Documenti “accuratamente” trapelati: una forma d’arte della CIA

Wayne Madsen Strategic Culture Foundation 08/04/2016AP_43641905041-1125x635La Central Intelligence Agency degli Stati Uniti, piuttosto che tentare d’impedire massicce fughe di documenti sensibili, compresi materiali governativi classificati degli Stati Uniti, ha capito che è molto più vantaggioso a “scegliere” determinate informazioni e diffonderle come “notizie importanti” verso media desiderosi e disposti a diffondere ciò che gli viene consegnato. È il caso dei cosiddetti “Panama Papers”. Un cosiddetto ente senza scopo di lucro, il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ), sceglie con attenzione informazioni dalla presunta fuga di 11,5 milioni di documenti della società panamense Mossack Fonseca. A loro volta, le conclusioni di tale consorzio vengono fornite a una rete di oltre 100 partner mediatici, tra cui alcuni dei più grandi giornali del mondo. Ciò che non è stato riportato dai giornali, fin troppo ansiosi di segnalare stenograficamente ciò che gli è stato dato dal consorzio, è che ICIJ è finanziariamente sostenuto da Open Society Foundations di George Soros e Agenzia per lo Sviluppo Internazionale statunitense (USAID), diretto dal Central Intelligence Agency. I grandi media hanno collegato i vari congegni off-shore antifiscali e di riciclaggio di denaro a una serie di leader mondiali. Tuttavia, invece di concentrarsi sui leader con legami diretti con il riciclaggio di denaro e l’evasione fiscale, ad esempio il presidente fascistofilo e neoconservatore argentino Mauricio Macri, l’ICIJ, come suo solito, ha pubblicizzato vaghe “collusioni” di leader specifici. Non a caso, gli obiettivi principali del ICIJ sono i primi due nemici della CIA, il Presidente russo Vladimir Putin e il Presidente cinese Xi Jinping. Come il portavoce del presidente russo Dmitrij Peskov ha detto correttamente, obiettivo della “Putinofobia” di ICIJ, Soros e USAID è Vladimir Putin e non una vecchia conoscenza del presidente russo accuratamente scelto dai documenti per le rivelazioni del ICIJ. Peskov aveva anche giustamente affermato che ICIJ ha legami con il governo degli Stati Uniti. E naturalmente ICIJ, Soros e USAID non potevano evitare di collegare, ancora una volta indirettamente, Mossack Fonseca alle accuse d’impeachment contro la Presidentessa brasiliana Dilma Rousseff e l’indagine sul suo predecessore Luiz Inácio Lula da Silva. Vengono anche esaltate dai cospiratori ICIJ, Soros e USAID le vaghe allusioni indirette al Presidente siriano Bashar al-Assad e al defunto leader libico Muammar Gheddafi nei Panama Papers. C’era anche il tentativo fallito dei selezionatori di coinvolgere l’ex-Presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner e suo marito Nestor Kirchner. Una semplice menzione dei nomi degli individui in una lettera d’interrogazione non sono la prova di un illecito. È così, naturalmente, a meno che ciò sia dovuto alla CIA impegnata nelle operazioni di guerra psicologica e d’informazione. Il ICIJ gestisce un’entità chiamata Progetto di relazione su criminalità organizzata e corruzione (OCCRP). L’OCCRP a sua volta è gestito dallo Rete di Sviluppo del Giornalismo (JDN) di Washington DC, con una filiale europea a Bucarest. Non sorprende che OCCRP e JDN impieghino propagandisti, non giornalisti, dal passato presso Radio Free Europe/Radio Liberty/Radio Free Asia finanziate dal governo degli Stati Uniti e dirette da Soros. OCCRP e JDN hanno concentrato i loro sforzi sui leader che minano o non seguono i dettami di Washington. Il ruolo di queste due organizzazioni nel dubbio caso Magnitskij, tentativo stentato di screditare il governo russo, è un esempio calzante. Gli Stati Uniti poterono utilizzare qualche “yellow journalism” prodotto da OCCRP e JDN per sanzionare persone e istituzioni russe. OCCRP e JDN collaborano con entità giornalistiche “indipendenti” nei Balcani collegate a Soros, come in Serbia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Macedonia, Bulgaria e Romania, e così come Lettonia, Armenia, Ucraina, Repubblica Ceca e Moldavia, tutti Paesi colpiti dagli inconfondibili sotterfugi e dalle losche trame politiche di Soros.
clearstream La troika OCCRP, ICIJ e JDN ora sfrutta i collegamenti con media aziendali per offuscare i leader delle nazioni BRICS: Putin, Xi, Rousseff, il Presidente sudafricano Jacob Zuma e il Primo ministro indiano Narendra Modi. E anche se molto è stato fatto per le dimissioni del primo ministro islandese Sigmundur Gunnlaugsson con le rivelazioni dell’ICIJ sulla moglie che aveva una società off-shore gestita da Mossack Fonseca, fu Gunnlaugsson che imprigionò i banchieri islandesi che portarono la nazione al fallimento. E tali banchieri detenuti facevano offerte, tra gli altri, a George Soros e ai suoi padroni: la famiglia di banchieri Rothschild. Nel 2005, il capo della banca privata svizzera Julius Baer delle Isole Cayman diffuse un compact disc contenente le transazioni dei clienti su ogni deposito effettuato, dal ramo delle Cayman della Baer che si occupava dei trust anonimi. Nel gennaio 2008, WikiLeaks pubblicò i dati dei clienti della Baer, che furono accusati di evasione fiscale e riciclaggio di denaro. I clienti erano residenti negli Stati Uniti, Hong Kong, Germania, Svizzera, Grecia, Spagna e Perù. Il 4 dicembre 2008 Alex Widmer, amministratore delegato della Julius Baer e vedovo con tre figli, fu trovato morto per dubbio suicidio. Widmer aveva scoperto i legami tra le fughe di informazioni della banca sui clienti presso i media, WikiLeaks, Mossad e la rete di Soros. Solo il New York Times riferì della morte di Widmer per suicidio e un rapporto dell’autopsia non fu mai rilasciato. ICIJ ignorò la vicenda della Julius Baer e di come, dopo la fuga delle informazioni sui clienti, perse il 60 per cento del valore delle azioni, divenendo così vulnerabile a una scalata ostile di Soros e Goldman Sachs. Nel 2008, gli stessi media globali che trovano i documenti della Mossack Fonseca degni di nota, a malapena si preoccuparono dei documenti trapelati dalla banca lussemburghese Clearstream, quando divennero pubblici. Quando l’intelligence francese alterò i documenti originali Clearstream, l’intera questione fu accantonata. Il motivo era che Clearstream era un’entità dedita al pagamento delle tangenti a numerosi leader mondiali da CIA e Mossad. Al momento delle rivelazioni su Clearstream, tali leader erano vicini all’amministrazione di George W. Bush e ad Israele. Uno dei presunti destinatari della corruzione era il presidente francese Nicolas Sarkozy, che avrebbe usato gli pseudonimi “Paul de Nagy” e “Stéphane Bosca” per nascondere l’identità nelle transazioni finanziarie della Clearstream. Sarkozy era sospettato di tangenti illegali sulla vendita di sei fregate francesi a Taiwan nel 1991. Banche e società con conti su Clearstream comprendevano la defunta Banca di Credito e Commercio Internazionale (BCCI) legata alla CIA, la Banca Menatep gestita dal criminale oligarca russo Mikhail Khodorkovskij, il Banco Ambrosiano (anche conosciuto come Banca Vaticana), Bahrayn International Bank (collegata a Usama bin Ladin e al-Qaida) e il Carlyle Group collegata alla famiglia Bush. I media aziendali globali non hanno seguito il caso Clearstream perché non colpiva gli avversari degli USA, ma il padre del presidente statunitense. Il banchiere di Clearstream, Ernest Backes, rivelò di esser stato responsabile del trasferimento di 7 milioni di dollari da Citibank e Chase Manhattan all’Iran per la liberazione degli ostaggi diplomatici degli Stati Uniti a Teheran. Il trasferimento avvenne il 16 gennaio 1981, quattro giorni prima che Ronald Reagan giurasse da presidente. L’accordo fu elaborato dal vice-presidente di Reagan e futuro presidente George HW Bush, nell’ambito del tentativo di minare la rielezione del presidente Jimmy Carter. Backes diede i documenti incriminanti all’Assemblea nazionale francese, che non ne fece nulla.
Nel mondo delle enormi “fughe” sui media, gli agenti delle operazioni psicologiche della CIA e dei loro vettori come Soros, e certi giornalisti fasulli, decidono cosa può e non può essere pubblicato. Fu così con Clearstream, i cablo del dipartimento di Stato, la Julius Baer, i documenti NSA di Snowden e ora con la Mossack Fonseca.sddefaultTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’eccezionalismo americano presenta elezioni infernali

William Blum, Anti-Empire Report# 144, 11 marzo 2016477131531Se le elezioni presidenziali statunitensi finiscono con Hillary Clinton contro Donald Trump, e il mio passaporto viene confiscato e in qualche modo vengo costretto a scegliere o sono pagato per farlo, pagato bene… voterei per Trump. La mia preoccupazione principale è la politica estera. La politica estera statunitense è la peggiore minaccia a pace, prosperità e ambiente mondiali. E quando si tratta di politica estera, Hillary Clinton è un disastro diabolico. Da Iraq e Siria a Libia e Honduras il mondo è un posto assai peggiore per causa sua; tanto è vero che la chiamerei criminale di guerra che andrebbe perseguita. E non molto meglio ci si può aspettare sulle questioni interne di questa donna pagata 675000 dollari da Goldman Sachs, una delle più reazionarie aziende anti-sociali di questo triste mondo, per quattro discorsi, e ancor più con donazioni politiche in questi ultimi anni. Aggiungasi la disponibilità di Hillary ad essere per sei anni nel consiglio di amministrazione di Wal-Mart, mentre il marito era governatore dell’Arkansas. Possiamo aspettarci che cambi il comportamento delle imprese da cui prende soldi?
Il Los Angeles Times ha pubblicato un editoriale il giorno dopo le varie elezioni primarie del 1° marzo che iniziava: “Donald Trump non è adatto ad essere il presidente degli Stati Uniti“, e poi dichiarava: “La realtà è che Trump non ha nessuna esperienza di governo“. Quando devo aggiustare la mia auto cerco un meccanico con esperienza sul modello della mia auto. Quando ho un problema medico preferisco un medico specializzato nella parte del corpo malata. Ma quando si tratta di politici, l’esperienza non significa nulla. L’unica cosa che conta è l’ideologia della persona. Tra chi votare per una persona per 30 anni al Congresso di cui non si condivide alcuna opinione politica e sociale, e vi si è anche ostili, e qualcuno che non ha mai avuto un incarico pubblico prima, ma è un compagno ideologico su ogni importante questione? I 12 anni di Clinton ai vertici del governo non mi significano nulla. The Times ha continuato su Trump: “Ha una vergognosamente scarsa conoscenza delle questioni del Paese e del mondo”. Anche in questo caso, la conoscenza è ingannata (non intesa) dall’ideologia. Da segretaria di Stato (gennaio 2009-febbraio 2013), con ampie conoscenze, Clinton svolse un ruolo chiave nel 2011 nel distruggere il moderno Stato sociale e laico della Libia, schiantandola nel caos più totale da Stato fallito, disperdendo nel caotico Nord Africa e Medio Oriente il gigantesco arsenale che il leader libico Muammar Gheddafi aveva accumulato. La Libia è ora un santuario dei terroristi, da al-Qaida allo SIIL, mentre Gheddafi ne era stato uno principali nemici. Saperlo cos’è servito alla segretaria di Stato Clinton? Le bastava sapere che la Libia di Gheddafi, per diverse ragioni, non sarebbe mai stato uno Stato cliente obbediente a Washington. Fu così che gli Stati Uniti, insieme alla NATO, bombardarono il popolo della Libia ogni giorno per più di sei mesi, avendo come scusa che Gheddafi stava per invadere Bengasi, il centro dei suoi avversari, e così gli Stati Uniti salvarono la gente di quella città dal massacro. Il popolo e i media statunitensi, naturalmente ingoiarono questa storia, anche se alcuna prova convincente del presunto massacro imminente è mai stata presentata. (La cosa più vicina a un resoconto ufficiale del governo degli Stati Uniti sulla questione, un rapporto del Congressional Research Service sugli eventi in Libia dell’epoca, non fa alcuna menzione su minacce di massacri) (1). L’intervento occidentale in Libia fu ciò che il New York Times disse che Clinton “sosteneva”, convincendo Obama a “ciò che fu probabilmente il momento di maggiore influenza da segretaria di Stato” (2). Tutta la conoscenza che aveva non le impedì l’errore disastroso in Libia. E lo stesso si può dire del sostegno a un cambio di regime in Siria, il cui governo è in lotta contro SIIL e altri gruppi terroristici. Ancora più disastrosa fu l’invasione statunitense dell’Iraq nel 2003, che da senatrice supportò. Tali politiche sono naturalmente delle chiare violazioni del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.
this-is-the-one-thing-that-sets-donald-trump-apart-from-other-negotiatorsUn’altra politica estera di “successo” della Clinton, i cui svenevoli seguaci ignorano, i pochi che lo sanno, fu il colpo di Stato per abbattere ila moderatamente progressiva Manuel Zelaya in Honduras nel giugno 2009. Una storia vista molte volte in America Latina. Le masse oppresse finalmente misero al potere un leader impegnato a cambiare lo status quo, determinato a cercare di porre fine a due secoli di oppressione… e in poco tempo i militari rovesciarono il governo democraticamente eletto, mentre gli Stati Uniti, se non la mente dietro il colpo di Stato, non fecero nulla per punire il regime golpista, in quanto solo gli Stati Uniti possono punire. Nel frattempo i funzionari di Washington fecero finta di essere molto turbati da questo “affronto alla democrazia“. (Vedasi Mark Weisbrot su la “Top Ten dei modi con cui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti fu attivo nel colpo di Stato militare in Honduras“) (3). Nel suo libro di memorie, “Scelte difficili”, del 2014, Clinton rivela quanto indifferente fosse al ritorno di Zelaya alla sua carica legittima: “Nei giorni successivi (al colpo di Stato) parlai con i miei omologhi in tutto l’emisfero… preparammo un piano per ristabilire l’ordine in Honduras e garantire che elezioni libere ed eque si svolgessero in modo rapido e legittimo, rendendo la questione di Zelaya discutibile”. La domanda di Zelaya era tutt’altro che irrilevante. I leader latino-americani, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e altri organismi internazionali con veemenza ne chiesero l’immediato ritorno in carica. Washington, tuttavia, subito riprese normali relazioni diplomatiche con il nuovo Stato di polizia di destra, e l’Honduras da allora è diventato un importante fonte di bambini migranti che attualmente si versano negli Stati Uniti. Il titolo dell’articolo della rivista Time sull’Honduras alla fine dello stesso anno (3 dicembre 2009) riassume così: “La politica in America Latina di Obama sembra quella di Bush“.
E Hillary Clinton si presenta da conservatrice. E da molti anni; almeno dagli anni ’80, quando era la moglie del governatore dell’Arkansas, quando sosteneva con forza i torturatori degli squadroni della morte noti come Contras, l’esercito di ascari dell’impero in Nicaragua. (4) Poi, durante le primarie presidenziali del 2007, la venerabile rivista conservatrice degli USA, National Review di William Buckley, pubblicò un editoriale di Bruce Bartlett. Bartlett fu consigliere politico del presidente Ronald Reagan, funzionario del Tesoro col presidente George HW Bush e ricercatore presso due dei principali think-tank conservatori, Heritage Foundation e Cato Institute. Cogliete il quadro? Bartlett diceva ai lettori che era quasi certo che i democratici avrebbero vinto la Casa Bianca nel 2008. Allora, cosa fare? Sostenere il democratico più conservatore. Scrisse: “La destra disposta a guardare oltre, cerca ciò che probabilmente ha le sue identiche visioni tra i candidati democratici, ed è abbastanza chiaro che Hillary Clinton è la più conservatrice”. (5) Nelle stesse primarie vedemmo sulla rivista leader della più ricca corporatocrazia degli USA, Fortune, la copertina con foto della Clinton e il titolo: “Hillary ama il Business“. (6) E cosa abbiamo nel 2016? Tutti i 116 membri della comunità di sicurezza nazionale del Partito Repubblicano, molti dei quali veterani delle amministrazioni Bush, firmare una lettera aperta minacciando che, se Trump viene nominato, diserteranno e alcuni passerebbero a Hillary Clinton! “Hillary è il male minore, con ampio margine“, dice Eliot Cohen del dipartimento di Stato di Bush II. Cohen aiuta i neocon a firmare il manifesto “Dump-Trump”. Un altro firmatario, l’ultra-conservatore autore di politica estera Robert Kagan, dichiara: “L’unica scelta sarà votare per Hillary Clinton“. (7) L’unica scelta? Cosa c’è di sbagliato in Bernie Sanders o Jill Stein, il candidato del Partito Verde?… Oh, capisco, non sono abbastanza conservatori.
E Trump? Molto più di un critico della politica estera degli Stati Uniti di Hillary o Bernie. Parla di Russia e Vladimir Putin come forze positive e alleate, e vi sarebbero assai meno probabilità di entrare in guerra contro Mosca che non con Clinton. Dichiara che sarebbe “imparziale” nel risolvere il conflitto israelo-palestinese (al contrario del sostegno illimitato di Clinton ad Israele). S’è opposto a chiamare il senatore John McCain “eroe” perché fu catturato. (Quale altro politico oserebbe dire una cosa del genere?) Definisce l’Iraq “un completo disastro”, condannando non solo George W. Bush, ma i neocon che lo circondavano. “Hanno mentito. Hanno detto che c’erano armi di distruzione di massa e non c’erano. E sapevano che non ce n’erano. Non c’erano armi di distruzione di massa“. Ed alla domanda se “Bush ci ha tenuti al sicuro”, risponde che “Che piacesse o no Saddam, uccideva i terroristi“. Sì, è personalmente antipatico. Avrei avuto molta difficoltà ad essergli amico. Ma che importa?hillary-libya

Il motto della CIA: “Orgogliosamente tentiamo di rovesciare il governo cubano dal 1959
imagesCiaOra cosa? Forse si pensa che gli Stati Uniti siano finalmente cresciuti capendo che possono in realtà condividere l’emisfero col popolo di Cuba, accettando la società cubana senza discuterla come fa col Canada? Il Washington Post (18 febbraio) riferiva: “Nelle ultime settimane, i funzionari dell’amministrazione hanno chiarito che Obama si recherà a Cuba solo se il suo governo fa ulteriori concessioni nei diritti umani, accesso ad internet e liberalizzazione del mercato“. Immaginate se Cuba insistesse sul fatto che gli Stati Uniti facciano “concessioni sui diritti umani”; questo potrebbe significare che gli Stati Uniti s’impegnino a non ripetere roba come questa:
Invadere Cuba nel 1961 con la Baia dei Porci.
Invadere Grenada nel 1983 e uccidere 84 cubani, principalmente operai edili.
Far esplodere un aereo passeggeri cubano nel 1976. (Nel 1983, la città di Miami tenne una giornata in onore di Orlando Bosch, una delle due menti dell’atto terribile, l’altro autore, Luis Posada, è protetto a vita nella stessa città)
Dare agli esuli cubani, per usarlo, il virus della peste suina africana, costringendo il governo cubano a macellarne 500000.
Infettare i tacchini cubani con un virus che produce la fatale malattia di Newcastle, provocandone la morte di 8000.
Nel 1981 un’epidemia di febbre emorragica dengue afflisse l’isola, la prima grande epidemia di DHF mai avutasi in America. Gli Stati Uniti da tempo ne sperimentavano l’utilizzo come arma. Cuba chiese agli Stati Uniti il pesticida per debellare la zanzara responsabile, ma non l’ebbe. Oltre 300000 casi furono segnalati a Cuba con 158 decessi.
Questi sono solo tre esempi della pluridecennale guerra chimica e biologica (CBW) della CIA contro Cuba. (8) Dobbiamo ricordare che il cibo è un diritto umano (anche se gli Stati Uniti l’hanno ripetutamente negato) (9). Il blocco di Washington su beni e denaro per Cuba è ancora forte, un blocco che il consigliere per la Sicurezza Nazionale del presidente Clinton, Sandy Berger, nel 1997 definì “le sanzioni più pervasive mai imposte a una nazione nella storia del genere umano”. (10) Tentò di assassinare il Presidente cubano Fidel Castro in numerose occasioni, non solo a Cuba, ma a Panama, Repubblica Dominicana e Venezuela (11). Con un piano dopo l’altro negli ultimi anni, l’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale (AID) di Washington cercò di provocare il dissenso a Cuba e/o di fomentare la ribellione, con l’obiettivo finale del cambio di regime. Nel 1999 una causa cubana chiese 181,1 miliardi di risarcimento agli Stati Uniti per morte e ferimento di cittadini cubani in quattro decenni di “guerra” di Washington contro Cuba. Cuba chiese 30 milioni in risarcimento diretto per ciascuna delle 3478 persone che dice furono uccise dalle azioni degli Stati Uniti e 15 milioni ciascuno per i 2099 feriti, ha anche chiesto 10 milioni per ciascuna delle persone uccise e 5 milioni per ciascuno dei feriti, per ripagare la società cubana dei costi che ha dovuto subire. Inutile dire che gli Stati Uniti non hanno pagato un centesimo.
Una delle critiche yankee più comuni allo stato dei diritti umani a Cuba era l’arresto di dissidenti (anche se la grande maggioranza fu rapidamente rilasciata). Ma molte migliaia di manifestanti anti-guerra ed altri furono arrestati negli Stati Uniti negli ultimi anni, come in ogni momento della storia statunitense. Durante il movimento Occupy, iniziato nel 2011, più di 7000 persone furono arrestate il primo anno, molte furono picchiate dalla polizia e maltrattate durante la detenzione, i loro gazebo e librerie fatti a pezzi (12); il movimento Occupy continuò fino al 2014; così il dato di 7000 è un eufemismo). Inoltre, va ricordato che con tutte le restrizioni alle libertà civili che vi possano essere a Cuba, rientrano in un contesto particolare: la nazione più potente nella storia del mondo è a sole 90 miglia di distanza ed ha giurato, con veemenza e ripetutamente, di rovesciare il governo cubano. Se gli Stati Uniti erano semplicemente e sinceramente interessati a fare di Cuba una società meno restrittiva, la politica di Washington sarebbe chiara:
– Fermare i lupi, i lupi della CIA, i lupi dell’AID, i lupi ruba-medicine, i lupi ladri di giocatori di baseball.
– Pubblicamente e sinceramente (se i capi statunitensi ricordano ancora cosa significa questa parola) rinunciare ad utilizzare CBW e agli omicidi. E chiedere scusa.
– Cessare l’incessante ipocrita propaganda, sulle elezioni, per esempio. (Sì, è vero che le elezioni cubane non hanno Donald Trump o Hillary Clinton, né dieci miliardi di dollari, e neanche 24 ore di pubblicità, ma non è un motivo per ignorarle?)
– Pagare le compensazioni, molte.
– Sine qua non, la fine del blocco demoniaco.
Per tutto il periodo della rivoluzione cubana, dal 1959 ad oggi, l’America Latina ha assistito a una terribile sfilata di violazioni dei diritti umani, torture sistematiche; legioni di “scomparsi”; squadroni della morte sostenuti dal governo che uccidevano individui prescelti; stragi di contadini, studenti e altri. I peggiori autori di tali atti in quel periodo furono le squadre paramilitari e associate ai militari di El Salvador, Guatemala, Brasile, Argentina, Cile, Colombia, Perù, Messico, Uruguay, Haiti e Honduras. Tuttavia, neppure i peggiori nemici di Cuba accusano il governo dell’Avana di simili violazioni; e se si considera istruzione e sanità, “entrambi”, ha detto il presidente Bill Clinton, “funzionano meglio (a Cuba) che nella maggior parte degli altri Paesi” (13), garantiti da “Dichiarazione Universale dei Diritti Umani” delle Nazioni Unite e dalla “Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali”, sembrerebbe che in oltre mezzo secolo di rivoluzione, Cuba ha goduto delle migliori condizioni sui diritti umani in tutta l’America Latina. Ma mai abbastanza buono per i capi statunitensi per parlarne in alcun modo; la citazione di Bill Clinton è un’eccezione in effetti. E’ una decisione difficile normalizzare le relazioni con un Paese la cui polizia uccide i propri civili inermi quasi quotidianamente. Ma Cuba deve farlo. Forse può civilizzare un po’ gli statunitensi, o almeno ricordargli che per più di un secolo furono i massimi torturatori al mondo.60f7df315Note
1. “Libia: transizione e politica degli Stati Uniti“, 4 marzo 2016
2. New York Times, 28 febbraio 2016
3. Mark Weisbrot, “La Top Ten dei modi con sui si può dire da che parte il governo degli Stati Uniti si è attivato sul colpo di Stato militare in Honduras“, Common Dreams, 16 dicembre 2009
4. Roger Morris, ex-membro del Consiglio Nazionale di Sicurezza, Partners in Power (1996), p.415. 5. Per una panoramica completa su Hillary Clinton, vedasi il nuovo libro di Diane Johnstone, Queen of Chaos.
6. National Review, 1 maggio 2007
7. Fortune, 9 luglio 2007
8. Patrick J. Buchanan, “Gli oligarchi uccideranno Trump?“, Creators, 8 marzo 2016
9. William Blum, Il libro nero degli Stati Uniti. Guida all’unica superpotenza del mondo (2005), capitolo 14
10. Ibid., p.264
11. Casa Bianca, conferenza stampa, 14 novembre 1997, US Newswire
12. Fabian Escalante, Azione esecutiva: 634 modi per uccidere Fidel Castro (2006), Ocean Press (Australia)
13. Huffington Post, 3 maggio 2012
14. Miami Herald, 17 ottobre 1997, p. 22A

Ogni parte dell’articolo può essere diffuso senza autorizzazione, a condizione dell’attribuzione a William Blum e di un link a Williamblum.org.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Stati Uniti e Colombia: Complotto contro il Venezuela

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 14/09/2015N8300L-US-Army-De-Havilland-Canada-DHC-8-300_PlanespottersNet_465481Airtec Inc. si è aggiudicata un contratto per intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) a supporto del Comando Sud degli Stati Uniti. L’accordo dovrebbe essere completato nel settembre 2018. Il contraente dovrà fornire servizi ISR utilizzando un Bombardier DHC- 8/200. Secondo José Vicente Rangel, giornalista venezuelano, il velivolo sarà dotato di attrezzature all’avanguardia per sorvegliare efficacemente le zone di confine del Venezuela“. I servizi speciali degli Stati Uniti adottano notevoli sforzi per istigare le tensioni nella “zona di conflitto” al confine tra i due Stati. Ci sono forze nella leadership politica e militare colombiana pronte ad aiutare Washington nelle operazioni sovversive contro il “principale avversario regionale”. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, “seguace dei magnati”, ha detto molte volte che sostiene ulteriori progressi nel “rapporto speciale” con Washington, compresi i legami militari. Santos ritiene che il dispiegamento di sette strutture militari statunitensi sul suolo colombiano sia un passo nell’impegno militare colombiano nelle attività della NATO. Bogotà è parte integrante del piano degli Stati Uniti per ripristinare le posizioni dominanti nella regione. La Colombia viene utilizzata per minare il processo d’integrazione latinoamericana e caraibica. Nicolas Maduro, presidente del Venezuela, mostra grande tolleranza alle azioni ostili intraprese dalla Colombia. Supervisori statunitensi non si sforzano particolarmente di nascondere il loro coinvolgimento. L’intenzione è evidente, l’opposizione cerca di dimostrare che il governo del Maduro non può rilanciare l’economia nazionale, né riempire i negozi venezuelani per soddisfare le legittime richieste dei consumatori. Il sabotaggio interno è aiutato dai contrabbandieri che operano sul territorio colombiano. Sforzi congiunti sono necessari per combattere il contrabbando, ma le guardie di frontiera colombiane non fanno nulla per interrompere i criminali spesso facenti capo a ex-paramilitares delle UAC (Autodefensas Unidas de Colombia). Secondo il controspionaggio venezuelano, i loro capi collaborano con il potere colombiano. I combattenti delle AUC hanno recentemente inscenato una provocazione nei pressi del confine. Hanno teso un agguato a una pattuglia del Venezuela alla ricerca di contrabbandieri. Colpi furono sparati e tre militari gravemente feriti. Il Presidente Maduro ha immediatamente introdotto lo stato di emergenza nelle zone vicine al confine con la Colombia (lo stato di Táchira) e sigillato il confine per un periodo indefinito. Polizia e militari sono stati inviati a ricercare gli aggressori. Il Venezuela ha lanciato le operazioni per individuare le basi dei paramilitares, i bunker che servono come prigioni dei rapiti e nascondigli delle merci di contrabbando. Trentacinque militanti sono stati arrestati finora. Gli interrogatori hanno fornito informazioni sui crimini perpetrati dai paramilitares in Venezuela, tra cui anche alcuni cimiteri segreti. Maduro ha detto che i risultati delle attività di criminali e formazioni armate rivela una verità orribile e lui, da presidente, ha l’obbligo di farla finita con tale male in Venezuela. La sua posizione ferma è giustificata. La guerra economica contro il Venezuela è arrivato al punto in cui prodotti alimentari essenziali, prodotti igenici e medicinali evaporano dai negozi presso le zone di confine. Tutto esce dal Paese, vestiti, scarpe, parti di automobili, pneumatici e attrezzature petrolifere. Stazioni di servizio sono a corto di carburante. I prezzi della benzina sono estremamente bassi in Venezuela. Ci vogliono solo 2 dollari per riempire un serbatoio. Ecco perché grandi quantità di combustibile venezuelano finiscono in Colombia lungo tutto il confine. Secondo i dati ufficiali, la cittadina di San Cristobal, capitale di Táchira, “consuma” più benzina di Caracas. Si è andato oltre. La situazione ha raggiunto il punto in cui il contrabbando di benzina porta più profitto ai paramilitares colombiani del narcotraffico!
Il contrabbando prospera perché c’è grande differenza tra i prezzi dei beni di consumo (il Venezuela assegna sussidi per abbassare i prezzi). Il tasso del bolivar, la valuta del Venezuela, è utilizzato per grandi truffe. La città colombiana di Cúcuta è il centro delle attività sovversive finanziarie ed economiche. Vanta tremila cambiavalute. La strategia generale è svalutare il bolivar, che si traduce nell’impoverimento della popolazione e nel crescente malcontento in Venezuela. Cúcuta ha sempre giocato un ruolo importante nei piani dei cospiratori. La Defense Intelligence Agency e la Central Intelligence Agency degli Stati Uniti vi sono attive. Questo è il luogo in cui le cellule radicali dell’opposizione venezuelana vengono istruite. I capi dei tre gruppi costituiti per attività anti-venezuelane: El Centro de Pensamiento Primero Colombia, FTI Consulting (Forensic Technologies International) e La Fundación Internacionalismo Democrático, vi si riuniscono. La cospirazione anti-venezuelana è guidata dall’ex-presidente colombiano Alvaro Uribe, reclutato dalla CIA a metà degli anni ’80. L’Agenzia ha utilizzato informazioni dannose. Era il numero 82 sulla lista degli spacciatori preparata dall’US Drug Enforcement Administration. Durante tutti gli otto anni del suo mandato presidenziale, Uribe fu coinvolto in attività sovversive contro Hugo Chavez cercando d’isolare il “regime bolivariano” nell’emisfero occidentale. Con buona ragione, i servizi segreti venezuelani lo considerano la figura chiave nel complotto degli USA per rovesciare il “regime Maduro”. Il governo Sanchez della Colombia gode del sostegno dei media occidentali, soprattutto di New York Times e Washington Post. I loro editoriali dicono essenzialmente la stessa cosa, diffondendo l’idea che il “problema del confine” con la Colombia sia stato “inventato da Maduro”, e che tale clamore venga sollevato per sostenere il presidente venezuelano prima delle elezioni parlamentari. Non una parola è detta sui cinque milioni e mezzo di colombiani residenti in Venezuela, parte rifugiati da guerra civile, attività dei paramiltares, trafficanti di droga e contrabbandieri che operano sul suolo colombiano. Il Ministero degli Esteri del Venezuela è andato diritto quando ha rivelato lo scopo di tali pubblicazioni. Secondo il ministero, rientra in un altro complotto inscenato dai media statunitensi contro il Venezuela e la rivoluzione bolivariana. Roy Chaderton, l’Ambasciatore del Venezuela presso l’Organizzazione degli Stati Americani, ha detto che media colombiani come El Tiempo, le stazioni radio RCN e Caracol e i canali televisivi, così come la CNN in lingua spagnola, incitano all’odio verso il Venezuela e il suo popolo. Secondo lui, tale campagna di odio potrebbe portare alla guerra. Tale scenario è stato evitato perché i leader venezuelani adottano modelli di comportamento piuttosto diversi dando “segnali positivi” alla Colombia. L’ambasciatore ha invitato tutti i diplomatici accreditati presso l’Organizzazione degli Stati Americani a non fidarsi dei media colombiani che conducono una guerra di quarta generazione.
Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha rilasciato una dichiarazione sulla chiusura della frontiera sottolineando l’aspetto umanitario del problema e raccomandando di normalizzare la situazione con l’aiuto delle organizzazioni regionali. Ha detto che i diplomatici degli Stati Uniti sono pronti a contribuire a lanciare un dialogo. Ma ci sono diversi tipi di diplomatici. Ad esempio, secondo Contrainjerencia, sito web di tutto rispetto, Kevin M. Whitaker, l’ambasciatore statunitense in Colombia, era il capo della stazione CIA in Venezuela nel 2006. E’ difficile credere che Whitaker e simili facciano davvero qualcosa di positivo, avendo missioni molto diverse.venezuela-colombia-border-smugglingLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

USA contro leader latinoamericani

Nil Nikandrov Strategic Culture Foundation 17/03/2015cristina-y-evita1I media latinoamericani offrono una pletora di materiali denigratori verso i politici dei Paesi a sud del Rio Grande caduti in disgrazia presso Washington. Di norma, le decisioni relative alla guerra dell’informazione contro i leader indesiderati sono prese dalla Casa Bianca e attuate da dipartimento di Stato o Central Intelligence Agency. L’interazione nella guerra dell’informazione tra dipartimento di Stato e CIA ha una lunga storia. E’ sufficiente ricordare la campagna denigratoria finita con il rovesciamento del presidente Juan Domingo Peron in Argentina. Nel 1946-1955 di Washington l’accusò di molte cose, dalla creazione del Quarto Reich in Sud America alla promozione dell’antisemitismo. In particolare fu accusato per l’immigrazione tedesco-italiana in Argentina nel secondo dopoguerra. Tale politica fu attuata per l’industrializzazione del Paese. Gli statunitensi fecero la stessa offrendo posti di lavoro a scienziati missilistici, esperti ed ingegneri nucleari tedeschi. Peron fu il fondatore del Partito Giustizialista (Partido Justicialista), un patriota che fermamente resistette ai tentativi degli Stati Uniti di soggiogare l’Argentina. Diversi metodi furono usati per rovinarne la reputazione. Nel 1951 il politico liberale Silvano Santander, un agente della CIA dichiarato, dovette lasciare l’Argentina per l’Uruguay. In stretta collaborazione con i suoi superiori degli Stati Uniti pubblicò articoli che dipingevano Peron come sostenitore del nazismo e seguace di Hitler. Nel 1955 Peron fu rovesciato. La sintesi degli articoli di Santander fu inclusa nel libro Tecnica di un tradimento. Juan Perón e Eva Duarte agenti nazisti in Argentina (Técnica de una traicion: Juan D. Perón y Eva Duarte, Agentes del Nazismo en la Argentina). La CIA utilizza ancora tale falsificazione quale esempio di diffamazione efficace da studiare per gli agenti inviati in America Latina. Santander non risparmiò Evita Peron, la moglie del presidente argentino, molto popolare in Argentina e all’estero. Il libro presenta molte fotocopie di documenti che avrebbero provato che Evita lavorasse per l’Abwehr dal 1941. Ora è un fatto consolidato che Evita non fosse per nulla un’agente dei servizi segreti e che non avesse contatti con organizzazioni clandestine naziste. La povera ragazza aveva il sogno di diventare un’attrice e lavorava per la miserabile esistenza. Evita sposò Peron nell’ottobre 1945 venendo coinvolta nella politica. Ora molti documenti degli anni ’40-’50 sono stati declassificati. Il dipartimento di Stato e la CIA si sono pentiti di aver calunniato i Peron? Per nulla. Hanno solo cambiato l’accento. Evita fu percepita quale simbolo di giustizia sociale. Il suo successo personale, il carattere passionale (spesso paragonata a Che Guevara) e il fatto che sapesse come trattare le persone comuni e cosa sentissero, ispirò negli argentini la speranza di un futuro migliore. Evita Peron è un simbolo del Fronte per la Vittoria (Frente para la Victoria, FPV), l’alleanza elettorale peronista in Argentina, formalmente una fazione del Partito Giustizialista. Cristina Elisabet Fernández de Kirchner, Presidentessa dell’Argentina, spesso ricorda l’eredità di Evita Peron. Ecco perché i guerrieri della propaganda statunitensi ne diffamano la memoria. Decine di anni sono passati dalla sua scomparsa e nessuna prova a sostegno delle accuse è mai emersa, ma i media della CIA continuano regolarmente ad infangare la memoria di Evita. L’obiettivo è distruggere l’immagine di una leggenda che vive in Argentina e in altri Paesi dell’America Latina.
Tale propaganda ha udienza speciale tra magnati, piccoli partiti conservatori, studenti di famiglie privilegiate, “quinta colonna” ed elementi bohemien declassati che vedono nella destabilizzazione la possibilità per divenire qualcuno in questa vita. L’operazione calunniatrice contro Eva Peron è parte di una massiccia campagna di provocazione lanciata da CIA (e Israele) contro Cristina Fernandez de Kirchner e il Fronte per la Vittoria. La recente morte del procuratore Nisman ha fatto emergere nuovi dettagli che danno adito a sospetti utilizzati da statunitensi ed influente comunità ebraica argentina per distruggere la fiducia nell’alleanza di governo. Si diffondono menzogne sulla Presidentessa argentina come personalmente coinvolta nella tragedia. Qualche tempo prima della morte Alberto Nisman accusò pubblicamente Cristina e il ministro degli Esteri argentino Hector Timerman di cospirazione per assolvere l’Iran dall’attentato del 1994 contro l’edificio dell’Asociación Mutual Israelita Argentina. Molti prominenti avvocati argentini dissero che le accuse erano infondate. Alcuni esperti ritengono che l’assenza di prove abbia spinto il procuratore a suicidarsi per salvarsi la faccia. Alcuni dicono che Nisman sia stato ucciso dalla CIA. Il caso del “terrorismo iraniano” era dubbio e il procuratore non poteva vincere. La sua liquidazione fisica ha permesso ai servizi speciali di continuare la campagna multistadio contro Cristina e il Fronte per la Vittoria. Alla fine di febbraio le accuse contro Cristina sono decadute, ma Gerardo Pollicita, nuovo procuratore, ha fatto appello. Ora molto dipende dalla frequenza delle sue visite alle ambasciate di Stati Uniti ed Israele.
Cristina Elisabet Fernández de Kirchner non è l’unico politico latinoamericano ad essere obiettivo della guerra d’informazione di Washington. Prima di tutto, vengono presi di mira gli Stati dell’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Gli Stati Uniti non risparmiano sforzi per combatterli. I media controllati dagli USA sono attivi quasi come ai tempi della “guerra fredda”. Solo cubani e nicaraguensi sono immuni da tale offensiva propaganda sovversiva. La TV regionale TeleSUR è nata grazie ai grandi sforzi attuati infine dal presidente venezuelano Hugo Chavez. L’elevata diffusione preoccupa Washington. La televisione venezuelana è accusata di molte cose, come per esempio propagandare chavismo e comunismo castrista, dando una presenza ai rappresentanti di Cina, Russia e Paesi presunti sostenitori del terrorismo, ecc. Tale preoccupazione è finta perché i principali media latinoamericani sono controllati dagli Stati Uniti. La maggior parte delle informazioni diffuse dai media dell’America Latina proviene da quattro agenzie, Reuters, Associated Press, Agence France-Presse e EFE. Sembra che la Central Intelligence Agency abbia reclutato quasi tutti i principali giornalisti, corrispondenti e redattori dell’America Latina. EFE (agenzia stampa spagnola) attacca regolarmente i politici latinoamericani non graditi dagli Stati Uniti. Le relazioni sono raccolte e trasmesse da molte agenzie, programmi TV e radio, media elettronici, riviste e giornali di grande diffusione, reti di distribuzione cinematografica, ecc. In Venezuela, Ecuador, Nicaragua, Bolivia, Argentina, Brasile gli Stati Uniti utilizzano tali agenti per avviare le operazioni di guerra delle informazioni volta a minare le strutture di potere, creare caos nella vita pubblica e politica ed infangare la reputazione dei leader nazionalisti. L’accusa di corruzione è lo strumento preferito nella guerra dell’informazione. Fidel Castro è sulla lista dei corrotti della CIA da tempo. Fu detto che possedesse conti bancari in banche svizzere e dei Caraibi. Era ridicolo fin dall’inizio. Nel 2010 la rivista Forbes ridusse significativamente i “conti segreti” di Castro da 40 miliardi di dollari a 900 milioni. Fu sottolineato che Sua Maestà la Regina Elisabetta II, la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord, fosse più povera del leader storico della rivoluzione cubana. Nel 2012 la rivista ridusse la ricchezza di Castro a 550 milioni. Ora il re di Spagna verrebbe dopo il leader cubano. Il presidente venezuelano Nicolas Maduro fu duramente criticato dai guerrieri della propaganda occidentale con l’accusa di avere elevate spese per le esigenze dell’amministrazione presidenziale (dicono che la somma sia circa 2 miliardi di dollari). Molte pubblicazioni si sono dedicate a diffondere i dati sulle spese di Cristina Fernandez de Kirchner, del Presidente del Nicaragua Daniel Ortega e del Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, che avrebbe acquistato beni in Belgio per 260 milioni. Correa smentisce categoricamente le pseudo-rivelazioni. Ai giornalisti che ha incontrato, il presidente dell’Ecuador ha detto di aver comprato un appartamento in Belgio per lui e la moglie di origine belga. I giornalisti ebbero le copie dei documenti e foto della casa senza pretese.
Con l’aiuto dei media controllati, Washington cerca d’impedire l’emergere di nuovi Peron e Chavez nel continente. Il dipartimento di Stato degli Stati Uniti e la CIA sono fortemente preoccupati dalle attività di Andrés Manuel López Obrador, l’ex-candidato alla carica di presidente del Messico. Nel 2012 diversi trucchi, tra cui brogli sui risultati del voto elettronico, furono utilizzati per sottrargli la vittoria alle elezioni presidenziali. Enrique Penha Nieto lo derubò delle elezioni con l’aiuto di magnati messicani e degli Stati Uniti. Con le sue altissime percentuali Obrador può vendicarsi nel 2018. Nuove trame diffamatorie vengono preparate nei laboratori segreti. Ad esempio, nel recente tweet su Obrador si legge “Si definisce protettore dei poveri”. Un video lo mostra allontanare un venditore ambulante come se non si degnasse di stringergli la mano. In realtà il filmato mostrava Obrador dare al suo sostenitore un abbraccio amichevole dopo una chiacchierata. Una TV pro-USA ha manomesso il video cambiando “creativamente” ciò che in realtà mostrava. Chi lo saprà in Messico dove presentatori TV e radio continuano a servire gli interessi degli Stati Uniti?

Andrés Manuel López Obrador

Andrés Manuel López Obrador

La ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line della Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La sconfitta venezuelana di Obama

Alessandro Lattanzio, 16/3/201514-03-2015-cancilleres-unasur-1Il 9 marzo, il presidente degli USA Barack Obama dichiarava il Venezuela “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale degli USA“, invocando l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) contro il Venezuela. Altri Stati che attualmente subiscono l’IEEPA sono Iran, Myanmar, Sudan, Russia, Zimbabwe, Siria, Bielorussia e Corea democratica. Obama quindi imponeva sanzioni contro sette dirigenti venezuelani tra cui Justo Jose Noguera Pietri, presidente della Società venezuelana della Guayana (CVG) e Katherine Nayarith Haringhton Padron, pubblico ministero che persegue i golpisti. Il Presidente venezuelano Nicolas Maduro rispondeva bollando le dichiarazioni di Obama come “ipocrite“, affermando che gli Stati Uniti sono la massima minaccia al mondo. “Voi siete la vera minaccia che ha creato Usama bin Ladin… Difendi i diritti umani dei cittadini statunitensi neri uccisi nelle città degli Stati Uniti ogni giorno, Obama. Ho detto ad Obama, come vuoi essere ricordato? Come Richard Nixon che spodestò Salvador Allende in Cile? Come il Presidente Bush, responsabile del tentato spodestamento del Presidente Chavez?… Beh il presidente Obama già ha fatto la sua scelta… sarà ricordato come il presidente Nixon. The Wall Street Journal ha scritto che è arrivato il momento di chiamarmi tiranno, rispondo: Sarei un tiranno perché non mi lascio rovesciare? E se mi lascio rovesciare sarei un democratico? Il popolo dovrebbe consentire l’installazione di un “governo di transizione”, eliminando la Costituzione? Non lo permetterò e, se necessario, mi batterò per le strade con il nostro popolo e le nostre forze armate. Vogliamo pace, stabilità e convivenza. Che farebbe il presidente Obama se un colpo di Stato venisse organizzato contro il suo governo? Chi persiste in attività terroristiche e colpi di Stato è fuori dalla Costituzione, va arrestato e giudicato, e se anche Wall Street Journal o New York Times mi chiamano tiranno, non si tratta di tirannia, ma della legge”. Il 28 febbraio, dopo che un pilota statunitense veniva arrestato vicino al confine colombiano, ed insieme a quattro ‘missionari’ statunitensi accusato di spionaggio e di organizzazione del colpo di Stato in Venezuela, venivano annunciate nuove misure come l’imposizione dell’obbligo di visto ai cittadini statunitensi che entrano in Venezuela, la riduzione del personale dell’ambasciata degli Stati Uniti e la creazione di una “lista antiterrorista” di individui cui viene proibito l’ingresso in Venezuela, comprendente l’ex-presidente George W. Bush, l’ex-vicepresidente Dick Cheney, l’ex-direttore della CIA George Tenet, i congressisti di estrema destra Bob Menendez, Marco Rubio, Ileana Ross-Lehtinen e Mario Diaz-Balart, tutti accusati di “violazione dei diritti umani”. Gli Stati Uniti infatti hanno avuto un ruolo diretto nel tentativo di colpo di Stato sventato a febbraio. Il Presidente Maduro ricordava che il finanziatore del golpe fallito, Carlos Osuna, è “a New York protetto dal governo degli Stati Uniti“. Maduro aveva anche chiesto l’adozione di “una legge speciale per mantenere la pace nel Paese“, che una volta concessa dall’Assemblea Nazionale permetterà una “legge antimperialista per prepararsi ad ogni scenario e vincere“.
Dopo la decisione di Obama, il presidente della Bolivia Evo Morales convocava a Quito una riunione d’emergenza di UNASUR (organizzazione che rappresenta tutte le nazioni Sudamericane) e CELAC (Comunità allargata latino-americana e caraibica), “dichiariamo lo stato d’emergenza in difesa del Venezuela che affronta l’assalto di Barack Obama. Difenderemo il Venezuela, poiché l’impero tenta di dividerci, per controllarci politicamente e derubarci economicamente“. Il Presidente Correa esprimeva il “più fermo rifiuto della decisione illegale e extraterritoriale contro il Venezuela, che rappresenta un attacco inaccettabile alla sua sovranità“. “Come il Venezuela minaccia gli Stati Uniti? A migliaia di chilometri di distanza, senza armi e senza risorse strategiche o personale che cospiri contro l’ordine costituzionale statunitense? Tale dichiarazione fatta nell’anno delle elezioni legislative in Venezuela rivela la volontà d’interferenza della politica estera statunitense“, dichiarava il governo cubano. Quindi gli Stati membri dell’Unione delle nazioni sudamericane (UNASUR): Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Colombia, Ecuador, Guyana, Paraguay, Perù, Suriname, Uruguay e Venezuela esibivano un rifiuto unanime della posizione di Washington verso il Venezuela, esortando a valutare e attuare “il dialogo con il governo del Venezuela sulla base dei principi della sovranità dei popoli“. L’UNASUR continua la missione a sostegno del “dialogo politico più ampio con tutte le forze democratiche in Venezuela, nel pieno rispetto dell’ordinamento costituzionale, dei diritti umani e dello stato di diritto“. In precedenza una delegazione della UNASUR s’era recata a Caracas per indagare sul tentativo di colpo di Stato del 12 febbraio. A seguito di questo lavoro, il presidente di UNASUR, l’ex-presidente colombiano Ernesto Samper respingeva qualsiasi interferenza esterna e consigliava l’opposizione a dedicarsi alle elezioni e non alle violenze, “UNASUR ritiene che la situazione interna in Venezuela debba essere risolta con i meccanismi della Costituzione venezuelana” offrendo pieno sostegno come osservatore alle prossime elezioni, quest’anno, in Venezuela, “convinto dell’importanza per UNASUR di mantenere l’ordine costituzionale, la democrazia e la permanenza totale dei diritti umani fondamentali“.

Vladimir Padrino Lopez

Vladimir Padrino Lopez

Il 12 marzo il Ministero degli Esteri russo esprimeva solidarietà al popolo venezuelano contro “l’aggressiva pressione politica e le sanzioni di Washington verso Caracas e il suo governo democraticamente eletto. Siamo consapevoli, con grande preoccupazione, dell’aumento dei tentativi di destabilizzare il Venezuela, un Paese legato alla Russia da molti stretti legami di amicizia e da un’associazione strategica“, sottolineando che la dichiarazione di emergenza nazionale del governo degli Stati Uniti contro il Venezuela è “una minaccia per la stabilità democratica del Paese e può avere gravi conseguenze sulla situazione in America Latina nel suo complesso. Allo stesso modo, Mosca si oppone completamente ad ogni forma di violenza e ai colpi di Stato come strumenti per rovesciare i legittimi governi di Stati sovrani“. Nel frattempo il Ministro della Difesa Sergej Shojgu accettava l’invito dell’omologo venezuelano Vladimir Padrino Lopez, di far partecipare la Russia alle esercitazioni militari delle forze venezuelane. In effetti il 14 marzo, il Ministro della Difesa Popolare del Venezuela Padrino López riferiva che oltre 100000 persone partecipavano alle esercitazioni militari Escudo Nacional in sette delle Regiones Estratégicas de Defensa Integral (REDI) del Venezuela, a cui partecipavano le Forze Armate Nazionali Bolivariane (FANB), la Milizia Nazionale Bolivariana e volontari civili. L’obiettivo era rafforzare sul piano operativo Esercito, Marina, Aeronautica e Guardia Nazionale del Venezuela. Le REDI sono attive ad Aragua, Carabobo, Miranda Vargas, Yaracuy e Distrito Capital; Delta Amacuro, Monagas, Sucre e Nueva Esparta; Falcon, Lara, Trujillo, Mérida, Táchira e Zulia; Bolívar e Amazonas; Apure, Portuguesa, Barinas, Cojedes e Guárico; Ande e Regione Marittima Insulare.

madu630abbo1Riferimenti:
Correo del Orinoco
Global Research
Mondialisation
Mondialisation
Nsnbc
Nsnbc
Reseau International
Reseau International
Russia Insider

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