Pakistan e Russia si avvicinano (molto)

MK Bhadrakumar, Indian Punchline 19 aprile 2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
137La seconda metà della scorsa settimana ha visto scattare il dinamismo nelle relazioni sulla Difesa tra Russia e Pakistan. I media ufficiali russi hanno evidenziato la visita del ministro della Difesa pakistano Asif Khawaja a Mosca, partecipando alla conferenza sulla sicurezza e a discussioni con l’omologo russo Sergej Shojgu. Alcune osservazioni di Asif vanno citate:
– Russia e Pakistan hanno deciso di rafforzare la cooperazione nella Difesa nei prossimi mesi.
– La cooperazione rafforzata è prevista nell’industria della Difesa (“Make in Pakistan“) e nell’addestramento.
– La sicurezza marittima è stata discussa, essendo un “problema comune”.
– Ha trasmesso a Shojgu l'”impegno deciso nella lotta al terrorismo” del Pakistan.
Asif ha inserito le relazioni Russia-Pakistan nel quadro globale del nascente ordine mondiale multipolare. Affermando in un’intervista all’agenzia Sputnik: “Noi (Pakistan) attendiamo il ruolo russo nella politica regionale e internazionale. Cerchiamo una scena mondiale multipolare, che equilibri le situazioni internazionali”. All’inizio della settimana, il ministro del Petrolio del Pakistan Shahid Khaqan Abbasi ha visitato Mosca. Il Pakistan ha promesso alle compagnie petrolifere russe di poter creare nuove concessioni o di operare su quelle esistenti. In particolare, i due Paesi hanno concluso un grande progetto di gasdotto, già oggetto di discussione. Le società russe costruiranno un gasdotto di 1100 chilometri collegando Karachi a Lahore che sarà finanziato con un prestito di 2 miliardi di dollari da Mosca. La Russia s’è anche offerta di vendere gas al Pakistan e le prime esportazioni avrà inizio già nel 2016. È interessante notare che Mosca e Islamabad hanno dato grande impulso ai rapporti, mentre l'”amicizia blindata” Cina-Pakistan migliora qualitativamente.
In teoria, il Primo ministro indiano Narendra Modi con l’infame accordo sul Rafale, ne fornisce il contesto. La decisione di Modi sul Rafale dev’essere una brutta sorpresa per Mosca. I russi hanno pensato che l’accordo MMRCA sia stato abbandonato, prassi internazionale comune quando un offerente si ritrae dai termini dell’offerta. A dire il vero, Modi l’ha fatto e ha abbandonato l’accordo MMRCA, ma poi ha deciso di mantenere l’acquisto del Rafale comunque, presso il venditore, secondo una rinegoziazione diretta del prezzo e abbandonando la parte sul “Make in India”. Naturalmente, l’ABC dell’accordo sugli armamenti con l’India è stato ridisegnato. La Russia sarebbe svantaggiata nel competere con fornitori occidentali che hanno facile accesso (culturale) alle élite indiane e (con “contrattazioni” private) ai capi delle aziende e delle istituzioni della Difesa dell’India. Con tale predilezione spiccatamente favorevole verso i venditori occidentali delle élite indiane (che ultimamente accelerano sotto il governo Modi), la Russia non avrebbe alcuna ragione di continuare a legarsi le mani volontariamente e a trattenersi sulla cooperazione nella Difesa con il Pakistan. Ma i russi non hanno motivo di preoccuparsi di calpestare la sensibilità indiana. Francamente, a loro non potrebbe importare di meno di ciò che i russi fanno dei loro prodotti e se, probabilmente, i legami russo-pakistani nel campo militare avanzano, così fornendogli l’alibi per avere maggiore mano libera nell’accelerare ulteriormente la ricerca di rifornimenti in occidente, in particolare Stati Uniti; ciò che la potente grande industria indiana si aspetta dal governo Modi. (Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti spera di concludere ulteriori vendite di armi durante la visita a Delhi a maggio). In questo contesto, le osservazioni di Asif, che sottolineano che Russia e Pakistan sono sullo stesso lato del quadro mondiale contemporaneo e che Islamabad conta sull’equilibrio strategico globale fornito dalla Russia, assumono un immenso significato, dicendo cose che nessun leader indiano oserebbe articolare per paura di offendere gli Stati Uniti. Data la cultura dei media russi,va rilevato che i media ufficiali hanno evidenziato le osservazioni di Asif (qui, qui e qui).
In realtà, anche il ministro della Difesa iraniano Hossein Dehghan ha visitato Mosca la scorsa settimana, e secondo Tehran Times ha salutato la “corretta comprensione strategica della Russia secondo cui gli Stati Uniti non possono essere amici e partner affidabili“. È interessante notare che Dehghan ha continuato sottolineando la necessità di creare un fronte unito contro le “politiche espansionistiche” degli Stati Uniti. Nel frattempo, Mosca aveva anche rivelato la decisione di fornire il sistema di Difesa aerea S-400 alla Cina, che ne sarà il primo acquirente estero. L’S-400 è ampiamente valutato come sistema SAM ineguagliabile nella regione Asia-Pacifico. Anche in un altro caso, il Presidente Vladimir Putin firmava il decreto per la fornitura all’Iran del sistema di Difesa missilistico S-300. Se queste sono indicazioni di un nuovo modo di pensare a Mosca sulla cooperazione tecnico-militare con l’estero, la ragione va trovata negli imperativi della scena internazionale in rapida evoluzione (dove un riallineamento delle potenze regionali è in corso), così come nel bisogno della Russia di generare maggiore reddito dalle esportazioni di armi.

ipi-and-tapi-gas-pipeline-projectTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Alessandro Lattanzio ad IRIB: AIIB minaccia strategica per l’egemonia globale del dollaro USA (AUDIO)

Teheran (IRIB) 14 aprile 2015CBKXQViUQAAHfA- Alessandro Lattanzio, saggista, analista delle questioni politiche internazionali e redattore della rivista Eurasia é stato intervistato dalla nostra Redazione sull’AIIB, l’Asian Infrastructure Investment Bank e la forza economica e politica della Cina negli equilibri internazionali.
Per ascoltare la versione integrale dell’intervista cliccate qui.

AIIB, Banca BRICS e mondo emergente

F. William Engdahl New Eastern Outlook 10/04/2015
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora5421346c05a0d_itj8fxenb1v0La Germania ne è uno dei membri fondatori, come la Francia, Lussemburgo e anche la Gran Bretagna. La Russia di Putin e l’India sono anche tra i fondatori. Per la sorpresa di molti, quindi del Fondo monetario internazionale (FMI), ente finora pilastro del sistema del dollaro. Parliamo dell’Asian Infrastructure Investment Bank o AIIB della Cina. La questione è se l’AIIB sia sulla via d’impiantare il seme di un nuovo ordine monetario che potrebbe sostituire l’influenza distruttiva del dollaro? O sarà infettato dai cavalli di Troia come Regno Unito e FMI? La risposta potrebbe modellare l’architettura di un nuovo mondo in cui il dollaro e le sue strutture del debito non detteranno al mondo le politiche economiche. Nell’ottobre 2014, la Cina annunciava la creazione di una nuova banca internazionale per finanziare grandi progetti infrastrutturali in Asia. La spinta principale della Cina era finanziare la ferrovia ad alta velocità della Nuova Via della Seta eurasiatica, anche progetti infrastrutturali marittimi e il rifiuto degli Stati Uniti di accettare la grande riforma del voto nel FMI, che darebbe alla Cina ed altre nazioni economiche emergenti, più vce. Pechino annunciava che avvierà con 50 miliardi dollari la nuova banca. Al momento, Washington e la maggior parte del resto del mondo ignoravano la banca, mentre l’amministrazione Obama attaccava l’AIIB per possibile scarsa trasparenza o scarsa preoccupazione per rischi ambientali o violazioni di brevetto, e cioè che l’AIIB sia una minaccia strategica all’egemonia globale del dollaro USA.

Il tiro ben assestato di Washington ai propri piedi
L’amministrazione Obama si è ferocemente opposta quando Regno Unito, Australia, Giappone e altri grandi alleati degli Stati Uniti espressero interesse ad aderire all’AIIB, ed ora si sono sparati ai piedi. Oggi, al 31 marzo più di 40 nazioni hanno aderito alla nuova banca della Cina da Soci Fondatori. La banca potrebbe rivaleggiare con FMI, Banca Mondiale e Banca asiatica di sviluppo quale creditore a lungo termine capace di attrarre capitali per investimenti in grandi infrastrutture in Eurasia e forse altrove. Queste tre banche pubbliche nacquero con il trattato di Bretton Woods, negli Stati Uniti, nel dopoguerra, e tutte sono controllate strettamente da Washington a vantaggio del dollaro e dei suoi interessi. Ora la Cina non agisce furtivamente alle spalle dei cari amici di Washington. Nel 2010 Cina, Brasile e altri Paesi in via di rapido sviluppo si accordarono sulla riforma del Fondo monetario internazionale, raddoppiando i fondi a disposizione del FMI in cambio di un maggior peso di Paesi come Cina, Russia, India, Brasile ed altre economie neanche esistenti nel 1944 per dimensione economica relativa. La proposta ebbe il 77% dei voti di tutti i Paesi membri del FMI. La riforma del 2010 sul diritto di voto del FMI prevedeva che la Cina divenisse il terzo maggiore Paese membro del FMI, e che quattro economie emergenti: Brasile, Cina, India e Russia, fossero tra i 10 maggiori azionisti del Fondo. In base alle norme attuali, Washington detiene opportunamente il diritto di veto pari al 16,75%. Gli stretti alleati geopolitici degli statunitensi, Giappone con il 6,23%, Regno Unito e Francia ciascuno con il 4,29% e Germania con il 5,81%, assicurerebbero che la politica del FMI in ogni campo sia “amichevole” agli interessi nazionali statunitensi.
Cina, Russia, India, Brasile e altre economie in rapida emersione trovano manifestamente assurdo che i diritti di voto di oggi, al consiglio esecutivo del FMI, diano alla Francia, con un PIL di 3000 miliardi di dollari, di gran lunga più voti alla Cina con un PIL di oltre tre volte, 10 trilioni di dollari, o dia al Belgio (1,86%), con un PIL di 500 miliardi di dollari, una quota di voto maggiore del Brasile (1,72%), dal PIL quattro volte maggiore di 2200 miliardi di dollari. Secondo gli statuti del FMI, i diritti di voto di un Paese membro dovrebbero essere proporzionali al PIL relativo tra i 147 Paesi membri del FMI. Quando Washington elaborò lo statuto del FMI nel 1944, decise comodamente che nessuna decisione importante del FMI entrasse in vigore a meno che non ricevesse l’85% dei voti dei membri. Washington agisce da pit bull del vecchio statuto in cui gli USA hanno diritto di veto. Il Congresso degli Stati Uniti si rifiuta di far passare le riforme del FMI e di superare l’impasse. Un modo di spingere la Cina e gli altri Paesi in rapida crescita dei BRICS a cercare oltre FMI e Banca mondiale e costruire una nuova architettura. L’AIIB oggi appare rapidamente al centro della nuova architettura globale emergente. Piuttosto che cercare d’influenzare il nuovo AIIB dall’interno, Washington ha scelto una tattica che gli è costata un’enorme ed umiliante sconfitta geopolitica, e che probabilmente escluderà le società statunitensi da lucrosi contratti di costruzione. La politica estera di Obama, come di George W. Bush, è gestita da un branco di neo-con incapaci di una risposta flessibile. Per loro tutto ciò che la Cina fa è “cattivo” e deve essere contrastato con tutti i mezzi dagli USA. La Cina per questa gente di Washington è l’emergente potenza militare sfidante globale, così Obama impone la strategia militare del “Pivot in Asia” per circondare e assaltare Pechino. L’influenza economica e finanziaria della Cina minaccia il sistema del dollaro tanto che deve opporvisi. I BRICS rischiano di sottrarre dal controllo di Washington gli Stati vassalli, quindi gli Stati dei BRICS devono subire “una lezione”, mentre Washington ha recentemente tentato, con la consueta rivoluzione colorata, di organizzare proteste dell’opposizione contro la presidentessa pro-BRICS Dilma Rousseff, nella speranza d’installarvi un liberista filo-USA. Il problema per Washington è che niente di tutto ciò funziona come una volta. E Washington vede i suoi “alleati” più vicini abbandonarla per aderire all’AIIB della Cina. Viene in mente la dichiarazione del primo ministro inglese Lord Palmerston, “l’Inghilterra non ha amici, ma solo interessi“.

La nuova architettura emergente
001ec949c22b15317d4a06 Non solo Russia, Brasile e India,sono tra i fondatori dell’AIIB, quattro dei cinque Paesi BRICS, ma anche Australia, Nuova Zelanda, Indonesia, Pakistan, Filippine, Vietnam, Paesi che l’amministrazione Obama cerca di fare aderire militarmente al Pivot in Asia contro la Cina, hanno deciso di aderire alla nuova banca della Cina. Anche Taiwan ha chiesto di aderirvi come Taipei. E un altro colpo devastante per l’immagine di Washington e, forse, per il futuro del suo dominio nel FMI e Banca mondiale, è il fatto che cinque delle sette maggiori potenze industriali occidentali: Italia, Francia, Germania, Regno Unito e anche in Giappone, probabilmente vi aderiranno. In tutto oltre quaranta nazioni hanno chiesto di diventarne membri fondatori. “Il denaro parla e nessuno cammina”, come diceva il folle jingle radiofonico trasmesso negli anni ’60 in dal DJ rock Charlie Greer sulla popolare stazione radio WABC Top 40 di New York, per pubblicizzare il negozio di abbigliamento Dennison. La Cina ha i soldi, e nessuno, tranne gli Stati Uniti, sembra tenersene lontano. La corsa per aderire all’Asian Infrastructure Investment Bank della Cina da parte di tutti i maggiori Paesi dell’UE realizza l’idea che Asia ed Eurasia creeranno o distruggeranno il futuro economico del pianeta. Le economie di Stati Uniti e Canada soffocano sotto debiti inesigibili, infrastrutture marcescenti e arrugginite città fantasma industriali come Detroit o Pittsburgh. Gli USA non sono più il magnete commerciale che attrae tutti gli altri. Il Paese è devastato e i dati economici del governo sono una raccolta di menzogne: il suo vero tasso di disoccupazione è al 23,2%, a livelli da Grande Depressione, secondo le statistiche oscurate dal governo di John Williams.
La Cina è nella posizione cruciale di fondare una nuova banca per finanziare grandi infrastrutture transnazionali come la ferrovia ad alta velocità trans-eurasiatica della Nuova Via della Seta a cui la Russia si collega. Emergeranno grandi richieste per la costruzione di infrastrutture per l’energia elettrica ed autostrade in tutta l’Eurasia e l’Asia. Infrastrutture economiche sono allo studio per collegare la Corea del Sud alla grande economia cinese attraverso la Corea democratica. Il gap infrastrutturale in Asia ed Eurasia è sufficiente per stimolare la crescita industriale globale per decenni. L’Asian Development Bank (ADB) stima che l’Asia avrà bisogno di 8000 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni per energia, trasporti, telecomunicazioni, acqua ed igiene. Ora gli investimenti privati nelle infrastrutture arrivano a soli 13 miliardi di dollari l’anno, la maggior parte per progetti a basso rischio. L’aiuto pubblico allo sviluppo aggiunge altri 11 miliardi di dollari l’anno. Ciò significa un deficit superiore a 700 miliardi di dollari l’anno. Rifiutando di aderirvi e cercando di fermare l’AIIB, Washington in effetti contrasta gli investimenti regionali asiatici che espanderanno il commercio, sostenendo lo sviluppo dei mercati finanziari e la stabilità macroeconomica, migliorando le condizioni sociali, ambientali e sanitarie. Invece Washington ha da offrire solo la sciocca Trans-Pacific Partnership, un accordo di libero scambio favorevole agli USA per consentire a Monsanto e altre aziende statunitensi d’ignorare le leggi nazionali asiatiche nel perseguimento del profitto. Il fatto stesso che l’AIIB abbia raccolto tale supporto in tutto il mondo dimostra l’impotenza delle istituzioni di Bretton Woods, Banca Mondiale, FMI e Banca asiatica di sviluppo, dominate dagli USA.

E la nuova Banca dei BRICS
L’Asian Infrastructure Investment Bank non è l’unica nuova iniziativa delle economie emergenti del mondo. Al summit dei BRICS a Fortaleza, in Brasile, nel 2014, i cinque capi di Stato dichiararono senza mezzi termini, “siamo delusi e seriamente interessati dall’attuale mancata attuazione delle riforme del Fondo Monetario Internazionale del 2010, incidendo negativamente su legittimità, credibilità ed efficacia del FMI“. Collettivamente, i BRICS rappresentano 16000 miliardi dollari di PIL e il 40% della popolazione mondiale, nulla da poter alla leggera trascurare come gruppo di repubbliche delle banane, come certi politici a Washington evidentemente ancora pensano. Non fanno visite oculistiche dal 1944 a quanto pare. La Nuova Banca di Sviluppo, come viene formalmente chiamata, o informalmente Banca di sviluppo dei BRICS, avrà sede a Shanghai, centro finanziario mondiale in rapida espansione in Cina. Si aprirà al business con 100 miliardi di dollari di riserva liquida in dollari, per difendersi da eventuali guerre valutarie come quelle che Washington e Wall Street lanciarono nel 1997 per distruggere le economie delle tigri asiatiche, allora nel boom guidato da Corea del Sud, Malaysia e Indonesia. La nuova banca avrà anche un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari, a cui ogni Paese BRICS contribuisce con 10 miliardi, con l’opzione per arrivare a 100 miliardi per finanziare i progetti infrastrutturali dei BRICS. La Carta della NBS specifica che l’adesione sarà aperta a tutti gli Stati delle Nazioni Unite. Tuttavia, e ciò è fondamentale, il capitale sociale dei cinque fondatori dei BRICS non dovrà mai scendere al di sotto del 55 per cento, e un membro non-fondatore non potrà mai andare oltre il 7 per cento. In breve, la banca BRICS sarà gestita dai governi che condividono profonda insoddisfazione verso le istituzioni di Bretton Woods controllate da Washington. La combinazione delle due nuove banche infrastrutturali rappresenta la maggiore minaccia al sistema del dollaro statunitense e al suo controllo dei flussi finanziari mondiali dal 1944. Questa minaccia guida l’agenda estera allo sbando di Washington. Pace e cooperazione sono molto più utili per risolvere le questioni tra nazioni civili.

600x458F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Anche l’Europa fa perno, sulla Cina

MK Bhadrakumar Indian Punchline 16 marzo 20156a00d83452a77469e2017c35221aea970b-800wiLa decisione della Gran Bretagna di chiedere l’ammissione all’Infrastructure Asian Investment Bank (AIIB) da membro fondatore apparentemente ha sorpreso Washington. Il portavoce del dipartimento di Stato ha ammesso che non vi fu “virtualmente alcuna consultazione con gli Stati Uniti” e che si tratta di “una decisione sovrana del Regno Unito“. Nelle prossime settimane sarà ancora più difficile per gli Stati Uniti riconciliarsi con l’Australia che segue le orme della Gran Bretagna, da quando il presidente Barack Obama era personalmente intervenuto presso il primo ministro Tony Abbott lo scorso ottobre, affinché non facesse una cosa del genere. Corea del Sud e Francia aderiranno all’AIIB. (The Guardian) La Gran Bretagna sostiene che la decisione è stata presa nell'”interesse nazionale” e per motivi puramente economici. Ma di certo la Gran Bretagna non può che essere consapevole che l’AIIB sia un pugnale volto al cuore del sistema di Bretton Woods. Peggio la Cina mira praticamente per entrare nel sistema di Bretton Woods da divinità dominante. Come chiarisce un commento di Xinhua, “Divenendo la seconda economia del mondo, la Cina sostiene e opera per la revisione dell’attuale sistema internazionale… La Cina non ha intenzione di sconvolgere il quadro, ma piuttosto di contribuire a definire un quadro mondiale più diversificato… la Cina si augura di vedere la propria valuta nel paniere FMI secondo il peso che lo yuan ora esercita sul commercio internazionale di beni e servizi. La Cina accoglie la cooperazione da ogni angolo del mondo pur di raggiungere una prosperità condivisa e di comune interesse, ma andrà avanti comunque quando riterrà di essere nel giusto“.
I Paesi europei capiscono che l’AIIB è òa base essenziale per la strategia della Via della Seta della Cina (noto come iniziativa “Cintura e Via”). L’ex-primo ministro francese Dominique de Villepin ha scritto sul quotidiano economico francese Les Echos che la Via della Seta della Cina offre a Francia e altri Paesi europei l’opportunità di sfruttare accordi redditizi nei trasporti e dei servizi urbani. “E’ un compito che dovrebbe mobilitare l’Unione europea e i suoi Stati membri, ma anche autorità locali, camere di commercio ed imprese, per non parlare di università e centri di studio“, suggeriva de Villepin. Le menti europee non riescono a capire la geopolitica? Naturalmente, la capiscono perfettamente. Citando de Villepin, in termini diplomatici la Via della Seta è “una visione politica che apre la via ai Paesi europei al rinnovato dialogo con i partner del continente asiatico, che potrebbe contribuire a trovare, per esempio, programmi flessibili tra Europa e Russia, in particolare trovando i fondi necessari per la stabilizzazione dell’Ucraina. Il rapporto tra Oriente e occidente deve ancora avviarsi“. Anche la Russia ha colto l’importanza strategica della Via della Seta della Cina. Mosca ha elaborato la strategia decennale per la Shanghai Cooperation Organization che sarà ripresa al prossimo vertice di luglio ad Ufa che, secondo l’attuale segretario generale SCO (diplomatico russo, tra l’altro), “proclamerà una partecipazione più profonda e ampia della SCO negli affari mondiali“, riunendo le strategie economiche nazionali dei Paesi della SCO con il programma della Via della Seta della Cina. A dire il vero, gli alleati europei degli Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania ritrovano la propria strada per la Cina (e la Russia). Il volume commerciale della Gran Bretagna con la Cina ha toccato i 70 miliardi dollari e gli investimenti cinesi nei passati 3 anni hanno superato l’intero importo investito fino a quel momento. Come de Villepin ha reso eloquente nel suo articolo, ossessionati dalla volatilità dei mercati finanziari e dai problemi economici, e sfidati nella sicurezza, la Francia e i partner europei devono unirsi agli sforzi della Cina per ricostruire la Via della Seta. De Villepin ha riconosciuto che la strategia della Via della Seta in Cina avviene per interesse della Cina, offrendo “un quadro flessibile per far fronte alle grandi sfide del Paese” tra cui globalizzazione dell’economia nazionale della potenza asiatica e rafforzamento del ruolo globale della sua moneta nel commercio mondiale e, a livello nazionale, per riequilibrare lo sviluppo delle province e i consumi delle famiglie. Ciò nonostante, l’Europa non vede ciò in termini a somma zero, in quanto il nuovo approccio allo sviluppo economico e la spinta diplomatica proposta “riempie il vuoto” tra Asia ed Europa creando un collegamento tra infrastrutture, industriali, finanziarie e di comunicazione delle nazioni. “E’ una visione economica che si adatta alla pianificazione cinese della cooperazione economica internazionale. In un mondo finanziario volatile e instabile è necessario adottare il giusto approccio ai progetti a lungo termine utilizzando i nuovi strumenti multilaterali“, ha scritto de Villepin. La Germania vede le cose allo stesso modo di Gran Bretagna e Francia. La cancelliera Angela Merkel ha detto ieri all’inaugurazione della Fiera di Hannover che l’economia tedesca vede la Cina non solo come il maggiore partner commerciale al di fuori dell’Europa, ma anche come partner per lo sviluppo di tecnologie complesse. La Cina è il Paese partner ufficiale del CeBIT 2015. Merkel ha accolto con favore le imprese cinesi giunte al CeBIT 2015, dicendo che incarnano l’innovazione e il ruolo della Cina come partner della fiera è essenziale nella cooperazione per l’innovazione tra Cina e Germania. L’amministrazione Obama ha mancato il punto. Com’è potuto accadere che un presidente intellettuale si sia sperduto in Mesopotamia in una guerra infinita e in Eurasia a caccia di obiettivi che non influenzano direttamente gli interessi vitali degli Stati Uniti, mentre una tale riconfigurazione epocale del dramma asiatico si svolge proprio sotto il suo naso? Pechino ha capovolto la strategia del ‘perno’ degli Stati Uniti per contenerla non solo in termini intellettuali, ma anche in termini politici e diplomatici. Pechino prevede di svelare il piano di attuazione della ‘Cintura e Via’ al Forum Boao 2015 di fine mese. Fonti di Pechino hanno detto a Xinhua che sono stati individuati “centinaia” di progetti infrastrutturali.map-china-rail-mos_112414052931Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Come Mercosur e Unione eurasiatica sfidano gli USA e l’egemonia del dollaro

Ariel Noyola Rodríguez* RussiaToday
*Laurea in Economia e Commercio presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico.

lainfo.es-20424-unixn_euroasixticaDi fronte all’offensiva imperiale lanciata da Washington contro la Russia e i governi democratici in America Latina, il partenariato strategico tra Mercosur e l’Unione eurasiatica emerge quale elemento chiave nella difesa della sovranità e della costruzione di un ordine mondiale multipolare sempre più lontano dall’orbita del dollaro e meno incentrato sull’economia degli Stati Uniti. Le strategie di contenimento economico promosse da Washington contro Mosca e Caracas precipitano la riconfigurazione delle alleanze nel sistema globale. Sebbene la Russia si trovi geograficamente nell’emisfero settentrionale, la sua agenda diplomatica prevede stretti legami con le economie emergenti. Lo stesso vale per l’America Latina, regione che secondo il ministro degli Esteri Sergej Lavrov è destinata a divenire pilastro fondamentale nella costruzione dell’ordine mondiale multipolare. Indubbiamente, i legami della Russia con l’America Latina si approfondiscono rapidamente. Secondo la banca dati sul commercio delle Nazioni Unite (ONU Comtrade, nell’acronimo in inglese), gli scambi tra Mosca e America Latina hanno raggiunto la cifra record di 18,832 miliardi di dollari nel 2013, un importo 3 volte superiore rispetto al 2004 (Brasile, Venezuela, Argentina, Messico ed Ecuador sono i 5 partner più importanti dell’orso russo in America Latina). Vi sono fondamentali complementarità economiche. Le esportazioni russe verso l’America Latina si concentrano per oltre il 50% in fertilizzanti, minerali e combustibili. Mosca invece acquista dai Paesi latinoamericani soprattutto prodotti agricoli, salumi e componenti elettronici. Secondo le proiezioni dell’Istituto per l’America Latina dell’Accademia delle Scienze Russa, il commercio bilaterale raggiungerà i 100 miliardi entro il 2030, con un incremento di oltre il 500%. Tuttavia, vi sono molte sfide all’orizzonte. Il contesto recessivo dell’economia globale, la tendenza deflazionistica (prezzi in calo) nel mercato delle materie prime (soprattutto petrolio), il rallentamento in Asia e le sanzioni economiche imposte da Stati Uniti e Unione europea, rivela l’urgente necessità di aumentare i termini delle relazioni diplomatiche tra Russia e Paesi dell’America Latina.
In conseguenza del calo degli scambi tra Russia ed Unione europea, l’America Latina emerge come sorta di mercato sostitutivo ricevendo allo stesso tempo investimenti high-tech. A questo proposito, vi sono i notevoli programmi d’investimento del Consorzio Petrolifero Nazionale (formato da Rosneft, Gazprom Neft, LUKoil, TNK-BP e Surgutneftegas) previsti in Brasile, Argentina, Venezuela, Guyana e Cuba, tra gli altri Paesi. Inoltre, vi è una vasta gamma di possibilità per costruire alleanze scientifico-tecnologiche, da un lato, promuovendo lo sviluppo industriale in America Latina e, dall’altro lato, aiutare a diversificare le esportazioni di Mosca attualmente concentrate sugli idrocarburi. La lunga stagnazione dell’attività economica globale e l’aumento dei conflitti interstatali per garantirsi l’approvvigionamento di materie prime essenziali (petrolio, gas, metalli, minerali, terre rare e così via) per riprodurre il capitale, promuove la costruzione di alleanze strategiche tramite accordi commerciali preferenziali, investimenti congiunti nel settore energetico, trasferimento tecnologico, cooperazione tecnico-militare, ecc. Nella stessa prospettiva, il rapporto strategico bilaterale della Russia con diversi Paesi dell’America Latina (Argentina, Brasile, Cuba, Ecuador, Nicaragua, Venezuela, etc.), cerca d’espandersi nella regione sudamericana attraverso la punta di diamante dell’Unione Eurasiatica (formata da Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia e Kirghizistan). Mentre il Presidente Vladimir Putin propose nel 2011 (in un articolo pubblicato sul quotidiano ‘Izvestija‘) di convertire l’Unione eurasiatica in un meccanismo di collegamento tra la regione Asia-Pacifico e l’Unione europea, l’assedio imposto alla Federazione Russia dalla NATO ha annullato temporaneamente tale possibilità. Di conseguenza, l’Unione eurasiatica supera i confini continentali creando zone di libero scambio con la Cina in Asia, l’Egitto in Africa del Nord e il Mercato comune del Sud (Mercosur comprendente Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela) in America Latina.
mercosur Negli ultimi anni, la relazione strategica tra Unione eurasiatica e Mercosur rappresenta la maggiore scommessa della Russia nella regione sudamericana sull’integrazione regionale: entrambi i blocchi hanno una superficie di 33 milioni di chilometri quadrati, una popolazione di 450 milioni di abitanti e un PIL combinato di oltre 8,5 miliardi di dollari (11,6% del PIL globale in termini nominali). La relazione strategica ha due grandi obiettivi. In primo luogo, ridurre la presenza di Stati Uniti e Unione europea sui flussi extraregionali del commercio e degli investimenti. In secondo luogo, accelerare il processo di de-dollarizzazione globale attraverso l’uso delle monete nazionali come mezzo di pagamento. La realizzazione di un sistema di pagamenti alternativi alla Società per la telecomunicazione interbancaria e finanziaria internazionale (SWIFT, nell’acronimo in inglese) da parte della Russia (la Cina ha recentemente annunciato il lancio di un sistema di pagamento proprio, che potrebbe essere operativo a settembre), così come l’esperienza dell’America Latina con il sistema unico di compensazione regionale (SUCRE) per attutire gli shock esteri sulla regione, sono la prova del ruolo crescente di entrambe le parti nella creazione di nuovi istituzioni e meccanismi finanziari abbandonando l’orbita del dollaro. Senza dubbio, di fronte all’assalto economico e geopolitico dell’imperialismo USA, le economie emergenti eludono il confronto diretto con la regionalizzazione. In breve, Unione eurasiatica e Mercosur dovrebbero concentrare i loro sforzi su una maggiore cooperazione finanziaria e una parallela articolazione di un fronte comune in difesa della sovranità nazionale e dei principi del diritto internazionale.
In conclusione, la relazione strategica tra Unione eurasiatica e Mercosur ha la grande opportunità di presentare al mondo la risposta positiva di entrambi i blocchi all’aggravarsi della crisi economica attuale e, quindi, contribuire in modo decisivo a minare dalle fondamenta l’egemonia del dollaro.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

Unisciti agli altri 530 follower