L’intesa India-Pakistan trasformerà l’Eurasia

F. William Engdahl New Eastern Outlook 31/01/2016modi-sharifNegli ultimi mesi, l’India del nuovo dinamico premier Narendra Modi e il primo ministro del Pakistan Nawaz Sharif hanno fatto i primi passi verso la soluzione di 70 anni di tensioni di confine. Le due grandi nazioni eurasiatiche puntano all’armonia politica e infine economica, che potrebbe cambiare notevolmente in meglio la geopolitica di guerre e caos mondiale. Saranno i Paesi chiave del cuore eurasiatico dell’emergente Shanghai Cooperation Organization, di cui entrambi sono gli ultimi aderenti. Provocherà infarti a Londra, New York e Riyadh.
E’ utile studiare la metodologia storica effettiva della strategia dell’equilibrio dei poteri inglese, quando l’impero crebbe dopo la sconfitta di Napoleone a Waterloo nel 1815. In sostanza fu il dominio inglese sui mari del mondo, attraverso la Royal Navy, controllando il commercio mondiale pur mantenendo l’Europa continentale quale potenziale sfidante sottomessa, mantenendo sempre alleanze con gli Stati o le potenze avversari più deboli per condurre attriti o guerre contro l’avversario più forte, il che significava schierarsi una volta con la Prussia contro la Francia, e nell’altra con la Francia contro la Germania, e così via. Era chiaro alla fine della seconda guerra mondiale che gli Stati Uniti d’America, l’egemone emerso dalla guerra, non avevano alcuna intenzione di aiutare l’alleata Gran Bretagna a mantenere la zona commerciale favorita della sterlina imperiale inglese, per ripristinare infine l’impero e sfidare la nuova egemonia degli USA. Gli Stati Uniti decisero prima di smembrare quell’impero e infine dare alle società statunitense ciò che rimase. Dopo la guerra, crearono la Comunità europea del carbone per fare dell’Europa continentale devastata dalla guerra un loro vassallo economico, sempre con lo spauracchio dell’Unione Sovietica per mantenere l’Europa docile. Era il sistema di potere statunitense. Truman, nell’agosto 1945, su consiglio delle banche di Wall Street, scioccò Londra interrompendo bruscamente il programma affitti e prestiti di guerra con cui la fallita Gran Bretagna, di fatto, poteva importare beni vitali come il cibo. Washington perseguì la negoziazione di un prestito le cui condizioni chiesero che Il Regno Unito rendesse la sterlina convertibile.

Il sole tramonta sull’impero
La combinazione di richieste finanziarie di Washington nel dopoguerra al governo laburista di Clement Attlee e rovina dell’economia di guerra della devastata Gran Bretagna, rese mantenere l’impero, soprattutto l’India, fiscalmente impossibile. Quando il governo inglese nel 1947 nominò Lord Mountbatten in Birmania, zio del principe Filippo, a supervisore del passaggio del Raj indiano degli inglesi, allora comprendente anche Pakistan e Bangla Desh, all’indipendenza, Mountbatten fece in modo di gettare i semi di più di sei decenni di conflitti. Il suo piano, realizzato in sei mesi, puntava a ciò che chiamò “Teoria delle due nazioni”, tutte le aree con popolazione a maggioranza musulmana sarebbero diventate parte del Pakistan, e quelle con maggioranza indù si sarebbero unite all’India. I conflitti religiosi furono programmati dal divide et impera giocato dagli inglesi. Le placche tettoniche che Mountbatten pose in collisione furono l’India, Stato prevalentemente indù, e il Pakistan, Stato dalla schiacciante maggioranza musulmana sunnita. Sul Kashmir, territorio contestato oggi da India, Pakistan e Repubblica popolare cinese, Mountbatten lasciò che si decidesse in futuro se diventare parte dell’India o del Pakistan. Era come se avesse deciso di porre una bomba pronta al confine delle nuove nazioni. Incastrato nella valle dell’Himalaya tra le tre grandi nazioni asiatiche, il Kashmir è stato ed è oggi il centro della crisi che può, e troppo spesso è, esplodere nello scontro incontrollato tra India e Pakistan, entrambi in possesso di armi nucleari. Inoltre, il Kashmir è geopoliticamente strategico non solo per India e Pakistan, ma anche per la Cina. Oggi l’India vi staziona 700000 forze di sicurezza per mantenere sotto stretto controllo una popolazione di 7 milioni di musulmani nella valle del Kashmir. Ben 80000 persone furono uccise nel conflitto sul Kashmir negli ultimi due decenni ed 8000 civili sono i dispersi in Kashmir. Poco nota è l’affermazione della Cina sull’impatto del Kashmir nella sicurezza della provincia della Cina occidentale dello Xinjiang, al confine col Kashmir conteso, e sede della minoranza uigura musulmana Cina. Nel 1962, dopo una breve guerra di confine con l’India, la Cina prese il pieno controllo dell’Aksai Chin in Kashmir, al confine con la strategica provincia cinese dello Xinjiang. Dopo la guerra di confine del 1962 tra Cina e India, la Cina sviluppò la “solida amicizia” con il Pakistan, sostenendolo nelle guerre contro l’India nel 1965 e 1971, e sostenendone le pretese sul Kashmir. Il cosiddetto Movimento islamico del Turkestan Oriente (ETIM), così come SIIL e altri gruppi terroristici radicali, sono sempre più attivi nello Xinjiang, il cuore della produzione di petrolio e gas della Cina, e nodo dei gasdotti per Kazakistan e Russia. L’irrisolta partizione del Kashmir è la chiave geopolitica per risolvere le guerre infinite in Afghanistan, il conflitto tra Pakistan e India, e aprire l’intera regione al notevole futuro sviluppo economico cooperando con la Cina sui progetti infrastrutturali per strade, ferrovie e porti.

L’adesione alla SCO apre nuove porte
Negli ultimi mesi, aiutata dal governo poco filo-USA di Najendra Modi, l’India ha compiuto sottili passi per la distensione e infine porre fine al conflitto infinito tra India e Pakistan sul Kashmir. Dalla rielezione nel 2013 il regime pakistano del primo ministro Nawaz Sharif, capo della Lega musulmana pakistana e punjabi del Kashmir, ha allontanato da Washington il Pakistan che sotto il Generale Musharraf dipendeva dagli Stati Uniti dal 2001, nella guerra al terrorismo e nella disastrosa guerra in Afghanistan. Sharif, pur mantenendo relazioni amichevoli con Washington non è malleabile ed ha cercato migliori legami con la Cina, vecchia alleata del Pakistan, e con la Russia, forte alleata dell’India dalla guerra fredda. Modi, leader nazionalista indù del Bharatiya Janata Party (BJP), da quando è primo ministro indiano, nel maggio 2014, ha lanciato un’impressionante ripulita della burocrazia statale della pianificazione indiana, agendo per rendere gli investimenti esteri più attraenti. Il risultato è che nel 2015 l’India era il Paese leader negli investimenti esteri diretti nel mondo, superando anche la Cina. Modi ha compiuto grandi passi per migliorare le infrastrutture dei trasporti in India, in particolare autostrade e reti ferroviarie, riformando per prima le ferrovie. L’India di Modi ha lanciato la costruzione in joint venture francesi e statunitensi di 1000 nuove locomotive diesel col piano “Make in India”. A fine dicembre 2015, il suo governo ha firmato un accordo con il Giappone per costruire un sistema di treni ad alta velocità che collega Mumbai e Ahmadabad, e la massiccia espansione della rete autostradale in India, creando moderni collegamenti per le aree più remote per la prima volta. Inoltre, 101 fiumi saranno convertiti in corsi d’acqua nazionali per il trasporto di merci e passeggeri. Mentre l’agenda economica nazionale finora è impressionante, Modi sa chiaramente che il futuro della robusta trasformazione economica indiana è collegare la seconda nazione più popolosa del mondo allo spazio economico eurasiatico emergente, dominato da Cina e Russia. Nel luglio 2015 l’eurasiatica Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, gruppo sempre più strategico creato nel 2001 a Shanghai per incrementare la cooperazione nello spazio eurasiatico tra Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ha votato per estendere lo status di piena adesione nel 2016 di Pakistan e India. E’ la prima espansione in 15 anni di storia della SCO, e potenzialmente la più significativa, in quanto apre l’intera area eurasiatica dalla Cina all’India attraverso Pakistan, Kazakistan, Russia e gli altri Stati aderenti all’Unione economica eurasiatica, tra cui oltre a Russia e Kazakistan, Bielorussia, Armenia e Kirghizistan. Gli aderenti alla SCO nel 2015 approvavano ufficialmente la partecipazione al vasto programma per le infrastrutture stradali e marittime del Grande Progetto Via e Cintura della Cina. Modi prevede chiaramente di collegare la rete ferroviaria indiana aggiornata al progetto della Via della Seta della Cina. La distensione con il Pakistan è la chiave geografica di ciò. L’agenda economica eurasiatica è chiaramente il motivo trainante della visita a sorpresa di Modi nella capitale del Pakistan, Lahore, per incontrare il Primo ministro Sharif il 25 dicembre, di ritorno dai colloqui a sorpresa a Kabul, in Afghanistan e prima ancora, con Putin in Russia, dove entrambi i Paesi hanno deciso i principali programmi di Difesa ed energia nucleare. Il primo ministro del Jammu e Kashmir, Mufti Muhamad Sayid, ha salutato i colloqui Modi-Sharif affermando che rafforzeranno “l’amicizia e inaugureranno un’era di pace e stabilità nella regione. È un processo evolutivo e un passo nella giusta direzione“. Fu il primo viaggio in Pakistan di un primo ministro indiano dal 2004.
Sharif negli ultimi mesi ha impegnato il Pakistan in un cambio geopolitico sottile ma significativo. Per decenni l’Arabia Saudita aveva considerato il Pakistan uno Stato vassallo, economicamente arretrato e dipendente dalla generosità finanziaria saudita. Negli anni ’80, l’operazione Ciclone della CIA era il nome in codice per l’operazione degli Stati Uniti per addestrare i fanatici terroristi nominalmente musulmani, soprannominati Mujahidin, per la guerriglia contro i sovietici dell’Armata Rossa in Afghanistan, con l’intelligence pakistana, l’ISI dell’ultra-conservatore generale Muhammad Zia-ul-Haq, il dittatore scelto dall’amministrazione Reagan-Bush per la loro guerra empia, o come Zbigniew Brzezinski ha definito “Vietnam della Russia”. I mujahidin in Afghanistan furono reclutati dal giovane saudita Usama bin Ladin, che allora lavorava per l’operazione Ciclone della CIA gestita da Turqi al-Faysal, il capo dell’intelligence saudita fino a poco prima dell’11 settembre 2001, una persona vicina alla famiglia Bush Al-Faysal inviò il giovane ricco saudita Usama bin Ladin in Pakistan negli anni ’80 per reclutare terroristi fanatici sunniti nell’operazione Ciclone; migliaia di reclute dall’ultra-rigida Arabia Saudita wahhabita. Tale intimo corrotto legame saudita-pakistano chiaramente s’indebolisce col regime di Sharif, nonostante le riunioni di vertice tra l’esercito pakistano e il re saudita lo scorso novembre. Quando il ministro della Difesa saudita e di fatto presente sovrano, principe Salman, annunciava il 14 dicembre la formazione di una coalizione a guida saudita degli Stati sunniti che hanno accettato di combattere lo SIIL in Siria. Il Ministero degli Esteri del Pakistan annunciò che non gli fu formalmente chiesto e che non avrebbe aiutato i sauditi a schierare truppe in Siria. Potenzialmente molto più importante è lo sviluppo, tuttavia, dei rapporti tra Pakistan e India. Modi e Sharif si sono incontrati privatamente nel luglio 2015 ad Ufa, in Russia, al vertice della Shanghai Cooperation Organization, dove entrambi decisero la collaborazione diretta sulle misure antiterrorismo e Sharif invitò Modi al vertice del 2016 dell’Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC). Ora, con la chiara volontà di Sharif e Modi di disinnescare il Kashmir e altri conflitti che hanno tenuto Pakistan e India in stato di tensione continua dal 1947, la prospettiva è più reale che mai, negli ultimi decenni, per la distensione e anche la cooperazione economica.
Con Cina e Russia impegnate nel dialogo positivo con entrambi i Paesi, e le immense prospettive economiche dei grandi progetti infrastrutturali della Via e Cintura della Cina, insieme all’Unione economica eurasiatica della Russia, il peggior incubo di Zbigniew Brzezinski, l’unione economica delle nazioni dell’Eurasia India, Cina e Russia è a portata di mano. L’Iran, le cui sanzioni imposte dagli Stati Uniti sono in procinto di essere tolte, chiaramente aderirà allo spazio economico eurasiatico. Si tratta dell’adesione di un osservatore della Shanghai Cooperation Organization che attende la revoca delle sanzioni. Una vista alla mappa eurasiatica mostra il vasto ed entusiasmante nuovo spazio geopolitico emergente. Nel suo famigerato libro del 1997, La Grande Scacchiera, Brzezinski, nel 1979 architetto della guerra dei Muhjaidin della CIA contro i sovietici in Afghanistan, osserva che “è imperativo che nessun sfidante eurasiatico emerga, capace di dominare l’Eurasia, e quindi anche di sfidare l’America”. Brzezinski continuò ad elaborare la minaccia di tale formazione eurasiatica: “Una potenza che domina l’Eurasia controllerebbe due delle tre regioni più avanzate ed economicamente produttive del mondo. Un semplice sguardo alla mappa suggerisce anche che il controllo dell’Eurasia comporterebbe quasi automaticamente la subordinazione dell’Africa, rendendo emisfero occidentale e Oceania (Australia) geopoliticamente periferici rispetto al continente centrale del mondo. Circa il 75 per cento della popolazione mondiale vive in Eurasia, e la maggior parte della ricchezza fisica del mondo è lì, sia industriale che del sottosuolo. L’Eurasia rappresenta circa i tre quarti delle risorse energetiche conosciute al mondo”. La sfida per le nazioni eurasiatiche della SCO, con Pakistan e India ora, sarà impedire che “terrore” e altre interruzioni sabotino la distensione emergente tra Pakistan e India. Possiamo essere certi che il ministro della Difesa saudita, principe Salman, fa gli straordinari per trovare un modo per far deragliare la collaborazione assieme certe reti vicine ai falchi neoconservatori di Obama. I prossimi mesi saranno cruciali per il futuro dell’Eurasia e, per estensione, della pace e dello sviluppo politico-economico globali. Ancora una volta, Russia e Cina giocano un ruolo di mediazione costruttiva e l’occidente, in particolare Washington e gli alleati, fa di tutto per ostacolarlo.modi-sharif-1F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina si prepara al Pivot in Medio Oriente

Peter Korzun Strategic Culture Foundation 17/01/2016134669117_14434827447911nLa prima visita ufficiale del presidente cinese Xi Jinping la prossima settimana in Medio Oriente è un segnale della volontà di Pechino di essere un attore importante nel Medio Oriente. Sullo sfondo di estremamente intensi contatti internazionali dall’assunzione della presidenza nel marzo 2013, il primo tour di Xi Jinping in Medio Oriente, il 19 – 23 gennaio, comprenderà Arabia Saudita, Egitto e Iran. Il leader cinese ha scelto il Medio Oriente come prima destinazione estera del 2016, generalmente indicando la Cina concentrarsi su una particolare regione o Paese. I preparativi per la visita sono iniziati un anno prima dello scontro Arabia Saudita-Iran, e molte cose sono successe da allora. I colloqui sul nucleare iraniano hanno portato a un accordo, la Russia ha lanciato le operazioni militari in Siria e la situazione di stallo tra sunniti e sciiti si è aggravata. Fino a poco prima, la politica in Medio Oriente della Cina si riduceva prevalentemente all’acquisto di petrolio in cambio di investimenti. Senza una presenza militare e coinvolgimento militare diretto, Pechino è diventato il maggiore consumatore di idrocarburi. Ma il programma della prima visita del leader cinese dall’inizio delle agitazioni regionali va ben oltre la sicurezza energetica. Ora Pechino viene ampiamente coinvolta nella regione. La cooperazione economica, la crisi dei rifugiati e, in particolare, il terrorismo sono i primi temi all’ordine del giorno del viaggio. Poco prima del viaggio del Presidente Xi, la Cina ha pubblicato il documento sulla politica araba, ribadendo l’importanza strategica che Pechino attribuisce alla regione. Afferma che la Cina s’impegna a consolidare e approfondire l’amicizia tradizionale tra Cina e arabi. Il coinvolgimento della Cina negli affari del Medio Oriente è un fattore per influenzare significativamente gli eventi. Senza avere alcun Paese particolare come alleato, Pechino cerca di creare un favorevole clima geopolitico, e questo è positivo. “Se può fare la differenza in Medio Oriente, verrà considerato un grande Paese. La Cina deve affrontare restrizioni in Medio Oriente, ma è pronta a svolgere il suo ruolo”, ha detto Li Shaoxian, Vicepresidente dell’Istituto di relazioni internazionali contemporanee, un think tank governativo.
La visita di Xi Jinping in Egitto è prevista per il 20-22 gennaio, la prima visita di un leader cinese in 12 anni. Durante la visita del presidente egiziano Abdalfatah al-Sisi in Cina, alla fine del 2014, le due parti aggiornarono il loro rapporto in “partenariato strategico globale”. Gli accordi della visita, tra cui un progetto elettrico ferroviario e la costruzione di una nuova centrale elettrica a Suez, furono finalizzati quando il presidente egiziano presenziò alla parata militare per commemorare il 70° anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale. L’Egitto ha anche indicato che cercherà investimenti e la partecipazione cinese al progetto del Nuovo Canale di Suez. L’Egitto è vicino all’Arabia Saudita, ma non è parte della coalizione anti-Iran. Il presidente egiziano Abdalfatah Said Husayn Qalil al-Sisi è andato a Mosca e Pechino per partecipare ai V-Day. Il commercio tra Cina ed Europa attraversa il Canale di Suez egiziano. L’Iran è un caso speciale. Una visita in Iran era prevista da un anno. Xi Jinping sarà il primo leader cinese a visitare l’Iran da quando il Presidente Jiang Zemin vi effettuò una visita di Stato nel 2002. Comprando petrolio dall’Iran, la Cina fornisce armi, investimenti e tecnologia. Pechino partecipa alla costruzione del gasdotto Iran-Pakistan di 2775 km di lunghezza, noto anche come gasdotto della pace, per rifornire di gas il Pakistan. Per l’Iran, la Cina è una fonte di investimenti cruciali, consumatrice affidabile e Paese di grande importanza geopolitica. Con le sanzioni che si prevede di togliere presto, l’Iran ha la prospettiva di una maggiore cooperazione con Cina e Russia, Paesi con interessi simili in Iran. Teheran ha il desiderio di aderire alla Shanghai Cooperation Organization (SCO) e fare parte dell’alleanza politica ed economica guidata da Russia e Cina. Con le sanzioni revocate, l’Iran può essere invitato a far parte della SCO questa estate, divenendone membro a pieno titolo dopo un anno. Lo stesso vertice dovrebbe permettere la piena adesione di India e Pakistan, creando così l’asse Mosca-Pechino-Delhi. Il tour includerà il primo vertice Cina-Arabia Saudita dal 2009, da quando Cina e Arabia Saudita allacciarono relazioni diplomatiche nel 1990. Tuttavia, da allora i legami si sono ampliati rapidamente dato che la dipendenza della Cina dal petrolio estero è cresciuta. Nell’autunno 2013 la Cina ha superato gli Stati Uniti ufficialmente come maggiore importatore netto di petrolio. In particolare, la Cina dovrebbe diventare presto il primo importatore di petrolio dall’OPEC, con conseguente maggior affidamento sulle nazioni dell’OPEC, tra cui l’Arabia Saudita. Mentre la cooperazione energetica rimane un baluardo delle relazioni Cina-Arabia Saudita, è chiaro che i due Paesi cercano di espandere i rapporti. I legami storici dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti si sono sfilacciati negli ultimi anni, in parte per la risposta degli Stati Uniti alla primavera araba e per il risultato dell’accordo nucleare con l’Iran, a cui il Regno si opponeva. La maggiore cooperazione Cina-Arabia Saudita ha senso per Pechino e Riyadh. Mentre la dipendenza della Cina dal petrolio straniero cresce, Pechino dovrà garantire buoni rapporti con i potenti Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente. L’Arabia Saudita è il più importante di essi. Inoltre, un buon rapporto con Riyadh permetterebbe alla Cina non solo di garantire le importazioni di petrolio di Riyadh, ma di creare una partnership volta a “stabilizzare” la regione, permettendo idealmente a tutto il petrolio del Medio Oriente di fluire senza intoppi. Recentemente Riyadh ha compiuto numerose azioni per bilanciare la politica estera, evitando un eccessivo affidamento sul sostegno dagli Stati Uniti.
La Cina affianca la Russia sulle principali questioni del Medio Oriente, compreso il sostegno al governo di Bashar Assad in Siria. Se la pace sarà mai ripristinata, gli investimenti cinesi e russi giocheranno un ruolo importante nel recuperare il Paese. Iran, Russia e Cina sono nella stessa barca sull’Afghanistan. Pechino sa che il sogno della Nuova Via della Seta non potrà mai avverarsi senza una stabile Asia centrale e il Pakistan. Per Russia e Iran, la stabilità nella regione è questione di importanza vitale trovandosi ad affrontare ostilità in prossimità delle proprie frontiere. Il consenso tra Russia e Cina sembra consentire la ricerca di un ulteriore coordinamento delle azioni in Medio Oriente. Tale consenso comprende Siria, Iran, opposizione alla strategia del “cambio di regime” e delle “rivoluzioni colorate”. Mosca e Pechino hanno interesse comune nella lotta a terrorismo, estremismo e separatismo. Gli estremisti musulmani in Russia e regione autonoma del Xinjiang cinese ingrossano le fila dello Stato islamico e rappresentano una vera e propria minaccia in caso tornassero a casa. Russia e Cina sono i denominatori comuni nel mondo contemporaneo. Entrambe sono attrici importanti nel processo di pace siriano. Il recente ritorno della Russia in Medio Oriente e l’emergere della Cina come attivo attore in Medio Oriente, sono un contrappeso all’influenza degli Stati Uniti nella regione. Coordinandosi, entrambi i Paesi possano colmare il vuoto lasciato dal recente fallimento della politica statunitense in Medio Oriente e dare un contributo significativo nell’allontanare la regione dal baratro del caos e dei conflitti permanenti.2014122410330567335Le relazioni della Cina con Medio Oriente e Paesi Arabi: Presidente Xi Jinping
Quotidiano del Popolo, Global Research, 18 gennaio 2016iranchinaIl presidente cinese Xi Jinping visiterà Arabia Saudita, Egitto e Iran il 19-23 gennaio. Xi ha fatto una serie di osservazioni importanti sul rapporto tra Cina e Medio Oriente e Paesi arabi, di grande importanza nel promuovere il processo di pace in Medio Oriente e far avanzare le relazioni della Cina con questi Paesi.

1. Tutte le nazioni in Medio Oriente hanno uguale diritto a vita e sviluppo.
Il Medio Oriente è assediato dalla guerra e da disordini sociali, ormai. Pace, stabilità e sviluppo sono aspirazioni comuni dei Paesi del Medio Oriente. Risolvere le controversie con mezzi politici è una scelta strategica nell’interesse di tutte le parti. Tutte le nazioni in Medio Oriente, incluso Israele, hanno ugualmente diritto a vita e sviluppo. Solo quando i legittimi diritti di tutti i Paesi sono garantiti, e tutti i Paesi rispetteranno le reciproche preoccupazioni, ci potrà essere pace duratura e stabilità nella regione. Ha detto Xi incontrando il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu a Pechino, il 9 maggio 2013.

2. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato.
La regione del Golfo e la situazione in Medio Oriente hanno influenza globale e tutti i membri hanno responsabilità regionali sulla salvaguardia di sicurezza e stabilità del Golfo. La Cina ha sempre sostenuto la giusta causa del popolo palestinese e continuerà ad agevolare i colloqui di pace. La Cina sostiene un Golfo denuclearizzato e continuerà a promuovere a lungo termine, la soluzione completa e adeguata alla questione nucleare iraniana. Aveva detto Xi incontrando il principe ereditario saudita Salman bin Abdulaziz al-Saud, vicepremier e ministro della difesa, a Pechino il 13 marzo 2014.

3. La Cina e gli Stati arabi devono portare avanti lo spirito della Via della Seta.
Per migliaia di anni, la Via della Seta portava lo spirito di pace e cooperazione, di apertura e inclusività, imparando gli uni dagli altri i vantaggi e risultati reciproci, trasmessi di generazione in generazione. I popoli della Cina e del mondo arabo si sostengono a vicenda nella battaglia a difesa della dignità e della sovranità nazionali, si aiutano a vicenda per ringiovanire le nazioni, imparano gli uni dagli altri approfondendo gli scambi culturali e promuovendo la prosperità delle culture nazionali. Portare avanti lo spirito della Seta agevolando la comprensione reciproca tra le civiltà. Portare avanti lo spirito della Via della Seta aderendo a una cooperazione vantaggiosa per tutti. Portare avanti lo spirito della Via della Seta sostenendo il dialogo e la pace. Aveva detto Xi all’apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione degli Stati arabi-Cina a Pechino il 5 giugno 2014.

4. Cina e Stati arabi dovrebbero compiere sforzi congiunti nella costruzione della Cintura economica della Via della Seta e della Via della Seta marittima del 21° secolo.
La Cina e gli Stati arabi riconoscono e sono amici attraverso la Via della Seta, che li rende partner naturali nella costruzione della Cintura economica Via della Seta e della Via della Seta Marittima del 21° secolo. Nella costruzione della “One Belt and One Road”, Cina e Stati arabi devono rispettare il principio della costruzione congiunta attraverso la consultazione per soddisfare gli interessi di tutti. Cina e Stati arabi devono essere al tempo stesso ambiziosi e con i piedi per terra. Cina e Stati arabi devono poter contare su e promuovere la loro tradizionale amicizia. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina- Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

5. La Cina si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio di uno specifico gruppo etnico o religioso.
Alcuna civiltà umana è superiore alle altre. Pari scambi rendono la civiltà umana ricca e colorata, proprio come l’abbinamento di colori diversi porta a maggiore bellezza e la combinazione di strumenti musicali differenti crea armonia e pace. La Cina sostiene fermamente i Paesi arabi nel mantenere proprie culture e tradizioni nazionali, e si oppone a qualsiasi discriminazione e pregiudizio verso uno specifico gruppo etnico o religioso. Dobbiamo fare sforzi congiunti nel chiedere civiltà e tolleranza, impedendo a forze e pensieri estremisti di creare una frattura tra civiltà diverse. Aveva detto Xi alla cerimonia di apertura della sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

6. La Cina insiste sulle “quattro aderenze”.
La Cina apprezza i rapporti con gli Stati arabi e ha sempre considerato le relazioni Cina-Stati arabi da una prospettiva strategica di lungo periodo. Presso i nostri amici arabi, insistiamo sulle “quattro aderenze”. La prima è l’adesione al sostegno ai processi di pace in Medio Oriente e alla tutela dei diritti e legittimi interessi dei popoli arabi. La seconda è l’adesione all’agevolazione della soluzione politica e promozione di pace e stabilità nella regione. La terza è l’adesione all’idea di sostenere i Paesi arabi nell’esplorare il modello di sviluppo indipendente ed aiutarli. La quarta è l’adesione al valori perseguiti promuovendo il dialogo tra le civiltà e sostenendo un nuovo ordine civile. Siamo disposti a camminare mano nella mano con i Paesi arabi sulla via della rispettiva rivitalizzazione nazionale. Aveva detto Xi incontrando i capi delle delegazioni arabe alla sesta Conferenza ministeriale del Forum di cooperazione Cina-Stati arabi a Pechino, il 5 giugno 2014.

7. Il processo di pace in Medio Oriente ha bisogno di saggezza e sforzi di tutte le parti.
Le questioni Palestina-Israele, Siria e Iraq si sono intrecciate e s’influenzano. “La violenza contro la violenza” non può risolvere il problema israelo-palestinese. Per promuovere il processo di pace in Medio Oriente c’è bisogno della saggezza e degli sforzi di tutte le parti. La Cina continuerà a sostenere gli sforzi per la conciliazione delle Nazioni Unite e del Segretario generale, promuovendo tutte le parti in Siria trovando la “giusta via”. Aveva detto Xi incontrando il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon il 16 agosto 2014.

8. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo.
Allo stato attuale, le relazioni Cina-Stati arabi sono in corso volgendosi verso un nuovo inizio di pace e cooperazione, apertura e inclusività, reciproca comprensione, vantaggi e risultati reciproci. Da grande attenzione allo sviluppo delle relazioni Cina-Stati arabi. La Cina ha, come sempre, visto le relazioni Cina-Stati arabi nella prospettiva strategica di lungo periodo, ed è pronta a collaborare con gli Stati arabi elevando al massimo le relazioni di cooperazione strategica tra Cina e Paesi arabi caratterizzando a tutto tondo la cooperazione e lo sviluppo comune. Aveva detto Xi nella lettera di congratulazioni per l’anno dell’amicizia Cina-Paesi arabi e al 3° Festival delle arti arabe il 10 settembre 2014.

9. La comunità internazionale dovrebbe sostenere i popoli del Medio Oriente nel cercare la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali.
Ci sono molti problemi e contraddizioni complesse in Medio Oriente. Una soluzione politica è l’unico modo realistico per risolvere le controversie nella regione. Non importa quanto sia difficile, dobbiamo avere la massima pazienza e fornire il massimo spazio a una soluzione politica. Paesi e popoli della regione hanno la maggiore voce in capitolo sulle vie allo sviluppo che dovrebbero seguire. La comunità internazionale dovrebbe sostenerne gli sforzi cercando la via giusta in conformità alle proprie condizioni nazionali. Aveva detto Xi incontrando shayq Tamim bin Hamad al-Thani, emiro del Qatar, a Pechino nel novembre 3,2014.

10. Cina e Stati arabi sono amici fiduciosi e partner che camminano mano nella mano.
Cina e Stati arabi sono amici dalla fiducia reciproca e stretti partner nella realizzazione dello sviluppo reciproco. La Cina, aderendo ai risultati della Via della Seta dello spirito di pace e della cooperazione, dell’apertura e dell’inclusività, della reciproca comprensione e del mutuo vantaggio, collaborerà con tutti i Paesi del mondo, anche arabi, facilitandone lo sviluppo reciproco e migliorando il benessere dei popoli di tutti i Paesi del mondo. Aveva detto Xi in una lettera di congratulazioni all’Expo Cina-Stati arabi del 10 settembre 2015.Egypt's President Sisi shakes hands with Chinese President Xi during a signing ceremony in the Great Hall of the People in BeijingTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Dichiarazione di Putin sui colloqui Russia-India

Kremlin 24 dicembre 2015, Fort RussВстреча президента РФ В. Путина с премьер-министром Индии Н. МодиPresidente della Russia Vladimir Putin
Signor Primo Ministro, onorevoli colleghi,
La prima visita ufficiale a Mosca del primo ministro indiano, il signor Narendra Modi, sta volgendo al termine. I nostri colloqui sono stati molto sostanziali e fecondi. Spero che aiutino a promuovere il privilegiato partenariato strategico russo-indiano. Ieri il signor Modi e io abbiamo avuto un incontro informale a parte, dove abbiamo coperto i cruciali sviluppi mondiali. E’ importante che Russia e India abbiano approcci molto simili verso le principali sfide globali. I nostri Paesi sono a favore della soluzione politica del conflitto siriano e dell’accordo nazionale in Afghanistan. Siamo convinti che l’intera comunità internazionale beneficerà della creazione di un’ampia coalizione che agisca contro il terrorismo secondo il diritto internazionale e sotto l’egida delle Nazioni Unite. La Russia favorisce l’ulteriore rafforzamento del ruolo dell’India nella risoluzione dei problemi globali e regionali. Siamo convinti che l’India, grande nazione dalla politica estera equilibrata e responsabile, sia degna candidata alla posizione di membro permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Vorrei ricordare che la Russia ha sostenuto attivamente l’India nell’adesione alla Shanghai Cooperation Organization. Lavoriamo a stretto contatto nei BRICS, e consegneremo la presidenza di turno all’India nel febbraio 2016. Nel corso dei colloqui di oggi su formati ristretti e ampliati, nonché nel nostro incontro con i principali rappresentanti della comunità d’affari russi e indiani, abbiamo parlato di sviluppare l’intera gamma delle relazioni bilaterali, con particolare attenzione agli scambi commerciali e alla cooperazione economica. Purtroppo, nei primi 10 mesi di quest’anno il nostro commercio reciproco è diminuito del 14,4 per cento. Questo è stato principalmente causato dal calo dei prezzi dell’energia e della domanda per la costruzione di macchinari, causata dalla sfavorevole situazione del mercato dei tassi di cambio e da divergenze estere. Ci siamo accordati per migliorare i nostri sforzi per puntare il commercio verso la crescita stabile, discusso misure concrete per sviluppare e diversificare il commercio e togliere ostacoli amministrativi ed altri. Il ruolo chiave qui è della nostra Commissione intergovernativa, riunitasi il 20 ottobre a Mosca. Dedichiamo la nostra attenzione alla costruzione della cooperazione negli investimenti. Abbiamo deciso di aumentare gli investimenti reciproci per una maggiore cooperazione industriale e nella realizzazione di grandi progetti infrastrutturali ed energetici.
La Russia contribuisce a costruire la centrale nucleare di Kudankulam. La prima unità della centrale è stata attivata nel giugno 2014. Tra alcune settimane sarà attivata la seconda unità. Intendiamo iniziare la costruzione delle terza e quarta unità nel prossimo futuro. I negoziati sono in corso sulle quinta e sesta unità. Abbiamo concordato con l’India l’assegnazione di altro terreno per la costruzione della centrale russa, dove intendiamo utilizzare i più recenti reattori WWER-1200 costruiti con le tecnologie più recenti e più sicure. Queste sono le misure pratiche dirette ad attuare l’importante documento firmato un anno fa, sulla visione strategica della cooperazione russo-indiana nell’uso pacifico del nucleare, contenente i piani per costruire congiuntamente, in India, almeno sei reattori in 20 anni. L’esportazione degli idrocarburi russi sul mercato indiano è in crescita. L’accordo tra Rosneft e Essar prevede ampi rifornimenti di petrolio e prodotti petroliferi alle raffinerie indiane, 10 milioni di tonnellate all’anno per 10 anni. Quest’anno Gazprom ha anche consegnato 5 partite di gas naturale liquefatto in India, e adempiamo ad importanti progetti nella generazione di energia. La società Silove Mashinij ha completato le consegne delle attrezzature commissionate per le centrali idroelettriche di Teri e Balimela e la centrale a ciclo combinato di Konaseema. Tre unità della centrale termica di Sipat sono in costruzione nei termini chiavi in mano.
I grandi rapporti economici tra Russia e India non si limitano affatto all’energia. Così, vorrei ricordare la nostra cooperazione strategica nel settore dei diamanti. La Russia è il più grande produttore di diamanti al mondo, con il 27 per cento di estrazione mondiale, mentre l’India è leader nel taglio dei diamanti, con il 65 per cento del commercio. Quasi la metà della produzione russa viene consegnata all’India. L’anno scorso durante la nostra partecipazione congiunta alla Conferenza Internazionale sui Diamanti di New Delhi, il Signor Primo Ministro ed io abbiamo deciso di rafforzare ulteriormente la cooperazione, e il lavoro è in corso. Così, la Alrosa ha aumentato i contratti a lungo termine da 9 a 12. Ampliando la cooperazione, una zona doganale speciale è stata istituita presso la borsa dei diamanti di Mumbai. Abbiamo inoltre deciso di lanciare nuovi progetti comuni nei settori ad alta tecnologia come l’ingegneria aeronautica, l’industria automobilistica, la metallurgia, i prodotti farmaceutici e l’industria chimica. Abbiamo discusso le prospettive per le imprese russe di partecipare al programma di sostituzione delle importazioni dell’India, chiamato giustamente ‘Fai in India’. Vediamo ciò come un’opportunità in più per la creazione di joint venture, trasferimento di tecnologia e produzione di beni ad alto valore aggiunto. Il protocollo firmato semplifica gli obblighi di viaggio per talune categorie di cittadini dei nostri due Paesi, promuovendo contatti commerciali più attivi e un regime di visti più liberale. Ora gli uomini d’affari possono visitare Russia e India su invito diretto dei loro partner. I nostri due Paesi collaborano tradizionalmente nella cooperazione militare e tecnico-militare, e non mi riferisco solo ai rifornimenti di beni già pronti, ma anche a una maggiore cooperazione tecnologica. Un esempio di tale cooperazione è la creazione congiunta dei complessi missilistici Brahmos. Abbiamo già avviato la produzione in serie dei missili antinave nell’interesse della Marina indiana. Altrettanto promettente, a nostro avviso, è la discussione sui progetti per sviluppare un caccia multi-funzionale e un aereo da trasporto multiruolo. Abbiamo notato l’importanza delle regolari esercitazioni congiunte terrestri navali e aeree ‘Indra‘.
I legami umanitari sono un altro componente importante del partenariato russo-indiano. Quest’anno i russi hanno mostrato grande interesse per gli eventi del festival della cultura indiana. Ci auguriamo che il festival della cultura russa, che si terrà in India l’anno prossimo, sia altrettanto memorabile. In conclusione, vorrei ringraziare i nostri colleghi e amici indiani, e personalmente il Signor Primo Ministro per il costruttivo lavoro congiunto. Continueremo a fare tutto il possibile per sviluppare il partenariato russo-indiano a beneficio dei nostri due Paesi.
Grazie per la vostra attenzione.Modi-Putin-with-Mahatma-GandhiTraduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Eurasia da Minsk a Manila

Andrew Korybko Sputnik 15/12/20151031763728Il Primo ministro Dmitrij Medvedev su suggerimento del Presidente Putin ha formalmente proposto un grande partenariato economico multilaterale nel suo viaggio in Cina. La Russia storicamente è nota per pensare in grande, quindi la proposta del Presidente del Consiglio è totalmente in linea con la cultura politica del Paese. Mentre nella città cinese di Zhengzhou partecipava al Consiglio dei Capi di Governo della SCO, Medvedev ha ambiziosamente dichiarato che: “La Russia propone di avviare consultazioni con Unione economica eurasiatica e Shanghai Cooperation Organization, comprendenti gli Stati riuniti nell’alleanza e i Paesi dell’Associazione delle nazioni asiatiche sudorientali, per creare un partenariato economico basato sui principi di uguaglianza e mutuo interesse“. Il suggerimento corrisponde a ciò che ha detto il Presidente Putin nell’indirizzo del 3 dicembre all’Assemblea federale, annunciando che: “Propongo consultazioni, in collaborazione con i nostri colleghi dell’Unione economica eurasiatica, dei membri della SCO e dell’ASEAN, nonché con gli Stati che aderiranno alla SCO, per la possibile formazione di un partenariato economico“. In un batter d’occhio, in un momento in cui i media mainstream occidentali abbaiano sulla presunta mancanza di opportunità economiche e l'”isolamento” della Russia, Mosca propone un ampio partenariato economico mondiale, sorprendendo completamente l’occidente.

Da Minsk a Manila
L’idea della Russia è molto simile al concetto della famosa battuta di Charles de Gaulle sull’Europa “da Lisbona a Vladivostok“. Tenendo conto delle attuali realtà geopolitiche, probabilmente sintomo delle nuove tendenze a lungo termine, Putin ha aggiornato la visione multipolare dell’ex-leader francese, essenzialmente parlando di un’“Eurasia da Minsk a Manila”. Questa reiterazione rappresentata dalla più occidentale e dalla più meridionale delle capitali del partenariato economico multilaterale proposto, è un modo preciso di descrivere i confini del vasto spazio continentale. Rivediamo l’adesione di ogni organizzazione che farebbe parte di ciò che diverrebbe la Grande zona di libero scambio eurasiatica (GEFTA):

Unione economica eurasiatica:
Questa organizzazione nascente riunisce le economie di Russia, Bielorussia, Armenia, Kazakistan, Kirghizistan e si estende su gran parte dell’ex-Unione Sovietica. Mentre è ancora agli inizi, gli aderenti lavorano duramente per coordinare lo spazio economico comune e standardizzare le procedure giuridiche collegate. A differenza dell’Unione europea cui viene confrontata spesso e in modo fuorviante, non vi è alcuna componente politica nel blocco essendo strettamente un gruppo economico che si concentra sull’equo interesse comune.

SCO:
Originariamente nota “Shanghai Five” creata nel 1996 riunendo le cinque repubbliche ex-sovietiche confinanti con la Cina, s’è guadagnata il nome attuale dall’inclusione dell’Uzbekistan nel 2001. L’organizzazione è ora una piattaforma di cooperazione multisettoriale che va oltre lo spazio ex-sovietico-cinese. India e Pakistan aderiscono all’organizzazione, mentre Afghanistan, Bielorussia, Iran e Mongolia hanno lo status di osservatori.

ASEAN:
La più antica delle tre organizzazioni, creata nel 1967 per riunire gli Stati del Sudest asiatico a tutti gli effetti. I membri fondatori furono Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore e Thailandia, ma il gruppo successivamente incorporò Brunei nel 1984, Vietnam nel 1995, Laos e Myanmar nel 1997, e infine Cambogia nel 1999. Fin dall’espansione pan-regionale, il blocco è stato una delle regioni dalla maggior crescita del mondo, e i suoi membri hanno proclamato la Comunità economica dell’ASEAN (AEC) a fine novembre, al fine di rafforzare gli sforzi per l’integrazione.0022191099e00d5dd41a1dIntrecci d’interessi
La GEFTA è un suggerimento molto intelligente che cerca di trarre vantaggio dagli interessi economici che s’intersecano dei propri partner. Allo stato attuale, ecco come la disposizione macroeconomica appare:

Vigenti:
India-ASEAN FTA
Cina-ASEAN FTA
Cina-Pakistan FTA
Associazione dell’Asia meridionale per la cooperazione regionale (SAARC, accordo di libero scambio dall’Afghanistan al Bangladesh)

Proposti:
Unione Eurasiatica-ASEAN FTA
Unione Eurasiatica-Cina FTA
SCO-FTA
Unione Eurasiatica-India accordo di libero scambio
Unione Eurasiatica-Iran FTA
India-Iran FTA

Le sfide che ci attendono
La GEFTA è una visione a lungo termine che probabilmente richiederà del tempo per realizzarsi, ma nel frattempo ci sono due grandi sfide che ne ostacolano la piena attuazione: i sospetti dell’India sulla Cina e il TPP degli Stati Uniti:

I problemi dell’India:
Non è un segreto che India e Cina sono concorrenti amichevoli, ma potrebbe essere più adatto descriverle rivali geopolitici a questo punto. Mentre pubblicamente vanno d’accordo nelle grandi istituzioni multilaterali come AIIB, BRICS e SCO, non andrebbe meglio nelle relazioni bilaterali indirette. Hanno legami reciproci tiepidi, e i rapporti indiretti sono molto più freddi nelle loro politiche con Stati terzi. Ad esempio, India e Cina sono in forte concorrenza per l’influenza sul Nepal in questo momento, nonostante lo neghino pubblicamente, aggravando il dilemma della sicurezza per ciascuna di esse. Inoltre, il primo ministro giapponese Shinzo Abe ha appena compiuto una visita storica in India, annunciando che il Giappone contribuirà a costruire il primo progetto ferroviario ad alta velocità dell’India, condividere i segreti militari e vendere equipaggiamenti relativi, e aiutare l’India nell’energia nucleare. Basti dire, l’India non è troppo amichevole verso la Cina, e nel caso della GEFTA Nuova Delhi sarebbe comprensibilmente riluttante a collaborare con Pechino se non vi vedrà alcun vantaggio tangibile. In riferimento alla seconda sezione della lista, l’India potrebbe entrare in rapporti di libero scambio (o lo è già) con tutti i membri proposti della GEFTA, ad eccezione di Cina, Mongolia e Uzbekistan, e potrebbe non vedere Ulanbatar e Tashkent come adeguata compensazione economica per accettare l’accordo multilaterale con la Cina. Dal punto di vista dell’India, i suoi leader potrebbero invece decidere di siglare accordi commerciali bilaterali invece di uno grande che includa la Cina.

TPP:
Svolgendo il ruolo di decisore finale, gli Stati Uniti sostengono il TPP in parte perché sanno che così potrebbero disturbare qualsiasi negoziato di libero scambio indipendente tra ASEAN e i potenziali partner dell’Unione Eurasiatica. Mentre solo alcuni membri del gruppo faranno ufficialmente parte del prossimo accordo (Brunei, Malesia, Singapore e Vietnam), il presidente indonesiano Joko Widodo ha detto, a fine ottobre, che se il suo Paese intendesse aderire, sposterebbe decisamente il centro di gravità economico del blocco verso gli Stati Uniti. L’ASEAN ha ora avviato un intenso processo d’integrazione attraverso l’AEC, ed è prevedibile che con il tempo cercherà di standardizzare la miriade di accordi di libero scambio. Il problema sorge quando si considera che i precetti della ‘governance economica’ del TPP potrebbero ostacolare seriamente le politiche indipendenti di alcuni membri e metterli sotto il controllo di fatto di Stati Uniti e loro multinazionali. Nel caso in cui il TPP venga siglato, gli Stati firmatari dell’AEC diverranno soggetti istituzionalmente filo-statunitensi che rinuncerebbero legalmente al diritto ad una politica economica sovrana e al di fuori della supervisione di Washington. Considerando le tensioni geopolitiche da nuova guerra fredda tra mondo unipolare e mondo multipolare, è possibile che gli Stati Uniti possano utilizzare il TPP per influenzare l’AEC trovando un modo per rivedere l’accordo di libero scambio dell’ASEAN con la Cina (e del Vietnam con l’Unione eurasiatica) per il motivo che contraddicono una delle oltre 2 milioni di parole assurdamente contenute nel TPP. L’obiettivo degli Stati Uniti è allontanare l’ASEAN dalle influenze economiche esterne al controllo del Pentagono (ovviamente comprese Russia e Cina) e intrappolare le economie in rapida crescita in una rete di controllo USA-centrica.

Il verdetto:
Anche nella spiacevole situazione di non-partecipazione dell’India alla GEFTA e del successo degli Stati Uniti nell’uso del TPP per allontanare l’AEC da Cina e Russia, Mosca e Pechino potrebbero ancora scuotere le fondamenta economiche del vecchio ordine mondiale approfondendo gli scambi bilaterali, forse attraverso un accordo di libero scambio Unione Eurasiatica-Cina. La cooperazione multilaterale di India e ASEAN in questo contesto sarebbe di grande aiuto per lo sviluppo economico di una nuova Eurasia, ma non sono assolutamente necessarie, Russia e Cina possono ancora far valere la costruzione di una futura equa Eurasia anche da sole, se necessario.98567317-680x365_cLe opinioni espresse in questo articolo sono esclusivamente dell’autore e non riflettono necessariamente la posizione ufficiale di Sputnik.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

OPEC, Russia e Nuovo Ordine Mondiale emergente

F. William Engdahl New Eastern Outlook 16/09/2015

Vladimir Putin ed Igor Sechin

Vladimir Putin ed Igor Sechin

Appare sempre più chiaro che ciò che ho sempre detto negli ultimi scritti si avvera. Gli Stati produttori di petrolio OPEC del Medio Oriente, compreso l’Iran, attraverso la mediazione abile della Russia, gettano accuratamente le basi per un vero nuovo ordine mondiale. Il primo passo per testarlo sarà quando collettivamente elimineranno la minaccia alla Siria dello Stato Islamico, e prepareranno le basi per serie elezioni non manipolate. In gran parte della mia vita sono stato affascinato dall’enorme energia nella nostra Terra e di come in realtà si muova quasi come un organismo vivente. Il più affascinante è il movimento tettonico e le connessioni con terremoti e vulcani. Non la distruzione umana che a volte causano ma l’energia pura. Il movimento tettonico coinvolge le enormi zolle in cui la nostra terra è divisa in continuo micro-spostamento. Nei momenti critici, la scienza della terra o la geofisica deve saper prevedere molto in anticipo dove il moto delle placche tettoniche provoca terremoti e determinare dove si verificheranno i terremoti. Più precisamente nella geopolitica, assistiamo all’enorme movimento tettonico, al momento non distruttivo. È una nuova forza che attrae i Paesi mediorientali dell’OPEC, tra cui Arabia Saudita, Iran e altri Paesi arabi, in ciò che sarà presto evidente come partnership strategica con la Federazione russa. Trascende le enormi divisioni religiose tra sunniti, wahhabismo, sufi, sciismo e cristianesimo ortodosso. Il movimento tettonico presto provocherà un terremoto politico che potrebbe salvare il pianeta dall’estinzione delle guerre interminabili del Pentagono e dei suoi manovratori di Wall Street, complesso militare industriale e oligarchi cinici che sembrano avere tale unica strategia oggi.

La Russia nell’OPEC?
In un’intervista al Financial Times di Londra, il più importante petroliere russo, Igor Sechin, CEO della Rosneft statale, confermava le voci che la monarchia dell’Arabia Saudita cerca un accordo formale sui mercati con la Russia, anche arrivando ad offrire l’adesione della Russia all’OPEC per stabilizzare i mercati mondiali del petrolio. Nell’intervista Sechin, considerato uno dei più stretti alleati del Presidente Vladimir Putin, ha confermato l’offerta saudita. Il Financial Times (FT) è un media influente di proprietà fino a luglio del Gruppo Pearson, legato alla famiglia Rothschild, che storicamente domina la Royal Dutch Shell. Il giornale di Londra ha scelto di sottolineare il rifiuto di Sechin dell’offerta saudita. Tuttavia, più istruttivo è leggere tra le righe di ciò che ha detto alla conferenza sulle risorse a Singapore organizzata dal FT, “E’ necessario riconoscere che l”età dell’oro’ dell’OPEC nel mercato del petrolio è finita. Non riescono ad osservare i propri contingenti (per la produzione di petrolio nell’OPEC). In caso di osservanza delle quote, i mercati mondiali del petrolio sarebbero già stati riequilibrati“. Sechin conosce bene lo sfondo della guerra saudita dei prezzi del petrolio e il fatto che è stato innescata dall’incontro tra John Kerry del dipartimento di Stato USA e il defunto re saudita Abdullah, nel regno del deserto, nel settembre 2014, quando Kerry avrebbe esortato i sauditi al crash dei prezzi del petrolio. Per Kerry lo scopo era porre una pressione insopportabile alla Russia, colpita dalle sanzioni finanziarie di USA ed UE. Per i sauditi, è stata l’occasione d’oro per eliminare il più serio disturbo al dominio dell’OPEC sui mercati mondiali del petrolio, la produzione in forte espansione degli Stati Uniti di petrolio di scisto non convenzionale che aveva reso gli Stati Uniti il più grande produttore di petrolio al mondo nel 2014. Ironia della sorte, come Sechin ha detto al FT, l’accordo USA-Arabia Saudita e le sanzioni finanziarie degli Stati Uniti si sono ritorti sugli strateghi statunitensi. Il rublo russo ha perso più del 50% del valore in dollari nel gennaio 2015. I prezzi del petrolio sono scesi in modo simile da 103 dollari al barile nel settembre 2014 a meno di 50 oggi. Ma i costi di produzione del petrolio russo sono calcolati in rubli, non dollari. Quindi, come dice Sechin, il costo in dollari della produzione petrolifera della Rosneft è diminuito drasticamente oggi da 5 dollari al barile prima delle sanzioni, a soli 3 al barile, livello simile a quello dei produttori OPEC arabi come l’Arabia Saudita. Rosneft non va male nonostante le sanzioni. Il petrolio di scisto non convenzionale degli USA è invece di gran lunga più costoso. Le stime di settore a seconda del giacimento e della società, fanno entrare i costi dello scisto nella fascia dei 60-80 al barile solo per pareggiare. L’attuale scossa nel settore dello scisto degli Stati Uniti e le prospettive di aumento dei tassi d’interesse dettano la scomparsa del petrolio di scisto dagli Stati Uniti per anni, se non decenni, mentre i finanziatori di Wall Street e gli investitori in obbligazioni spazzatura delle società dello scisto subiscono perdite enormi.

Sciogliere il nodo inesistente
Mi piacerebbe indulgere su un breve esercizio immaginando a cosa una forma di coordinamento tra Russia e OPEC sarebbe simile. Lo chiamo “sciogliere il nodo inesistente”, il nodo del controllo dei flussi mondiali del petrolio, che ipnotizza il mondo con guerre e stragi odiose da troppo tempo. In primo luogo il nuovo raggruppamento tra Russia e Stati petroliferi mediorientali avrebbe negoziato relazioni stabili di mercato con i principali mercati come Cina e Unione europea. Alexander Mercouris in un pezzo molto perspicace suggerisce che la dichiarazione di Sechin al FT va vista come posizione negoziale russa di apertura all’offerta saudita dell’OPEC. Alla conferenza di Singapore, Sechin ha indicato che Cina e Russia quest’anno hanno accettato vari accordi petroliferi pari a 500 miliardi di dollari nei prossimi 20 anni, o 25 miliardi di dollari l’anno per Rosneft. L’Arabia Saudita era in precedenza la più grande fonte di petrolio della Cina finché Rosneft è entrata in modo sostanziale. Una decisione strategica per la Russia come per la Cina e non un mero accordo di mercato. Ora, indipendentemente da ciò che Sechin ha fatto o ha detto al FT, non vi è alcuna buona ragione per la Russia per non sciogliere il nodo del petrolio mondiale degli anglo-statunitensi entrando in negoziati seri con l’Arabia Saudita su una cooperazione strategica conseguente. Le quote possono essere concordate in modo che Russia, Arabia Saudita ed OPEC agiscano come le compagnie petrolifere anglo-statunitensi nel 1928, quando posero fine alle guerre tra il gruppo inglese Rothschild, dietro la Royal Dutch Shell, e la società dei Rockefeller Standard Oil per il controllo del mercato mondiale del petrolio, guerre che imperversarono in tutto il mondo dal Messico a Baku, dal Quwayt al Texas. Le guerre petrolifere anglo-statunitensi finirono con l’incontro nel castello Achnacarry in Scozia di Sir Henry Deterding della Royal Dutch Shell, nel 1927. Le compagnie petrolifere statunitensi e inglesi accettarono formalmente un “cessate il fuoco”, portando alla creazione dell’enormemente potente cartello petrolifero anglosassone, poi denominato le ‘Sette Sorelle’. L’accordo di pace fu formalizzato nel 1927 ad Achnacarry. John Cadman, in rappresentanza dell’Anglo-Persian Oil Co. (British Petroleum) del governo inglese, e Walter Teagle, presidente della Standard Oil of New Jersey (Exxon) dei Rockefeller, si riunirono con la copertura della caccia ai galli cedroni per creare il più potente cartello economico della storia moderna. Le Sette Sorelle furono efficacemente gemellate, agendo in solido almeno fino al 1945. Il patto segreto fu formalizzato ‘così com’era’ quale accordo del 1928 o di Achnacarry. Le compagnie petrolifere inglesi e statunitensi decisero di accettare divisioni e quote di mercato esistenti, d’imporre in segreto i prezzi del cartello al mondo, e por fine alla concorrenza distruttiva e alla guerra dei prezzi con l’accordo della Linea Rossa. La Gran Bretagna costrinse una Francia indebolita ad accettare nel 1927 la presenza degli statunitensi in Medio Oriente e rivedere i segreti accordi Sykes-Picot riflettendo ciò. La linea rossa passò dai Dardanelli fino a Palestina, Yemen e Golfo Persico.

L’accordo anglo-statunitense della Linea Rossa portò alle guerre per il petrolio e alla guerra mondiale fin dal 1928
La storia degli ultimi 88 anni dall’accordo segreto del cartello petrolifero anglo-statunitense non è comprensibile se il fatidico accordo di Achnacarry sulla Linea Rossa e corollari politici che ne derivano non sono compresi. Ora, ciò che è molto probabile dall’emergere dell’attuale situazione straordinaria è un accordo tra Russia di Putin e produttori sauditi alla guida dell’OPEC, compreso l’Iran, elaborando un nuovo ordinamento dell’approvvigionamento energetico mondiale, indipendente dal passato secolo dominato dagli anglo-statunitensi. I vantaggi di tale nuovo ordine mondiale sono semplicemente troppo grandi perché le parti coinvolte l’ignorino. Che Igor Sechin sia pronto o meno a pensare in questi termini, è evidente dalla diplomazia che il Presidente Putin e il Ministro degli Esteri Sergej Lavrov lo siano. Se Sechin è incapace, il recente licenziamento di Vladimir Jakunin, CEO delle OAO Ferrovie Russe dimostra che Putin è pronto a smuovere il quadro globale, anche se non è di gradimento alla cerchia degli amici più stretti, se lo ritiene un grande vantaggio per la Russia. Quale potrebbe essere per la Russia? Enormi benefici, garantendo i più grandi giacimenti di idrocarburi al mondo alle nazioni della massa terrestre che il “padre” della geopolitica inglese, Sir Halford Mackinder, indicava come “Isola-Mondo”, Russia, Cina, India, Asia del sud, e che ora s’irradia in profondità nella cintura petrolifera dal Medio Oriente all’Egitto in Nord Africa, fornendo alla Russia mercati sicuri fuori della zona di guerra anglo-statunitense. La Russia sarebbe su una nuova posizione negoziale nei confronti delle sanzioni economiche dell’UE, e trasformerebbe la mappa politica del cosiddetto Secolo Americano emerso dalla guerra nel 1945 con la decisione di Truman di sganciare le bombe atomiche sul Giappone. In tale accordo con la Russia, i Paesi produttori di petrolio del Medio Oriente aderirebbero come elementi centrali al boom economico emergente dal progetto infrastrutturale ferroviario e portuale della Cintura economica della nuova Via della Seta della Cina. Tale progetto, si ricordi, è già a buon punto e Russia ed Unione economica eurasiatica hanno recentemente concordato con la Cina d’integrare lo sviluppo ferroviario di entrambi. Lo sviluppo dei nuovi grandi porti marittimi nel Myanmar, in Eurasia ed Oceano Indiano collegherà direttamente i Paesi del Golfo al nuovo mercato economico eurasiatico in forte espansione, e non solo. L’inclusione dell’Iran, essenziale elemento geopolitico, così come di Arabia Saudita, Stati arabi del Golfo ed Egitto, e l’alleanza militare con il solo Stato in grado di sfidare al mondo gli Stati Uniti, cioè la Russia, porrebbe fine a più di un secolo di guerre coloniali anglo-statunitensi e distruzioni regionali, l’ultima delle quali è la serie di distruttive rivoluzioni colorate, istigate dalla CIA, soprannominata “primavera araba”.
La risoluzione alla guerra siriana istigata da USA-UK e allo scatenamento del cosiddetto SI, non si dimentichi che la guerra e il terrorismo dello SI è la fonte della crisi dei rifugiati che destabilizza l’Europa, con una soluzione pacifica, senza la pretesa di Washington di esiliare il Presidente Assad, o che i gruppi terroristici sponsorizzati dagli USA come al-Nusra e i Fratelli musulmani prendano il potere, sarebbe il primo segno della cooperazione tra Russia e gli influenti Stati petroliferi del Medio Oriente, e sarebbe un colpo devastante per i falchi di Washington. Poiché il nuovo ordine mondiale tra Stati dell’OPEC, Russia, Cina ed Eurasia diventa più probabile ogni giorno, il segretario John Kerry, il capo della CIA John Brennan, nonché il nuovo Presidente del Joint Chiefs of Staff, Generale dei Marine Corps Joseph Francis “Fighting Joe” Dunford, schietto russofobo, insieme ai vari gruppi di riflessione neo-con di Washington, al segretario alla Difesa e neo-con del Partito Democratico Ash (come le ceneri della guerra) Carter, Susan Rice, la guerrafondaia ambasciatrice alle Nazioni Unite Samantha Power, al vicepresidente Joe Biden (forse il prossimo presidente degli Stati Uniti), al complesso militare industriale degli USA, alla finanzia di Wall Street e alle famiglie Rockefeller, Bush, Clinton, McCain, Gates, Buffett, tutti questi poveri infelici cominciano a sentirsi improvvisamente nudi e sulle ghiacciate acque artiche senza neanche una pagaia o un punteruolo per poter navigare. Posso entrare in empatia con il loro sentimento, ma non riesco a provare pena in alcun modo. Il loro tempo è scaduto assieme al bene che non sono riusciti a fare. E’ tempo per i veri cittadini statunitensi di riprendersi il Paese. Dopo tutto, non siamo la maggioranza? Abbiamo solo dimenticato quanto possiamo anche essere buoni. Dovremmo abbandonare la causa della guerra.

Fig-4F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in Scienze Politiche all’Università di Princeton è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online New Eastern Outlook.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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