khawaja Asif, affermava che Washington cerca d’incolpare il suo Paese per il fallimento della propria politica in Afghanistan. Sottolineando la partecipazione attiva del Pakistan alla lotta al terrorismo, ricordava che durante la guerra in Afghanistan, gli statunitensi effettuarono oltre 5700 attacchi dalle basi situate nel territorio pakistano. In generale, Donald Trump e Nikki Haley non hanno detto nulla di nuovo o di utile. Ricordiamo che, grosso modo, lo stesso fu detto sempre da Donald Trump il 21 agosto 2017, quando (dopo un silenzio prolungato) affrontò per la prima volta in maniera eccezionalmente puntuale e dolorosa le prospettive dei militari USA nell’avventura di 16 anni in Afghanistan. S’ipotizza che l’attuale accusa al Pakistan sia semplicemente la realizzazione delle minacce esplicite di Nikki Haley ai Paesi che il 18 e il 21 dicembre 2017 (rispettivamente, nel Consiglio di sicurezza e all’Assemblea generale delle Nazioni Unite), votarono per la risoluzione che nega il riconoscimento di Gerusalemme a capitale d’Israele. Sembra, tuttavia, che la vera ragione del malcontento USA nei confronti del Pakistan sia molto più seria. È probabile che sia la risposta a un evento estremamente significativo, avvenuto il 26 dicembre a Pechino, dove si svolse il “Primo Dialogo dei Ministri degli Esteri di RPC, Pakistan e Afghanistan”. Nel comunicato stampa congiunto dell’occasione, alcuni punti sono di rilievo:
– i rappresentanti del Pakistan e dell’Afghanistan si congratulano con i cinesi “per la positiva conclusione del XIX Congresso del PCC e sostengono pienamente la proposta del Presidente Xi Jinping” di visione del futuro di tutta l’umanità;
– si esprime disponibilità ad approfondire la cooperazione trilaterale, anche nel quadro del progetto “Nuova Via della Seta”, nella lotta al terrorismo e nella sicurezza;
– si afferma che il processo di pace in Afghanistan, “sostenuto a livello regionale e internazionale“, va condotto con la partecipazione di tutte le parti, inclusi i taliban, ma va “guidato” dall’Afghanistan stesso;
– il secondo incontro nella stessa composizione si terrà a Kabul “nel 2018”.
Il documento non contiene accenni al ruolo apparentemente negativo del Pakistan nel conflitto afghano. Non menziona la presenza militare da 16 anni in Afghanistan della principale potenza mondiale che vi ha sepolto enormi risorse finanziarie e sostenuto alti costi politici. Pertanto, la leadership statunitense ha tutte le ragioni d’essere sconvolta. Tanto più che Washington prevedeva di tenere entro la fine dello scorso anno una sua riunione tripartita sul problema afghano, nel formato “USA-Afghanistan-India”. Tuttavia, qualcosa è andato storto e il principale oppositore geopolitico degli Stati Uniti ha chiaramente rubato l’iniziativa del processo di risoluzione pacifica del conflitto afghano. A giudicare dai contenuti del documento citato, gli autori assegnano ad India e Stati Uniti un ruolo abbastanza indiretto, parlando della necessità di mantenere il processo a “livelli regionale e internazionale“. I partecipanti all’incontro di Pechino fu designato principale iniziatore e “leader” (ancora una volta poniamo l’accento su questo punto eccezionalmente importante) “l’Afghanistan stesso“. Va notata, tuttavia, l’osservazione del 27 dicembre a una conferenza stampa del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, secondo cui l’istituzione del “dialogo cino-pakistano-afghano” non è inteso a sostituire altre piattaforme internazionali dedite a questo problema. Aggiungiamo che ciò è semplicemente impossibile. Stati Uniti ed India non sono Stati che accetterebbero il ruolo ausiliario di certe forze “regionali e internazionali” nel processo di risoluzione del conflitto afghano. Va anche ricordato che il Pakistan vede in modo esplicito l’Afghanistan come retrovia strategica (“cortile”) nel confronto con l’India. Cosa con cui quest’ultima non sarà mai d’accordo, va aggiunto.
La posizione delle forze filoindiane è piuttosto forte nell’élite afgana, mentre le relazioni pakistano-afghane affrontano gravi problemi (incluse la ragione di cui sopra), accumulatisi negli anni. Tali problemi difficilmente possono essere risolti con un solo evento a livello ministeriale. Nel frattempo, Washington, che negli ultimi anni ha espresso chiara preferenza a sviluppare relazioni con l’India (il tweet di D. Trump è stato definito dal giornale Indian Expresssweet music“), non vuole rompere completamente i legami col Pakistan e non ha intenzione di cederlo ‘senza combattere’ alla piena influenza della RPC. Ciò in particolare è evidenziato dalla visita a Islamabad del segretario alla Difesa USA James Mattis tre giorni dopo lo scandaloso tweet di Donald Trump. Tuttavia, l’osservazione del vicedirettore della CNN Michael Kugelman su questa visita (“Congratulazioni, segretario Mattis. Sei diventato l’ultimo funzionario degli Stati Uniti a fare da vocalist a un disco irrimediabilmente rotto”), a quanto pare, riflette adeguatamente lo stato dei rapporti Stati Uniti-Pakistan. Sembra che il treno pakistano lasci gli Stati Uniti acquisendo notevole velocità e non sarà facile per Washington salire sull’ultimo vagone. Un articolo del quotidiano cinese Global Times intitolato opportunamente “Trump tweet draws China, Pakistan closer“, elenca le componenti principali della cooperazione Cina-Pakistan in rapido sviluppo. Tutto sommato, va affermata la cosa principale: i giochi sul controllo del territorio dell’Afghanistan, durati almeno due secoli con vari protagonisti, continueranno dopo il “Dialogo” di Pechino. Gli ultimi attacchi anti-Pakistan degli Stati Uniti, chiaramente provocati dal suddetto evento, ne sono una testimonianza.Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il matrimonio tra Stati Uniti e Arabia Saudita ha generato il jihadismo

I tentativi di usare il wahhabismo a nostro vantaggio alla fine sono stati disastrosi.
Daniel Lazare, The American Conservative 2 novembre 2017Chiacchierando col primo ministro australiano Malcolm Turnbull al summit di cooperazione economica Asia-Pacifico nel novembre 2016, Barack Obama menzionava l’Indonesia, dove trascorse parte dell’infanzia negli anni ’60. Il Paese, notò, era cambiato. Laddove i musulmani un tempo adottarono elementi di induismo, buddismo e animismo, oggi una versione austera dell’Islam prevale da quando l’Arabia Saudita riversa denaro nelle madrase wahhabite dagli anni ’90. Dove le donne circolavano a capo scoperto, l’hijab comincia a diffondersi. Ma perché, voleva sapere Turnbull, succedeva questo? “I sauditi non sono vostri amici?” Al che Obama rispose, “È complicato“. Quella parola copre molto, non solo il wahhabismo, l’ideologia saudita ultra-fondamentalista il cui impatto si fa sentire in tutto il mondo, ma anche riguardo gli Stati Uniti principale protettore dei sauditi, e coadiuvante, dalla Seconda guerra mondiale. Come ogni potenza imperialista, gli Stati Uniti possono essere senza scrupoli nei partner che scelgono. Quindi ci si potrebbe aspettare che guardino dall’altra parte quando gli amici sauditi diffondono le loro dottrine militanti in Indonesia, Filippine, subcontinente indiano, Siria e numerosi altri posti. Ma Washington ha fatto di più che guardare altrove. Ha incoraggiato attivamente tali attività collaborando coi wahhabiti in qualsiasi occasione, come l’Afghanistan, dove statunitensi e sauditi armarono i jihadisti per cacciare i sovietici negli anni ’80. Come anche la Bosnia, dove i due Paesi collaborarono a metà degli anni ’90 per contrabbandare centinaia di milioni di dollari in armi nella repubblica islamica di Alija Izetbegovi?, oggi roccaforte del salafismo wahhabita. Altri esempi degni di nota: il Kosovo, dove gli Stati Uniti si sono uniti agli “arabi afghani” e altri jihadisti sostenuti dai sauditi per supportare il movimento separatista di Hashim Thaçi; in Cecenia, dove i principali neocon come Richard Perle, Elliott Abrams, Kenneth Adelman, Midge Decter, Frank Gaffney, Michael Ledeen e R. James Woolsey difesero gli islamisti sostenuti dall’Arabia Saudita; la Libia, dove Hillary Clinton reclutò personalmente il Qatar per aderire all’azione contro Muammar Gheddafi e poi non disse nulla mentre il regno wahhabita inviava 400 milioni di dollari ai gruppi islamisti che volevano rovesciare il Paese; e naturalmente la Siria, dove i terroristi sunniti appoggiati da sauditi e altre petromonarchie hanno ridotto il Paese in un ossario. Gli Stati Uniti si dichiarano scioccati, scioccati!, dai risultati, mentre intascano la vincita. Ciò è evidente da una famosa intervista del 1998 a Zbigniew Brzezinski che in qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, fece tutto il possibile per inventare il fenomeno della jihad moderna. Alla domanda se avesse qualche rimpianto, Brzezinski fu sfacciato: “Rimpiangere cosa? Quell’operazione segreta era un’idea eccellente. Ebbe l’effetto di trascinare i russi nella trappola afgana e volete che me ne penti? Il giorno in cui i sovietici varcarono ufficialmente il confine, scrissi al presidente Carter: Ora abbiamo l’opportunità di dare all’URSS la sua guerra del Vietnam… Cos’è più importante per la storia del mondo? I taliban o il crollo dell’impero sovietico? Alcuni musulmani agitati o la liberazione dell’Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?” Oppure, come Graham Fuller, ex-vicedirettore del Consiglio nazionale sull’intelligence della CIA ed analista della RAND Corporation, un anno dopo: “La politica per guidare l’evoluzione dell’Islam e aiutarlo contro i nostri avversari ha funzionato meravigliosamente bene in Afghanistan contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere utilizzate per destabilizzare ciò che rimane della potenza russa e soprattutto per contrastare l’influenza cinese in Asia centrale”.
Cosa potrebbe andare storto? Meno fenomeno specificamente saudita, la grande offensiva wahhabita degli ultimi 30-40 anni è meglio intesa come joint venture tra imperialismo e revivalismo islamico neo-medievale. Di per sé, tale austera dottrina non sarebbe mai uscita dai calanchi dell’Arabia centrale. Solo grazie alle potenze estere, prima la Gran Bretagna e poi gli Stati Uniti, è divenuta una forza che altera il mondo. Tuttavia, un po’ di preistoria potrebbe essere utile. Per sapere come è nato il wahhabismo, è necessario sapere dove è sorto. Nel Najd, un vasto pianoro nell’Arabia centrale delle dimensioni della Francia. Limitato su tre lati dal deserto e dal quarto dalla provincia dell’Hajaz, un po’ più fertile sul Mar Rosso, era uno dei luoghi più isolati e aridi della terra fino alla scoperta del petrolio negli anni ’30. Meno isolato ora, rimane estremamente sterile. L’esploratrice inglese Anne Blunt lo descrisse nel 1881 come composto da “vasti altipiani di ghiaia, quasi privi di vegetazione come alcun’altra zona del mondo“, costellata di insediamenti occasionali isolati tra essi quasi quanto dal mondo. Era uno dei pochi Paesi del terzo mondo ancora non colonizzato dal XIX secolo, non perché fosse insolitamente forte o ben organizzato, ma perché era troppo povero, selvaggio e inaccessibile per meritarsi uno sforzo. Era una terra che nessun altro voleva. Era anche sede di un’ideologia che nessun altro voleva. L’hanbalismo, la più severa e spietata delle quattro maggiori scuole di giurisprudenza islamica. Sorse a Baghdad nel IX secolo e nel giro di pochi decenni scatenò il caos mentre i seguaci depredavano le case per confiscare liquori, strumenti musicali e altri oggetti proibiti; razziare negozi e molestare uomini e donne che camminano insieme per strada. Espulsi dalla metropoli, gli hanbalisti furono relegati negli avamposti più primitivi e lontani, in particolare il Najd. Ma poi, a metà del 18° secolo, furono attaccati da un predicatore errante di nome Muhamad Ibn Abd al-Wahhab, per il quale l’hanbalismo non era abbastanza severo. Passando da un villaggio all’altro, “il Lutero del maomettanismo”, come lo descrisse Lady Blunt, denunciò pratiche popolari come adorare le tombe dei santi e pregare gli alberi sacri. Teologicamente, il grande contributo di Wahhab era prendere il concetto di shirq, o associazione, che tradizionalmente si riferiva all’adorazione di qualsiasi divinità in congiunzione con Allah, ed espanderlo includendo tutto ciò che distraeva dall’attenzione focalizzata sull’unico vero dio. Cercare l’intervento di un santo, un portafortuna, ciò che adornava persino le moschee, era tutto shirq. L’obiettivo era una religione nuda come il paesaggio, che non permetteva che nulla potesse accadere tra uomo e Dio. Presumibilmente, Wahhab non fu il primo mullah ad inveire contro la superstizione. Ma ciò che lo distinse è l’energia, il fanatismo, si fece un nome ordinando la lapidazione di una adultera, e alleandosi nel 1744 con un capo tribale di nome Muhammad bin Saud. In cambio del sostegno militare, al-Wahhab fornì a bin Saud il mandato legale di rapinare, uccidere o schiavizzare chiunque rifiutasse di inchinarsi alla nuova dottrina. Sostenuto dai fanatici beduini conosciuti come Iqwan, o Fratellanza, Saud e i suoi figli iniziarono a conquistare il deserto.
Era nata una nuova dinastia. L’alleanza saudita-wahhabita costituiva una sorta di “costituzione” in quanto stabiliva le regole base che il nuovo regno avrebbe dovuto seguire. Al-Saud ottenne un’autorità economica e politica senza limiti. Ma il clan acquisì anche l’obbligo religioso di sostenere e difendere la wahhabiya e lottare contro le pratiche che consideravano non islamiche. Nel momento in cui vacillasse, la legittimità svanirebbe. Ciò spiega forza e debolezza dello Stato saudita. A prima vista, il wahhabismo sembrerebbe essere la più indomabile delle ideologie poiché l’unica sottomissione che riconosce è a Dio. Ma dopo essere stati brevemente rovesciati dagli ottomani nel 1818, gli al-Saud poterono riprendere la via solo col sostegno esterno. La sopravvivenza del regime dipendeva quindi dall’equilibrare una feroce dirigenza religiosa con le forze internazionali che, come la dinastia sapeva troppo bene, erano infinitamente più potenti di qualsiasi orda di cavalieri del deserto.
L’ondata di petrolio che investì il regno negli anni ’70 aggravò il problema. Non solo la dinastia al-Saud doveva bilanciare la wahhabiyya cogli Stati Uniti, ma doveva anche bilanciare l’austerità religiosa con il consumismo moderno. Negli anni ’20, i mullah si erano infuriati contro viaggi e telefoni stranieri. Un membro dell’Iqwan una volta colpì persino un servo del re perché andava in bicicletta, che i wahhabiti denunciarono come “carrozza di Satana”. Ma ora i mullah devono fare i conti con Rolls Royce, Land Rover, centri commerciali, cinema, giornaliste e, naturalmente, la crescente ubiquità sessuale. Che fare? La risposta divenne chiara nel 1979, quando si verificarono tre eventi epocali. A gennaio, lo Scià dell’Iran fuggì in aereo verso l’Egitto, aprendo la strada al ritorno trionfante dell’Ayatollah Khomeini a Teheran due settimane dopo. A luglio, Jimmy Carter autorizzò la CIA ad armare i mujahidin afgani, spingendo l’Unione Sovietica ad intervenire alcuni mesi dopo a sostegno dell’assediato governo di sinistra a Kabul. E a novembre, militanti wahhabiti presero il controllo della Grande Moschea alla Mecca, occupandola per due settimane prima di essere scacciati da commando francesi. L’ultimo fu particolarmente sconvolgente perché fu subito evidente che i militanti godevano di un ampio sostegno clericale. Juhayman al-Utaybi, a capo dell’assalto, era membro di un’importante famiglia dell’Iqwan e aveva studiato col gran muftì Abd al-Aziz ibn Baz. Mentre i wahhabiti condannarono l’assalto, le loro lingue, secondo il giornalista Robert Lacey, “curiosamente si trattennero”. Il sostegno alla famiglia reale cominciò a vacillare. Chiaramente, la famiglia reale saudita aveva bisogno di ricucire le relazioni con la wahhabiya mentre bruciava le credenziali islamiche respingendo critiche in patria e all’estero. Dovette reinventarsi Stato islamico non meno militante di quello persiano nel Golfo Persico. Ma il nascente conflitto in Afghanistan suggerì una via d’uscita. Mentre gli Stati Uniti potevano inviare aiuti alle forze antisovietiche, ovviamente non potevano organizzare da soli una jihad adeguata. Perciò avevano bisogno dell’aiuto dei sauditi, che il regno si affrettò a fornire. Sparirono multiplex e presentatrici, e arrivò la polizia religiosa e gli sconti del 75% alla Saudi Arabian Airlines per i guerrieri santi che viaggiavano in Afghanistan via Peshawar, in Pakistan. Migliaia di giovani annoiati e irrequieti che avrebbero potuto causare guai nel regno furono spediti in una terra lontana per creare problemi a qualcun altro. I principi sauditi potevano ancora festeggiare come se non ci fosse un domani, ma ora dovevano farlo all’estero o a porte chiuse a casa. La patria doveva rimanere pura e incontaminata. Era una soluzione pulita, ma lasciava ancora sciolti alcuni nodi. Uno era il problema del ritorno al passato sotto forma di jihadisti induriti che ritornavano dall’Afghanistan più determinati che mai a combattere la corruzione in patria. “Ho più di 40000 mujahidin nella terra delle due sacre moschee“, disse Usama bin Ladin a un collega. Era un’affermazione che non poteva essere del tutto derisa quando le bombe di al-Qaida iniziarono ad esplodere nel regno fin dal 1995. Un altro problema riguardava chi i militanti avevano preso di mira all’estero, un problema che inizialmente non si presentò serio ma che alla fine si sarebbe rivelato assai significativo. Tuttavia, la nuova partnership funzionò brillantemente per un certo periodo. Aiutò il regime di al-Saud a mitigare gli ulama, come sono noti collettivamente i mullah, che videro l’umma, o comunità dei fedeli, assediata su più fronti. Come disse Muhamad Ali Haraqan, segretario generale della Lega mondiale musulmana sponsorizzata dall’Arabia Saudita, già nel 1980: “La Jihad è la chiave per il successo e la felicità dei musulmani, specialmente quando i loro santuari sono sotto l’occupazione sionista in Palestina, quando milioni di musulmani subiscono repressione, oppressione, ingiustizia, tortura e persino campagne di morte e sterminio in Birmania, Filippine, Patani (regione prevalentemente musulmana della Thailandia), Unione Sovietica, Cambogia, Vietnam, Cipro, Afghanistan, ecc. Questa responsabilità diventa ancora più vincolante e pressante quando consideriamo le campagne malvagie intraprese contro l’Islam e i musulmani dal sionismo, dal comunismo, dalla massoneria, dal qadianismo (cioè l’Islam Ahmadi), Bahai e missionari cristiani”. La Wahhabiya avrebbe trascurato i molti peccati dei principi se avessero usato le loro ricchezze per difendere la fede. L’accordo funzionò anche per gli Stati Uniti, che acquisirono un utile partner diplomatico e forza militare ausiliaria oltre che economico, efficace e degna di credibilità. Funzionò per i giornalisti entusiasti che si avventurarono per le terre selvagge dell’Afghanistan, assicurando la gente a casa che i “muj” non erano altro che “gente di montagna che non cede a una potenza straniera che ha conquistato le loro terre, ucciso la loro gente, e attaccato la loro fede“, per citare William McGurn, salito alla ribalta come autore dei discorsi di George W. Bush.
Funzionò per quasi tutti finché 19 dirottatori, 15 dei quali sauditi, lanciarono un paio di aerei di linea carichi di carburante sul World Trade Center e un terzo sul Pentagono, uccidendo quasi 3000 persone. Gli attacchi dell’11 settembre avrebbero dovuto essere il campanello d’allarme su ciò che era andato seriamente male. Ma invece di premere il pulsante pausa, gli Stati Uniti optarono per raddoppiare la stessa vecchia strategia. Dal loro punto di vista, non avevano scelta. Avevano bisogno del petrolio saudita; della sicurezza nel Golfo Persico, del più importante fulcro del commercio globale; e di un alleato affidabile nel mondo musulmano. Inoltre, la famiglia reale saudita era chiaramente nei guai. Al-Qaida aveva ampio sostegno pubblico. In effetti, secondo un’indagine dell’intelligence saudita, il 95 per cento dei sauditi istruiti tra i 25 e i 41 anni aveva “simpatie” per la causa di bin Ladin. Se l’amministrazione Bush si fosse offesa, la Casa dei Saud sarebbe diventata più vulnerabile ad al-Qaida piuttosto. Di conseguenza, Washington scelse il matrimonio piuttosto che il divorzio. Ciò comportò tre cose. In primo luogo, era necessario nascondere il ruolo considerevole di Riyadh nella distruzione delle Twin Towers, sopprimendo, tra le altre cose, un cruciale capitolo di 29 pagine nel rapporto del Congresso che trattava dei legami sauditi con i dirottatori. In secondo luogo, l’amministrazione Bush raddoppiò gli sforzi per incolpare Sadam Husayn, l’ultimo villain du jour di Washington. Servivano “migliori informazioni e in fretta“, ordinò il segretario alla Difesa Donald Rumsfeld mentre le torri erano ancora in fiamme, secondo le note del collaboratore Stephen Cambone. “…Giudica se è abbastanza buono per colpire SH allo stesso tempo, non solo UBL (cioè Usama bin Ladin). Difficile trovare una buona causa. Serviva agire rapidamente: bisognava trovare un bersaglio a breve termine, e per spazzare massicciamente via tutto, serviva avere qualcosa di utile. Che le cose fossero collegate o no“. Washington aveva bisogno di un disgraziato per salvare i sauditi. Terzo, era necessario perseguire la cosiddetta “guerra al terrorismo”, che non riguardò mai il terrorismo di per sé, ma il terrorismo non autorizzato dagli Stati Uniti. L’obiettivo era organizzare i jihadisti solo per colpire obiettivi decisi congiuntamente da Washington e Riyad. Ciò significava, in primo luogo, l’Iran, la bestia nera dei sauditi, il cui potere, ironia della sorte, era cresciuto dopo l’invasione statunitense dell’Iraq, mutando il Paese precedentemente controllato dai sunniti in un pilastro pro-sciita. Ma significava anche la Siria, il cui presidente, Bashar al-Assad, è un alawita, forma di sciismo, e la Russia, la cui amicizia con entrambi i Paesi disturbava doppiamente Stati Uniti ed Arabia Saudita. Ideologicamente, significava prendere la rabbia wahhabita contro le potenze occidentali come USA, Gran Bretagna e Francia e scagliarla sullo sciismo. Le porte al settarismo furono così aperte.
Il “reindirizzamento”, come il giornalista investigativo Seymour Hersh lo definì nel 2007, funzionò brillantemente per un certo periodo. Hersh lo descrisse come idea di quattro uomini: il vicepresidente Dick Cheney; il neocon Elliott Abrams, all’epoca viceconsigliere per la sicurezza nazionale per la “strategia per la democrazia globale”; l’ambasciatore degli Stati Uniti in Iraq Zalmay Khalilzad; e il principe Bandar bin Sultan, per 22 anni ambasciatore saudita negli Stati Uniti e ora a capo della sicurezza nazionale del regno. In Libano, l’obiettivo era lavorare a stretto contatto col governo del primo ministro Fuad Siniora, appoggiato dall’Arabia Saudita, per limitare l’influenza della milizia sciita filo-iraniana Hezbollah, mentre in Iraq comportava un lavoro ancor più stretto con le forze sunnite e curde per frenare l’influenza sciita in Siria, significava lavorare coi sauditi a rafforzare i Fratelli musulmani, gruppo sunnita in lotta feroce contro il governo baathista di Damasco dagli anni ’60. Infatti un memorandum segreto del dipartimento di Stato del 2006, reso pubblico da Wikileaks, dettagliava i piani per incoraggiare i timori sunniti su una crescente influenza sciita, pur ammettendo che tali preoccupazioni erano “spesso esagerate”. Il programma di “reindirizzamento” presto esplose. Il problema iniziò in Libia, dove Hillary Clinton passò gran parte del marzo 2011 a persuadere il Qatar ad unirsi all’azione contro l’uomo forte Muammar Gheddafi. L’emiro Tamim bin Hamad al-Thani alla fine accettò e ne approfittò per inviare 400 milioni di dollari ai gruppi ribelli salafiti che procedettero a rovesciare il Paese. Il risultato fu l’anarchia, eppure l’amministrazione Obama rimase muta per anni. In Siria, la Defense Intelligence Agency decise nell’agosto 2012 che “gli eventi prendevano una chiara direzione settaria”; che i salafiti, i Fratelli musulmani e al-Qaidasono le principali forze che guidano l’insurrezione“; e che, nonostante tale ondata fondamentalista, occidente, Turchia e Stati del Golfo sostenevano ancora la rivolta anti-Assad. “Se la situazione si risolve”, proseguì il rapporto, “c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale… e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze che supportano l’opposizione, al fine d’isolare il regime siriano, considerato profondità strategica dell’espansione sciita...” La Siria orientale, ovviamente, divenne parte del Califfato dichiarato dallo SIIL, destinatario del supporto finanziario e logistico clandestino di Arabia Saudita e Qatar, secondo Hillary Clinton nel giugno 2014.
La guerra al terrore divenne la via più lunga possibile tra terrorismo sunnita e terrorismo sunnita. Ancora una volta, gli Stati Uniti avevano cercato di usare il wahhabismo a proprio vantaggio, ma con conseguenze che si rivelarono nientemeno che disastrose. Cosa andò storto? Il problema è duplice. Il wahhabismo è un’ideologia di fanatici beduini che possono essere esperti nel conquistare i compagni delle tribù ma incapaci di governare uno Stato moderno. Nulla di nuovo. È un problema discusso da Ibn Qaldun, il famoso scienziato nordafricano del 14° secolo, e da Friedrich Engels, collaboratore di Marx, alla fine del 19°, ma la linea di fondo è un ciclo infinitamente ripetitivo in cui i fanatici nomadi si sollevano, rovesciano un regime divenuto molle e corrotto, solo per divenire loro stessi molli e corrotti prima di soccombere a un’altra ondata di guerrieri del deserto. Il risultato è anarchia dopo anarchia. L’altro problema riguarda l’imperialismo USA che, in contrasto con le varietà francese e inglese, si astiene spesso dall’amministrazione diretta di possedimenti coloniali e cerca invece di sfruttare il potere degli Stati Uniti con innumerevoli alleanze con forze locali. Sfortunatamente, la leva funziona come la diplomazia e la finanza, cioè da moltiplicatore di guadagni e perdite. Da alleati dei sauditi, gli Stati Uniti incoraggiarono la crescita non solo della jihad, ma del wahhabismo in generale. Sembrava una buona idea quando i sauditi fondarono la Lega mondiale musulmana alla Mecca nel 1962 in contrappeso all’Egitto di Gamal Abdel Nasser. Quindi, come poteva obiettare Washington quando il regno ampliò enormemente il proselitismo nel 1979, spendendo da 75 a 100 miliardi di dollari per diffondere il verbo? Re Fahd, che regnò dal 1982 al 2005, si vantava delle strutture religiose ed educative che costruiva nelle terre non musulmane: 200 college islamici, 210 centri islamici, 1500 moschee, 2000 scuole per bambini musulmani, ecc. Poiché lo scopo era combattere l’influenza sovietica e promuovere la visione conservatrice dell’Islam, le fortune degli Stati Uniti ne ricevettero un’enorme spinta. Sembrava una buona idea 15 o 20 anni fa. Poi le bombe iniziarono a esplodere, gli attacchi dell’11 settembre scossero gli Stati Uniti che si precipitarono nell’inquieto Medio Oriente e il saudismo radicale si metastatizza oltre il terreno di coltura. Le fortune degli Stati Uniti non sono più state le stesse, da allora.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Il ruolo degli “intellettuali di sinistra” imperialisti

Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation, 13 gennaio 2018Ciò a cui assistiamo in Nord America ed Europa occidentale è la falsa militanza sociale, controllata e finanziata dalla dirigenza aziendale. Tale manipolazione impedisce la formazione di un vero movimento di massa contro guerra, razzismo ed ingiustizia sociale. Il movimento contro la guerra è morto. La guerra imposta alla Siria è descritta “guerra civile”. Anche la guerra allo Yemen è descritta guerra civile. Mentre l’Arabia Saudita continua a bombardare, il ruolo insidioso degli Stati Uniti viene banalizzato o semplicemente ignorato. “Dato che gli Stati Uniti non sono direttamente coinvolti, non vediamo la necessità di lanciare una campagna contro la guerra“. La guerra e il neoliberismo non sono più al centro della militanza della società civile. Finanziato da enti di beneficenza aziendali, attraverso una rete di organizzazioni non governative, l’attivismo sociale è frammentato. Non esiste un movimento integrato anti-globalizzazione e anti-guerra. La crisi economica non è percepita come legata alle guerre degli Stati Uniti. Il dissenso è compartimentato. I movimenti di protesta “incentrati su particolari questioni” (ad es. ambiente, anti-globalizzazione, pace, diritti delle donne, LGBT) sono incoraggiati e generosamente finanziati, a scapito di un movimento di massa omogeneo contro il capitalismo globale. Tale mosaico era già una realtà nei summit G-7 e dei Popoli negli anni ’90, così come nel primo World Social Forum del 2000, che raramente adottò un atteggiamento anti-guerra inequivocabile. Gli eventi organizzati dalle ONG e generosamente finanziati da fondazioni imprenditoriali hanno lo scopo tacito di creare profonde divisioni nella società occidentale per mantenere l’ordine sociale esistente e l’agenda militare.

Siria
Il ruolo dei cosiddetti intellettuali “progressisti” che parlano a favore del programma militare statunitense e della NATO va sottolineato. Non c’è niente di nuovo. Segmenti del movimento contro la guerra che si oppose all’invasione dell’Iraq nel 2003 tacitamente appoggiano gli attacchi aerei di Trump contro il “regime di Assad” in Siria, che presumibilmente “massacra il proprio popolo”, uccidendolo con attacchi chimici premeditati. Secondo Trump, “Assad ha tolto la vita a uomini, donne e bambini indifesi“. In un’intervista rilasciata a “Democracy Now” il 5 aprile 2017 (due giorni prima degli attacchi di Trump alla Siria), Noam Chomsky dichiarava di essere a favore del “cambio di regime” suggerendo che l'”eliminazione” negoziata di Bashar al-Assad portasse alla soluzione pacifica. Secondo Chomsky, “Il regime di Assad è immorale, compie atti orribili e pure i russi”. Accuse prive di alcuna prova e documento. Una scusa per coprire i crimini di guerra di Trump? Le vittime dell’imperialismo sono accusate con nonchalance dei crimini dell’imperialismo: “(…) Sa, non possiamo dirgli “vi uccidiamo. Vedete di negoziare”. Non funziona. Ma un processo in cui Bashar al-Assad sia eliminato coi negoziati (con i russi) potrebbe portare a una sorta di sistemazione. L’occidente non l’avrebbe voluto (…) All’epoca pensavano di poter rovesciare Assad, quindi non voleva farlo e la guerra continuò. Avrebbe funzionato? Non lo sapremo mai. Ma si sarebbe potuto provare. Nel frattempo, Qatar ed Arabia Saudita sostengono i jihadisti, che non sono diversi dallo SIIL. Quindi c’è orrore da tutte le parti. Il popolo siriano viene decimato”. (Noam Chomsky su Democracy Now, 5 aprile 2017).
In Gran Bretagna, Tariq Ali, descritto dai media inglesi come il capo del movimento pacifista di sinistra nel Regno Unito dalla guerra del Vietnam, invocava la dipartita del Presidente Bashar al-Assad. Il suo discorso ricorda quello dei guerrafondai di Washington: “Assad deve essere abbattuto, (…) e il popolo siriano fa del suo meglio per farlo (…) Il fatto è che la stragrande maggioranza dei siriani vuole che la famiglia di Assad se ne vada ed è il nocciolo che dobbiamo capire e che Assad dovrebbe capire (…) Ciò che è necessario in Siria è un governo nazionale laico per preparare una nuova costituzione (…) Se il clan di Assad si rifiuta di rinunciare al controllo sul Paese, prima o poi succederà qualcosa di disastroso (…) Il loro futuro si decide e non c’è per loro”. Intervista a RT nel 2012. Tariq Ali, portavoce della coalizione Stop the War, evitò di menzionare che Stati Uniti, NATO ed alleati sono attivamente coinvolti nel reclutamento, addestramento e armamento di un esercito di mercenari terroristi (sopratutto stranieri). Sotto le mentite spoglie del cosiddetto movimento progressista contro la guerra, Ali tacitamente legittima l’intervento militare occidentale sotto la bandiera della “guerra al terrore” e della cosiddetta “responsabilità di proteggere” (R2P). Il fatto che al-Qaida e Stato islamico siano segretamente supportati da Stati Uniti e NATO viene ignorato. Secondo l’autore inglese William Bowles, Tariq Ali è uno dei molti intellettuali di sinistra imperialisti che hanno distorto la militanza contro la guerra nel Nord America e in Europa: “Ciò evidenzia la contraddizione di essere un cosiddetto socialista pur avendo il privilegio di far parte dell’élite intellettuale dell’impero, venendo molto ben pagato per aver detto alla Siria ciò che dovrebbe e non dovrebbe fare. Non vedo alcuna distinzione tra l’arroganza di Ali e quella occidentale, che pretende esattamente la stessa cosa, che Assad deve andarsene!

John Deutch, capo della CIA nel 1995-1996. Amico intimo di Noam Chomsky.

Il movimento contro la guerra di oggi
Il capitalismo globale finanzia l’anticapitalismo. Tale relazione è tanto assurda quanto contraddittoria. Non può esserci alcun significativo movimento contro la guerra quando il dissenso è generosamente finanziato dagli stessi interessi aziendali obiettivo del movimento di protesta. Come McGeorge Bundy, ex-presidente della Fondazione Ford (1966-1979), una volta disse: “Tutto ciò che la fondazione Ford ha fatto va visto come sforzo per rendere il mondo sicuro per il capitalismo“. Molti “intellettuali di sinistra” oggi cercano di “rendere il mondo sicuro” per i guerrafondai. Il movimento contro la guerra di oggi non mette in discussione la legittimità di chi prende di mira. Oggi, i “progressisti” finanziati da grandi fondazioni, con l’approvazione dei media istituzionali, impediscono la formazione di un movimento popolare contro la guerra significativo e nazionale. Un movimento pacifista coerente deve anche opporsi a qualsiasi forma di cooptazione, essendo consapevole che una parte significativa della cosiddetta opinione “progressista” sostiene tacitamente la politica estera degli Stati Uniti, anche gli “interventi umanitari” auspicati da ONU e NATO. Un movimento contro la guerra finanziato da fondazioni aziendali è una causa e non la soluzione. Un movimento pacifista coerente non può essere finanziato dai guerrafondai.

La via da seguire
Ciò che è necessario è creare una rete ampia e popolare che cerchi di sradicare i modelli di autorità e processo decisionale relativi alla guerra. Questa rete va stabilita in tutta la società, le città e i villaggi, nei luoghi di lavoro e nelle parrocchie. Sindacati, associazioni di agricoltori, associazioni professionali e imprenditoriali, associazioni studentesche, associazioni di veterani e gruppi basati sulla fede sarebbero invitati ad unirsi alla struttura organizzativa pacifista. Questo movimento dovrebbe estendersi anche alle forze armate, di fondamentale importanza per infrangere la legittimità della guerra tra i militari. Il primo compito sarebbe neutralizzare la propaganda bellica con un’efficace campagna contro la disinformazione dei media. I media istituzionali sarebbero direttamente presi di mira, il che porterebbe al boicottaggio dei principali media, responsabili della disinformazione via media. Allo stesso tempo, questo sforzo richiederebbe la creazione di un processo per sensibilizzare i concittadini sulla natura della guerra e della crisi economica globale, permettendo anche di “diffondere il messaggio” efficacemente con una rete avanzata, attraverso media alternativi su Internet, ecc. Negli ultimi tempi, i media online indipendenti sono oggetto di manipolazione e censura, con lo scopo preciso di danneggiare l’attivismo pacifista su Internet. La creazione di tale movimento, che minerebbe seriamente la legittimità delle strutture del potere politico, non è un compito facile. Ciò richiederà solidarietà, unità e impegno senza precedenti nella storia del mondo. Rimuoverà anche gli ostacoli politici ed ideologici nella società e parlerà con una sola voce. Infine, sarà necessario deporre i criminali di guerra e processarli.

Jeremy Corbyn e Tariq Alì

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Ambasciatore dell’Iraq: “Cerchiamo ancora la vittoria ideologica sullo Stato islamico”

Muhsan Abdalmuman, AHT 10 gennaio 2018Muhsan Abdalmuman: Qual è la situazione attuale in Iraq?
SE Ambasciatore dell’Iraq Dr. Jawad al-Shlaihawi: Attualmente la situazione è ovviamente assai migliore di uno, due anni o addirittura qualche mese fa, specialmente dopo l’annuncio della vittoria finale sullo SIIL e il terrorismo, e la liberazione totale del territorio iracheno dal gruppo terroristico. L’Iraq attraversa un periodo di consolidamento nazionale, politico e di sicurezza. Il popolo iracheno vede chiaramente l’assenza quasi totale da circa quattro o cinque mesi di esplosioni precedentemente osservate a Baghdad e altre città. Questo dimostra l’annientamento completo del gruppo terrorista. Posso confermare la scomparsa del cosiddetto Stato islamico del Califfo al-Baghdadi come struttura statale con ministri, servizi, istituzioni, ecc. Questo fenomeno, estraneo alla nostra cultura strutturale statale in Iraq, nella regione o nel mondo, è quasi totalmente distrutto. Ma in verità, l’ideologia dello SIIL rimane viva. In altre parole, il gruppo terroristico è sconfitto, le azioni terroristiche sono finite, il territorio liberato, ma le idee che hanno creato lo SIIL, che formano questo gruppo terroristico, rimangono operative in Iraq e all’estero. Semplicemente perché il luogo di nascita di questa ideologia non è l’Iraq, è un’altra area geografica, altro Paese e si trova quasi ovunque, nella regione e all’estero, generando altri fenomeni come al-Qaida, Jabhat al-Nusra, ecc. L’ideologia dello SIIL rimane operativa, non dirò intatta ma mantiene un certo dinamismo. Ecco perché, in Iraq, rimaniamo molto vigili in questo stato di cose e in altri Paesi del mondo, in particolare in Europa, che rimane molto vigile riguardo l’ideologia del terrorismo. Così, ieri o l’altro ieri, il presidente Macron annunciava la volontà della Francia di organizzare ad aprile un simposio sul finanziamento dello SIIL. Ciò significa che i Paesi del mondo sono consapevoli che l’ideologia dello SIIL rimane viva. In Iraq, in particolare, ne siamo consapevoli, e il governo e il popolo iracheni mettono in guardia tutti che, mentre è vero che abbiamo ottenuto una vittoria militare sullo SIIL, abbiamo ancora la vittoria ideologica da ottenere sul fenomeno SIIL.

Questo mi ricorda l’ex-capo di Stato Maggiore dell’esercito algerino, il defunto Generale Muhamad Lamari che, quando l’Algeria combatteva il terrorismo, disse che aveva sconfitto il terrorismo militarmente, ma che il fondamentalismo rimase intatto. Che dire della lotta ideologica al jihadismo in Iraq? È questo il prossimo passo?
La lotta al fondamentalismo, o all’ideologia dello SIIL e del terrorismo, sono cose diverse. L’ideologia del fondamentalismo l’abbiamo sperimentata negli anni ’80-90. Questa ideologia esisteva nei Paesi musulmani e anche europei, ma forse in termini diversi: fondamentalismo nei Paesi musulmani, estremismo nei Paesi europei. L’esclusione di alcune entità dalla società è un fenomeno presente nei Paesi europei, negli Stati Uniti, nei Paesi musulmani e nei Paesi arabi. Questo fenomeno esiste ed esisterà sempre.

Pensa che sia impossibile combatterlo?
Questo fenomeno del fondamentalismo od estremismo va distinto dal fenomeno e dall’ideologia dello SIIL, dal puro e semplice terrorismo che abbiamo vissuto in Iraq.

Intende SIIL e al-Qaida o solo SIIL?
SIIL e al-Qaida sono la stessa cosa. Al-Qaida, Jabhat al-Nusra, SIIL, al-Baghdadi, è lo stesso. Tutti questi gruppi provengono dalla stessa fonte ideologica, per cui tali fenomeni, fondamentalismo, terrorismo, estremismo, ideologia dello SIIL, vanno combattuti totalmente, non solo militarmente ma anche con azioni che promuovano giustizia sociale e pace.

E anche i testi religiosi, i testi che fanno appello a questo jihadismo?
Naturalmente, tutto: giustizia, pace sociale, stabilità, lotta alle disuguaglianze. C’è qualcosa di molto importante riguardo l’ideologia dello SIIL e come evitarne l’espansione. Questa cosa riguarda il rispetto delle regole del diritto internazionale. Quando gli Stati o le grandi potenze non rispettano il diritto internazionale o tentano di applicare regole unilaterali inadeguate al diritto internazionale e alla sovranità dei Paesi, queste azioni promuovono le violenze.

E consentono il reclutamento.
Esattamente. Ci si muove inconsciamente verso le violenze quando le grandi potenze sfuggono alle regole internazionali, occupano Paesi e non dicono nulla.

Come ad esempio la questione palestinese, in particolare la decisione arbitraria del presidente Trump di riconoscere al Quds (Gerusalemme) capitale d’Israele.
Esattamente. Molti nella regione dicono che la situazione del popolo palestinese è la fonte di tutti i problemi che viviamo attualmente. Pertanto, è molto importante per i leader dei Paesi mostrare ai popoli la volontà di rispettare il diritto internazionale, la volontà dei popoli e la sovranità degli Stati, qualunque siano. La democrazia o il diritto internazionale non dovrebbero essere usati per opprimere certi popoli.

Come abbiamo visto ad esempio con l’Iraq.
Con l’Iraq e altri Paesi come libia, Siria… Non a caso, purtroppo, lo SIIL è in questa regione, non è apparso in Venezuela, Spagna o Europa. Operava in Siria, Iraq, Libano ed Egitto… Il fenomeno SIIL è concomitante a ciò che fu chiamato, sette o dieci anni fa, Piano del Nuovo Medio Oriente, il Nuovo Ordine Mondiale.

Il “caos creativo” di Condoleezza Rice.
Esattamente. Lo SIIL è nato con questo piano.

Quindi, possiamo dire che ha creato lo SIIL?
Non sono io a dirlo, ma gli esperti.

Inoltre, Clinton ha detto che gli Stati Uniti crearono al-Qaida.
Sì, l’ha detto. Ecco perché dobbiamo insistere sulla volontà degli Stati e dei loro capi di rispettare le regole, la Convenzione internazionale, la volontà dei popoli e promuovere pace e stabilità. Attualmente, sfortunatamente, perché l’ideologia dello SIIL persiste? Semplicemente perché non c’è la volontà dei leader delle grandi potenze di rispettare le regole internazionali. Guardate la guerra nello Yemen, un caso significativo d’inosservanza della sua volontà, d’insultare sovranità ed autorità del Paese, di distruggerne il popolo, e nessuno ne parla, nessuno reagisce.

I media non ne parlano.
Guardate il caso della Palestina. È la stessa cosa. Guardate la relazione tra comunità internazionale e Iran, è quasi la stessa cosa. L’Iran è un Paese che opera politicamente, cioè, se c’è un’influenza iraniana nella regione, è politica. L’Iran non è un’associazione a scopo di lucro; ma uno Stato che cerca i propri interessi, come tutti i Paesi.

Pensa come alcuni miei amici europei che non vogliono rivedere l’accordo sul nucleare iraniano? Soprattutto che è l’amministrazione Trump, dalla posa guerrafondaia, a voler rivedere l’accordo nucleare iraniano.
Esattamente. Dev’esserci il reale desiderio dei leader dei grandi Paesi di rispettare la volontà degli altri popoli, di rispettare la sovranità degli altri Stati e di non interferire nei loro affari interni. Quando si vede che lo SIIL è presente solo in questa parte del Medio Oriente, dovete farvi delle domande. Perché? Vedete, in questa regione ci sono tre cose a cui le grandi potenze sono molto affezionate dal 1920. Israele, petrolio ed Islam come civiltà, non solo religiosa. Queste tre cose decidono la politica degli altri Stati nei confronti della regione: Israele-Palestina, petrolio, Islam. Questi tre parametri decidono la politica estera delle potenze Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna… e le loro azioni nella regione nei confronti di Iraq, Iran, Siria, Libano, si modulano in base a questi tre parametri. Non è un caso se nel 1990 si iniziò a parlare, scrivere, discutere di “scontro di civiltà”. Cosa significa civiltà? Significa Islam, Cristianesimo e Giudaismo. E non è un caso che Israele sia soddisfatto dalla sicurezza che ciò gli dà.

Secondo voi, perché i neoconservatori si sono concentrati strategicamente sull’Iraq per le azioni volte a destabilizzare la regione, dal primo intervento negli anni ’90? Perché soprattutto l’Iraq?
Perché l’Iraq, rispetto ad altri Stati della regione, ha ricchezze naturali come il petrolio, ecc., e ricchezza umana. L’Arabia Saudita, per esempio, ha ricchezza naturale ma non umana. L’Egitto ha ricchezza umana, ma non naturale. L’Iraq ha due fiumi (Tigri ed Eufrate), ricchezza naturale, civiltà, storia, cultura, è un Paese con una storia di settemila anni. Quindi, ricchezza umana, ricchezza naturale. Destabilizzare l’Iraq significa destabilizzare la regione.

Questo è il motivo per cui hanno agito per dividere sciismo e sunnismo, cioè, usare i rami dell’Islam per rovinare la regione.
Esattamente. La religione è usata come copertura per ragioni politiche. Ecco perché vi ho parlato dei tre parametri: Israele, petrolio, Islam.Vorrei tornare su ciò che ha detto il Primo ministro Haydar al-Abadi: “la lotta alla corruzione è l’estensione diretta delle operazioni militari”. Formulava questa frase estremamente coraggiosa che significa che la vera lotta allo SIIL è guidata da azioni militari ma anche dalla lotta alla corruzione. Penso che parlasse di ciò che chiama giustizia sociale.
Certo, la giustizia sociale è necessaria. Per raggiungere uno standard accettabile di giustizia sociale nazionale è necessario combattere la corruzione, ovviamente. Per raggiungere la sicurezza nazionale, si deve combattere lo SIIL. Per raggiungere la giustizia sociale, dobbiamo combattere la corruzione. Una società senza giustizia è una società morta. Ecco perché la nostra seconda battaglia è contro la corruzione. Combattere la corruzione significa lottare per la giustizia sociale.

C’è un coordinamento nella lotta al terrorismo tra Iraq e Paesi occidentali?
Sì, c’è una collaborazione molto importante tra Stato iracheno, con tutti i suoi servizi, militari, polizia, dogana, e gli Stati arabi, regionali ed occidentali che combattono lo SIIL. La nostra umile missione umana di combattere lo SIIL in Iraq è anche combatterlo in Francia e altri Paesi.

Infine, Paesi come Iraq e Siria, e posso anche menzionare Algeria ed Egitto, sono in prima linea nella lotta al terrorismo. C’è anche un coordinamento con questi Paesi che conoscono il terrorismo?
Naturalmente, l’Algeria nel 1989-90 subì la prima guerra dello SIIL.

Quindi per voi il terrorismo è lo SIIL? Anche al-Qaida possiamo chiamarlo SIIL?
Qaida – SIIL incarnano il terrorismo, naturalmente, sia in Afghanistan che in Pakistan… È lo stesso motore, è solo il marchio che cambia, il titolo. Ma è lo stesso ceppo, lo stesso tessuto.

Secondo voi, l’Algeria combatté lo SIIL già negli anni ’80 -90?
Combatté il terrorismo? Ovviamente. Quello che è successo in Algeria all’epoca è lo stesso fenomeno che abbiamo vissuto in Iraq, massacro di persone, ecc. È la stessa cosa. La differenza è nel tempo, in Algeria nell’89-90, prima dell’occupazione dell’Iraq.

Dal crollo dell’Unione Sovietica.
Sì. La seconda differenza del terrorismo vissuto dall’Algeria è che era un fenomeno vissuto in Africa. Il terrorismo vissuto da Iraq, Siria, Libano lo si ha in Medio Oriente. Parlare del Medio Oriente non è lo stesso che parlare del Nord Africa. Il Medio Oriente è un’altra cosa. In Medio Oriente, come ho detto, c’è il petrolio, l’Islam e tutta la civiltà. Non solo l’Islam, inoltre, poiché Gesù è nato in Palestina, era un arabo.

Non pensa che l’Algeria, che ha petrolio ed anche una civiltà, abbia vissuto ciò che l’Iraq ha vissuto e sia stato quasi distrutta? Perché si avvicinò al collasso.
La differenza è che c’è un’occupazione in Iraq con la presenza statunitense. Da quando c’è la presenza statunitense, ci sono fenomeni estranei. Alcune situazioni consentono la nascita di fenomeni estranei. E c’è la presenza statunitense in aree del Medio e Vicino Oriente. C’è anche qualcos’altro. Dopo l’occupazione statunitense, ci fu lo smantellamento dell’esercito iracheno.

Stavo per porre questa domanda. Ho intervistato un diplomatico statunitense, Matthew Hoh, che si dimise per l’intervento in Iraq. Era del dipartimento di Stato e comandante dei marines in Iraq. Secondo lei, non fu un errore strategico degli statunitensi smantellare l’esercito iracheno?
Noi lo consideriamo un errore strategico. Da parte statunitense, alcuni lo considerano così, altri in modo diverso. Ma il risultato osservato dagli iracheni dopo l’occupazione dimostra che si trattò di un errore strategico. La vittoria dell’Algeria sul terrorismo è dovuta all’esistenza dell’esercito algerino e dello Stato algerino. Se non ci fosse stato l’esercito, se non ci sarebbe stato lo Stato, sono convinto che l’Algeria e la regione sarebbero state la culla del terrorismo, SIIL, al-Qaida, ecc.

Un santuario, come la Libia crollata di oggi.
Esattamente. Lo smantellamento dell’esercito iracheno ebbe un ruolo importante nell’esacerbare il terrorismo.

Parliamo ora del rimpatrio dei jihadisti occidentali che si trovano nelle prigioni irachene. Ne parliamo molto al momento. Gli occidentali hanno formalmente contattato lo Stato iracheno per rimpatriare i loro terroristi?
A mia conoscenza, sì, ci sono stati contatti tra i servizi competenti della Repubblica dell’Iraq e i servizi di certi Paesi occidentali come Francia e Belgio. Ci sono stati contatti su questo e altri problemi.

Puoi darci il numero di terroristi incarcerati?
Tutti i Paesi insieme, circa 500-600. Non è una cifra esatta, ma approssimativa.

Rischiano la pena di morte?
Dipende dalla loro partecipazione. Caso per caso.

I Paesi occidentali che hanno sopportato il peso maggiore del fenomeno terroristico hanno appreso la lezione irachena, specialmente nella lotta al terrorismo, o non hanno capito nulla, come è avvenuto con l’esperienza algerina?
È ovvio che i Paesi occidentali sono allertati dal terrorismo, non solo sull’Iraq, ma anche da ciò che accade nei loro Paesi, a Parigi o in Belgio, e così via, dove affrontano questo fenomeno in modo diretto sul loro territorio, e non indirettamente da ciò che accade in Iraq e in altri Paesi. Ma penso che dobbiamo cambiare la situazione. Siamo noi, gli iracheni, che subiamo il terrorismo proveniente dall’estero, da Belgio, Francia, Asia, ecc. La maggior parte dei terroristi che opera in Iraq o in Siria, vale a dire il 70%, è straniera. Sono addestrati in Afghanistan o Siria o Iraq, ma la loro casa è altrove.

I Paesi occidentali hanno capito la lezione?
Ovviamente. La prova è che i Paesi occidentali, negli ultimi anni, iniziano a prendere misure draconiane su sicurezza, polizia e contatti coi servizi segreti iracheni e siriani.

Hanno contatti coi servizi segreti siriani?
Penso di sì. Non posso parlare per gli europei, ma in modo logico, in generale, i Paesi europei, l’Iraq e altri Paesi sono molto preoccupati e attenti alla sicurezza dei loro cittadini. Quando viene menzionata la questione della sicurezza e della sicurezza nazionale, non c’è limite nel parlare con iracheni, siriani, iraniani, russi o algerini. Qui sicurezza, sicurezza pubblica, ordine pubblico, annullano altri aspetti, altre controversie secondarie o strategiche. Non si può tollerare un pericolo pubblico astenendosi dal contattare siriani o iracheni. L’interesse per l’ordine pubblico è maggiore dei dettagli.

Non pensate che l’amministrazione statunitense debba scusarsi col popolo iracheno per i suoi due interventi mortali e il blocco che causò centinaia di migliaia di morti?
Sinceramente, questo non è all’ordine del giorno. Tra noi e gli statunitensi ci sono accordi strategici, la lotta al terrorismo. Lo combattiamo in modo netto, statunitensi o altri lo combattono per contenere lo SIIL.

Precisamente, non è un errore voler contenere il fenomeno terroristico?
Questa è una domanda discutibile. In ogni caso, chiedere le scuse dagli statunitensi per gli errori commessi non è la priorità degli iracheni. La nostra priorità è riuscire a combattere lo SIIL ed ora dobbiamo combattere la corruzione e passare alla ricostruzione del Paese.

Volevo anche farvi una domanda importante. Quando vediamo l’enorme militanza dello SIIL all’inizio e persino il Presidente Putin dire alla coalizione che si poteva vedere l’acqua su Marte ma non i camioncini nel deserto. Un numero enorme e ci si chiede dove siano finiti tutti questi terroristi. Pensate, come lo specialista iracheno Hisham al-Hashami, che hanno ancora dei depositi di armi?
Certamente. Stiamo scopriamo nascondigli di armi qua e là. Ci sono ancora cellule dormienti, ma le stiamo ripulendo.

Si parla di rischieramento di SIIL e al-Qaida in Libia. Avete qualche informazione?
Si ridirigono in Africa in generale. Libia, Nigeria, Sahel.

Quindi c’è una minaccia per i Paesi della regione? Non pensa che i terroristi vi si concentreranno?
Penso che sia così. Inoltre, una conferenza sul terrorismo si tenne recentemente in Giordania, un mese fa. Fu organizzata dalla Giordania e inaugurata dal re e vi parteciparono molti responsabili occidentali. Il tema era il trasferimento dello SIIL in Africa.

Sulla crisi dello Stato centrale iracheno con i curdi, è finalmente risolta?
È attualmente in fase di regolamento.

I curdi hanno abbandonato le rivendicazioni all’indipendenza?
Vi sono divergenze tra le parti e queste si basano sul contributo al bilancio nazionale, sull’aspetto economico e dopo il referendum, la regione del Kurdistan non sogna più l’indipendenza. Le discussioni ora si concentrano su questioni economiche, cooperazione, questioni doganali, aeroporti e questioni non politiche. Fa parte dell’Iraq, quindi restiamo uno Stato federale. Penso che tra qualche mese o settimana, la situazione sarà risolta.

C’è stata una mediazione straniera o delle Nazioni Unite?
No, abbiamo deciso tra noi.

Secondo voi, lo Stato iracheno può ricostruirsi nel lungo e medio termine con istituzioni forti? E possiamo sperare in una ripresa economica del Paese?
La situazione economica del Paese è corretta. Non dico che è ciò che vorremmo, ma è una buona situazione. Ovviamente speriamo di svilupparci, siamo in fase di sviluppo, abbiamo una base per la ricostruzione. Sfortunatamente, c’è la limitazione delle risorse petrolifere a causa del prezzo. La quantità da esportare è corretta e attualmente abbiamo una produzione di circa 5 milioni al giorno. È molto. 4 milioni per l’esportazione e 1 milione per il consumo locale. Quindi, la situazione economica è corretta e pensiamo alla ricostruzione, allo sviluppo del Paese secondo un solido piano economico e finanziario, sperando che la situazione si sviluppi entro due, tre o quattro anni.

Ho lavorato molto sulle questioni irachene, incluso il traffico di opere d’arte saccheggiate in Iraq dallo SIIL per finanziare le azioni criminali. Avvierete azioni concrete presso tribunali internazionali per recuperare questa eredità che appartiene al popolo iracheno sparsa nel mondo?
Sì. Da tempo l’Iraq compie passi molto concreti nella cooperazione con le Nazioni Unite e altri Paesi come Stati Uniti ed Europa, e vediamo risultati molto positivi. Abbiamo recuperato molti oggetti d’arte rubati dallo SIIL o durante l’occupazione. L’Iraq ha recuperato molto e continua.

E’ ottimista sul futuro dell’Iraq?
Ovviamente. Dopo la lotta contro lo SIIL, che è stata molto dura, abbiamo avuto l’innegabile successo dell’Iraq; l’inizio per gli iracheni come società, Stato e classe politica, superando i limiti economico, politico e militare. Sono molto ottimista e l’Iraq è ora fulcro tra gli Stati della regione. Ha stabilità politica; è uno Stato democratico, uno Stato di diritto che segue la sua via democratica. Questa è la risorsa dell’Iraq.Intervista realizzata a Bruxelles da Muhsan Abdalmuman.
Traduzione di Alessandro Lattanzio

‘Little Rocket Man’ vince il round

Patrick J. Buchanan, The American Conservative 12 gennaio 2018Dopo un anno in cui ha testato bomba all’idrogeno ed ICBM, minacciato di distruggere gli Stati Uniti e definito il presidente Trump “presuntuoso”, Kim Jong Un, su grazioso invito del presidente della Corea del Sud, invierà una squadra di pattinaggio alle “Olimpiadi della pace”. Un anno impressionante per Little Rocket Man. La crisi nucleare più grave da quando Nikita Khrusciov pose i missili a Cuba sembra essersi calmata. Notizie gradite, anche se lo scontro con Pyongyang è stato probabilmente solo rinviato. Tuttavia, ci è data l’opportunità di rivalutare il trattato dei 65 anni di guerra fredda che ci obbliga ad andare in guerra se il Nord attacca Seoul, che oggi ci ha portato sull’orlo della guerra. Il 2017 ha dimostrato che dobbiamo rivalutarlo; il potenziale costo nel portare avanti il nostro impegno cresce esponenzialmente. Due decenni prima, una guerra nella penisola coreana, data la massiccia artiglieria a settentrione della DMZ, avrebbe significato migliaia di morti per gli Stati Uniti. Oggi, col crescente arsenale nucleare di Pyongyang, le città statunitensi potrebbero subire attacchi tipo Hiroshima, se scoppiasse la guerra. Quale vitale interesse degli Stati Uniti c’è nella penisola coreana da giustificare l’accettazione perpetua di tale rischio per la nostra patria? Ci viene detto che la diplomazia di Kim è volta a dividere la Corea del Sud dagli statunitensi. E questo è innegabilmente vero. Il presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, è in primo luogo responsabile verso il suo popolo, che per metà si trova nella gittata dell’artiglieria sulla DMZ. In una nuova guerra coreana, il suo Paese ne soffrirebbe di più. E benché apprezzi sicuramente l’impegno degli Stati Uniti nel combattere il Nord per conto del suo Paese, quale polizza assicurativa, Moon non vuole una seconda guerra coreana, e non vuole che il presidente Trump decida che ci sia. Comprensibilmente, vuole mette prima la Corea del Sud. Eppure, giustamente attribuisce a Trump il merito di portare i nordcoreani ai negoziati: “Do al presidente Trump l’enorme merito ad aver avanzato i colloqui inter-coreani, e vorrei ringraziarlo di questo”. Ma di nuovo, quali sono gli interessi statunitensi per cui dovremmo far correre il rischio di attacchi nucleari a decine di migliaia di truppe statunitensi in Corea e nelle basi in Asia, e persino alle nostre grandi città, in una guerra che altrimenti sarebbe limitata alla penisola coreana? La Cina confina con il Nord, ma non è vincolata a un trattato per combattere per conto del Nord. Anche la Russia confina con la Corea democratica e, come la Cina, fu indispensabile a salvare il Nord nella guerra del 1950-53. Ma la Russia non è impegnata da alcun trattato a combattere per il Nord. Perché, allora, gli statunitensi sono obbligati ad essere tra i primi a morire in una seconda guerra di Corea? Perché la difesa del Sud, con 40 volte l’economia e il doppio della popolazione del Nord, è un nostro dovere eterno?
L’impulso di Kim al deterrente nucleare è dettato da paura e calcolo. Il timore è che gli statunitensi che lo detestano facciano a lui, suoi regime e Paese, ciò che fecero a Sadam Husayn. Il calcolo è che ciò che gli statunitensi temono di più, l’unica cosa che li scoraggia, sono le armi nucleari. Una volta che la Russia sovietica e la Cina comunista acquisirono le armi nucleari, gli statunitensi non le attaccarono mai. Se riesce a puntare armi nucleari sulle truppe USA in Corea, le basi USA in Giappone, e le città degli Stati Uniti, ragiona Kim, gli statunitensi non gli lanceranno la guerra. Gli eventi recenti non gli hanno dato ragione? L’Iran non ha armi nucleari e certi statunitensi chiedono quotidianamente il “cambio di regime” a Teheran. Ma poiché Kim ha armi nucleari, gli statunitensi sembrano più ansiosi di colloquiare. La sua politica vince. Ciò che dice il suo arsenale nucleare è: come voi statunitensi avete messo a rischio di annientamento il mio regime e il mio Paese, metterò a rischio le vostre città. Se subiamo il vostro “fuoco e furia” nucleare, anche milioni di statunitensi lo subiranno. Il mondo intero guarda come finirà ciò. Per l’American Imperium, il nostro sistema di alleanze si regge su una promessa credibile: se attacchi qualcuno dei nostri alleati, sei in guerra con gli Stati Uniti. Dal Baltico al Mar Nero al Golfo Persico, dal Mar Cinese Meridionale alla Corea e al Giappone, costi e rischi legati al mantenimento dell’Imperium crescono. Con tutte queste promesse, garantendo la guerra per conto di altre nazioni, ci finiremo inevitabilmente. E questa generazione di statunitensi, ignari di ciò che i suoi nonni dovettero fare, si chiederà, come ha fatto in Iraq e Afghanistan: che ci facciamo dall’altra parte del mondo? “America First” è più di uno slogan.L’ultimo libro di Patrick J. Buchanan è Nixon’s White House Wars: The Battles That Made and Broke President and Divided America Forever.

Traduzione di Alessandro Lattanzio