L’intelligence USA sabota il blocco saudita per risolvere la crisi del Golfo

Finian Cunnignham SCF 20.07.2017Una fuga tempestiva dell’intelligence degli Stati Uniti sembra aver minato l’asse saudita nel dannoso scontro con il Qatar. Quindi, l’intelligence statunitense è stata costretta a pesare e sbrogliare la grave crisi del Golfo, dati gli interessi strategici statunitensi nella regione. L’intervento statunitense sembra per ora aver funzionato. Questa settimana il blocco Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Egitto compiva una drastica ritirata riguardo le precedenti richieste draconiane al piccolo Stato gasifero del Golfo Persico del Qatar, secondo Associated Press e New York Times. La ritirata avveniva pochi giorni dopo i rapporti sui media degli Stati Uniti che sostenevano il Qatar nella disputa. Il notiziario NBC citava fonti d’intelligence statunitensi per corroborare un articolo del Washington Post secondo cui il Qatar era vittima della propaganda degli Emirati Arabi Uniti. In altre parole, i media statunitensi amplificavano le agenzie d’intelligence statunitensi nelle manovre sulla crisi del Golfo. “Le false notizie volte a pregiudicare le relazioni del Qatar con gli Stati Uniti hanno svolto un ruolo importante nella divisione diplomatica tra la piccola nazione del Golfo e i suoi vicini, affermano i funzionari statunitensi e del governo del Qatar”, riferiva NBC. Notevole, come notato in una precedenza qui, come l’attribuzione di hackeraggio e disinformazione sul Golfo da parte di intelligence e media degli USA contraddicesse le precedenti notizie pubblicate dalla CNN. Il mese scorso, CNN esaltò una relazione “esclusiva”, citando fonti d’intelligence statunitensi che accusavano la Russia per la crisi del Golfo. Evidentemente, tali rivendicazioni statunitensi contro la Russia sono false. C’è la buona ragione di credere che la nuova versione dell’hackeraggio nel Golfo incentrata sugli EAU sia credibile. Questo lo dicono i qatarioti da sempre. Cioè, che la loro agenzia stampa ufficiale fu vittima del discredito di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, con l’obiettivo d’invocare il blocco sul Paese, incentrato sulle misere rivalità tra gli Stati arabi del Golfo, principalmente tra il regno saudita ricco di petrolio e lo Stato qatariota ricco di gas. L’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha riguardato false affermazioni apparentemente fatte dal governante del Qatar, Shayq Tamim bin Hamad al-Thani, in cui lodava l’Iran come “potenza islamica”; dichiarazione insignificante nei regni arabi dominati da sunniti. Questo il 24 maggio. In pochi giorni, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrayn ed Egitto ruppero i rapporti diplomatici e commerciali con il Qatar, accusandolo di sostenere il terrorismo.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump svolse un ruolo inusuale nel provocare la crisi del Golfo. Il suo primo sostegno all’Arabia Saudita e la sua censura unilaterale del Qatar indubbiamente incoraggiarono Riyadh e partner ad inasprire il blocco. Tali richieste al Qatar includevano il versamento di compensi ai vicini del Golfo per danni presumibilmente causati dal terrorismo e la chiusura del notiziario al-Jazeera di Doha. Il Qatar ignorò la scadenza e affermò che non avrebbe fatto concessioni. A quel punto, le teste più fredde di Washington si resero conto che Trump si era infilato nel Golfo come un toro in un negozio di porcellane e il suo intervento sconsiderato sconvolgeva l’equilibrio strategico statunitense nella regione petrolifera. I qatarioti scoprirono che, a causa dell’impulsività di Trump, il blocco dell’Arabia Saudita si era sovraesposto nell’ambizione di colpirli. Sapevano che gli Stati Uniti non potevano permettersi una divisione tra gli alleati arabi, con l’implicazione che tale scisma possa rafforzare l’Iran e minare il sistema globale del petrodollaro. Il segretario di Stato degli USA Rex Tillerson cercò di rimediare al sostegno sconsiderato di Trump ai sauditi, arrivando a definire le richieste saudite al Qatar “irrealistiche”. Le fughe dell’intelligence sui maggiori media statunitensi di questa settimana, sostengono le affermazioni del Qatar di essere vittima del discredito del campo saudita (EAU), avendo l’effetto di ammorbidire l’imperiosa posizione di quest’ultimo. L’Arabia Saudita e gli altri indicavano di aver ritirato le 13 richieste draconiane. Ora vi sono solo sei richieste, vaghe al punto che si potrebbero firmare. Questa è una spettacolare ritirata. Soprattutto, le precedenti richieste di riparazioni finanziarie al Qatar e della chiusura di al-Jazeera sono state abbandonate. Il New York Times ha descritto gli sviluppi con termini anodici come “passo che potrebbe aprire la strada a una prima risoluzione della crisi”. Un resoconto più accurato affermerebbe che il campo saudita ha capitolato sull’intransigenza verso il Qatar. E le fughe dell’intelligence statunitense presso gli obbedienti media statunitensi hanno accelerato tale capitolazione.
Gli interessi strategici statunitensi erano semplicemente troppo alti perché Washington rischiasse il prolungamento della crisi del Golfo. L’intervento spiacevole di Trump, inizialmente a sostegno dei sauditi, minacciò di stravolgere il Golfo. Sottomettere Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, svelando chi aveva diffuso disinformazione sull’hackeraggio sul Qatar, è stato il modo migliore per gli Stati Uniti di stringere i ranghi. La drammatica ritirata dell’asse saudita di questa settimana, dopo le fughe dell’intelligence statunitense sui media, è la prova che Washington ha richiamato i clienti arabi. E altrettanto importante è il modo con cui intelligence e media degli Stati Uniti hanno ritenuto opportuno smantellare i precedenti tentativi d’infangare la Russia con false notizie sul Golfo.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017

Baldwin Lonsdale

I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandese Shell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della Fondazione Phoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).

Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’Arabia Saudita verso la guerra civile

William Craddick, Disobedient Media 29 giugno 2017Dopo decenni durante i quali ha svolto il ruolo di intermediario tra Stati, affermandosi come potenza regionale, la politica dell’Arabia Saudita d’ingerenza nei Paesi vicini e di supporto al terrorismo sembrano aver esacerbato i problemi del Paese che potrebbero minacciare di precipitare nel caos. La crescente insoddisfazione con l’introduzione dell’austerità, i problemi economici legati alla fluttuazione dei prezzi del petrolio e i segni di disaccordi nella casa reale sul successore di re Salman bin Abdulaziz al-Saud, indicano che le avventure all’estero dei sauditi prepararono la tempesta perfetta per un conflitto civile che porterebbe ad ulteriore instabilità in Medio Oriente. La perturbazione appare mentre Stati come Iran e Turchia si pongono a potenziali concorrenti per la leadership del mondo arabo.

I. L’Arabia Saudita vive crescenti segnali d’instabilità
L’Arabia Saudita subisce vari problemi che contribuiscono alla destabilizzazione interna. Ad aprile, Bloomberg riferiva che re Salman fu costretto a ripristinare bonus e indennità per i dipendenti statali, respingendo l’ampia riforma dei programmi di austerità in Arabia Saudita. Il governo saudita insisteva che la decisione era dovuta a “maggiori ricavi attesi”, nonostante gli osservatori notassero a marzo che le riserve di valuta estera dell’Arabia Saudita si erano ridotte di un terzo mentre i membri del Consiglio cooperazione del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Arabia Saudita, Oman, Qatar e Quwayt, videro il loro rating ridursi mentre erano sempre più in disaccordo su una politica estera comune verso l’Iran. I crescenti problemi finanziari del regno sono spiegati in parte dai prezzi del petrolio bassi. Nel gennaio 2016, The Independent osservò che il calo dei prezzi del petrolio minava i programmi di spesa dell’Arabia Saudita, con un terzo dei giovani di 15-24 anni del Paese non lavora. The Journal of Science and Engineering Petroleum ritiene che l’Arabia Saudita raggiungerà il picco nella produzione di petrolio entro il 2028, ma questo sarebbe un eufemismo incredibile. The Middle East Eye citava esperti statunitensi precisare che le esportazioni di petrolio dell’Arabia Saudita iniziarono a diminuire nel 2006, diminuendo annualmente dell’1,4% l’anno dal 2005 al 2015. Citigroup riteneva che il regno potrebbe esaurire il petrolio per l’esportazione entro il 2030. La fine della vacca da mungere del regno probabilmente causerà problemi nella nazione che The Atlantic definiva gestita come una “sofisticata organizzazione criminale“.

II. L’aumento dei segnali di conflitti interni in Arabia Saudita
Vi sono varie indicazioni che la famiglia reale dell’Arabia Saudita sappia molto anche sui conflitti interni. Re Salman ha causato un grave sconvolgimento adottando il passo controverso di revisionare completamente le regole della successione nominando il figlio Muhamad bin Salman principe ereditario. Tale passo è pericoloso perché ha causato una divisione nella famiglia reale. La rivista Foreign Policy osservava che le forze di sicurezza dell’Arabia Saudita non sono sotto il controllo di un unico comandante, il che significa che l’esercito corre il rischio di fratturarsi nel conflitto interno. Nel 2015, The Independent parlò con un principe saudita che rivelò che otto degli undici fratelli di Salman erano scontenti della sua leadership e che intendevano dimetterlo per sostituirlo con l’ex-ministro dell’Interno principe Ahmad bin Abdulaziz. NBC News rivelò che la promozione del figlio di Salman a principe ereditario ha anche fatto arrabbiare il principe Muhammad bin Nayaf, che lo precedeva nella linea di successione ed è noto per la posizione dura nei confronti dell’Iran. Il 28 giugno 2017, il New York Times riferì che a Nayaf fu impedito di lasciare l’Arabia Saudita, venendo confinato nel suo palazzo di Gedda, dove le sue guardie venivano sostituite da quelle fedeli a Muhamad bin Salman. Nayaf governa la regione orientale dell’Arabia Saudita, descritta come provincia pronta a ribellarsi in caso di conflitto civile, per via della grande popolazione sciita. È generalmente considerato uno dei principali sostenitori dell’esecuzione, nel 2016, dello sciita Nimr al-Nimr, passo che suscitò grande rabbia presso gli iraniani. La famiglia di Nayaf ha anche legami storici con gruppi di insorti utilizzati dall’Arabia Saudita come strumento di politica estera. Suo padre, Nayaf bin Abdulaziz al-Saud, fu ministro degli Interni e monitorava i servizi segreti, la polizia, le forze speciali, l’agenzia d’interdizione della droga dell’Arabia Saudita e le forze dei mujahidin. Re Salman utilizza la guerra nello Yemen per contrastare le élite insoddisfatte per via di ciò che The Washington Post descrisse come un’ondata di sentimenti nazionalisti tra i cittadini. La decisione fu anche un tentativo di adottare misure attive contro il sostegno iraniano ai ribelli huthi nello Yemen e impedire la destabilizzazione della primavera araba. Ma se l’intervento può aver dato all’Arabia Saudita vantaggi a breve termine, ha anche contribuito ad inasprire le fratture in Medio Oriente permettendo agli Stati vicini di adottare misure per sostituire l’Arabia Saudita a potenza dominante nella regione.

III. I cambiamenti geopolitici aumentano la probabilità di conflitto
Non solo lo Yemen preoccupa i sauditi. Anni di interferenze ora spingono il Regno a condurre sempre più gli affari esteri col fine di evitare la destabilizzazione interna ed equilibrare la situazione regionale. Il rilascio da WikiLeaks di dispacci diplomatici e del ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita dimostrano che i funzionari s’impegnano a voler distruggere il regime siriano per il timore che il governo di Assad attui una rappresaglia distruttiva per la guerra civile. L’Arabia Saudita ha contribuito ad alimentare la guerra sostenendo gruppi terroristici. I cablo del dipartimento di Stato pubblicati da Wikileaks mostrano che l’Arabia Saudita è considerata il maggiore finanziatore dei gruppi terroristici sunniti nel mondo. Ma sugli interventi all’estero, il terrorismo è uno strumento di politica estera utilizzato per indirizzare al meglio l’energia distruttiva. Ci sono da tempo timori che il metodo non funzioni e creino problemi ai finanziatori del terrorismo. Le forze di sicurezza saudite hanno regolarmente avuto problemi d’infiltrazione dai gruppi terroristici. Nel 2001, Stratfor osservò la crescente preoccupazione della famiglia reale sull’aumento di simpatizzanti del terrorismo tra i militari, per via del timore che alcuni gruppi di insorti non fossero amichevoli verso il regno. Gruppi terroristici come lo SIIL negli ultimi anni hanno effettuato vari attacchi contro obiettivi sauditi, tra cui attentati suicidi contro la città santa islamica di Medina e la Grande Moschea della Mecca. Tradizionalmente, il potere in Medio Oriente fu diviso tra i governi israeliani e sauditi. Questo ordine regionale potrebbe comunque iniziare a cambiare, a causa della combinazione tra strategia fluttuante degli Stati Uniti e tentativi di altri Stati del Medio Oriente di divenire i principali attori della regione. Nel marzo 2016, Julian Assange osservò su New Internationalist che gli strateghi statunitensi come John Brennan vedevano sempre più il rapporto israelo-saudita come ostacolo agli interessi strategici degli USA, soprattutto verso l’Iran. Tale cambiamento politico attualmente si riproduce con la crisi in Qatar. Il Qatar storicamente si era posto da centro diplomatico in Medio Oriente, rimanendo vicino a Iran e diversi gruppi di insorti, come i taliban, che lo vedevano come luogo di negoziati. Le e-mail di John Podesta rivelano che il Qatar ha sostenuto gruppi terroristici come lo SIIL assieme all’Arabia Saudita, ma con l’intenzione di competere con altri gruppi terroristici. Fazioni supportate dal Qatar sono al-Qaida, al-Nusra, Hamas e taliban. Inoltre, al-Jazeera, media del Qatar, ha provocato l’Arabia Saudita fornendone una visione inquietante sui problemi in precedenza non riconosciuti in Medio Oriente (anche se una copertura critica della politica del Qatar fu risparmiata). NPR ha anche osservato che il Qatar era apertamente in competizione con l’Arabia Saudita durante la primavera araba, quando sostennero opposte fazioni in Paesi come l’Egitto. Il conflitto con il Qatar crea il rischio molto reale che le ostilità possano diffondersi in Arabia Saudita, dato il supporto di entrambi ai gruppi terroristici. Lo scontro recente ha rivelato anche la nascita di un nuovo ordine in Medio Oriente: tra Stati che difendono il vecchio rapporto israelo-saudita e chi vuole rimodellare i rapporti di forza. L’Arabia Saudita è sostenuta da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Bahrayn, Yemen e Maldive. Il Qatar è sostenuto dagli avversari regionali dell’Arabia Saudita, Iran e Turchia. La Turchia ha continuato ad accrescere il proprio ruolo in Medio Oriente negli ultimi anni ed è visto dagli Stati Uniti come attore adatto a bilanciare l’influenza saudita in Paesi come il Pakistan. Turchia e Iran ora sfidano attivamente l’Arabia Saudita con la Turchia che schiera truppe in Qatar e l’Iran che sostiene il piccolo Stato del Golfo con aiuti alimentari. Se i due Stati sopravvivono a destabilizzanti colpi di Stato e terrorismo, possono trarre vantaggio da qualsiasi futura riduzione dell’influenza saudita.

IV. I pericoli di un conflitto civile saudita
Una guerra civile o conflitto interno in Arabia Saudita raggiungerebbe rapidamente una dimensione internazionale. Le aziende della difesa sono sempre più corteggiate dai fondi sauditi, nell’ambito dei piani per rivedere l’esercito, cui una parte comprende il recente accordo da 100 miliardi con gli Stati Uniti. L’Arabia Saudita ha utilizzato sempre più aziende militari private come la Blackwater, che attualmente forniscono personale alla coalizione saudita nello Yemen. Lo spettro della proliferazione nucleare nel Medio Oriente solleva anche il timore che le armi possano cadere nelle mani sbagliate o di un impiego indiscriminato. Le dichiarazioni del 2010 del direttore di al-Jazeera, ripetute da Julian Assange, secondo cui il Qatar ha un’arma nucleare. L’Arabia Saudita è anch’essa sospettata di avere armi nucleari. Nel 2013, BBC News riferì che l’Arabia Saudita aveva armi nucleari “ordinate” dal Pakistan, il cui programma nucleare fu finanziato dai sauditi. Nel 2012, i sauditi firmarono anche un accordo di cooperazione nucleare con la Cina secondo cui Riyadh avrà 16 reattori nucleari dal 2030. L’acquisizione di armi di distruzione di massa da parte dei Paesi arabi preoccupa i funzionari dei servizi segreti israeliani, che temono che i Paesi che acquistano tali sistemi d’arma non li useranno in modo efficace. Se il conflitto con il Qatar (o in una delle altre regioni in cui l’Arabia Saudita è intervenuta) va fuori controllo, la possibile proliferazione di sistemi d’arma nucleari pone un serio pericolo. Conflitti internazionali e regionali ed operazioni terroristiche creano il rischio che tali armi possano essere utilizzate intenzionalmente o inavvertitamente. Una guerra civile saudita crea anche pericoli per la comunità internazionale, in quanto ci sarebbero gravi problemi se le città sante di Mecca e Medina venissero danneggiate da un conflitto. Il calo delle riserve di valuta estera, per la diminuzione della fornitura di petrolio, conflitti nella famiglia reale e la minaccia sempre presente che le reti terroristiche danneggino i loro finanziatori, indicano che l’Arabia Saudita è in crisi. Il conflitto del Qatar continua ad aggravarsi e le vere domande non dovrebbero porsi sulla possibile fine del terrorismo o sull’etica di vendere nuove armi ai Paesi arabi, ma su ciò che il mondo spera sia il Medio Oriente una volta che la polvere si sia depositata.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO

Come la NATO giustifica il nazismo lettone
Russie Politics 13 luglio 2017La NATO diffonde un video per legittimare la lotta dei “partigiani” nazisti lettoni, i “fratelli della foresta”, camuffandoli da grandi combattenti contro i russi. Oltre a riscrivere la storia, è quasi un invito all’omicidio dei russi e della Russia. Il video della NATO inizia confondendo soldati degli eserciti “russo” e “sovietico”. L’idea è mostrare che i “fratelli della foresta” combatterono i russi e non i sovietici, dato che i lettoni facevano parte dell’esercito sovietico… Poi si spiega che quei “pochi uomini” erano civili inermi costretti dalla situazione a combattere “l’occupante” russo, che dopo la Seconda guerra mondiale occupò i territori liberati. Ricordiamo che l’Armata Rossa liberò l’Austria e si ritirò pochi anni dopo perché 1) non vi era alcuna volontà della gente di passare dal capitalismo al sistema comunista; 2) perché l’Austria non fece mai parte dell’impero russo, a differenza della Lettonia. La cosiddetta “occupazione” della Lettonia da parte dei comunisti ed adesione all’URSS sono spiegati dal fatto che la grande indipendenza lettone si ebbe dopo la caduta dell’Impero russo. Tutto qui. Poi i quadri comunisti del Paese erano appunto lettoni. Il video mostra persone testimoniare tale epica lotta patriottica della Lettonia contro l’occupazione sovietica. Occupanti che ebbero la sfortuna di liberare il Paese, ovviamente contro la sua volontà, dai nazisti piuttosto ben apprezzati. Negli anni ’40, i lettoni o erano nelle file dell’Armata Rossa e dei suoi partigiani, venendo poi perseguitati, o nell’esercito nazista e nella sua Polizei ed altri ausiliari che massacravano allegramente. La strana neutralità “dei lettoni” è un nuovo mito usato per giustificare la riscrittura della storia e legittimare la politica russofoba, paradigma internazionale “della lotta del bene contro il male”. La portavoce del Ministero degli Esteri russo Zakharova ha reagito al video ricordando che i “fratelli della foresta” furono creati e finanziati da servizi segreti occidentali dopo la Seconda guerra mondiale per respingere politicamente l’URSS dopo la vittoria militare. Perciò arruolarono i collaborazionisti della Polizei, dell’amministrazione lettoni, ufficiali e soldati lettoni al servizio delle SS. In breve, per nulla persone di tutto rispetto. Tale organizzazione compì oltre 3000 aggressioni principalmente contro la popolazione civile, fino alla metà degli anni ’50.

Sul mito della neutralità lettone
Della partecipazione lettone alle SS nel 1941 – 1945, una pagina intera è disponibile sul sito del Ministero degli Esteri russo. Si tratta della famigerata legione lettone, un’unità delle Waffen SS composta da due divisioni: la 15° Divisione e la 19° Divisione Waffen Grenadier delle SS, la cui memoria è ancora celebrata con una sfilata a Riga, anche se il Paese fa parte dell’Unione europea. Su ciò, il nostro testo L’Europa ama i nazisti perché odiano la Russia. Durante la guerra, la legione SS lettone partecipò a pogrom, pulizia etnica degli ebrei, persecuzione dei comunisti, fucilazioni di massa di civili, ecc. Proprio sul piccolo territorio di tale mini-Paese furono creati tra il 1941 e il 1945 esattamente 46 carceri, 23 campi di concentramento e 48 ghetti. Secondo i dati ufficiali, solo i collaborazionisti delle SS lettoni uccisero 313798 civili (tra cui 39835 bambini) e 330032 soldati sovietici. Dall’autunno 1941 basandosi sui battaglioni di autodifesa furono addestrati dalle SS i battaglioni della Polizei incaricati del lavoro sporco. Alcuni furono inviati a combattere i partigiani nella regione russa di Pskov o in Bielorussia. 41 battaglioni di 300-600 persone furono quindi costituti in Lettonia (23 in Lituania e 26 in Estonia). Durante la guerra, i battaglioni lettoni furono integrati nell’esercito nazista e nelle strutture delle SS: brigate motorizzate, legione SS lettone, brigate di volontari, ecc. Erano i collaborazionisti delle SS a formare le fila dei “partigiani” “fratelli della foresta”. Ma di tutto questo la NATO non parla, logicamente. Essa sviluppò tali organizzazioni naziste dopo la Seconda guerra mondiale, per combattere fisicamente contro l’Unione Sovietica e la Russia, ed oggi usa immagini “photoshoppate” dell’epoca sempre contro la Russia, questa volta in una guerra virtuale. Anche se il video è al limite dell’istigazione a delinquere…
Dovremmo lasciar giustificare l’orrore contro cui i nostri padri combatterono? A meno che non abbiamo tutti la stessa storia…La Russia nel mirino dei relitti nazisti della NATO
La NATO produce un documentario divertente e motivante sulla guerriglia delle Waffen-SS che non mollarono mai!
Russia Insider 14/7/2017

Prima di concentrarsi sugli sforzi difensivi bombardando nazioni del terzo mondo, la NATO si specializzò nell’armare ed addestrare le forze “di retrovia” in Europa che difendessero i valori occidentali con il terrorismo attribuito poi ai socialisti locali. Tale capitolo orgoglioso della storia della NATO è noto come Operazione Gladio. Ma prima di Gladio, c’erano i fratelli della foresta, un’accozzaglia di legionari delle SS e altri amici della democrazia armati dalle agenzie d’intelligence occidentali per permettere alla guerriglia nel Baltico di uccidere molti civili. Non sorprende che la NATO abbia deciso di onorare tali mitiche creature forestali delle SS producendo un breve “documentario” completo di costumi. Dmitrij Rogozin, Viceprimo Ministro russo e ex-inviato presso la NATO, sa di cosa si tratta: “La NATO ha pubblicato un video sui “Fratelli della foresta” che uccidono i nostri soldati. Ciò conferma che abbiamo a che fare con i resti nazisti della NATO
Dmitrij Rogozin (@DRogozin) 13 luglio 2017
Così Zakharova, ovviamente: “Il video della NATO sui combattenti filonazisti negli Stati baltici è disgustoso e tenta di riscrivere la storia
Ambasciata russa del Regno Unito (@RussianEmbassy) 13 luglio 2017
RT: “Zakharova ha invitato storici, giornalisti e scienziati politici a non rimanere indifferenti su tale nuovo tentativo di distorcere la storia. “Non si rimanga indifferenti, è una perversione della storia che la NATO diffonde coscientemente per minare l’esito del tribunale di Norimberga e vi va posto fine!” ha scritto, ricordando anche che molti dei fratelli della foresta erano collaborazionisti dei nazisti e membri della SS Waffen baltiche, e che tali guerriglieri uccisero migliaia di civili nelle loro incursioni”.
Sfortunatamente, il quadretto di famiglia amichevole della NATO non dà il giusto merito alle persone responsabili di tutto ciò: “Fate una ricerca su google.
Dall’Estonia.
Malinka (@ Malinka1102) 12 luglio 2017Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto (la lista continua)

Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto

Pensavate che la scia di morte riguardante persone e personaggi collegati alla famiglia Clinton e relativa fazione fosse finita dopo l’elezione di Trump? Sbagliato. Questi morti continuano ad accumularsi.

Link: Una scia di morte: oltre 100 persone vicine ai Clinton morte in modo sospetto