La politica multipolare networkcentrica dell’Unione Eurasiatica

Andrew Korybko (USA) Oriental Review 26 dicembre 2014Russia, Belarus, KazakhstanLa visione russa dell’Unione eurasiatica la pone al centro di un supercontinente interconnesso, con Mosca che prende l’iniziativa per avvicinare tutti con reciproco vantaggio multivettoriale. Il confronto dell’occidente con la Russia e la nuova guerra fredda possono effettivamente essere una benedizione travisata, come sempre, con Mosca che agisce con rinnovato senso di urgenza sondando e stringendo importanti accordi in Eurasia. Dal Vietnam al Paese più popoloso del mondo arabo, l’Egitto, si vede una diplomazia russa onnipresente. Lo scopo della spinta pan-eurasiatica della politica estera della Russia è cementare un accordo politico ed economico alternativo sfidando il dominio occidentale e facilitando la nascita di un mondo realmente multipolare.

Dalla rete della diplomazia…
map-of-sco La base dei successi in politica estera della Russia è che tutti i partner strategici, in un modo o nell’altro, comprendono la necessità di un mondo multipolare per salvaguardare la piena sovranità (culturale, politica, storica, ecc). Per inciso, gli Stati Uniti e la loro annaspante politica estera (soprattutto nel periodo post-9/11) hanno convinto la maggior parte del mondo che la multipolarità è l’unica opzione pratica per sopravvivere nel 21° secolo. Collaborare con l’occidente comporta alcuni privilegi (come l’Arabia Saudita e i suoi clienti del Golfo sanno), ma l’esistenza di uno Stato non-occidentale in tale sistema traballa, e una volta che l’utilità del suo leader finisce, inevitabilmente, (come Mubaraq) o rifiuta di seguire i dettami unipolari (come la Libia di Gheddafi), allora il Paese viene distrutto finendo in una distopia. Anche prima della rivoluzione colorata di teatro, la ‘primavera araba’, tale obiettivo nefasto era evidente a Russia e Cina, entrati in partnership strategica nel 1997 per sostenersi nella costruzione del mondo multipolare. Poco dopo, trasformarono i Shanghai Five nella Shanghai Cooperation Organization (SCO) per salvaguardare se stessi e i loro alleati contro le armi asimmetriche occidentali del terrorismo, separatismo ed estremismo (politico, religioso, economico (sanzioni), ecc.). Pochi anni dopo, la realtà economica emergente del mondo non-occidentale ha portato alla nascita dei BRICS, rapidamente evolutisi in un gruppo politico ed economico dinamico dedito al multipolarismo. Al fine di colmare eventuali rivalità e divergenze tra i suoi due maggiori membri, la Russia ha consolidato i propri partenariati strategici con Cina e India, fornendo il collante della fiducia geopolitica che ha impedito cadessero nelle trappola occidentale istigata da Brzezinski per creare un conflitto intra-BRICS. Sebbene ciò esista a un certo livello, la Russia posizionandosi da mediatore con i partenariati bilaterali, li ha avvicinati, agendo da intermediario di fiducia, qualora le tensioni riemergano in futuro. Visto da un’altra angolazione, SCO e BRICS sono i nuclei istituzionali della multipolarità del supercontinente eurasiatico, mentre i partenariati strategici russo-cinese e russo-indiano sospingono il processo. Complementare agli accordi eurasiatici ancorati al destino del mondo, vi sono le rispettive conseguenti (ma non per questo meno importanti) partnership strategiche, come quella russo-iraniana o cino-pakistana, aggiungendo un vettore ulteriore a questa visione globale, operando per erodere l’egemonia unipolare.

…alla rete dell’economia
I partenariati politici possono ovviamente andare lontano, ed è necessario che vi siano benefici tangibili per rafforzarli. Anche se la Cina ha ovviamente rapporti economici con la maggior parte del mondo, oggi non li indirizza verso uno scopo politico, guardando invece a interessi pragmatici reciproci incentrati sul profitto. La Russia ha adottato un approccio diverso, però, divenendo il principale promotore delle relazioni economiche euroasiatiche multipolari. Ciò significa che nell’attuale clima di piena russofobia (disprezzo dell’occidente verso chi politicamente, economicamente e militarmente collabora con la Russia), i Paesi che hanno deciso di collaborare con la Russia fanno la netta dichiarazione politica di non voler subire prepotenze dall’occidente. Capiscono perfettamente che la cooperazione con Mosca è in netto contrasto con il mondo unipolare che gli ‘amici’ occidentali vogliono mantenere, a scapito dei loro interessi nazionali. Così, ogni Paese che collabora con la Russia o addirittura ne espande le relazioni, in questi tempi di tensione, avanza la costruzione del mondo multipolare. Per parlarne in modo più specifico, è necessario richiamare l’attenzione sui principali Paesi che rientrano in questa categoria. Ciò che segue è una panoramica degli Stati attualmente in trattative con l’Unione Eurasiatica per un accordo di libero scambio, dal sud-est asiatico al Medio Oriente.

Vietnam:
Il Paese si preannuncia essere il perno nel Sud-Est asiatico ed opera con tutti i Paesi in tutti i modi possibili, raccogliendone i frutti. Non opera alcuna discriminazione verso i non-occidentali, e considerando il decennale rapporto con Mosca, ha molto terreno storico da sviluppare con la Russia. Il Vietnam è anche una delle maggiori economie in rapida crescita nella regione, e più stretti legami economici con la Russia aiuteranno quest’ultima a creare un punto d’appoggio nel fiorente mercato del Sud-Est asiatico. Inoltre, l’espansione dei legami economici integreranno i già forti legami militar-industriali tra i due Stati che potrebbero fiorire nel campo politico e dare a Mosca una leva nel moderare la belligeranza di Hanoi verso la Cina sulle isole disputate. Ciò sarà un duro colpo allo scopo occidentale di creare una ‘ASEAN NATO’ per contrastare la Cina, sottolineando per Pechino i vantaggi asimmetrici del partenariato strategico russo-cinese.

India/Iran:
La visita di Putin in Asia meridionale all’inizio di questo mese è stata monumentale, in quanto ha assicurato accordi per 100 miliardi di dollari su energia nucleare, petrolio e gas, e altri settori commerciali, come diamanti e difesa. Come già spiegato, le relazioni della Russia con l’India aiutano a mantenere un canale tra New Delhi e Pechino evitando che i BRICS si dividano su rivalità geografiche in Himalaya e Sud-Est asiatico. Inoltre è soprattutto lo snodo che integra l’Iran al corridoio russo-indiano. All’inizio del mese, l’ambasciatore indiano in Russia in un’intervista a Sputnik News parlava della citata via come corridoio di transito tra Mumbai in India, Bandar Abbas e coste del Caspio dell’Iran, ed Astrakhan in Russia. In caso di successo, farà di Teheran l’intermediario tra Mosca e Nuova Delhi, e probabilmente ciò darà all’Iran un rapporto economico privilegiato (forse anche un accordo di libero scambio) con l’Unione Eurasiatica. Così, l’India è rientra non solo dell’apertura di uno dei maggiori mercati del mondo alla Russia, ma anche permetterà la fuoriuscita dell’Iran dalle sanzioni occidentali, fornendo un orientamento economico multipolare.

Turchia:
I rapporti con i turchi sono sempre stati pragmatici (anche se politicamente divergenti, come illustra la crisi siriana), ma ha ricevuto uno stimolo sorprendente alla fine di novembre, quando fu deciso di dirottare il gasdotto South Stream nel Paese invece che nei Balcani. Assieme alla trascuratezza dell’UE verso le aspirazioni del Paese e il tradimento degli Stati Uniti della sovranità territoriale di Ankara, giocando la carta del nazionalismo curdo, Ankara ha deciso di divenire un perno geo-energetico e porta del gas della Russia per il Mediterraneo, concedendo in sostanza a Mosca accesso ai mari caldi, desiderato da secoli. Ciò apre interessanti possibilità pre il mondo multipolare e dimostra che l’ultimo perno eurasiatico non è più contento di essere il lacchè mediorientale dell’occidente. Non solo, ma lavorando su un accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, avrà un enorme mercato per beni e servizi lungo il Mar Nero, prossimo alla Russia, facendone un partner economico conveniente e naturale in futuro.

Siria:
Quindi la Siria, che ha relazioni fraterne con la Russia dagli anni ’70, sola alleata strategica di Mosca durante l’era comunista, rimasta fedele anche nel dopo Guerra Fredda. I frutti di questa amicizia sono illustrati globalmente, con Mosca e Siria migliori alleati nella lotta al terrorismo. Il Paese purtroppo è distrutto dalla guerra che Stati Uniti ed alleati conducono da quattro anni contro il suo popolo e la sua leadership democraticamente eletta, ed avrà bisogno di serie riparazioni dopo la fine del conflitto. Qui arriva il Trattato di Libero Commercio provvisorio con l’Unione eurasiatica, fornendo una via rapida a beni e servizi in Siria, aiutandola nella ricostruzione. La Russia già aiuta la Siria in ciò, ma un accordo tra i due tramite l’Unione Eurasiatica (soprattutto dopo la risoluzione del conflitto) darebbe un partenariato economico più profondo e più robusto alle loro relazioni e fornirebbe il meccanismo necessario per accelerare il processo. Dopo tutto, l’economia del Paese ha registrato una crescita costante e rapida negli anni precedenti la guerra occidentale alla Siria, dimostrandone la vitalità, e non è impossibile che un giorno si ricrei la ricetta del successo purtroppo danneggiata in nome del cambio di regime nel 2011.

Egitto:
A completare la lista di potenziali partner della Russia nell’Unione eurasiatica è l’Egitto, il Paese arabo più popoloso e centro gravitazionale del Medio Oriente. Collegando le economie russa ed egiziana tramite l’accordo di libero scambio con l’Unione eurasiatica, Mosca può anche guadagnare terreno prezioso in un altro mercato importante, avendo accesso ad altri Paesi lungo il Nilo e infine collegandosi all’Africa orientale. Questo è possibile poiché l’attuale leader egiziano al-Sisi diffida dell’occidente (in particolare degli Stati Uniti) per il sostegno ai Fratelli musulmani di Muhamad Mursi, durante la sua breve, violenta e controversa presidenza del Paese. Anche se Stati Uniti ed Egitto hanno ancora rapporti privilegiati, il gioco è cambiato e Cairo cerca di ritagliarsi una nicchia come ‘Jugoslavia araba’ . Se ciò sarà mai pienamente attuato è materia di dibattito, ma ciò che è incontestabile è che l’Egitto ha inviato delegazioni di altissimo livello in Russia dopo che al-Sisi ha assunto il potere nell’estate 2013, dimostrando di voler sul serio diversificare le relazioni politiche ed eventualmente ripristinare a un certo livello i perduti legami dell’epoca sovietica con Mosca. Le implicazioni della riuscita mossa in senso eurasiatico della politica estera egiziana potrebbero essere il paradigma che trascende e completa il crollo del predominio degli Stati Uniti in Medio Oriente, già in lento declino dalla guerra in Iraq del 2003, e accelerato dal tentativo finale delle ‘rivoluzioni colorate’ della primavera araba, nel gioco di potere regionale orchestrato dall’occidente.

Pensieri conclusivi
NS-corridor La doppia politica della Russia delle complementari rete della diplomazia e dell’economia, forgia l’imminente mondo multipolare. Considerando che il vettore diplomatico/politico fornisce la giustificazione razionale a tali passi, e quello economico conferisce ad ogni partecipe vantaggi soddisfacenti e tangibili, necessari a mantenere la cooperazione. La Russia usa l’Unione eurasiatica per posizionarsi al centro delle politiche economiche supercontinentali, riunendo geograficamente e culturalmente partner disparati come Egitto e Vietnam in nome dell’integrazione asimmetrica non occidentale. L’Unione riunisce la Russia e i suoi partner bielorusso e armeno al grosso dell’Asia centrale, mentre il partenariato strategico russo-cinese fa del Paese un ponte tra Asia ed Europa con la partecipazione di Pechino ai progetti Ponte Eurasiatico, Nuova Via della Seta e Passaggio a nord-est. I Paesi che contemplano accordi di libero scambio con l’Unione eurasiatica sono sul margine meridionale dell’Eurasia, abbracciandone la massa da est a ovest. È interessante notare che la maggior parte di essi sono musulmani (anche l’India, che ha più aderenti alla fede del Pakistan), dimostrando che il multipolarismo ha anche una preziosa dimensione culturale/religiosa oltre alle più note manifestazioni politiche ed economiche. Questa osservazione s’incastra perfettamente con la politica interna della Russia di convivenza pacifica e armoniosa tra le quattro fedi storiche del Paese: cristianesimo, islam, buddismo e giudaismo, mostrando che la multipolarità culturale/religiosa può certamente essere applicata entro i confini di un Paese (come in Siria prima della destabilizzazione esterna) così come all’estero. Infine, tutto questo dimostra la serietà della Russia nella costruzione del mondo multipolare e nel trainare l’integrazione pan-eurasiatica. Opponendosi politicamente all’occidente e mostrando agli altri come allontanarsene economicamente, la Russia è diventata l’archetipo di Stato multipolare. Predica una politica di unità e solidarietà che trascende le differenze d’identità, pienamente in accordo con quanto fatto internamente. Con i fatti e le parole, la Russia è la prova tangibile che il multipolarismo è un fenomeno reale che può essere raggiunto se adeguate alleanze tramite le reti diplomatica ed economica possono essere create e mantenute.

Integration_in_EuroasiaAndrew Korybko è l’analista politico e giornalista di Sputnik, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’influenza combinata di India e Russia si accresce nell’Asia-Pacifico

Debidatta Aurobinda Mahapatra, RIR, 19 settembre 2014

La regione, attualmente trascurata per le in Medio Oriente e Ucraina, è un potenziale focolaio di conflitti geopolitici nei prossimi anni.15modi-xi2Una pacifica, stabile ed economicamente vivace regione Asia-Pacifico sarebbe di buon auspicio per gli interessi russi e indiani. Quando si tratta delle differenze tra la Cina e i suoi vicini sulle isole nel Mar Cinese Meridionale, India e Russia preferirebbero una soluzione pacifica delle controversie, e un’evoluzione nel quadro multilaterale con la Cina attore chiave nella risoluzione dei conflitti. Nuova Delhi e Mosca appoggerebbero la buona volontà dei Paesi regionali. Paesi che temono minacce all’integrità territoriale e alla sovranità ne cercano la cooperazione. Vietnam e Indonesia hanno espresso interesse ad acquistare il missile BrahMos sviluppato congiuntamente, rafforzando le proprie difese. La Russia è un fornitore chiave dei sistemi della difesa nella regione, laddove l’India ha recentemente aumentato la cooperazione nella difesa. Indiani e vietnamiti hanno firmato un accordo per l’esplorazione petrolifera nel 2013, e in seguito, durante la recente visita, il Presidente Pranab Mukherjee ha firmato una lettera di intenti per l’esplorazione petrolifera in un altro luogo. L’India può beneficiare dell’esperienza della Russia nell’esplorazione petrolifera nella regione.
Nel mondo globalizzato e multipolare le vecchie nozioni di rivalità diventano dura valutazione pragmatica dei costi e benefici di una particolare mossa. Mentre la Cina è il principale partner commerciale dell’India, con prospettive di un incremento con la visita del presidente cinese Xi Jinping in India, la cooperazione nella Difesa dell’India con il Vietnam e la fornitura della Russia di sottomarini classe Kilo, non necessariamente scompenserebbero l’equilibrio delle relazioni tra i tre Paesi. Come la stretta collaborazione della Cina con il Pakistan non ha ostacolato lo sviluppo di relazioni più strette con l’India, rivale del Pakistan, allo stesso modo la stretta cooperazione di India e Russia con il Vietnam e altri Paesi dell’Asia-Pacifico non squilibrerebbe le loro relazioni con la Cina. Questo è ciò che l’equilibrio di potere nella teoria politica internazionale suggerisce: le nazioni bilanciano reciprocamente le ambizioni geopolitiche sia singole che di gruppo, evitando la guerra e promuovendo interessi. India e Russia, partner strategici, possono bilanciare le ambizioni geopolitiche di altre potenze dominanti nella regione Asia-Pacifico. Con la cooperazione dell’India con la Cina pur tra differenze, e le crescenti relazioni della Russia con la Cina e altri Paesi nella regione Asia-Pacifico, i relativi problemi possono esser meglio affrontati congiuntamente da India e Russia piuttosto che separatamente.
Oltre alla Cina, l’altra potenza geopolitica ambiziosa nella regione Asia-Pacifico sono gli Stati Uniti Negli ultimi anni, Washington ha espresso il desiderio di giocare un ruolo più importante, forse per contrastare le crescenti aspirazioni della Cina. E una delle mosse recentemente teorizzate in questa direzione è corteggiare l’India. Le relazioni indo-statunitensi non sono state molto incoraggianti negli ultimi mesi. Gli USA devono fare i conti con un leader cui negano il visto da circa dieci anni. I rapporti non facili si riflettono anche nel fatto che non ci sia un ambasciatore statunitense in India da marzo. Circolano idee su come migliorare le relazioni, tra cui invitare l’India alla Trans-Pacific Partnership, in cui Stati Uniti, Australia e altri Paesi dell’Asia-Pacifico sono membri. Sovrapponendo l’invito a India e Cina a svolgere un ruolo più grande nell’Asia Pacific Economic Cooperation, in cui la Russia è membro. Le strette relazioni della Cina con India e Russia, e l’incremento della cooperazione economica tra i tre, possono svilupparsi bilanciando le manovre geopolitiche degli Stati Uniti, che potrebbero non coincidere sempre con gli interessi di questi Paesi.
Durante la Conferenza sull’interazione e la costruzione della fiducia in Asia a maggio, il presidente russo Vladimir Putin ha sottolineato la necessità di una architettura di sicurezza in Asia-Pacifico. Secondo lui, “La regione richiede un’architettura di sicurezza che garantisca parità d’interazione, vero equilibrio di forze e armonia di interessi”. Putin ha anche proposto l’idea di ‘sicurezza indivisibile’ implicando che la sicurezza non può più essere definita negli interessi di una particolare nazione o di un gruppo di nazioni. L’insicurezza di una parte del mondo colpisce le altre parti del mondo. Gli elementi di questa architettura dettati da Putin sono: armonia di interessi, parità d’interazione ed equilibrio di forze. L’India nella sua politica estera ha sottolineato questi elementi. I principi della coesistenza pacifica, o Panchsheel, adottati dall’India riflettono questi elementi. Putin durante il suo intervento ha sottolineato che il futuro della regione Asia-Pacifico dipenderà dall’equilibrio dei meccanismi della diplomazia bilaterale e multilaterale. Nel contesto della diplomazia multilaterale, India e Russia sono già coinvolti in molti forum multilaterali come RIC, BRICS e G20. L’inclusione dell’India all’APEC rafforzerà ulteriormente la diplomazia multilaterale. La Russia supporta la candidatura dell’India, e recentemente la Cina ha espresso disponibilità a prenderne in considerazione la candidatura. Il primo ministro indiano Narendra Modi molto probabilmente parteciperà al summit APEC di novembre. Appare incongruente che l’India non faccia parte di questo organismo multilaterale di 21 aderenti, tra cui Paesi lontani come il Perù e piccoli come il Brunei. L’India è la terza economia in Asia e una delle economie in rapida crescita. L’inclusione dell’India rafforzerà il multilateralismo, e bilancerà le ambizioni geopolitiche promuovendo diplomazia multilaterale ed armonia degli interessi.
Negli ultimi anni, India e Russia hanno sempre messo in gioco le loro richieste in Asia Pacifico. A luglio, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha dichiarato: “La regione Asia-Pacifico è tra le priorità della politica estera della Russia”. Il ministro degli Esteri dell’India Sushma Swaraj ha sottolineato, nel contesto della politica dell’India verso Est, “Agire, non basta guardare ad Est“. India e Russia possono bilanciare la regione Asia-Pacifico. L’India di Modi non nasconde l’ambizione di svolgere un ruolo maggiore in Asia-Pacifico. Le superiori capacità militari della Russia e la sua partnership strategica possono aiutare l’India a promuovere gli interessi bilaterali e conciliare le ambizioni di altre potenze in un quadro multilaterale.

Dr. Debidatta Aurobinda Mahapatra è un commentatore indiano che si occupa di conflitti, terrorismo, pace e sviluppo in Asia meridionale, ed aspetti strategici della politica eurasiatica.

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Cina e India firmano accordi in vista della cooperazione nucleare
The BRICS Post 18 settembre 2014

201112290908087654406Cina e India hanno firmato un gran numero di accordi economici e commerciali durante la visita del Presidente Xi Jinping a Nuova Delhi mentre Pechino ne valuta il peso finanziario. I due membri dei BRICS hanno anche detto che avrebbero presto avviato i colloqui sulla “cooperazione per l’energia civile nucleare rafforzando l’ampia cooperazione sulla sicurezza energetica“. Xi e il primo ministro indiano hanno assistito alla firma di 12 accordi di cooperazione, tra cui la costruzione di due parchi industriali cinesi in India e l’impegno di circa 20 miliardi di investimenti cinesi in India per cinque anni. Le due nazioni hanno anche firmato un patto per la cooperazione ferroviaria e un gemellaggio tra gli hub commerciali di Shanghai e Mumbai. Xi è stato accolto dal primo ministro indiano Narendra Modi ad Ahmedabad, capitale dello stato occidentale indiano del Gujarat, il secondo incontro tra i due leader da quando il nuovo governo indiano ha prestato giuramento. Xi aveva incontrato Modi al 6° vertice dei BRICS in Brasile a luglio. Il Primo Ministro indiano ha inoltre sottolineato il maggiore accesso al mercato cinese delle merci indiane. “Ho esortato le nostre aziende all’opportunità di accedere più facilmente al mercato e agli investimenti in Cina“, ha detto Modi dopo i colloqui con Xi. Incontrando il suo omologo indiano Pranab Mukherjee a Nuova Delhi, Xi detto che Cina e India devono coordinarsi sulle questioni internazionali. “Siamo anche due importanti forze in un mondo sempre più multipolare. Pertanto, la nostra relazione ha un significato strategico e globale“, ha detto Xi.
Pechino e New Delhi hanno fissato come obiettivo rapporti commerciali per 100 miliardi dollari entro il 2015. Il portavoce del ministero degli Esteri indiano Syed Akbaruddin ha detto che Xi e Modi hanno discusso “tutte le questioni sensibili d’interesse, a lungo” a Nuova Delhi, riferendosi alle notizie della stampa indiana sulla presunta “incursione” di truppe cinesi in territorio indiano questa settimana. “Dovremmo anche cercare una tempestiva soluzione alla questione dei confini“, ha detto il primo ministro indiano, dopo i colloqui con Xi. La breve guerra di confine nel 1962 interruppe i legami tra i due vicini. Le due parti hanno firmato un accordo di base sul confine lo scorso anno. Cina e India condividono 2000 km di confine mai formalmente delineati. I due Paesi hanno iniziato a discutere della questione del confine nel 1980. I media cinesi hanno detto che i due Paesi hanno compiuto “grandi sforzi per garantire che la cooperazione globale non sia sviata dalle dispute sul confine“. “Cina e India sono membri dei BRICS e possono cooperare e coordinarsi strettamente nell’ambito del quadro regionale accelerando lo sviluppo economico e migliorando la vita dei propri popoli“, affermava un editoriale di Xinhua.
La Cina soppianta gli Stati Uniti come grande potenza dalla maggiore influenza nel continente asiatico. L’impennata economica della Cina trascina blocchi come ASEAN, SCO e la regione dell’Asia centrale nell’orbita di Pechino. La Cina ha anche detto che vorrebbe che l’India partecipi al piano della Cintura economica della Via della Seta della Cina. “La Via della Seta vanta una popolazione di 3 miliardi di abitanti e un mercato senza eguali per dimensioni e potenzialità“, ha detto Xi nel settembre dello scorso anno. Una nuova mappa svelata da Xinhua riporta i piani cinesi per la Via della Seta che passando dal nord del Xinjiang, attraverso l’Asia centrale, in Kazakistan e passando per Iraq, Iran, Siria e Istanbul, in Turchia, arrivi in Europa diretto a Germania, Paesi Bassi e Italia. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha detto l’anno scorso che Cina, India e Russia possono “svolgere un ruolo importante nella costruzione del Corridoio economico della Via della Seta“. La proposta del Presidente Xi Jinping d’integrare il corridoio Bangladesh-Cina-India-Myanmar (BCIM) alla grande cintura economica della Via della Seta mira a promuovere le opportunità d’investimento per la Cina. La Cina ha aumentato il commercio bilaterale con il Bangladesh a circa 10,3 miliardi di dollari, e con il Myanmar a 6 miliardi nel 2013.
La Cina è il principale partner commerciale dell’India, mentre l’India è il maggiore della Cina in Asia meridionale, con il commercio bilaterale che raggiungeva i 65,4 miliardi dollari nel 2013. Cina e India, assieme ad altri due vicini asiatici, hanno già istituito un organismo intergovernativo lo scorso dicembre per costruire il corridoio economico Cina-India-Birmania Bangladesh. Quest’anno ricorre anche il 60° anniversario dell’accordo firmato nei primi giorni della Guerra Fredda sul crescente impegno della Cina per la pace. Nel 1954, Cina, India e Myanmar firmarono i cinque principi della coesistenza pacifica, promettendo mutua non aggressione e non-ingerenza negli affari interni, ideali adottati dal Movimento dei Paesi Non-Allineati per non scegliere tra Stati Uniti ed Unione Sovietica.

Narendra Modi greets Xi JinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

MH370 è stato abbattuto?

Aanirfan

MH370 planeGli scienziati sono scettici sui dati della società satellitare Inmarsat sullo scomparso volo malese MH370.
Gli scienziati dubitano della qualità dei dati rilasciati dalla società satellitare inglese Inmarsat  utilizzati per determinare dove il volo della Malaysia Airlines MH370 si sarebbe schiantato nell’Oceano Indiano. Hanno detto che le informazioni sono insufficienti per tracciarne la rotta“.

ADF assistance to Malaysia Airlines MH370.Il capo della Emirates chiede perché nessun caccia abbia intercettato il volo scomparso MH370.
Il capo della Emirates Tim Clark si chiede perché i caccia non intercettarono il volo Malaysia Airlines 370 quando andò fuori rotta. Clark ha detto a The Australian Financial Review che l’aereo sarebbe stato intercettato da velivoli militari se avesse volato fuori rotta, negli altri Paesi. ‘Se volando da Londra a Oslo spariste sul Mare del Nord, virando ad ovest sull’Irlanda, in due minuti avreste Tornado, Eurofighter intorno a voi,’ ha detto.”

article-2579955-1C3EA19400000578-177_634x419MH370 sarebbe stato abbattuto al largo della costa del Vietnam durante un’esercitazione militare congiunta USA-Thailandia. Il volo scomparso Malaysia Airlines MH370 è stato ‘abbattuto’. Mike McKay lavorava sulla piattaforma petrolifera Songa Mercur al largo delle coste del Vietnam. Dice che l’8 marzo 2014 vide ciò che pensa fosse l”MH370 in fiamme’. (Stuff) (DailyMail)
Mike Mckay inviò una e-mail sul suo avvistamento ai suoi dirigenti. L’email è trapelata ai media. L’indirizzo email fu inondato da domande. ‘Divenne tutto insopportabile e fui mandato via dalla piattaforma e mai più richiamato’, ha detto a Sunday Star Times della Nuova Zelanda. Nella sua email, McKay descrive la sua posizione sulla piattaforma petrolifera, la posizione dell’aeromobile in relazione alla piattaforma, la distanza approssimativa dell’aereo dall’impianto di perforazione, la corrente sulla superficie dell’acqua e la direzione del vento. Dopo aver letto l’e-mail, le autorità vietnamite iniziarono una ricerca nel Mar Cinese meridionale. Questa ricerca fu sospesa quando la caccia all’MH370 passò nel Mare delle Andamane e poi nella parte meridionale dell’Oceano Indiano. Da allora, dice, le squadre di ricerca malesi e australiani non lo contattarono più.

ZnfMwJPTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L'”Air Defense Identification Zone” cinese: un errore o un passo strategicamente considerato?

Vladimir Terehov New Oriental Outlook 08.01.2014
5700368-adiz-05-800x546L’introduzione della cosiddetta Air Defense Identification Zone (ADIZ) nel Mar Cinese Orientale (ECS), il 23 novembre da parte del Ministero della Difesa della Repubblica Popolare Cinese, rimane uno dei maggiori eventi politici mondiali degli ultimi mesi. Dobbiamo ricordare che questo passo è stato compiuto da Pechino 40 anni dopo che una zona simile venisse adottata dal Giappone, cioè, uno dei principali oppositori regionali della Cina e che potrebbe diventarne il principale avversario in futuro. Il significato speciale della comparsa dell’ADIZ cinese è determinato dal fatto che questa zona si trova su parte della superficie della Regione Asia-Pacifico, in cui il centro della politica globale si sposta. Tale zona marittima, adiacente alle coste orientali della Repubblica Popolare Cinese e all’Hindustan è un moderno “Balcani” politico, un punto particolarmente sensibile in cui gli interessi degli attori più importanti del mondo s’intersecano.
In connessione con l’introduzione dell’ADIZ di Pechino, alcuni esperti nazionali hanno espresso l’opinione che ciò sia un “errore conseguente ed evidente” della diplomazia cinese. Vi sono alcuni motivi per tali considerazioni, se ricordiamo le conseguenze della politica dell'”assertività” perseguita dal 2009 dall’ex-dirigenza del PRC, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale. In risposta alle rivendicazioni territoriali cinesi sul Mar Cinese Meridionale, alcuni Paesi rivieraschi chiesero aiuto, prima di tutto Filippine e Vietnam. Tali appelli furono ascoltati da Washington, e poi la sub-regione del Sud-Est asiatico è stata spesso visitata dai principali statisti statunitensi, che hanno ignorato le richieste cinesi di non interferenza di “forze esterne alla regione” nelle dispute territoriali fra Pechino e i suoi vicini. La serietà delle intenzioni degli Stati Uniti è stata sottolineata dall'”esplorazione” del Mar Cinese Meridionale delle navi della Settima Flotta degli Stati Uniti. A quanto pare, la Cina si è subito resa conto di rafforzare la posizione del suo principale avversario geopolitico, nella sub-regione di fondamentale importanza, con le proprie azioni. Negli ultimi mesi, ciò ha comportato una svolta positiva nella retorica della leadership cinese, in relazione ai suoi vicini meridionali. Tuttavia, il rafforzamento della presenza militare e politica nel Mar Cinese Meridionale è divenuto un fatto compiuto, e ciò è stato confermato ancora una volta dal recente incidente causato dalle manovre dell’USS Cowpens pericolosamente vicino alla portaerei cinese Liaoning che partecipava ad una esercitazione di routine della Flotta del Mar del Sud della Cina.
L’opinione che la Cina abbia commesso l’ennesimo errore in politica estera, con l’introduzione dell’ADIZ, si basa su alcuni punti ragionevoli. In primo luogo, dato che un arcipelago subacqueo, di fatto sotto il controllo della Corea del Sud (ma rivendicato dalla Repubblica Popolare Cinese), rientra nell’ADIZ, ha provocato il deterioramento delle relazioni tra Pechino e Seul. Nel frattempo, l’istituzione di fiduciose relazioni bilaterali negli ultimi anni è un traguardo importante per la politica estera della Cina, in quanto ha bloccato gli annosi sforzi di Washington nel formare un’alleanza politico-militare tripartita “USA-Giappone-Corea del Sud”. Sebbene i commenti ufficiali del Ministero della Difesa della Cina indicano chiaramente che l’introduzione dell’ADIZ sia rivolta contro il Giappone (rapporti che sembrano difficili da peggiorare), piuttosto che contro la Corea del Sud, la leadership di quest’ultima potrebbe semplicemente non avere scelta se non riavvicinarsi a Tokyo. Nonostante il fatto che il sentimento anti-giapponese cresca tra i coreani. Comunque, vi sono già state segnalazioni di un possibile coordinamento dei tentativi di entrambi i Paesi per contrastare eventuali azioni militari cinesi nello spazio delineato dall’ADIZ. In secondo luogo, Giappone, Corea del Sud e Taiwan non hanno riconosciuto la legittimità di questa zona cinese, e gli aerei delle loro compagnie ignorano i prerequisiti stabiliti dal Ministero della Difesa della Cina per volare nell’ADIZ. Tutto ciò fornisce motivi per valutare queste attività della RPC come controproducenti. Eppure, nonostante gli evidenti costi tattici attuali, a quanto pare la decisione d’introdurre l’ADIZ si basa sulla definizione di obiettivi strategici. Quest’ultima sembra probabile, almeno perché notizie sono state diffuse sulla possibile istituzione dell’ADIZ anche sul Mar Cinese Meridionale da parte di Pechino, dopo la manifestazione delle conseguenze negative di questa decisione per la Cina.
Possibili aspetti strategici di questa misura della Cina sono indicati, in particolare, dalla monografia di Robbin F. Laird e Edward Timperlake, recentemente pubblicata, “Ristrutturazione del Potere militare USA nella regione Asia-Pacifico“. Pubblicata un mese prima dell’introduzione dell’ADIZ dalla Cina, gli autori, naturalmente, hanno ritenuto necessario commentare una delle più notevoli vicende politiche regionali degli ultimi tempi, con un articolo speciale. Quando analizzano i motivi e le conseguenze dell’azione del Ministero della Difesa della Cina qui discussi, si basano sul concetto formulato nel libro del “quadrilatero strategico allungato” formato dai quattro principali alleati regionali degli Stati Uniti: Giappone, Australia, Singapore e Sud Corea. L’efficienza del  triangolo del potere statunitense, formato dalle basi militari sul territorio degli Stati Uniti (arcipelago hawaiano, isola di Guam) e in Giappone, può essere raggiunta solo in condizioni di libertà di movimento sul mare e negli spazi aerei del quadrilatero. Pertanto, sulla base di dette posizioni, l’introduzione dell’ADIZ cinese, interna al “quadrilatero”, indica che la RPC crea la base per adempiere ai propri obiettivi strategici militari. Ciò è dovuto dalla necessità di violare la libertà di movimento delle unità da combattimento e da trasporto militare degli oppositori regionali di questo “quadrilatero”, se tale necessità diventasse rilevante. In particolare, ciò può verificarsi se Pechino perde la pazienza riguardo Taiwan, che sempre più diventa uno Stato indipendente de facto, invece di rientrare, in una forma o nell’altra, nella “madre patria” (continente). Ciò contraddice gli obiettivi finali della politica della Repubblica Popolare Cinese sullo sviluppo delle relazioni economiche e culturali con Taiwan. In caso di passaggio a mezzi “non pacifici” per affrontare il problema di “ristabilire l’unità della nazione”, come previsto dall’atto legislativo del Congresso Nazionale del Popolo nel 2005, il compito d’impedire agli Stati Uniti d’interferire nel conflitto (molto probabilmente in collaborazione con il Giappone) diventerà molto rilevante.
Contrariamente all’opinione popolare secondo cui lo scopo principale dell’introduzione dell’ADIZ cinese siano le isole Senkaku/Diaoyu, il cui possesso la Cina contesta al Giappone, Zachary Keck, viceredattore del giornale elettronico The Diplomat, popolare nella regione, ritiene che il principale obiettivo sia Taiwan. Se le speculazioni degli esperti sono vicine alla verità, ciò vorrà dire che l’istituzione dell’ADIZ della Cina nel Mar Cinese Orientale dimostra che Pechino ha scelto una strategia politica di contrasto controffensivo diretto ai tentativi dei suoi avversari regionali di limitarne la libertà di azione nello spazio immediatamente adiacente al territorio della Repubblica Popolare Cinese. Solo ulteriori sviluppi dimostreranno se tale versione sia corretta o meno. Tuttavia, anche oggi non vi è dubbio che la scelta strategica militare e politica dello “spigolo contro spigolo” tipico della tradizione cinese, sarà accompagnata da notevoli rischi. Ad esempio, alcuni membri dell’elite politica di Taiwan parlano della necessità di proteggere la propria ADIZ e di coinvolgervi Giappone e Corea del Sud, per contrastare una possibile azione militare della Repubblica Popolare Cinese.
Infine, si deve rilevare di non sottovalutare il potenziale del pensiero strategico della leadership cinese, un Paese la cui storia ha più di un millennio. In queste circostanze piuttosto disagiate (in gran parte conseguenza dei propri errori), la Cina non ha apparentemente nessuna politica “buona” e deve sceglierla tra “cattiva” e “pessima”.

Vladimir Terekhov, ricercatore presso il Centro Asia e Medio Oriente del Russian Institute for Strategic Studies, in esclusiva per la rivista online New Oriental Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La strategia della Russia nella Regione Asia-Pacifico

Sofia Pale New Oriental Outlook  23/12/2013

Vladimir-Putin-and-Hu-JintaoDopo il collasso economico iniziato nel 2008 e che ben presto ha travolto il mondo intero, la Russia ha significativamente modificato la propria politica estera. In conseguenza della crisi, Stati Uniti ed Europa hanno subito le maggiori perdite finanziarie. Minori perdite sono state subite da Cina, Australia e un certo numero di Paesi dell’ASEAN (basti ricordare il termine “Cindonesia“, di moda nel 2009, verso il triangolo economicamente inaffondabile Cina, India e Indonesia). La Russia è riuscita ad affrontare con successo lo shock globale, ma ha dovuto rivedere la sua politica estera, in precedenza volta a una partnership quasi esclusivamente con l’occidente. La nuova direzione ad Est della Russia è stata progettata ed implementata al massimo livello e con successo, come questi ultimi anni hanno dimostrato. La mossa della Russia verso “oriente” segue due direzioni: economica e strategica. Soprattutto nella regione Asia-Pacifico, dove dal 2010 è aumentata la domanda di energia. Dato che negli Stati Uniti e in Europa, il consumo di materie prime è sceso, il riorientamento delle priorità per l’esportazione della Federazione russa verso i Paesi dell’Asia-Pacifico è diventata un passo naturale e logico, necessario per lo sviluppo dell’economia russa. La Russia è anche riuscita a rafforzare la propria influenza politica nella regione dell’Asia-Pacifico per via del marcato crollo delle posizioni statunitensi. Il culmine della politica estera russa in tale  direzione è stata la presidenza della Federazione russa al vertice APEC, tenutosi a Vladivostok nel 2012, e l’annuncio di politiche economiche chiare nel successivo vertice del 2013 a Bali, in Indonesia.

La Russia entra nel “Pacifico”
Il primo passo della leadership russa per stabilire legami più stretti con la regione Asia-Pacifico è stata la cooperazione regionale, vale a dire, il cuore dell’organizzazione regionale, l’ASEAN. In un primo momento, i Paesi dell’Asia orientale sospettavano delle intenzioni della Federazione russa nella regione Asia-Pacifico. Tuttavia, dopo il 2009, è diventato chiaro che il tradizionale dominatore del Pacifico, gli Stati Uniti, avranno bisogno di molti anni per riprendersi economicamente, mentre il potere finanziario, politico e militare della Cina, al contrario, si amplia rapidamente (si ricordi il conflitto sul Mar Cinese Meridionale aggravatosi nel 2013). Poi un certo numero di Paesi dell’ASEAN inizia a mostrare un’interesse particolare verso la Russia. Certo, approfittano della strategia “di attirare il grande per dissuadere il grande“, ritenendo che la presenza nella regione di un nuovo “leader”, la Russia, contribuirà a “calmare” le crescenti ambizioni della Cina. A questo proposito, il vertice dell’Asia orientale (EAS, che comprende i 10 Paesi dell’ASEAN e 6 partner del dialogo), portava la Russia e gli Stati Uniti a collaborare nel 2011 sul nuovo formato ASEAN+8, ma a poco a poco l’iniziativa è sbiadita alla luce dell’instabilità economica mondiale e del raffreddamento generale dei rapporti russo-statunitensi in particolare. Inoltre, se il vertice Russia-ASEAN pre-crisi del 2005 e quello post-crisi del 2010, si svolsero con la partecipazione del presidente della Russia, ampiamente seguiti dai media, nel 2013 il vertice si svolse già a livello ministeriale, affaristico e culturale, senza più ricevere grande pubblicità mediatica. Tuttavia, in occasione della riunione ministeriale Russia-ASEAN del 2013, le parole fiduciose del ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ancora indicavano che il “potenziale per approfondire il partenariato è ben lungi dall’essere esaurito“, e “oggi possiamo vedere quali altre opzioni potrebbero essere interessate“. Il fatto è che negli ultimi anni la retorica è stata sostituita da azioni specifiche e mirate, che saranno discusse di seguito.

Il partenariato della Russia con i Paesi dell’Asia Orientale
Già nel 2010, tra la sofferenza di Nord America ed Europa per gli effetti della crisi globale, Mosca aveva annunciato ufficialmente che la priorità della politica estera della Russia sarebbe stata l’accesso ai mercati della regione Asia-Pacifico. Uno degli esempi più eclatanti di partenariato tra la Russia e un membro chiave dell’EAS, la Cina, è stato il lancio del trading in Yuan/Rublo sul MICEX nel dicembre 2010, al fine di ridurre la dipendenza di tali monete dal dollaro. Questo evento è significativo per il fatto che il MICEX è diventato la prima piattaforma estera in cui lo Yuan viene scambiato. (A proposito, per ridurre il ruolo del dollaro come intermediario nelle transazioni commerciali internazionali, nel 2013 la Cina ha proposto la creazione di un fondo dei Paesi BRICS in crediti nelle loro monete (o RMB) ad un tasso fisso, “bypassando” il FMI. Tale fondo, avviato dalla Cina, ha avuto successo nella regione Asia-Pacifico durante l’Iniziativa di Chiang Mai del 2005, raggiungendo un volume pari a 240 miliardi di dollari nel 2012). Nel 2010 Russia e Cina si sono anche accordate sull’acuto problema regionale della Corea democratica. Un ruolo chiave nel preservare le relazioni a lungo termine tra i due Paesi l’ha avuto la Pipeline Russia-Cina, avviata nell’autunno dello stesso anno, i cui profitti compensano la flessione dei ricavi delle vendite di gas russo in Europa. Nel 2013, il volume annuo di investimenti cinesi nell’economia russa è stato pari a 3,7 miliardi di dollari, e nell’ottobre 2013 la Russia e la Cina hanno firmato una serie di documenti sugli investimenti cinesi nell’economia russa nel complesso, e nello sviluppo delle regioni più povere della Russia in particolare. Tale evento storico per l’economia russa, è stato definito dal primo ministro russo Dmitrij Medvedev “lo speciale rapporto della partnership strategica“, sostenuto dalle promesse della Cina di portare gli investimenti annuali a 12 miliardi entro il 2020. Un altro gasdotto, “Siberia orientale – Oceano Pacifico” (ESPO), avviato nel 2013, dovrebbe trasformare l’Estremo Oriente russo nel principale fornitore di petrolio per Giappone, Cina, Stati Uniti, Corea del Sud, Filippine, Singapore e Taiwan.
Con un altro importante giocatore dell’EAS, la Corea del Sud, la Russia ha sviluppato un rapporto regolare, non offuscato dalla posizione di Mosca sulla questione della Corea democratica, che non corrisponde alle aspettative di Seul. Da quando la Corea del Sud ha un partenariato con gli USA sulla sicurezza e con il Giappone per le esportazioni high-tech, la Russia ha il ruolo tradizionale della “grande potenza delle materie prime“. In tale ottica, Mosca e Seoul, nel novembre 2010 hanno firmato un accordo per la fornitura di gas naturale liquefatto alla Corea del Sud per 1,5 milioni di tonnellate all’anno per 20 anni, nell’ambito del Progetto Sakhalin-2. Fornitrice è l’azienda russa Sakhalin Energy, che ha un motto promettente: “Essere la principale fonte di energia della regione Asia-Pacifico“. Inoltre, nel 2012, la Corea del Sud è diventata uno degli investitori per le strutture  costruite a Vladivostok per il vertice APEC. Relazioni speciali si hanno tra Russia e Australia. L’Australia è un altro partner affidabile degli Stati Uniti nella sicurezza regionale, ma il Paese è molto interessato a preservare le relazioni economiche e commerciali con la Cina. Contemporaneamente l’Australia cerca di inibire la crescita dell’influenza di Cina e Stati Uniti nella regione Asia-Pacifico. Inoltre, se nel 2005 Canberra era categoricamente contraria ad invitare la Russia nell’Asia Orientale, considerandola un giocatore “estraneo” alla regione, nel 2010 ha volentieri appoggiato l’adesione del Paese all’organizzazione, sperando che la presenza di un terzo gigante, la Russia, controlli le due “egemonie” concorrenti. La posizione australiana sull’invito della Russia nel “Pacifico” fu sostenuta da Tokyo, nonostante la controversia irrisolta tra Russia e Giappone sulle isole Curili. Tuttavia, dal 2011 il Giappone acquista gas naturale liquefatto da Sakhalin e in misura molto maggiore rispetto alla Corea del Sud. Inoltre, le società giapponesi Mitsui e Mitsubishi possiedono il 22,5% delle azioni di Sakhalin Energy, la società del Progetto Sakhalin-2. Tuttavia, nella costruzione della relazioni con l’Asia Orientale, la Russia non si concentra solo sui giocatori che possono acquistare materie prime russe, ma anche su partnership strategicamente opportune, secondo il ministero degli Esteri, come con Nuova Zelanda, Vietnam e India che, a differenza di altri Paesi dell’Asia Orientale, storicamente non hanno avuto rapporti troppo solidi con gli Stati Uniti; tuttavia, l’unico settore in cui Mosca vede prospettive di cooperazione con tali Paesi è un loro coinvolgimento nell’Unione doganale EurAsEC. L’unica cosa da decidere sarà la base del baratto e il trasporto tra Federazione Russa, Nuova Zelanda, Vietnam e India che, in realtà, sarà forse il compito più complesso del prossimo decennio.

Prospettive in Estremo Oriente
Nell’ottobre 2013, al vertice APEC a Bali (che, per inciso, fu ancora ignorato dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama), Mosca aveva indicato chiaramente un piano per attrarre investimenti dai suoi partner strategici dell’Est asiatico per sviluppare le regioni dell’Estremo Oriente russo. La difficoltà principale nella realizzazione di tali piani era forse il fatto che l’Estremo Oriente russo suscita forti preoccupazioni negli investitori orientali, per via del suo sottosviluppo economico e delle “selvagge” pratiche commerciali. C’è un altro problema da affrontare al massimo livello, che il dr. in Scienze Politiche S. Pestsov ha descritto come: “Una delle condizioni più importanti per il successo della strategia di penetrazione e consolidamento della Russia nell’Asia Orientale è fornire più spazio ed opportunità alle regioni della Siberia e dell’Estremo Oriente (della Russia) per includerle nei processi d’integrazione regionale, nei progetti di partenariato transfrontalieri e nella cooperazione. Fino ad allora, se l’autonomia regionale viene percepita solo come una minaccia per l’unità del Paese, una reale integrazione regionale sarà fuori questione.” Queste parole sono state finalmente ascoltate, nell’ottobre 2013; durante un vertice del World Economic Forum a Mosca, il viceprimo ministro russo Igor Shuvalov ha detto che “è tempo di trasferire ulteriori poteri dal governo federale alle regioni”, fornendo l’opportunità alle regioni di raccogliere ulteriori fondi da investitori nazionali e stranieri. I fatti hanno seguito le sue parole: incentivi fiscali per nuovi progetti di investimento in Estremo Oriente avranno effetto dal 1° gennaio 2014. Inoltre, il Presidente Vladimir Putin ha proposto di estendere gli sgravi fiscali all’intera Siberia orientale nel 2015.

Chi sarà il partner chiave della Russia nell’Asia orientale?
Nonostante i tentativi della Russia d’introdurre il rublo russo come affidabile mezzo di pagamento (dovrebbe anche essere posizionato il simbolo del rublo sulle tastiere russe nel 2014), nei prossimi anni, il nucleo della cooperazione della Russia con l’Asia-Pacifico potrebbe diventare il capitale cinese, sostenuto dalle riserve in valuta estera della Cina che, nel 2004-2012, sono aumentate del 721% raggiungendo i 3300 miliardi di dollari (abbastanza per comprare due volte le riserve auree di tutte le banche centrali del mondo). La Cina costruisce una politica equilibrata e prudente nelle relazioni con i suoi vicini più prossimi, i Paesi dell’ASEAN e i loro interlocutori nell’Asia orientale, per non aver problemi nel “soggiogarne” le economie, spostandole gradualmente dal dollaro allo yuan nelle operazioni di trading. La Federazione russa s’inserisce naturalmente in questi piani, in quanto considera la Cina suo partner strategico, pronto a sua volta ad investire grandi quantità di denaro nello sviluppo delle regioni russe, acquistando materie prime russe in grandi volumi.
In generale, negli ultimi anni la dinamica delle relazioni della Russia non solo con la Cina, ma anche con il resto dell’Asia orientale, è aumentata notevolmente e forse il prossimo decennio sarà una pietra miliare della Storia della politica estera russa, rafforzando la posizione della Russia nella regione dell’Asia-Pacifico.

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Sofia Pale, Ricercatrice in Storia e membro del Centro per il Sud-Est asiatico, Australia e Oceania della RAS di Studi Orientali, in esclusiva per la rivista online “New Oriental Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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