La Russia punta il pivot in Asia degli Stati Uniti

MK Bhadrakumar Indian Punchline 17 aprile 2016sergeilavrov153358609_0La Russia ha espresso solidarietà alla Cina in modo inequivocabile per la prima volta, forse, sulla questione del Mar Cinese Meridionale. In un’ intervista congiunta del Ministro degli Esteri Sergej Lavrov ai giornalisti giapponesi e cinesi a Mosca, ha inquadrato la posizione posizione russa rispondendo a una domanda del giornalista cinese in relazione a “tensioni (che) recentemente divampano di nuovo” nel Mar cinese meridionale: “Sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale, si procede dalla seguente premessa. Tutti gli Stati interessati devono rispettare il principio del non-uso della forza militare e continuare a cercare soluzioni politiche e diplomatiche reciprocamente accettabili. E’ necessario porre fine a qualsiasi interferenza nei colloqui tra gli Stati interessati e a qualsiasi tentativo d’internazionalizzare queste dispute. Abbiamo dato supporto attivo alla disponibilità di Cina e ASEAN di andare avanti su questo obiettivo. Molti tentativi sono stati fatti (da “soggetti esterni”) per internazionalizzare le questioni relative alla controversia sul Mar Cinese Meridionale… questi tentativi sono controproducenti. Solo trattative guidate da Cina e Paesi ASEAN… produrranno il risultato desiderato, cioè un accordo reciprocamente accettabile”. Pechino naturalmente è felice. Il Ministero degli Esteri si è affrettato a rispondere il giorno dopo: “La Cina parla molto delle osservazioni della Russia. Qualsiasi persona, organizzazione e Paese veramente preoccupata per la pace e la stabilità nel Mar Cinese Meridionale, dovrebbe sostenere la Cina e i Paesi interessati della regione, o i Paesi direttamente coinvolti, precisamente, nella risoluzione delle eventuali controversie con negoziazione e coordinamento… Non è costruttivo che qualsiasi Paese od organizzazione esterno alla regione acuisca la questione del Mar cinese meridionale, riproducendo o provocando tensioni e divisioni tra i Paesi regionali. Chi lo fa, farà deviare la soluzione della questione del Mar Cinese Meridionale dalla strada giusta”. La Cina prende atto particolarmente delle osservazioni di Lavrov subito dopo la dichiarazione del G-7 che criticava implicitamente Pechino con l’accusa di indulgere in “azioni unilaterali intimidatorie, coercitive o provocatorie che potrebbero alterare lo status quo e aumentare le tensioni” sul Mar cinese meridionale (AFP). L’intervista di Lavrov sarà altrettanto gratificante per Pechino con la netta osservazione che sottolinea la determinazione di Mosca nel creare una base navale sulle contestate isole Curili; Lavrov ha detto al corrispondente giapponese (il Giappone rivendica il territorio): “Oggi l’Artico si apre sempre più allo sviluppo economico… L’uso della rotta del Mare del Nord è oggettivamente aumentato… diverrà una rotta molto utile ed efficace per il transito di merci tra Europa e Asia… e noi, come Stato rivierasco, abbiamo una responsabilità particolare nel garantire non solo l’efficienza della rotta, ma anche la sicurezza. E’ essenziale garantire un controllo affidabile ed efficace non solo su zone di mare, ma anche su tutte le coste di queste aree… Questi obiettivi non possono essere raggiunti senza ripristinare le infrastrutture, anche quelle militari, quasi completamente perdute negli anni ’90. Sulle isole Curili, sono i confini orientali della Federazione russa… inutile dire che prevedere misure per rafforzare le infrastrutture militari relative ai territori di confine è naturale per qualsiasi Stato. Questi sono i confini dell’Estremo Oriente del nostro Paese e dobbiamo garantirne la sicurezza. Faremo tutto il possibile per raggiungere questo obiettivo”.
Ancora una volta, questa sarebbe la prima volta, forse, che la Russia ha apertamente collegato l’intenzione di dominare le rotte marittime nella cosiddetta Fossa delle Curili, con le preoccupazioni su regione artica e Passaggio a nord-est in particolare. Al Giappone non va bene perché la Fossa delle Curili si trova al largo delle coste sud-orientali della Kamchatka, parallelamente alle Curili, incontrandosi con la Fossa del Giappone ad est di Hokkaido. Tra l’altro, nel 1875 la Russia cedette le isole Curili al Giappone in cambio della sovranità su Sakhalin, e oggi la Russia sostiene le Curili suo territorio, facendo del mare di Okhotsk (a nord dell’isola giapponese di Hokkaido) un virtuale lago russo. E’ utile ricordare che durante la Guerra Fredda il Mare di Okhotsk fu teatro di intense operazioni della Marina degli Stati Uniti volte a intercettare i cavi di comunicazione sottomarini della Marina sovietica. (Un volo Korean Airlines che deviò nella regione, possibilmente in missione di spionaggio, fu abbattuto in un episodio clamoroso del 1983). Il Mare di Okhotsk fu un enorme bastione per i sottomarini lanciamissili balistici sovietici. Ovviamente, la Russia risorge e ammoderna le infrastrutture e rilancia la Flotta del Pacifico, tra le rivalità con gli Stati Uniti che s’intensificano nella regione artica e nel contesto del pivot in Asia degli Stati Uniti. In realtà, la Russia ha iniziato a rispondere alla crescente presenza militare degli Stati Uniti in Asia nord-orientale con il pretesto di contenere la Corea democratica. (Lavrov, senza mezzi termini ha detto che il problema della Corea democratica non giustifica il dispiegamento del sistema di difesa missilistica degli Stati Uniti in Giappone e Corea del Sud, e che Mosca e Pechino sulla questione condividono le stesse preoccupazioni). Questi nette osservazioni spiegano anche la forte critica di Lavrov al Giappone per l’assenza di una politica estera indipendente e la docilità verso le strategie regionali statunitensi, da partner secondario. Gli analisti statunitensi sempre più ritengono che il trasferimento della Russia di sistemi d’arma avanzati alla Cina faccia parte della contro-strategia russa al pivot in Asia degli Stati Uniti (qui e qui).
Non è chiaro fino a che punto i politici indiani comprendano questi importanti cambiamenti nella geopolitica della regione Asia-Pacifico. Senza dubbio, Washington ha un piano nella rubrica della “stretta di mano strategica” con New Delhi, cioè creare un sistema di alleanze in Asia sotto la guida degli Stati Uniti che comprenda India, Giappone e Australia. Basti dire che gli sforzi persistenti di trascinare l’India nei “pattugliamenti congiunti” con l’US Navy nel Mar Cinese Meridionale e di accedere alle basi militari indiane, ecc., nonché il ritornello che la strategia del Pivot e “lo sguardo a Oriente” dell’India si completino a vicenda (come il segretario alla Difesa degli USA Ashton Carter aveva detto al Premier Narendra Modi la settimana scorsa), vanno nella giusta prospettiva. La linea di fondo è che l’India ne guadagnerebbe identificandosi nella strategia del contenimento degli Stati Uniti contro Russia e Cina. La trascrizione delle dichiarazioni di Lavrov illumina l’epocale cambiamento della politica da grande potenza in Asia nord-orientale derivante dal Pivot in Asia degli Stati Uniti. (Trascrizione)Sakhalin_Island_-_Closer_In.64191638_largeTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La base navale russa nelle Curili, reazione all”Asia Pivot’?

Salman Rafi Sheikh New Eastern Outlook 04/05/2016950CC7E2-35F5-4BA5-85D9-4BB24A0A6EE6_mw1024_s_nMentre Stati Uniti e Russia continuano a contestarsi il futuro della Siria, nonostante alcuni progressi ragionevoli, la loro concorrenza difficilmente sembra essersi attenuata. Da potenze mondiali continuano a contestarsi la supremazia strategica manovrando per il potere globale. Il ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti ha subito alcune sconfitte, soprattutto la mancata presa sugli alleati di un tempo nella regione, oltre i termini convenzionali di un”alleanza’ strategica. Con gli Stati Uniti incapaci di sconfiggere nettamente i taliban in Afghanistan e di rovesciare Assad in Siria, gli alleati regionali sembrano aver ‘perso’ fiducia nella capacità degli Stati Uniti di proteggerli da qualsiasi potenziale ‘minaccia’ proveniente da Cina o Russia. Nonostante le sconfitte subite nel conflitto in Medio Oriente, gli Stati regionali adottando proprie contromisure difficilmente bloccheranno il ‘Pivot in Asia’. Fino a poco prima, la Russia vi aveva risposto con un basso profilo; Tuttavia, con i militari russi che ottengono un sorprendente successo in Siria e la spinta globale conseguente, la Russia sembra cercare di tradurre il successo rafforzando la propria posizione nella regione con l’unico scopo di contrastare l’espansionismo della NATO. La sua ultima manifestazione si presenta con la notizia della possibile decisione della Russia di costruire una base navale nelle Isole Curili. L’annuncio arrivava dal Ministro della Difesa russo Sergej Shojgu, che forniva alcune informazioni vitali sulle installazioni per la difesa che la Russia costruirà. Secondo lui, missili antinave Bal e Bastjon e droni Eleron-3 saranno dispiegati sulle isole entro la fine del 2016. Sono degli avanzati e ovviamente formidabili sistemi missilistici volti a proteggere basi navali e altre installazioni strategiche russe sulle coste, a difendere le coste nelle aree di sbarco più probabili e imporre il dominio sulle acque territoriali dello Stretto e nelle aree più esposte agli sbarchi, nonché avere il dominio globale sui mari entro una gittata di 300 chilometri. La decisione russa di rafforzare la posizione nella regione ha anche un contesto immediato. In particolare, tale decisione risponde al Giappone che militarizza la cintura di isole che si estende per 1400 km dalla terraferma giapponese a Taiwan. Il balzo della militarizzazione del Giappone è dovuto al ‘Pivot in Asia’ degli Stati Uniti. Con il Giappone Stato regionale che continua ad avere fiducia negli Stati Uniti nel rafforzamento militare, gli Stati Uniti fanno di tutto per mutare la politica militare del Giappone del secondo dopoguerra.
Nel settembre 2015 il Senato del Giappone approvava la controversa legge che permette ai militari del Paese d’impegnarsi in combattimenti all’estero in circostanze limitate, un grande cambiamento dopo settant’anni di pacifismo. Il voto 148 a 90 era l’ultimo ostacolo per l’adozione delle misure, che entreranno in vigore nei prossimi sei mesi. La legislazione reinterpreta l’articolo 9 della costituzione pacifista del Giappone post-Seconda Guerra Mondiale, che vieta la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. La reinterpretazione consentirà all’esercito giapponese, noto come Forze di autodifesa, di difendere gli alleati con ruoli limitati nei conflitti all’estero. I sostenitori della legge, tra cui alti funzionari degli Stati Uniti, dicono che il Giappone deve espandere il ruolo delle SDF per contrastare potenziali minacce provenienti da nazioni come Cina, Corea democratica e Russia. In tale contesto, la decisione della Russia di costruire una base navale sulle isole contestate dal Giappone dalla seconda guerra mondiale, è un chiaro segnale della Russia sulla propria posizione non solo nei confronti delle isole, ma anche della regione intera. La legislazione e il sostegno degli Stati Uniti si basano sulla pressione degli Stati Uniti sul Giappone affinché traduca parte delle risorse economiche in forza militare e preparazione ai conflitti limitati. Stati Uniti e Giappone hanno di conseguenza aggiornato il loro trattato di mutua protezione, che obbliga le parti ad usare le armi per sostenere l’altra parte in caso di conflitto, e gli Stati Uniti di conseguenza avviano lo schieramento del sistema di difesa missilistica in Giappone, e forse anche in Corea del Sud. Tale schieramento non è solo volto contro la Russia, ma anche contro la Cina ed è forse per questo motivo che la decisione della Russia di costruire una base navale nel proprio estremo oriente appaia come moltiplicatore di forza della Cina che, da parte sua, cerca di ampliare l’alleanza con gli Stati regionali per contrastare le mosse geo-strategiche degli Stati Uniti. Mentre la strategia della Cina contro il ‘Pivot in Asia’ è in gran parte incentrata sui mari del sud e dell’est della Cina, il grande ingresso della Russia nel gioco regionale è di grande aiuto a Cina ed alleati; e divenendo una seria sfida a Stati Uniti e Giappone, indica esplicitamente a Stati Uniti ed alleati che il ‘Pivot in Asia’ avrà uno spazio di manovra molto limitato nella regione, e di conseguenza aggraverà le preoccupazioni del Giappone sulla forte presenza militare della Russia nel suo estremo oriente.

Salman Rafi Sheikh, analista di relazioni internazionali e affari esteri e nazionali del Pakistan, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.1128654

La “zona di identificazione della difesa aerea” cinese nel Mar Cinese Meridionale
Vladimir Terehov New Eastern Outlook 07/04/20166352082895251645253Da metà febbraio la sigla ADIZ ancora una volta appare sulle prime pagine con sempre maggiore frequenza. “Ancora una volta”, perché fu già al centro dell’attenzione nel 2013-2014, per il rischio di un confronto militare diretto tra RPC e l’alleanza tra Stati Uniti e Giappone nel Mar Cinese Orientale (ECS). Questa volta, la stessa sigla viene utilizzata nel contesto di una situazione ancora più problematica nel Mar Cinese Meridionale (SCS), con gli stessi principali attori regionali. La questione riguarda la cosiddetta “Air Defense Identification Zone” (ADIZ) che il Ministero della Difesa della Cina introdusse nel 2013 su una parte considerevole del ECS, ed ora si dice programmi sul SCS. Va notato che la Cina non è il primo Paese ad utilizzare l’ADIZ in una parte dello spazio aereo considerata particolarmente sensibile per la sicurezza nazionale di un dato Paese. Negli anni ’50 gli Stati Uniti introdussero tale zona nei pressi delle proprie coste occidentali quando, secondo l’intelligence, c’era la minaccia (assai esagerata, come si scoprì più tardi) della “rapida crescita della flotta di bombardieri sovietici“. Anche il Giappone ha una propria ADIZ circostante le quattro isole principali e le isole Ryukyu. Va notato che le zone giapponesi e cinesi sul ECS si sovrappongono considerevolmente, compreso lo spazio aereo sulle isole Senkaku/Diaoyutai, la cui proprietà è uno dei punti di tensione nelle relazioni cino-giapponesi. Come regola generale, l’ADIZ si estende a considerevole distanza dal confine dello spazio aereo nazionale e il Paese che l’adotta non può limitarne il sorvolo agli aeromobili stranieri (tra cui aerei militari). L’unica condizione è che gli equipaggi di tali aeromobili informino i servizi a terra del suddetto Paese dell’intenzione di attraversare l’ADIZ. Questa zona non crea alcun inconveniente speciale alle compagnie aeree, ma interferisce con le ambizioni politiche dei Paesi che hanno rapporti complicati con l’avversario geopolitico che adotta l’ADIZ. Per esempio, in risposta all’introduzione della zona cinese sul ECS, alla fine del 2013, gli USA (profondamente coinvolti negli eventi in Asia orientale) fecero dichiarazioni forti “raccomandando” che le compagnie aeree non notificassero ai servizi a terra cinesi, ignorandone anche le richieste. Con ogni evidenza, tali “raccomandazioni” non sono state accolte dagli interessati perché negli ultimi due anni non si è mai sentito parlare di eventuali problemi tra le compagnie aeree e i servizi per il controllo dello spazio aereo cinesi. Infatti, subito dopo l’introduzione dell’ADIZ cinese sul ECS, 2 bombardieri B-52 statunitensi attraversarono la zona ostentatamente in modalità silenzio radio. Cioè, senza rispondere alle richieste dei servizi a terra cinese. Fu un gesto impudente per dimostrare la disponibilità dell’US Air Force a perseguire i propri obiettivi in questo settore, senza l’osservanza dei requisiti decisi dal Ministero della Difesa della Cina che non limiterebbero la libertà d’azione dei piloti statunitensi. Giochi simili sono in corso in relazione a voci sulla possibile introduzione dell’ADIZ sul SCS. In realtà, tali suggerimenti (mai ufficialmente commentati da Pechino) apparvero due anni fa collegandosi al Ministero della Difesa della Cina che introduceva l’ADIZ sul ECS. La Cina non aveva ufficialmente commentato questa possibilità fino alla fine dello scorso anno. Da parte degli esperti cinesi, di nuovo nell’estate 2015, il capo dell’Istituto Nazionale per lo Studio del Mar Cinese Meridionale, Wu Sichun, negò categoricamente tale possibilità in una conferenza a Washington. Tuttavia, il governo degli Stati Uniti aveva evidentemente informazioni più o meno certe sul tema nell’autunno dello scorso anno. Per esempio, nell’intervento a una conferenza a Sydney, il 6 ottobre 2015, il comandante della Flotta del Pacifico degli Stati Uniti, ammiraglio Scott Swift, parlò di “azioni impudenti” della RPC sul SCS dichiarando che la comparsa dell’ADIZ cinese nel SCS sarà vista come “violazione delle regole internazionali”. Il 26 febbraio, il diretto superiore di S. Swift, il capo dell’USPACOM ammiraglio Harry Harris, espresse la sua “ansia a che la (possibile ADIZ cinese sul SCS) abbia conseguenze destabilizzanti e provocatorie… Non lo ignoreremo così come ignoriamo l’ADIZ sul Mar Cinese Orientale“. Allo stesso tempo, non negò il diritto di ogni Stato di stabilire tali zone nello spazio aereo “adiacente al territorio nazionale”. In realtà, la stessa formulazione viene utilizzata dai funzionari cinesi commentando la maggiore attenzione degli Stati Uniti al tema della probabile introduzione di un’ADIZ della Cina sul SCS.
L’essenza del disaccordo cino-statunitense sulla questione e la crescente tensione nelle relazioni tra i due Stati mondiali sul SCS consiste nel fatto che la Cina veda l’80% del SCS come suo territorio. Nel frattempo gli Stati Uniti, dichiarando formalmente di non avere una visione specifica sul tema, rifiutano le richieste cinesi. L’ultimo scambio sul tema della (ancora ipotetica) ADIZ cinese sul SCS si aveva il 1° aprile, coinvolgendo i rappresentanti dei Ministeri della Difesa dei due Paesi). I cinesi dichiaravano che la questione della creazione dell’ADIZ sul SCS “dipenderà dalla valutazione della Cina delle minacce al proprio spazio aereo“. Dopo tutto, sembra probabile che le reciproche asprezze sull’argomento e l’emergere di nuove immagini satellitari che dimostrano la presenza di sistemi di difesa aerea e di aerei da caccia sulle isole artificiali cinesi nel SCS, siano state trasmesse nell’incontro tra Obama e Xi Jinping a Washington, nel quadro del vertice sulla sicurezza nucleare.1021974850Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Battaglie navali della Repubblica Popolare Cinese, 1927-1988

Alessandro Lattanzio

La PLAN, la Marina dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina è stata la marina tra le più attive e, probabilmente, dal maggior successo nel mondo comunista per numero di vittorie. Possiamo confrontare l’esperienza navale cinese con alcune campagne navali comuniste, come la guerra civile spagnola, dove la Marina repubblicana aveva grandi navi da guerra e segnò qualche vittoria, ma il cui esito del conflitto fu la sconfitta. La Marina sovietica nella seconda guerra mondiale ebbe importanti attività con molti successi, soprattutto grazie a sommergibili e mine. La marina cinese nacque dal nulla, e rapidamente si aggiudicò un numero impressionante di vittorie. La marina cinese si dimostrò aggressiva negli attacchi diretti in molte battaglie di superficie, spesso contro unità più grandi e più armate, sempre rivendicando la vittoria.e13-85321 marzo 1927, nella battaglia di Naijing per la prima volta le forze rivoluzionarie controllavano una città costiera, ma le forze imperialiste aiutarono i nazionalisti a bombardare le posizioni comuniste. Per la prima volta i rivoluzionari cinesi riuscirono a preparare per la battaglia un rimorchiatore utilizzato come cannoniera, ma senza risultati. Tuttavia il cacciatorpediniere statunitense William B. Preston fu danneggiato dall’artiglieria costiera comunista, e i nazionalisti ebbero alcune perdite, oltre a un marinaio statunitense e uno inglese. Non si conosce il destino del piccolo rimorchiatore armato, probabilmente abbandonato.

25 febbraio 1949, la maggiore perdita delle forze navali rivoluzionarie cinesi. L’incrociatore e ammiraglia della flotta nazionalista aderì alla rivoluzione, venendo ribattezzato Chung King. Curiosamente, questo vecchio incrociatore ex-inglese aveva lo stesso nome del famoso incrociatore russo Aurora che aderì alla rivoluzione bolscevica. Purtroppo questo “secondo Aurora” subì un più triste destino. I nazionalisti erano così furiosi che decisero di affondarlo nel porto di Taku con un attacco aereo. Successivamente la nave fu recuperata con l’aiuto sovietico, ma l’unità fu utilizzata solo come alloggio e deposito. Fu il primo e unico incrociatore della Marina cinese comunista, e la maggiore perdita.

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Relitto del Chung King

25 aprile 1949, la cannoniera nazionalista Hai Hsing fu affondata dalle forze comuniste sullo Yangze, fu recuperata dai comunisti e rinominata Yung Chi.

Aprile 1949, la cannoniera nazionalista Yung Sui fu affondata dalle forze comuniste sullo Yangze. Fu poi recuperata e riutilizzata dai comunisti.

Nel 1949, i nazionalisti persero le cannoniere Bunsei e Unsei, probabilmente a causa dell’artiglieria costiera comunista.

28 aprile 1949, la nave di scorta Shian, che aveva abbandonato i nazionalisti e aderito alla rivoluzione, fu attaccata e affondata da aerei nazionalisti nelle vicinanze di Yaniji.

Maggio 1949, quando i nazionalisti si ritirarono da Shanghai, le forze comuniste costiere colpirono e danneggiarono con l’artiglieria almeno 7 navi nazionaliste, e altre 11 navi furono catturate intatte.

25-27 ottobre 1949, a volte indicata come l’unica battaglia navale persa dalle forze comuniste cinesi, difficilmente può essere definita “battaglia navale”. Le forze comuniste erano pronte a liberare l’isola di Guningtou utilizzando 200 barche da pesca e giunche. Alcune avevano un’unica vela e potevano portare 5-10 uomini. Dopo lo sbarco quasi tutte le barche furono abbandonate sulla spiaggia e i nazionalisti le distrussero con l’artiglieria, un paio di navi pattuglia nazionaliste e squadre di soldati armate di granate, lanciafiamme e molotov. Anche la nave da sbarco nazionalista Chung Lung aprì il fuoco con i cannoni da 40mm e 20mm contro le barche. Le truppe sbarcate furono sconfitte perché intrappolate nell’isola. Anche se persero 200 imbarcazioni, sembrando una sconfitta enorme, va ricordato che erano semplici barche a remi, abbandonate prima dell’attacco nemico.1950-07-People_P-Page8-Hainan_Battle25 marzo 1950, battaglia di Hainan, la prima battaglia navale e prima vittoria navale dei comunisti cinesi. Hainan è una grande isola cinese vicino al Vietnam, era vitale liberarla perché i nazionalisti volevano farne la “seconda Taiwan”. 14 navi da guerra nazionaliste e decine di piccole cannoniere, ne difendevano le acque. La Marina cinese comunista non aveva ancora unità in metallo, e mobilitò numerose piccole giunche da pesca per sbarcare i soldati. La forza da sbarco era composta da 2130 imbarcazioni, alcune erano grandi giunche armate che agivano da navi scorta; quando il nemico si avvicinò alla flottiglia, le giunche armate lo sorpresero alle spalle. L’unità nazionalista più grande era il cacciatorpediniere Taiping, (l’ex-statunitense Decker), che fu danneggiato e costretto a ritirarsi. Le giunche scorta erano armate da cannoni ricevuti dall’esercito, e i loro proiettili causarono danni gravi a molte unità nemiche, costringendole a ritirarsi. La battaglia fu una grande vittoria, la Terza Flotta nazionalista fuggì e la flottiglia da sbarco comunista liberò l’Isola di Hainan. Fu la sola vittoria nella Storia di una flottiglia di giunche di legno su un gruppo di moderne navi da guerra.

25 maggio – 27 giugno 1950, battaglia dell’arcipelago Wanshan, in questa importante battaglia i comunisti avevano 5 cannoniere, tra cui “Liberazione” (Jiefang), “Avanguardia” e “Lotta“, una nave da sbarco (Guishan, la più grande nave da guerra comunista), 10 mezzi da sbarco e 8 trasporti. I nazionalisti avevano una flottiglia di 40 unità. Per la prima volta i comunisti impiegarono unità in metallo e non semplici giunche. Quando i comunisti entrarono nell’arcipelago, la cannoniera Liberazione (una nave ex-nazionalista che aveva disertato) al comando del capitano Lin Wenhu, attaccò il nemico ancorato di notte. La cannoniera causò gravi danni e molte perdite umane. La fregata Taihe (ex-statunitense Thomas) subì danni sul ponte e molti perdite, tra cui il comandante Qi Hongzhang gravemente ferito e molti ufficiali uccisi. Le navi nemiche non potevano manovrare e la Liberazione continuò a combattere a distanza molto ravvicinata, affondando una cannoniera nemica. Anche le altre due cannoniere comuniste attaccarono e affondarono due navi da guerra nazionaliste mentre la forza da sbarco iniziava le operazioni. All’alba i nazionalisti cercarono d’inseguire la Liberazione, ma il Capitano Lin Wenhu riuscì a far allontanare le navi nemiche dalla forza da sbarco. Il nemico lo scoprì troppo tardi, e riuscì solo a danneggiare la nave da sbarco Guishan. A quel punto i nazionalisti si ritirarono. Il 28 maggio una grande forza navale nazionalista formata da 3 fregate, 2 navi da sbarco, 4 dragamine e alcune cannoniere, tentò un contrattacco, fallendo. L’artiglieria costiera comunista riuscì a danneggiare tre cannoniere nazionaliste, e il 27 giugno l’artiglieria costiera comunista affondò una cannoniera nazionalista e danneggiò un cacciatorpediniere, due grandi pattugliatori, due dragamine e due cannoniere nazionaliste. Quando l’isola Guishan, la più grande dell’arcipelago, fu liberata, crollarono le forze nazionaliste. La vittoria fu molto importante perché tagliava i collegamenti navali da Hong Kong a Macao.201503040501512819 agosto 1950, nell’isola di Nanpeng le forze comuniste catturarono intatte un’imbarcazione a motore e venti giunche.

11-15 aprile 1952, le forze comuniste subirono molte perdite umane sull’isola Nanri, e 3 motosiluranti furono affondate, ma i nazionalisti abbandonarono l’isola. Fu la prima volta che i cinesi popolari utilizzarono delle motosiluranti.

20 ottobre 1952, lo sbarco dei comunisti sull’arcipelago Nanpeng riusciva senza reazione nazionalista, liberando le isole.

29 maggio 1953, un altro sbarco comunista sulle isole Dalushan, appoggiato da due cannoniere, liberava le isole, mentre i nazionalisti persero due giunche.

16-18 luglio 1953, i nazionalisti cercarono di occupare l’isola Donfshan, con 12 navi e 30 motogiunche. Tre grandi navi da sbarco furono colpite da colpi di mortaio che fecero esplodere le munizioni trasportate a bordo, affondandole. I relitti ostruirono il passaggio alle altre navi da sbarco che trasportavano armi pesanti. L’operazione fu un fallimento e la forza d’invasione si ritirò.

14 novembre 1954, il cacciatorpediniere nazionalista Taiping cadde in un’imboscata e fu silurato ed affondato con quattro siluri dalle motosiluranti della Cina popolare vicino l’isola Tachen.

Taiping

Taiping

10 gennaio 1955, primo attacco riuscito dell’aeronautica cinese popolare in preparazione della battaglia delle isole Yijiangshan; velivoli d’attacco Il-10 e bombardieri Tu-2 affondarono una nave cisterna di 4000t e danneggiarono una fregata e altre tre navi nazionaliste.

18-20 gennaio 1955, battaglia delle isole Yijianghsan, una forza da sbarco di 70 imbarcazioni appoggiate da 40 navi di scorta attaccava le isole principali, 10 delle navi di scorta erano armate di razzi e bombardarono l’isola Yijiangshan. Lo sbarco ebbe successo e le isole furono liberate. Durante la battaglia, i nazionalisti cercarono di reagire con i cacciasommergibili Tung Ting e Ying Chiang, ma entrambi furono affondati dalle motosiluranti della PLAN.

18 febbraio 1955, una breve battaglia navale tra 4 cacciatorpediniere nazionalisti e una forza navale di 5 cannoniere, 8 navi da sbarco e 1 sottomarino cinesi popolari si concluse con un nulla di fatto.198833923548607373316 gennaio – 26 febbraio 1955, operazioni di sbarco cinesi popolari nell’arcipelago Tachen.

24 agosto 1958, prima battaglia dell’Isola di Jinmen, un convoglio nazionalista formato dalle navi Taisheng, Zhonghai e Meisong scortate dalle navi da guerra Weiyan, Tuojiang e Xiangjiang veniva attaccato da 4 motosiluranti, 6 cannoniere e 30 giunche cinesi popolari. La Taisheng fu silurata e affondata, mentre la Zhonghai fu gravemente danneggiate dall’artiglieria costiera. 3 motosiluranti furono affondate, mentre una quarta fu danneggiata.

2 settembre 1958, seconda battaglia dell’Isola di Jinmen, un altro convoglio nazionalista formato dalle navi di scorta Weiyuan, Tuojiang e Liujiang al comando di Li Yu Xi, e dalla nave da trasporto Meijian, fu attaccato da 8 motosiluranti, 4 cannoniere e 10 motovedette cinesi popolari al comando di Xiao Jinguang e Su Zhenhua. Nel corso del primo scontro, un’altra nave nazionalista, la Yongchang, fu danneggiata, mentre la Tuojiang fu attaccata dalla motocannoniera 588 al comando di Ge Win e affondata con due soli colpi di cannone senza rinculo da 75mm. La Weiyuan fu gravemente danneggiata, mentre la Meijian fu poi affondata, 7 giorni dopo, dall’artiglieria costiera cinese popolare. La Weiyan fu rimorchiata via e rottamata a causa dei danni gravi. I cinesi popolari persero due motosiluranti affondate nell’azione contro la Weiyuan.20090419212014cae7c11 luglio 1964, un dragamine classe T-43 della PLAN intercettava e affondava la nave trasporto nazionalista Manquingsheng, e una fregata classe Tipo 01 affondava un’altra nave da trasporto nazionalista.

1 maggio 1965, battaglia di Dong Ying, un cacciatorpediniere nazionalista della classe Dong-Jiang si scontrava con 4 cannoniere della marina popolare, che circondarono il nemico danneggiandolo. Il cacciatorpediniere nemico si ritirò mentre due cannoniere furono danneggiate.

6 agosto 1965, battaglia di Shantou, i cacciasommergibili taiwanesi Jianmen e Zhangjiang s’infiltrarono nelle acque cinesi. Le due unità furono intercettate da 1 cannoniera, 4 cannoniere veloci, 6 motosiluranti e altre 4 motovedette cinesi che affondarono la Zhangjiang, quindi 9 motosiluranti circondarono anche la Jianmen, affondandola.026-313 novembre 1965, battaglia di Fujian, i nazionalisti per vendicarsi della sconfitta precedente inviarono la grande cannoniera Yongchang e il cacciasommergibili Yongtai, che furono affrontati da 6 cannoniere veloci, 6 motosiluranti e altre 4 motovedette della PLAN. Le unità comuniste seguirono la stessa tattica della battaglia precedente. 4 cannoniere attaccarono ogni bersaglio da due lati diversi, distogliendoli dall’attacco principale delle motosiluranti. Il Yongtai fu danneggiato, e la Yongchang si arenò sull’isola Wuqui; infine il Yongchang fu silurato ed affondato dalle motosiluranti. I nazionalisti ebbero 65 morti e 25 prigionieri. Fu l’ultima battaglia navale tra Cina e Taiwan.e13-65719 gennaio 1974, battaglia dell’isola Xisha, durante la guerra del Vietnam la Marina popolare cinese ottenne la sua più grande vittoria militare. I cinesi schieravano i cacciasommergibili classe Khronstadt 271 e 274, i dragamine classe T-43 389 e 396 e i cacciasommergibili classe Hainan 281 e 282. Il gruppo sudvietnamita era formato dalle fregate Ly Thouong Kiet, Tran Khan Du e Tran Binh Trong e dalla corvetta Nhat Tao; il comandante cinese era Wei Meng Sen, mentre quello sudvietnamita era Han Van Ngac. La fregata Ly Thouong Kiet subì gravi danni, mentre le navi Tran Khan Du e Tran Binh Trong ebbero lievi danni, venendo costrette a ritirarsi; infine la corvetta Nhat Tao fu affondata. Delle navi cinesi, solo il dragamine 396 e il cacciasommergibili 274 subirono gravi, mentre il 271 e il 389 ebbero danni leggeri. 18 marinai cinesi caddero, mentre il nemico ebbe 53 morti (tra cui il capitano della Nhat Tao), e 48 prigionieri, tra cui una consigliere statunitense. I sudvietnamiti abbandonarono le isole e i cinesi conseguirono la più grande vittoria navale di forze comuniste nella guerra del Vietnam.Durante la guerra del 1979 tra Cina e Vietnam per le isole Spratley, 3 motovedette della Marina militare del Vietnam furono catturate da una nave da sbarco cinese appoggiata da una chiatta armata.

A2

Cacciasommergibili classe Khronstadt

Cacciasommergibili classe Khronstadt

14 marzo 1988, battaglia dell’Isola Nansha, la prima battaglia navale tra due marine militari comuniste. Le navi vietnamite erano la nave da sbarco HQ-505 e i trasporti armati HQ-604 e HQ-605. La forza cinese era molto potente, con le fregate Nanchong (Classe Jiangnan), Xiangtan (Classe Jianghu II) e Yingtan (Classe Jiangdong). La battaglia fu violenta; mentre le unità vietnamite sbarcarono truppe su tre scogliere, scontrarondosi con le truppe cinesi, la Nanchong affondò l’HQ-604, la Yingtan danneggiò l’HQ-505 e la Xiangtan affondò l’HQ-605. Nanchong e Xiangtan subirono danni leggeri. I vietnamiti ebbero 73 tra caduti, dispersi e prigionieri. I cinesi 6 morti e 18 feriti.

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Fregata Nanchong

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Fregata Classe Jianghu II

Fonte: Soviet Empire

L’Asia sceglie tra Oriente e occidente

Tony Cartalucci Land Destroyer 3 settembre 2015134550614_14404199220681nGli ambienti politici e commerciali dell’Asia affrontano un contesto geopolitico in mutamento inevitabile guidato dalla crescita della Cina. Diversi fattori fondamentali guidano questo cambiamento che, se ben compreso, aiuterà a portare l’ordine politico, gli interessi commerciali e le élite dominanti dell’Asia verso una soluzione pacifica e uno stabile e prospero futuro. Fallire nel posizionarsi con attenzione in questo cambiamento, comporterebbe per dinastie politiche o imperi commerciali, sparire nelle fratture del terremoto geopolitico.

Cos’è l’Asia e perché cambia
Per secoli l’Asia è stata dominata prima dall’egemonia coloniale europea e per quasi un secolo dall’egemonia statunitense. Gli Stati Uniti ammettono di volere il “primato” sull’Asia e che loro primo obiettivo geopolitico in Asia è sostenerlo. Per quasi un secolo, sostenere tale primato è stato possibile per la grande disparità economica e militare tra Washington e le risorse collettive dell’Asia. La vittoria nella seconda guerra mondiale e il successivo coinvolgimento statunitense nella guerra di Corea e nella guerra del Vietnam permise agli Stati Uniti di mantenere un esercito immenso, e un’impronta politico-economica sulla regione. Sulla scia della guerra del Vietnam, tuttavia, l’esausto impero statunitense iniziava una lenta e inevitabile ritirata. Nel vuoto lasciato da tale regresso dell’espansione, le nazioni della regione, non ultima la Cina, si rafforzano socioeconomicamente, militarmente e geopoliticamente.

Gli Stati Uniti ammettono di perdere
Gli sforzi statunitensi per contenere la Cina si sono rivelati inutili, come indicano i documenti politici degli Stati Uniti che hanno tentato, in più occasioni, di riformulare il concetto antiquato di “primato” e d’imporlo all’Asia. L’ultimo è stato pubblicato dall’influente Council on Foreign Relations, un think tank finanziato dalle multinazionali e che rappresenta gli interessi collettivi dei più potenti interessi corporativo-finanziari occidentali. Il rapporto “Revisione della grande strategia degli USA nei confronti della Cina”, afferma senza mezzi termini: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato degli USA in Asia, e potrebbe tradursi in una sfida conseguente al potere globale statunitense, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, che s’incentri sul bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere alla sua ascesa”. Il rapporto è stato scritto dal lobbista politico nell’amministratore degli Stati Uniti Robert Blackwill che ha fatto carriera governando regimi clienti potenziali in Asia attraverso cui gli Stati Uniti programmavano di mantenere la propria supremazia regionale. Coloro che sono stati avvicinati da Blackwill e altri lobbisti anglo-statunitensi per mantenere l’egemonia occidentale in Asia, il suo ultimo rapporto dovrebbe dare una svegliata. Gli Stati Uniti non possono più sostenere le loro pretese politiche, economiche o militari in Asia, e a coloro cui si chiede d’investire nelle fallimentari imprese degli USA, viene chiaramente detto di scegliere la proposta perdente. La Trans-Pacific Partnership (TPP) è uno degli accordi commerciali degli USA per cercare di controllare economicamente la regione non a vantaggio delle nazioni asiatiche, ma di Washington e ai danni dell’Asia. L’obiettivo primo degli Stati Uniti è isolare la Cina dal resto dell’Asia, con ciò negando all’Asia i vantaggi della crescita economica, politica e militare della Cina in un’Asia ridefinita dagli asiatici. Il rapporto per la CFR di Blackwill propone una miriade di “soluzioni” per correggere il declino degli USA in Asia, alcuna delle quali può essere effettivamente attuata. Proposte vaghe come “rivitalizzare l’economia statunitense” mancano di qualsiasi dimensione pragmatica. Altre, come “rafforzare l’esercito statunitense”, riguardano una spesa inesistente per programmi che non verranno mai approvati. Altre raccomandazioni includono l’espansione della cooperazione militare in Asia, una mossa che provocatoria verso la Cina e che per i partner degli Stati Uniti avrebbe costi economici nel breve e lungo termine. In altre parole, gli Stati Uniti cercano di vendere agli attori asiatici le azioni del proprio declino già in atto ed inevitabile.

Un impero immutabile in un mondo che cambia
Gli interessi dominanti negli Stati Uniti non comprendono il mutamento dell’equilibrio di potere. Non solo lo negano ma non adottano le vitali misure per adattarvisi. Il concetto di unica società o manciata di società che controllano produzione e distribuzione globale di automobili, aerei, elettronica e altri beni di consumo, viene negata non solo dalla crescente potenza economica esterna a tali affermati monopoli, soprattutto occidentali, ma dal cambiamento dello stesso panorama tecnologico. In un quadro che cambia così velocemente, le monolitiche strutture corporativo-finanziarie costruite sui monopoli sono imponenti castelli di pietra costruiti sul fango. Scivoleranno e indeboliti inevitabilmente crolleranno schiacciando tutti quelli all’interno. La Cina capisce che il suo futuro non è quello di “fabbrica del mondo”, e sta già adattando non politicamente, ma pragmaticamente, ad incontrare il futuro mondo multipolare, laddove le nazioni si distinguono pari tra esse e in cui la disparità economica, politica, militare e tecnica sarà ridotta. Chi si allinea a tale pragmatismo prospererà. Coloro che scelgono d’investire nell’impresa fallita dell’egemonia globale degli USA, perderanno con essi.

Le speranze degli USA si basano sull’ego dei leader asiatici
Gli Stati Uniti, non diversamente dagli imperi precedenti, hanno il fascino dell’elitarismo, del potere e del prestigio presso i capi dei potenziali regimi clienti. La promessa di un “posto a tavola” è allettante per coloro che mettono il proprio ego sopra al buon senso, in particolare coloro che vedono gli Stati Uniti come via al potere nelle rispettive nazioni. Piuttosto che allinearsi a un mondo che cambia, e che non tollererà la supremazia statunitense in futuro, gli Stati Uniti si sforzano d’attrarre il minimo comune denominatore nei Paesi presi di mira, allettandoli. Le nazioni che rigettano la proposta perdente degli USA, gli inviti cedono il passo alla coercizione. Tuttavia, una nazione che forgia le relazioni internazionali con coercizione, sovversione, terrorismo e minacce di guerra è una nazione che non ha nulla da offrire. Dopo tutto, gli Stati Uniti non dovrebbero convincere una nazione che fare affari con Washington e Wall Street sia nel loro interesse, se lo fosse veramente. In Asia, per gli imprenditori e i politici che apprezzano un futuro sostenibile, individuare i vettori attraverso cui gli Stati Uniti possono imporre la loro sempre più disperata politica del “primato” sull’Asia, ed eliminarli, dovrebbe diventare una priorità. Politici e dirigenti d’azienda che mettono il proprio ego al di sopra del buon senso, o le promesse a breve termine alla certezza a lungo termine, non dovrebbero partecipare a politica o affari. Coloro che realmente credono che avere rapporti con gli Stati Uniti gli avvantaggerà a lungo termine, personalmente o a livello nazionale e regionale devono semplicemente leggere i documenti politici degli Stati Uniti in cui ammettono che i benefici della loro “grande strategia” non vanno a nessuno, nemmeno agli stessi Stati Uniti.

I leader asiatici sceglieranno il buon senso?
Lo smantellamento dell’egemonia statunitense sull’Asia è già iniziato. Le nazioni disinvestono sistematicamente dagli Stati Uniti ed investono su legami più stretti in Asia, in particolare con Pechino. I tentativi di rovesciare i governi del Sud-Est asiatico, l’armamento degli “alleati” Giappone, Corea e Filippine puntando al conflitto con Pechino, e tentativi sempre più coercitivi d’imporre accordi commerciali assai impopolari all’Asia creano una seria instabilità nella regione. L’intera premessa del “primato” degli USA in Asia è che solo essi portano pace e stabilità nella regione. Non diversamente dal racket della protezione gestito da delinquentelli, gran parte dell'”instabilità” da cui gli Stati Uniti sostengono di protegge la regione è proprio da essi creata. L’Asia cresce e raggiunge il proprio potenziale autentico, divenendo leader della propria regione ed attore influente sulla scena mondiale, e non può permettersi di essere gravata dalle nozioni antiquate dell’impero globale degli Stati Uniti o dai loro tentativi sempre più dannosi di mantenere tali nozioni in Asia.932641_1_0903-China-parade-3_standardTony Cartalucci, ricercatore geopolitico e scrittore di Bangkok, per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’attentato di Bangkok: chi brandisce la scure sulla Thailandia?

Tony Cartalucci, LD 18 agosto 2015

0013729e431911171b9f02L’attentato del 17 agosto 2015 ha ucciso 20 persone e feritone più di 100, è uno dei peggiori attacchi terroristici nella capitale della Thailandia Bangkok. L’attentato ha colpito un santuario religioso frequentato dai turisti asiatici, in particolare cinesi, che ora costituiscono il più grande gruppo di visitatori in Thailandia. E’ evidente che l’attacco è mirato all’economia della Thailandia, e in particolare a un preciso segmento del mercato turistico della Thailandia. I commentatori hanno ammesso che esistono molti altri obiettivi dalla maggiore concentrazione di turisti a Bangkok. I terroristi hanno colpito in particolare il santuario di Erawan, nel centro di Bangkok. per colpire i turisti asiatici della Thailandia. I media occidentali hanno già diffuso teorie su chi abbia effettuato l’attentato, concentrandosi sui separatisti nel sud delle province della Thailandia in rivolta da anni. Molti notano, tuttavia, che la violenza raramente esce da queste province, e non è mai stata di tale scala, in particolare a Bangkok. Il deposto dittatore Thaksin Shinawatra e i suoi sostenitori sono dei possibili sospetti. Mentre i separatisti del sud non hanno mai compiuto violenze a Bangkok, i seguaci di Shinawatra sì, e spesso. Hanno attuato tumulti che uccisero due negozianti nel 2009. Nel 2010 inviarono 300 militanti pesantemente armati nelle strade di Bangkok, innescando scontri a fuoco che causarono quasi 100 morti, culminando negli incendi dolosi della città. Ancora usarono gli stessi terroristi nel 2013-2014 contro le proteste contro il regime di Shinawatra. Quest’ultimo episodio causò 30 morti e centinaia di feriti. Mentre alcun attacco dei seguaci di Shinawatra rivaleggia con l’attentato, il bilancio delle vittime totali e della carneficina causata dai suoi militanti nel 2010 e nel 2013-2014, certamente è superiore. I media stranieri hanno anche ipotizzato che i terroristi dallo Xinjiang o del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) siano potenzialmente coinvolti, forse per il gran numero di turisti cinesi colpiti dall’attentato, e poiché i terroristi dallo Xinjiang furono invitasi dalla NATO in Siria per combattere a fianco del SIIL. Fu già riportato come Stati Uniti ed alleati, che hanno sostenuto il regime di Shinawatra negli ultimi dieci anni, avessero anche legami con i separatisti filo-statunitensi-sauditi nel sud della Thailandia e con i separatisti uiguri filo-statunitensi-turchi in Cina. Con la politica estera statunitense quale denominatore comune dei possibili sospetti, ci si può chiedere: “Perché la Thailandia?” Cosa porta gli Stati Uniti ad agitarela scure contro la Thailandia?

NumberArrivalsbyCountryI peccati capitali della Thailandia
Mentre la Thailandia è percepita come alleata degli Stati Uniti, ciò risale alla guerra fredda ma non alla realtà moderna. Durante la guerra del Vietnam, la Thailandia fu coinvolta nel conflitto regionale e scelse di fare concessioni agli Stati Uniti piuttosto che affrontarli. La Thailandia già ricorse a una strategia simile durante la seconda guerra mondiale per mitigare la guerra con il Giappone a costi provvisori per la sovranità. Tuttavia, recentemente la Thailandia si allontana da Washington, e non solo nelle relazioni USA-Thailandia ma nel contesto delle ambizioni degli Stati Uniti in Asia e in particolare, in relazione ai piani per circondare, contenere ed “integrare” la Cina nell'”ordine internazionale” degli USA. Per comprendere questo passo, vanno chiariti mezzi, motivazioni e opportunità degli Stati Uniti nell’attacco terroristico.

1) La dirigenza della Thailandia ha sempre resistito, eroso ed infine spodestato il regime fantoccio sostenuto dagli Stati Uniti di Thaksin Shinawatra, dopo oltre un decennio di caos politico.
Shinawatra alla fine degli anni ’90 fu consigliere della famigerata società statunitense di private equity Carlyle Group e si presentava come amico personale della dinastia dei Bush. Promise alla sua nomina che avrebbe continuato a servire da “sensale” tra interessi degli Stati Uniti e risorse della Thailandia. Nel 2001 privatizzò beni e infrastrutture della Thailandia, compreso il conglomerato petrolifero nazionale PTT, venduto ad interessi stranieri, tra cui le compagnie petrolifere occidentali Chevron, Exxon e Shell. Nel 2003 Shinawatra avrebbe inviato truppe thailandesi per l’invasione dell’Iraq, nonostante le diffuse proteste di militari e pubblico tailandesi. Shinawatra inoltre permise alla CIA di utilizzare la Thailandia per il suo aberrante programma di estradizioni. Nel 2004 Shinawatra tentò d’imporre l’Accordo di libero scambio (ALS) US-Thailandia senza l’approvazione del Parlamento, ma con il sostegno del Business Council USA-ASEAN, e poco prima delle elezioni del 2011, che vide la sorella Yingluck Shinawatra andare al potere, ospitò i capi delle sue “camicia rosse” del “Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura” (UDD) a Washington DC. Dal colpo di stato del 2006 contro il suo regime, Shinawatra fu rappresentato dalle élite aziendali-finanziarie degli USA attraverso propri lobbisti come Kenneth Adelman della Edelman PR (Freedom House, International Crisis Group, PNAC), James Baker della Baker Botts (CFR, Carlyle Group), Robert Blackwill (CFR) della Barbour Griffith & Rogers (BGR), Kobre & Kim, Bell Pottinger (qui) e Robert Amsterdam della Amsterdam & Partners (Chatham House). Dal 2006 ad oggi, gli ambienti politici e mediatici occidentali favoriscono continuamente Shinawatra e i suoi ascari politici, come Freedom House e la sua organizzazione ombrello, il National Endowment for Democracy (NED), per finanziare organizzazioni non governative (ONG) e accademici tailandesi sostenitori di Shinawatra e fomentare una continua sovversione politico-sociale contro la dirigenza della Thailandia. Recentemente, con la nomina di Glyn Davies ad ambasciatore degli Stati Uniti in Thailandia, laureato al War College sull’uso della forza non militare per rovesciare l’ordine socio-politico di una nazione presa di mira, gli USA s’impegnano ancora ad installare Shinawara al potere.

2) La dirigenza della Thailandia, dopo l’estromissione di Shinawatra, persegue la propria politica estera, e in particolare l’allineamento con la Cina.
Dal colpo di stato del 2006 che mandò in esilio Shinawatra, e il colpo di Stato del 2014 che finalmente iniziava il processo di sradicamento totale della sua rete politica, la Thailandia si è sempre più allontanata dal “Secolo del Pacifico americano” e avvicinata alla Cina in ascesa. Nella cooperazione militare, la Thailandia ha invitato la Cina a partecipare per la prima volta alle esercitazioni militari annuali Gold Cobra. Una volta mera esercitazione congiunta statunitense- tailandese, negli anni s’è evoluta riflettendo il cambio della politica estera della Thailandia, includendo la Cina ed indicando il riconoscimento di Bangkok della crescente influenza regionale di Pechino. E mentre la Thailandia è spesso accusata di avere un arsenale di sole armi statunitensi, la maggior parte è antiquata come gli obsolescenti carri armati M60. Prima del golpe della NATO in Ucraina, la Thailandia cercò di acquistare carri armati T-84 da Kiev. Possiede anche quasi 400 trasporto truppe corazzati Tipo 85 cinesi e oltre 200 veicoli da trasporto truppe blindati BTR-3 ucraini, per integrare gli obsolescenti M113 di fabbricazione statunitense. Forse la cosa più importante è l’intenzione della Thailandia di procurarsi una flottiglia di sottomarini d’attacco diesel-elettrici cinesi Tipo 039A. Defense News nell’articolo ‘Thai Chinese Sub Buy Challenges US Pivot” afferma: “La mossa della Thailandia d’acquistare sottomarini cinesi ha esacerbato le tensioni con gli Stati Uniti e rappresenta una sfida al “pivot” di Washington sul Pacifico. La giunta militare, che dichiarò il colpo di Stato nel maggio 2014 e creato il Consiglio Nazionale per la Pace e l’Ordine, potrebbe volgersi alla Cina per sostegno e cooperazione politica e militare, dicono gli analisti. Il Consiglio dei Ministri della giunta ha approvato l’acquisto di tre sottomarini d’attacco Tipo 039A (Yuan) ai primi di luglio”. E ‘chiaro che la Thailandia esce gradualmente dall’egemonia statunitense, dopo anni, con la cacciata di Thaksin Shinawatra e del suo regime, rafforzando i legami con la Cina, creando una disperazione quasi palpabile all’egemonia statunitense in Asia.

3) La dirigenza della Thailandia si rifiuta di prendere parte alla strategia della tensione degli USA sul Mar Cinese Meridionale.
Il “perno sull’Asia” degli USA era volto a creare conflitti sul Mar Cinese Meridionale tra Pechino e le nazioni del sud-est asiatico. Creando la crisi nel sud-est asiatico che non si può risolvere, gli Stati Uniti pensavano di accentuarne la dipendenza militare e politica dall’occidente. Nazioni come Giappone e Filippine hanno deciso di entrare in tale conflitto, spendendosi politicamente, militarmente ed economicamente per affrontare e contenere la Cina, mantenendo l’egemonia regionale degli USA. Altre nazioni come Vietnam, Malesia e Indonesia si sono affacciate sul conflitto, ma spesso con atteggiamento molto più equilibrato tra Pechino e Washington. La Thailandia ha tentato di evitare il conflitto. The Nation nell’articolo, “La Thailandia cammina sul filo del rasoio sul Mar Cinese Meridionale”, riferisce: “La visita dei vertici militari tailandesi in Cina, la prima in 15 anni, ha inviato un messaggio forte agli Stati Uniti e alla regione, alla Cambogia in particolare, che le difese di Thailandia e Cina hanno legami solidi come la roccia e non devono essere oggetto di speculazioni”. In sostanza, la Thailandia agisce d’urto nell’ASEAN per impedirle di adottare un atteggiamento aggressivo verso la Cina sulle tensioni nel Mar Cinese Meridionale. Ciò ha costretto i fantocci degli USA ad agire più unilateralmente verso la Cina, piuttosto che tramite l’ASEAN quale la facciata degli USA, come sostenuto per decenni presso l’immaginario collettivo dai documenti politici degli Stati Uniti.

Thailandia: una falla sulla Grande Muraglia degli USA nell’ASEAN
thediplomat_2015-02-06_16-08-01 Dalla guerra del Vietnam è chiaro che la politica estera statunitense in Asia è incernierata su contenimento dell’ascesa della Cina e sua “integrazione” nell'”ordine internazionale” che i politici statunitensi ammettono creato dall’occidente per l’occidente. Come svelato dai “Pentagon Papers” ciò fu deciso inequivocabilmente, ponendo le basi di decenni di politica estera. I documenti contenevano tre citazioni importanti riguardo ciò; il prima affermava: “...la decisione di bombardare a febbraio il Vietnam del Nord e l’approvazione a luglio della Prima fase d’implementazione, hanno senso solo se a favore della lunga politica degli Stati Uniti per contenere la Cina”. E sosteneva anche: “La Cina, come la Germania nel 1917, come la Germania in occidente e il Giappone in Oriente alla fine degli anni ’30, e come l’URSS nel 1947, si profila come grande potenza che minaccia di minare la nostra importanza ed efficacia nel mondo e, più lontano ma più minacciosamente, di organizzare l’Asia contro di noi”. Infine, si delinea l’immenso teatro regionale che gli Stati Uniti ingaggiano contro la Cina, al momento, affermando: “... ci sono tre fronti dello sforzo a lungo termine per contenere la Cina (rendendosi conto che l’URSS “contiene” la Cina a nord e nord-ovest): a) il fronte Giappone-Corea; b) il fronte India-Pakistan; e c) il fronte del Sud-Est asiatico. La cospirazione per circondare e contenere la Cina nata dai Pentagon Papers del 1967 fu ribadita per decenni da vari successivi documenti politici degli Stati Uniti. Nel 1997, il politico statunitense Robert Kagan, co-autore di molteplici piani di guerra che caratterizzano le aggressioni degli Stati Uniti, scrisse sul Weekly Standard l’articolo “Ciò che la Cina sa di quello che facciamo: il caso della nuova strategia del contenimento”. Qui Kagan rivela che gli Stati Uniti continuano la strategia del contenimento della Cina e afferma: “L’attuale ordine mondiale risponde alle esigenze di Stati Uniti ed alleati per cui è costruito. Ed è poco adatto alle esigenze della dittatura cinese che cerca di mantenere il potere nel Paese e aumentare l’influenza all’estero. I leader cinesi erodono vincoli e si preoccupano di cambiare le regole del sistema internazionale prima che il sistema internazionale cambi loro”. Continua spiegando come i cinesi percepiscono, correttamente, gli USA usare il sud-est asiatico come fronte unito contro Pechino: “Ma i cinesi capiscono benissimo gli interessi degli Stati Uniti, forse meglio di noi. Mentre accolgono la presenza degli Stati Uniti controllando il Giappone, la nazione che temono di più, si vede chiaramente che gli sforzi militari e diplomatici statunitensi nella regione limitano fortemente la loro capacità di diventare l’egemone della regione. Secondo Thomas J. Christensen, che ha trascorso diversi mesi intervistando analisti governativi civili e militari cinesi, i leader cinesi temono che essi “appaiano il Gulliver ai lillipuziani del Sud-Est asiatico, con gli Stati Uniti che forniscono corda e paletti”. Infatti, gli Stati Uniti bloccano le ambizioni cinesi semplicemente sostenendo ciò che ci piace chiamare “norme internazionali” di comportamento. Christensen sottolinea che i pensatori strategici cinesi considerano “le denunce delle violazioni della Cina delle norme internazionali” parte di “una strategia integrata occidentale, guidata da Washington, per impedire alla Cina di diventare una grande potenza”. Kagan rappresentava più semplicemente le proprie osservazioni. La politica del contenimento della Cina proiettando potenza e influenza statunitense alla periferia della Cina, in Pakistan, India, Myanmar, Thailandia, Malesia, Filippine, Giappone e Corea , è un tema ricorrente nel “Filo di perle: la sfida della potenza in ascesa cinese sulle coste asiatiche“, nel 2006 pubblicato dal Strategic Studies Institute, che presenta una mappa che indica il “Filo di perle” della Cina, un corridoio geostrategico che gli Stati Uniti dovrebbero spezzare per controllare lo sviluppo della Cina.
Al di là della Thailandia, la sovversione politica e il terrorismo a bassa intensità finanziati dal dipartimento di Stato USA appare in tutto il corridoio, con i fronti finanziati dalla NED e loro propaggini terroristiche che tentano di bloccare il Porto di Gwadar della Cina nel Baluchistan, in Pakistan; i sostenitori di Aung San Suu Kyi finanziati dalla NED in Myanmar, tentando di rovesciare il governo filo-cinese; i tumulti istigati della NED a Bersih in Malesia e dal loro capo Anwar Ibrahim; nel Mar Cinese Meridionale dove il Comando del Pacifico degli Stati Uniti agita le relazioni regionali. L’ultima affermazione dei piani degli Stati Uniti contro la Cina si presenta sotto forma di documento del suddetto Robert Blackwill, amministratore dell’era Bush e lobbista di Thaksin Shinawatra. Nell’articolo per CFR intitolato “Revisione della grande strategia degli USA verso la Cina”, si afferma: “Poiché lo sforzo statunitense d”integrare’ la Cina nell’ordine liberale internazionale ha ormai generato nuove minacce al primato USA in Asia, che potrebbero tradursi in una sfida conseguente al potere statunitense globale, Washington ha bisogno di una nuova grande strategia nei confronti della Cina, incentrata su bilanciamento del crescente potere cinese, piuttosto che continuare ad assistere all’ascesa”. Non è un caso che negli Stati Uniti i politici incaricati di elaborare le strategie del contenimento della Cina siano anche “lobbisti” dei regimi clienti degli Stati Uniti nel sud-est asiatico, per facilitare l’attuazione di tale “grande strategia”.

L’attentato in Thailandia nell’ambio del grande confronto
Così, l’attentato a Bangkok, se effettuato dal regime filo-USA di Shinawatra, dai terroristi filo-statunitensi-sauditi del sud o dai terroristi che gli Stati Uniti importano da Cecenia, Medio Oriente o Xinjiang, dove gli Stati Uniti attualmente cercano di fomentare l’ennesima insurrezione armata, è un atto di coercizione per allontanare la Thailandia dalla propria politica estera e di nuovo sottomettersi alla politica estera statunitense. In termini di cooperazione militare, economico e commerciale e legami politici, la Thailandia non è l’unica nazione che tenta di sfuggire all’egemonia statunitense. Malaysia e Myanmar hanno combattuto battaglie molto visibili contro i fantocci degli Stati Uniti. Se uno o più di questi Stati si sottrarrà completamente, si creerà un effetto a cascata che abbatterà la “Grande Muraglia dell’ASEAN” degli USA. I BRICS, alleanza geopolitica a favore dell’emergere di un mondo multipolare, devono riconoscere la lotta dell’ASEAN per uscire dall’egemonia occidentale e assisterla anche solo attraverso i media, denunciando i legami tra Stati Uniti e varie fazioni politiche regionali, e i legami tra Stati Uniti, loro alleati ed organizzazioni terroristiche regionali usate quando organizzare proteste è impossibile. Affinché l’ASEAN si affermi, deve resistere alla tentazione di capitolare al terrorismo e deve sostenere le nazioni vicine nel tentativo di preservare la sovranità nazionale. E’ chiaro chi cerca di “brandire la scure” sulla Thailandia. L’unica domanda che rimane è quanto sia grande e quante volte si abbatterà sulla Thailandia prima che coloro che l’agitano ne siano disarmati.o-MAP-570Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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