Tensioni etniche e flirt militarista di Trump: il declino dell’occidente si accelera

GefiraQuante volte nella storia un regime in difficoltà interne ha cercato avventure militari per “unire il popolo intorno la bandiera”? Questa volta tocca agli USA. I primi 6 mesi di presidenza di Trump sono stati caratterizzati dall’aumento delle tensioni etniche, dati i mutamenti demografici statunitensi verso una “minoranza bianca” e una popolazione “ispanica” significativa. Il cambiamento demografico è stato salutato dal Partito Democratico e dalle aziende che hanno adottato prontamente la “politica dell’identità” quale ideologia fondamentale, esaltando l’individuo se appartenente a una minoranza etnica, religiosa o sessuale: in pratica traducendosi nella rappresentazione di “neri” e “ispanici” come “oppressi”, “bianchi” come “oppressori” e “asiatici” come “troppo buoni”, giustificando la discriminazione nell’ammissione nei college. (1) Inevitabilmente la squalificazione dei bianchi ha aperto la via a manifestazioni di “orgoglio” e al ritorno del “nazionalismo bianco” come testimoniano i recenti scontri a Charlottesville.La reazione di Trump è stato scacciare Steve Bannon e la piattaforma “populista” (grazie a cui ha vinto la presidenza) e abbracciare il complesso militare (da nessuno votato) rappresentato da John Kelly, HR McMaster e John Mattis. L’esito è una notevolmente schizofrenica in politica estera con minacce a Venezuela (2) e Corea democratica (3), aumento delle operazioni in Afghanistan (4) e infine occupazione militare dell’Ucraina per molestare la Russia. (5) La leadership militare statunitense sgomita per assicurarsi l’allineamento di quanti più Paesi subordinati possibili, anticipando il confronto con il gigante risvegliato che gli Stati Uniti non possono dominare: la Cina.
La crescita economica e tecnologica cinese s’è finora dimostrata inarrestabile, mentre l’élite occidentale teme di perdere la supremazia acquisita alla fine della guerra fredda. I capi occidentali hanno particolarmente paura delle possibilità demografiche cinesi, 1,3 miliardi di abitanti che soverchiano gli 800 milioni di Stati Uniti e UE combinati. La “concorrenza contro la Cina” è un dibattito e un’ossessione per economisti ed imprenditori occidentali. Quindi, hanno volto l’attenzione occidentale sulla qualità dell’individuo e intrapreso una gara fallica sulla dimensione della popolazione, cercando d’incrementare le popolazioni occidentali aprendo le frontiere all’immigrazione di massa. Lo scontro culturale ed etnico derivante da tale esperimento socio-economico viene schivato dall’élite occidentale convinta che il multiculturalismo sia “il futuro” e di poter silenziarne le critiche dei cittadini bollandole come “razziste”. Perciò è irrilevante anche il fatto che gli attentai terroristici islamici siano ormai regolari nell’Europa occidentale. Fintanto che le élite occidentali vivranno in quartieri gentrificati ed eticamente omogenei, ignoreranno ciò che accade nei ghetti multiculturali guardando le infelici masse occidentali. La prova dell’atteggiamento snobistico dell’élite si nota facilmente negli ultimi eventi: il giorno degli attentati a Barcellona da parte di terroristi islamici, il Parlamento europeo ebbe la sfrontatezza di diffondere un video sui vantaggi “inutilizzati” della migrazione (6). Pochi giorni dopo, Papa Francesco diceva ai suoi seguaci che “la dignità dei migranti viene prima della sicurezza nazionale” (7).
Dall’altra parte, la dimensione della popolazione cinese non è la sua sola forza: la Cina è fondata su un concetto di ordine, in cui le minoranze etniche sono un elemento necessario e protetto, ma anche la maggioranza etnica Han del 90%. La disgregazione dell’equilibrio etnico comporterebbe la fine dell’ordine e va impedita. (8) Nel frattempo il pubblico cinese deride i “baizuo”, l’élite liberale che distrugge i propri Paesi con migrazione di massa e multiculturalismo. (9) Tornando all’occidente: la migrazione di massa è solo una delle tante sfide che le masse occidentali affrontano con la globalizzazione. Negli ultimi 25 anni, le ricchezza delle classi medio-inferiori occidentali si è ridotta, mentre i grandi vincitori sono la classe media asiatica e le élites.Il governo militare di Trump ignora piuttosto le questioni economiche, ma comprende certamente la grandezza della crescita della Cina considerandola una minaccia alla supremazia globale statunitense. Sa anche che il confronto militare comporterebbe la distruzione reciproca e forse la fine della civiltà umana. Ciò che non ha capito è che ha già perso. La Cina ha tutte le carte: gode della supremazia quantitativa per la dimensione della popolazione, ma anche per l’equilibrio etnico ordinato e la coesione sociale. Il governo cinese non s’inchina agli estremisti islamici nel Xinjiang. Ricchezza e dimensione della classe media cinese aumentano, assicurandosi che ci siano possibilità economiche per il popolo cinese di avanzare socialmente e garantirsi la felicità. L’occidente ha pessime carte: una popolazione minore ed aver spezzato intenzionalmente l’ordine etnico con tensioni crescenti. Non può fermare il terrorismo islamico né vuole rompere i legami economici con i suoi sponsor del Golfo. Le classi inferiori occidentali sono in crisi per la globalizzazione. La mobilità sociale è paralizzata perché i salvataggi finanziari assicurano una rete di sicurezza ai ricchi, impedendone il fallimento indipendentemente da ciò che fanno.
Demograficamente, socialmente, economicamente e etnicamente la Cina è un passo avanti rispetto all’occidente. Il divario tecnologico viene colmato. Il primato ideologico dell’occidente è discutibile. Ciò che rimane agli Stati Uniti è lo status del dollaro statunitense come valuta internazionale e una spesa militare tripla di quella della Cina, assicurandosi che almeno per forza militare gli Stati Uniti siano ancora al vertice del mondo. Ed è qui che si chiude il cerchio: i militari occupano l’amministrazione di Trump. Il punteggio è di 4 a 2 per la Cina e siamo appena agli inizi del secolo. La palla passa a Trump.

Distruggerò l’America!
Niente da fare, è il mio lavoro. Non tollero che un altro asiatico rubi lavoro americano!

Riferimenti
1. I college d’élite discriminano gli asiatici? Priceonomics 24-04-2013.
2. Trump avverte il Venezuela parlando di opzione militare, New York Times 12-08-2017.
3. ‘Fuoco e furia’ di Trump sulla Corea democratica porta il mondo sul baratro, Bloomberg 09-08-2017.
4. La decisione di Trump sulla strategia afgana aumenterà le truppe, New York Times 20-08-2017.
5. L’Ucraina ospiterò l’esercito statunitense in permanenza sul suo territorio, Fondazione della Cultura Strategica 14-08-2017.
6. Il potenziale inutilizzato della migrazione verso l’UE, Parlamento europeo 17-08-2017.
7. Papa Francesco: dare priorità alla dignità dei migranti sulla sicurezza nazionale, The Guardian 21-08-2017.
8. Politiche etniche della Cina: Dimensione politica e sfide, LAI Hongyi 12-03-2009.
9. La curiosa ascesa di “sinistra bianca” quale insulto su internet cinese, Open Democracy 11-05-2017.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Il discorso di Trump era tutto sul dollaro

Tom Luongo, 20 settembre 2017C’era poco di accettabile nel discorso all’ONU di Donald Trump. Una tiritera di mezze verità, omissioni e menzogne spuntando tutte le caselle pro-USA, piazzando un teatrino e facendo sapere a tutti che il nuovo sceriffo segue le stesse regole di sempre.
Ho parlato con un amico del discorso all’ONU di Donald Trump e mi ha ricordato che la politica internazionale segue i principi della mutua aggressione nella necessità di garantirsi le risorse. Sembra triste ricordarlo a tutti, ma è anche importante data l’intensità del rumore politico di ogni giorno. Il discorso di Trump annunciava a Russia, Cina e Iran che gli Stati Uniti non saranno gentili in questa buonanotte. Che la nostra leadership userà tutto ciò che ha disposizione per mantenere posizione e leva sulla corsa globale ai minerali, metalli ed idrocarburi che alimenteranno l’economia mondiale nei prossimi cento anni. Questo è ciò che che fa ribollire il vociante Trump. Non meno di Obama o Bush il minore. Il Presidente Vladimir Putin lo sa. I presidenti cambiano ma la politica no, come dice. Perché, quando si è spinti, nessuno al potere crede per un secondo che il commercio sia questione di accordi mutualmente vantaggiosi. Quando si è spinti, si prendono i giacimenti di petrolio/minerari e lo s’impedisce agli altri. Inserire i baffi di Sam Elliott e il frappè al contenuto del tuo cuore. Questa è la mentalità di chi frequenta i corridoi del potere. Tutte le chiacchiere su minacce esistenziali e difesa degli alleati sono semplicemente il codice delle tipica visione coloniale occidentale su gestione e negazione delle risorse. Il resto è fuffa.
Gli Stati Uniti sono giustamente minacciati dal potere crescente dell’alleanza russo-cino-iraniana che si volge rapidamente ad integrare l’economia eurasiatica, Corea democratica compresa, facendo dei nemici politici attuali degli alleati economici. Putin ha già preso la Turchia. La Corea del Sud è all’ordine del giorno con l’iniziativa Fascia e Via? Si corre per impedire a Corea democratica e Iran la reciproca esternalizzazione dei programmi nucleari prima che il cambio di regime da parte degli Stati Uniti sia fuori questione. Non permetteremo una Corea democratica nucleare. L’abbiamo detto per quindici anni. E non ci s’inganni, Trump ha detto a piena bocca che si tratta di cambiare regime. Finché sei un regime approvato dagli Stati Uniti, non si è soggetti alla nostra ira. Com’è diverso da qualsiasi presidente statunitense degli ultimi venti anni? In cosa? Trump più enfant terrible dei presidenti passati? Quindi aggravando le minacce più di prima?

Il tallone d’Achille del dollaro
No. È solo il turno di Trump di attuare l’ultimo round della ‘diplomazia del dollaro’ col mirino del Pentagono. Guardate, non ‘è una coincidenza che il giorno prima che la Federal Reserve annunciasse l’abbandono del suo decennale esperimento coi QE, Trump andasse all’ONU per annunciare che “siamo tutti neocon”. Niente. Zero. Vi dissi il mese scorso che fece un accordo con loro per 1) rimanere al potere e 2) far passare parte della sua agenda a un congresso ostile. Questo è il culmine dell’accordo. Gli Stati Uniti hanno appena dichiarato la guerra finanziaria e militare a tutti coloro che cercheranno di sfidarne o ignorarne il dominio. Dopo nove mesi di pessimismo sui mercati, il dollaro sarà ai minimi nelle prossime settimane e avrà una svolta. La FED si riprende ciò che ha dato al mondo. Ci sono trilioni di nuovi dollari negli emergenti mercati del debito che aspettano di essere schiacciati da tassi d’interesse più alti, ristretta liquidità del dollaro e panico nella politica europea. Questa è la politica, gente. Questo era da sempre il piano. La Russia annunciava poco prima del discorso di Trump che i suoi porti non accetteranno più il dollaro per le transazioni commerciali. Putin ha appena escluso il maggiore esportatore di petrolio e gas dal dollaro. Questa è guerra. Concordo con Martin Armstrong, il volume degli scambi mondiali non si confronta con il volume dei capitali finanziari sui mercati valutari e obbligazionari.

La piramide degli strumenti finanziari di Exter
Penso anche che abbiamo raggiunto il picco di quel rapporto. Russia e Cina mollano il dollaro ma non importa finché non ci sarà il crollo del valore del debito che gonfia i prezzi di ogni bene. In breve, la Piramide di Exter prima o poi crollerà. Ciò significa che il debito denominato in dollari esploderà e/o sarà messo da parte, e il dollaro non sarà la valuta commerciale dominante in futuro, come lo è oggi. Tale quota di mercato non sarà mai più recuperata. Ma ciò non accadrà domani o l’anno prossimo, è accaduto ieri, segnando l’inizio della nuova politica. Trump s’è inginocchiato, baciando anelli e imbellettando il più grosso alligatore della palude. E il mondo ora ha l’ordine di marcia.

L’obiettivo del dollaro
Il deflagrare della nuova guerra finanziaria del dollaro sarà l’ultima che la FED potrà fare. Si pensi alla crisi asiatica del 1997 o al crollo di Lehman Brothers nel 2008. Fu la stessa cosa, sottraendo liquidità al dollaro per distruggere le economie di mercato emergenti, ubriache di debiti a basso interesse. Ma il problema questa volta è che abbiamo zero-bound da un decennio. Abbiamo consumato la nostra borghesia e mandato in bancarotta i nostri sistemi pensionistici. Alcuna riforma fiscale può cambiare ciò. E siamo seri, non c’è voglia a Washington di ridurre di un dollaro la spesa. Il sistema bancario è infinitamente più fragile di quanto lo fosse nel 2008, nonostante le proteste della banca centrale. Quindi, la coppia Trump-Yellen inizierà la prossima grande ondata di dollari USA. L’euro sarà schiantato insieme all’oro. Sì, la curva dei rendimenti si appiattirà leggermente, ma che importa. Si avranno tassi più alti propagando onde d’urto nel mondo che non avranno niente a che fare con le bombe della Corea democratica, i terremoti in Messico o le ciabattate diplomatiche all’ONU. Sarà come sempre, il denaro e la capacità valutarie del Paese che controlla quelle degli altri mantenendo una presa di ferro sui prezzi di petrolio e gas. Questo è ciò che Trump diceva nel suo discorso. Russia e Cina hanno ascoltato, ma hanno già sentito tale discorso. Non ci si aspetti che nulla cambi, tutto farà veramente paura d’ora in poi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

Petroyuan: nuovo sistema monetario multipolare e difesa anti-sanzioni

AVN, 17 settembre 2017Le sanzioni economiche imposte dal governo degli Stati Uniti hanno spinto il Venezuela a implementare un nuovo sistema di pagamento internazionale, con l’idea di aprirsi al mercato multipolare e limitare il blocco economico dal Nord America. Il 7 settembre il Presidente della Repubblica Nicolás Maduro annunciava il nuovo piano “per liberarci dal dollaro”, utilizzando “valute di conversione libera, come yuan, euro, yen, rupia e valute internazionali, abbandonando il laccio del dollaro valuta oppressiva”, come affermava al Parlamento Federale, presentando il suo Piano Economico per la Pace all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC). La prima azione s’è riflessa sul prezzo del greggio venezuelano, che per la prima volta veniva prezzato in yuan dal Ministero del Petrolio, pari a 306,26 yuan per barile, cioè 46,75 dollari. Inoltre, alcuni giorni prima il Vicepresidente della Repubblica Tariq al-Aysami informava che il Venezuela firmerà “il primo accordo commerciale in yuan per la vendita di petrolio alla Cina“. Venivano inoltre effettuate rettifiche per l’avvio delle operazioni con un paniere di valute del sistema di cambio dalla variazione complementare svincolata del mercato (Dicom), schema del Governo Nazionale che consente le operazioni di cambio valutario a società e persone fisiche ad un prezzo deciso dal mercato, fulcro del controllo dei cambi.

Russia e Cina: i pionieri
Con queste azioni, il Venezuela entra nel progetto già avanzato da Russia e Cina. L’economista messicano Ariel Noyola Rodríguez osservava in un articolo pubblicato da Actualidad RT nel maggio 2016, che “Mosca e Pechino commerciano petrolio con un canale di transizione volto verso il sistema monetario multipolare, cioè non basato solo sul dollaro ma su diverse valute e soprattutto che riflette i rapporti di forza dell’attuale ordine mondiale“. Un’azione decisa appunto dalle sanzioni economiche imposte nel 2015 da Washington e Bruxelles che, secondo l’analista, “incoraggiano i russi ad eliminare dollaro ed euro dalle transazioni commerciali e finanziarie, o altrimenti sarebbero stati esposti al sabotaggio nelle operazioni di vendita coi principali partner“. Quindi, da metà 2015, “gli idrocarburi che la Cina acquista dalla Russia vengono pagati in yuan e non in dollari“, permettendo di neutralizzare il blocco imposto a Mosca dalla crisi in Ucraina. “Vengono poste le fondamenta di un nuovo ordine finanziario basato sul petroyuan: la moneta cinese si prepara a diventare il fulcro del commercio Asia-Pacifico con le maggiori potenze petrolifere“, sottolinea Noyola Rodríguez nel testo: Il ‘petroyuan’ è la grande scommessa di Russia e Cina. L’analista prevede che in futuro l’OPEC adotterà questo modello di marketing petrolifero, una volta che Pechino lo richiederà e sottolinea che altre nazioni seguono questa premessa perché, “hanno capito che per costruire un sistema monetario equilibrato, la de-dollarizzazione dell’economia mondiale è una priorità“.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

La Russia è pronta a contrastare ‘l’eccessivo dominio’ di certe valute – Putin

La Cina acquisterà petrolio con lo yuan d’oro
Gli esportatori di petrolio come Russia e Iran presto aggireranno e il dollaro USA, convertendosi allo yuan d’oro
Russia InsiderIl principale importatore mondiale di petrolio, la Cina, si prepara a lanciare contratti futures sul petrolio denominati in yuan cinese e convertibili in oro, creando il più importante mercato asiatico del petrolio e consentendo agli esportatori di superare i mercati denominati in dollari USA, secondo Nikkei Asian Review. I futures del petrolio greggio saranno il primo contratto commodity della Cina aperto ai fondi d’investimento stranieri, imprese commerciali e petrolifere. L’elusione del dollaro USA potrebbe consentire agli esportatori come Russia e Iran, ad esempio, di evitare le sanzioni statunitensi con i negoziati in yuan, secondo Nikkei Asian Review. Per rendere più attraenti i contratti denominati in yuan, la Cina prevede che siano completamente convertibili in oro sulle piazze di Shanghai e Hong Kong. Il mese scorso, Shanghai Futures Exchange e la controllata Shanghai International Energy Exchange, INE, hanno completato con successo quattro test per realizzare futures del greggio e lo scambio, continuando la preparazione delle quotazioni dei futures del petrolio greggio per fine anno. “Le regole del gioco petrolifero mondiale potrebbero cominciare a cambiare seriamente”, dichiarava Luke Gromen, fondatore della società di ricerca macroeconomica statunitense FFTT”. Sì, le regole cambiano. Benvenuti nel mondo multipolare, dove le nazioni non devono più essere vincolate al dollaro: “La quotazione delle attività cinesi in yuan, unitamente al piano della Borsa di Hong Kong per la vendita di contratti sull’oro fisico in valuta, creerà un sistema in cui i Paesi eviteranno il sistema bancario statunitense, dichiarava Tinker in una nota del 30 agosto. “Avendo accettato il pagamento di petrolio o gas in yuan, il venditore, che sia Russia, Arabia Saudita o chiunque altro, non dovrà preoccuparsi dell’eccesso di yuan, potendo semplicemente cambiarlo in oro”, afferma Tinker. “Avanziamo verso un mondo multipolare”.”

La Russia è pronta a contrastare ‘l’eccessivo dominio’ di certe valute – Putin
“Inoltre lavoreremo per una distribuzione più equilibrata delle quote e delle azioni di voto nel FMI e nella Banca mondiale”, dichiarava Putin
TASS 1 settembre 2017

La Russia è pronta a unire le forze coi partner per contrastare l’eccessivo dominio di poche valute di riserva, dichiarava il Presidente Vladimir Putin nel suo articolo sul prossimo vertice BRICS. “Siamo pronti a collaborare con i nostri partner per promuovere le riforme per la regolamentazione finanziaria internazionale e superare l’eccessivo dominio di poche valute di riserva e lavoreremo anche verso una distribuzione più equilibrata di quote e azioni di voto nel FMI e della Banca mondale“, dichiarava Putin nel suo articolo, “BRICS: verso nuovi orizzonti del partenariato strategico“, pubblicato negli Stati BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) in vista del summit del 3-5 settembre in Cina.

Infelice architettura finanziaria globale
Secondo il leader russo, la Russia condivide le preoccupazioni dei Paesi BRICS sull’infelice architettura finanziaria ed economica mondiale, che non tiene in debito conto del crescente peso delle economie emergenti. “Ho fiducia sui Paesi BRICS che continueranno ad agire in modo solido contro protezionismo e nuove barriere nel commercio mondiale. Valutiamo il consenso dei Paesi BRICS su questo tema, che ci permetta di sostenere più coerentemente le basi di un sistema commerciale multilaterale aperto, uguale e reciprocamente vantaggioso e di rafforzare il ruolo dell’OMC come regolatore chiave nel commercio internazionale“. Il presidente afferma che l’iniziativa della Russia sullo sviluppo della cooperazione tra le agenzie antimonopolistiche dei Paesi BRICS mira a creare meccanismi efficaci per incoraggiare una sana concorrenza. “L’obiettivo è creare un pacchetto di misure di cooperazione per contrastare le pratiche commerciali restrittive delle grandi multinazionali e le violazioni transfrontaliere delle regole della concorrenza“, dichiarava.

Ruolo della nuova Banca di Sviluppo
Il leader russo ha affermato che la strategia dei BRICS per il partenariato economico, attualmente in fase di attuazione, è stata adottata al vertice di Ufa del 2015. “Speriamo di poter discutere di nuovi compiti per l’ampia cooperazione nel commercio, investimenti ed industria al vertice di Xiamen“, dichiarava Putin, aggiungendo che la Russia è interessata a promuovere la cooperazione economica nel formato BRICS. “Sono stati recentemente segnalati notevoli risultati pratici in questo settore, soprattutto il lancio della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) e approvati sette progetti di investimenti nei Paesi BRICS per un valore di circa 1,5 miliardi di dollari. Quest’anno, la NDB approverà un secondo pacchetto di progetti d’investimento di 2,5 e 3 miliardi di dollari”, continuava il leader russo. “Sono convinto che la loro attuazione non sarà solo d’impulso alle nostre economie, ma promuoverà anche l’integrazione tra i nostri Paesi“.BRICS: Svolta del nuovo sistema economico mondiale e ruolo cruciale della Cina
Živadin Jovanovic, Global Research, 23 agosto 2017
Intervista del Quotidiano del Popolo con l’autore ed ex-Ministro degli Esteri della Jugoslavia Zivadin JovanovicCome ospite di questo vertice, quali nuovi elementi può portare la Cina ai BRICS?
ZJ: Prima di tutto, è naturale che la Cina, fondatrice e Paese ospitante del vertice BRICS, riaffermi i notevoli risultati della cooperazione e dello sviluppo dei BRICS nella democratizzazione del mondo del commercio, dello sviluppo e delle istituzioni finanziarie, facendo uscire l’economia mondiale dalla recessione. Allo stesso tempo, la Cina dovrebbe offrire i migliori modi per affrontare nuove sfide nel commercio globale, investimenti e rapidi cambiamenti nelle strutture e tecnologie economiche. Parlando di “nuovi elementi”, a mio avviso potrebbero essere: ulteriore espansione dell’adesione ai BRICS in linea con i ruoli potenziali e reali delle economie emergenti; contemplare le sfide della nuova rivoluzione industriale dagli enormi potenziali di sviluppo, ma anche dai cambiamenti senza precedenti nelle strutture economiche e sociali; rafforzare la lotta per il commercio internazionale e la cooperazione negli investimenti secondo il principio contrario ad autarchia o protezionismo economico e finanziario, o a qualsiasi altra forma di confronto.

2. Che ruolo hanno avuto i BRICS nella governance globale? Il ruolo dei BRICS nel mondo è cambiato negli ultimi anni? Quale ruolo dovrebbe giocare in futuro?
ZJ: I BRICS, in particolare la Cina, hanno svolto un ruolo cruciale nella riforma della governance economica mondiale, puntando alla creazione di un nuovo ordine mondiale economico giusto senza dominio, esclusione e sfruttamento. I BRICS sono il simbolo del Nuovo Ordine Economico basato sulla uguaglianza sovrana, l’inclusività, i benefici e le responsabilità condivise, la vittoria della cooperazione. L’istituzione della Nuova Banca di sviluppo BRICS, della Banca d’Investimento per le Infrastrutture dell’Asia, della Cintura e Via e una serie di altre istituzioni economiche, finanziarie e monetarie istituite dai BRICS o dalla Cina quale leader, hanno già cambiato la governance dell’economia mondiale. Questo processo di grande importanza non è finito. Nuove sfide, ostacoli e persino aperta resistenza alla democratizzazione delle relazioni economiche mondiali richiederanno nuove iniziative dai BRICS e dalle economie emergenti in generale.

3. Come valuta le prestazioni dei BRICS negli ultimi anni? Quali caratteristiche hanno?
ZJ: La creazione e il ruolo dei BRICS sono d’importanza storica per il presente e per il futuro delle relazioni economiche e dello sviluppo mondiali. I BRICS rappresentano il punto di svolta dal sistema mondiale dal dominio all’uguaglianza sovrana e alla pari opportunità per tutti. Dal sistema di aggravamento delle lacune economiche e sociali alla distribuzione equa della ricchezza e alle strategie centrate sul benessere umano. Dall’interventismo e dalla destabilizzazione volte a controllare la ricchezza della Terra a consolidare pace, sviluppo e controllo sovrano della ricchezza naturale di ogni Paese. La creazione dei BRICS ha avviato un processo irreversibile ponendo fine all’era del dominio di pochi ricchi inaugurando pari opportunità e continuo sviluppo per tutti. I BRICS sono guidati dalla convinzione che solo uno sviluppo equo e sostenibile sia nell’interesse della pace, della stabilità e del benessere dell’umanità. Ciò che rende i BRICS forti, affidabili e dal futuro luminoso sono loro apertura, uguaglianza ed efficacia. La Nuova Banca di Sviluppo (BRICS), ad esempio, basa le proprie decisioni sulle richieste di credito solo sui meriti economici, senza alcuna condizione politica.

4. La Cina ha svolto un ruolo di primo piano nel processo di cooperazione dei BRICS. Cosa dovrebbe fare per guidarli verso un futuro migliore?
ZJ: Rafforzare la cooperazione quale simbolo dell’approccio globale della Cina alla cooperazione economica internazionale, all’adesione al principio di uguaglianza sovrana e all’armonizzazione degli approcci bilaterali e multilaterali nella strategia di sviluppo e ad altre sfide, saranno il modo migliore dei BRICS per aver un futuro migliore. Pur rimanendo aperti alla cooperazione equa con le parti sviluppate del mondo, le strategie di sviluppo dei Paesi BRICS dovrebbero essere volte a facilitare lo scambio economico fra essi e tra le economie emergenti in generale.

5. La Cina è la seconda economia del mondo. Che tipo di influenza positiva ha avuto nella riforma del sistema economico e finanziario mondiale?
ZJ: La Cina pone grandi potenzialità non solo nello sviluppo socioeconomico e culturale moderno, ma anche nell’economia mondiale. Il fatto che sia salita a seconda economia del mondo, con la reale possibilità di divenire prima nel prossimo futuro, è una prova della potenzialità senza precedenti e della chiara visione del futuro di pari opportunità per tutti. La strategia cinese delle riforme e dell’apertura ha portato non solo alla crescita più veloce del PIL nel mondo, ma anche al rafforzamento delle tecnologie, della scienza, dell’innovazione e dello sviluppo verde. Introducendo il concetto di cooperazione mutua e della Iniziativa Globale Cinghia e Via, la Cina difatti presenta un nuovo modello di cooperazione internazionale basato su obiettivi comuni a lungo termine, non sui calcoli brevi e vantaggi temporanei. Tutto ciò ha reso la Cina partner affidabile e altamente auspicabile nella cooperazione e nella costruzione del Nuovo Ordine Mondiale. La Cina ha ottenuto un forte sostegno internazionale nel perseguire una cooperazione vincente, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. Ciò ha naturalmente portato all’influenza molto positiva della Cina nel promuovere le riforme delle istituzioni economiche e finanziarie mondiali, rendendo più attese e rispettate interessi e voce delle parti meno sviluppate del mondo. Il coordinamento delle azioni nell’ambito di BRICS, SCO ed altre integrazioni ha reso l’influenza della Cina nelle istituzioni come G20, OMC, FMI e Nazioni Unite molto più visibile ed efficiente. Senza dubbio l’influenza della Cina nel riformare ulteriormente i sistemi economici e finanziari mondiali si rafforzerà. L’adesione della Cina all’OMC e l’ingresso del renminbi nel paniere delle monete internazionali (SDR) rafforzano l’influenza della Cina. Infine, le istituzioni che Cina, BRICS o SCO hanno già istituito, come NDB, AIIB, BRI e altri, sono i pilastri dei nuovi sistemi finanziari ed economici emergenti.

6. I BRICS esprime gli interessi dei Paesi in via di sviluppo. Come dovrebbero i Paesi sviluppati e in via di sviluppo rafforzare la crescita economica mondiale?
ZJ: Innanzitutto perseguendo commercio, investimenti e trasferimento di nuove tecnologie in modo aperto e senza ostacoli. I Paesi in via di sviluppo dovrebbero essere sostenuti in particolare nel rafforzare l’interconnessione con l’espansione e la modernizzazione delle infrastrutture. Per essere in armonia con una pace duratura, la cooperazione economica dovrebbe essere priva di obiettivi geopolitici di breve durata, tipici della guerra fredda e dei periodi unipolari. Non c’è modo di ritornare al sistema di dominio.Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Sul conflitto geo-economico saudita-qatariota

Alessandro Lattanzio, 24/6/2017Le richieste dell’Arabia Saudita al Qatar sono le seguenti:
1. Rompere i rapporti con l’Iran.
2. Chiudere la base militare turca e porre fine alla cooperazione militare con la Turchia.
3. Chiudere al-Jazeera.
4. Non finanziare più media come Arabi21, Rassd, Araby al-Jadid e Middle East Eye.
5. Fermare i finanziamenti a individui, gruppi o organizzazioni designati terroristi da Arabia Saudita, EAU, Egitto, Bahrayn e Stati Uniti.
6. Rompere i legami con Hezbollah, al-Qaida e SIIL.
7. Estradare i terroristi provenienti da Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn, bloccarne i finanziamenti e fornirne informazioni e dati.
8. Non interferire negli affari interni e non concedere la cittadinanza a cittadini ricercati in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrayn. Annullare la cittadinanza già concessa a questi ex-cittadini ricercati.
9. Sospendere ed informare sul sostegno agli oppositori politici in Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrayn.
10. Risarcire i Paesi interessati da tali attività.
11. Allinearsi agli altri Paesi del Golfo militarmente, politicamente, socialmente ed economicamente, secondo l’accordo raggiunto con l’Arabia Saudita nel 2014.
12. Sottoporsi a una supervisione mensile nel primo anno, e per i seguenti 10 anni essere monitorato annualmente per attestare la conformità alle suddette richieste.
13. Decidere sull’attuazione delle richieste entro 10 giorni (entro il 3 luglio 2017).Arabia Saudita ed alleati hanno stilato questo ultimatum per il Qatar, in cambio della fine dell’embargo commerciale e diplomatico imposto al Paese. Il Qatar si è rivolto a Turchia e Iran per l’importazione di derrate alimentari. La politica statunitense verso il Qatar invece è segnata dalla confusione, con il dipartimento di Stato degli USA, allarmato sul destino della base aerea statunitense al-Udayd nel Qatar, che chiede ai sauditi di specificare le azioni che il Qatar deve adottare per la revoca dell’embargo, avvertendo che tali richieste devono essere “ragionevoli e attuabili“. Invece il ministro della Difesa della Turchia respingeva la pretesa che Doha rescinda i rapporti militari con Ankara.
Il Qatar, grande produttore di gas, ha notevoli riserve finanziarie ed energetiche che sicuramente attraggono l’interesse di Ryadh, soprattutto del prossimo monarca Muhamad al-Salman, figlio di re Salman, che prevede ampi investimenti volti a creare un’economia ‘non-petrolifera’ per l’Arabia Saudita.
In effetti, l’Arabia Saudita è sempre più in gravi difficoltà economiche, riflesso dell’impegno, gravoso e perdente, assunto dal clan dei Saud verso Siria, Iraq e Yemen, finanziando le varie organizzazioni terroristiche che affliggono questi Paesi, ma che oggi vengono sconfitte sul campo ed eliminate dal quadro politico regionale. Un impegno quindi gravoso ed inutile. A ciò va aggiunta la battaglia sul prezzo del petrolio che si è dimostrata semplicemente suicida, volta soprattutto a danneggiare la produzione di petrolio bituminoso nordamericano, con il risultato di aiutare l’ascesa di Trump negli USA, dato che l’ex-presidente Obama aveva puntato sullo Shale Oil per rilanciare in parte l’economia statunitense. Vera ragione del freddo registratosi tra Washington e Ryadh nell’ultima fase della presidenza Obama.
Con l’ascesa di Trump, si è accesa una battaglia intestina nel clan dei Saud, tra chi ha mostrato una tendenza a conciliarsi con la Russia e soprattutto la Cina, nella stabilizzazione dei prezzi del petrolio e della relativa gestione dei flussi, forse pensando a uno sganciamento dal rapporto simbiotico tra petrolio saudita e dollaro statunitense; e chi invece vuole perpetuare e rafforzare tale simbiosi, con un’amministrazione Trump più favorevole al progetto che non quella Obama. Non è un caso che il neo-principe ereditario saudita sia molto vicino agli ambienti imprenditoriali statunitensi, e che forse ne sia perfino un agente, il cui compito immediato è sventare l’adesione della regione del Golfo Persico all’iniziativa della Nuova Via della Seta cinese, creando tensioni e minacce con chi appare propenso ad aderire all’iniziativa cinese, come l’Iran soprattutto. In effetti, Teheran sarebbe la testa di ponte che permetterebbe allo Yuan/Renbimbi cinese di approdare nel mercato petrolifero mondiale quale altra valuta di scambio mondiale di risorse energetiche. E difatti il 14 aprile 2015, il Qatar apriva il primo centro di cambio in yuan del Medio Oriente, per sostenere commercio e investimenti tra Cina e Golfo Persico. “Il lancio del primo centro di compensazione in renminbi a Doha crea la piattaforma necessaria per realizzare il pieno potenziale del Qatar e dei rapporti commerciali della regione con la Cina“, dichiarava il governatore della banca centrale del Qatar Abdullah bin Saud al-Thani. “Faciliterà maggiori investimenti e finanziamenti in renminbi e promuoverà maggiori legami commerciali ed economici tra la Cina e la regione, aprendo la strada a una migliore cooperazione finanziaria e rafforzando la preminenza del Qatar a centro finanziario di Medio Oriente e Nord Africa“. La Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC) di Doha è la banca operativa presso l centro di cambio, al servizio di aziende del Medio Oriente. Il centro “migliorerà le transazioni tra le imprese della regione e della Cina, consentendogli di risolvere direttamente il commercio in renminbi, attirando maggiori scambi in Qatar e rafforzando la collaborazione bilaterale ed economica tra Qatar e Cina”, dichiarava il presidente dell’ICBC Jiang Jianqing. Le importazioni del Golfo dalla Cina sono in rapida crescita, e le banche commerciali avrebbero utilizzato il centro di cambio di Doha, piuttosto che quelli di Shanghai o Hong Kong. Il commercio tra Cina e Qatar triplicò nel 2008-2013, arrivando a circa 11,5 miliardi di dollari. Anche il Consiglio economico di Dubai, organo consultivo del governo degli EAU, suggeriva di sviluppare un centro di compensazione regionale per le operazioni in yuan. Nel novembre 2014 le banche centrali cinese e qatariota firmarono un contratto di scambio di 35 miliardi di yuan (5,6 miliardi di dollari), pari a un contratto simile stipulato tra Cina e EAU nel 2012. Inoltre, Banca Nazionale del Qatar, Qatar International Islamic Bank (QIIB) e il broker cinese Southwest Securities firmarono un memorandum d’intesa per far accedere le due banche del Qatar ai mercati cinesi e sostenere i titoli della Southwest nei mercati del Medio Oriente.
Le prime quattro banche commerciali della Cina incrementano la loro quota di mercato in Medio Oriente (Asia Occidentale) e Nord Africa (WANA). Nel 2008
presso il Centro Finanziario Internazionale di Dubai (DIFC), la Banca Industriale e Commerciale della Cina (ICBC), la China Construction Bank (CCB), l’Agricultural Bank of China (ABC) e la Bank of China aprirono i loro uffici regionali. E tra il 2013 e il 2015 queste banche cinesi raddoppiarono i loro bilanci. Tale espansione era permessa da tre fattori:
1. Robusto rapporto commerciale tra Cina e Paesi del Golfo, come già visto. Come osservò il Ministro del Commercio cinese Gao Hucheng nel 2016, il blocco regionale del GCC è la maggiore fonte d’importazione di petrolio della Cina e la Cina è l’ottavo partner commerciale del GCC.
2. I responsabili politici cinesi e la Commissione per la regolamentazione bancaria cinese dedicano sempre più attenzione alla presenza delle istituzioni finanziarie cinese nei mercati finanziari globali. Negli ultimi anni la Cina ha promosso l’internazionalizzazione del Renminbi (RMB) e le banche cinesi vengono incoraggiate ad operare all’estero, dato che la “One Belt, One Road Initiative” della Cina, l’iniziativa “Cintura economica della Via della Seta” e “Via della Seta marittima del XXI secolo”, creano notevoli opportunità per le banche cinesi nel GCC e nella WANA.
3. Condizioni finanziarie specifiche globali: i prezzi del petrolio depressi hanno spinto creditori e finanzieri del GCC a perseguire i rendimenti altrove, mentre governi e società del GCC cercano fonti alternative di finanziamento.
Le “Grandi Quattro” non solo puntano ai mercati del GCC, ma hanno iniziato ad emettere obbligazioni in RMB attraverso il Nasdaq Dubai. E ancora più importante, le banche cinesi nella regione agevoleranno anche l’istituzione di una rete di centri di transazione finanziaria e di cambi basati sul RMB. Nel gennaio 2016, il RMB Tracker del sistema SWIFT dimostrò che il RMB è la valuta più utilizzata da Emirati Arabi Uniti e Qatar per i pagamenti diretti con Cina e Hong Kong. Nel 2016, la ICBC diventava il nono maggiore fornitore di prestiti nel GCC, un salto enorme. Tra i clienti della ICBC vi sono società statali come International Petroleum Investment Company di Abu Dhabi e Mubadala, Emirates Airline, Qatar Airways e Saudi Electricity Company. L’ICBC è la seconda banca cinese ad entrare nella Dubai Commodities Clearing Corporation (DCCC), dopo la Bank of China, divenendo la banca di liquidazione della Dubai Gold and Commodities Exchange (DGCX) nel novembre 2016. Questa partnership permette di fornire sufficiente liquidità in RMB per il commercio e gli investimenti tra la Cina e la regione. La Bank of China a sua volta è uno dei nove sottoscrittori assunti dal governo saudita per organizzare la prima vendita di obbligazioni internazionali del regno. L’Agricultural Bank of China (ABC) emise bond da 1 miliardo di yuan sul Nasdaq Dubai, nel settembre 2014, e nell’ottobre 2016, la filiale di Hong Kong della China Construction Bank (CCB) fornì un prestito di 600 milioni di dollari, sempre sul Nasdaq Dubai. Nell’ottobre 2016, l’ABC fu nominata dalla DGCX primo creatore di mercato per i Shanghai Gold Futures. La presenza delle “Grandi Quattro” in Medio Oriente spiana la strada all’One Belt, One Road Initiative della Cina nella regione.
Va ricordato che il 13 aprile 2016, Banca industriale e commerciale della Cina, Agricultural Bank of China, Bank of China, China Construction Bank e Bank of Communications avrebbero partecipato assieme ad altri 13 soggetti, tra banche cinesi e aziende aurifere, al sistema di valutazione dell’oro denominato in yuan. Una manovra attuata in vista della preparazione della moneta cinese alla completa convertibilità. Inoltre, la Cina, quale primo produttore, importatore e consumatore d’oro al mondo, affrontava la necessità di non dipendere dai prezzi in dollari USA nelle transazioni internazionali. All’iniziativa aderivano anche Chow Tai Fook, il più grande rivenditore di gioielli al mondo, la casa commerciale svizzera MKS, e le aziende minerarie cinesi China National Gold Group e Shandong Gold Group. Il prezzo di riferimento si basava sul contratto di vendita di 1 kg d’oro presso la Shanghai Gold Exchange (SGE), entrando in diretta concorrenza con la piattaforma dei prezzi di Londra. Sarà tutto questo a suscitare lo scontro inaspettato tra il Qatar di al-Thani e l’Arabia Saudita del suo coetaneo e aspirante omologo Muhamad al-Salman?Dal gennaio 2015, il principe Muhamad al-Salman pianifica la grande ristrutturazione del governo e dell’economia dell’Arabia Saudita, assumendo il controllo del monopolio statale del petrolio, della politica economica e del ministero della Difesa del regno saudita. Nell’aprile 2016, Muhamad al-Salman previde la creazione di un fondo sovrano da 2 trilioni di dollari, destinato ad acquistare attività esterne al settore petrolifero; “Così, entro 20 anni, saremo un’economia o uno Stato che non dipende prevalentemente dal petrolio“. Nel frattempo il principe riduceva i sussidi su benzina, luce e acqua, e prevedeva un’imposta sul valore aggiunto e tasse su beni di lusso e bevande zuccherate. La reazione del pubblico a tali misure fu diffidente ed irata, dato che le bollette aumentarono del 1000 per cento, mentre altri, come Barjas al-Barjas, commentatore economico, criticavano la vendita delle azioni dell’Aramco, “Perché mettiamo a rischio la nostra principale fonte di sussistenza? È come se prendessimo un prestito dall’acquirente che dovremo ripagare per il resto della vita“. È il solito metodo liberista volto a distruggere un’economia con la scusa di ‘riformarla’ e ‘modernizzarla’. L’Aramco è il primo produttore di petrolio al mondo, pompando più di 12 milioni di barili al giorno, ed è il quarto maggiore raffinatore del mondo. Aramco controlla le seconde riserve di petrolio del mondo.
Secondo il principe Muhamad, il fondo sovrano saudita dovrebbe investire metà delle risorse all’estero, esclusa l’Aramco. Su ciò il futuro re dell’Arabia Saudita dice che non importa se i prezzi del petrolio aumentano o diminuiscono. Se aumentano, ci saranno più soldi per questi investimenti. Se scendono, l’Arabia Saudita, produttore mondiale dai costi più bassi, si espanderà nel mercato asiatico in ascesa. Perciò propose il congelamento della produzione petrolifera dell’OPEC il 17 aprile 2016, in occasione di una riunione in Qatar. “Non c’interessano i prezzi del petrolio, 30 o 70 dollari, sono tutti uguali per noi. Questa battaglia non è la nostra battaglia“. Il principe Muhamad ha come consulente finanziario Muhamad al-Shayq istruitosi a Harvard ed ex-avvocato di Latham&Watkins e Banca mondiale. Secondo al-Shayq, dal 2010 al 2014 la “spesa inefficiente” saudita passò da oltre 100 milioni di ryal a 500 milioni (circa 100 miliardi di dollari) all’anno; un quarto del bilancio saudita. “Nella primavera 2015, il Fondo Monetario Internazionale e altri previdero che le riserve dell’Arabia Saudita sarebbero durate cinque anni, coi bassi prezzi del petrolio, e il team del principe scoprì che il regno diveniva rapidamente insolvente. Al tale livello di spesa, l’Arabia Saudita sarebbe andata “in bancarotta” entro due anni, nel 2017. Per evitare la catastrofe, il principe Muhamad tagliò il bilancio del 25 per cento, ed iniziò ad imporre l’IVA e altri prelievi. Il tasso di consunzione delle riserve valutarie dell’Arabia Saudita, 30 miliardi di dollari al mese nella prima metà del 2015, iniziò a diminuire”.
Nel 2009, l’allora re Abdullah si rifiutò di approvare la nomina del principe Muhamad, che quindi ripiegò nell’ufficio del governatore di Riyadh, dove si scontrò con parte del clan dei Saud, che l’accusò di usurpazione di poteri denunciandolo presso re Abdullah. Nel 2011, re Abdullah nominò ministro della Difesa l’allora principe Salman, ma ordinò al figlio Muhamad di non mettere piede nel ministero. Muhamad si dimise dall’ufficio del governatorato e riorganizzò la fondazione creata dal padre, l’attuale re Salman. Nel 2012 il principe Muhamad rientrò nella corte, dove ricevette l’incarico di condurre un repulisti nel ministero della Difesa. Il re lo nominò sovrintendente dell’ufficio del ministro della Difesa e membro del governo. Fu Muhamad che assunse le compagnie di consulenza militare statunitensi Booz Allen Hamilton e Boston Consulting Group per modificare le procedure per l’acquisto di armamenti e gestire appalti, informatica e risorse umane. Dopo l’ascesa al trono del padre Salman, Muhamad fu nominato ministro della Difesa, capo della corte reale e presidente del consiglio che sovrintende all’economia saudita. Infine, Salman sostituiva il fratello come principe ereditario, nominando al suo posto il nipote Nayaf e il figlio Muhamad. Il decreto fu approvato a maggioranza dal Consiglio di reggenza della famiglia al-Saud. E così il principe Muhamad prese il controllo dell’Aramco 48 ore dopo. Nel marzo 2016, il principe Muhamad e il senatore neocon statunitense Lindsey Graham s’incontrarono a Riyadh per discutere del “nemico comune” di Israele e Arabia Saudita: l’Iran. “Rimasi a bocca aperta; non riuscivo a capire quanto sia confortevole incontrarlo”, disse Graham, “è un ragazzo che vede la natura limitata delle entrate e, anziché peggiorarle, vede un’opportunità strategica. La sua visione della società saudita è che in fondo sia giunto il momento di avere meno per i pochi e più per i molti. I membri principali della famiglia reale erano identificati dal privilegio. Vuole che siano identificati dai loro obblighi invece“.Fonti:
Bloomberg
Colonel Cassad
Emerge85
Reuters
Reuters
The Guardian