Il lato sino-giapponese del triangolo “Russia-Cina-Giappone”

Vladimir Terehov New Esatern Outlook 25/09/2016´äº¯ÇÏ´Â ¹Ú±ÙÇý ´ëÅë·ÉAlcuni aspetti dei due ultimi forum (il secondo Forum Economico Orientale (EEF) tenutosi a Vladivostok e il vertice dei G20 ospitato ad Hangzhou) hanno creato terreno fertile per la discussione relativa a vari problemi inerenti al rapporto tripartito “sino-russo-giapponese”. Nel corso del tempo, l’importanza della discussione aumenterà, soprattutto se il futuro presidente della prima potenza mondiale decidesse di cambiare la politica estera del Paese per il crescente malcontento degli statunitensi verso l’impegno del loro Paese nei giochi politici globali, in particolare in regioni a migliaia di chilometri dagli Stati Uniti. Così, lo stato delle relazioni tripartite “russo-sino-giapponesi” avrà un’importanza crescente, almeno sulla situazione nella parte settentrionale della Regione marittima, dalla penisola coreana allo Stretto di Malacca. Oggi, lo stato delle cose in questo settore ha lo stesso peso sull’ordine mondiale che i “Balcani” avevano una volta. Pertanto, è importante per la Russia assicurarsi la chiara comprensione dei processi in questa regione. Tanto più che la Russia è costretta a “spostarsi verso est” in politica estera per via di certi motivi oggettivi.
Parlando alla sessione plenaria dell’EEF, la presidentessa sudcoreana Park Geun-hye definiva la principale controversia della situazione dei moderni “Balcani” come “paradosso asiatico”. Questo termine fu utilizzato recentemente per descrivere un fenomeno in cui due Paesi, nelle relazioni interstatali, (uno dei quali spesso, ma non sempre, è la Cina) mostrano contrastanti aspirazioni economiche e politiche. Le ambizioni politiche sembrano essere diventate un’importante ostacolo nel continente asiatico alla realizzazione di progetti multilaterali reciprocamente vantaggiosi. In particolare, gli ostacoli politici impediscono l’attuazione dei pomposi appelli a rilanciare la Via della Seta. “Il paradosso asiatico” si manifesta al massimo sul lato “sino-giapponese” del triangolo “Russia-Cina-Giappone”. Sembra che anche le parti di questo “lato” troverebbero impegnativo un ragionamento sensato sul motivo per cui le due principali potenze asiatiche non possano riconciliare (e, preferibilmente, nel modo meno conflittuale) i loro interessi assurgendo a nuovi attori politici di primo piano. Questa domanda, tuttavia, sembra non essere più rilevante. C’è un altro, molto più importante per la Russia, aspetto: Cina e Giappone hanno un atteggiamento sempre più competitivo, non solo nel nord della regione menzionata, ma anche nel sud, nonché nell’Oceano indiano, Africa, America Latina ed Europa. La parte peggiore di tale scenario già pessimistico è che non sembrano offrirsi margini di miglioramento. Nei precedenti articoli veniva osservato che il comportamento dei leader giapponesi e cinesi al G20 era profetico. Una risposta alla domanda se il Premier giapponese Abe e il Presidente cinese Xi Jinping si sarebbero incontrati al vertice, e in caso affermativo, come, è rimasta un mistero fino al G20. Poi qualche fonte anonima del governo giapponese fece sapere che una riunione si sarebbe tenuta subito dopo la chiusura del vertice e che i leader si sarebbero incontrati in modo formale. Tuttavia, la dichiarazione del PM Abe prima del viaggio a Pechino, dove “esprimeva la posizione del Giappone sulla situazione nei Mar Cinese Orientale e Mar Cinese Meridionale”, sottolineava l’importanza del rispetto del diritto internazionale, garantendo la libertà di navigazione, rendeva scettici sulla possibilità di un incontro tra i due leader. Non si poteva non prendere atto che (piuttosto in modo ingenuo) l’osservazione di Abe fosse di per sé suggestiva. In primo luogo, è implicito che Tokyo non aveva piani per discutere con Pechino dello status delle isole Senkaku/Diaoyu nel Mar Cinese Orientale, e in secondo luogo, il Giappone aveva approvato la risoluzione del 10 luglio sulla situazione nel Mar Cinese Meridionale adottata dalla Corte di arbitrato dell’Aia. Tale risoluzione era la fonte dei peggiori problemi della politica estera della Cina negli ultimi anni. Ma nonostante tutto, i leader delle due principali potenze asiatiche hanno avuto brevi colloqui per la prima volta in un anno e mezzo. E il senso della riunione non è scambiarsi luoghi comuni sulla necessità di stabilire relazioni bilaterali “a lungo termine, sane e stabili”, sempre sentite nel vertice APEC ospitato da Pechino due anni prima, ma nel fatto che avessero effettivamente luogo.
Se l’incontro indicava l’inizio del disgelo nelle relazioni sino-giapponesi sarà chiaro solo dopo il vertice tripartito in programma per dicembre. La finalizzazione del lungo processo per “segnare il tempo” in cui Giappone, Corea del Sud e Cina non trovavano un accordo di libero scambio, è destinato a divenire il tema centrale del vertice. Questo programma è affetto da ambizioni politiche nel modo più evidente e negativo. A peggiorare le cose, negli ultimi mesi, un altro grave problema si è aggiunto alla “collezione” di “punti dolenti” giapponese-sudcoreani, con il dispiegamento del sistema di difesa missilistico statunitense (THAAD) avviato in Corea del Sud. Quando incontrò Park Geun-hye, al G20, Xi Jinping espresse esplicitamente la preoccupazione della Cina su ciò. Ma non importa quanto le relazioni sul “lato” sino-cinese del triangolo “Russia-Cina-Giappone” si sviluppino in futuro, è ovvio che le due principali potenze asiatiche (e la potente vicina Russia) continueranno a competere sulla scena politica mondiale. Dato che la Russia sarà inevitabilmente influenzata dall’andazzo di tale “concorso”, deve mantenere sangue freddo e, in primo luogo, ricordarsi di costruire la propria politica estera e, in secondo luogo, adottare misure per mitigarne l’impatto negativo su politica estera e programma per lo sviluppo economico di Siberia ed Estremo Oriente. Inoltre, attuando la propria strategia in relazione a questi Paesi asiatici, la Russia dovrebbe, in primo luogo, ridurre al minimo le conseguenze del (apparentemente inevitabile) dilagare dei problemi sino-giapponesi in territorio russo e, dall’altro, non adottare alcun passo volontario o involontario che aggravi ulteriormente la situazione. Per raggiungere gli obiettivi, la Russia dovrebbe pensarci due volte e decidere una volta quando si tratta di Cina o Giappone. Questa tattica potrebbe essere particolarmente utile risolvendo il “problema delle isole Curili” o dei “Territori del Nord”, come i giapponesi le chiamano.

Vladimir Terekhov, esperto sui temi della regione Asia-Pacifico, in esclusiva per la rivista online “New Esatern Outlook“.

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Shinzo Abe chiede maggiore cooperazione rafforzata con la Russia
Abe invoca anche migliori rapporti con la Cina e la Corea del Sud
TASS 26 settembre 2016RBTHРабочая поездка президента РФ В. Путина в Дальневосточный федеральный округIl Primo ministro giapponese Shinzo Abe ha detto alla camera del parlamento il 26 settembre che si aspetta di risolvere la vecchia disputa territoriale con la Russia e di rafforzare la cooperazione bilaterale. “Questo mese ho avuto il 14° incontro con il Presidente russo Vladimir Putin. Risolvendo la questione territoriale porremo fine alla situazione anomala in cui i nostri Paesi non hanno un trattato di pace a 71 anni dalla fine della guerra”, ha detto Abe alla sessione plenaria per annunciare il suo programma. Aprendo grandi possibilità alla collaborazione giapponese-russa in campo economico, energetico e altri, aggiungeva. “La visita del Presidente della Russia in Giappone quest’anno ci permetterà di avanzare i colloqui secondo il ruolo di primo piano dei nostri Paesi”. Abe sottolineava anche che l’alleanza con gli Stati Uniti è alla base della politica estera e della sicurezza del Giappone. Il primo ministro sottolineava anche l’intenzione di migliorare le relazioni con la Cina e approfondire la cooperazione con la Corea del Sud, definendola “vicina importante”.
Russia e Giappone non hanno ancora firmato il trattato di pace della Seconda guerra mondiale. La soluzione del problema, ereditato dall’Unione Sovietica, è ostacolata dalla disputa sulle Curili meridionali, le isole di Shikotan, Habomai, Iturup e Kunashir, che il Giappone chiama “Territori del Nord”. Nelle fasi finali della Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica prese le isole, e nel febbraio 1946 le isole Curili furono dichiarate territori dell’Unione Sovietica. Nel 1956, URSS e Giappone firmavano la dichiarazione congiunta per stabilisce rapporti bilaterali diplomatici, commerciali ed altri. Secondo il documento ratificato dai parlamenti di entrambi i Paesi, l’URSS espresse la disponibilità di restituire unilateralmente Shikotan e Habomai come gesto di buona volontà, ma solo dopo aver firmato il trattato di pace. L’accordo fu respinto dal Giappone che, nel contesto della guerra fredda, pretendeva anche le isole Kunashir e Iturup.
All’inizio di settembre, Putin e Abe s’incontravano a Vladivostok in Russia durante il Forum economico orientale (EEF) decidendo d’intensificare i colloqui bilaterali e d’incontrarsi in Perù al vertice dell’Asia-Pacific Economic Cooperation (APEC) di novembre. A dicembre, il leader russo dovrebbe vistare il Giappone.putin-abe-meeting-e1473094900427-840x440Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

G20 di Hangzhou, gli incontri bilaterali riflettono le tendenze globali

Andrej Akulov, Strategic Culture Foundation 09/09/20161034130498Gli ordini del giorno ufficiali dei vertici del G20 sono normalmente più o meno standard. Dalla crisi finanziaria del 2008, gli incontri sono volti a coordinare le misure per sostenere crescita globale e stabilità dei mercati finanziari. Un vertice G20 è sempre un’opportunità per i leader mondiali d’incontrarsi. Gli incontri bilaterali dominavano questo vertice riflettendo le tendenze globali e illustrando quanto peso politico abbia ogni partecipante nel mondo contemporaneo. Al vertice, il Presidente russo Vladimir Putin ha incontrato la metà dei partecipanti in otto colloqui bilaterali e a latere i 5 dei BRICS. Così, il presidente russo ha incontrato 11 dei 19 capi di Stato e di governo dei G20 e il presidente dell’Egitto, uno degli 8 ospiti. Putin ha anche avuto colloqui con il Primo ministro giapponese Shinzo Abe e la presidentessa della Corea del Sud Park Geun-hye, al Forum economico orientale tenutosi a Vladivostok il 2-3 settembre, alla vigilia del vertice di Hangzhou (4-5 settembre). Non ha avuto incontri ufficiali con solo sei membri del G20 (esclusi gli incontri dietro le quinte), tra cui i capi di Australia, Italia, Canada, Indonesia, Messico e UE. Ma Jean Claude Juncker, presidente della Commissione europea, e il primo ministro italiano Matteo Renzi, avevano incontrato il presidente russo al Forum Economico di San Pietroburgo di giugno. Putin aveva incontrato il presidente indonesiano Joko Widodo a maggio al vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est tenutasi sul Mar Nero a Sochi. Restano solo tre leader. I primi ministri di Canada e Australia sembrano essere gli unici a ricordarsi d’“isolare la Russia”, un ricordo del lontano passato. Il vertice G20 ne ha dato ampie prove. Invece del leader russo isolato, c’era un presidente degli Stati Uniti perseguitato da problemi appena sbarcato in Cina, senza attendersi la scala per uscire dalla solita porta anteriore dell’Air Force One, con conseguenti fiammate e crescenti tensioni per tutta la visita. Il presidente Obama non poteva fare altro che minimizzare l’“affronto” riflettendo lo sfilacciato e frustrato rapporto USA-Cina. Il leader degli Stati Uniti sarà ricordato per gli errori in politica estera. In realtà, lo “sgarbo” era atteso dopo che aveva detto alla CNN, poco prima del vertice G20, che Pechino doveva riconoscere che “con potere crescente provengono responsabilità crescenti. Se si firma un trattato che prevede l’arbitrato internazionale sulle questioni marittime, se siete più grandi di Filippine o Vietnam o altri Paesi… non avete motivo di mostrare i muscoli in giro”, minacciando chiaramente la Cina. “Ha avuto modo di far rispettare il diritto internazionale”, aveva detto evidentemente ammorbidendo il messaggio, ma l’osservazione è stata percepita come una minaccia.
Il Presidente cinese Xi Jinping ha detto all’omologa sudcoreana che la Cina si oppone allo schieramento del sistema antimissile THAAD degli Stati Uniti in Corea del Sud. Cina e Russia dovrebbero sostenersi con forza nel salvaguardare sovranità, sicurezza e sviluppo, aveva detto il Presidente Xi Jinping al Presidente russo Vladimir Putin al vertice. Evidentemente parlava agli Stati Uniti. La Cina, firmataria della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, ha recentemente perso l’arbitrato sul Mar Cinese Meridionale. Il tribunale dell’Aja trovava che la Cina non aveva alcun titolo storico sulle acque del Mar Cinese Meridionale e che aveva violato i diritti delle Filippine. Pechino ha respinto la sentenza. La Russia non necessariamente sostiene le pretese cinesi, ma sostiene la posizione della Cina sulla controversia sul Mar Cinese Meridionale e si oppone a qualsiasi interferenza di terzi. Secondo il presidente russo, la Cina ha il diritto di non riconoscere la sentenza del tribunale. “Qualsiasi procedimento arbitrale riguarda le parti di una controversia, e un tribunale arbitrale dovrebbe ascoltare argomentazioni e posizioni delle parti in causa. Come è noto, la Cina non è andata presso la Corte di arbitrato dell’Aja e nessuno ha ascoltato la sua posizione. Quindi, come possono tali sentenze essere considerate giuste? Sosteniamo la posizione della Cina sulla questione”, spiegava Putin, osservando anche che “L’intervento di terze potenze non-regionali, a mio parere, è dannoso e controproducente”. Mosca e Pechino non riconoscono il diritto di Washington ad immischiarsi nei loro rapporti con i vicini e in controversie in cui gli Stati Uniti non hanno alcuna relazione. La situazione in Ucraina e la disputa territoriale del Mar Cinese Meridionale hanno molto in comune. Gli Stati Uniti perseguono il contenimento di Russia e Cina. L’obiettivo è evitare che questi Paesi ripristino il loro peso nelle aree d’interesse vitale, per la Russia nello spazio post-sovietico e per la Cina nel Sud Est Asiatico. In Europa, gli Stati Uniti usano l’UE per fare pressioni sulla Russia. In Asia, Washington cerca di sfruttare le contraddizioni tra la Cina e i vicini. Le parole del presidente cinese circa la necessità di sostenersi con forza per salvaguardare sovranità, interessi nella sicurezza e sviluppo indicano un più stretto coordinamento degli sforzi russi e cinesi per contrastare la pressione statunitense, in tale contesto le esercitazioni navali congiunte russo-cinesi si terranno nel Mar Cinese Meridionale. La Flotta del Pacifico della Russia invierà delle navi da guerra nel Mar Cinese del Sud, a partecipare all’esercitazione annuale navale sino-russa denominata Sea Joint 2016, dall’11 al 19 settembre. Cina e Russia hanno tenuto sei esercitazioni navali congiunte dal 2005, con Pechino che prima aveva il ruolo di ospite dal 2012. Nel 2015, entrambi i Paesi svolsero esercitazioni navali e anfibie nel Mar del Giappone, una piccola esercitazione navale nel Mediterraneo e numerosi scambi bilaterali militari. Entrambi i Paesi hanno partecipato a esercitazioni trilaterali e multilaterali sotto l’ombrello della Shanghai Cooperation Organization (SCO). Il riavvicinamento tra Russia e Cina è un vero e proprio incubo per Washington. Gli USA credevano che il rapporto non durasse, ma sbagliarono i calcoli. L’amministrazione Obama si è riorientata dal Medio Oriente alla regione Asia-Pacifico solo per essere contrastata dalle due nazioni leader accomunate dal desiderio di proteggere la sovranità e resistere alla pressione esterna. Mosca è tornata in Medio Oriente. La sua influenza nella regione cresce mentre molte potenze regionali sono frustrate dalla politica degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti si coordinano nella regione con la Russia dopo che i piani per “punire” Mosca in Europa sono ostacolati e il peso degli Stati Uniti in Europa ha iniziato a scemare. Nel Pacifico gli Stati Uniti sfruttano le contraddizioni tra Cina e Giappone e la paura dei vicini verso la Cina che ne subirebbero potenza economica e militare crescenti. Ma non lo fanno tutti gli alleati degli Stati Uniti nel Pacifico. La Russia ha rinvigorito il dialogo con Giappone e Corea del Sud. Prima o poi, li renderà meno dipendenti dagli Stati Uniti.
Questo G20 è stato l’ultimo grande vertice per il presidente degli Stati Uniti, prima di lasciare a gennaio, ma prima che il suo mandato sia finito, Obama dovrebbe partecipare al vertice della Cooperazione economica Asia-Pacifico (APEC) a Lima, in Perù, il 19-20 novembre 2016. Quest’anno l’evento vanterà una rappresentanza ad alto livello pari alla metà degli Stati membri del G20. Il vertice del Pacifico avrà un significato simbolico per il presidente degli Stati Uniti, l’autore del “perno in Asia”, concetto inteso a sviluppare la potenza statunitense nella regione e a contenere la Cina. Mentre il secondo termine si conclude, è chiaro che i piani sono stati irrimediabilmente ostacolati. E’ un segreto di Pulcinella che, da anatra zoppa, il presidente degli Stati Uniti difficilmente sarà al centro dell’attenzione nel prossimo incontro di Lima. Non potrà guidare il processo decisionale. Un nuovo presidente degli Stati Uniti sarà eletto dieci giorni prima del vertice di Lima. La riunione del G20 è stato l’ultimo forum dove avrebbe potuto avere un successo in politica estera, ad esempio accordandosi con la Russia sulla Siria. Sarebbe stato molto importante, ma Obama non c’è riuscito. La politica degli Stati Uniti in Siria va a brandelli, e sarà un’eredità per il nuovo presidente degli Stati Uniti. Non ci sono più speranze riposte sul presidente Obama. Da premio Nobel, Obama non è riuscito a invertire la tendenza e a rendere gli Stati Uniti forti come una volta. Il nuovo presidente degli Stati Uniti muterà il 21° secolo in uno “americano”, come lo fu il 20°? Dato il modo in cui le cose si svolgono negli ultimi anni, è difficile scommetterci. Per usare un eufemismo, tale previsione appare su un terreno infido, in particolare dopo Hangzhou.2016-09-05t094538z_1_lynxnpec840hg_rtroptp_3_g20-china-usa-russiaLa ripubblicazione è gradita in riferimento alla rivista on-line Strategic Culture Foundation.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina srotola il tappeto rosso a Putin e fa scendere Obama dal retro dell’Air Force One

Niente tappeto rosso per il presidente degli Stati Uniti Obama al vertice del G20. Tappeto rosso per il Presidente Vladimir Putin
Alex Christoforou The Duran 4/9/2016cfdf4bac-5ea3-11e6-82a1-e6803dbb30ea_1280x720L’accoglienza “eccezionale” di Obama all’aeroporto di Hangzhou per il vertice del G-20 non ha visto alcun tappeto rosso e neanche una scala per far scendere il POTUS.1cc3588e-724d-11e6-af03-e675d0741f8a_1280x720Grida e parolacce tra i rappresentanti dei due Paesi dopo che un funzionario cinese aveva detto: “Questo è il nostro Paese. Questo è il nostro aeroporto“.

L’accoglienza del Presidente Vladimir Putin presso l’aeroporto di Hangzhou per il vertice del G-20 ha visto… una scala e il tappeto rosso. Niente grida e parolacce, semplicemente saluti cordiali e amichevoli tra le due nazioni… e un gelato russo per Xi Jinping.CrciLj9WAAAaZM3Zerohedge riassume il diverso approccio della Cina accogliendo Obama e Putin… “Nello stesso tempo affronto infame della Cina ad Obama in arrivo ad Hangzhou per il vertice del G-20, quando la delegazione della nazione ospitante il G-20 primo si assicurava che non vi fosse alcuna scala per Obama per scendere dall’aereo su un tappeto rosso, costringendo il presidente della nazione più potente del mondo ad usare l’uscita di emergenza… seguita dalle grida di un funzionario cinese scatenato verso stampa e consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Susan Rice, impedendogli di superare il cordone per trattenere la stampa dicendo, “Questo è il nostro Paese. Questo è il nostro aeroporto“; i funzionari cinesi non hanno avuto tali problemi salutando il Presidente Vladimir Putin con tutti gli onori, con tanto di tappeto rosso, all’arrivo svoltosi senza alcun problema. Il favore è stato restituito, secondo RT Putin ha portato una scatola di gelati russi in dono al leader cinese Xi Jinping: “Vi ho promesso che avrei portato del gelato”, ha detto Putin. “Ve ne ho portato una scatola in dono”. Xi Jinping è un vero fan del russo gelato. “La ringrazio molto per il dono, un gustoso gelato. In ogni mio viaggio in Russia chiedo sempre di comprarne. E poi a casa se ne mangia”, ha detto il leader cinese. “Avete la migliore crema, che lo rende così gustoso. Mi piace molto. Grazie per la cortesia“, aggiungeva.
Russias President Vladimir Putin (R) meeObama ha minimizzato l’affronto cinese… “Washington difende libertà di stampa e diritti umani e, qualunque sia la ricaduta, non abbandoniamo i nostri valori e ideali quando compiamo questi viaggi. Ci può essere qualche attrito. Gli strappi si mostrano più del solito in alcuni negoziati e negli spintoni che si hanno dietro le quinte. Parte di ciò è che abbiamo anche un’impronta molto più grande di molti altri Paesi. Abbiamo molti aerei, elicotteri, auto, ragazzi. Sai, se sei un Paese ospite, ti puoi sentire un po’ grande. E così non ci bado troppo“. Mentre Obama cercava di distogliere l’attenzione dall’evidente tensione tra le due potenze mondiali, i Paesi BRICS facevano la foto di gruppo con il sostituito antidemocratico di Dilma Rousseff del Brasile, Michel Temer.g20-summit-090416E, infine, Obama e Putin agli antipodi nella foto di gruppo…
China G20I leader posano per la foto in occasione del vertice del G-20 ospitata dal Presidente Xi Jinping ad Hangzhou, in Cina. Tra i leader nella foto vi sono il presidente degli Stati Uniti Barack Obama, a sinistra, la cancelliera tedesca Angela Merkel, sesta da sinistra, il primo ministro thailandese Prayuth Chanocha, settimo da sinistra, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong, in alto al centro, il Presidente Vladimir Putin, secondo a destra, e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. (Stephen Crowely/Pool Foto)
Obama sembra nervoso, mentre Erdogan e Putin conversavano amichevolmente.14233054Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Gli USA non riescono a separare l’India dai BRICS

Ekaterina Blinova, Sputnik 06/08/2016

Nonostante la recente operazione simpatia degli Stati Uniti verso l’India, New Delhi ha resistito alla tentazione rimanendo impegnata all’ideale di multipolarità dei BRICS. L’India mantiene relazioni vantaggiose con la Cina, a prescindere dagli “scossoni” nel rapporto, secondo l’analista geostrategico Matthew Maavak. Dopo la visita del segretario della Difesa statunitense Ashton Carter in India, nell’aprile 2016, alcuni dubitarvano che New Delhi valutasse un passaggio all’occidente.putin-and-modiL’offensiva del fascino di Washington
Alcuni esperti si riferiscono ai negoziati USA-India sul Memorandum d’Intesa sullo Scambio Logistico (LEMOA) e alla decisione del Paese d’incrementare la collaborazione bilaterale nella tecnologia per la difesa quali segni della deriva dell’India dai non allineati verso Washington e NATO. LEMOA in realtà è una versione dell’accordo di supporto logistico (LSA) che riguarda il supporto logistico e i servizi tra i militari statunitensi e le forze armate di altri Paesi. “La visita del segretario alla Difesa degli Stati Uniti Ashton Carter in India, la scorsa settimana, era storica, nel senso che l’India non allineata si avvicinava agli USA firmando il memorandum d’intesa sullo scambio logistico” secondo il dott. Dalbir Ahlawat, esperto della sicurezza australiana, in un articolo di aprile per The Interpreter. Da parte sua, Rupakjyoti Borah di The Diplomat scrisse a maggio che “la decisione ‘di principio’ dell’India e degli Stati Uniti” di firmare il LEMOA “è un grande atto di fede“. “Sono finiti i giorni in cui i mandarini della politica estera di New Delhi mercanteggiavano con Washington DC, ritenendo che gli interessi dell’India fossero meglio rispettati restando vicini a Paesi come la Russia e sposando non allineamento e unità del terzo mondo“, pretendeva il giornalista.

La conferenza dei dissidenti cinesi in India
Allo stesso tempo, l’Hindustan Times riferiva che una conferenza dal titolo “Rafforzare la nostra alleanza per fare avanzare il sogno popolare: libertà, giustizia, uguaglianza e pace” organizzata da un gruppo dissidente cino-statunitense si svolgeva a Dharamsala, in India, con non meno di otto dissidenti cinesi presenti all’evento del 28 aprile. L’incidente fu interpretato da alcuni media come l’ennesimo segno del cambio dell’India verso la Cina e i partner dei BRICS. Tuttavia, dipende da come esattamente si collegano i puntini. “In realtà, la supposta inclinazione di New Delhi è una percezione di molto sbagliata. Se l’India si ‘raccorda’ con gli Stati Uniti, perché Mosca e Delhi continuano collaborazioni militari sensibili da tempo pianificate riguardanti trasferimenti di una tecnologia che la Russia non offre ad alcuna altra nazione? Come la Cina; ad esempio il programma Sukhoj PAK-FA/FGFA del caccia stealth di 5.ta generazione, il programma congiunto del missile da crociera ipersonico Brahmos e la preferenza dell’India per l’aereo russo Il-78MD-90A rispetto all’Airbus A-330 per il velivolo multiruolo da trasporto e aerocisterna (MRTT) da 2 miliardi di dollari, tra molti altri esempi“, osserva presso Sputnik Mathew Maavak, analista geostrategico e dottorando in Previsioni della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). Sorprendentemente, il Ministro della Difesa indiano Manohar Parikkar, ad aprile dichiarava categoricamente che il LEMOA si applica soltanto ai rifornimenti di carburante e cibo e non allo stazionamento di militari degli Stati Uniti in India. D’altra parte, “lo svolgimento in India della riunione a Dharamsala di aprile sarebbe stata una reazione al rifiuto della Cina alle Nazioni Unite di bandire i capi terroristi pakistani dei Jaysh-e-Mohammad (JEM) e Jama-ud-Dawah“, ha spiegato Maavak. “Ricordate che l’India alla fine negò il visto a diversi dissidenti cinesi, tra cui il capo uiguro dissidente Dolkun Isa, il manifestante di Piazza Tiananmen residente a New York Lu Jinghua e l’attivista di Hong Kong Wong Ray“, ha detto l’analista a Sputnik. “Fu solo un breve urto retorico nella piena relazione India-Cina“, sottolineava Maavak. L’analista strategico ha sottolineato che chiunque abbia seguito la dinamica India-Cina per decenni avrebbe saputo che le nazioni ricorrono a retorica irascibile di volta in volta, per poi tornare alla normalità. Infatti, il recente incidente nel distretto di confine di Chamoli, nell’Uttarakhand, dove truppe cinesi entrarono in territorio indiano, venne subito minimizzato dal Ministro della Difesa Parrikar quale “trasgressione” piuttosto che “incursione”.

L’India continua ad impegnarsi nel concetto di mondo multipolare
Non ci sono motivi per sospettare fratture tra India e partner dei BRICS. L’India continua a sostenere il concetto di mondo multipolare. “L’India sostiene la multipolarità fin da quando co-fondò il Movimento dei Non Allineati (NAM) nel 1961. L’India rimane l’unico membro fondatore del NAM che promuove attivamente il concetto di mondo multipolare. Non ci sono prove che suggeriscano il contrario“, sottolineava Maavak. Quando si tratta del tanto discusso progetto Nuova Via della Seta della Cina (‘Una Fascia, Una Strada’) l’atteggiamento dell’India è generalmente positivo, sottolineava l’analista. “Penso che sia generalmente positiva. Xi Jinping è stato il primo leader di una grande potenza a visitare l’India nel 2014 dopo che il governo di Narendra Modi fu eletto. Ma l’India può contribuire al progetto Fascia e Strada? Sì, ma in modo più limitato. Ciò comporterà il rilancio della ‘Via delle spezie’ nel vicino estero, costituendo il segmento dell’Oceano indiano della vecchia Via della Seta. In caso contrario, l’India ha più pressanti sfide infrastrutturali da superare in patria, e gli investimenti cinesi sono ancora corteggiati e accolti, nonostante le speculazioni sui media esteri del contrario“, ha detto a Sputnik. Il polverone intorno al potenziale scontro sino-indiano di una parte della stampa occidentale e asiatica, potrebbe essere spiegato dai recenti sforzi degli Stati Uniti d’inasprire le tensioni nel sud-est asiatico nel tentativo di contenere la Cina.Vladimir Putin, Narendra ModiNew Delhi e la sentenza dell’Aia sul Mar Cinese Meridionale
La sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le rivendicazioni di proprietà della Cina sul Mar Cinese Meridionale. è un’altra mossa volta ad intrappolare Pechino. È interessante notare che, dopo la sentenza, Japan Times chiedeva a New Delhi “di sottolineare le credenziali di potenza globale responsabile” e mostrare sostegno alla decisione dell’Aja. L’organo di stampa osservava che l’India aveva rilasciato una dichiarazione al momento della sentenza senza nominare la Cina, invitando tutte le parti interessate a “risolvere le controversie con mezzi pacifici senza minacciare o usare la forza ed esercitare l’autocontrollo nelle attività che potrebbero complicare o degenerare le controversie su pace e stabilità“. L’affermazione di New Delhi è particolarmente importante alla luce del comunicato congiunto dei Ministri degli Esteri di India, Cina e Russia del 18 aprile. Il comunicato chiedeva di risolvere le dispute territoriali attraverso negoziati tra le parti interessate ed evitando d'”internazionalizzare” le dispute. “Russia, India e Cina sono impegnate a mantenere l’ordine giuridico nei mari e negli oceani secondo i principi del diritto internazionale, riflettendo in particolare nella Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Tutte le controversie relative dovrebbero essere affrontate tramite negoziati ed accordi tra le parti interessate. A questo proposito, i ministri hanno chiesto il pieno rispetto di tutte le disposizioni dell’UNCLOS, così come della Dichiarazione sulla condotta delle parti nel Mar cinese meridionale (DOC) e delle Linee guida per l’attuazione del DOC“, dichiarava il comunicato. Commentando la questione, Maavak ha sottolineato che per quanto riguarda la controversia sul Mar Cinese Meridionale, New Delhi agirà nello spirito del comunicato. “L’India, come la Cina, si considera una civiltà. Sarebbe visto vergognoso ricorrere all’arbitrato internazionale sui propri confini“, osservava. Sembra che Washington non sia ancora riuscita a inserire un cuneo tra l’India e la Cina. Anche se New Delhi ha i propri interessi nel Mar Cinese Meridionale, non aiuta gli Stati Uniti a pattugliare la regione. “Il governo (indiano) prende tutte le misure per garantire la sicurezza marittima. Tuttavia, attualmente, tali misure non includono il pattugliamento congiunto con Marine straniere, compresa degli Stati Uniti. Alcun colloquio ha avuto luogo con gli Stati Uniti su qualsiasi pattugliamento navale congiunto“, ha detto il Ministro della Difesa indiano Manohar Parrikar in una dichiarazione ufficiale del 26 luglio.

India e ASEAN si preoccupano delle esercitazioni sino-russe nel Mar Cinese Meridionale?
Che dire delle prossime esercitazioni militari sino-russe nella regione ? L’India o altri attori dell’ASEAN le considerano una sfida alla sicurezza marittima? “Nessuno nell’ASEAN presta molta attenzione alle esercitazioni militari congiunte russo-cinesi, così come non presta molta attenzione a molte altre esercitazioni, abbastanza normalo in questa regione e altrove. Gli asiatici, in generale, prestano molta più attenzione ad investimenti e accordi commerciali“, osservava Maavak. “Perché qualsiasi entità, fatta eccezione ai selvaggiamente speculativi media occidentali, si farebbe indebitamente perturbare dalle esercitazioni russo-cinesi? La Cina era offesa o turbata quando tre, non una, esercitazioni militari russo-indiane venivano annunciate da Sputnik il 28 aprile? Erano le esercitazioni Indra-Neva-2016, AviaIndra-2016 e Indra-2016“, ha detto l’analista a Sputnik. Indipendentemente dagli sforzi di Washington per attrarre l’India nella sua duplice politica, New Delhi evita le trappole dell’occidente e continua ad impegnarsi verso i concetti di sovranità, non allineamento e sicurezza regionale.i3RsSiIHjFq0Mathew Maavak è un dottorando in Previsione della sicurezza presso l’Università Teknologi Malaysia (UTM). È collaboratore della CCTV cinese su questioni geostrategiche.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

La Cina sconvolge l’ordine finanziario mondiale

Primo incontro della Banca asiatica per gli investimenti in infrastrutturali
Ariel Noyola Rodríguez, economista laureatosi presso l’Università Nazionale Autonoma del Messico (UNAM)shutterstock_266572730Nel primo incontro annuale della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB) tenutasi a Pechino, i cinesi hanno rivelato l’intenzione di avere la leadership mondiale del finanziamento delle infrastrutture. Entro quest’anno, è probabile che l’AIIB accoglierà più di 100 Paesi aderenti permettendo di divenire il primo istituto di credito multilaterale controllato dai più importanti Paesi emergenti nella storia. Tuttavia, l’AIIB ancora deve decidere se abbandonare il dollaro, perché solo così l’egemonia degli Stati Uniti sulla finanza internazionale sarà colpita a morte.
La Cina supera gli Stati Uniti nel finanziamento delle infrastrutture globali. La finanza internazionale è in via di trasformazione, nonostante la forte opposizione della cupola del potere statunitense. L’anno scorso, a Washington, alti funzionari cercarono di sabotare l’avvio della Banca asiatica per gli investimenti infrastrutturali (AIIB), fallendo. In realtà, chi appariva un presunto fedele alleato del governo degli Stati Uniti, come Germania, Francia, Italia e Regno Unito, alla fine decise di aderire al nuovo istituto di credito multilaterale promosso da Pechino. Il presidente Barack Obama non poteva concepire che in pochi mesi l’AIIB avesse l’appoggio di oltre 50 Paesi. Senza dubbio, la Cina precipita il declino mondiale degli USA. Nell’aprile 2015, Larry Summers, segretario al Tesoro del presidente Bill Clinton, disse che la riuscita convocazione dell’AIIB rappresenta uno degli episodi più drammatici per l’egemonia degli Stati Uniti: “Il mese scorso può essere ricordato come quello in cui gli Stati Uniti persero il ruolo di garante del sistema economico globale” (1).

Pechino rinvia la grande offensiva contro il dollaro
Tuttavia, finora la Cina ha agito con estrema cautela. Così, quasi tutti i Paesi del gruppo dei 7 (G-7 formato da Germania, Canada, Stati Uniti, Francia, Italia, Giappone e Regno Unito) salutarono l’avvio dell’AIIB. Tuttavia, se è vero che la straordinaria attrattiva di Pechino mina l’influenza di Washington nel finanziamento delle infrastrutture globali (2), l’AIIB è riluttante ad abbandonare il dollaro. Anche se molti specularono (3) sui prestiti dell’AIIB denominati in yuan, o forse in valuta locale, ad oggi i crediti sono emessi nella valuta statunitense. Inoltre, si noti che dei quattro prestiti approvati nei primi sei mesi di quest’anno, pari a 509 milioni di dollari, tre sono legati a progetti d’investimento assieme alle istituzioni del vecchio ordine finanziario mondiale, costruito ad immagine degli USA dopo la seconda guerra mondiale. A mio avviso, i cinesi vogliono approfittare delle scorte che hanno investito nelle Banca mondiale e Banca asiatica di sviluppo, nonché sulle eccellenti relazioni stabilite con l’Europa. Attualmente l’AIIB finanzia un programma di miglioramento residenziale in Indonesia, attraverso un prestito di 216,5 milioni di dollari assieme alla Banca mondiale; la costruzione dell’autostrada in Pakistan da 100 milioni avviene in collaborazione con la Banca asiatica di sviluppo e il dipartimento per lo Sviluppo Internazionale del Regno Unito; un prestito di 27,5 milioni di dollari, finanziato assieme alla Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, viene utilizzato per aggiornare un’autostrada in Tagikistan; l’elettrificazione di aree rurali del Bangladesh, attraverso un prestito di 165 milioni, è l’unico progetto che l’AIIB attua in modo indipendente.

La vocazione globale dell’AIIB
Tuttavia, la nascita dell’AIIB è una svolta nella storia delle istituzioni di credito multilaterali, essendo la prima (oltre alla nuova banca di sviluppo dei Paesi BRICS) in cui le economie emergenti sono i principali azionisti (4). I contributi economici delle tre potenze orientali dei BRICS sono schiaccianti: la Cina col 29,78%, seguita dall’India coll’8,36% e dalla Russia col 6,53%. Al contrario, i 20 partner non-regionali dell’AIIB contribuiscono solo per un quarto sul capitale autorizzato da 100 miliardi di dollari (5). In un primo momento, AIIB fu concepita per finanziare soprattutto i Paesi asiatici, tuttavia sembra che la Cina preveda di trasformarla in istituto dalla vocazione globale, riunendo le aspirazioni di tutte le economie emergenti (6). In questa prospettiva, alla cerimonia di apertura del primo vertice annuale a Pechino di giugno, il presidente dell’AIIB, il cinese Jin Liqun, annunciava che si valutava l’adesione di altri 24 Paesi (7). In America Latina, Cile, Colombia e Venezuela sono candidati; in Africa hanno presentato la candidatura Algeria, Libia, Nigeria, Senegal e Sudan. Si evidenzia anche la candidatura del Canada che insieme a Messico e Stati Uniti fa parte dell’Accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA); in Europa, Cipro, Grecia e Irlanda sono estremamente interessate. Se tutto fila come finora, é possibile che entro quest’anno l’AIIB accolga più di 100 Paesi (8), cioè avrà almeno 34 aderenti in più rispetto alla Banca asiatica di sviluppo, anche se rimarrà lontana dai 183 Paesi aderenti alla Banca mondiale.

Optando per un mondo multipolare
L’AIIB ha molti compiti d’assolvere. Anche se la regione asiatica ha registrato elevati tassi di crescita del prodotto interno lordo (PIL) negli ultimi due decenni, non è riuscita ad avere un sistema infrastrutturale di primo piano. Sultan Ahmad al-Jabir, ministro degli Emirati Arabi Uniti, ha rivelato che in Asia-Pacifico quasi 1500 milioni di persone non hanno servizi igienici di base, 260 milioni non hanno accesso all’acqua potabile e almeno 500000 non hanno la luce nelle loro case (9). In conclusione, il primo vertice annuale dell’AIIB mostra la determinazione della Cina a farsi sentire nella ‘Serie A’ della finanza internazionale. Nella costruzione della nuova “Via della Seta” (10), l’AIIB è un potente contrappeso all’influenza geo-economica di Stati Uniti e Giappone nella regione asiatica. Tuttavia, per accelerare la costruzione dell’ordine mondiale multipolare è fondamentale che i manager dell’AIIB finalmente si decidano a rottamare il dollaro e, soprattutto, a non abbandonare mai la promessa di migliorare le condizioni di vita dell’umanità.20150416_CNDY_omPrintsite_BSECT_HKG-BRO_BUS_005_017_omSpread-017Note
1. “Time US leadership woke up to new economic era“, Lawrence Summers, Financial Times, 5 aprile 2015.
2. “The AIIB: The infrastructure of power“, The Economist, 2 luglio 2016.
3. “China seeks role for yuan in AIIB to extend currency’s global reach“, Cary Huang, The South China Morning Post, 14 aprile 2015.
4. “Beijing, el crepúsculo asiático post-Bretton Woods“, Ariel Noyola Rodríguez, Red Voltaire, 1 novembre 2014.
5. “Asian Infrastructure Investment Bank: Articles of Agreement“, Asian Infrastructure Investment Bank.
6. “President’s Opening Statement 2016 Annual Meeting of the Board of Governors Asian Infrastructure Investment Bank“, Asian Infrastructure Investment Bank, 25 giugno 2016.
7. “AIIB expansion plans underscore China’s global ambitions“, Tom Mitchell, Financial Times, 26 giugno 2016.
8. “AIIB will have 100 countries as members by year-end: Jin Liqun“, Li Xiang, China Daily, 31 maggio 2016.
9. “The AIIB has been designed to benefit all“, Sultan Ahmad al-Jabir, China Daily, 25 giugno 2016.
10. “China’s AIIB seeks to pave new Silk Road with first projects“, Tom Mitchell & Jack Farchy, Financial Times, 19 aprile 2016.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora