Stato di paura: come i più micidiali bombardamenti della storia crearono l’attuale crisi in Corea

Ted Nace, Mondialisation, 9 dicembre 2017Mentre il mondo osserva con crescente preoccupazione tensioni e retorica bellicosa tra Stati Uniti e Corea democratica, uno degli aspetti più notevoli della situazione è la mancanza di qualsiasi riconoscimento pubblico del motivo dei timori della Corea democratica, o come l’ha definito l’ambasciatrice dell’ONU Nikki Haley, “stato di paranoia”, cioè l’orribile campagna di bombardamento statunitense durante la Guerra di Corea, dal numero senza precedenti di vittime. Anche se non sapremo mai tutti i fatti, le prove disponibili portano a concludere che i bombardamenti di città e villaggi nella Corea democratica uccisero più civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti nella storia. Lo storico Bruce Cumings descrive la campagna dei bombardamenti come “probabilmente uno dei peggiori episodi di violenza statunitense scatenata contro un altro popolo, ma certamente quella meno nota agli statunitensi”. La campagna, condotta tra il 1950 e il 1953, uccise 2 milioni di nordcoreani secondo il generale Curtis LeMay, capo del comando aereo strategico e organizzatore del bombardamento di Tokyo e di altre città giapponesi. Nel 1984, LeMay disse all’ufficio dell’Aeronautica che il bombardamento della Corea democratica “uccise il 20% della popolazione“. Altre fonti citano un numero leggermente inferiore. Secondo i dati raccolti dai ricercatori del Centre for the Study of Civil War (CSCW) e dall’International Peace Research Institute di Oslo (PRIO), la “migliore stima” dei decessi civili in Corea democratica è 995000, con una stima minima di 645000 e una massima di 1,5 milioni. Sebbene metà delle stime di LeMay, CSCW/PRIO calcola che 995000 morti superassero le vittime civili di qualsiasi altra campagna di bombardamenti, tra cui quella sulle città tedesche durante la seconda guerra mondiale, che fece tra 400000 e 600000 morti, i bombardamenti incendiari e nucleari delle città giapponesi causarono tra 330000 e 900000 morti; i bombardamenti in Indocina tra il 1964 e il 1973 causarono tra 121000 e 361000 morti, durante le operazioni Rolling Thunder, Linebacker e Linebacker II (Vietnam); Menu e Freedom Deal (Cambogia) e Barrel Roll (Laos). Il pesante bilancio dei bombardamenti della Corea democratica è tanto più notevole in quanto la popolazione del Paese era relativamente modesta: solo 9,7 milioni nel 1950. In confronto, c’erano 65 milioni di persone in Germania e 72 milioni in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. I bombardamenti dell’Aeronautica degli USA sulla Corea democratica impiegarono tattiche sviluppate durante la Seconda guerra mondiale per bombardare Europa e Giappone: esplosivi per distruggere edifici, napalm e altre armi incendiarie per innescare massicci incendi e bombardamenti pesanti per impedire alle squadre antincendio di estinguerli. L’uso di tali tattiche non era evidente. Secondo la politica statunitense all’inizio della guerra di Corea, fu vietato il bombardamento incendiario dei civili. Un anno prima, nel 1949, diversi ammiragli della Marina degli Stati Uniti condannarono tali tattiche al Congresso. Durante la “rivolta degli ammiragli”, la Marina sfidò i colleghi dell’Aeronautica sostenendo che bombare i civili era controproducente dal punto di vista militare e violava gli standard morali internazionali.
Giunte nel momento in cui il tribunale di Norimberga sensibilizzò l’opinione pubblica sui crimini di guerra, le critiche degli ammiragli furono riprese dall’opinione pubblica. Pertanto fu vietato attaccare le popolazioni civili secondo la politica degli Stati Uniti all’inizio della guerra di Corea. Quando il generale George E. Stratemeyer dell’Aeronautica militare chiese il permesso di usare gli stessi metodi di bombardamento, su cinque città nordcoreane, di quelli che “piegarono il Giappone”, il generale Douglas MacArthur respinse la richiesta, invocando la “politica generale”. Cinque mesi dopo l’inizio della guerra, mentre le forze cinesi intervennero a fianco della Corea democratica e le forze delle Nazioni Unite si ritiravano, il generale MacArthur cambiò posizione e accettò la richiesta del generale Stratemeyer, il 3 novembre 1950, di bruciare la città nordcoreana di Kanggye e diverse altre: “Bruciale! Meglio ancora, Strat, brucia e distruggi qualsiasi città o villaggio pensi abbia interesse militare per il nemico”. La stessa sera, il capo di Stato Maggiore di MacArthur disse a Stratemeyer che anche il bombardamento di Sinuiju veniva approvato. Nel diario, Stratemeyer riassume le istruzioni: “Ogni edificio, ogni sito e ogni villaggio della Corea democratica diventa un bersaglio militare e tattico“. Stratemeyer ordinò alla Quinta Forza Aerea e al Comando Bombardieri di distruggere tutti i mezzi di comunicazione e tutti i servizi, le fabbriche, città e villaggi. Sebbene l’Aeronautica fosse diretta nelle comunicazioni interne sulla natura dei bombardamenti, incluse mappe che mostravano l’esatta percentuale incenerita di ogni città, le comunicazioni alla stampa descrissero i bombardamenti come incentrati esclusivamente su “concentramenti di truppe nemiche, depositi, edifici militari e linee di comunicazione“. Gli ordini della Quinta Forza Aerea erano chiari: “Gli aerei della Quinta Forza Aerea distruggeranno tutti gli obiettivi, inclusi gli edifici che possono servire da rifugio“. In meno di tre settimane dal bombardamento di Kanggye, furono incendiate dieci città, tra cui Chosan (85%), Hoeryong (90%), Huichon (75%), Kanggye (75%), Kointong ( 90%), Manpochin (95%), Namsi (90%), Sakchu (75%), Sinuichu (60%) e Uichu (20%). Il 17 novembre 1950, il generale MacArthur disse all’ambasciatore statunitense in Corea John J. Muccio, “Sfortunatamente, questa regione sarà trasformata in un deserto“. Con “questa regione“, MacArthur indicava l’intera area tra “le nostre attuali posizioni e il confine”.
Mentre l’Aeronautica continuava a bruciare le città, seguiva da vicino i livelli di distruzione inflitti:
* Anju – 15%
* Chinnampo (Nampo) – 80%
* Chongju (Chongju) – 60%
* Haeju – 75%
* Hamhung (Hamhung) – 80%
* Hungnam (Hongnam) – 85%
* Hwangju (Contea di Hwangju) – 97%
* Kanggye – 60% (precedentemente stimato al 75%)
* Kunu-ri (Kunu-dong) – 100%
* Kyomipo (Songnim) – 80%
* Musan – 5%
* Najin (Rashin) – 5%
* Pyongyang – 75%
* Sariwon (Sariwon) – 95%
* Sinanju – 100%
* Sinuiju – 50%
* Songjin (Kimchaek) – 50%
* Sunan (Sunan-guyok) – 90%
* Unggi (Contea di Sonbong) – 5%
* Wonsan (Wonsan) – 80%
Nel maggio 1951, una squadra investigativa internazionale dichiarò: “I membri, durante il viaggio, non videro una singola città che non fosse stata distrutta, e c’erano pochissimi villaggi intatti“. Il 25 giugno 1951, il generale O’Donnell, comandante del Comando bombardieri dell’Estremo Oriente, testimoniò in risposta a una domanda del senatore Stennis (“...La Corea democratica è stata praticamente distrutta, no?“) “Oh, sì .. direi che quasi tutto nel nord della penisola coreana è in condizioni terribili. Tutto è distrutto. Non c’è nulla che valga essere nominato… Poco prima dell’arrivo dei cinesi, i nostri aerei erano inchiodati a terra. Non è rimasto nulla da bombardare in Corea“. Nell’agosto 1951, il corrispondente di guerra Tibor Meray dichiarò di aver assistito alla “totale devastazione tra il fiume Yalu e la capitale” e “che non c’erano più città nella Corea democratica“, aggiungendo che “mi sentivo come se viaggiassi sulla luna perché c’era solo devastazione… Ogni città non era altro che un allineamento di camini“.
Diversi fattori si combinarono aumentando la mortalità dei bombardamenti incendiari. Come si apprese durante la seconda guerra mondiale, gli attacchi incendiari potevano devastare le città a velocità incredibile: il bombardamento della Royal Air Force di Wurzburg, in Germania, negli ultimi mesi di guerra impiegò solo 20 minuti per avvolgere la città in una tempesta di fuoco con temperature stimate a 1500-2000° C. La gravità dell’inverno nordcoreano contribuì ai raccapriccianti dati dei bombardamenti. A Pyongyang, la temperatura media di gennaio è -13°. I peggiori bombardamenti si verificarono nel novembre 1950, chi sfuggì alla morte per incendio morì di freddo nei giorni e mesi successivi. I sopravvissuti crearono dei ripari di fortuna in canyon, caverne o cantine abbandonate. Nel maggio 1951, una delegazione della Federazione internazionale delle donne democratiche (WIDF) visitò la città bombardata di Sinuiju: “La stragrande maggioranza delle persone vive in trincee scavate e rinforzate con legno di recupero. Alcuni di tali rifugi hanno tetti di tegole e di legno, recuperati da edifici distrutti. Altri vivono in cantine rimaste intatte dopo il bombardamento e altre ancora in tende di paglia con carpenteria recuperata da edifici distrutti e in capanne di mattoni e macerie senza malta“. A Pyongyang, la delegazione descrisse una famiglia di cinque persone, tra cui un bambino di tre anni e uno di otto mesi, che viveva in uno spazio sotterraneo di due metri quadrati, a cui si poteva accedere solo percorrendo un tunnel di tre metri. Un terzo fattore fu l’uso intensivo del napalm. Sviluppato all’Università di Harvard nel 1942, la sostanza appiccicosa e infiammabile fu usata per la prima volta durante la Seconda guerra mondiale. Diventò un’arma chiave durante la guerra di Corea, quando ne vennero usate 32557 tonnellate; secondo lo storico Bruce Cumings la logica fu la seguente: “Sono selvaggi, il che ci dà il diritto di spalmare napalm sugli inermi“. Molto tempo dopo la guerra, Cumings descrisse l’incontro con un anziano sopravvissuto: “All’angolo di una strada c’era un uomo (penso che fosse un uomo o una donna con le spalle larghe) che aveva una curiosa crosta viola su ogni parte visibile della pelle, spessa sulle sue mani, sottile sulle braccia, coprendosi completamente la testa e il viso. Era calvo, non aveva orecchie o labbra e gli occhi, senza palpebre, erano di un bianco grigiastro, senza pupille… Questa crosta violacea risultò dal contatto col napalm, poi il corpo della vittima, non curata, guarì in un modo o nell’altro“. Durante i colloqui per l’armistizio alla fine dei combattimenti, i comandanti statunitensi non avevano più città da colpire. Per fare pressione sui negoziati, diressero i bombardamenti sulle grandi dighe coreane. Come riportato dal New York Times, le inondazioni causate dalla distruzione di una diga “liberarono” 40 km di valle distruggendo migliaia di ettari di riso appena piantato. All’indomani dei bombardamenti incendiari contro Germania e Giappone durante la Seconda guerra mondiale, un gruppo di ricerca del Pentagono di 1000 membri redasse una valutazione completa nota come “US Strategic Bombing Survey“. L’USSBS pubblicò 208 volumi per l’Europa e 108 per il Giappone e il Pacifico, tra cui il numero di vittime, interviste con sopravvissuti e indagini economiche. Tali rapporti redatti industria per industria furono così dettagliati che la General Motors li usò per avere con successo dal governo degli Stati Uniti 32 milioni di dollari per i danni alle sue fabbriche tedesche.
Dopo la guerra di Corea, non fu fatta alcuna registrazione dei bombardamenti, ad eccezione delle mappe interne per l’Aeronautica che mostravano la distruzione città per città. Queste carte rimasero segrete per venti anni. Quando furono declassificate, di nascosto nel 1973, l’interesse degli Stati Uniti per la Guerra di Corea era svanito da tempo. È solo negli ultimi anni che il quadro completo comincia ad emergere negli studi di storici come Taewoo Kim del Korean Korea Analysis Institute, Conrad Crane dell’Accademia Militare degli Stati Uniti e Su-kyoung Hwang dell’Università della Pennsylvania. Nella Corea democratica, la memoria è perpetuata. Secondo lo storico Bruce Cumings, “Fu la prima cosa che la guida mi disse”. Cumings scrive: “La campagna senza ostacoli dei bombardamenti incendiari al Nord durò tre anni, dando origine a un deserto e a popolo di talpe sopravvissute che imparò ad amare il riparo di caverne, montagne, tunnel e ridotte, un mondo sotterraneo diventato la base per la ricostruzione di un Paese e ricordo per costruire un feroce odio tra la popolazione“. Ancora oggi, la campagna dei bombardamenti incendiari contro città e villaggi della Corea democratica rimane ignota al pubblico e non è riconosciuta nelle discussioni nei media sulla crisi, nonostante l’ovvia importanza per la Corea democratica nel persegue il programma di deterrenza nucleare. Senza conoscere e confrontarsi con questi fatti, non possiamo comprendere i timori al centro degli atteggiamenti e delle azioni della Corea democratica.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Trump rischia grosso su Gerusalemme

Frontier Insights 7 dicembre 2017Il presidente Trump annunciava che intende trasferire l’ambasciata degli Stati Uniti d’Israele da Tel Aviv a Gerusalemme entro sei mesi, oltre a dichiarare l’audace riconoscimento di Gerusalemme capitale di Israele. Tale atto inaudito è stato ampiamente denunciato dalla maggior parte dei capi di Stato, ad eccezione ovviamente del governo israeliano. Attualmente, quasi tutti i Paesi con relazioni diplomatiche con Israele hanno la missione a Tel Aviv. Trump ha appena fatto una grande scommessa per risolvere il lungo conflitto tra Israele e Palestina. Ma già da come le cose si svolgono, le speranze di una soluzione sono lontane.

Breve riassunto del conflitto arabo-israeliano
Questo è un conflitto molto lungo, teso e complicato, quindi il riassunto non si garantisce in alcun modo adeguato, non potendo coprire tutto, poiché probabilmente richiederebbe un intero libro. In breve, l’ultimo grande cambiamento che emerge quale riferimento della maggior parte dei tentativi di accordi di pace, è la guerra dei 6 giorni del 1967, quando Israele sconfisse gli arabi. Israele finì col prendere il Sinai dall’Egitto, Gerusalemme Est e Cisgiordania dalla Giordania e le alture del Golan dalla Siria. Da allora, il Sinai fu restituito all’Egitto con l’accordo di pace nel 1979, mentre le alture del Golan e la Cisgiordania (nota anche come Giudea e Samaria in Israele), sono rimaste sotto occupazione israeliana. La maggior parte dei tentativi di risoluzione del conflitto arabo-israeliano da allora faceva frequenti riferimenti ai confini precedenti al 1967, quando la composizione politica di Israele e Palestina era molto più vicina al piano di partizione originale dell’ONU del 1947, Risoluzione 181. Il motivo per cui ciò non è esatto è che il piano di partizione originale cambiò dopo la guerra del 1948, quando gli arabi dichiararono guerra ad Israele il giorno dopo aver dichiarato l’indipendenza. Israele vinse la guerra e occupò più terra di quella in origine lasciata dall’ONU.

Problemi chiave
Diritto al ritorno
I palestinesi espulsi e/o fuggiti da Israele durante la guerra del 1948, che all’epoca erano oltre 700000, si stabilirono in grandi campi profughi in Giordania, Libano, Siria, Cisgiordania e Gaza. Oggi sono 4-5 milioni. Il diritto al ritorno è una richiesta che sancisce il diritto ai rifugiati di tornare in Israele. Israele si oppone fermamente a ciò per ovvi motivi; ne cambierebbe i dati demografici in favore degli arabi.

Status di Gerusalemme
Entrambe le parti rivendicano Gerusalemme come capitale, con Gerusalemme Ovest conosciuta come la metà israeliana, e Gerusalemme Est conosciuta come la metà araba. L’ONU dichiarò Gerusalemme città internazionale, per la sua importanza sia per gli israeliani che per gli arabi, così come per cristiani, ebrei e musulmani. La Chiesa ortodossa russa orientale, il Vaticano e il musulmano Waqf possiedono le proprietà storiche di Gerusalemme e sovrintendono vari monumenti sacri, consolidando così la nozione di status internazionale.

Sicurezza
Con la divisione dell’Autorità Palestinese tra Hamas a Gaza e Fatah a Ramallah (Cisgiordania), Fatah riconobbe il diritto d’Israele ad esistere all’inizio degli anni ’90, prima degli accordi di pace di Oslo del 1993. Tuttavia, Fatah non riconosce il diritto di Israele ad esistere come Stato ebraico. Hamas non riconosce il diritto d’Israele di esistere in alcuna forma, mentre Israele lo esige. Perciò, Gaza subisce un intenso blocco aereo, marittimo e terrestre da Israele, mentre la Cisgiordania ha libertà di movimento molto limitata, con limitate forze di sicurezza palestinesi autorizzate a controllare una zona interna alla zona esterna dei checkpoint della sicurezza israeliana. Israele insiste su un’autorità palestinese smilitarizzata in qualsiasi accordo. L’AP probabilmente insisterà su una più ampia forza di polizia e di confine, ma qualsiasi cosa al di là di ciò sarà considerata grave minaccia per Israele. Israele ha costruito il famigerato muro di cemento, la “barriera di sicurezza”, attorno ai territori palestinesi, impedendo gli attacchi suicidi dell’Intifada, ma divenendo anche simbolo di oppressione. La peggiore minaccia che ora affronta sono gli attacchi coi razzi dall’estero e quelli dei lupi solitari all’interno. I palestinesi non hanno praticamente forze di sicurezza e sono vulnerabili alle IDF.

Confini e insediamenti
Questo è un importante punto critico perché il governo israeliano attivamente persegue un cambio demografico a proprio favore costruendo insediamenti ebraici illegali in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra e sfrattando i palestinesi a Gerusalemme e Cisgiordania. Molti lo vedono come un modo per pregiudicare i territori palestinesi. Le IDF sono note fare nulla contro i coloni illegali che molestano i palestinesi. L’espansione degli insediamenti è l’opportunismo israeliano verso un’Autorità palestinese disunita. La costruzione della “barriera di sicurezza” portava Israele ad assorbire circa il 10% delle terre palestinesi in Cisgiordania. Quindi, la richiesta dell’Autorità Palestinese dei confini di prima del ’67 rimane un argomento molto controverso. Questi sono i problemi principali. Ora si analizzano le azioni di Trump in tale contesto.Gli Stati Uniti in veste di mediatori sono permanentemente danneggiati
Trump ha una posizione fin troppo filoisraeliana screditando gli USA come mediatori del conflitto. Ridurrà ancor più il prestigio degli Stati Uniti nel mondo arabo, in particolare nel contesto degli ultimi due decenni d’imperialismo statunitense in Medio Oriente, causando incessanti massacri attraverso cambi di regime, ingerenza palese nella guerra tra sunniti e sciiti, così come ierrorismo sponsorizzato da Stati. Francamente, la mediazione degli Stati Uniti non può più essere presa sul serio. Adottare un approccio non sfumato e riconoscendo Gerusalemme come capitale d’Israele senza menzionarne l’importanza per palestinesi e musulmani, è sbagliato. Tale posizione è grossolanamente incompatibile con la soluzione dei 2 Stati. Si ha solo la soluzione di uno Stato: quello ebraico. Trump ha fatto una mossa estrema anche per gli standard statunitensi, dove alcuna precedente amministrazione degli Stati Uniti osò fare una simile dichiarazione. I politici europei hanno condannato tale mossa. Quindi lo status di Gerusalemme come questione chiave del conflitto arabo-israeliano è ormai danneggiato da tale posizione nettamente filo-israeliana. Jared Kushner chiaramente lavora per l’agenda sionista e Trump ne è un burattino.

L’escatologia di fondo
Credo che le basi di tale dichiarazione siano state poste tempo fa dai neocon filo-sionisti. Le loro guerre e destabilizzazione del mondo musulmano hanno contribuito a indebolirlo con lotte intestine, guerre ed odio, permettendo ai sionisti di promuovere la loro agenda mentre il mondo islamico rimane diviso. La politica estera degli Stati Uniti è guidata da un’alleanza tra sionisti cristiani di destra ed sionisti ebrei, rappresentati da cittadini statunitensi-israeliani che operano negli USA per promuovere il programma israeliano. Tale alleanza di convenienza mira a schiacciare l’opposizione musulmana in Israele, dato che gli evangelici credono che Israele debba essere solo uno Stato ebraico, pre-condizione per la seconda venuta di Cristo. Gli ebrei d’altra parte, in ultima analisi, mirano a ricostruire il loro terzo tempio, che necessariamente significa distruggere le moschee di al-Aqsa e della Cupola della Roccia, entrambe molto sacre per l’Islam. Questa è una resa dei conti religiosa di proporzioni potenzialmente apocalittiche. Purtroppo, auto-avverantesi e delirante. Il fattore religioso è il fine a Gerusalemme. Escatologia significa fine dei tempi, segno distintivo di tutte le religioni abramitiche convergenti su Israele.

Il fattore russo
La Russia potrebbe rispondere bilanciando la situazione aprendo l’ambasciata a Gerusalemme Est, dando così speranza alla causa palestinese. A ciò potrebbe seguire la corsa di varie nazioni ad aprire le missioni diplomatiche a Gerusalemme Ovest od Est, legittimando la città come internazionalmente importante. Sarebbe una mossa rischiosa per Putin, ma comunque possibile. Aiuterebbe Trump a salvare la faccia, calmando una situazione potenzialmente esplosiva. La volontà del contrappeso russo sarà seguita nel mondo arabo, specialmente dopo la decisa dimostrazione di forza in Siria.

Potenziale scissione con alleati arabi
Dopo la guerra del 1973, gli Stati arabi si unirono per mettere in ginocchio l’occidente con un devastante embargo petrolifero. Fu la risposta al sostegno occidentale ad Israele nella guerra e una dimostrazione così profonda di potere che diede vita all’accordo sul petrodollaro, con cui gli USA sterilizzarono l’arma petrolifera araba fatturandone la vendita in dollari USA in cambio di garanzie per la sicurezza agli Stati arabi. Così, la mossa di Trump rischia di alienare gli alleati arabi, in particolare gli Stati fantoccio nel Golfo, già visti come troppo vicini a Israele e USA dal loro popolo. Questo potrebbe imbarazzarli seriamente, venendo visti come filo-sionisti e costringendoli a prendere le distanze da Stati Uniti e Israele. Trump potrebbe benissimo finire per unire il mondo musulmano con tale mossa e contro USA ed Israele, perdendo altri alleati e annullando decenni di complotti di CIA-Mossad volti esattamente al contrario, seminare discordia nel mondo musulmano. Non va dimenticato che potrebbe anche spingere l’Arabia Saudita, se abbastanza irritata, a rinunciare al petrodollaro per il petroyuan e scartare qualsiasi possibilità di quotare Aramco sulla borsa di New York. Qui appare un possibile sospetto; Jared Kushner avrebbe convinto l’ingenuo Muhamad bin Salman ad impegnarsi nella faida familiare per indebolire i sauditi poco prima dell’annuncio di Gerusalemme? Non si sa a questo punto, ma è possibile che l’alleanza evangelico-sionista si sia posizionata per distruggerli, per così dire, in Israele. Ma ciò potrebbe tremendamente ritorcerglisi contro, essendoci già in programma proteste di massa. Vladimir Putin osserverà da vicino come ciò influirà sulla posizione degli USA nel mondo musulmano, e potrebbe cogliere l’opportunità d’intervenire in soccorso laddove gli USA hanno fallito, ancora una volta. Il fatto che questo accada poco prima di Natale dimostra che la mossa ha intenti evangelico-sionisti.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Lo sporco segreto di Raqqa

L'”accordo segreto” della Coalizione USA per permettere ai terroristi dello SIIL di fuggire
Prof. Michel Chossudovsky, Mondialisation 1° dicembre 2017Il segretario alla Difesa James “Mad Dog” Mattis confermava a maggio la volontà di Washington di annientare i terroristi dello Stato Islamico (SIIL): “La nostra intenzione è che i combattenti stranieri non sopravvivano alla battaglia e tornino in Nord Africa, Europa, America, Asia e Africa. Li fermeremo…” (citazione da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa”). Ciò che precede è il “piano narrativo politico” del Pentagono. La verità nascosta è che lo zio Sam soccorse lo SIIL. Tale decisione fu ovviamente presa ed eseguita dal Pentagono piuttosto che dal dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Come confermato da un articolo della BBC intitolato “Lo sporco segreto di Raqqa“, la coalizione guidata dagli Stati Uniti permise l’esodo dei terroristi dello SIIL e dei loro familiari dalla fortezza di Raqqa, nel nord della Siria. Sebbene l’articolo della BBC si concentri sui dettagli dell’operazione, rivela l’esistenza di un “accordo segreto” tra Stati Uniti e l’incrollabile alleata inglese per consentire ai terroristi di fuggire da Raqqa. “L’accordo che consentiva ai terroristi dello SIIL di sfuggire da Raqqa, capitale de facto del loro califfato auto-nominato, fu preparato da funzionari locali. Fu concluso dopo quattro mesi di combattimenti che lasciarono la città completamente distrutta e praticamente svuotata della popolazione. Salvò delle vite e concluse i combattimenti. Salvò anche la vita di arabi, curdi e altri combattenti contro lo SIIL. Ma permise a centinaia di terroristi dello SIIL di fuggire dalla città. Al momento, né la coalizione guidata da Stati Uniti e Regno Unito, né le Forze Democratiche Siriane (SDF), che la coalizione sostiene, l’ammisero. Questo patto, questo sporco piccolo segreto di Raqqa, minacciava il mondo, permettendo ai terroristi di allargare i tentacoli in Siria e oltre? Cercarono di nascondere questo segreto al resto del mondo, ma la BBC ha potuto parlarne con dozzine di persone che fecero parte dei convogli o che lo videro, così come coi negoziatori dell’accordo. (…) Non era una evacuazione. Fu l’esodo del cosiddetto “Stato islamico”.” (Quentin Sommerville e Riam Dalati, Lo sporco segreto di Raqqa, BBC, novembre 2017)
Gli aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti monitorarono l’evacuazione dei terroristi, ma ovviamente i convogli di autobus e camion non furono bombardati. La coalizione ora conferma di non avere personale sul terreno, ma di aver monitorato i convogli dall’aria (ma senza bombardarli) (…) Alla luce delle indagini della BBC, la coalizione ora riconosce il ruolo che svolse nell’accordo (…)” (ibid) Se l’aviazione statunitense avesse voluto attaccare i convogli dello SIIL, sarebbe stato facile. La coalizione poteva anche bloccarli (riducendo al minimo gli incidenti) e imprigionare i combattenti stranieri. I funzionari statunitensi asserirono con nonchalance che, non partecipando ai negoziati, non poterono impedire l’esodo dei terroristi: ““Non volevamo che qualcuno se ne andasse”, diceva il colonnello Ryan Dillon, portavoce della Coalizione contro lo SIIL dell’Operazione Absolute Determination. “La decisione spetta ai siriani. Sono loro che combattono e muoiono, quindi spetta a loro decidere sulle operazioni”. Sebbene durante i negoziati fosse presente un ufficiale occidentale, la coalizione non vi prese parte attiva, sostiene il colonnello Dillon (…)” (ibid) Ciò che è significativo è che la maggior parte dei terroristi proveniva da numerosi Paesi esteri, suggerendo un programma di addestramento e reclutamento attentamente pianificato: “(…) C’era un enorme numero di stranieri, da Francia, Turchia, Azerbaigian, Pakistan, Yemen, Arabia Saudita, Cina, Tunisia, Egitto (…) La maggior parte erano stranieri, ma c’erano anche siriani” (…) Chiedeva 600 dollari a persona e minimo 1500 a famiglia. In questo tipo di attività, ai clienti non piacciono molto le domande. Ma Imad dice che c’erano “francesi, europei, ceceni, uzbechi”. “Alcuni parlavano francese, altri inglese, altri lingue straniere” (…)” (ibid)
L’articolo della BBC suggerisce un piano meticolosamente preparato per l’evacuazione sicura dei terroristi. La spiegazione ufficiale era che l’accordo fu concluso dalle forze democratiche siriane (SDF). La coalizione guidata dagli Stati Uniti “lasciò andare” senza intervenire per impedire l’esodo e il contrabbando di terroristi stranieri da Raqqa. Non c’è nulla di sorprendente. Sin dalla nascita nel 2014, lo SIIL ebbe il sostegno della coalizione guidata dagli Stati Uniti, con la partecipazione attiva dell’Arabia Saudita. Stati Uniti ed alleati sponsorizzavano lo “Stato islamico” (SIIL). Armi, addestramento, logistica: lo SIIL è un prodotto dei servizi segreti statunitensi. I terroristi dello SIIL sono la fanteria di USA e NATO. Il bombardamento statunitense di Iraq e Siria, col falso pretesto della “guerra al terrore”, non era diretto contro lo SIIL. I terroristi erano protetti dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti. Lo scopo non dichiarato era uccidere i civili e distruggere le infrastrutture della Siria e dell’Iraq.Già visto:
Esodo dei terroristi dello SIIL da Raqqa, Siria (2017) ed esodo dei “combattenti nemici” di al-Qaida da Kunduz, Afghanistan (2001 )
C’è uno standard per evacuare i terroristi sponsorizzati dagli Stati Uniti? Torniamo a un’altra guerra degli Stati Uniti, l’Afghanistan del 2001, il cui scopo era proteggere “le risorse dei loro servizi segreti”. L’esodo di Raqqa è stranamente simile a quello di Kunduz ordinato da Donald Rumsfeld. In entrambi i casi l’obiettivo di Pentagono e CIA era assicurarsi la fuga (e il trasferimento) dei jihadisti stranieri sponsorizzati dagli Stati Uniti. A fine novembre 2001, secondo Seymour M. Hersh, l’Alleanza del Nord, appoggiata dai bombardamenti statunitensi, prese il controllo della città di Kunduz, sulle montagne dell’Afghanistan settentrionale: “(Almeno 8000 uomini) erano nella città negli ultimi giorni dell’assedio, circa la metà erano pakistani, il resto afghani, uzbeki, ceceni e mercenari arabi“. (Seymour M. Hersh, The Getaway, The New Yorker, 28 gennaio 2002). Tra questi combattenti c’erano diversi alti ufficiali dell’esercito e dell’intelligence pakistani, inviati nel teatro di guerra dall’esercito pakistano. La presenza di questi consiglieri nelle file dei taliban e di al-Qaida era nota e approvata da Washington. Il presidente Bush fu inequivocabile: “Sono cotti. Fuggono e li consegneremo alla giustizia”. (CNN, 26 novembre 2001). Non erano affatto cotti, perché furono evacuati in aereo in un luogo sicuro. Su ordine del segretario alla Difesa Donald Rumsfeld, l’esodo (evacuazione) dei combattenti di al-Qaida fu reso possibile dalle forze statunitensi in collegamento con l’esercito pakistano: “L’amministrazione ordinò al Comando Centrale degli Stati Uniti di stabilire un corridoio aereo speciale per proteggere i sopravvissuti pakistani da Kunduz al Pakistan nordoccidentale”. (…) Secondo un ex-alto funzionario della difesa, il ponte aereo fu approvato dopo le denunce dei pakistani che “c’erano agenti dell’intelligence che lavoravano nell’ombra e che dovevano uscire”. (Seymour Hersh, op cit) In altre parole, la versione ufficiale era: non eravamo noi a decidere, “fummo incastrati” dal servizio segreto pakistano (ISI). Su circa 8000 uomini, 3300 si arresero all’Alleanza del Nord, lasciando 4000-5000 “dispersi”. Secondo l’indagine di Hersh, che si basava su fonti dell’intelligence indiane, almeno 4000 uomini, inclusi due generali dell’esercito pakistano, furono evacuati. (Ibid) È la stessa smentita prevalse. I funzionari statunitensi, tuttavia, ammisero che: “Ciò che doveva essere un’evacuazione limitata apparentemente andò fuori controllo, con la conseguenza involontaria che un numero sconosciuto di taliban e alqaidisti si unì all’esodo”. (Citazione in Hersh op cit). “Evacuazione involontaria” dei combattenti di al-Qaida?

“Terroristi” e “agenti dei servizi segreti”
Il racconto di Seymour Hersh sull’esodo di Kunduz che permise l’evacuazione sponsorizzata dagli USA di taliban e militanti di al-Qaida è paragonabile all’esodo dei terroristi dello SIIL dalla città assediata di Raqqa nel nord della Siria. I combattenti di al-Qaida stranieri e pakistani furono evacuati nel nord del Pakistan, in zone successivamente attaccate dai droni statunitensi. Molti di tali combattenti entrarono nei due principali gruppi terroristici, Lashkar-e-Taiba (“esercito dei puri”) e Jaish-e-Muhammad (“esercito di Maometto”). Quale sarà la prossima destinazione dei combattenti dello SIIL evacuati da Raqqa con l’appoggio dell’esercito statunitense?

Raqqa liberata…

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Mueller indica la potenza straniera “collusa” con Trump: Israele

Wayne Madsen SCF 04.12.2017Nell’accusa al gran giurì federale del consigliere per la sicurezza nazionale di Donald Trump, tenente-generale Michael Flynn, il consigliere speciale del dipartimento di Giustizia Robert Mueller indica chiaramente la potenza straniera collusa con la squadra di transizione presidenziale di Trump prima del giuramento del 20 gennaio 2017. La potenza straniera non era la Russia, la Cina o il Regno Unito, ma Israele. Subito dopo che Mueller annunciava che Flynn accettava di dichiararsi colpevole della sola accusa di falso a un agente del Federal Bureau of Investigation, l’autorevole squadra di propaganda israeliana, penetrata in ogni redazione di New York e Washington DC, entrava in azione. L’accusa a Flynn, che enuncia una delle sue due false dichiarazioni all’FBI, presenta una falsa dichiarazione di Flynn: “Il 22 dicembre 2016, Flynn non chiese all’ambasciatore russo di ritardare il voto o impedire una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni“. Kushner e il suo principale controllore, il primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, sepperp dell’intenzione dell’amministrazione uscente Obama di astenersi su una risoluzione egiziana, la 2334 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, sottoposta al Consiglio il 21 dicembre 2016, per condannare la decisione d’Israele d’espandersi in Cisgiordania e Gerusalemme Est. Nello specifico, la risoluzione chiedeva che “Israele cessasse immediatamente e completamente tutte le attività d’insediamento nel territorio palestinese occupato, inclusa Gerusalemme Est“. L’astensione degli USA sulla 2334 rompeva col precedente degli Stati Uniti di porre il veto a qualunque risoluzione anti-israeliana nel Consiglio di sicurezza. Israele usò la considerevole influenza sulla squadra di Trump per sabotare la risoluzione delle Nazioni Unite, il cui voto era prevista il 23 dicembre 2016. L’accusa a Flynn afferma che chiese, su ordine di Kushner, all’ambasciatore russo a Washington di ritardare o comunque bloccare la risoluzione egiziana. L’accusa dichiara: “Intorno al 22 dicembre 2016, un membro del team di transizione presidenziale disse a Flynn di contattare funzionari di governi stranieri, inclusa la Russia, per sapere come ogni governo vedesse la risoluzione e l’influenzasse per ritardare il voto o non votare la risoluzione“. La dichiarazione sui reati di Flynn recita: “Durante il colloquio del 24 gennaio con l’FBI, Flyn rese ulteriori dichiarazioni false sulle chiamate fatte alla Russia e molti altri Paesi sulla risoluzione presentata dall’Egitto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 21 dicembre 2016“. L’accusa a Flynn afferma inoltre che aveva falsamente affermato di aver solo chiesto le posizioni dei Paesi sul voto, e che non chiese d’intraprendere azioni specifiche sulla risoluzione. Flynn affermò anche falsamente che l’ambasciatore russo non gli descrisse la risposta della Russia alla richiesta”. Flynn mentì in tutti e tre i casi. L’ambasciatore russo Sergej Kisljak respinse la richiesta di Flynn d’interferire col voto delle Nazioni Unite. L’episodio, lungi dal mostrare la “collusione” tra la squadra di Trump e la Russia, dimostra che la Russia non aderiva alle pretese di Trump, Kushner, Flynn o chiunque altro, inclusa l’ambasciatrice nominata alle Nazioni Unite Nikki Haley, che cercò di convincere l’ambasciatrice in carica Samantha Power a far decadere il voto del Consiglio di sicurezza. Secondo la rivista Foreign Policy, Flynn fece una tremenda pressione per affondare la risoluzione delle Nazioni Unite, riferendo: “Il team di transizione di Trump contattò il dipartimento di Stato con una richiesta urgente: avere numero di cellulare, e-mail e altri contatti degli ambasciatori e ministri degli Esteri dei 15 Stati membri del Consiglio di sicurezza“. Trump convinse il Presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi ad ordinare alla delegazione ONU di ritardare il voto. L’Egitto poi ritirò il sostegno alla 2334. Tuttavia, quattro membri del Consiglio di sicurezza, Malaysia, Nuova Zelanda, Senegal e Venezuela, vi si opposero e portarono la risoluzione al voto del Consiglio. Passò e fu promulgata con l’astensione statunitense. È certo che l’amministrazione Obama cercasse l’aiuto dell’alleata militare e d’intelligence Nuova Zelanda, nel sostenere Malesia, Senegal e Venezuela contro la furiosa opposizione di retroguardia d’Israele e della squadra di transizione di Trump. Trump e Kushner decisero, poco prima dell’accusa a Flynn, di manifestare fedeltà ad Israele annunciando che gli Stati Uniti avrebbero riconosciuto Gerusalemme sua capitale trasferendovi l’ambasciata. Tali azioni, lungi dal mostrare la “collusione” con una potenza straniera, accusa una lealtà conflittuale, per lo meno.
Non è noto chi nel team di transizione di Trump abbia molestato, tramite cellulare ed e-mail, ambasciatori e ministri degli Esteri di Russia, Egitto, Nuova Zelanda, Malesia, Senegal, Venezuela, Cina, Francia, Gran Bretagna, Angola, Giappone, Spagna, Ucraina e Uruguay, ma gli affari di Kushner e Trump hanno interessi finanziari significativi in Angola (miniere di diamanti), Cina (immobiliari ed abbigliamenti di Ivanka Trump), Gran Bretagna (corsi di golf di Trump) e Ucraina (partner commerciale di Kushner e Trump). Dopo che Netanyahu dichiarò al ministro degli Esteri della Nuova Zelanda Murray McCully che il suo sostegno alla risoluzione equivaleva a una dichiarazione di guerra, la Nuova Zelanda ritirò il suo sostegno. Kushner, secondo chi lo conosce, sarebbe stato più che capace di unirsi a Netanyahu nel minacciare diplomatici e governi rappresentati alle Nazioni Unite. Con un impeto di rabbia, Netanyahu richiamò gli ambasciatori israeliani in Senegal e Nuova Zelanda, cancellò i programmi di assistenza al Senegal e tolse l’accredito al ministro degli Esteri senegalese Mankeur Ndiaye per una visita programmata in Israele. In Israele chiamò gli ambasciatori di Stati Uniti ed altri dieci Paesi che votarono a favore della 2443 per rimproverarli verbalmente. Fu anche cancellata una visita programmata in Israele del primo ministro ucraino Volodymyr Grojsman, ebreo. Israele bloccò anche i visti di lavoro per i dipendenti di cinque agenzie specializzate delle Nazioni Unite attive nella West Bank ed espulse il portavoce dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso dei profughi della Palestina e del Vicino Oriente (UNRWA). La collusione israeliana con la squadra di transizione presidenziale di Trump va oltre Trump, Kushner e Flynn, e viola il Logan Act del 1799, legge arcana che proibisce ai cittadini statunitensi di avere una propria politica estera. Convincendo Trump, Kushner e Flynn che Obama fosse dietro la risoluzione 2443, Israele cooptò la squadra di transizione di Trump. Il Logan Act è irrilevante quando Trump, Kushner, Flynn e altri hanno commesso un tradimento virtuale contro il proprio Paese per promuovere gli obiettivi politici di Israele. Non c’è mai stato un processo riuscito col Logan Act e probabilmente non ce ne sarà mai. Tuttavia, chi aveva accesso ad informazioni classificate, Trump, Kushner, Flynn, Haley e altri che contemporaneamente prendevano ordini da Israele sulla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, potrebbe essere ritenuto colpevole di violazione della legge sullo spionaggio. Il “pianto greco” dei sostenitori d’Israele nei media e al Congresso degli Stati Uniti ha promosso il Logan Act per minimizzare il danno causato dalla collusione tra l’ambasciatore israeliano all’ONU Danny Danon, Netanyahu, Kushner, Flynn, Trump e Haley per sabotare la risoluzione. Se il Logan Act avesse avuto qualche efficacia, sarebbe stato usato da tempo per incriminare George Soros, Sheldon Adelson, Haim Saban, Paul Singer e altri miliardari filo-israeliani che rappresentano gli interessi di altre nazioni e s’impegnano in proprie politiche estere. L’aspetto più falso del cosiddetto “Russiagate” è che lo scandalo politico che coinvolge Trump, Kushner, Flynn, l’ex-direttore elettorale di Trump Paul Manafort, i consiglieri Steve Bannon e Stephen Miller e altri, difficilmente coinvolge il governo russo. Invece, gli oligarchi europeorientali-israeliani, insieme alle loro migliaia di società off shore in luoghi lontani come le Isole Vergini inglesi, l’Isola di Jersey, le Isole Marshall e le Seychelles, insieme a ben piazzati agenti d’influenza statunitense filo-Israele, sono in prima fila nello scandalo che ora minaccia di far cadere l’amministrazione Trump. È praticamente impossibile per i media aziendali statunitensi convincersi che il titolo appropriato per lo scandalo Trump sia “Israelgate” e non “Russiagate”.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Honduras di nuovo in bilico

Dennis J. Bernstein, Consortium News 2 dicembre 2017Il futuro dell’Honduras è in bilico mentre il conteggio delle elezioni presidenziali si prolunga. Lo sfidante, Salvador Nasralla, ex-giornalista sportivo alla testa di un’alleanza progressista di sinistra, inizialmente prevaleva sul presidente in carica Juan Orlando Hernández, ma questo è cambiato tra accuse di manipolazione delle schede ed imposizione di un coprifuoco militare per impedire le proteste. La vittoria di Nasralla rappresenterebbe il generale rigetto del pugno di ferro di Hernández. Dana Frank, professore di storia all’Università della California di Santa Cruz, dichiarava: “Le elezioni in Honduras, in particolare la candidatura criminale del presidente Juan Orlando Hernández in violazione della Costituzione dell’Honduras, continuano a sottolineare il totale sfregio dello stato di diritto in Honduras dal colpo di Stato del 2009, con la benedizione del governo degli Stati Uniti che continua a celebrare un regime completamente segnato da corruzione e malvagia repressione delle libertà civili di base. I rapporti del governo dell’Honduras che affermano che il tasso di criminalità è in calo o che la polizia è stata ripulita non ingannano nessuno per un minuto”.
Ho parlato con l’assistente la Professoressa Suyapa Portillo del Pitzer College, il 27 novembre. Portillo e i suoi studenti erano osservatori internazionali a San Pedro Sula in Honduras e hanno visitato oltre 13 centri elettorali nei settori più marginali della città.

Dennis Bernstein: Potrebbe semplicemente ricordarci chi sono i candidati alle ultime elezioni in Honduras? Sembra che ci sia una grande differenza tra loro.
Suyapa Portillo: I candidati sono Salvador Nasralla, in corsa per l’Alleanza dell’Opposizione, e Juan Orlando Hernández, l’attuale presidente. In realtà è illegale per Hernández candidarsi alla rielezione in Honduras. Dopo il colpo di Stato, il sistema bipartito fu distrutto e c’erano in realtà dieci partiti presenti nel nord dove ero osservatore. È stata una gara molto accesa ma il collegio elettorale riferì alle 01.40 che circa il 45% dell’elettorato aveva votato per Nasralla e il 40% per Hernández. Ma poiché l’attuale presidente controlla l’intero sistema, compreso il collegio elettorale, non ammette l’elezione di Nasralla, che sarebbe ovvia a questo punto. Non è ancora chiaro se Hernández rispetterà la costituzione.

Dennis Bernstein: Parli delle forti differenze tra i candidati. Abbiamo sentito molto parlare delle violenze in Honduras dal colpo di Stato sostenuto dal governo degli Stati Uniti.
Suyapa Portillo: L’alleanza nazionale è al potere dal colpo di Stato del 2009. Da allora, il tasso di criminalità è aumentato in misura estrema. Oltre 200 attivisti ambientalisti sono stati uccisi come molti attivisti LGBT. Giornalisti e difensori dei diritti umani sono minacciati se si battono contro il governo. Molti dei miglioramenti in Honduras dopo gli accordi di pace degli anni ’80 sono stati respinti dall’Alleanza Nazionale. La gente in Honduras considera Hernández un dittatore. Anche se afferma che la criminalità è stata ridotta, ciò che è realmente accaduto è che viene meno segnalata. Il fratello di Hernández è una delle figure di alto profilo collegate al narcotraffico.

Dennis Bernstein: Sappiamo che il governo degli Stati Uniti, guidato da Hillary Clinton (segretaria di Stato) sostenne il colpo di Stato che allontanò l’ex-presidente Zelaya nel 2009. Clinton se ne vantava nella prima edizione della sua autobiografia.
Suyapa Portillo: In Honduras hanno il sopravvento narcotrafficanti e bande. I livelli di violenza sono alle stelle. Assistiamo ad attacchi a difensori dei diritti umani, sindacalisti, femministe. L’Honduras merita una diversa forma di governo. Quando Hillary Clinton si vantava del colpo di Stato e l’amministrazione Obama si rifiutò di chiamarlo tale, avviarono questi omicidi.

Dennis Bernstein: E’ stata un’elezione importante? Le persone volevano davvero uscire e votare? Si rischia quando si vota in Honduras, in particolare se sei un attivista di base, un insegnante, ecc.
Suyapa Portillo: Il Paese è militarizzato, in particolare i centri della città. Abbiamo visitato tredici centri elettorali a San Pedro Sula, in alcune delle zone più marginate della città, dove la gente si aspettava la maggior parte delle violenze. C’era molta energia ed entusiasmo nonostante la militarizzazione. Il popolo ha votato presto, è tornato a casa e poi è tornato per il conteggio dei voti. Questa partecipazione della cittadinanza è nuova, emerge dal colpo di Stato. Ogni urna aveva il suo conteggio. Abbiamo notato alcune discrepanze: le persone si sono presentate per sapere che avevano già votato o venivano a votare scoprendo che le loro schede non erano disponibili. Abbiamo visto molta tensione tra il personale elettorale e il collegio elettorale controllato dal governo e i cittadini. Alcuni quartieri che abbiamo visitato sono controllati da bande, ma la gente usciva comunque. In quasi tutti i tredici centri elettorali visitati, Nasralla era chiaramente in vantaggio.

Dennis Bernstein: Come spiega questo entusiasmo? Ha parlato delle violenze nel Paese dopo il colpo di Stato. Ma parliamo di alcune lotte di base che hanno spinto la gente a votare numerosa.
Suyapa Portillo: Il 2014 ha visto la formazione della polizia militare, un organismo che non esisteva dagli anni Ottanta. Questo porta le armi militari nei centri urbani. Quando Hernández salì al potere, diede 300 concessioni minerarie ad élite locali e compagnie straniere e il popolo capiva che consegnava il Paese. Queste concessioni entrarono in conflitto diretto con le comunità indigene. S’iniziò a vedere un numero incredibile di omicidi di difensori dei diritti umani e dei diritti della terra.

Dennis Bernstein: Alcuni ritengono che stia cercando di trasformare il Paese in una zona di libero scambio.
Suyapa Portillo: La visione del partito nazionalista è solo arricchirsi ai danni del popolo. Non ci sono aumenti dei salari minimi, non c’è via d’uscita per le persone. Infatti, nel 2014 vedemmo l’esodo di minori non accompagnati. Non c’è davvero futuro per i giovani in Honduras. È impossibile accedere all’istruzione senza soldi. La polizia militare attaccava gli universitari che si organizzavano per la riforma. Ed Hernández ha dato potere a tutta la sua famiglia. Tutti i ministri sono suoi fratelli, sorelle, cugini, il che è non accade dagli anni ’80. Soprattutto, non ci sono posti di lavoro. L’economia non cresce.

Dennis Bernstein: Il governo degli Stati Uniti sa del traffico in Honduras perché gli Stati Uniti sono ampiamente presenti. Quindi non c’è nulla che gli sia segreto.
Suyapa Portillo: Gli Stati Uniti sanno che c’è impunità, non ci sarà mai alcuna indagine sui diritti umani. Spesso, i querelanti vengono uccisi o cedono prima che i casi vengano risolti. Ricordi che l’Honduras era sotto il dominio dei militari dal 1963 al 1980. Per la maggior parte degli honduregni questa è storia recente e non vuole tornarvi. I giovani vogliono un presidente che li rappresenti sulle questioni che gli stanno a cuore. Libre e Nuova Alleanza hanno una proposta che ha senso per loro. Gli attivisti che abbiamo visto erano notevolmente giovani.

Dennis Bernstein: Questa disastrosa politica avviata da Obama e Clinton e intensificata con Trump ha portato a un’ondata emigratoria. È una specie di cinica politica perché vi sono vari politici negli Stati Uniti che dicono alle madri in Honduras e El Salvador quanto sia pericoloso mandare i figli a nord e tuttavia creiamo circostanze per sofferenza estrema e poche scelte.
Suyapa Portillo: Se le persone non riescono a sbarcare il lunario, emigreranno. Dobbiamo anche ricordare la storia delle società in Honduras. United Fruit Company e Dole erano solite fornire posti di lavoro sulla costa settentrionale e poi quando gli uragani colpivano le fabbriche venivano chiuse e i sindacati dispersi. Adesso entrano nuove società non sindacalizzate e sfruttatrici, che istigano le persone ad andarsene. Lungo la costa settentrionale, quasi ogni famiglia ha qualcuno che vive negli Stati Uniti. Il governo deve avere un piano per affrontare l’immigrazione. Che tipo di politiche farà chi vuole rimanere piuttosto che rischiare un viaggio molto pericoloso attraverso il Messico?Dennis J Bernstein ospita “Flashpoints” sulla rete radio Pacifica ed autore di Special Ed: Voices from a Hidden Classroom.

Traduzione di Alessandro Lattanzio