Cina e Giappone: amici per sempre?

Stati Uniti e Cina nel Pacifico: Quale destino per il Giappone?
Dmitrij Bokarev New Eastern Outlook 27/05/2016

East & Southeast AsiaDa alcuni anni, il Pacifico è testimone dell’avanzata della Cina e del simultaneo indebolimento delle posizioni degli Stati Uniti. La Cina lentamente ma inesorabilmente scaccia gli statunitensi dalla regione, estendendo l'”area di influenza” dall’ASEAN al Medio Oriente. La Cina ha anche dimostrato una determinazione impressionante ad agire su tutti i fronti. Pechino attua la strategia del filo di perle nell’Oceano Indiano. Preme per la delimitazione delle sfere di influenza nell’Oceano Pacifico assicurando che l’influenza degli Stati Uniti non vada oltre le Hawaii. Questo era il tema dell’incontro dell’estate 2013 tra il Segretario Generale del Partito comunista cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Barack Obama. La stessa dichiarazione fu espressa nel maggio 2014, in occasione della Conferenza sull’interazione e le misure di rafforzamento della fiducia in Asia. Xi Jinping abbastanza esplicitamente sottolineò che la Cina gioca un ruolo dominante nella regione. Sulla politica della Cina nel Mar Cinese Meridionale e Mar Cinese Orientale, la Cina scaccia energicamente gli Stati Uniti dalla regione, costruisce nuove isole artificiali ed v’installa sistemi di difesa aerea. Nel settembre 2015, quando Xi Jinping e Barack Obama ebbero una riunione ordinaria, il presidente degli Stati Uniti espresse malcontento per la costruzione delle isole artificiali. Xi Jinping rispose che gli interessi immediati della Cina volevano che i lavori di costruzione continuassero. Tutti i Paesi del Pacifico seguono da vicino lo sviluppo della situazione, dato che le costruzioni inciderebbero su ciascuno di essi in un modo o nell’altro. Mentre alcuni Paesi considerano il passaggio della leadership nella regione alla Cina un vantaggio, altri sono sempre più allarmati. Il Giappone, la cui dipendenza dagli Stati Uniti è forte dalla fine della Seconda guerra mondiale, è il Paese più interessato ai progressi della Cina. Il riflusso dell’influenza statunitense dalla regione costringe il Paese del Sol Levante a pensare alla propria sicurezza. Nonostante tutti gli sforzi per creare almeno una parvenza di relazioni amichevoli tra Giappone e Cina (basti ricordare l’aiuto finanziario a lungo termine che la Cina ebbe dal Giappone in passato), e nonostante la cooperazione economica attiva di oggi (nel 2015 il commercio tra i due i Paesi fu di 278 miliardi di dollari) il ritiro degli Stati Uniti dalla regione lascerebbe il Giappone in una posizione vulnerabile. Le relazioni sino-giapponesi sono state dure per secoli. I ricordi della guerra 1937-1945, e in particolare degli orrori del massacro di Nanchino del 1937, quando i soldati giapponesi uccisero circa 300000 pacifici cittadini cinesi in 40 giorni, sono ancora freschi in Cina. Questi ricordi dolorosi, per entrambi i Paesi, riaffiorano ogni volta che c’è un inasprimento delle relazioni sino-giapponesi. A volte la stessa memoria sconvolge le relazioni bilaterali. Per esempio, quando nell’ottobre 2015 l’UNESCO decise d’includere i documenti cinesi che attestano il massacro di Nanchino nel patrimonio mondiale, il Giappone protestò immediatamente. Al momento il governo giapponese affermò che i cinesi falsificarono i fatti e minacciò d’interrompere il finanziamento dell’UNESCO che riceve il 10% del bilancio dal Giappone (il Giappone è il secondo maggior donatore dell’UNESCO dopo gli Stati Uniti). Mentre alcuni politici giapponesi negano lo stesso massacro, alcuni dicono che il numero delle vittime fu fortemente esagerato. Non importa come i giapponesi valutano la strage, la comunità globale non ha dubbi sulla veridicità dei fatti, anche se il numero delle vittime citate varia secondo le fonti (da 200 a 300 mila persone). Ciò che è importante, però, è che nessuno in Cina mette in dubbio il massacro, in cui il sentimento revanscista è ancora forte e potrebbe avere implicazioni negative sull’ulteriore sviluppo delle relazioni sino-giapponesi, soprattutto se il Giappone non è più sostenuto dagli Stati Uniti. Nessuno parla di possibilità di conflitto militare, naturalmente, ma è risaputo che i cambiamenti dell’equilibrio di potere militare si riflettono sempre nella politica internazionale.
L’aspetto politico delle relazioni sino-giapponesi di oggi, descritte come estremamente tese, lascia molto a desiderare. La crisi è iniziata nel 2012 quando le autorità giapponesi dichiararono l’intenzione di nazionalizzare le gasifere isole Senkaku nel Mar Cinese orientale, che la Cina considera suo territorio. La dichiarazione scatenò numerose proteste anti-giapponesi e un’ondata di violenze in Cina. Per aggiungere la beffa al danno, le isole contestate hanno iniziato a vedere più navi cinesi e giapponesi che mai. Presto Taiwan ne fu coinvolta: ci fu un conflitto tra equipaggi di navi giapponesi e taiwanesi con l’uso di cannoni ad acqua. Il braccio di ferro continua. Nel frattempo, il Giappone aumenta le spese militari secondo la strategia di sicurezza dello Stato adottata nel 2013. La Cina, a sua volta, continua ad innervosire il vicino orientale conducendo esercitazioni militari nel Mar del Giappone (le ultime condotte nell’agosto 2015). Ad aprile il Giappone ha inviato navi da guerra nelle Filippine, dopo aver sottolineato che l’obiettivo principale della visita era compensare la crescente influenza militare della Cina nel Mar Cinese Meridionale. Molti politici giapponesi vedono l’attenuazione delle posizioni degli Stati Uniti in Asia come un’opportunità per il Giappone di “staccarsi” dalla morsa degli Stati Uniti e diventare attore indipendente nella regione. Molti giapponesi sognano di ripristinare l’ex potenza militare del loro paese. Secondo l’articolo 9 della Costituzione giapponese, il paese non Può creare ed utilizzare le Forze Armate se non per l’auto-difesa. Ultimamente, l’idea di abbandonare l’articolo 9 guadagna sempre più sostenitori. Nell’autunno 2015, il parlamento giapponese approvava la legge che permette alle Forze di Autodifesa giapponesi di impegnarsi in azioni fuori dei confini giapponesi. Il ritiro delle truppe statunitensi dalla regione potrebbe essere un’ottima occasione per denunciare dell’articolo 9 e creare un esercito vero e proprio col pretesto di proteggersi dalla Cina. A maggio è aumento il sentimento anti-americano ad Okinawa che ospita una base aerea degli Stati Uniti. A quanto pare, il Pacifico è all’inizio di grandi cambiamenti. Lo spazio che gli Stati Uniti abbandonano sarà inevitabilmente occupato da altri Stati, rigorosamente in competizione per dominarlo. In questo frangente storico, è particolarmente importante per tutti i Paesi del Pacifico rimanere fedele alle regole del diritto internazionale e risolvere i problemi in un modo diplomatico per garantirsi cambiamenti al meglio. Da un lato, l’indebolimento dell’influenza statunitense paralizza la stabilità regionale, dall’altro le variazioni aprono sempre una porta a nuove opportunità e a una nuova impostazione politica regionale. E il Giappone, a quanto pare, fa tutto ciò che deve per essere tra i nuovi leader.

Dmitrij Bokarev, osservatore politico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.6352114832638620311111Cina e Giappone: amici per sempre?
Lau Nai-keung, Gpolit 21 maggio 2016

japan3Introduzione di Thomas Hon Wing Polin: “I rapporti sino-giapponesi sono i più importanti e i più duri rapporti internazionali in Asia orientale. Tanta amarezza è passata tra i vicini dal secolo scorso che la gente spesso dimentica che tale animosità è in realtà un’aberrazione storica. Nel precedente millennio e mezzo Cina e Giappone ebbero generalmente cordiali e talvolta notevoli legami amichevoli. Nei primi anni di quel periodo fu essenzialmente un rapporto insegnante-studente, con i giapponesi che importarono elementi chiave dalla Cina utilizzati per modellare parti sostanziali della propria cultura. Più tardi, in particolare durante il periodo Meiji di rapida modernizzazione, il Giappone considerò l’ex-mentore arretrato portando al disprezzo in certo ambienti. Poi vi fu la catastrofe del 20° secolo che vide un’invasione strisciante ed una grande invasione della Cina da parte dell’esercito imperiale giapponese, con decine di milioni di persone uccise. Balzando al presente. Dopo decenni di tiepidi ma sempre crescenti legami tra Cina e Giappone, il sinofobo di destra Shinzo Abe saliva al potere nel 2012. Il “pivot in Asia” degli USA (traduzione: perno per contenere la Cina) era appena stato lanciato ed Abe ne divenne ben presto il più appassionato proselite in Asia. Risultato: i più tesi rapporto sino-giapponesi a memoria. Come la Cina e i cinesi vedono il Giappone? Il commentatore di Hong Kong e consulente di Pechino Lau Nai-keung mescola prospettive contemporanee e storiche per valutare la questione“.

Lau Nai-keung: “Ridacchiai leggendo le ultima notizie su navi da guerra giapponesi attraversare il Mar Cinese Meridionale. Questi sciocchi chiedono un pugno in faccia, ma i cinesi non glielo daranno, non ancora e non qui. Dal punto di vista cinese, il Giappone è una storia d’amore-odio. La Cina non potrà mai davvero odiare il vicino, anche dopo le atrocità indicibili inflitte dall’esercito imperiale al suo popolo. Nonostante 14 anni di guerra e decine di milioni di vite perse, né il governo nazionalista né il governo comunista chiesero mai alcun compenso. Testimoni oggi le decine di milioni di turisti cinesi che affollano il Giappone scambiando merci per miliardi di yen, nonostante il rischio dell’esposizione radioattiva. Ancora oggi, molti cinesi credono che il popolo giapponese discenda da 500 giovani cinesi guidati dal prete taoista Xu Fu in Giappone 2000 anni fa, alla ricerca della leggendaria erba della vita eterna, e che gli imperatori giapponesi ne siano la progenie. I più accettano l’idea che cinesi e giapponesi siano della stessa razza e condividano la stessa lingua, ma ciò è falso. Comunque hanno ragione, i due Paesi dovrebbero essere amici per sempre. La Cina non invase il Giappone, tranne forse durante la dinastia Yuan. Ma nel periodo Yuan (1271-1368) la Cina era sotto il dominio mongolo. Al contrario, il Giappone provò, ma non riuscì, a sottomettere il continente più volte, spesso venendo fermato nella penisola coreana. I ronjin giapponesi saccheggiarono le coste della Cina orientale quattro secoli fa, portando all’embargo totale della Cina sul commercio marittimo. Durante la prima guerra sino-giapponese del 1895, la Cina subì una grave sconfitta navale mentre difendeva la Corea. Poi il Giappone lanciò la grande invasione della Cina nel 1931, innescando 14 anni di sanguinosi combattimenti fino alla resa giapponese del 1945. A giudicare dal comportamento finora, il Giappone non s’è mai pentito dei crimini di guerra o accettato la sconfitta dalla Cina. Infatti, nonostante il precoce apprendistato cinese, sembra che il Giappone in realtà guardi dall’alto in basso i cinesi dalla dinastia Song del 13° secolo, pensando che la sua cultura sia stata compromessa dai barbari del nord. Alcuni osservatori ipotizzano che una nuova guerra sino-giapponese nel Mar Cinese orientale sia inevitabile, forse sulle isole Diaoyu (isole Senkaku per il Giappone). Finora la Cina ha rifiutato di essere coinvolta nello scontro, anche se gode della superiorità militare globale sul Giappone, quantitativamente e qualitativamente. A differenza del Giappone, che vuole mostrare al mondo di essere un “Paese normale”, la Cina non deve dimostrare niente col suo PIL nominale di oltre 2,5 volte superiore a quello del Giappone e in crescita. In combattimento, le dimensioni contano. Inoltre, il tempo non è dalla parte del Giappone. Con l’invecchiamento della popolazione che in realtà diminuisce, il Giappone è destinato ad affrontare la deflazione continua in futuro. Questo Paese affonda visibilmente. Se la Cina vuole lottare, sarebbe il bullo. Ecco perché Pechino è bloccata in una guerra ibrida con gli Stati Uniti. Ma col Giappone? Scherzate. In realtà, la Cina ha sempre più il controllo del Mar Cinese Meridionale, più un’ancora di salvezza per i giapponesi che per i cinesi. Non sarebbe saggio per Tokyo entrare in guerra con un avversario che può soffocarlo in qualsiasi momento. Ancora una volta, la Cina è sempre stata riluttante ad odiare il Giappone. Sono vecchi vicini. “Ehi piccoletto, qual è il tuo problema?“, pensa il più grande. “Posso essere di aiuto? Ricorda, il mio bis-bis-bisnonno t’insegnò a leggere e scrivere. Dobbiamo essere amici per sempre”. In effetti, era praticamente questo il rapporto, prima delle intrusioni occidentali nel 19° secolo. Non vi è alcun motivo per cui non possa essere così anche in futuro. Non è troppo bello per essere vero l’altruismo, ma coi piedi per terra del realismo. E la politica di buon vicinato che opera da quasi due millenni”.japan japanese prime minister shinzo abe china chinese president xi jinpingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La parola del leader sulle isole

Una spedizione della Società Geografica Russa esplora le profondità della penetrazione del Giappone nelle isole Curili
Grigorij Jakovlev, VPK, 27.05.2016 – South Frontmap_kuril_iclandsUno dei temi nei colloqui con Vladimir Putin e il Primo ministro giapponese Shinzo Abe era il trattato di pace tra Russia e Giappone. Non è il primo né sicuramente l’ultimo vertice dedicato al problema delle differenze territoriali. Il nucleo della controversia si restringe al fatto che governo e politici giapponesi impongono affermazioni prive di fondamento suoi “Territori del Nord” nostro Paese, ciò che alcuni intendono le quattro isole Curili del sud, d altri – tutto l’arcipelago, e altri ancora anche Sakhalin del Sud. Ci sono motivi legali per questo, il fallimento dell’Unione Sovietica a firmare il Trattato di San Francisco del 1953, dove Tokyo declinava le rivendicazioni territoriali, la possibile offerta di Krusciov di consegnare due delle quattro isole. In quel momento, alcuna delle due parti suppose che l’altro rinunciava alla propria posizione; Pertanto non vi era alcuna soluzione al problema.

Il prezzo delle isole Curili
Secondo la leadership militare russa, il controllo del nostro Paese delle Curili, in particolare delle quattro isole del sud, è essenziale. La posizione degli stretti è la via di uscita più breve dal Mare di Okhotsk all’Oceano Pacifico. Nessuno può rispondere dove va la quantità enorme di materiale militare portato verso l’isola dai giapponesi e il motivo per la costruzione di una strada che conduce sulla cima di un vulcano attivo L’argomento economico è anche di notevole importanza. Il prezzo complessivo dei minerali negli standard dei prezzi internazionali è di almeno 44,05 miliardi di dollari, tra cui oro, argento, zinco, rame, piombo, ferro, titanio, vanadio, agata e zolfo. Qui, circa 1,2 milioni di tonnellate di pesce viene pescato ogni anno, mentre i Paesi baltici ne pescano 340 mila tonnellate. Per la Russia, cedere le quattro isole al Giappone diminuirà il volume di pescato dell’Estremo Oriente di oltre un terzo. In termini monetari, non meno di 2 miliardi di dollari. Riguardo la cessione alle pretese giapponesi della leadership russa, le condizioni prevalenti al Cremlino e l’equilibrio di potere interno rendono ancora più improbabile seguire gli anni passati. Come gli eventi degli ultimi dieci anni hanno dimostrato, la disputa territoriale è entrata in un vicolo cieco, e non si vede un’uscita. Fin dall’inizio, la questione del ritorno delle isole Curili e di Sakhalin meridionale è diventata politica di Stato standard per qualsiasi governo del Giappone. Sarebbe ingenuo cercare un ingiustificato azzardo col Paese del Sol Levante, decidendo di provocare un confronto con la società e rinunciare ad almeno una posizione sulle rivendicazioni territoriali. Tradizionalmente, il sistema d’istruzione e formazione dei politici e diplomatici giapponesi ha orientamento anti-russo e la convinzione che eventuali reclami verso il vicino del nord produca una soluzione positiva, prima o poi.

In cambio della pioggia d’oro
E’ un errore per certe figure politiche russe credere che, per migliorare il rapporto e accordarsi col Giappone, che porterebbe finanze al business nell’Estremo Oriente russo, sia necessario fare concessioni territoriali. Secondo quanto riferito, tal mossa darebbe anche accesso a tecnologie elettroniche, di produzione e in altre aree. I sostenitori di questo approccio ritengono che i negoziati con il Giappone non dovrebbero essere condotte da una posizione di forza e persistenza nel sostenere l’integrità territoriale della Russia, ma essere pronti a cedere e, di conseguenza avanzare nuove proposte di natura politica ed economica che ammorbidiscano l’asserzione giapponese accelerando la stipula del trattato di pace. Si è dimenticato che le azioni di Tokyo, in realtà, non sono tanto determinate dalle decisioni di ministri e diplomatici, ma dai desideri dei potenti leader del mondo degli affari. Un punto caratteristico nella comunità mondiale l’ultima volta ha rivelato che tale comunità non mostr interesse significativo nei colloqui tra Russia e Giappone sulla questione territoriale. Ad esempio, il rappresentante del vertice dei “Venti”, tenutosi a Toronto nel luglio 2010, concluse che Tokyo ha una posizione piuttosto traballante su come averre almeno due isole meridionali, in quanto vi sono molte prove che suggeriscono che alcuna distinzione fu fatta tra Nord e Sud Isole Chishima (Curili). Se ci rivolgiamo alla Corte internazionale delle Nazioni Unite o un corpo giuridico simile, allora saranno probabilmente assegnati i diritti su Shikotan e Habomai, che la Russia era disposta a cedere in determinate circostanze. Inoltre, i potenziali benefici economici che la Russia riceverà dalla soluzione della controversia sono minimi. Ci sono molte altre ragioni, pensa l’occidente, perché Mosca non voglia soddisfare la richiesta di Tokyo e rinunciare a tutte le isole. Pertanto, il principale ostacolo alla risoluzione della controversia è la riluttanza del Giappone a un compromesso sulla questione di quanto territorio la Russia debbe cedere. Ma l’attuale governo giapponese è debole e si trova a dover affrontare questioni più urgenti, come le relazioni con Stati Uniti e Cina. Pertanto, un cambiamento di rotta è improbabile. Nel valutare l’impatto della disputa territoriale sulle relazioni russo-giapponesi, i rappresentanti occidentali hanno sottolineato che è minimo. Fu così durante la guerra fredda. Il commercio bilaterale continuò senza tener conto della questione territoriale. Ma i giapponesi non perdono la speranza che prima o poi la Russia, con capi come Krusciov, Eltsin o Gorbaciov che arrivino al potere, e contrariamente all’opinione pubblica e la volontà del popolo, facciano un “gesto di buona volontà” e cedendo su tutte le richieste sulle isole o almeno su una parte.

Tempo di nuove scoperte
In risposta alle pressioni dal Giappone, la leadership politica e militare della Russia prende misure concrete volte a sfidare, quando il ministro degli Esteri russo si accorge che la Federazione russa è pronta a condurre colloqui sostanziali sulla cooperazione in campo economico e nell’uso reciproco di alcune isole nello sviluppo territoriale. Il 18 febbraio, in occasione della riunione del Media Club della Società Geografica Russa, il Presidente Sergej Shojgu parlava dei progetti più evidenti per il 2016. E’ prevista una spedizione per l’isola di Matua, al centro delle Curili. I giapponesi trasformarono questo pezzo di terra in una vera e propria fortezza prima della Seconda guerra mondiale. “Ci sono molti misteri. Fino ad oggi nessuno può dire che fine abbia fatto l’enorme quantità di materiale militare che fu portata sull’isola. Inoltre, non vi è risposta alla domanda del perché una strada che porta sulla cima di un vulcano attivo venne costruita“, ha ricordato il ministro. Sergej Shojgu ha detto che c’erano molte strutture fortificate sull’isola, come gallerie, miniere e casematte. Al fine di esplorarne alcune, subacquei saranno inclusi nella spedizione, dato che le entrate a questi labirinti sotterranei si trovano sotto l’acqua. Vi sono due piste riscaldate da sorgenti calde che suscitano curiosità. Si presume che siano ancora operabili. “Almeno pensiamo così, finché non ci arriviamo“. E’ ben noto che il Ministero della Difesa russo ha costituito un gruppo di consiglieri che esplorerà la possibilità di creare una base navale su una delle isole Curili con tutte le conseguenze: la costruzione di attracchi per le navi da guerra della Flotta del Pacifico, la costruzione di un moderno aeroporto con una pista per velivoli tattici e bombardieri, un potente sistema di difesa aerea e un nodo per le comunicazione. Chiaramente, la Russia non ha intenzione di rinunciare alle isole. E non dimentichiamo: tra le rivendicazioni territoriali giapponesi, le Curili non sono al primo posto. Il Giappone non nasconde il fatto che l’attuale crescita delle spese militari è direttamente correlata a una Cina sempre più forte e alle pretese sull’arcipelago petrolifero delle Senkaku, un territorio che contende con Pechino. Questo tentativo della Cina “di cambiare con la forza lo status quo nei mari della Cina orientale e meridionale, e anche in altre regioni” è valutato dalla strategia difensiva del Giappone quale grave minaccia, insieme al programma nucleare e missilistico della Corea democratica.1124614Generale Grigorij Jakovlev, Professore dell’Accademia di Scienza Militare

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

George Soros è collegato al terrorismo

Soros è un importante sostenitore di Hillary Clinton
Wayne Madsen, Infowars 23 maggio 2016

cia_clandestine_ops_v139_400xIn un’epoca di continue “false flag” terroristiche, un documento Top Secret della Central Intelligence Agency, il National Intelligence Daily del 4 febbraio 1987, suggerisce un legame tra George Soros e un attentato terroristico nell’ex-Cecoslovacchia.
Nel 1986-1987 si videro i primi effetti della glasnost di Mikhail Gorbaciov che entrava in vigore in Europa orientale. George Soros, la cui speculazione monetaria ne fece uno dei pochi vampiri di Wall Street a sfruttare finanziariamente il “crash dell’ottobre 1987”, cominciò ad approfittare della situazione in Europa orientale. Due settimane dopo il “Lunedì nero” del 1987, Soros cortocircuitò il dollaro statunitense col suo Quantum Fund che chiuse con un guadagno del 13 per cento. Soros riciclò il denaro presso dei gruppi in Europa orientale, i cui fondi della CIA erano chiamati “cash kosher”. Soros voleva indebolire i governi comunisti di allora. Uno dei primi obiettivi fu la Cecoslovacchia. Soros, che aveva già legami con la CIA avendo partecipato e finanziato vari gruppi della CIA, tra cui il Council on Foreign Relations, inviò molto contante a gruppi di pressione “pro-democrazia” come Charta 77 in Cecoslovacchia o Solidarnosc, ora noti come null’altro che facciate della CIA. Infatti, la Fondazione Charta 77 ricevette un terzo dei finanziamenti da Soros, e una notevole quantità del finanziamento residuo da enti legati alla CIA come il National Endowment for Democracy (NED). Soros iniziò ad infiltrasi in Europa orientale nel 1984, quando la sua Fondazione di New York firmò un accordo con l’Ungheria per creando la Fondazione Soros di Budapest. Infine, la Fondazione Soros di Budapest si fuse con il fronte della guerra fredda della CIA a Parigi, la filiale francese del Congresso per la libertà della cultura. Il campionario di “rivoluzioni” a tema di Soros con la pratica della piazza “non violenta” ha spesso portato i gruppi di Soros a commettere violenze. Questo s’è visto a Kiev, Tbilisi, Caracas, Cairo, Sana e Damasco. Agenti e soldi di Soros inondarono la Cecoslovacchia a sostegno di Carta 77 e dei capi Vaclav Havel e Karel Schwarzenberg dell’opposizione ceca a Vienna.
Soros alzò la posta contribuendo a finanziare attentati terroristici in Cecoslovacchia? Il rapporto della CIA afferma che “il recente attentato al quartier generale del Partito Comunista cecoslovacco a Ceske Budejovice e i successivi attentati ad edifici del partito in altre città allarmavano le autorità, aumentando la sicurezza delle strutture nel Paese a livelli senza pari (scriveva la fonte delle informazioni della CIA)“. La CIA rivela che l’allora governo di Praga accusò agitatori stranieri che agivano tramite “bande giovanili”. I principali finanziatori dei gruppi di agitazione giovanili contro il governo comunista, all’epoca erano Soros e NED. La domanda resta: George Soros autorizzò atti di terrorismo contro il governo cecoslovacco? Se è così, perché Soros non è in carcere per favoreggiamento del terrorismo in Europa? L’analisi della CIA degli attentati terroristici concluse che le violenze fossero opera di un “gruppo estero”. Ancora una volta, il dito puntava su Soros. Un intero paragrafo della relazione sugli attentati cecoslovacchi è ancora censurato dalla CIA, che riteneva che gli attentati furono attuati per mobilitare la popolazione cecoslovacca “di solito apatica”. La CIA ha una sua sordida storia nel risvegliare le popolazioni apatiche con l’utilizzo di attentati terroristici false flag. Soros è un importante contribuente della campagna di Hillary Clinton. Le possibili attività di Soros nel 1986 e 1987 possono finalmente dimostrare che la campagna di Clinton è finanziata dal cassiere del terrorismo.30634_1Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’istruttiva umiliazione degli USA nel Mar Cinese Meridionale

David P. Goldman, Asia Times 20 maggio 2016Ammettiamo piuttosto, come la gente d’affari dovrebbe, che abbiamo avuto una lezione e ci farà bene“, scrisse Rudyard Kipling nel 1902 dopo che i boeri umiliarono l’esercito inglese nella prima fase della Guerra Boera. Gli USA dovrebbero esprimere la stessa gratitudine verso la Cina che li ha umiliati nel Mar Cinese Meridionale. Esponendo la debolezza statunitense senza sparare un colpo, Pechino ha dato una lezione a Washington che la prossima amministrazione dovrebbe ricordare. L’anno scorso chiesi a un pianificatore del Pentagono ciò che gli USA avrebbero fatto con i missili antinave della Cina, che dovrebbero poter affondare una portaerei a un paio di centinaia di miglia dalle coste. Se la Cina negasse l’accesso alla marina statunitense sul Mar Cinese Meridionale, il funzionario rispose che possiamo fare lo stesso: convincere il Giappone a produrre missili antinave e a piazzarli nelle Filippine. Washington non si chiede se le Filippine vorrebbero affrontare la Cina. Il presidente Rodrigo Duterte spiegò l’anno scorso (come David Feith riporta sul Wall Street Journal), “Gli USA non morirebbero mai per noi. Se ad essi importava, avrebbero inviato le loro portaerei e fregate lanciamissili nel momento in cui la Cina iniziò la bonifica dei territori contesi, ma nulla di simile è accaduto… gli USA hanno paura di entrare in guerra. Ci conviene essere amici della Cina“. Non sono solo le Filippine a vedere l’ovvio. La Cina rivendica il sostegno di 40 Paesi alla sua posizione secondo cui le rivendicazioni territoriali sul Mar Cinese Meridionale dovrebbero essere risolte con negoziati diretti tra i singoli Paesi, piuttosto che davanti a un tribunale delle Nazioni Unite costituito ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, come vuole Washington. Una dichiarazione congiunta dei ministri degli Esteri di Cina, Russia e India, dopo l’incontro a Mosca il mese scorso, sostiene la posizione della Cina. La 7° Flotta è il peso che grava sul Mar Cinese Meridionale dalla Seconda guerra mondiale, grazie a un sistema d’arma che ha novant’anni ormai, la portaerei. Questo prima che la Cina schierasse il suo missile “antiportaerei” DF-21. L’ultima versione del missile, denominato DF-26, avrebbe una gittata di 4000 km. Le nuove tecnologie, tra cui laser e cannoni elettromagnetici, potrebbero sconfiggere i nuovi missili cinesi, ma una grande quantità di investimenti sarà necessaria per renderli operativi, secondo un rapporto di gennaio del Centro studi strategici ed internazionali.
T39 La nuova generazione di sottomarini diesel-elettrici varati dalla Germania nei primi anni ’80, inoltre, è abbastanza silenziosa da eludere i sonar. Sottomarini diesel-elettrici “affondarono” le portaerei statunitensi nelle esercitazioni della NATO. Anche senza missili antinave, per poter saturare le difese delle navi degli Stati Uniti, i sottomarini furtivi della Cina possono affondare le portaerei statunitensi e qualsiasi altra cosa che galleggia. Forse maggiore preoccupazione è data dalla prossima generazione di sistemi missilistici di difesa aerea antimissile ed antiaerei russi S-500 che renderebbero il caccia stealth statunitense F-35 obsoleto prima che diventi operativi. Scrivendo per The National Interest, Dave Majumdar avverte che i nuovi sistemi russi sono “così potenti che molti ufficiali degli Stati Uniti temono che gli aerei da guerra, anche invisibili come F-22, F-35 e B-2, abbiano problemi nell’affrontarli“. I funzionari del Pentagono ritengono che l’attuale generazione di missili antiaerei russi, incarnata dall’S-400, sia capace di superare le capacità d’inganno degli F-16. Una volta che la Russia ha schierato un paio di sistemi autocarrati S-400 in Siria, domina i cieli del Levante. Il Pentagono non vuole sapere quanto sia efficace. Il commentatore russo Andrej Akulov dettaglia la presunta superiorità dell’S-500, che sarà schierato il prossimo anno: “L’S-500 dovrebbe essere molto più potente dell’attuale S-400 Triumf. Per esempio, il tempo di reazione è di soli 3-4 secondi (in confronto, il tempo di reazione dell’S-400 è nove o dieci secondi). L’S-500 può rilevare ed attaccare contemporaneamente (anche se volano a una velocità di 8 km al secondo) dieci testate di missili balistici a 600 km di distanza che volano alla velocità di 8000 metri al secondo. Il Prometej può ingaggiare bersagli a quote di circa 200 km, tra cui i missili balistici in arrivo dallo spazio distanti 700 km”. Akulov conclude: “Non capita spesso che un’arma della difesa aerea relativamente poco costosa possa rendere obsoleto un miliardario programma per caccia. Questo è esattamente ciò che il sistema missilistico S-500 farà del nuovo nuovo caccia stealth statunitense F-35“. Cina e Russia hanno ridotto il divario tecnologico militare con gli Stati Uniti, e in alcuni casi li hanno probabilmente scavalcati. In passato, gli Stati Uniti risposero a tali circostanze (per esempio, il lancio dello Sputnik nel 1957) versando risorse sulla ricerca per la difesa presso laboratori nazionali, università e industrie private. Invece, Washington oggi spende la maggior parte del bilancio della difesa, in diminuzione, su sistemi che potrebbero non funzionare affatto. A un costo stimato di 1,5 trilioni di dollari, l’F-35 è il sistema d’arma più costoso nella storia degli USA. Anche prima che una miriade di problemi tecnici ne ritardassero il dispiegamento, i pianificatori del Pentagono avvertirono che l’aereo malconcepito avrebbe degradato le difese degli USA consumando la maggior parte del budget su ricerca e sviluppo del Pentagono. Un rapporto ancora classificato firmato da alcuni generali venne consegnato al presidente George W. Bush, a metà del secondo mandato, avvertendolo su tale funesto risultato. Bush l’ignorò. L’ex-ufficiale dell’aeronautica Jed Babbin dettagliò i difetti del velivolo sul Washington Times l’anno scorso, concludendo, “Il programma F-35 è un esempio di come le armi non vanno acquistate. Va fermato subito“.
Questi sono i fatti sul terreno (così come nell’aria e sul mare). Non sorprende che gli alleati degli USA in Asia vogliano un accordo con la Cina. Nulla di meno dello sforzo reaganiano per ripristinare il vantaggio tecnologico degli USA cambierà ciò.south-china-sea-u.s.-navyLe opinioni espresse in questa pagina sono dell’autore proprio e non riflettono necessariamente le opinioni di Asia Times.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

L’enorme influenza della CIA sull’UE

Martin Berger New Eastern Outlook  22/05/2016

TTP-TTIP-Corporations-Control-400x367Mentre i decenni passano assistendo al cambio di leader, governi e alleanze, le politiche degli Stati Uniti rimangono le stesse. I capi statunitensi sono abituati a fare pressione su altri Stati, alla ricerca del modo di occupare la posizione di burattinaio che controlla i burattini nel mondo. Alcuni politici che preferiscono cedere all’ampia pressione, scoprono relativamente presto che gli USA difendono solo i propri interessi geopolitici, spesso a scapito degli altri Stati. Non c’è da meravigliarsi che il presidente degli Stati Uniti Barack Obama abbia recentemente dichiarato che gli USA devono scrivere le regole, mentre gli altri Paesi non hanno altra scelta se non seguirle, e che non sarà mai il contrario. All’inizio della marcia verso l’egemonia, nel 1913, la quota della produzione industriale mondiale degli Stati Uniti era del 35,8%. Poco prima della seconda guerra mondiale, arrivò al 40% per poi raggiungere il culmine a metà degli anni ’50 col 54,5%. Nel 1960 la quota degli Stati Uniti iniziò a contrarsi gradualmente, scendendo al 46%. Per compensare la caduta gli Stati Uniti iniziarono a cercare il modo di sfruttare i partner dell’Unione Europea. Dopo tutto, Washington sostenne l’integrazione europea dalla fine degli anni ’40, finanziata di nascosto dalle amministrazioni Truman, Eisenhower, Kennedy, Johnson e Nixon. Il fatto che l’Unione europea sia un piano statunitense fin dal primo giorno è stato scoperto da The Daily Telegraph. Inoltre, era un progettato attuato dalla CIA. Il DT nota: “La Dichiarazione di Schuman che diede il tono della riconciliazione franco-tedesca, portando alle tappe verso la Comunità europea, fu ideata dal segretario di Stato Dean Acheson in una riunione a Foggy Bottom. “Tutto è cominciato a Washington”, disse il capo dello staff di Robert Schuman. Fu l’amministrazione Truman che intimidì i francesi per raggiungere un modus vivendi con la Germania nei primi anni del dopoguerra, anche minacciando di tagliare gli aiuti del piano Marshall, in un incontro con furiosi recalcitranti capi francesi che resistettero fino al settembre 1950”.
The Telegraph fa un passo avanti, sostenendo che i documenti declassificati del dipartimento di Stato dimostrano che le agenzie di intelligence degli Stati Uniti finanziarono di nascosto il movimento europeo per decenni lavorando in modo aggressivo dietro le quinte per spingere la Gran Bretagna nel piano. Ad esempio, un documento firmato dal generale William Donovan il 26 luglio 1950, afferma che ci sarebbe stata una massiccia campagna per promuovere il Parlamento europeo. Documenti simili dimostrano che il predecessore della CIA, l’Ufficio del coordinatore delle informazioni e la CIA stessa impedirono costantemente ai fondatori dell’Unione europea di cercare fonti alternative di finanziamento, che gli avrebbe permesso di ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti. The Telegraph sottolinea che le relazioni tra Stati Uniti ed UE furono tese, a volte, ma gli Stati Uniti controllano l’UE fin dalla creazione del Parlamento europeo, come ancora degli interessi regionali statunitensi assieme alla NATO. Se vogliamo guardare la quantità di tempo, risorse e denaro che Washington ha speso per garantirsi l’obbedienza dell’UE, non sorprende che continui ad imporre il Partenariato transatlantico di scambio e investimenti (TTIP). Questo anche se è chiaro che gli Stati Uniti hanno tutto da guadagnarci, mentre l’Europa può solo compromettere ulteriormente i propri interessi finanziari ed economici firmandolo. Questo fatto è stato ribadito recentemente dall’influente quotidiano tedesco Sueddeutsche Zeitung insieme ai canali televisivi tedeschi WDR e NDR. Queste fonti d’informazione hanno trovato il coraggio di pubblicare i documenti riservati sulla natura dell’accordo TTIP, consegnatigli da Greenpeace. Queste pubblicazioni danno ai cittadini di entrambi i continenti l’opportunità di valutare in modo imparziale la natura dei negoziati tra Stati Uniti ed UE, dato che il pubblico ne era all’oscuro da più di tre anni. Inizialmente, quando l’UE rese pubbliche le sue proposte, gli Stati Uniti decisero di rendere segrete le proprie, portando a manifestazioni di massa in Europa. Alla fine il Sueddeutsche Zeitung è giunto alla conclusione che gli Stati Uniti esercitano ancor più pressione sull’Europa di quanto si possa supporre.
The Independent notava che: “Le fughe potrebbero bastare per destabilizzare completamente l’accordo, secondo gli attivisti che hanno affermato che l’accordo non poteva sopravvivervi, indicando che gli Stati Uniti cercano con la forza di modificare il regolamento europeo per ridurre le protezioni per ambiente, diritti dei consumatori e altre posizioni che l’UE permette ai suoi cittadini. I rappresentanti di ogni parte sembrano aver scoperto di avere differenze “inconciliabili” che potrebbero minare la firma del decisivo e assai controverso accordo commerciale, dicono gli attivisti”. Curiosamente, una situazione simile si è verificata con la Trans-Pacific Partnership (TPP), che Washington cerca d’imporre agli Stati della regione Asia-Pacifico per garantirsi il dominio totale e completo su di essi. Tuttavia, è improbabile che i capi politici dell’Unione europea o dell’Asia-Pacifico possano procedere coi negoziati, data la quantità di danni alle PR che potrebbero subire firmando gli inconcepibili TTIP e TPP. E sembra che se la gente sapesse del coinvolgimento della CIA in questi accordi, i colloqui subirebbero una brusca frenata totale.ttip-diskretionsabstand-farbepixMartin Berger è giornalista freelance e analista geopolitico, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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