Come Maduro risponde alla nuova offensiva imperialista

Venezuela Infos 4 maggio 2018

Roger Noriega, ex-assistente del Segretario di Stato per gli affari dell’emisfero occidentale, noto “falco” alleato diretto dei golpista e terroristi della destra latinoamericana, pubblicava sul New York Times un articolo intitolato: “Le opzioni sono esaurite per il Venezuela” dove ribadiva la richiesta di altre politiche repubblicane a favore del colpo di Stato militare per rovesciare il Presidente Nicolas Maduro. Altri funzionari della politica estera degli Stati Uniti rilasciavano dichiarazioni simili a quelle del vicepresidente Mike Pence che annunciava che i prossimi Paesi da liberare saranno “Nicaragua, Venezuela e Cuba”, o Mike Pompeo, ex-capo della CIA e nuovo segretario di Stato degli Stati Uniti, che autorizzava un nuovo gruppo di diplomatici statunitensi nel promuovere il cambio in Venezuela. La giornalista Stella Calloni rilasciava un nuovo documento dal Comando Sud delle Forze Armate statunitensi, firmato dall’ammiraglio Kurt Walter Tidd, che spiega in undici pagine, metodicamente ciò che gli Stati Uniti intendono fare per impedire la vittoria del Presidente Nicolás Maduro alle elezioni del 20 maggio o, in caso di fallimento, usare il potere mediatico per lanciare e giustificare un intervento. Tale piano denunciato dal Presidente Evo Morales fu redatto prima dell’organizzazione delle elezioni presidenziali del 20 maggio, conferisce un ruolo all’opposizione ma ne riconosce anche l’inefficienza data la mancanza di base sociale, e divisioni, prevaricazione e corruzione che vi regnano. L’esercito statunitense parla di “rinascita della democrazia” in America Latina e cita l’esempio di Brasile, Ecuador e Argentina. Ritiene che sia arrivata la volta del Venezuela. Se, come indicano la maggior parte dei sondaggi di aziende private, Nicolás Maduro vince alle urne, verrà schierato ogni strumenti del Pentagono per la guerra psicologica per creare un clima favorevole all’azione militare. A tal fine, afferma il documento, lavorano con Paesi alleati degli Stati Uniti, Brasile, Colombia, Argentina, Panama e Guyana, per preparare una forza congiunta sotto la bandiera dell’OAS, l’Organizzazione degli Stati americani, e sotto la supervisione del suo Segretario Generale Luis Almagro. Il comando meridionale utilizzerà basi in Colombia, strutture di sorveglianza elettronica regionali, ospedali e enclavi nella foresta panamense di Darién, così come le ex-basi di Howard e Albrrok nella zona del canale. La prima fase del piano è già in corso: consiste nell’aggravare i problemi interni del Venezuela, in particolare carenza di cibo e beni di prima necessità, blocco alla valuta estera, esacerbazione della violenze, esaurimento del potere d’acquisto della moneta nazionale e, allo stesso tempo, lanciare l’apparato della propaganda per accusare il governo di Nicolás Maduro delle crisi, e accusar lui e i suoi principali collaboratori di presunta corruzione.
Dopo il fallimento delle “guarimbas” (violenze di estrema destra) organizzate da aprile a luglio 2017 e presentate dai media internazionali come “rivolta popolare”, la destra concentrava gli sforzi sul terreno economico, rafforzando variabili come aumento dei prezzi, tasso di cambio e contrabbando. Di fronte a questa sfaccettata guerra che mira a minare il sostegno popolare al chavismo, il Presidente Nicolas Maduro accelera la risposta moltiplicando la distribuzione di cibo sovvenzionato alla popolazione. Allo stesso tempo, colpisce il cuore del sistema capitalista: i capi della megabanca privata Banesco, impegnata nel massiccio traffico di valuta venezuelana e riciclaggio di denaro, furono arrestati e la banca posta sotto tutela pubblica. All’apice della ricchezza petrolifera, Banesco aprì la via alla fuga di capitali verso paradisi fiscali come Repubblica Dominicana, Colombia, Panama, Porto Rico e Florida (Stati Uniti) dove iniziarono ad apparire filiali della Banesco con un capitale molto più alto, come nel famoso caso Banesco Panamá, rispetto a grandi banche statunitensi come Citibank. Fino a poco tempo prima, l’ascesa di Banesco fu presentata conseguenza delle grandi qualità del suo fondatore, Juan Carlos Escotet. Tuttavia, nel 2015, Banesco Panamá fu multata per 614000 dollari per aver violato le norme sulla prevenzione del riciclaggio di denaro e del finanziamento del terrorismo. Il mito ebbe la sua prima dose di realtà…
Nel frattempo, al confine con la Colombia, l’operazione “mani di carta” smantella il contrabbando di banconote venezuelane e riciclaggio di dollari dalla mafia colombiana per acquistare beni sovvenzionati dal governo bolivariano e rivenderli a 100 volte il prezzo sul mercato colombiano. Le autorità nazionali e regionali hanno scoperto molti hangar con passaggi segreti dove riso, burro, zucchero, olio, fungicidi e una grande quantità di alimenti protetti dallo Stato venezuelano furono raccolti e imballati dai mafiosi con imballaggi colombiani. Per non parlare del massiccio traffico di benzina, una flotta di camion cisterna. Nella capitale furono scoperti depositi di cibo monopolizzato poi ridistribuito alla popolazione dai comitati di approvvigionamento. Per proteggere i salari dei lavoratori, Maduro decretava il 30 aprile l’ulteriore aumento del 95% della retribuzione legale, annunciava l’aumento delle indennità e una copertura del 100% dei pensionati, e moltiplicava le assegnazioni ai più vulnerabili: anziani, studenti, donne incinte, donne che allattano, ecc. La replica delle catene di distribuzione come produzione e vendita, era per l’80% nelle mani private, consisteva nell’aumentare i prezzi il giorno seguente. Maduro annunciava che se sarà rieletto il 20 maggio fermerà la mafia dei supermercati e rilancerà il “governo della piazza”, città per città, rafforzare il controllo della distribuzione da parte dei cittadini e del governo.
Il candidato dell’opposizione presidenziale, Henri Falcon, affermava che con la dollarizzazione del Venezuela, si conquisterebbe la fiducia delle organizzazioni internazionali come Banca mondiale (WB) e Fondo monetario internazionale (FMI). Il Presidente Nicolás Maduro considera al contrario, di rendere il Paese indipendente dal dollaro, creando la divisa Petro: “Che un Paese come il nostro possa avere una propria valuta internazionale sarebbe un successo senza precedenti nel mondo” aggiunse riferendosi al Petro lanciato dal governo bolivariano“.

5 aree di lavoro
Nell’ambito del coordinamento della proposta del Presidente, il Comitato economico stabiliva diverse aree di lavoro: sicurezza e sovranità alimentare, nuova architettura finanziaria per la gestione delle finanze pubbliche, rapporto col capitale straniero, economia di produzione, nuovo modello economico che esponga le motivazioni all’Assemblea costituente e problema dell’energia dai diversi punti deboli. Uno di questi è PDVSA Gas Communal: servizio diretto e distribuzione in bombole parte essenziali del lavoro data l’importanza che hanno nelle case. Inoltre, il problema dei flussi di raffinazione fu enfatizzato per valorizzare lavorazione, sfruttamento ed estrazione del greggio. Alla domanda sul destino delle maggiori riserve petrolifere del mondo, il deputati Paravisini dichiarava che le risorse della Hugo Chávez Orinoco Oil Belt continuano ad essere utilizzate come strumento di geopolitica globale. “Chiunque voglia petrolio deve adattarsi alle condizioni stabilite dallo Stato. Si prevede addirittura di stabilire condizioni più severe con questo rapporto di proprietà: 60% alla Repubblica e 40% all’investitore privato da associare che porta tecnologia oltre al finanziamento“. La democratizzazione della gestione dell’industria deve continuare perché nonostante il controllo del governo su Petróleos de Venezuela (PDVSA) che, prima del colpo di Stato e dello sciopero del 2002-2003 contro il Presidente Hugo Chávez, era controllato da “una casta burocratica” che si faceva chiamare meritocrazia, continua a essere gestita da una struttura strettamente legata ai poteri delle multinazionali. Il decreto presidenziale 3368 pubblicato il 12 aprile nella Gazzetta Ufficiale del Venezuela n. 41376, rappresenta un passo in questa direzione. Lo scopo è riorganizzare le operazioni petrolifere e ridurre al minimo la burocrazia nell’impresa statale e nelle joint venture per ripristinarne la capacità produttiva. “L’attività dell’industria petrolifera si è totalmente distorta. Da una cosiddetta acquisizione di tutte le variabili con la nazionalizzazione del petrolio nel 1975 che in realtà diventò un Ministero del Petrolio molto forte, ma con un’industria in realtà gestita dalle multinazionali attraverso prestanomi, passiamo ad un’altra in cui entrambi i lati vanno controllati dallo Stato“. Ciò ne ha determinato il rafforzamento sul momento, ma in pratica “abbiamo perso il controllo sul problema del petrolio. Oggi, l’abbiamo perso nell’industria e abbiamo perso la forza del ministero“, dichiarava Paravisini, dell’Assemblea costituente. “PDVSA era una creazione dell’imperialismo e della CIA. Rómulo Betancourt, inizialmente, si oppose alla sua creazione e quindi l’accettò a condizione che le compagnie fossero dirette dagli ex-direttori delle transnazionali”, ricordava.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il massacro di Gaza illustra l’ipocrisia occidentale

Finian Cunningham SCF 18.05.2018Questa settimana, il Presidente Vladimir Putin inaugurava il ponte di 19 chilometri che collega la Crimea alla Russia meridionale. A migliaia di chilometri di distanza, nella Palestina occupata, i soldati israeliani compivano un massacro col pieno appoggio degli Stati Uniti mentre apriva la nuova ambasciata. I due eventi non sono così distanti come si potrebbe pensare a prima vista. Entrambi implicano l'”annessione”; una fittizia e l’altra molto reale. Ma l’ipocrisia occidentale inverte la realtà. Mentre i dignitari statunitensi aprivano la nuova ambasciata USA a Gerusalemme, in pompa magna, circa 60 manifestanti palestinesi disarmati venivano uccisi a sangue freddo dai cecchini israeliani. Tra i morti c’erano otto bambini. Migliaia di altri furono mutilati dal fuoco vivo. Il bagno di sangue potrebbe crescere nei prossimi giorni. Il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme occupata da Israele, ordinata dal presidente Trump, è stata rimproverata dalla maggioranza delle nazioni. La mossa preclude qualsiasi accordo di pace negoziato che avrebbe dovuto lasciare in eredità Gerusalemme Est capitale di un futuro Stato palestinese. La decisione di Trump di trasferire l’ambasciata USA sostiene le affermazioni israeliane sull’intera Gerusalemme come “capitale indivisa dello Stato ebraico”. Israele occupa Gerusalemme, scontrandosi con la legge internazionale, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967. In altre parole, Washington è passata dall’accettazione tacita ad una politica apertamente complice dell’annessione israeliana del territorio palestinese, un’annessione che va avanti da settant’anni, dalla nascita dello Stato d’Israele nel 1948. L’approvazione, di fatto, dell’annessione di Gerusalemme segnata dall’apertura dell’ambasciata statunitense, è il culmine di 70 anni di espansione e occupazione israeliana.
Nel frattempo, Putin svelava il ponte che collega la terraferma del sud della Russia alla penisola di Crimea, promemoria puntuale della sfacciata ipocrisia degli Stati occidentali. Da quando la Crimea votò il referendum del marzo 2014 per ricongiungersi alla patria Russia, Washington ed alleati si sono continuamente lamentati della presunta “annessione” di Mosca della penisola sul Mar Nero. Non importa che il popolo di Crimea fu indotto a tenere il referendum sull’adesione dopo il sanguinoso colpo di Stato in Ucraina contro un governo legittimo, da parte dei neo-nazisti sostenuti dalla CIA nel febbraio 2014. Il popolo della Crimea votò un referendum pacificamente costituito per separarsi dall’Ucraina ed unirsi alla Russia, di cui storicamente faceva parte fino al 1954, quando l’Unione Sovietica assegnò arbitrariamente la Crimea alla giurisdizione della Repubblica Sovietica dell’Ucraina. Negli ultimi quattro anni, i governi occidentali, i loro media corporativi, i loro think-tank e l’alleanza militare NATO guidata dagli Stati Uniti, hanno lanciato un’intensa campagna anti-russa di sanzioni economiche, denigrazione e offese basato sulla pretesa dubbia che la Russia abbia “annesso” la Crimea. Le relazioni tra Stati Uniti ed Unione europea verso la Russia sono congelate da una nuova e potenzialmente catastrofica guerra fredda, presumibilmente motivata dal principio secondo cui Mosca avrebbe violato il diritto internazionale e modificato i confini con la forza. La presunta “annessione” della Crimea è citata come segno che Mosca minaccia l’Europa con un’aggressione espansionista. Putin è stato denigrato come “nuovo Hitler” o “nuovo Stalin” a seconda del proprio analfabetismo storico. Tale distorsione occidentale sugli eventi in Ucraina dal 2014 può essere facilmente contestata da fatti concreti come palese falsificazione per nascondere ciò che era in realtà ingerenza illegale di Washington e alleati europei negli affari sovrani dell’Ucraina. In breve, l’interferenza occidentale riguardava il cambio di regime con l’obiettivo di destabilizzare Mosca e proiettare la NATO ai confini della Russia. Questo è un modo per sfidare la narrativa occidentale su Ucraina e Crimea. Attraverso la valutazione di fatti concreti, come le sparatorie dei cecchini majdaniti sostenuti dalla CIA contro dozzine di manifestanti a Kiev nel febbraio 2014. O l’attuale offensiva filo-occidentale delle forze neo-naziste di Kiev contro le repubbliche del Donbas, nell’Ucraina orientale . Un altro modo è accertare l’integrità del presunto principio giuridico occidentale circa la pratica generale dell’annessione do territori.
Ascoltando l’incessante costernazione espressa da governi e media occidentali sulla presunta annessione della Crimea da parte della Russia, si potrebbe pensare che la presunta espropriazione sia una grave violazione del diritto internazionale. Oh, per quanto cavallereschi si potrebbero pensare Washington ed europei a difesa della sovranità territoriale, a giudicare dal loro apparente giusto rifiuto dell'”annessione”. Tuttavia, l’apertura grottesca dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, accompagnata dal massacro di manifestanti palestinesi disarmati, dimostra che le preoccupazioni professate dagli occidentali sull'”annessione” non sono altro che una diabolica menzogna. In sette decenni di espansione dell’occupazione illegale del territorio palestinese da parte degli israeliani, Washington ed europei non hanno emanato alcuna opposizione. Ma quando si tratta di Crimea, anche se le loro pretese non sono valido, le potenze occidentali non smettono mai di tormentarsi per l’annessione alla Russia, come se fosse il peggiore crimine della storia moderna. Peggio dell’ipocrisia, Stati Uniti ed Unione europea sono silenziosi complici d’Israele nella continua annessione di territorio palestinese, nonostante la violazione del diritto internazionale. I massacri periodici e l’intera popolazione detenuta sotto un brutale assedio nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania non hanno mai registrato alcuna opposizione dalle potenze occidentali. Questa settimana, Washington ha fatto un ulteriore passo avanti, in effetti, esultando l’annessione israeliana del territorio palestinese nel modo più provocatorio, aprendo l’ambasciata nella Gerusalemme occupata. Quindi, oltre a tale violazione del diritto internazionale, abbiamo l’oscenità della Casa Bianca di Trump che difende il massacro di civili disarmati come “autodifesa” dell’esercito israeliano che occupa illegalmente, ed è armato dagli Stati Uniti. La licenza di uccidere dalla Casa Bianca. La patetica, muta risposta di Unione Europea e Nazioni Unite nei confronti di questo terrorismo di Stato e crimine n’espone la vigliacca complicità. L’ambasciatrice degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite Nikki Haley accusava istericamente per mesi la Russia di violazioni in Ucraina e Siria. Eppure, sulla strage di palestinesi di questa settimana, Haley rimaneva muta. Le sue uniche osservazioni erano le congratulazioni ad Israele per la nuova ambasciata degli Stati Uniti nella Gerusalemme occupata. Quindi, la prossima volta che sentiremo Washington ed alleati europei pontificare sull'”annessione” della Russia, l’unica risposta appropriata dovrà essere il disprezzo per la loro vile ipocrisia nei confronti dei diritti e del genocidio dei palestinesi sotto l’occupazione sostenuta dall’occidente.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Trump il fantoccio, tra l’accordo iraniano e l’accordo nordcoreano

Wayne Madsen, SCF 17.05.2018

Dopo aver abrogato illegalmente la firma degli Stati Uniti sull’accordo nucleare congiunto con l’Iran, il JCPOA, Donald Trump non solo è disposto a offrire un accordo nucleare alla Repubblica popolare democratica di Corea, ma ha anche il suo segretario di Stato, Michael Pompeo, addolcisce la prospettiva con una promessa da miliardi di dollari di investimenti nelle infrastrutture della Corea democratica. Nel frattempo, Trump è pronto a istituire sanzioni secondarie contro qualsiasi Paese, compresi i restanti firmatari del JCPOA, che continuano a fare accordi con l’Iran. L’unico Paese che trarrà vantaggio da tale politica di proliferazione nucleare statunitense sconnessa e ipocrita è Israele. E’ il governo di estrema destra del primo ministro israeliano Binyamin Netanyahu, aiutato dalla troika miliardaria ebraico-statunitense di trafficanti d’influenza politica, Sheldon Adelson, Paul Singer e Bernard Marcus, che aveva convinto Trump a spazzare via il JCPOA. Le due nuove aggiunte di Trump al suo team nazionale per la sicurezza e la politica estera, Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, hanno a lungo sostenuto la fine del JCPOA, accusando l’Iran di violarlo. Nulla è più lontano dalla verità, come dimostrato dalle relazioni conclusive sul programma nucleare iraniano dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, dall’intelligence del Mossad e dalla Central Intelligence Agency degli Stati Uniti. Israele preannunciava la resa dei conti con l’Iran, iniziata in Siria, dove unità paramilitari iraniane e gli alleati Hezbollah furono colpiti da attacchi missilistici israeliani. Non così silenziosamente dietro gli israeliani, nel tentativo di provocare l’Iran, ci sono Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrayn. In effetti, il Bahrayn, che ospita la Quinta Flotta della Marina USA e supervisiona la sanguinosa repressione della propria maggioranza sciita, appoggiava apertamente Israele nella resa dei conti con l’Iran nel Golan, in Siria. Il ministro degli Esteri del Bahrayn Qalid bin Ahmad al-Qalifa twittava: “Finché l’Iran cambierà la situazione attuale nell’area e sfrutterà altri Paesi usando il suo potere e i suoi missili, allora ogni Paese in questa regione, anche Israele, ha diritto di difendersi distruggendo la fonte del pericolo“. Il Bahrayn e gli alleati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), ad eccezione dell’Oman, non hanno mostrato tanta simpatia per gli yemeniti massacrati dal genocidio progettato da sauditi ed emirati, col sostegno israeliano e statunitense.
Trump fa regredire le relazioni occidentali con l’Iran e giocando direttamente per conto degli israeliani. Mentre gli agenti d’influenza d’Israele nel dipartimento per il Controllo dei Beni Esteri del dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti (OFAC) hanno stilato le liste di sanzioni primarie e secondarie contro l’Iran, in violazione del JCPOA e, nel caso degli altri partner commerciali dell’Iran, dell’Organizzazione mondiale del commercio, Israele continua a importare segretamente petrolio iraniano da Turchia e i Paesi Bassi. Queste transazioni segrete sono gestite da Eilat-Ashkelon Pipeline Co (EAPC) e Trans-Asiatic Oil, Ltd., che acquistano petrolio dall’Iran sin dai giorni dello Shah. Il petrolio iraniano, raffinato nelle strutture israeliane di Haifa e Ashdod, arriva alle auto guidate degli israeliani tutti i giorni. Gli israeliani nascondono le loro transazioni con la National Iranian Oil Company di proprietà statale, tramite una serie di società di comodo, come la Eilat Corporation, con sede a Panama; e l’holding denominata APC Holdings, con sede a Halifax, in Nuova Scozia; e Fimarco Anstal, società di facciata iraniana a Vaduz, in Liechtenstein. In un caso piuttosto tipico di “fare come diciamo e non come facciamo”, il governo israeliano vuole che le sanzioni all’Iran si applichino a tutti i Paesi tranne Israele. Non solo Israele beneficia economicamente e politicamente delle sanzioni re-imposte sull’Iran, ma potrà raccogliere grandemente i dividendi dall’apertura delle relazioni USA con la Corea democratica. Mentre l’amministrazione Trump vuole imporre sanzioni all’Iran, che ha abbandonato il programma nucleare di concerto col JCPOA e non è mai stato nemmeno vicina a possedere armi nucleari, è disposta a gettare miliardi nello sviluppo economico della Corea democratica, se rinuncia ai propri programma di armi nucleari ed arsenale di testate nucleari. Pompeo, dopo aver incontrato i funzionari nordcoreani a Pyongyang e essersi assicurato la liberazione di tre prigionieri statunitensi in Corea democratica, in preparazione del summit di giugno a Singapore tra Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dichiarava: “Se la Corea democratica intraprende azioni coraggiose per denuclearizzare rapidamente, gli Stati Uniti sono pronti a lavorare per raggiungere la prosperità alla pari dei nostri amici sudcoreani“. Se Pompeo è serio, gli Stati Uniti potrebbero investire miliardi nell’economia nordcoreana per pareggiarla con quella della Corea del Sud. Non saranno gli Stati Uniti a trarre vantaggio da un’economia mista socialista di mercato in Corea democratica, ma un altro Paese e un finto “amico” degli USA che ha intrecciato una relazione occulta con la Corea democratica da decenni: Israele. Non più vincolato dalle sanzioni internazionali imposte alla Corea democratica, saranno le compagnie israeliane, che già hanno contatti nel governo nord-coreano, ad avere potere finanziario in Corea democratica.
I legami clandestini d’Israele con la Corea democratica risalgono alle operazioni dell’Israel Corporation, che controllava Israel Aircraft Industries e Zim Israel Navigation Shipping Company. Eisenberg fu il primo israeliano a stabilire legami commerciali con la Repubblica popolare cinese, che alla fine estese a Corea democratica e Cambogia dei Khmer Rossi. Le principali esportazioni di Eisenberg in Cina e Corea democratica erano le armi. Alla fine della vita, Eisenberg si trovava più spesso a Pechino, dove morì nel 1997, che a Tel Aviv. Come per le attività petrolifere occulte d’Israele con l’Iran, le vendite di armi di Eisenberg a Cina e Corea democratica furono gestite da una società per azioni a Panama denominata United Development, Inc. Il 5 dicembre 2007, il giornale giapponese “Yomiuri Shimbun” riferì che Israele conduceva operazioni segrete con la Corea democratica nei primi anni ’90 coinvolgendo investimenti israeliani su una miniera d’oro della Corea democratica. Il giornale anche riferì che “un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano ricevette una telefonata da un alto funzionario della Corea democratica, che chiese: “Ti piacerebbe tenere colloqui col marito della figlia di Kim Il-sung, Kim Kyong-hui, responsabile dello sviluppo dei missili?”” Il genero del fondatore nordcoreano Kim Il-sung era Chang Song-taek, Primo vicedirettore del Dipartimento Organizzazione e Guida del governo del Partito dei lavoratori coreani. Nel 2004 i media neozelandesi riportarono che l’agente del Mossad Zev William Barkan, alias Lev Bruckenstein, ricercato in Nuova Zelanda per aver illegalmente tentato di ottenerne dei passaporti, si presentò a Pyongyang come consigliere per la sicurezza del governo nordcoreano. Barkan e altri agenti del Mossad erano a Pyongyang per negoziare un accordo per costruire un muro di sicurezza tipo West Bank, lungo il confine con la Cina, che doveva essere dotato di rilevatori di movimento e di apparecchiature per la visione notturna fabbricati in Israele. Il popolo nordcoreano, isolato da così tanto tempo da altre nazioni, è naturalmente diffidente nei confronti degli stranieri. Perciò, il Mossad scelse di affidarsi agli agenti cristiano-evangelici sud-coreani che lavorano nel Nord, individui che potevano integrarsi nella società nordcoreana. Diversi interlocutori israeliani a Pyongyang convinsero il governo di Kim Jong-un che i coreani, come “popolo turco”, sono una delle tribù perdute d’Israele. Il concetto di autosufficienza nordcoreana “Juche” ben si combinava con la politica israeliana del “kibbutzismo”, che sottolinea anche l’autosostentamento. In realtà, gli israeliani cercavano di essere gli intermediari tra Corea democratica e Paesi che attuano sanzioni commerciali dirette contro Pyongyang, proprio come gli israeliani fanno con l’Iran, dagli accordi segreti sul petrolio all’acquisto di pistacchi, caviale e tappeti attraverso intermediari in Turchia. Israele compra annualmente 26 milioni di dollari di pistacchi iraniani, irritando l’industria del pistacchio della California. Marc Rich, sanzionatore statunitense-israeliano-belga-spagnolo-boliviano, era un importante agente del Mossad data la capacità di aggirare le sanzioni di Nazioni Unite e Stati Uniti contro certi regimi pariah, come l’Iran post-rivoluzionario, arricchendo non solo Riche, ma diversi affaristi israeliani.
Rottamando l’impegno degli USA nei confronti del JCPOA e annunciando la disponibilità ad investire miliardi nell’economia della Corea democratica, Trump, autoproclamato maestro dell'”arte degli accordi”, dimostra di essere nient’altro che un fantoccio di Netanyahu ed oligarchi israeliani che evitano le sanzioni in Israele, e finanzieri politici filo-israeliani come Adelson, Singer e Marcus.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Gli Stati Uniti smantellano il controllo degli armamenti

Alex Gorka, SCF 16.05.2018

Gli Stati Uniti si sono ritirati dall’accordo con l’Iran. Il trattato INF è il prossimo. La campagna per chiudere l’ennesimo importante accordo sul controllo degli armamenti già prende piede. Il 10 maggio, il Comitato per i servizi armati della Camera approvava un provvedimento che autorizza il presidente Donald Trump a decidere il destino del trattato INF con la Russia. Questo, aggiunto al progetto di legge sulla difesa, afferma che l’accordo non è più vincolante. Il disegno di legge include fondi per lo sviluppo di un missile da crociera (GLCM) che, se testato, violerà i termini del trattato. Gli Stati Uniti accusavano la Russia di non conformità, ma non avevano mai fornito pubblicamente alcuna prova. Le presunte violazioni venivano utilizzate per giustificare la nuova preferenza de falchi: le munizioni nucleari a bassa potenza installate su SLBM e missili da crociera a lungo raggio. E questo non è solo un desiderio o fantasia vuota, ma vera e propria raccomandazione della Rivista della postura nucleare del 2018. In realtà, l’idea di abbandonare il trattato non è nuova; veniva sventolata da tempo, spingendo il poderoso accordo sull’orlo dell’oblio. Il piano per il missile da crociera a testata nucleare è un altro esempio di come gli Stati Uniti erodano il regime di controllo degli armamenti: le iniziative nucleari presidenziali (PNI), che non sono accordi ma piuttosto impegni che hanno fatto molto per scoraggiare la minaccia delle armi nucleari tattiche navali, come i missili da crociera a raggio intermedio. Le iniziative furono più efficienti ed importanti di qualsiasi accordo approvato o ratificato dai parlamenti. Una volta lasciati, il genio uscirà dalla bottiglia, scatenando una corsa agli armamenti senza precedenti. Non renderà gli Stati Uniti più sicuri se la Russia adotterà testate nucleari sui missili navali Kalibr tecnologicamente avanzati. Allora perché provocarla? Le PNI hanno avuto successo, buon esempio di cosa si può ottenere se entrambe le parti lo vogliono. Ma no, il generale John Hyten, comandante del comando strategico degli Stati Uniti, “è fermamente d’accordo” sul fatto che il Pentagono debba procurarsi le suddette armi. Una testata a bassa potenza su un SLBM potrebbe non essere strategica, ma poiché non c’è modo di saperlo, qualsiasi lancio probabilmente scatenerebbe una risposta nucleare russa, sfrecciante verso le coste statunitensi. Tale testata sarebbe un’arma molto destabilizzante, soprattutto data la superiorità generale delle forze convenzionali statunitensi e NATO. Non c’è spiegazione ragionevole del perché gli Stati Uniti abbiano bisogno di munizioni non strategiche installate su vettori strategici, quando ha armi nucleari tattiche aerolanciate sono già presenti nell’arsenale dell‘Air Force? Che ha “madri” e “padri” di tutte le bombe bunker-busters e convenzionali capaci di fare miracoli, quindi perché dovrebbe usare un’arma nucleare a basso o alto potenziale, quando le stesse missioni possono essere effettuato senza alcuna arma nucleare?
Un altro punto degno di nota è il desiderio di armi a bassa potenza rifletterebbe la prontezza degli Stati Uniti ad usare armi nucleari contro avversari non nucleari. Immaginate quanto irresistibilmente allettante sarebbe colpire le infrastrutture iraniane con munizioni a bassa potenza! E se la Corea democratica diventasse di nuovo un problema? Secondo il generale Robert Brown, comandante dell’esercito USA nel Pacifico, l’esercito ha bisogno di missili dalla gittata di oltre 500 km, proibita dall’accordo bilaterale. “So che c’è il Trattato INF… ma dobbiamo andare oltre”, dice. “Il trattato INF oggi mette ingiustamente gli Stati Uniti in una situazione di svantaggio e mette a rischio le nostre forze perché la Cina non n’è firmataria“, afferma l’ammiraglio Phil Davidson, il comandante del comando del Pacifico. “I missili spaziali potrebbero essere la chiave per riaffermare la superiorità militare statunitense in Asia orientale“, sottolinea Eric Sayers, esperto del CSIS. L’esercito lavora sui razzi a lungo raggio che possano superare i 500 km. Quest’arma potrebbe essere facilmente posizionata in Europa. Non ci sarebbe modo di sapere se sia nucleare o la gittata operativa. Se un proiettile non rientra nella categoria dei missili intermedi, non è coperto da alcun trattato, ma l’effetto è lo stesso di un missile a medio raggio. In realtà, il Trattato INF viene violato oggi sfacciatamente. Non è necessario declassificare le informazioni sul silenzio per provarlo. I lanciamissili Aegis Ashore Mk-41, installati in Romania e presto in Polonia (2020), vengono utilizzati dalla Marina per lanciare armi a raggio intermedio ed intercettori aria-superficie. Questo è innegabile. Le discussioni sotto gli auspici della Commissione speciale di verifica del Ttrattato INF non hanno portato da nulla. Se il trattato INF non sarà più vincolante, la Russia sarà libera di schierare missili a raggio intermedio per compensare la superiorità occidentale in altri armamenti. I lanciamissili Iskander-M possono essere utilizzati per sparare missili a raggio intermedio. Ciò includerà obiettivi in Europa, anche se gli Stati Uniti saranno fuori dalla loro gittata. Ciò potrebbe portare a un’altra spaccatura tra gli alleati quando le loro relazioni sono al minimo per le guerre commerciali e l’accordo con l’Iran. Infine, lo scioglimento del Trattato INF complicherà notevolmente se non eliminerà qualsiasi prospettiva sul Nuovo START. E senza quest’ultimo, non ci sarà alcun accordo per frenare la corsa agli armamenti. Il controllo degli armamenti sarà chiuso tornando alla fine anni ’50 e primi anni ’60. E se una scintilla dovesse accendere l’incendio, ci ritroveremo nell’età della pietra.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Bin Salman è stato assassinato?

Shafaqna

Vi sono molte prove che suggeriscono che l’assenza da 30 giorni di Muhamad bin Sulman, il principe ereditario dell’Arabia Saudita, sia dovuta a un incidente nascosto al pubblico“, affermava un giornale iraniano. Secondo il quotidiano Kayhan, il 21 aprile 2018 le agenzie di stampa riferirono che le forze saudite abbatterono un “drone giocattolo” vicino al palazzo reale saudita e furono pubblicate immagini dal sito dello scontro sui social media che illustravano chiaramente movimenti di carri armati e blindati attorno al palazzo reale e suoni di scambio a fuoco con armi pesanti tra la Guardia Reale e un gruppo la cui identità non mai stata rivelata. Kayhan afferma di aver ottenuto informazioni da alcuni servizi segreti secondo cui, negli scontri, almeno due proiettili colpirono il principe ereditario Muhamad bin Sulman, probabilmente uccidendolo.
Un altro sito iraniano “IFP News”, segnalato da Fars News, indicava che “in particolare, bin Salman non apparve mai durante la visita del 28 aprile del nuovo segretario di Stato USA Mike Pompeo a Riyadh, nel suo primo viaggio all’estero come capo diplomatico statunitense“. “Durante il soggiorno a Riyadh, i media sauditi pubblicarono le immagini degli incontri di Pompeo con re Salman e il ministro degli Esteri Adil al-Jubayr. Questo mentre le agenzie pubblicarono le immagini degli incontri a Riyad tra bin Salman e l’ex-segretario di Stato USA Rex Tillerson“.
Pochi giorni dopo l’incidente del 21 aprile, i media sauditi pubblicarono video e immagini di bin Salman che incontrava diversi funzionari sauditi e stranieri. Ma la data degli incontri non poteva essere verificata, quindi la diffusione dei video poteva essere volta a dissipare le voci sulle condizioni di bin Salman“. “Non è chiaro se la scomparsa di bin Salman sia dovuta a ragioni, come sentirsi minacciato, o perché ferito nell’incidente“. “Sembra che solo un’apparizione televisiva dal vivo possa dissipare le voci sulla condizione di bin Salman“.Traduzione di Alessandro Lattanzio