Shumushu, l’ultima battaglia della Seconda Guerra Mondiale

Alessandro Lattanzio, 07/05/2018L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò la notte tra il 17 e il 18 agosto e terminò il 2 settembre 1945. 50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati, inclusi 4 generali, oltre a 300 cannoni e mortai, 1000 mitragliatrici, 217 autoveicoli e trattori. Ma il risultato principale dello sbarco sulle Curili fu il controllo completo delle isole e di Sakhalin, che ritornarono all’Unione Sovietica.
Le isole Curili sono un arcipelago di 36 isole situate tra la penisola di Kamchatka e l’isola di Hokkaido, per un’estensione di 1270 km. La più vicina alla Kamchatka, 12 km da Capo Lopatka, è Shumushu (Simu-shu), piccola isola collinosa lunga 30 km e larga 20 km. A metà del XVIII secolo, la Russia stabilì diritti di possesso sulle Curili, e nel 1747 il cosacco Shergin fondò a Shumshu la scuola russa per gli Ainu, gli abitanti delle isole. Le isole Paramushir e Shumshu dal 1875 al 1945 furono possedimento giapponese. Preparandosi alla guerra contro la Russia, il Giappone concluse un’alleanza anti-russa nel 1902 col Regno Unito e gli Stati Uniti che, per dominare il Pacifico, diedero al Giappone un prestito di 500 milioni di dollari specificamente per le spese belliche. Il Giappone dal 1934 eresse fortificazioni su ciascuna delle isole Curili e le unità militari ivi presenti furono sottoposte ad addestramento speciale mentre la flotta giapponese condusse manovre nelle acque delle Curili in vista dell’occupazione di Kamchatka, Okhotsk, Sakhalin e Primorye. La difesa più fortificata era su Shumushu, dove i giapponesi costruirono una strada sotterranea, hangar, rifugi per carri armati, magazzini e ospedali sotterranei. C’erano due basi aeree per due reggimenti di caccia e una base per idrovolanti nel lago Bettow. Nella parte sud-orientale di Shumushu era situata la base navale di Kashiwabara. Tutti i siti adatti a uno sbarco erano sorvegliati da casematte, bunker e trincee, la cui profondità raggiungeva i 50 metri. Circa 70000 prigionieri cinesi li costruirono in tre anni di lavoro. Per mantenere segreto il sistema di fortificazioni sull’isola, dopo il completamento dei lavori, i prigionieri cinesi furono affondati a bordo di vecchie chiatte nell’oceano. Da qui le truppe giapponesi assaltarono le isole Aleutine, appartenenti agli Stati Uniti, di Kyska, Attu, Agattu, Amchitka, dal giugno 1942 all’agosto 1943. In seguito, aerei statunitensi attaccarono le Curili usando gli aeroporti della Kamchatka, e tentativi di operazioni anfibie sulle Curili furono intrapresi dalla III Flotta statunitense. Il 12 agosto incrociatori e cacciatorpediniere bombardarono Matua e Paramushir.
Col messaggio del presidente degli USA G. Truman ricevuto il 15 agosto 1945, il Presidente del Consiglio dei Ministri dell’URSS, I.V. Stalin ricevette l’ordine generale sui dettagli della capitolazione delle forze armate giapponesi, firmato dal Generale D. MacArthur, nominato capo dell’amministrazione militare del Giappone occupato. L’ordine diceva che tutte le guarnigioni delle isole del Pacifico dovevano arrendersi al comandante in capo della flotta del Pacifico degli Stati Uniti. Quindi, indicando che gli statunitensi non volevano cedere le Curili all’URSS, come l’isola di Matua (al centro dell’arcipelago delle Curili), che gli USA volevano trasformare in una base militare. Per impedirlo ed evitare lunghi e complicati negoziati sulle isole Curili, l’URSS dovette agire immediatamente. La notte del 15 agosto, il Maresciallo dell’Unione Sovietica e Comandante in capo delle truppe sovietiche in Estremo Oriente Vasilevskij, istruì il Comando della Flotta del Pacifico a preparare immediatamente l’operazione di sbarco sull’isola di Shumushu, la più a nord delle Curili. La stragrande maggioranza delle operazioni anfibie fu eseguita dopo la ricognizione dell’area scelta. La forza da sbarco su Shumushu fu lanciata senza preparativi e ricognizione. Il successo dell’operazione dipese dalla sorpresa dell’attacco. Il comando giapponese aveva sulle isole Curili più di 50 mila soldati e ufficiali, oltre a 10 aerodromi che permisero il dispiegamento di 600 velivoli. Diversi basi navali consentivano il dispiegamento anche di incrociatori leggeri.Shumushu
Shumshu è situata a 12 chilometri dalla punta meridionale della Kamchatka, Capo Lopatka, ed era particolarmente fortificata. La guarnigione contava 8600 soldati e ufficiali con 60 carri armati e 100 pezzi di artiglieria da campo ed antiaerea. Sull’isola furono costruiti 34 postazioni e 24 bunker per circa 100 cannoni e 310 mitragliatrici. La profondità delle strutture difensive sotterranee arrivava a 50-70 metri. Il raggruppamento di truppe giapponesi a Shumshu consisteva nella 73.ma Brigata della 91.ma Divisione di fanteria; nel 31.mo reggimento di difesa aerea, nel reggimento di artiglieria da fortezza delle Curili, nell’11.mo Reggimento carri armati, oltre ad unità speciali e altre subunità. Sulla vicina isola di Paramushir c’erano 4 basi aeree ben attrezzate e con ripari (parzialmente sotterranei) presidiate da 14500 soldati. Tuttavia, all’epoca i giapponesi avevano già ritirato la maggior parte degli aerei per difendere le città dalle incursioni aeree statunitensi. Da Capo Lopatki lo sbarco sull’isola di Shumushu fu supportato dalla 945.ma Batteria costiera con 4 cannoni da 130mm.
L’operazione di sbarco sulle Curili iniziò con la mobilitazione dell’area difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk. Le unità assegnate furono la 101.ma Divisione di fanteria, del Generale P. I. Djakov, la 128.ma Divisione aerea e il 60.mo Distaccamento delle Guardie di frontiera del Capitano N. I. Lashmanov. Il comando della zona difensiva della Kamchatka e della base navale di Petropavlovsk ebbe l’ordine di prendere le isole Shumushu, Paramushir e Onekotan. Il Comandante dell’operazione di sbarco, Maggior-Generale A.R. Gnechko, decise di sbarcare una forza di 8800 elementi nella parte nord-orientale di Shumshu, tra i promontori Kokutan-Saki (Capo Kurbatov) e Kotomari-Saki (Capo Pochtorjov) ed infliggere il colpo principale alla base navale di Katask. Per l’operazione furono scelti il 302.mo e il 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione di fanteria, una compagnia del 119.mo Battaglione genieri, un reggimento di artiglieria, uno anticarro e il battaglione di Fanteria di Marina del Maggiore T. A. Pochtorjov, della base navale di Petropavlovsk, che formarono il distaccamento d’assalto e i due scaglioni principali della forza da sbarco.
La forza navale consisteva in 64 unità: 2 pattugliatori, 4 dragamine, 1 posamine, 8 motovedette, 16 navi d’assalto anfibio e 17 natanti da trasporto. Il comando della Flotta del Pacifico, mentre adempiva ai compiti complessi per il controllo dei porti della Corea del Nord e di Sakhalin, non aveva l’opportunità di prestare assistenza alla base navale di Petropavlovsk. Le maggiori unità inviate nell’operazione di sbarco sulle Curili erano i pattugliatori d’altura Kirov e Dzerzhinskij (costruiti in Italia nel 1935), armati con 3 cannoni da 102mm, e il posamine Okhotsk, armato di 3 cannoni da 130 mm e 2 da 76 mm. Inoltre erano presenti 16 navi d’assalto anfibio (tra cui diverse LST cedute dagli USA), le navi idrografiche Polijarnij e Lebed, le navi da trasporto E. Pugachjov, Chapaev, Kokkinaki, Uritskij, Menzhinskij, Turkmen, Burevestnik, Dalnevostochnik, Krasnoe Znamija, Moskalvo, Refrigeretor n. 2, General Panfilov, Maksim Gorkij e Volkhov, 2 chiatte e 4 motobarche Kawasaki, scortate da 8 motovedette tipo MO, 1 sommergibile e 2 torpediniere. Infine vi erano i dragamine TSh-155, TSh-156 e TSh-525, che dovevano rimuovere i campi minati. Il comando operativo del gruppo navale fu posto sul dragamine TSh-334, su cui furono installate cinque stazioni radio e due riceventi, mentre il comando delle forze da sbarco fu posto sul Kirov, e quello di riserva sul posamine Okhotsk. Il TSh-334 faceva da ponte tra le unità sbarcate a Shumushu e il comando del 2° Fronte dell’Estremo Oriente e della Flotta del Pacifico, a Petropavlovsk.

TSh-334

Il Capo di Stato Maggiore del battaglione della Fanteria di Marina G. Motosov, ricordò: “La formazione e la preparazione del battaglione avvennero il 15 e 16 agosto. Le forze provenivano da due divisioni, da una divisione di sottomarini, da unità logistiche e dei servizi della base navale, in totale 800 elementi incorporati nel distaccamento d’assalto per creare la testa di ponte per il 1° e il 2° scaglione della 101.ma Divisione di fanteria“. Lo sbarco avvenne con la copertura di caccia, sottomarini e siluranti, ma in condizioni climatiche difficili, alle 4:20 del 18 agosto. Le navi dell’avanguardia dovevano sbarcare 8363 soldati, 654 cavalli, 218 cannoni e mortai, 80 autoveicoli e 32 trattori. Il distaccamento avanzato del Maggiore P. Shutov consisteva in un battaglione di Fanti di Marina, una compagnia di mitragliatori, una di mortai, un plotone di chimici e uno da ricognizione. I marines occuparono tre trincee, e fu allora che i giapponesi dettero l’allarme. Motosov scrisse: “I proiettori falciarono la riva e l’artiglieria nemica iniziò a parlare. In risposta, le nostre navi aprirono il fuoco. La riva era vicina, ma a causa della fitta nebbia non era visibile. Diversi proiettili caddero sulla nostra nave, senza esplodere, ma l’attraversarono. Dopo aver abbassato la rampa, i marines saltarono in acqua. I primi a precipitarsi a riva furono M. Rjabinovich, V. Streltsov, A. Minchik e A. Vodynin… il sito dello sbarco scelto era quello giusto. Le coste dell’isola sono ovunque ripide, rocciose, fortificate. I punti di tiro posizionati in modo tale che dalla riva e dall’entroterra i giapponesi potessero incrociare il fuoco, sparando in qualsiasi direzione. Ma qui, tra i promontori Kokutan e Kotomari, dove scorreva un piccolo fiume, la spiaggia era sabbiosa“. Le difficoltà si ebbero in seguito, perché le stazioni radio si bagnarono e l’artiglieria navale e la batteria costiera della Kamchatka non potevano sparare senza essere guidate. I commando di Shutov erano armati solo di armi automatiche, granate, cannoni anticarro e mortai. Scontri particolarmente brutali scoppiarono sulle alture, lasciando 28 caduti. Fu lì che i marines N. Vilkov e P. Ilichev ostruirono le feritoie dei bunker. Caduti, divennero per la loro impresa eroi dell’Unione Sovietica alla memoria. Per più di cinque ore, le truppe sovietiche sbarcarono sotto il tiro dell’artiglieria nemica. 1 pattugliatore e 4 navi d’assalto andarono persi, 8 altre navi subirono gravi danni.
Dalle memorie di Ivan Alekseevich Bezdelov, soldato del 138.mo Reggimento di fanteria della 101.ma Divisione Fanteria di montagna: “Il 18 agosto 1945 all’alba, iniziò lo sbarco. Sbarcai col secondo battaglione, sul mezzo da sbarco 324. Quando si avvicinò alla riva, fu gettata la rampa, ma nel frattempo i giapponesi colpirono il motore e il mezzo su sospinto indietro mentre gettava l’ancora; il mezzo si allontanò dalla riva di 60-70 metri, complicando lo sbarco; ma nonostante ciò il battaglione sbarcò con gravi perdite. Il Capitano Lapatin, comandante del battaglione (o Lapshin, non ricordo il nome esatto), fu ucciso immediatamente sul ponte da un proiettile perforante. Il nostro gruppo avanzò a sinistra delle altezze attraversando la strada da Nagasaki (parte meridionale dell’isola) a quota 101, fortificata dai giapponesi e considerata inespugnabile. Tale quota era collegata da trincee all’altezza successiva, e ulteriori passaggi sotterranei finivano direttamente in mare. Nonostante l’inaccessibilità della quota, i soldati la presero. Soldati, sergenti e ufficiali mostrarono enorme eroismo, i soldati del Komsomol Vasilij Novikov, Grisha Astudin, Misha Trufanov e tutti gli altri, assieme al Capitano Savushkin, membro del PCUS, comandante della compagnia mitraglierei che operava nel gruppo d’assalto, furono insigniti col titolo di Eroe dell’Unione Sovietica (postumo) per eroismo e coraggio… Il nostro distaccamento… avanzò a sinistra col compito di tagliare la strada che da Nagasaki portava a Quota 101, da cui si lanciavano rinforzi e carri armati giapponesi. I carri armati dei giapponesi non raggiunsero la destinazione, dato che il primo carro fu distrutto dal cannone anticarro di un soldato del Komsomol del 138.mo (non ricordo il nome). I mortaisti giapponesi, presso il nostro distaccamento, ci vedevano, eravamo nel palmo della loro mano. Inoltre, la nostra artiglieria aprì il fuoco dal mare e i proiettili cominciarono a cadere presso la nostra posizione, eravamo presi dal fuoco incrociato… Ma comunque compimmo la missione. Nella seconda metà della giornata, i giapponesi compirono un attacco decisivo, gettando in battaglia tutti i loro carri armati. A costo di grosse perdite, avanzarono, ma non poterono ricacciare l’assalto in mare. La maggior parte dei carri armati fu distrutta da granate e armi anticarro, poi il fuoco dell’artiglieria navale fu puntato su di essi. Dei 60 carri armati 40 furono distrutti o danneggiati, in battaglia il comandante del reggimento corazzato giapponese fu ucciso. Ma questo successo fu a caro prezzo; circa 200 soldati caddero nella battaglia”. Solo nel pomeriggio, quando il tempo migliorò, gli aerei sovietici bombardarono le basi di Kataok e Kashiwabara. Allo stesso tempo, i giapponesi contrattaccarono con fanteria, carri armati e aerei, ma non poter

ono cambiare la situazione.
L’11.mo Reggimento carri armati giapponese, dotato di carri armati Chi-Ha e Shinhoto Chi-Ha, aveva il comando a Kataoka, assieme a 1.ma, 2.da e 6.sta compagnia. La 5.ta compagnia era situata a sud-est, e 3.za e 4.ta compagnie erano al centro dell’isola, a nord-ovest dell’aeroporto di Miyosino (più tardi aeroporto Kuzminovskij). La guarnigione giapponese si stava preparando alla resa agli statunitensi, quando le truppe sovietiche li colsero alla sprovvista. Alle 9:00 del 18 agosto, le forze sovietiche appena sbarcate arrivarono sul Monte Sirei-san (Quota 171, ora monte Severnaja), prendendolo alle 9:10. A quel punto, la 4.ta compagnia carri del capitano Ito Rikio raggiunse l’altezza da sud-est. I giapponesi sul versante orientale di Quota 165 avevano una batteria di cannoni Tipo 96 da 149 mm, che copriva lo stretto con le Curili. Sopra la batteria era collocato un bunker con mitragliatrici e un bunker con un cannone Tipo 38 da 105 mm. Sotto la batteria, c’è la strada che portava a Capo Kurbatov. Su questa strada arrivarono a 4.ta compagnia carri armati giapponese, con lo scopo di dividere in due la forza da sbarco sovietica. Alle 9:27, il comandante della compagnia mortai sovietici riferì all’ammiraglia della flottiglia da sbarco, Dzerzhinskij, di aprire il fuoco su Quota 165. Ne seguì la battaglia, in cui la Fanteria di Marina sovietica distrusse 7 carri armati giapponesi.
Dopo aver respinto l’attacco dei carri armati giapponesi, la forza di sbarco si consolidò ai piedi di Quota 171 e sul versante orientale di Quota 165. Le forze sovietiche avevano granate anticarro e 189 fucili anticarro PTRD, particolarmente efficaci sui carri armati giapponesi. La situazione dei militari giapponesi fu aggravata dal fatto che non avevano informazioni sulla consistenza della truppe da sbarco; Shumushu era coperta da una nebbia densa. Successivamente, altre 4 compagnie di carri armati giapponesi si mossero lungo il versante orientale di Quota 165, ma gruppo di marines, comandato dal Tenente A. M. Vodynin, si trovava sul pendio orientale. Vodynin e il Sergente S. I. Ryndin corsero verso i carri armati con fasci di granate, distruggendo vari mezzi. Un carro armato fu distrutto dal Sergente Babich, che rimase ferito; e mentre un carro armato giapponese cercava di schiacciarlo fu salvato dal Marines M. Vlasenko, che lo trascinò in trincea, prima di distruggere il carro armato nemico con una granata. Babich e Vlasenko furono considerati morti, in un primo momento, ma sopravvissero alla battaglia. Quindi, altri 7 carri armati giapponesi furono distrutti e i mezzi restanti furono costrette a ritirarsi. Avendo fallito tale manovra, il colonnello Ikeda Sueo decise di avanzare tra le due altezze, ma fu un attacco inutile e suicida.
L’11.mo reggimento carri, avanzò tra la nebbia e allo scoperto verso le trincee della prima linea di difesa sovietica dotati di fucili anticarro. Ad uno ad uno, 11 carri armati giapponesi furono colpiti, incendiati e crivellati di proiettili, soprattutto ai fianchi e alla torretta. Il colonnello Ikeda Sueo fu ucciso. Scrisse il Maggiore Shutov: “I carri armati si disposero in formazione da battaglia, avvicinandosi con un ruggito. Su uno di essi, nel boccaporto aperto, con in mano uno stendardo, c’era un ufficiale giapponese. Eravamo già pronti a respingere il contrattacco. Mortaisti e mitraglieri aspettavano solo il segnale per aprire il fuoco sulla fanteria nemica. I fucilieri anticarro della compagnia del Capitano Derbyshev si erano preparati a sparare ai carri armati. Ogni soldato aveva preparato fasci di granate. Fuoco! Esplosioni e raffiche si mescolarono al rombo dei carri armati. Sparando su tutto afferrai il fucile-mitragliatore e colpì la fanteria dietro i carri armati. Un tiro non meno intenso proveniva dai fianchi, dove le unità di Dajn e Inozemtsev erano situate. Il primo mezzo nemico si fermò, un altro esplose. In non più di due minuti, sei carri armati giapponesi stavano già bruciando. Tuttavia, gli altri si avvicinarono rapidamente. Vedo la faccia contorta di un ufficiale giapponese con uno stendardo. Premo il grilletto del mitragliatore. L’ufficiale cadde faccia in giù, e lo stendardo finì a terra. E un attimo dopo il carro si fermò. Fu un colpo del Sergente Kostylyov“. I 30 carri armati rimanenti, diretti dal capitano Ito Rikio, si raggrupparono per un nuovo attacco, che non ci fu. Il 19 agosto iniziarono i negoziati che si conclusero il 24 con la resa delle guarnigioni di Shumushu e Paramushir. Le forza da sbarco non solo respinsero l’attacco dei carri armati nemici, distruggendone più di un terzo, ma guadagnarono permettendo il dispiegamento dell’artiglieria pesante. Il dominio completo nell’aria da parte dell’Aeronautica sovietica lasciò poche possibilità ai giapponesi di Shumushu e Paramushir.
Ecco cosa scrisse il giornale Kamchatskaja Pravda: ““Patria, caro compagno Stalin! Andiamo in battaglia nel nome della nostra vittoria e della felicità del nostro popolo. In battaglia, non disonoreremo la gloria delle armi sovietiche e adempieremo pienamente al nostro dovere militare. Daremo tutte le nostre forze e, se necessario, le nostre vite a beneficio della nostra amata Patria. E arrivò il momento in cui le parole del giuramento si sarebbero avverate. Il Sergente Maggiore Stepan Ryndin si avvicinò per la prima volta al carro di testa e vi gettò un fascio di granate. Il mezzo fu danneggiato. Ma Ryndin fu gravemente ferito. Superando il dolore lancinante, assaltò coraggiosamente il carro armato per finirlo con l’ultima granata. Il coraggioso marines fu colpito dalla mitragliatrice nemica di coda. Diversi carri armati esplosero. Sulla loro strada vi erano altri fanti di marina. Coraggiosamente entrarono in combattimento contro i corazzati. Armato con granate ed esclamando: “Per la Patria!”, “Per Stalin!”, uno si gettò sotto i cingoli, altri spararono a bruciapelo agli equipaggi dei carri armati attraverso i fori d’ispezione. La morte eroica colse il Tenente Aleksandr Vodynin e il Sergente Maggiore Ivan Kobzar. Diedero la vita per il bene dell’amata Patria, in nome della vittoria sul nemico. Uno dopo l’altro, i carri armati andarono in fiamme. L’aria odorava di bruciato. Dopo le prime scaramucce coi fanti di marina, i carristi giapponesi non osarono più attaccare frontalmente. Fecero ricorso ad intricate manovre, ma nulla poté salvarli: dappertutto trovarono la morte”.
Nell’assalto a Shumushu, caddero 216 marines, 8 annegarono, 28 morirono per le ferite. Il 19 agosto, il comando del gruppo nord dell’esercito giapponese inviò dei parlamentari. Dopo lunghi negoziati, il comando giapponese firmò la resa incondizionata e promise, per la mattina del 20 agosto, d’inviare dei piloti per guidare le navi sovietiche nello stretto delle Curili. Tuttavia, al mattino non si presentarono e quando le navi sovietiche entrarono nello stretto, 4 batterie e gli aerei giapponesi aprirono il fuoco. La nave posamine Okhotsk fu danneggiata, e 15 marinai furono uccisi e feriti. Successivamente, la 128.ma Divisione aerea sovietica bombardò le strutture nemiche sulle isole. Solo il 22 agosto alle 14 in punto le truppe giapponesi si arresero. Il 23 agosto, a Shumushu furono catturati 3 generali, 525 ufficiali, 11700 soldati. I combattimenti, che durarono cinque giorni, finirono. I giapponesi persero 1150 soldati. Nel 1945, i lavoratori del cantiere navale di Petropavlovsk posero nella piazza centrale della città, un obelisco su piedistallo di granito, coronato da una stella a cinque punte su cui è iscritto: “Il ricordo di voi, che avete riportato alla madre patria le isole Curili, sopravviverà nei secoli“.
La battaglia per Shumushu fu la più aspra dell’intera guerra col Giappone. I sovietici ebbero 1567 caduti e feriti, tra cui 290 soldati caduti e dispersi (molto probabilmente affogati durante lo sbarco) e 384 feriti (il personale delle navi ebbe rispettivamente 134 caduti e 213 feriti). Quando la guarnigione delle isole di Shumushu e Paramushir si arrese, circa 13000 soldati e ufficiali nemici furono catturati, assieme a 45 carri armati, 66 cannoni e numerose attrezzature. Nella base navale di Kataoka, 1400 marinai giapponesi deposero le armi. Il Kamchatskaja Pravda descrisse la resa dei giapponesi nell’agosto del 1945: “Nei primi giorni dei negoziati sulla resa, i giapponesi mantennero aria di sfida e sfacciataggine. Dopo il disarmo, si ebbe un cambiamento drammatico. Ora ad ogni turno sottolineavano con forza umiltà e sottomissione. Non conoscendo i giapponesi, si sarebbe potuto pensare che uno stormo di sciacalli assetati di sangue si sia reincarnato in veri angeli. Questa trasformazione magica è avvenuta, come si suol dire, ai nostri occhi, all’istante. Il loro pentimento, i giapponesi, in particolare degli ufficiali, fu in ogni modo esagerato. Rinunciarono ai loro tradizionali comandi di rapina. Gettarono via varie pubblicazioni che abbondantemente riempivano alcune biblioteche, in quanto inutili. Mucchi di libri sotto forma di spazzatura caotica furono scaricati in burroni e pozzi. I giapponesi buttarono giornali e riviste che recavano falsi testi antisovietici. Nascosero e bruciarono le mappe del “grande impero giapponese fino agli Urali”. Distrussero frettolosamente le immagini più stupide raffiguranti un galante samurai che, con il calcio del fucile, spaccava un carro armato sovietico e con un dito trafiggeva un aereo con la stella rossa. In breve, i giapponesi distrussero tutte le prove, tutte le tracce dei loro crimini, tutto ciò almeno che in qualche modo somigliasse alla loro ostilità nei confronti del popolo sovietico. Ora dalla bocca del samurai era spesso possibile ascoltare lamentele di pentimento, ogni espressione d’amore e sentimenti amichevoli nei confronti dell’URSS. Ma il popolo sovietico, che ha visto così tanti vili nemici traditori, era difficile da ingannare. Inoltre, dietro la maschera dell’obbedienza e dell’amicizia immaginaria, i giapponesi non potevano nascondere le loro abitudini. E queste abitudini, come un rutto da ubriacone, si fecero sentire sempre ad ogni passo”.
50442 soldati e ufficiali giapponesi furono disarmati e catturati nelle isole Curili, inclusi 4 generali (circa 10000 giapponesi furono evacuati in Giappone), oltre a 300 cannoni e mortai, circa 1000 mitragliatrici, 217 veicoli e trattori. Infine, lo sbarco programmato su Hokkaido fu cancellato su istruzioni di I.V. Stalin. L’operazione per conquistare le Curili meridionali, le isole Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, iniziò il 28 agosto. Su queste isole le guarnigioni giapponesi non opposero resistenza. Su Iturup, l’89.ma Divisione di fanteria dispiegava 13500 uomini, ed insieme al tenente-generale Keito Ugawa, suo comandante, si consegnò. Lo stesso fece la guarnigione di Kunashir di 1250 soldati e ufficiali. Su Shikotan, la 4.ta Brigata di fanteria del generale Dzio Doi, 4800 soldati, si consegnò. Il 5 settembre, le Curili furono prese dalle truppe sovietiche.Matua
Dopo la guerra, gli Stati Uniti erano molto desiderosi di prendersi l’isola di Matua, situata al centro dell’arcipelago delle Curili. Una possibile ragione di tale interesse era l’eccellente aeroporto che poteva essere usato con qualsiasi direzione del vento. Secondo una versione abbastanza affidabile, le piste erano riscaldate dalle terme vulcaniche e potevano essere utilizzate tutto l’anno. Tuttavia, l’astuta offerta di Truman a Stalin di cambiare Matua con una delle isole Aleutine non fu accettata. Matua è l’isola più misteriosa delle Curili. Secondo Evgenij Vereshagh e Irina Viter, che per molti anni la studiarono, Matua fu custodita dalla guarnigione giapponese, prima di arrendersi alle truppe sovietiche il 25 agosto, guidata dal colonnello Ledo. Tuttavia, è noto da fonti giapponesi che dal febbraio 1945 fu attuato un “piano Katz” dal Giappone, secondo cui era necessario evacuare dalle isole Curili tutto ciò che era possibile, e il resto andava sepolto. Attrezzature, macchinari, materie prime. Nel febbraio-marzo 1945, il piano Katz fu attuato anche a Matua. Dall’inizio dell’operazione delle Curili e prima della presa dell’isola da parte della squadra da sbarco sovietica, i giapponesi ebbero abbastanza tempo per nascondere e conservare gli elementi più importanti e preziosi. Sorprendentemente, a giudicare dall’inventario delle armi e delle attrezzature sequestrate sull’isola, le forze da sbarco sovietiche non trovarono alcun velivolo, carro armato o cannone. Su 3811 soldati e ufficiali giapponesi arresisi, c’erano solo 2147 fucili. Piloti, marinai e artiglieri scomparvero da qualche parte e furono catturati solo operai e personale ausiliario. So confronti ciò coi trofei di Shumshu, assaltata improvvisamente il 18 agosto, dove furono trovati più di 60 carri armati. Ma le piste dell’aeroporto erano perfettamente conservate. Intorno all’aerodromo furono trovati centinaia di bidoni etichettati Kraftstoff Wehrmacht 200 Ltr. (“Combustibile per la Wehrmacht da 200 litri”). I bidoni recavano le date dal 1939 al 1945. I sommergibili della Kriegsmarine tedesca facevano tappa a Matua, che aveva numerose strutture difensive: bunker, fortini, postazioni d’artiglieria e decine di chilometri di trincee e fossati, oltre a speciali “bunker” dagli scopi sconosciuti. Secondo una tesi, i giapponesi avrebbero lavorato su una nuova arma chimica o batteriologica. Forse le strane costruzioni dal complesso sistema di condotti d’aria e potenti chiuse d’acciaio erano dei laboratori segreti. Come quelli di Harbin, sul territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il distaccamento 731 era impegnato nello sviluppo di armi chimiche e batteriologiche, e le strutture su Matua ricordano il laboratorio del distaccamento 731. Tra i reperti ritrovati su Matua vi sono apparecchiature chimiche, centrifughe, provette, dispositivi ignoti, sensori, manometri… resti di attrezzature della guarnigione o trasportate dai sottomarini tedeschi. E nello stretto tra Matua e l’isola Toporkovij si trovano i relitti delle navi da trasporto Royo Maru, Iwaki Maru e Khiburi Maru, silurate dal sottomarino statunitense SS-233 Herring.Sakhalin
Il 28 agosto, le forze del 2° Fronte dell’Estremo Oriente liberarono Sakhalin meridionale e, insieme al Distretto della Difesa della Kamchatka e alla Flotta del Pacifico, liberarono le isole Shimshiri (Sineiru-to), Urup (Etorrofu) nelle Curili meridionali. La 2.da Brigata Fucilieri, dopo aver navigato per 300 chilometri, sbarcò a Urup e Iturup. Dai prigionieri si apprese che per costruire le fortificazioni su Urup, i giapponesi aveva impiegato 12000 prigionieri cinesi. Il 30 agosto, nel nord dell’isola, nella baia di Mishawa, la guarnigione di 6000 soldati giapponesi si arrese. Il 31 agosto, le isole Curili settentrionali e centrali erano sotto il controllo sovietico. Il 56.mo Corpo Fucilieri ebbe 527 caduti e 845 feriti, le perdite giapponesi ammontavano a 1200 caduti. In Estremo Oriente, dal 9 al 23 agosto 1945, le truppe sovietiche catturarono più di 594000 soldati e ufficiali giapponesi, e ne eliminarono 84000, subendo 8219 caduti e 22264 feriti. Scrisse il giornalista Alexander Werth da Mosca: “Il 17 agosto, il Maresciallo Vasilevskij inviò un ultimatum al comandante dell’Armata del Kwantung chiedendo la resa entro mezzogiorno del 20 agosto. La capitolazione fu annunciata coll’ordine di Stalin del 22 agosto. Il comando sovietico impiegò estesamente truppe aviotrasportate, in particolare per la presa di Dairen e Port Arthur. Inviarono truppe in Corea del Nord. La Flotta del Pacifico svolse un ruolo importante nelle operazioni con cui furono occupate le isole Sakhalin e Curili, qui gli sbarchi sovietici incontrarono una resistenza particolarmente ostinata dei giapponesi, durata molto tempo dopo la resa ufficiale. La fine della guerra col Giappone era una questione di secondaria importanza (era già dietro l’angolo), la cosa principale era fermare i sovietici in Asia e trattenerli in Europa orientale“. Questa fu la conclusione politica della strategia statunitense dal 1945 che diede a Stalin il diritto di negare la richiesta degli Stati Uniti d’America di utilizzare le isole Curili come basi aeree. Non è escluso che fu allora che Mosca decise di costruire strutture militari nella Chukotka e di mantenervi grandi contingenti di truppe sovietiche.
Il comando giapponese in Manciuria, Corea, Sakhalin e Curili aveva, all’inizio dell’agosto 1945, 1 milione e 40mila soldati con 2000 aerei, 600 cannoni, 1200 carri armati, unità suicide di kamikaze, mentre le forze sovietiche aveano una superiorità di 1,2 volte in soldati; di 4,8 volte in carri armati ed artiglieria; 1,9 volte in aerei. Furono creati tre fronti: Transbajkal, 1° e 2° Estremo Oriente. La concentrazione di forze nella regione Asia-Pacifico, ai confini dell’URSS, fu propedeutico all’8 agosto 1945, quando l’URSS dichiarò guerra al Giappone. Il 17 agosto l’imperatore Hirohito disse alla nazione: “…Ora che la Russia è entrata in guerra, la continuazione della guerra dal punto di vista della situazione interna ed estera nel nostro Paese potrebbe portare alla perdita delle fondamenta del nostro impero. Così mi sono rivolto ad America, Inghilterra e Russia con la proposta per concludere la pace“. Il 16 agosto, in una conferenza stampa, il presidente degli Stati Uniti Truman affermò che il Giappone non sarebbe stato diviso in zone di occupazione, come la Germania, ma sarebbe stato sotto il controllo degli USA. Due anni dopo chiese al governo sovietico di cedere agli Stati Uniti delle basi sul territorio delle isole Curili, “per scopi militari e commerciali”. La risposta dell’URSS fu un categorico “No!”.Il 30 settembre 1945, col decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’URSS, fu istituita la medaglia “Per la Vittoria sul Giappone” assegnata ai soldati dell’Armata Rossa, della Marina, della Flottiglia del fiume Amur e del NKVD e al personale civile che parteciparono alle operazioni contro i giapponesi. Il 2 febbraio 1946, il decreto del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione Sovietica dichiarò possesso statale su Sakhalin meridionale e isole Curili. Nel 1947, furono incluse nella Juzhno-Sakhalin, in seguito regione di Sakhalin della RSFSR. Accettando questa decisione, nel 1951 il governo giapponese firmò il trattato di pace di San Francisco che affermava chiaramente: “Il Giappone rinuncia a tutti i diritti, titoli e rivendicazioni sulle isole Curili, sull’isola di Sakhalin e sulle isole adiacenti, la cui sovranità il Giappone acquisì col trattato di Portsmouth del 1905”. Il Presidente della Duma di Stato B.V. Gryzlov, al 60° anniversario della sconfitta del Giappone militarista, indicò la ragione per cui il Giappone dichiarò il desiderio della pace: “… non furono gli attacchi atomici su Hiroshima e Nagasaki (l’imperatore non li menziona nemmeno), ma l’ingresso in guerra dell’URSS“.Fonti:
Foto History
Kataoka Bazu
Kolyma Story
Russkie Vesti
Sakhalin Museum

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Un’altra superarma russa entra in servizio

Arkadij Savitskij SCF 24.03.2018Le scoperte tecnologiche sono la chiave del successo in economia e sicurezza nazionale. Mosca ha recentemente rivelato i suoi successi nelle innovazioni militari che supportano il nuovo paradigma della guerra moderna. Fu riferito il 15 marzo che l’Avangard, vettore ipersonico intercontinentale, sarà operativo entro il 2019 o alla fine del 2018. Sarà in allerta dal 2019. Le Forze Armate hanno già firmato il contratto. Avangard sarà installato sui missili intercontinentali, come il Sarmat, ICBM da 200 tonnellate. Messo nell’orbita di 100 km dalla Terra utilizzando un pre-booster, può planare sul bersaglio a una velocità di Mach 20 (5-7 km/s) mentre manovra con l’aiuto degli stabilizzatori. Questa è la prima arma prodotta in serie con testata planante che può volare negli strati densi dell’atmosfera. L’aliante può anche cambiare bruscamente rotta. Il sistema produce firme molto diverse dai tradizionali sistemi intercontinentali, ostacolando i tentativi di individuarlo e colpirlo. L’uso di materiali compositi consente al velivolo di resistere a temperature di 2000 gradi Celsius. Può volare nel plasma ed è anche protetto dai laser. Il sistema ha superato le prove a pieni voti. L’arma è perfettamente adatta ad abbattere le infrastrutture cruciali del nemico e renderlo incapace di contrattaccare. La potenza va da 150 kiloton a 1 megaton. La Russia, non gli Stati Uniti, è la prima a raggiungere la pronta capacità d’attacco globale. Questo è ciò che rende l’arma particolarmente importante. Il presidente russo non esagerava quando descriveva il missile ipersonico Kinzhal. Ora un altro nuovo sistema è quasi pronto, mettendo ulteriormente a rischio chi ne dubitava dell’esistenza.
Il discorso del Presidente Putin, in cui descriveva queste nuove “super armi”, non aveva nulla a che fare col servire gli interessi del complesso militare-industriale. Lo sviluppo dei sistemi menzionati in quel discorso fu provocato dal ritiro degli Stati Uniti dal Trattato ABM del 1972. Quell’accordo era la pietra angolare della stabilità strategica finché Washington non si ritirò nel 2002, una mossa seguita dal lancio dei siti di difesa missilistica della NATO in Romania e Polonia (quest’anno). Il Trattato ABM non era l’unico grande accordo internazionale a cui gli Stati Uniti hanno posto fine. Oggi violano apertamente il trattato NPT. Il Nuclear Posture Review pubblicato quest’anno cerca di sottrarre il controllo degli armamenti. Il piano annunciato di violare le iniziative nucleari presidenziali del 1991 e le navi lanciamissili a lungo raggio non sono altro che minacce aperte di voler sconvolgere l’equilibrio strategico. Il presidente russo non ha fatto minacce; ha solo spiegato le misure che il suo Paese adotta in risposta. Ciò è abbastanza naturale nel momento in cui il controllo degli armamenti è in crisi. Alcuno dei sistemi d’arma menzionati viola il Nuovo Trattato START. La Russia non ha mai detto di voler ritirarsi dagli accordi sul controllo degli armamenti ancora in vigore. Sono gli Stati Uniti, non la Russia, a dubitare che valga la pena preservare il nuovo Trattato START o l’INF. Le voci che chiedono di stracciare l’accordo sulle forze intermedie sono sempre più forti negli USA. C’è un futuro difficile, quindi il Presidente Putin adotta i provvedimenti per proteggere i cittadini della Russia, esattamente ciò che ha sempre promesso di fare. Washington ha la piena responsabilità di aver convinto Mosca di dove rafforzare le difese. Ora gli USA sono in ritardo rispetto alla Russia nella tecnologia militare che consente di produrre e adottare superarmi nell’arsenale operativo.
Tu l’as voulu, George Dandin!Traduzione di Alessandro Lattanzio

Missile-gate: gli USA ignoravano i progressi nucleari della Russia

Gilbert Doctorow, Consortium News 2 marzo 2018Il lungo discorso del Presidente Vladimir Putin all’Assemblea federale, in sessione congiunta di entrambe le camere russe, oltre a un gran numero di organizzazioni culturali, economiche e altre, costituiva la piattaforma per le imminenti elezioni presidenziali del 18 marzo, invece di partecipare ai dibattiti televisivi sui canali televisivi federali in cui altri sette candidati sono impegnati in questi giorni. Ma come nel caso di molte delle più importanti presentazioni di Vladimir Putin, il discorso era rivolto a un pubblico molto più ampio dell’elettorato russo. Molti dei circa 700 giornalisti invitati a partecipare erano corrispondenti stranieri. In effetti, si potrebbe ragionevolmente sostenere che il discorso fosse diretto all’estero, precisamente negli Stati Uniti. L’ultima parte dell’indirizzo, dedicato alla difesa e che presentava per la prima volta diversi importanti nuovi e tecnicamente ineguagliabili sistemi d’arma nucleari offensivi, rivendicava la piena parità nucleare russa cogli Stati Uniti, ribaltando il ritiro del Paese dallo status di superpotenza risalente al crollo dell’Unione Sovietica nel 1992. Alcuni commentatori russi, con scoppio di orgoglio nazionale, affermarono che il potere dell’Unione Sovietica era ristabilito e che i torti degli anni ’90 finalmente annullati. A suo modo, questo discorso è stato altrettanto importante, forse più importante del discorso di Putin alla Conferenza di sicurezza di Monaco nel febbraio 2007, in cui discusse a lungo le lamentele della Russia verso l’egemonia mondiale degli Stati Uniti insediata negli anni ’90 e il totale disprezzo o rifiuto degli interessi nazionali della Russia. Quel discorso fu un punto di svolta nelle relazioni USA-Russia che portava al profondo confronto di oggi. Il discorso di ieri suggeriva non l’inizio di una nuova corsa agli armamenti, ma la sua conclusione, con l’assoluta vittoria russa e sconfitta degli USA.
L’indirizzo di Putin era un evento “shock and awe”. Lascio ad altri, più competenti di me nella tecnologia militare, commentare le capacità specifiche dei vari sistemi svelati ieri. Sia che si tratti di distanza ravvicinata o raggio illimitato, di lanciati da terra o dall’aria, di missili balistici o da crociera, che volino nell’atmosfera o navighino silenziosamente e ad alta velocità nelle profondità degli oceani, questi sistemi sono indicati invincibili per qualsiasi difesa nota o futura, su cui gli Stati Uniti hanno investito pesantemente da quando lasciarono unilateralmente il Trattato ABM e avviarono la rotta che doveva rovesciare la parità strategica. Dal 2002, la politica degli Stati Uniti mirava a permettere il primo colpo eliminando gli ICBM russi e rendendo inutili le forze nucleari residue della Russia da poter lanciare. I nuovi missili russi altamente manovrabili e ad altissima velocità (Mach 10 e Mach 20) e il drone nucleare sottomarino rendono illusorio ogni scenario basato su una risposta non devastante alla patria statunitense dopo un attacco alla Russia. Di conseguenza, i nuovi sistemi rendono anche inutili e trasformano in bersaglio facile l’intera flotta statunitense con le sue formazioni di portaerei. La risposta dei media statunitensi e occidentali al discorso di Putin è stata varia. Il Financial Times ha fatto del suo meglio per un resoconto neutro e, a metà dell’articolo, aveva un paragrafo con due dei più autorevoli politici russi con competenze specifiche nei rapporti con l’occidente: Konstantin Kosachev e Aleksej Pushkov, ex-presidenti della Commissione Esteri della della Duma. Tuttavia, i loro reporter e supervisori editoriali erano spiazzati, incapaci di una visione coerente su ciò che il Cremlino fa. Da un lato le dichiarazioni di Putin sulle armi nucleari “inarrestabili” della Russia sono ridotte a “pretese”, suggerendo un certo scetticismo; dall’altra parte, la conseguenza è “alimentare la preoccupazione per una nuova corsa agli armamenti cogli Stati Uniti”. Non riescono a capire che la corsa è finita. Il Washington Post è stato piuttosto veloce nel postare un lungo articolo nell’edizione online di ieri. Una parte insolitamente grande consisteva in citazioni del discorso di Putin. La linea editoriale dice tutto nel titolo dato: “Putin sostiene che la Russia sviluppa armi nucleari in grado di evitare le difese missilistiche.” Vorrei mettere l’accento su “affermazioni” ed “sviluppa”. I reporter e la direzione dei giornali sembrano non capire: uno di questi sistemi è già schierato nel Distretto militare meridionale della Russia e altri entrano in produzione in serie. Questi sistemi non sono una lista dei desideri, sono fatti concreti. Il New York Times è stato al solito lento nel pubblicare articoli su un fatto che l’ha colto totalmente impreparato. Nell’arco di un paio d’ore, ha messo due articoli occupandosi della sezione difesa del discorso di Vladimir Putin. In entrambi, ma più in particolare nell’articolo dei co-autori Neil MacFarquhar e David E. Sanger, si sottolinea il “bluff”. È presumibilmente scontato che Putin abbia solo pronunciato un discorso elettorale per suscitare “le passioni patriottiche dei russi” e consolidare così la prossima vittoria elettorale. Gli autori si fidano del fatto che “l’inganno è nel cuore dell’attuale dottrina militare russa”, cosicché “sorgono domande se queste armi esistessero”. Tali speculazioni, specialmente del New York Times, ci dicono una cosa: che i nostri media ignorano intenzionalmente i semplici fatti su Vladimir Putin. Primo, che ha sempre fatto ciò che ha detto. Secondo, che è per natura molto cauto e metodico. La parola “attentamente” è un elemento costante nel suo vocabolario. In questo contesto, la nozione “bluff” in una questione che metterebbe a rischio la sicurezza nazionale russa e potrebbe costare decine di milioni di vite russe, se venisse scoperto, è di un’assurdità assoluta. Mi piacerebbe credere che i Capi di Stato Maggiore a Washington non saranno così vertiginosi o superficiali nel giudicare ciò che hanno ascoltato dal Signor Putin. Se è così, raccomanderanno urgentemente al loro presidente di avviare negoziati molto ampi coi russi sul controllo degli armamenti. E torneranno nei loro uffici a rivedere completamente le raccomandazioni su materiale e installazioni militari che gli Stati Uniti finanziano per il 2019 e oltre. Il nostro bilancio attuale, inclusi i trilioni di dollari stanziati per il potenziamento di testate nucleari e la produzione di armi a bassa potenza, è uno spreco di denaro dei contribuenti. Tuttavia, ancora più importante, le implicazioni dell’indirizzo di Vladimir Putin sono che l’intelligence statunitense ha dormito per 14 anni, se non di più. È uno scandalo nazionale perdere una corsa agli armamenti che nemmeno si conosceva. Teste dovrebbero cadere, e il processo dovrebbe iniziare con audizioni adeguate a Capitol Hill. Per ragioni che saranno chiare da quanto segue, tra i primi testimoni chiamati a testimoniare dovrebbero esserci l’ex-vicepresidente Dick Cheney e l’ex-segretario alla Difesa Donald Rumsfeld.
In passato una tale rivelazione sull’ampio divario sulla sicurezza con il principale concorrente geopolitico e militare del Paese avrebbe portato a recriminazioni politiche e accuse. Ciò che è successo ieri è molto peggio del “divario missilistico” della fine degli anni ’50 che portò John Kennedy alla Casa Bianca in una campagna per ridare vigore alla cultura politica statunitense e svegliarsi dai sonnolenti anni di Eisenhower compiaciuti sulle questioni su sicurezza e molto altro. Inoltre, la presentazione delle nuove armi russe che cambiano l’equilibrio energetico mondiale è solo uno della serie di notevoli risultati russi negli ultimi quattro anni che ha colto di sorpresa la leadership statunitense. La spiegazione è stata finora la presunta imprevedibilità di Vladimir Putin, anche se assolutamente tutto ciò che ha fatto sarebbe stato prevedibile da chi prestava attenzione. Un primo esempio fu la presa russa sulla Crimea nel febbraio-marzo 2014 senza un colpo o un singolo morto laddove 20000 soldati russi erano nell’enclave di Sebastopoli affittata, affrontando 20000 militari ucraini nella penisola. I media occidentali parlarono d'”invasione” russa, nient’altro che truppe russe che uscivano dalle caserme. I russi non usarono niente di più esotico della guerra psicologica, “psy-ops” vecchio stile, come viene chiamata negli Stati Uniti, eseguita alla perfezione da professionisti, il tutto risalente ai tempi di Von Clausewitz. Poi il Pentagono fu colto di sorpresa nel settembre 2015 quando Putin all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite annunciò l’invio di aerei militari russi in Siria per le operazioni contro lo SIIL e sostenere Assad che iniziarono il giorno successivo. Perché non sospettammo nulla? Forse perché la Russia era troppo povera per portare a termine una missione così impegnativa all’estero con obiettivi precisi e scadenze precise? Nello stesso teatro di guerra, i russi hanno nuovamente “sorpreso” gli statunitensi istituendo un centro d’intelligence militare congiunto a Baghdad con Iraq e Iran. E ulteriormente “sorpresero” la NATO con le missioni di bombardamento sul teatro siriano sorvolando lo spazio aereo iraniano ed iracheno dopo avergli negato i diritti di sorvolo dei Balcani. Con migliaia di militari e diplomatici in Iraq, come mai gli Stati Uniti non seppero nulla degli accordi russi con la leadership irachena? Il mio punto è che la confusione su come interpretare l’annuncio di Putin della nuova capacità di difesa della Russia è un fallimento sistemico dell’intelligence degli USA. La prossima domanda ovvia è perché? Dov’è la CIA? Dove sono i capi dell’intelligence quando non indagano su Trump? La risposta non è semplice, di sicuro. Né è un fallimento recente. C’è una buona dose di accecante compiacimento nei confronti della Russia come “Stato fallito” che riguarda l’intera dirigenza politica degli Stati Uniti sin dagli anni ’90, quando la Russia era in un angolo. Semplicemente non si poteva immaginare che il Cremlino si ergesse sfidando con le sue missioni in Crimea, Siria, sviluppando gli armamenti high-tech più sofisticati del mondo. E non è solo cecità sulla Russia. È un fallimento totale non capire che il potere statale ovunque non dipende solo da PIL e tendenze demografiche, ma anche da grinta, determinazione patriottica ed intelligenza di migliaia di ricercatori, ingegneri e addetti alla produzione. Tale povertà concettuale infetta alcuni dei nostri più brillanti scienziati politici della Realpolitik nella comunità accademica, che in linea di principio dovrebbero essere disposti a comprendere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse. In qualche modo sembra che abbiamo dimenticato la lezione di Davide e Golia. In qualche modo abbiamo dimenticato i 4 o 5 milioni di israeliani che si oppongono militarmente a 100 milioni di arabi. Era inimmaginabile per noi che la Russia fosse il Davide del nostro Golia. Ma ci sono ragioni più obiettive per il totale fallimento dell’intelligence statunitense nel cogliere portata e gravità della sfida russa all’egemonia globale degli Stati Uniti. Nello specifico, dobbiamo considerare l’indebolimento delle nostre capacità d’intelligence russe nei giorni, mesi, anni successivi all’11 settembre.
Ci sono quelli che diranno, con ragione, che il declino delle capacità d’intelligence degli Stati Uniti sulla Russia iniziò già con la seconda amministrazione Reagan, quando la Guerra Fredda si concluse e l’esperienza dei Cold Warriors non sembrava più rilevante. Sicuramente gli esperti sulla Russia poterono ridursi per logoramento. Eppure, quando l’11 settembre colpì, molti di coloro che occupavano i vertici della CIA vi erano entrati in qualità di esperti di Russia. Fu la mancanza di competenze della CIA in lingue e conoscenza del Medio Oriente che si osservò dopo l’attacco di al-Qaida alle Torri Gemelle a guidare la ridefinizione delle priorità dell’intelligence. Chiaramente tale deficienza e la necessaria nuova definizione delle competenze non potevano essere di buon auspicio per la carriera dei detentori dell’ufficio sovietico. Ma un fattore ancora maggiore nel netto declino delle competenze sulla Russia nelle agenzie d’intelligence statunitensi fu il passaggio dalla dipendenza da dipendenti del servizio civile all’utilizzo di fornitori di servizi esterni, cioè l’esternalizzazione del lavoro d’intelligence. Questo era totalmente in linea con le tendenze del vicepresidente Dick Cheney, che introdusse l’outsourcing in modo generalizzato per affrontare le nuove sfide della guerra al terrorismo. Lo stesso fenomeno colpì le forze armate statunitensi, specialmente dal 2003 con l’invasione dell’Iraq. I compiti operativi di sicurezza delle forze armate statunitensi furono esternalizzati a società mercenarie come Blackwater. E le normali procedure di approvvigionamento di materiale furono cortocircuitate dal vicepresidente per soddisfare rapidamente le urgenti richieste sul campo: da qui l’acquisizione di flotte di mezzi di trasporto truppe corazzati non tradizionali ma assai necessari, e simili. Diversi articoli su Consortium News e altrove negli ultimi mesi hanno richiamato l’attenzione sul fenomeno dell’esternalizzazione dell’intelligence. Tuttavia, cosa succedeva, perché e in che modo era già chiaramente noto un decennio prima e non prometteva nulla di buono. In un certo senso, la comunanza di tali cambiamenti nel provvedere intelligence, equipaggiamento e forze fu dovuta a mentalità svelta e all’intervento politico diretto in processi distinti nella pubblica amministrazione con le sue procedure burocratiche. L’intervento politico significa in ultima analisi politicizzare metodi e risultati. L’intelligence esterna è più propensa a soddisfare le richieste del supervisore piuttosto che avere integrità intellettuale e propria ampia prospettiva. Per comprendere meglio il fenomeno, rimando il lettore a un articolo eccezionale e ben documentato risalente al marzo 2007, pubblicato dall’European Intelligence Security Center (ESISC) intitolato “Outsourcing Intelligence: l’esempio degli Stati Uniti“. L’autore, Raphael Ramos, ricercatore associato all’ESISC, ci dice che all’epoca il 70% del budget della comunità dell’intelligence statunitense fu speso in contratti con società private. All’epoca si diceva che l’outsourcing fosse la maggiore delle agenzie collegate al dipartimento della Difesa. La CIA quindi affermò di avere un terzo del personale proveniente da società private. Oltre alle mutevoli priorità dell’intelligence estera, risultanti dalla fine della Guerra Fredda e dall’inizio della Guerra al Terrore, un altro fattore nella struttura mutevole dell’intelligence statunitense fu dettato dalla tecnologia, in rifermento alle moderne tecnologie di telecomunicazione, con molte start-up che appaiono nei campi specializzati delle Signals Intelligence ed Imagery Intelligence. L’NSA si avvalse di questi nuovi fornitori di servizi divenendo pioniere dell’intelligence nell’outsourcing. Altre agenzie del Pentagono che seguirono lo stesso corso furono il National Reconnaissance Office, responsabile dei sistemi d’intelligence spaziali, e l’Agenzia nazionale d’intelligence geospaziale, incaricata di produrre informazioni geografiche dai satelliti. Si aggiunga une prassi in continua evoluzione per lo sviluppo d’internet, privilegiando l’intelligence open source, OSINT, che prospera nel privato perché non richiede speciali autorizzazioni alla sicurezza. Questo presto arrivò tra il 35% e il 90% degli acquisti per l’intelligence. Come su notato, l’outsourcing ha permesso alla comunità d’intelligence di modernizzarsi, acquisire competenze rapidamente e cercare di soddisfare nuove urgenti necessità. Tuttavia, a giudicare dai risultati verso la Russia di Putin, sembra che l’esternalizzazione non sia produttiva. Il Paese era cieco mentre assumeva posizioni stravaganti e insopportabili facendo il prepotente mondiale come se godesse del dominio a spettro totale e la Russia non esistesse.Gilbert Doctorow, analista politico indipendente di Bruxelles, osservatore internazionale per le elezioni presidenziali del 18 marzo in Russia. Il suo ultimo libro, Gli Stati Uniti hanno un futuro? è stato pubblicato nell’ottobre 2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Putin rivela le nuove armi a cui nulla può opporsi

RussiaToday, 1 marzo 2018La Russia iniziava lo sviluppo di armi strategiche invulnerabili ai sistemi di difesa missilistica nemica, annunciava il Presidente Vladimir Putin nel messaggio annuale ad entrambe le camere dell’Assemblea Federale (Parlamento russo: Duma di Stato e Consiglio della Federazione Russa). Alcuno dei partner stranieri prese sul serio la Russia fin quando non sviluppò sistemi d’arma all’avanguardia, ma ora dovrebbero farlo e ascoltare ciò che dicono i leader russi, avvertiva il presidente. “Non abbiamo fatto mistero dei nostri piani, ne abbiamo parlato apertamente, prima di tutto per richiamare i nostri partner al dialogo. Era il 2004. Sorprendentemente, nonostante tutti i problemi che dobbiamo affrontare nell’economia, nella finanza, nell’industria della Difesa e nelle Forze Armate, la Russia è rimasta e rimane la maggiore potenza nucleare, e nessuno voleva parlare con noi, nessuno ci ascoltava, ma ora ci ascoltano“, ha detto Putin. Il presidente mostrava le immagini di nuove ed avanzate armi delle Forze Armate russe. “Questo tipo di armi non ha pari al mondo“, dichiarava il presidente, osservando che quando altri Paesi avranno un simile arsenale, Mosca avrà già sviluppato “qualcosa di nuovo”.

La Russia non minaccia nessuno
Allo stesso tempo, il presidente sottolineava che “il crescente potenziale militare della Russia non minaccia nessuno“. “Il crescente potere militare della Russia è una solida garanzia di pace sul nostro pianeta, perché questo potere mantiene e continuerà a mantenere l’equilibrio strategico e di forze nel mondo, fattore chiave della sicurezza internazionale dalla Seconda guerra mondiale ad oggi“, osservava Putin. Tutti questi compiti sono eseguiti “nell’ambito degli accordi in vigore nel campo del controllo degli armamenti”. “Non abbiamo violato nulla”, sottolineava il presidente.

Sistema missilistico Sarmat
Durante il discorso, Putin mostrava le immagini del nuovo sistema missilistico Sarmat, che ha gittata illimitata e può trasportare testate nucleari, anche ipersoniche. “Alcun sistema di difesa missilistica è d’ostacolo al Sarmat“, dichiarava aggiungendo che il nuovo missile intercontinentale pesa oltre 200 tonnellate.

“Come una meteora”
Un altro dei missili rivelato dal capo di Stato russo è l’Avangard, capace di raggiungere velocità ipersoniche e di manovrare negli strati densi dell’atmosfera terrestre. L’Avangardsarà come una meteora“, avvertiva.

Sistema ad energia nucleare
È anche iniziato lo sviluppo di un piccolo sistema ad energia nucleare con cui saranno equipaggiati sottomarini e missili da crociera. Con questi motori, i missili da crociera non avranno limiti nei sistemi di difesa missilistica e avranno una gittata illimitata.

Sistema Kinzhal
In uno dei video veniva anche mostrato il sistema Kinzhal (Daga). Putin indicava che il sistema è in servizio nelle basi aeree del distretto militare meridionale da dicembre. “Le caratteristiche tecniche e di volo del velivolo vettore consentono al missile di essere portato sul punto di lancio in pochi minuti“, dichiarava il presidente. “Allo stesso tempo, il missile che vola a velocità ipersonica superando di 10 volte quella del suono, manovra in tutte i segmenti della traiettoria di volo“, aggiungeva il presidente. “Ciò gli consente di violare tutti i sistemi di difesa antimissile e antiaerea esistenti e, credo, futuri, trasportando testate convenzionali e nucleari a 2000 chilometri di distanza“, precisava.

Sottomarino senza equipaggio
Putin annunciava anche la creazione di un sottomarino senza equipaggio per grandi profondità e rotte intercontinentali. “La sua velocità supera più volte quella di tutti i sottomarini, siluri e navi di superficie“. “È fantastico“, notava il presidente. Ai confini della Russia, è stata creata una “area unica per la radiolocalizzazione del sistema di allarme d’attacco missilistico“, annunciava il presidente. E spiegava che 80 nuovi missili balistici intercontinentali sono entrati in servizio nei diversi rami delle Forze Armate russe. Mentre 12 divisioni di missili strategici sono state equipaggiate coi missili balistici intercontinentali Jars.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Russia e Cina costruiscono la “Via della Seta Polare”

Fort Russ News, 30 gennaio 2017

Potrebbe la Russia controllare una larga fetta del trasporto marittimo globale nel prossimo futuro? La frase del presidente russo, detta scherzosamente ai rappresentanti della Cina alla cerimonia del primo carico di gas liquefatto nello stabilimento LNG Jamal: “La Via della Seta ha raggiunto il Nord. La uniremo con la rotta del Mare del Nord, e sarà proprio ciò di cui abbiamo bisogno: La Via della Seta Polare”, frase che si è rivelata profetica e anche piuttosto pragmatica. Nel primo Libro bianco sulla politica della Cina nell’Artico, pubblicato dal Consiglio di Stato della Cina, una dichiarazione diretta e inequivocabile afferma che la Cina intende “congiuntamente con altri Stati, creare rotte commerciali marittime nella regione artica nell’ambito della struttura dell’iniziativa ‘Via della Seta Polare’“. Quali “altri Stati” siano, nessuno l’ha detto. Ma basta aprire una mappa e ci sono, naturalmente, Stati Uniti e Canada, senza alcun rapporto con l’iniziativa “Via della Seta”, e la Norvegia, che non rappresenta nulla di valore nel quadro del megaprogetto cinese. “Possiamo fare passi costruttivi per coordinare le strategie di sviluppo con gli Stati artici”, afferma la strategia cinese, “Innanzitutto, promuovere sforzi congiunti per creare un corridoio economico marittimo tra Cina ed Europa attraverso l’Oceano Artico. Le imprese cinesi sono incoraggiate a partecipare allo sviluppo delle infrastrutture, ai viaggi commerciali di prova in conformità con leggi e regolamenti appropriati“.
Perché la Cina è interessata alla rotta del Mare del Nord? Altre rotte marittime trans-eurasiatiche, da una prospettiva a lungo termine, possono essere instabili, soprattutto in termini di sicurezza. L’attuale rotta “di base” attraversa Canale di Suez e Mediterraneo. Ma tenendo conto dell’espansione pianificata, è ancora troppo affollata. In secondo luogo, il Medio Oriente è un’evidente zona d’instabilità. E in terzo luogo, nessuno sa come si comporteranno in una data situazione le autorità locali: c’è sempre un certo rischio. Un altro possibile itinerario è attraverso l’America centrale, che si tratti del canale Panama o dell’ipotetico canale nicaraguense. Anche questi non sono del tutto razionali, ma per altri motivi. Ha senso usarli per il commercio asiatico-americano, il cui sviluppo è pianificato. Pertanto, solo due rotte polari possono davvero offrire una soluzione strategica a lungo termine.
C’è il Passaggio a Nord-Ovest Americano, per primo attraversato dal norvegese Roald Amundsen all’inizio del secolo scorso, ma vi sono alcuni problemi. Innanzitutto, il Canada, ritenendo che il passaggio a nord-ovest attraversi le sue acque territoriali, potrebbe comportare conseguenze per altri Paesi. Inoltre, gli Stati Uniti; ma avere un’autostrada commerciale sotto il controllo di un concorrente strategico non sarebbe favorevole. E poi c’è la rotta del Mare del Nord della Russia, che è molto più logica e attraente per i vicini cinesi dalla mentalità strategica. Per la Russia, la partecipazione attiva dei cinesi allo sviluppo della rotta del Mare del Nord è utile non solo per gli investimenti. In Russia, i cinesi beneficiano in primo luogo dei continui acquisti di servizi: dalla flotta rompighiaccio ai trasbordi portuali. I servizi potrebbero anche essere utilizzati da giapponesi, coreani, vietnamiti e anche UE se fosse interessata. Ma il principale “grossista di transito”, senza dubbio, non può che essere la Cina. E non è un caso se alla fine dello scorso anno gli scienziati marittimi russi e cinesi decidevano di sviluppare congiuntamente nuove tecnologie artiche per la ricerca oceanica e modellare i ghiacci. Un accordo su questo fu firmato a dicembre 2017, a San Pietroburgo, dai rappresentanti dell’Università Tecnica Marittima Statale di San Pietroburgo e dal Centro di Ricerca per le Costruzioni Navali della Cina.
La Cina è interessata all’esplorazione congiunta delle risorse naturali dell’Artico. E la Russia, a sua volta, ha vitale interesse nello sviluppo delle infrastrutture artiche: questa regione è molto ricca ma, come si suol dire, è complessa. Allo stesso modo, non è un caso che la Russia stia investendo attivamente nella componente militare dell’Artico: detta ricchezza va protetta. E così anche Federazione Russa e Cina vedono la necessità di cooperazione nello sviluppo di questa regione. Vicinanza e interessi comuni sono tra i migliori criteri per il successo.

Traduzione di Alessandro Lattanzio