Un’altra superarma russa entra in servizio

Arkadij Savitskij SCF 24.03.2018Le scoperte tecnologiche sono la chiave del successo in economia e sicurezza nazionale. Mosca ha recentemente rivelato i suoi successi nelle innovazioni militari che supportano il nuovo paradigma della guerra moderna. Fu riferito il 15 marzo che l’Avangard, vettore ipersonico intercontinentale, sarà operativo entro il 2019 o alla fine del 2018. Sarà in allerta dal 2019. Le Forze Armate hanno già firmato il contratto. Avangard sarà installato sui missili intercontinentali, come il Sarmat, ICBM da 200 tonnellate. Messo nell’orbita di 100 km dalla Terra utilizzando un pre-booster, può planare sul bersaglio a una velocità di Mach 20 (5-7 km/s) mentre manovra con l’aiuto degli stabilizzatori. Questa è la prima arma prodotta in serie con testata planante che può volare negli strati densi dell’atmosfera. L’aliante può anche cambiare bruscamente rotta. Il sistema produce firme molto diverse dai tradizionali sistemi intercontinentali, ostacolando i tentativi di individuarlo e colpirlo. L’uso di materiali compositi consente al velivolo di resistere a temperature di 2000 gradi Celsius. Può volare nel plasma ed è anche protetto dai laser. Il sistema ha superato le prove a pieni voti. L’arma è perfettamente adatta ad abbattere le infrastrutture cruciali del nemico e renderlo incapace di contrattaccare. La potenza va da 150 kiloton a 1 megaton. La Russia, non gli Stati Uniti, è la prima a raggiungere la pronta capacità d’attacco globale. Questo è ciò che rende l’arma particolarmente importante. Il presidente russo non esagerava quando descriveva il missile ipersonico Kinzhal. Ora un altro nuovo sistema è quasi pronto, mettendo ulteriormente a rischio chi ne dubitava dell’esistenza.
Il discorso del Presidente Putin, in cui descriveva queste nuove “super armi”, non aveva nulla a che fare col servire gli interessi del complesso militare-industriale. Lo sviluppo dei sistemi menzionati in quel discorso fu provocato dal ritiro degli Stati Uniti dal Trattato ABM del 1972. Quell’accordo era la pietra angolare della stabilità strategica finché Washington non si ritirò nel 2002, una mossa seguita dal lancio dei siti di difesa missilistica della NATO in Romania e Polonia (quest’anno). Il Trattato ABM non era l’unico grande accordo internazionale a cui gli Stati Uniti hanno posto fine. Oggi violano apertamente il trattato NPT. Il Nuclear Posture Review pubblicato quest’anno cerca di sottrarre il controllo degli armamenti. Il piano annunciato di violare le iniziative nucleari presidenziali del 1991 e le navi lanciamissili a lungo raggio non sono altro che minacce aperte di voler sconvolgere l’equilibrio strategico. Il presidente russo non ha fatto minacce; ha solo spiegato le misure che il suo Paese adotta in risposta. Ciò è abbastanza naturale nel momento in cui il controllo degli armamenti è in crisi. Alcuno dei sistemi d’arma menzionati viola il Nuovo Trattato START. La Russia non ha mai detto di voler ritirarsi dagli accordi sul controllo degli armamenti ancora in vigore. Sono gli Stati Uniti, non la Russia, a dubitare che valga la pena preservare il nuovo Trattato START o l’INF. Le voci che chiedono di stracciare l’accordo sulle forze intermedie sono sempre più forti negli USA. C’è un futuro difficile, quindi il Presidente Putin adotta i provvedimenti per proteggere i cittadini della Russia, esattamente ciò che ha sempre promesso di fare. Washington ha la piena responsabilità di aver convinto Mosca di dove rafforzare le difese. Ora gli USA sono in ritardo rispetto alla Russia nella tecnologia militare che consente di produrre e adottare superarmi nell’arsenale operativo.
Tu l’as voulu, George Dandin!Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Perché la Russia costruisce enormi rifugi sotterranei?

Perché la Russia costruisce enormi rifugi sotterranei?

Missile-gate: gli USA ignoravano i progressi nucleari della Russia

Gilbert Doctorow, Consortium News 2 marzo 2018Il lungo discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale, in sessione congiunta di entrambe le camere russe, oltre a un gran numero di organizzazioni culturali, economiche e altre, costituiva la piattaforma per le imminenti elezioni presidenziali del 18 marzo, invece di partecipare ai dibattiti televisivi sui canali televisivi federali in cui altri sette candidati sono impegnati in questi giorni. Ma come nel caso di molte delle più importanti presentazioni di Vladimir Putin, il discorso era rivolto a un pubblico molto più ampio dell’elettorato russo. Molti dei circa 700 giornalisti invitati a partecipare erano corrispondenti stranieri. In effetti, si potrebbe ragionevolmente sostenere che il discorso fosse diretto all’estero, precisamente negli Stati Uniti. L’ultima parte dell’indirizzo, dedicato alla difesa e che presentava per la prima volta diversi importanti nuovi e tecnicamente ineguagliabili sistemi d’arma nucleari offensivi, rivendicava la piena parità nucleare russa cogli Stati Uniti, ribaltando il ritiro del Paese dallo status di superpotenza risalente al crollo dell’Unione Sovietica nel 1992. Alcuni commentatori russi, con scoppio di orgoglio nazionale, affermarono che il potere dell’Unione Sovietica era ristabilito e che i torti degli anni ’90 finalmente annullati. A suo modo, questo discorso è stato altrettanto importante, forse più importante del discorso di Putin alla Conferenza di sicurezza di Monaco nel febbraio 2007, in cui discusse a lungo le lamentele della Russia verso l’egemonia mondiale degli Stati Uniti insediata negli anni ’90 e il totale disprezzo o rifiuto degli interessi nazionali della Russia. Quel discorso fu un punto di svolta nelle relazioni USA-Russia che portava al profondo confronto di oggi. Il discorso di ieri suggeriva non l’inizio di una nuova corsa agli armamenti, ma la sua conclusione, con l’assoluta vittoria russa e sconfitta degli USA.
L’indirizzo di Putin era un evento “shock and awe”. Lascio ad altri, più competenti di me nella tecnologia militare, commentare le capacità specifiche dei vari sistemi svelati ieri. Sia che si tratti di distanza ravvicinata o raggio illimitato, di lanciati da terra o dall’aria, di missili balistici o da crociera, che volino nell’atmosfera o navighino silenziosamente e ad alta velocità nelle profondità degli oceani, questi sistemi sono indicati invincibili per qualsiasi difesa nota o futura, su cui gli Stati Uniti hanno investito pesantemente da quando lasciarono unilateralmente il Trattato ABM e avviarono la rotta che doveva rovesciare la parità strategica. Dal 2002, la politica degli Stati Uniti mirava a permettere il primo colpo eliminando gli ICBM russi e rendendo inutili le forze nucleari residue della Russia da poter lanciare. I nuovi missili russi altamente manovrabili e ad altissima velocità (Mach 10 e Mach 20) e il drone nucleare sottomarino rendono illusorio ogni scenario basato su una risposta non devastante alla patria statunitense dopo un attacco alla Russia. Di conseguenza, i nuovi sistemi rendono anche inutili e trasformano in bersaglio facile l’intera flotta statunitense con le sue formazioni di portaerei. La risposta dei media statunitensi e occidentali al discorso di Putin è stata varia. Il Financial Times ha fatto del suo meglio per un resoconto neutro e, a metà dell’articolo, aveva un paragrafo con due dei più autorevoli politici russi con competenze specifiche nei rapporti con l’occidente: Konstantin Kosachev e Aleksej Pushkov, ex-presidenti della Commissione Esteri della della Duma. Tuttavia, i loro reporter e supervisori editoriali erano spiazzati, incapaci di una visione coerente su ciò che il Cremlino fa. Da un lato le dichiarazioni di Putin sulle armi nucleari “inarrestabili” della Russia sono ridotte a “pretese”, suggerendo un certo scetticismo; dall’altra parte, la conseguenza è “alimentare la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti cogli Stati Uniti”. Non riescono a capire che la corsa è finita. Il Washington Post è stato piuttosto veloce nel postare un lungo articolo nell’edizione online di ieri. Una parte insolitamente grande consisteva in citazioni del discorso di Putin. La linea editoriale dice tutto nel titolo dato: “Putin sostiene che la Russia sviluppa armi nucleari in grado di evitare le difese missilistiche.” Vorrei mettere l’accento su “affermazioni” ed “sviluppa”. I reporter e la direzione dei giornali sembrano non capire: uno di questi sistemi è già schierato nel Distretto militare meridionale della Russia e altri entrano in produzione in serie. Questi sistemi non sono una lista dei desideri, sono fatti concreti. Il New York Times è stato al solito lento nel pubblicare articoli su un fatto che l’ha colto totalmente impreparato. Nell’arco di un paio d’ore, ha messo due articoli occupandosi della sezione difesa del discorso di Vladimir Putin. In entrambi, ma più in particolare nell’articolo dei co-autori Neil MacFarquhar e David E. Sanger, si sottolinea il “bluff”. È presumibilmente scontato che Putin abbia solo pronunciato un discorso elettorale per suscitare “le passioni patriottiche dei russi” e consolidare così la prossima vittoria elettorale. Gli autori si fidano del fatto che “l’inganno è nel cuore dell’attuale dottrina militare russa”, cosicché “sorgono domande se queste armi esistessero”. Tali speculazioni, specialmente del New York Times, ci dicono una cosa: che i nostri media ignorano intenzionalmente i semplici fatti su Vladimir Putin. Primo, che ha sempre fatto ciò che ha detto. Secondo, che è per natura molto cauto e metodico. La parola “attentamente” è un elemento costante nel suo vocabolario. In questo contesto, la nozione “bluff” in una questione che metterebbe a rischio la sicurezza nazionale russa e potrebbe costare decine di milioni di vite russe, se venisse scoperto, è di un’assurdità assoluta. Mi piacerebbe credere che i Capi di Stato Maggiore a Washington non saranno così vertiginosi o superficiali nel giudicare ciò che hanno ascoltato dal Signor Putin. Se è così, raccomanderanno urgentemente al loro presidente di avviare negoziati molto ampi coi russi sul controllo degli armamenti. E torneranno nei loro uffici a rivedere completamente le raccomandazioni su materiale e installazioni militari che gli Stati Uniti finanziano per il 2019 e oltre. Il nostro bilancio attuale, inclusi i trilioni di dollari stanziati per il potenziamento di testate nucleari e la produzione di armi a bassa potenza, è uno spreco di denaro dei contribuenti. Tuttavia, ancora più importante, le implicazioni dell’indirizzo di Vladimir Putin sono che l’intelligence statunitense ha dormito per 14 anni, se non di più. È uno scandalo nazionale perdere una corsa agli armamenti che nemmeno si conosceva. Teste dovrebbero cadere, e il processo dovrebbe iniziare con audizioni adeguate a Capitol Hill. Per ragioni che saranno chiare da quanto segue, tra i primi testimoni chiamati a testimoniare dovrebbero esserci l’ex-vicepresidente Dick Cheney e l’ex-segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
In passato una tale rivelazione sull’ampio divario sulla sicurezza con il principale concorrente geopolitico e militare del Paese avrebbe portato a recriminazioni politiche e accuse. Ciò che è successo ieri è molto peggio del “divario missilistico” della fine degli anni ’50 che portò John Kennedy alla Casa Bianca in una campagna per ridare vigore alla cultura politica statunitense e svegliarsi dai sonnolenti anni di Eisenhower compiaciuti sulle questioni su sicurezza e molto altro. Inoltre, la presentazione delle nuove armi russe che cambiano l’equilibrio energetico mondiale è solo uno della serie di notevoli risultati russi negli ultimi quattro anni che ha colto di sorpresa la leadership statunitense. La spiegazione è stata finora la presunta imprevedibilità di Vladimir Putin, anche se assolutamente tutto ciò che ha fatto sarebbe stato prevedibile da chi prestava attenzione. Un primo esempio fu la presa russa sulla Crimea nel febbraio-marzo 2014 senza un colpo o un singolo morto laddove 20000 soldati russi erano nell’enclave di Sebastopoli affittata, affrontando 20000 militari ucraini nella penisola. I media occidentali parlarono d'”invasione” russa, nient’altro che truppe russe che uscivano dalle caserme. I russi non usarono niente di più esotico della guerra psicologica, “psy-ops” vecchio stile, come viene chiamata negli Stati Uniti, eseguita alla perfezione da professionisti, il tutto risalente ai tempi di Von Clausewitz. Poi il Pentagono fu colto di sorpresa nel settembre 2015 quando Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciò l’invio di aerei militari russi in Siria per le operazioni contro lo SIIL e sostenere Assad che iniziarono il giorno successivo. Perché non sospettammo nulla? Forse perché la Russia era troppo povera per portare a termine una missione così impegnativa all’estero con obiettivi precisi e scadenze precise? Nello stesso teatro di guerra, i russi hanno nuovamente “sorpreso” gli statunitensi istituendo un centro d’intelligence militare congiunto a Baghdad con Iraq e Iran. E ulteriormente “sorpresero” la NATO con le missioni di bombardamento sul teatro siriano sorvolando lo spazio aereo iraniano ed iracheno dopo avergli negato i diritti di sorvolo dei Balcani. Con migliaia di militari e diplomatici in Iraq, come mai gli Stati Uniti non seppero nulla degli accordi russi con la leadership irachena? Il mio punto è che la confusione su come interpretare l’annuncio di Putin della nuova capacità di difesa della Russia è un fallimento sistemico dell’intelligence degli USA. La prossima domanda ovvia è perché? Dov’è la CIA? Dove sono i capi dell’intelligence quando non indagano su Trump? La risposta non è semplice, di sicuro. Né è un fallimento recente. C’è una buona dose di accecante compiacimento nei confronti della Russia come “Stato fallito” che riguarda l’intera dirigenza politica degli Stati Uniti sin dagli anni ’90, quando la Russia era in un angolo. Semplicemente non si poteva immaginare che il Cremlino si ergesse sfidando con le sue missioni in Crimea, Siria, sviluppando gli armamenti high-tech più sofisticati del mondo. E non è solo cecità sulla Russia. È un fallimento totale non capire che il potere statale ovunque non dipende solo da PIL e tendenze demografiche, ma anche da grinta, determinazione patriottica ed intelligenza di migliaia di ricercatori, ingegneri e addetti alla produzione. Tale povertà concettuale infetta alcuni dei nostri più brillanti scienziati politici della Realpolitik nella comunità accademica, che in linea di principio dovrebbero essere disposti a comprendere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse. In qualche modo sembra che abbiamo dimenticato la lezione di Davide e Golia. In qualche modo abbiamo dimenticato i 4 o 5 milioni di israeliani che si oppongono militarmente a 100 milioni di arabi. Era inimmaginabile per noi che la Russia fosse il Davide del nostro Golia. Ma ci sono ragioni più obiettive per il totale fallimento dell’intelligence statunitense nel cogliere portata e gravità della sfida russa all’egemonia globale degli Stati Uniti. Nello specifico, dobbiamo considerare l’indebolimento delle nostre capacità d’intelligence russe nei giorni, mesi, anni successivi all’11 settembre.
Ci sono quelli che diranno, con ragione, che il declino delle capacità d’intelligence degli Stati Uniti sulla Russia iniziò già con la seconda amministrazione Reagan, quando la Guerra Fredda si concluse e l’esperienza dei Cold Warriors non sembrava più rilevante. Sicuramente gli esperti sulla Russia poterono ridursi per logoramento. Eppure, quando l’11 settembre colpì, molti di coloro che occupavano i vertici della CIA vi erano entrati in qualità di esperti di Russia. Fu la mancanza di competenze della CIA in lingue e conoscenza del Medio Oriente che si osservò dopo l’attacco di al-Qaida alle Torri Gemelle a guidare la ridefinizione delle priorità dell’intelligence. Chiaramente tale deficienza e la necessaria nuova definizione delle competenze non potevano essere di buon auspicio per la carriera dei detentori dell’ufficio sovietico. Ma un fattore ancora maggiore nel netto declino delle competenze sulla Russia nelle agenzie d’intelligence statunitensi fu il passaggio dalla dipendenza da dipendenti del servizio civile all’utilizzo di fornitori di servizi esterni, cioè l’esternalizzazione del lavoro d’intelligence. Questo era totalmente in linea con le tendenze del vicepresidente Dick Cheney, che introdusse l’outsourcing in modo generalizzato per affrontare le nuove sfide della guerra al terrorismo. Lo stesso fenomeno colpì le forze armate statunitensi, specialmente dal 2003 con l’invasione dell’Iraq. I compiti operativi di sicurezza delle forze armate statunitensi furono esternalizzati a società mercenarie come Blackwater. E le normali procedure di approvvigionamento di materiale furono cortocircuitate dal vicepresidente per soddisfare rapidamente le urgenti richieste sul campo: da qui l’acquisizione di flotte di mezzi di trasporto truppe corazzati non tradizionali ma assai necessari, e simili. Diversi articoli su Consortium News e altrove negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’esternalizzazione dell’intelligence. Tuttavia, cosa succedeva, perché e in che modo era già chiaramente noto un decennio prima e non prometteva nulla di buono. In un certo senso, la comunanza di tali cambiamenti nel provvedere intelligence, equipaggiamento e forze fu dovuta a mentalità svelta e all’intervento politico diretto in processi distinti nella pubblica amministrazione con le sue procedure burocratiche. L’intervento politico significa in ultima analisi politicizzare metodi e risultati. L’intelligence esterna è più propensa a soddisfare le richieste del supervisore piuttosto che avere integrità intellettuale e propria ampia prospettiva. Per comprendere meglio il fenomeno, rimando il lettore a un articolo eccezionale e ben documentato risalente al marzo 2007, pubblicato dall’European Intelligence Security Center (ESISC) intitolato “Outsourcing Intelligence: l’esempio degli Stati Uniti“. L’autore, Raphael Ramos, ricercatore associato all’ESISC, ci dice che all’epoca il 70% del budget della comunità dell’intelligence statunitense fu speso in contratti con società private. All’epoca si diceva che l’outsourcing fosse la maggiore delle agenzie collegate al dipartimento della Difesa. La CIA quindi affermò di avere un terzo del personale proveniente da società private. Oltre alle mutevoli priorità dell’intelligence estera, risultanti dalla fine della Guerra Fredda e dall’inizio della Guerra al Terrore, un altro fattore nella struttura mutevole dell’intelligence statunitense fu dettato dalla tecnologia, in rifermento alle moderne tecnologie di telecomunicazione, con molte start-up che appaiono nei campi specializzati delle Signals Intelligence ed Imagery Intelligence. L’NSA si avvalse di questi nuovi fornitori di servizi divenendo pioniere dell’intelligence nell’outsourcing. Altre agenzie del Pentagono che seguirono lo stesso corso furono il National Reconnaissance Office, responsabile dei sistemi d’intelligence spaziali, e l’Agenzia nazionale d’intelligence geospaziale, incaricata di produrre informazioni geografiche dai satelliti. Si aggiunga une prassi in continua evoluzione per lo sviluppo d’internet, privilegiando l’intelligence open source, OSINT, che prospera nel privato perché non richiede speciali autorizzazioni alla sicurezza. Questo presto arrivò tra il 35% e il 90% degli acquisti per l’intelligence. Come su notato, l’outsourcing ha permesso alla comunità d’intelligence di modernizzarsi, acquisire competenze rapidamente e cercare di soddisfare nuove urgenti necessità. Tuttavia, a giudicare dai risultati verso la Russia di Putin, sembra che l’esternalizzazione non sia produttiva. Il Paese era cieco mentre assumeva posizioni stravaganti e insopportabili facendo il prepotente mondiale come se godesse del dominio a spettro totale e la Russia non esistesse.Gilbert Doctorow, analista politico indipendente di Bruxelles, osservatore internazionale per le elezioni presidenziali del 18 marzo in Russia. Il suo ultimo libro, Gli Stati Uniti hanno un futuro? è stato pubblicato nell’ottobre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin rivela le nuove armi a cui nulla può opporsi

RussiaToday, 1 marzo 2018La Russia iniziava lo sviluppo di armi strategiche invulnerabili ai sistemi di difesa missilistica nemica, annunciava il Presidente Vladimir Putin nel messaggio annuale ad entrambe le camere dell’Assemblea Federale (Parlamento russo: Duma di Stato e Consiglio della Federazione Russa). Alcuno dei partner stranieri prese sul serio la Russia fin quando non sviluppò sistemi d’arma all’avanguardia, ma ora dovrebbero farlo e ascoltare ciò che dicono i leader russi, avvertiva il presidente. “Non abbiamo fatto mistero dei nostri piani, ne abbiamo parlato apertamente, prima di tutto per richiamare i nostri partner al dialogo. Era il 2004. Sorprendentemente, nonostante tutti i problemi che dobbiamo affrontare nell’economia, nella finanza, nell’industria della Difesa e nelle Forze Armate, la Russia è rimasta e rimane la maggiore potenza nucleare, e nessuno voleva parlare con noi, nessuno ci ascoltava, ma ora ci ascoltano“, ha detto Putin. Il presidente mostrava le immagini di nuove ed avanzate armi delle Forze Armate russe. “Questo tipo di armi non ha pari al mondo“, dichiarava il presidente, osservando che quando altri Paesi avranno un simile arsenale, Mosca avrà già sviluppato “qualcosa di nuovo”.

La Russia non minaccia nessuno
Allo stesso tempo, il presidente sottolineava che “il crescente potenziale militare della Russia non minaccia nessuno“. “Il crescente potere militare della Russia è una solida garanzia di pace sul nostro pianeta, perché questo potere mantiene e continuerà a mantenere l’equilibrio strategico e di forze nel mondo, fattore chiave della sicurezza internazionale dalla Seconda guerra mondiale ad oggi“, osservava Putin. Tutti questi compiti sono eseguiti “nell’ambito degli accordi in vigore nel campo del controllo degli armamenti”. “Non abbiamo violato nulla”, sottolineava il presidente.

Sistema missilistico Sarmat
Durante il discorso, Putin mostrava le immagini del nuovo sistema missilistico Sarmat, che ha gittata illimitata e può trasportare testate nucleari, anche ipersoniche. “Alcun sistema di difesa missilistica è d’ostacolo al Sarmat“, dichiarava aggiungendo che il nuovo missile intercontinentale pesa oltre 200 tonnellate.

“Come una meteora”
Un altro dei missili rivelato dal capo di Stato russo è l’Avangard, capace di raggiungere velocità ipersoniche e di manovrare negli strati densi dell’atmosfera terrestre. L’Avangardsarà come una meteora“, avvertiva.

Sistema ad energia nucleare
È anche iniziato lo sviluppo di un piccolo sistema ad energia nucleare con cui saranno equipaggiati sottomarini e missili da crociera. Con questi motori, i missili da crociera non avranno limiti nei sistemi di difesa missilistica e avranno una gittata illimitata.

Sistema Kinzhal
In uno dei video veniva anche mostrato il sistema Kinzhal (Daga). Putin indicava che il sistema è in servizio nelle basi aeree del distretto militare meridionale da dicembre. “Le caratteristiche tecniche e di volo del velivolo vettore consentono al missile di essere portato sul punto di lancio in pochi minuti“, dichiarava il presidente. “Allo stesso tempo, il missile che vola a velocità ipersonica superando di 10 volte quella del suono, manovra in tutte i segmenti della traiettoria di volo“, aggiungeva il presidente. “Ciò gli consente di violare tutti i sistemi di difesa antimissile e antiaerea esistenti e, credo, futuri, trasportando testate convenzionali e nucleari a 2000 chilometri di distanza“, precisava.

Sottomarino senza equipaggio
Putin annunciava anche la creazione di un sottomarino senza equipaggio per grandi profondità e rotte intercontinentali. “La sua velocità supera più volte quella di tutti i sottomarini, siluri e navi di superficie“. “È fantastico“, notava il presidente. Ai confini della Russia, è stata creata una “area unica per la radiolocalizzazione del sistema di allarme d’attacco missilistico“, annunciava il presidente. E spiegava che 80 nuovi missili balistici intercontinentali sono entrati in servizio nei diversi rami delle Forze Armate russe. Mentre 12 divisioni di missili strategici sono state equipaggiate coi missili balistici intercontinentali Jars.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Stato di paura: come i più micidiali bombardamenti della storia crearono l’attuale crisi in Corea

Ted Nace, Mondialisation, 9 dicembre 2017Mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione tensioni e retorica bellicosa tra Stati Uniti e Corea democratica, uno degli aspetti più notevoli della situazione è la mancanza di qualsiasi riconoscimento pubblico del motivo dei timori della Corea democratica, o come l’ha definito l’ambasciatrice dell’ONU Nikki Haley, “stato di paranoia”, cioè l’orribile campagna di bombardamento statunitense durante la Guerra di Corea, dal numero senza precedenti di vittime. Anche se non sapremo mai tutti i fatti, le prove disponibili portano a concludere che i bombardamenti di città e villaggi nella Corea democratica uccisero più civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti nella storia. Lo storico Bruce Cumings descrive la campagna dei bombardamenti come “probabilmente uno dei peggiori episodi di violenza statunitense scatenata contro un altro popolo, ma certamente quella meno nota agli statunitensi”. La campagna, condotta tra il 1950 e il 1953, uccise 2 milioni di nordcoreani secondo il generale Curtis LeMay, capo del comando aereo strategico e organizzatore del bombardamento di Tokyo e di altre città giapponesi. Nel 1984, LeMay disse all’ufficio dell’Aeronautica che il bombardamento della Corea democratica “uccise il 20% della popolazione“. Altre fonti citano un numero leggermente inferiore. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Centre for the Study of Civil War (CSCW) e dall’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), la “migliore stima” dei decessi civili in Corea democratica è 995000, con una stima minima di 645000 e una massima di 1,5 milioni. Sebbene metà delle stime di LeMay, CSCW/PRIO calcola che 995000 morti superassero le vittime civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti, tra cui quella sulle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, che fece tra 400000 e 600000 morti, i bombardamenti incendiari e nucleari delle città giapponesi causarono tra 330000 e 900000 morti; i bombardamenti in Indocina tra il 1964 e il 1973 causarono tra 121000 e 361000 morti, durante le operazioni Rolling Thunder, Linebacker e Linebacker II (Vietnam); Menu e Freedom Deal (Cambogia) e Barrel Roll (Laos). Il pesante bilancio dei bombardamenti della Corea democratica è tanto più notevole in quanto la popolazione del Paese era relativamente modesta: solo 9,7 milioni nel 1950. In confronto, c’erano 65 milioni di persone in Germania e 72 milioni in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. I bombardamenti dell’Aeronautica degli USA sulla Corea democratica impiegarono tattiche sviluppate durante la Seconda guerra mondiale per bombardare Europa e Giappone: esplosivi per distruggere edifici, napalm e altre armi incendiarie per innescare massicci incendi e bombardamenti pesanti per impedire alle squadre antincendio di estinguerli. L’uso di tali tattiche non era evidente. Secondo la politica statunitense all’inizio della guerra di Corea, fu vietato il bombardamento incendiario dei civili. Un anno prima, nel 1949, diversi ammiragli della Marina degli Stati Uniti condannarono tali tattiche al Congresso. Durante la “rivolta degli ammiragli”, la Marina sfidò i colleghi dell’Aeronautica sostenendo che bombare i civili era controproducente dal punto di vista militare e violava gli standard morali internazionali.
Giunte nel momento in cui il tribunale di Norimberga sensibilizzò l’opinione pubblica sui crimini di guerra, le critiche degli ammiragli furono riprese dall’opinione pubblica. Pertanto fu vietato attaccare le popolazioni civili secondo la politica degli Stati Uniti all’inizio della guerra di Corea. Quando il generale George E. Stratemeyer dell’Aeronautica militare chiese il permesso di usare gli stessi metodi di bombardamento, su cinque città nordcoreane, di quelli che “piegarono il Giappone”, il generale Douglas MacArthur respinse la richiesta, invocando la “politica generale”. Cinque mesi dopo l’inizio della guerra, mentre le forze cinesi intervennero a fianco della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite si ritiravano, il generale MacArthur cambiò posizione e accettò la richiesta del generale Stratemeyer, il 3 novembre 1950, di bruciare la città nordcoreana di Kanggye e diverse altre: “Bruciale! Meglio ancora, Strat, brucia e distruggi qualsiasi città o villaggio pensi abbia interesse militare per il nemico”. La stessa sera, il capo di Stato Maggiore di MacArthur disse a Stratemeyer che anche il bombardamento di Sinuiju veniva approvato. Nel diario, Stratemeyer riassume le istruzioni: “Ogni edificio, ogni sito e ogni villaggio della Corea democratica diventa un bersaglio militare e tattico“. Stratemeyer ordinò alla Quinta Forza Aerea e al Comando Bombardieri di distruggere tutti i mezzi di comunicazione e tutti i servizi, le fabbriche, città e villaggi. Sebbene l’Aeronautica fosse diretta nelle comunicazioni interne sulla natura dei bombardamenti, incluse mappe che mostravano l’esatta percentuale incenerita di ogni città, le comunicazioni alla stampa descrissero i bombardamenti come incentrati esclusivamente su “concentramenti di truppe nemiche, depositi, edifici militari e linee di comunicazione“. Gli ordini della Quinta Forza Aerea erano chiari: “Gli aerei della Quinta Forza Aerea distruggeranno tutti gli obiettivi, inclusi gli edifici che possono servire da rifugio“. In meno di tre settimane dal bombardamento di Kanggye, furono incendiate dieci città, tra cui Chosan (85%), Hoeryong (90%), Huichon (75%), Kanggye (75%), Kointong ( 90%), Manpochin (95%), Namsi (90%), Sakchu (75%), Sinuichu (60%) e Uichu (20%). Il 17 novembre 1950, il generale MacArthur disse all’ambasciatore statunitense in Corea John J. Muccio, “Sfortunatamente, questa regione sarà trasformata in un deserto“. Con “questa regione“, MacArthur indicava l’intera area tra “le nostre attuali posizioni e il confine”.
Mentre l’Aeronautica continuava a bruciare le città, seguiva da vicino i livelli di distruzione inflitti:
* Anju – 15%
* Chinnampo (Nampo) – 80%
* Chongju (Chongju) – 60%
* Haeju – 75%
* Hamhung (Hamhung) – 80%
* Hungnam (Hongnam) – 85%
* Hwangju (Contea di Hwangju) – 97%
* Kanggye – 60% (precedentemente stimato al 75%)
* Kunu-ri (Kunu-dong) – 100%
* Kyomipo (Songnim) – 80%
* Musan – 5%
* Najin (Rashin) – 5%
* Pyongyang – 75%
* Sariwon (Sariwon) – 95%
* Sinanju – 100%
* Sinuiju – 50%
* Songjin (Kimchaek) – 50%
* Sunan (Sunan-guyok) – 90%
* Unggi (Contea di Sonbong) – 5%
* Wonsan (Wonsan) – 80%
Nel maggio 1951, una squadra investigativa internazionale dichiarò: “I membri, durante il viaggio, non videro una singola città che non fosse stata distrutta, e c’erano pochissimi villaggi intatti“. Il 25 giugno 1951, il generale O’Donnell, comandante del Comando bombardieri dell’Estremo Oriente, testimoniò in risposta a una domanda del senatore Stennis (“...La Corea democratica è stata praticamente distrutta, no?“) “Oh, sì .. direi che quasi tutto nel nord della penisola coreana è in condizioni terribili. Tutto è distrutto. Non c’è nulla che valga essere nominato… Poco prima dell’arrivo dei cinesi, i nostri aerei erano inchiodati a terra. Non è rimasto nulla da bombardare in Corea“. Nell’agosto 1951, il corrispondente di guerra Tibor Meray dichiarò di aver assistito alla “totale devastazione tra il fiume Yalu e la capitale” e “che non c’erano più città nella Corea democratica“, aggiungendo che “mi sentivo come se viaggiassi sulla luna perché c’era solo devastazione… Ogni città non era altro che un allineamento di camini“.
Diversi fattori si combinarono aumentando la mortalità dei bombardamenti incendiari. Come si apprese durante la seconda guerra mondiale, gli attacchi incendiari potevano devastare le città a velocità incredibile: il bombardamento della Royal Air Force di Wurzburg, in Germania, negli ultimi mesi di guerra impiegò solo 20 minuti per avvolgere la città in una tempesta di fuoco con temperature stimate a 1500-2000° C. La gravità dell’inverno nordcoreano contribuì ai raccapriccianti dati dei bombardamenti. A Pyongyang, la temperatura media di gennaio è -13°. I peggiori bombardamenti si verificarono nel novembre 1950, chi sfuggì alla morte per incendio morì di freddo nei giorni e mesi successivi. I sopravvissuti crearono dei ripari di fortuna in canyon, caverne o cantine abbandonate. Nel maggio 1951, una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche (WIDF) visitò la città bombardata di Sinuiju: “La stragrande maggioranza delle persone vive in trincee scavate e rinforzate con legno di recupero. Alcuni di tali rifugi hanno tetti di tegole e di legno, recuperati da edifici distrutti. Altri vivono in cantine rimaste intatte dopo il bombardamento e altre ancora in tende di paglia con carpenteria recuperata da edifici distrutti e in capanne di mattoni e macerie senza malta“. A Pyongyang, la delegazione descrisse una famiglia di cinque persone, tra cui un bambino di tre anni e uno di otto mesi, che viveva in uno spazio sotterraneo di due metri quadrati, a cui si poteva accedere solo percorrendo un tunnel di tre metri. Un terzo fattore fu l’uso intensivo del napalm. Sviluppato all’Università di Harvard nel 1942, la sostanza appiccicosa e infiammabile fu usata per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Diventò un’arma chiave durante la guerra di Corea, quando ne vennero usate 32557 tonnellate; secondo lo storico Bruce Cumings la logica fu la seguente: “Sono selvaggi, il che ci dà il diritto di spalmare napalm sugli inermi“. Molto tempo dopo la guerra, Cumings descrisse l’incontro con un anziano sopravvissuto: “All’angolo di una strada c’era un uomo (penso che fosse un uomo o una donna con le spalle larghe) che aveva una curiosa crosta viola su ogni parte visibile della pelle, spessa sulle sue mani, sottile sulle braccia, coprendosi completamente la testa e il viso. Era calvo, non aveva orecchie o labbra e gli occhi, senza palpebre, erano di un bianco grigiastro, senza pupille… Questa crosta violacea risultò dal contatto col napalm, poi il corpo della vittima, non curata, guarì in un modo o nell’altro“. Durante i colloqui per l’armistizio alla fine dei combattimenti, i comandanti statunitensi non avevano più città da colpire. Per fare pressione sui negoziati, diressero i bombardamenti sulle grandi dighe coreane. Come riportato dal New York Times, le inondazioni causate dalla distruzione di una diga “liberarono” 40 km di valle distruggendo migliaia di ettari di riso appena piantato. All’indomani dei bombardamenti incendiari contro Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di ricerca del Pentagono di 1000 membri redasse una valutazione completa nota come “US Strategic Bombing Survey“. L’USSBS pubblicò 208 volumi per l’Europa e 108 per il Giappone e il Pacifico, tra cui il numero di vittime, interviste con sopravvissuti e indagini economiche. Tali rapporti redatti industria per industria furono così dettagliati che la General Motors li usò per avere con successo dal governo degli Stati Uniti 32 milioni di dollari per i danni alle sue fabbriche tedesche.
Dopo la guerra di Corea, non fu fatta alcuna registrazione dei bombardamenti, ad eccezione delle mappe interne per l’Aeronautica che mostravano la distruzione città per città. Queste carte rimasero segrete per venti anni. Quando furono declassificate, di nascosto nel 1973, l’interesse degli Stati Uniti per la Guerra di Corea era svanito da tempo. È solo negli ultimi anni che il quadro completo comincia ad emergere negli studi di storici come Taewoo Kim del Korean Korea Analysis Institute, Conrad Crane dell’Accademia Militare degli Stati Uniti e Su-kyoung Hwang dell’Università della Pennsylvania. Nella Corea democratica, la memoria è perpetuata. Secondo lo storico Bruce Cumings, “Fu la prima cosa che la guida mi disse”. Cumings scrive: “La campagna senza ostacoli dei bombardamenti incendiari al Nord durò tre anni, dando origine a un deserto e a popolo di talpe sopravvissute che imparò ad amare il riparo di caverne, montagne, tunnel e ridotte, un mondo sotterraneo diventato la base per la ricostruzione di un Paese e ricordo per costruire un feroce odio tra la popolazione“. Ancora oggi, la campagna dei bombardamenti incendiari contro città e villaggi della Corea democratica rimane ignota al pubblico e non è riconosciuta nelle discussioni nei media sulla crisi, nonostante l’ovvia importanza per la Corea democratica nel persegue il programma di deterrenza nucleare. Senza conoscere e confrontarsi con questi fatti, non possiamo comprendere i timori al centro degli atteggiamenti e delle azioni della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio